Archivio | dicembre 22, 2007

"Malore attivo" di un anarchico

Giuseppe Pinelli


di
Saverio Ferrari

Le carte giudiziarie di Giuseppe Pinelli solo in parte si trovano oggi nella disponibilità dei familiari. Giacciono per lo più ancora sparse tra gli archivi del Tribunale di Milano o dei diversi avvocati che se ne occuparono. Raccoglierle in un unico fondo, e metterle a disposizione di chiunque volesse rileggerle, sarebbe un modo concreto per continuare ad alimentare la memoria di una vicenda che molti vorrebbero definitivamente seppellire. Questo l’obiettivo del Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa nel trentottesimo anniversario della morte dell’anarchico, avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969.

Una “morte accidentale”

La vicenda giudiziaria, ricordiamolo, fu assai tortuosa. Nel maggio 1970, su proposta del pubblico ministero Giovanni Caizzi, il giudice istruttore Antonio Amati archiviò sbrigativamente la vicenda come “morte accidentale”. Si scoprì in seguito che pur di giungere a questo esito non erano stati nemmeno svolti gli accertamenti di rito riguardo il punto e l’ora della caduta del corpo e che il collegio peritale non aveva pensato di recarsi sul posto.
Ma già dal 15 aprile, Luigi Calabresi aveva querelato per “diffamazione continuata e aggravata” Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano Lotta Continua che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario precise responsabilità.

Il procuratore generale di Milano, Enrico De Peppo, prima di assegnare la causa fece in modo, ritardando i tempi, che l’archiviazione di Caizzi giungesse a compimento. Si aprì così solo nell’ottobre del 1970 il processo per diffamazione che, per altro, portò nell’aprile del 1971 alla richiesta di riesumazione del cadavere di Pinelli per ulteriori accertamenti. Attraverso nuove perizie medico-legali si intendeva verificare se fosse ancora possibile rinvenire sulla salma tracce di un colpo di karatè, sferrato durante gli interrogatori, che aveva leso il bulbo spinale. Forse la vera causa della morte, da cui la successiva defenestrazione e la messa in scena del suicidio.
L’avvocato di Calabresi, Michele Lerner, ricusò a questo punto il giudice Biotti per aver anticipato in un colloquio privato le proprie convinzioni sulla colpevolezza di Calabresi.
Il 7 giugno 1971 la Corte d’appello rimosse il giudice dall’incarico ed il processo si arenò definitivamente.

Solo il 4 ottobre del 1971 si riaprì il caso, quando su denuncia della vedova Licia Rognini, il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio emise sei avvisi per omicidio volontario contro il commissario Calabresi, i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli ed il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano.


L’archiviazione

L’istruttoria si concluse il 27 ottobre del 1975 con il proscioglimento di tutti gli indagati. Una sentenza passata alla storia. Pinelli, sostenne D’Ambrosio, non si era suicidato ma nemmeno era stato assassinato. «Verosimilmente», a causa di un «malore attivo» e dall’«improvvisa alterazione del centro di equilibrio» era stato violentemente sospinto fuori dalla finestra. Giuseppe Pinelli alto 1,67, sentendosi male, invece di accasciarsi, come ogni altro essere mortale, con un balzò inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse. Una tesi senza precedenti nella storia del diritto, rimasta ancor oggi unica nel suo genere. Gli stessi periti d’ufficio esclusero la possibilità dell’evento, in assoluto contrasto con le più elementari leggi della fisica e della medicina legale. Per altro, su Pinelli non furono rinvenute ferite sulle mani e sulle braccia a dimostrazione che il corpo era già inanimato al momento della caduta. Così dicasi per l’assenza di perdita di sangue dal naso e dalla bocca. Non bastò. Il giudice, nonostante le smentite alla propria tesi provenienti dagli stessi indagati, ciascuno dei quali aveva rilasciato testimonianze diverse e contrastanti fra loro, in cui mai si parlò di malore, la sostenne senza fornire alcuna prova o riscontro concreto.

In questo frangente anche il caso clamoroso del brigadiere Vito Panessa che addirittura affermò che nel tentativo di afferrare l’anarchico si ritrovò con una scarpa in mano, quando Pinelli venne rinvenuto nel cortile della questura con ambedue le scarpe ai piedi.
Si aggiunse come beffa finale il provvedimento di amnistia per Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico, circa i reati di abuso di potere e arresto illegale di Giuseppe Pinelli.

Ricordare tutto

Tra i testimoni ancora in vita Pasquale Valitutti. Si trovava quella notte in questura nel salone dei fermati ed escluse sempre in maniera categorica di aver visto uscire dal suo ufficio, negli ultimi quindici minuti precedenti la precipitazione di Giuseppe Pinelli, il commissario Luigi Calabresi. Testimoniò di aver sentito «come delle sedie smosse», aggiungendo di aver «visto gente che correva nel corridoio gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza al momento in cui Pinelli cascò». Non venne mai creduto. Era anarchico. Ricordarlo in tempi di beatificazione del commissario Calabresi potrà non piacere. Ma va detto.

Solo pochi giorni fa, Licia Pinelli confidava a un amico: «Prima di morire vorrei vedere la verità anche in un’aula di tribunale, vorrei sapere che cosa accadde davvero in quella stanza». Anche per questo, ridire tutto a voce alta continua ad essere un dovere.

