Archivio | dicembre 26, 2007

Banche, dal 1° gennaio arriva l’Iban: sostituisce Abi e Cab per i bonifici

Nuova normativa in vigore dal 2008 nell’ambito dei 31 Paesi che aderiscono alla Sepa
Per conoscere il nuovo codice di 27 cifre basta controllare l’estratto conto

ROMA – Dal primo gennaio cambiano le norme sui bonifici bancari: Cab, Abi, Cin e numero di conto vanno in pensione e vengono sostituiti dall’Iban (International Bank Account Number), il codice internazionale di 27 cifre per l’identificazione del conto corrente. La nuova normativa vale in ambito Sepa, cioè per effettuare bonifici nei 31 paesi che fanno parte dell’area unica dei pagamenti in euro (i 27 Paesi dell’Unione Europea più Svizzera, Norvegia, Islanda, Liechtenstein).

L’Iban è sempre indicato nell’estratto conto che la banca invia periodicamente al cliente; se si deve ricevere un bonifico e non si ha il codice a portata di mano, è possibile richiederlo alla propria banca in qualsiasi momento.
L’Associazione Bancaria Italiana ha messo a punto due guide, una per le famiglie e una per le imprese (realizzate in collaborazione con le associazioni di settore), per facilitare la vita ai clienti che si accingono a effettuare bonifici. Una sintetica guida online si trova anche sul sito delle Poste.

Solo nel 2006, gli italiani hanno effettuato oltre un miliardo di bonifici, per un ammontare di seimila e duecento miliardi di euro. I 27 caratteri dei quali si compone l’Iban corrispondono a numeri e lettere che identificano il paese, la banca, lo sportello e il numero di conto di ciascun cliente. Per motivi di leggibilità, l’Iban va indicato in blocchi separati di quattro caratteri, su moduli o bollettini cartacei, e senza spazi fra un carattere e l’altro su supporto elettronico.


“Con l’Iban si raggiungono facilmente e con certezza tutti i beneficiari in Italia e nei 31 paesi dell’area Sepa – spiega l’Abi -. I tempi massimi di esecuzione del bonifico saranno garantiti e certi: per un bonifico nazionale o internazionale (all’interno dell’area Sepa) occorrono al massimo tre giorni lavorativi bancari. Inoltre l’importo del bonifico sarà accreditato interamente: non sono infatti previste deduzioni da parte di intermediari”.

“Per facilitare la rapida sostituzione delle vecchie coordinate bancarie, è stato messo a punto – spiega ancora l’Abi – un servizio di allineamento elettronico archivi Iban che consente di aggiornare in modo automatizzato gli archivi dei beneficiari. Per le imprese e la pubblica amministrazione, che intrattengono rapporti con un’ampia pluralità di soggetti, infatti, acquisire i codici contattando direttamente le controparti potrebbe risultare difficoltoso”.

(26 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/economia/banche/arriva-codice-iban/arriva-codice-iban.html

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L’IBAN (International Bank Account Number) è lo standard di rappresentazione delle coordinate bancarie internazionali di conto corrente. Consente, secondo le regole stabilite dall’ECBS (European Commitee for Banking Standards), di identificare con certezza il conto e la banca del beneficiario. Lo standard europeo prevede che ogni Paese adotti un codice IBAN con una certa struttura e lunghezza fissa.
Per l’Italia la lunghezza dell’IBAN è fissata a 27 caratteri alfanumerici.

Per facilitare la trascrizione e la verifica dei Codici IBAN, dei vari Clienti e Fornitori, Gigaworld ha pensato di sviluppare un piccolo software (in filosofia FREEWARE) e dunque GRATUITO e liberamente diffondibile, per generare automaticamente il codice IBAN. Tale codice deve essere obbligatoriamente adoperato per effettuare i bonifici a partire dal 01/01/2008.

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2007 – Racconto di Natale

di Furio Colombo

Ogni Paese, in Europa, ha una sua tradizione per celebrare il fine d’anno e il solstizio d’inverno, una tradizione a volte ancora segnata da tracce di riti e usanze pagane che si intravedono dietro la festa cristiana. Di solito ogni tradizione si compone di due narrazioni, una di cattiveria e di egoismo, l’altra di buoni sentimenti, che poi generano doni.

Nella buona letteratura europea è toccato a Charles Dickens il compito di unire le due storie: l’uomo cattivo e insensibile agli altri, tormentato dai fantasmi del suo egoismo, alla fine deve cedere alla spinta non resistibile della bontà.

Dickens era uno scrittore realistico, con forte coscienza sociale, si direbbe oggi. Ma quel racconto, quando il cattivo signor Scrooge non riesce più a tener testa al fiume di buoni sentimenti, è sempre una fiaba? Non sempre. A volte è politica.

Per esempio la Svizzera. Forse non c’entra il Natale. Ma il governo e il Parlamento di quel Paese hanno deciso, nei giorni scorsi, di rimuovere il signor Blocher dal compito di capo del governo che gli era stato assegnato dopo una clamorosa vittoria elettorale. Blocher è un miliardario e un razzista, ha finanziato senza limiti la peggiore campagna elettorale del suo Paese, ha vinto con largo margine e si è insediato al centro del