Liberazione, 16 dicembre 2007

fonte: http://www.reti-invisibili.net/giuseppepinelli/articles/art_13187.html

Guisepe Pinelli assassiné ; Pietro Valpreda innocent !
PLace Fontana – Milan 12 décembre 1969, un massacre d’Etat

Une bombe éclate à la Banque nationale de l’agriculture, place Fontana (Milan Italie).
Le massacre, qui a causé 16 morts et 90 blessés, secoue le pays. La police assure que les coupables seront bientôt arrêtés, que les recherches seront menées dans toute les directions. Mais, en attendant, sont interpellés, interrogés et perquisitionnés 588 militants de la gauche extra-parlementaire et 12 fascistes (relâchés les premiers). Le commissaire Luigi Calabresi, le même jour, implique comme responsables de l’attentat les adhérents de la gauche révolutionnaire. Aux anarchistes arrêtés, Pinelli et Ardau, il demande avec insistance des informations ou des révélations sur leur compagnon Pietro Valpreda. ” Ceci n’est pas l’oeuvre des fascistes, on reconnaît une certaine conception anarchiste “, déclare-t-il. 14 décembre.

Le retraité Mario Magni, convoqué au commissariat, confirme l’alibi de Pinelli qui, l’après-midi du vendredi 12, jouait , aux cartes avec lui et d’autres dans un café. 15 décembre. Funérailles des victimes de la place Fontana. L’anarchiste Valpreda est arrêté et accusé du massacre, il est immédiatement transféré à Rome.
Au commissariat milanais, vers minuit, Pinelli tombe de la fenêtre du bureau du commissaire calabresi, situé au 4e étage ; il meurt peu après à l’hôpital Fatebeneftatelli. 16 décembre. A 2 heures du matin, une conférence de presse a lieu au commissariat. Le commissaire Marcello Guida déclare : Il (Pinelli) s’est vu perdu, ce fut un geste désespéré. Le commissaire Calabresi ajoute : Il s’est trouvé comme acculé, alors il a craqué psychologiquement.
18 décembre. La responsabilité des fascistes et des services secrets commence à se dessiner. Lotta continua et les anarchistes accusent Calabresi d’avoir tué Pinelli. Ainsi débute une longue campagne qui impliquera l’opinion publique démocratique, pour établir la vérité :
Valpreda est innocent, le massacre est l’oeuvre de l’Etat, Pinelli a été assassiné.


Affiche reprenant la Une du Monde libertaire…


Un assassinat politique ?

S’il n’avait pas eu la malchance de rencontrer un commissaire Calabresi, Pino Pinelli serait encore parmi nous. Il naquit dans les quartiers populaires de Milan en 1928, en pleine période fasciste. Après avoir fréquenté l’école primaire, il dut travailler très tôt, et combla ses lacunes culturelles en lisant des centaines de livres en authentique autodidacte.
A peine âgé de 18 ans, il participe à la lutte armée antifasciste comme agent de liaison dans les formations libertaires de la résistance en Lombardie. Dans l’immédiat après-guerre, tout en étant actif dans la reconstruction du mouvement anarchiste à Milan, il entre aux chemins de fer comme conducteur et rencontre Lucia Rognini qui sera la compagne de sa vie. D’abord proche du groupe rédactionnel du journal Il Libertario de Mario Mantovani, il adhère en 1963 à la Gioventu libertaria et, peu après, sera parmi les fondateurs du cercle culturel Sacco-vanzetti.
En 1968, dans un climat rénové par les ferments politiques et sociaux, il est à l’initiative d’une série de réunions, assemblées et conférences au nouveau Cercle du point de la Ghisolda. Y participent des étudiants, mais aussi des ouvriers des premiers CUB (Comités unitaires de base), expérience inédite du syndicalisme d’action directe. Pinelli est aussi parmi les partisans de la reconstruction de l’USI (syndicat anarcho-syndicaliste italien) et, en outre, s’implique dans la Croix noire anarchiste afin d’aider les compagnons détenus.

Le soir du 12 décembre 1969, quand il est convoqué au commissariat pour un interrogatoire, Pino précède en moto la voiture de la police comme il l’a déjà fait bien d’autres fois. Ce sera la dernière. Le premier qui tente de porter secours à l’anarchiste milanais tombé du quatrième étage est Aldo Palumbo, joumaliste de l’Unita, qui traversait la cour du commissariat. De suite, il le reconnaît, appelle du secours et avertit les autres journalistes restés dans la salle de presse. Le matin suivant, tous les quotidiens titrent sur le ” suicide “. Mais les faits, dès le début, ne sont pas clairs. Une ambulance aurait été appelée avant que Pinelli tombe par la fenêtre. Les ” bizarreries ” se succèdent. Le journaliste Palumbo, témoin possible, est menacé et intimidé. La chute du corps apparaît étrange pour un suicide, sans élan et comme glissant le long de la façade.
La police fournit des versions contradictoires sur le déroulement des faits et sur le mobile, Pasquale Valitutti, une des personnes arrêtées et présente au commissariat au moment des faits, témoigne : “… J’ai entendu des bruits suspects, comme ceux d’une bagarre, et j’ai pensé que Pinelli était encore là et qu’on le frappait. Un moment après, ce fut le changement du planton de garde. Peu après, j’ai entendu comme des chaises renversées et j’ai vu des gens courir vers la sortie, en criant ” Il s’est jeté “. A l’hôpital, les médecins de service relèvent avec stupeur l’absence de lésions externes : Pinelli ne perd pas de sang, ni du nez ni des oreilles, comme c’est logique dans ces cas-là. L’autopsie mettra en évidence une lésion au niveau du cou, similaire à celle provoquée par un coup de karaté. Le travail des médecins dans la salle de réanimation fut constamment ” contrôle ” par un policier en civil qui voulut avec insistance assister aux derniers instants de l’anarchiste.

En mai 1970, la magistrature conclura par un verdict sibyllin de ” mort accidentelle ” qui, de toute façon, ne signifie pas nécessairement suicide. Il ne faut pas oublier Vingt ans après, nous combattons toujours les mensonges de l’Etat. Entre temps (en 1972), le commissaire Calabresi a été tué, “sacrifié ” de façon obscure et mystérieuse. Actuellement, on cherche à revenir sur des vérités désormais acquises dans la conscience d’une bonne partie des gens. Symboliquement, la tentative du maire socialiste de Milan pour enlever de la place Fontana la plaque dédiée à Giuseppe Pinelli va en ce sens, on tente, en outre, de redonner une virginité et une improbable ” image humaine ” au défunt commissaire responsable direct de l’assassinat, de notre compagnon. Au point qu’un syndicat de police cherche vainement pour le moment à substituer à la plaque en mémoire de Pinelli une pour Calabresi.


G. Pinelli lors d’une réunion du Cercle Sacco & Vanzetti (1er à gauche).

En 1969, le terrorisme d’Etat eut à sa disposition toutes les forces réactionnaires présentes en Italie (réseaux fascistes, associations néonazies, fonctionnaires corrompus, etc., forces soutenues économiquement et politiquement par les gouvernements grec et espagnol, à l’époque des dictatures fascistes. Cette structure résista bien à la première faillite réactionnaire et au scandale suscité par le massacre d’Etat et l’assassinat de Pinelli, par les machinations policières contre les anarchistes. Tous ceux qui furent complices des terroristes demeurent fermement à leur poste et se trouvent toujours dans les divers organismes du pouvoir. Plus récemment, on cherche à faire payer cher le grand espoir des années 60-70. Des procédures judiciaires sont actuellement en cours contre d’anciens dirigeants de Lotta continua, accusés suite aux révélations d’un ” repenti ” de l’assassinat du commissaire Calabresi.

On veut ainsi réduire un ample et profond mouvement de rébellion sociale ,et de contestation en une série d’actes criminels. On tente de gommer les raisons, d’annuler les motivations éthiques de la .révolte de la jeunesse, ouvrière et intellectuelle. Il s’agit d’enlacer la pensée sociale en réinterprétant le passé; en opérant de radicales révisions. Criminaliser les comportements antagonistes de ces vingt dernières années constitue un sérieux avertissement pour aujourd’hui : les revendications syndicales, les protestations de la population contre les productions de mort, les possibles contestations de jeunes, doivent rester dans la sphère institutionnelle. Il ne doit pas y avoir d’espace pour l’action directe, collective et de masse ; aucun espace ne doit être concédé aux expériences autogestionnaires.
L’assassinat du commissaire Calabresi a été utilisé pour favoriser le classement du meurtre de Pinelli et pour redorer le blason de l’Etat gravement compromis.
La vérité sur le massacre d’Etat de la place Fontana, sur les anarchistes, sur Pinelli, sur la responsabilité du commissaire Calabresi et des autres composantes politiques a été écrite depuis longtemps, en caractère; indélébiles, dans la conscience de ceux, qui n’ont pas abdiqué face aux sirènes du pouvoir. Et c’est à cette conscience que le pouvoir devra rendre des comptes.
A vingt ans de distance, trois faits restent inchangés :
le massacre c’est l’Etat, Valpreda est innocent, Pinelli a été assassiné.

Giorgio SACCHETTI

A voir :
Mort accidentelle d’un anarchiste de Dario Fo !
..

fonte: http://increvablesanarchistes.org/articles/1968_81/pinelli_valpreda69.htm


L’arte italiana scompare dalla Rete

“SALVATELA”, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI..

L’Arte scomparirà anche dai musei? Non solo da internet e dalle memorie delle nostre fotocamere, pure dalla nostra, di memoria, deve scomparire.. Ci costringeranno ad andare in giro bendati (non solo virtualmente ma anche fisicamente) ché pure un bel paesaggio agreste (finché esiste) ci è vietato. “Verboten!”. Per tutti. O forse per i ricchi no..
mauro

Luca Spinelli

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venerdì 21 dicembre 2007

Roma – Pochi giorni fa il Ministro Rutelli ha annunciato il rientro nel nostro territorio di opere d’arte italiane trafugate e portate illegalmente all’estero. Dal 21 dicembre al 2 marzo, sessantotto manufatti d’epoca romana, greco-romana ed etrusca, avranno temporaneamente casa in una mostra al Quirinale, di ritorno dalle teche di prestigiosi musei e gallerie di tutto il mondo (tra i quali il Metropolitan di New York), per poi trovare collocazione nei più importanti musei della penisola.

L’intellighenzia italiana, con in prima fila il ministro Rutelli, si è felicitata e congratulata per quello che rappresenta indubbiamente un notevole successo per i beni culturali nostrani.

Queste opere però – e non solo queste – sono condannate da una misconosciuta legge italiana ad un limbo burocratico dal quale sarà ben difficile tirarle fuori, e che rischia di consegnarle all’oblio più completo.
Il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (che chiameremo Codice Urbani, dal nome del suo ispiratore), regola tutte le opere gestite da enti pubblici italiani, e sta creando non pochi problemi alla loro promozione nel mondo. Tale codice prevede il divieto assoluto di fotografare le opere in mancanza di un’autorizzazione dell’ente che le gestisce (museo, comune, ministero…). Per lo stesso motivo è vietata anche la riproduzione su internet.
Nel silenzio generale dei media, sotto la scure del Codice Urbani sono già passate l’Annunciazione di Leonardo, la Venere di Botticelli, il Bacco di Caravaggio ed altre notissime opere di Raffaello, Tiziano e Rembrandt: tutte scomparse dalla maggiore enciclopedia online del mondo. Ma non è tutto: altre decine e decine di fotografie di opere notissime stanno scomparendo proprio in questi giorni a causa della suddetta legge. E con loro, chissà quante altre nel silenzio di siti più piccoli spersi per la Rete.

Anche le opere appena recuperate rischiano la stessa sorte, con la tutto sommato piccola aggravante che il tempo per fotografarle è pure più ristretto. I reperti, infatti, dopo il breve periodo di permanenza al Quirinale, partiranno per le loro collocazioni definitive in musei e gallerie italiane. A chi volesse fotografarli per inviarne la foto alla nonna che vive in Svizzera, non resta che appostarsi davanti al Quirinale per intercettarli durante il loro ultimo viaggio verso la galera burocratica dei musei italiani (sempre che, com’è ovvio che sia, non siano già ora in gestione a un ente pubblico).
Il governo, interrogato sulla questione, ha recentemente confermato ufficialmente il ruolo e i poteri operativi di questa legge. Nella stessa dichiarazione, il sottosegretario ai beni culturali Andrea Marcucci ha chiarito incontrovertibilmente che anche la “Libertà di panorama” in Italia non esiste.

Riassumendo: non solo non è possibile fotografare le moderne opere architettoniche pubbliche, non è nemmeno possibile fotografare quadri e sculture di qualsiasi epoca presenti nel territorio italiano.

In una società sempre più pervasa dalla tecnologia e dall’immediatezza di comunicazione, dove la maggioranza delle informazioni viene acquisita online, l’Italia si chiude dietro a leggi burocratiche e farraginose che stanno facendo scomparire tutta la sua arte dal Web: coi danni che questo comporterà nel breve ma soprattutto nel lungo termine.

E ora c’è già chi pensa che le opere trafugate stessero molto meglio nei musei che, fino ad oggi, le hanno esposte molto più liberamente.

Luca Spinelli luca.spinelli@deandreis.it

fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2148597

Torino, l’addio a Rosario sesta vittima della Thyssen

funerali di Rosario Rodinò, sesta vittima della Thyssen, foto Ansa

Giovanni Rodinò, padre di Rosario

Gli operai a Prodi: «Ora giustizia»

Ancora lacrime per l’incendio delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino. Questa volta sono per il funerale di Rosario Rodinò, 26 anni, la sesta vittima del tragico incidente. Nella parrocchia Regina della Pace, insieme ai famigliari e ai colleghi, a dare l’addio all’ennesimo morto sul lavoro ci sono il premier Prodi, che è volato a Torino con la moglie Flavia, il sindaco Sergio Chiamparino e la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso.
«Presidente, vogliamo giustizia»: così gli operai della Thyssen hanno accolto il premier al suo arrivo in chiesa. «Credo che fosse mio dovere venire a Torino. Ho saputo ieri sera tardi che c’erano i funerali – ha detto – e ho deciso di venire». I genitori di Rosario lo hanno ringraziato, e il padre ha aggiunto: «Mi deve giurare che cose così non succederanno mai più a nessuno, che Guariniello – il procuratore aggiunto di Torino che indaga sull’incidente, ndr – andrà fino in fondo». «Prometto, prometto», gli ha risposto a bassa voce, stringendolo in un lungo abbraccio.

Prodi ha voluto far sentire l’impegno del governo nella tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro: «Questa volta – ha spiegato il premier – è un discorso di ispezioni, organizzazione delle procedure, di unificare le varie strutture di ispezioni e di coordinarle fra di loro, fare in modo che nei lavori che hanno problemi di sicurezza elevati non ci vadano i precari o le persone che non hanno la conoscenza. Gli esperti – ha aggiunto – mi dicono che si fa un corso di formazione e che un mese dopo ci sono persone diverse al lavoro. Non è possibile usare la sicurezza così, ci vuole molta coscienza da parte dei capi reparto e un grande lavoro collettivo da fare. Tutti devono avere senso di responsabilità, dal tecnico più alto all’ultimo lavoratore, perché la sicurezza – ha concluso – è un bene di tutti, non individuale».

L’impegno ora serve anche per garantire un lavoro ai cassa-integrati della Thyssen che, come già previsto, chiuderà presto lo stabilimento di Torino. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha assicurato che «ci sarà un tavolo per ricollocarli: in una città come Torino non deve essere difficile». Conferma Gaspare Tre Re, un operaio della Thyssen con cui Prodi ha avuto uno scambio di battute: «Mi ha detto che si impegnerà a sistemarci». Gaspare la notte del 6 dicembre era al lavoro: «Ero lì – ha ricordato – i miei compagni ustionati mi dicevano di buttare loro addosso dell’ acqua, ma c’ era un buco nell’ idrante. Da allora la mia vita è cambiata, non riesco neppure più a dormire la notte. Ho paura – conclude – in quella fabbrica non ci voglio più entrare».

Prima dell’inizio della cerimonia, il premier ha scambiato qualche frase anche con i vertici della ThyssenKrupp, anche loro presenti al funerale. «I vertici della Thyssen – ha raccontato più tardi il premier – mi hanno fatto le condoglianze, li ho ringraziati, ma ho detto anche loro che devono farsi carico di quello che è successo, non soltanto ora, ma anche in futuro». L’azienda tedesca ha inviato anche una corona di fiori bianchi: gli amici della vittima hanno preteso che fosse spostata in una zona più defilata all’esterno della chiesa. La direzione della fabbrica ha ribadito l’impegno dell’azienda «nel supportare le famiglie delle vittime e del ferito». Ma per il momento gli operai non sanno neppure se percepiranno uno stipendio prima di Natale, con lo stabilimento chiuso dopo l’incidente.

Pubblicato il: 22.12.07
Modificato il: 22.12.07 alle ore 16.38

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71596



Vicky Brago-Mitchell, mezzo-soprano

Muerte (Federico García Lorca)
La United Fruit Co. (Pablo Neruda)

Click on titles to download. All files are in mp3 format. The poets’ names are in parentheses, the composer (and pianist on all the songs) is John Mitchell. The words to the songs are linked from Songs for Voice and Piano.

SIOUX – LA TRIBU’ TORNA SUL PIEDE DI GUERRA

Inviato di Repubblica

Vittorio Zucconi

WASHINGTON – Lungo il “sentiero dei tradimenti”, il calvario dei trattati di pace calpestati dall’uomo bianco che la Nazione Indiana percorre da 140 anni in una processione di profughi in casa propria, si rialza lo spirito dei guerrieri più temuti, gli Oglala Lakota della Nazione Sioux, i nipoti di Nuvola Rossa, di Cavallo Pazzo, degli sterminatori del Settimo Cavalleria, minacciando non la guerra, ma la secessione.

Gettano i passaporti degli Stati Uniti e le patenti, stracciano quei documenti emessi dal governo federale come quel governo ha ignorato i più di 150 trattati solenni firmati con questo o con quel capo sconfitto dopo le “guerre indiane” di fine Ottocento. Siamo americani quanto voi e prima di voi, comunicano al Dipartimento di Stato, ma non siamo più cittadini degli Stati Uniti d’America.

E’ nata l’ala più militante e più radicale del popolo indiano, lo American Indian Movement che personaggi come il giurista di Harward e gran teorico dell’ammissibilità della tortura Allan Dershowitz ha chiamato “terroristi”, a presentare a Washington il documento di secessione. Lo hanno portato sette ‘capi’ di sette riserve guidati da Oyate Wacinyapi, “Colui che aiuta la gente”, un Oglala Lakota, figlio di quella riserva di Pine Ridge in South Dakota dove vive lo spirito di Cavallo Pazzo e sopravvivono a fatica i due mila discendenti dei guerrieri che per ultimi si arresero per fame ai soldati blu.

Il suo nome in inglese è Russel Means, un attore che ha recitato in film come “L’ultimo dei Mohicani”, un agitatore accusato di avere partecipato ad azioni di rivolta armata, condannato e perdonato poi dal governatore dello Stato, un ciarlatano, secondo i nemici, un guerriero indomito, un cacciatore di pubblicità, dunque un personaggio scomodo per tutti. Per l’Fbi, che lo sorveglia da quando guidò la rivolta di Wounded Knee, luogo dell’ultimo insensato massacro di donne e bambini indiani, poi la marcia lungo il “sentiero dei trattati calpestati” nel ’72 è un sovversivo.

Per il Bureau of Indian Affaire, che dovrebbe amministrare il pagamento dei risarcimenti previsti da quei trattati è un disturbatore e lo temono gli anziani dei consigli tribali, che sanno per amara esperienza che provocare “il grande nonno”, il presidente ed il governo federale, non porta mai bene alla loro gente.

Ma ciarlatano o cheguevara che sia, Russel Means, che ha datto al proprio figlio il nome di Toro Seduto, “Tatanka Yotanka”, resta a quasi 70 anni l’ombra di una realtà indigesta per lo uasìchu, l’uomo bianco: la violazione dei trattati.

Ha spalancato il tombino di una questione che Washington aveva creduto di risolvere una volta per tutte nel 1926 quando, con un atto del Parlamento, proclamò tutti gli Indiani d’America – come Russel preferisce chiamarli, piuttosto del politically correct “nativi” – cittadini degli Stati Uniti. In un gesto che parve magnanimo, in realtà il governo federale aveva di colpo spazzato via tutti gli impegni, le responsabilità, i limiti e soprattutto le assegnazioni territoriali contenute nelle dozzine di trattati che Washington aveva firmato in quasi 50 anni di reciproci massacri e di spedizioni punitive.

Poiché un “trattato” può essere stipulato soltanto fra governi e Stati sovrani, e non con cittadini del proprio stesso paese, quelle firme apposte mettendo “la mano sulla penna”, come dicevano gli indiani perché i funzionari ed i militari governativi dovevano guidare la mano dei capi analfabeti sulla carta, non avevano più alcun valore.

Nessuna altra nazione soffrì, e fu punita, quanto i Sioux, come i primi trappolatori e cacciatori francesi avevano chiamato la vaga confederazione di popoli nomadi, Lakota, Nakota e Dakota (tre parole che hanno lo stesso significato di “amico”) che spadroneggiavano sulla Grande Prateria dal Minnesota al Nebraska. Come i Mongoli dei Khan dalle steppe all’Europa, così i Sioux dominavano il West grazie a quel fantastico strumento di guerra che essi per primi, e meglio di tutti, avevano saputo padroneggiare approfittando della fuga dei primi invasori spagnoli dai loro accampamenti abbandonati: il cavallo.

Nel dominio su territori brulicanti di animali selvatici, dal “dio” bisonte padre dell’economia tribale, ai grossi roditori chiamati “cani della prateria”, in un Eden di erbe e piante medicinali, i Sioux erano signori degli altipiani cha salgono dal Mississippi verso il massiccio delle Rockies, carnivori, fisicamente più grossi (“Colui che aiuta la gente” è alto un metro e 90), prepotenti odiati dai vicini. Ma la dimensione della loro potenza era lo spazio. Quando i binari della prima ferrovia Nortwest Pacific tagliarono i loro territori di caccia ed i fucili dei cacciatori bianchi sterminarono i bisonti, ai Sioux fu strappato il cuore ed il resto fu fatto dalla corsa all’oro nei fiumi e sui monti sacri.

Come si vede oggi, attraversando le Riserve nei cinque Stati dove sono sparsi i 30mila che vi sopravvivono, e soprattutto nel territorio di Pine Ridge, dove nacque Russel Means, i formidabili guerrieri nomadi che per anni tennero testa ai dragoni della cavalleria federale non riuscirono mai a compiere la transizione da un passato troppo orgoglioso per essere superato. Soltanto i Cherokee della Georgia, espulsi con la forza delle armi e con l’ennesimo trattao dai propri territori natali e costretti a percorrere a piedi i mille chilometri che li separavano dai campi destinati a loro dal governo in Oklahoma, conobbero, lungo “Il sentiero delle lacrime”, una sorte altrettanto amara.

Ma ancora più della crudele ingordigia dell’invasore bianco, persuaso che tutto il continente gli appartenesse nel “destino manifesto” della colonizzazione europea, e della desolazione dei territori di scarto assegnati come riserve, la maledizione del popolo indiano fu, ed ancora oggi è, la incapacità di formare una lobby, di guardare oltre le gelosie e le rivalità che ne corrosero sempre la forza.


La immortale risposta di Toro Seduto, la guida spirituale dei Cheyenne e dei Lakota che annientarono Custer al Little Big Horn nel 1876, riassunse la tragedia perfettamente. Quando gli chiesero perché gli indiani fossero stati sconfitti da pionieri e soldati bianchi infinitamente meno numerosi di loro, Toro Seduto rispose: “Perché noi avevamo sempre troppi fottuti capi e mai abbastanza fottuti indiani”. Un equivoco che produsse sconfitte militari subite per individualismo e rivalità tribali e tremende incomprensioni fra i bianchi ed i rossi: gli inviati di Washington facevano firmare i trattai di pace a quello che credevano essere “il grande capo” soltanto perché aveva più penne, figli o pelli indosso, pensando che fra di loro vigesse la stessa gerarchia piramidale della società europea.

Dunque, anche “Colui che aiuta la gente”, Russel Means, che ieri ha portato la dichiarazione della secessione dei Sioux dal “nonno bianco”, dal presidente e dalla sua America, rappresenta tutti e nessuno, ste stesso ed insieme l’anima di tutte le donne, i bambini, gli sciamani, i vecchi ed i guerrieri che furono portati, come i loro bisonti, ad un passo dall’estinzione. E’ difficile credere che i 700mila indiani che ancora vivono sul territorio degli Stati Uniti senza essersi integrati nella società bianca, proclamino, come scozzesi e baschi, un’autonomia territoriale che si estenderebbe dallo Stato di New York agli Apache dell’Arizona.

Ci sono nazioni, come quella dei Navajo nel Sud Ovest, che dallo sfruttamento delle risorse naturali nelle proprie riserve, e dal turismo, ricavano buoni redditi, mentre sulla costa atlantica le piccole comunità che hanno aperto casinò extraterritoriali, come quello colossale di Foxwood nel Connecticut, distribuiscono dividendi e prosperità ai membri della tribù e devono selezionare con attenzione il numero di coloro che si riscoprono improvvisamente Mohicani, Irochesi o Chippewa per partecipare alla festa.

Se la rivolta contro il tradimento dei trattati dovesse davvero accendersi, non potrebbe che essere nella desolazione delle riserve Sioux, nelle miserabili casette prefabbricate di pvc che hanno preso il posto dei tepee, e nell’inverno glaciale che taglia le praterie secche e scalda i ricordi dell’orgoglio.

Soprattutto in quella riserva dove ancora oggi nessuno degli Oglala vuole dire a noi bianchi dove siano sepolte le ossa di colui che ancora vive a tornerà a fare giustizia. Tashunka Uitko, il “Cavallo folle di Dio”.

Vittorio Zucconi


fonte: laRepubblica – 21 dicembre 2007

UNO STUDIO SEPPELLISCE MITI E CREDENZE MEDICHE

ROMA – Per chi è cresciuto con la convinzione che bere due litri d’acqua al giorno faccia bene, o che la gente usa solo il 10% del proprio cervello sarà un duro colpo. Uno studio pubblicato dal British Medical Journal smentisce queste ed altre credenze popolari entrate ormai nell’immaginario collettivo degli stessi medici. I ricercatori dell’Università dell’Indiana si sono divertiti a smentire, attraverso verifiche sull’effettiva pubblicazione su riviste scientifiche, alcune delle ‘leggende metropolitane’ che anche i medici tramandano: “Siamo stati sorpresi anche noi di scoprire che sono falsi miti – spiega Aaron Carroll, uno degli autori – perché sono cose che spesso si sentono raccomandare anche i pazienti. Tutti i medici con cui abbiamo parlato di questo lavoro si sono stupiti, e ci è voluto un po’ per convincerli”.

Il primo mito abbattuto dalla ricerca è quello che bisogna bere otto bicchieri d’acqua per stare bene, una delle raccomandazioni principali dei dietologi. In realtà l’unica traccia su questa teoria risale al 1945, ad una raccomandazione del ‘Nutrition Council’ americano:”Ma la raccomandazione parla di ‘fluidi’, non di acqua – spiega Rachel Vreeman, co-autrice dell’articolo – la quantità indicata, appunto circa due litri, comprende anche l’acqua contenuta negli alimenti, o nelle bevande come il caffé”.

Fra le leggende metropolitane più comuni in campo medico c’é anche quella che gli esseri umani usano il 10% del proprio cervello, che resiste nonostante ormai si sia in grado di verificare il funzionamento della materia grigia in tempo reale grazie alla risonanza magnetica, e non siano mai emerse zone inattive.

“Questo mito risale addirittura ai primi del ‘900 – scrivono gli autori – e molto probabilmente e’ dovuto a sedicenti esperti che vendevano sostanze, come l’olio di serpente, con la pretesa che aumentassero le capacità cerebrali”. Ancora più antica di questa, tanto che gli autori non sono riusciti a trovarne l’origine esatta, è la credenza, molto diffusa nei racconti dell’orrore, che i capelli e le unghie continuano a crescere per alcuni giorni dopo la morte:”Si tratta in realtà di un’illusione ottica – spiega Carroll – dovuta al fatto che quando si muore i tessuti del corpo cominciano a disidratarsi, la pelle si ritira e quindi le unghie sono più evidenti”.

Una cosa simile, sostiene lo studio, succede ai capelli anche dei vivi, che contrariamente a quello che si pensa non crescono più forti e più sani se rapati a zero. In questo caso c’é addirittura uno studio scientifico che lo smentisce, datato 1928: da un vero e proprio trial clinico è emerso che il taglio non ha nessun effetto sulla struttura dei capelli, ma la leggenda è rimasta, proprio perché apparentemente i capelli appena tagliati appaiono più forti. I due ricercatori stanno raccogliendo decine di leggende metropolitane mediche, che finiranno in un libro. Tra queste ci sono anche il fatto che leggere con la luce bassa rovina gli occhi (in realtà non ci sono effetti sulla vista), o il mito diffuso negli Stati Uniti che mangiare carne di tacchino mette sonnolenza. Dal loro lavoro hanno tratto anche due utili insegnamenti:”Il primo è che non bisogna credere alle cose solo perché le sentiamo da altre persone – scrivono gli autori nelle conclusioni – e poi che bisogna sempre tornare e investigare anche sulle cose che si sono sempre ritenute vere”.

fonte: http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_37460590.html

Sacerdote 33enne in carcere nel Casertano: «Violenza sessuale su bambino di 12 anni»

L’ENNESIMO EPISODIO SCHIFOSO A DANNO DEI PIU’ DEBOLI


CASERTA (21 dicembre)Violenza sessuale su di un bambino di 12 anni. Con questa accusa è finito in manette un sacerdote di 33 anni, vice parroco della Chiesa del SS.Salvatore di Casal di Principe (Caserta).

Una pattuglia di carabinieri, dopo una segnalazione telefonica, ha sorpreso il sacerdote, M.C., insegnante di religione in una scuola media dell’istituto comprensivo di Villa Literno, fermo in auto su di un lato di una strada di campagna, a poca distanza dalla provinciale Casal di Principe-Castelvolturno, disteso sul sedile della vettura con a fianco il ragazzo.

Accortosi della presenza dei militari il sacerdote è fuggito ma è stato raggiunto dopo qualche chilometro e arrestato. Il gip del Tribunale di S.Maria Capua, Raffaele Piccirillo ha confermato l’arresto a conclusione di un interrogatorio di tre ore nel corso del quale, secondo quanto si è appreso, il sacerdote non è riuscito a contestare le accuse degli investigatori.

L’impianto accusatorio appare
molto articolato, basato anche sul racconto del bambino, effettuato con l’ausilio di una assistente sociale. Il difensore del sacerdote ha annunciato che chiederà per il suo assistito gli arresti domiciliari. Il sacerdote arrestato era stimato e benvoluto per il suo impegno anche nel volontariato.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=15712&sez=HOME_INITALIA

A Natale mi affitto una zia

Spagna, finti parenti interpretati da attori per combattere la solitudine al cenone
GIAN ANTONIO ORIGHI
MADRID

Siete soli per il cenone di Natale, quando (quasi) tutti si ritrovano con la famiglia al gran completo? Oppure volete evitare di annoiarvi, come spesso capita ogni 24 di dicembre? No problem: basta cliccare http://www.centraldelespectaculo.com per partecipare a una kafkiana asta internettiana che mette in palio 6 «familiari» che si accompagneranno dalla 20 alle 3 di notte. Ed il prezzo, ristorante compreso, così evitate di preparare tavola e leccornie tipiche? Dipende dall’andamento dell’asta: per poter passare ore indimenticabili con l’affascinante Andrea, 33 primavere, che fa finta di essere una diplomatica dell’Onu, un solitario ha sborsato l’anno scorso 350 euro.

L’idea del «familiar ideal» è venuta alla cooperativa teatrale di Barcellona Central de Espectaculo, che raggruppa 70 attori i quali, per arrotondare i loro guadagni, dal 2002 fanno i familiari d’accompagnamento. Un guizzo di fantasia? No, il suo direttore Danier Aguirre aveva visto il fantastico film «Familia» del regista Fernando Léon de Aranoa, nel quale un uomo contratta una troupe di teatranti per interpretare il copione da lui scritto durante un week-end. Il prezzo standard per l’affitto è di 300 euro ed è possibile 365 giorni su 365, in qualsiasi punto della Spagna. «Quest’anno, la nostra compagnia di marketing ha portato questo servizio-chicca della Central de Espectaculo su Internet, nel cliccatissimo portale http://www.ebay.es. Ed è stato un successone – assicura Joan Álvarez, 24 anni, barcellonese, portavoce di Poko Frecuente -.

Finora le visite, tutte rigorosamente anonime,
sono state più di 10 mila». La ragione del boom si deve anche al fatto che l’asta non parte da un minimo prestabilito. Per David Saez, 26 anni, il prezzo era arrivato ieri sera a 165 euro. I ruoli che interpretano gli attori pubblicizzati dallo slogan «Non vuoi trascorrere un altra vigilia di Natale solo o mal accompagnato?» sono fissi. Oltre alla diplomatica delle Nazioni Unite che si incontra spesso con i presidenti George W. Bush e Luiz Inácio da Silva, Lula (calamaro in portoghese), si può scegliere di sbaffarsi il cenone con un cugino che è una star di Hollywood, un giramondo che ha appena visitato 80 Paesi in bicicletta, una cugina che recita nella straordinaria Comédie Française, un imbranato a cui ne capitano sempre di tutti i colori, un andaluso con tutta la simpatia e l’allegria tipica della sua terra natale.

Gli attori, tre donne e tre uomini,
sono di tutte le età e, inutile dirlo, di bella presenza. Oltre ad Andrea (in spagnolo nome anche femminile), sono disponibili Lila, 24 anni ed Eva, 41. Tra i machos, ci sono il già citato David, Charlie, 34 anni e pure Federico, 62 anni. Nel prezzo è compresa solo la compagnia a tavola e le risate assicurate della recita. Ma nessun altro «servizio» extra. Il problema è che ci sono anche clienti interessati a un copione loro per la «Nochebuena», come chiamano in Spagna il il 24 dicembre. E spesso le loro richieste sono astruse, o irrealizzabili. «Un signore cercava un familiare ideale che facesse la parte di un astronauta della Nasa con suoi parenti con cui voleva fare bella figura – rivela Álvarez -.

E una signora di mezza età voleva
un ragazzo molto più giovane di lei che si spacciasse per suo fidanzato, per andare a cena nel ristorante dove sapeva si sarebbe recato l’ex marito, accompagnato dalla rivale trentenne per cui l’aveva piantata». L’asta chiude oggi alle 12. I ristoranti scelti per il cenone col familiare affittato sono a Madrid o a Barcellona. «Non tutti coloro che partecipano sono soli – conclude il geniale portavoce di Poko Frecuente -. Ci sono anche quelli che vogliono fare uno scherzo ai familiari veri con improvvise e sconosciute fidanzate o chi se la vuole spassare con un reality ancora poco esplorato ma sicuramente divertente». E, viste le richieste, non c’è dubbio che i teatranti disponibili per la vigilia del Natale 2008 saranno molti di più.

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200712articoli/28674girata.asp

Dopo l’ok a welfare e Finanziaria Prodi "imbullona" l’Unione

Il 10/1 la verifica di maggioranza

Palazzo Chigi sede del governo

Palazzo Chigi, sede del governo

È stato un lungo venerdì al Senato. E quando, alle 9 di sera, dopo la fiducia e l’approvazione della Finanziaria, finalmente passa anche la fiducia sul welfare, Prodi e Damiano si lasciano andare a un abbraccio liberatorio. Il peggio è passato. Ora c’è giusto il tempo di ricaricare le energie in vista della verifica di gennaio. Mancano due settimane al 10 gennaio, giorno in cui il premier Romano Prodi incontrerà i segretari della maggioranza e deciderà buona parte del suo futuro.

Ma intanto, c’è la giusta soddisfazione per i risultati raggiunti: «In poco tempo e con la necessaria gradualità», ha spiegato il ministro del Lavoro Cesare Damiano, il governo ha raggiunto «una tappa importante dell’azione sociale di questo esecutivo». Damiano è soddisfatto soprattutto perché, grazie al protocollo siglato con i sindacati il 14 luglio e approvato venerdì, «i lavoratori andranno in pensione a 58 anni e con 35 di contributi», i pensionati potranno contare sulla quattordicesima, i giovani con lavoro discontinuo avranno nuove tutele, tra cui la malattia, la maternità, il riscatto della laurea a fini pensionistici «con la previsione per questi lavoratori di avvicinarsi ad una pensione che sarà pari al 60% del loro ultimo stipendio percepito».

Ma venerdì è stato anche il giorno della Finanziaria. Sconti su Ici e affitti, aiuti per chi non riesce a pagare il mutuo sulla prima casa e norme per contrastare il caro-benzina. Insomma nella manovra approvata venerdì, per un totale di 16,4 miliardi di euro, non c’è solo il risanamento. Le novità della Finanziaria sono soprattutto all’insegna della redistribuzione. E della tutela del cittadino-consumatore. Arriva il bonus da 1200 euro l´anno per le famiglie con almeno quattro figli, calano le aliquote Ires e Irap mentre dal prossimo anno caleranno anche le tasse per i lavoratori dipendenti. Sul fronte della tutela del consumatore sbarca in Italia la class action, l’azione collettiva di risarcimento, e nasce il cosiddetto Mister Prezzi con il compito di vigilare su prezzi e tariffe.Tagli anche ai costi della politica, che porteranno a un risparmio di circa 3,5 miliardi di euro in tre anni. Il prossimo governo sarà più snello con un limite massimo di 12 ministri e 60 componenti per l’intera compagine governativa e arriva un contenimento degli sprechi anche su consiglieri e assessori: viene ridotto il numero, le indennità e i gettoni di presenza.

Da gennaio, dopo la firma del Capo dello Stato e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale entrambi i provvedimenti saranno leggi dello Stato. Intanto, si attendono anticipazioni su quali saranno i prossimi progetti in cantiere. Qualcosa si saprà nella conferenza stampa di fine anno che è in programma per il 27 dicembre. Lì, ha spiegato Prodi, lancerà le sue proposte per «imbullonare» un programma per il 2008 a cui vincolare gli alleati. Il presidente del consiglio è tranquillo, per niente preoccupato, anzi i successi del Senato lo hanno incoraggiato a dare «continuità all’azione che stiamo portando avanti». Serve però un rilancio forte dell’unità del governo, dopo i malumori serpeggiati in tema di riforme, in particolare tra i piccoli dell’Unione che sopportano malvolentieri il peso del partito Democratico all’interno della maggioranza.

Il primo passo da compiere, almeno nelle intenzioni di Prodi, è quello della riduzione della pressione fiscale e dell’aumento dei salari: insomma, rafforzare il potere d’acquisto delle fasce con redditi medio-bassi, così come da tempo chiedono i partiti della sinistra. Sul fronte “opposto”, invece, avanti tutta con le liberalizzazioni che piacciono tanto ai diniani, che continuano a ricordare al governo di avere «le mani libere». E poi ci sono le riforme, un’emergenza per tutti, da Bertinotti a Mastella.

Pubblicato il: 22.12.07
Modificato il: 22.12.07 alle ore 11.21

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71592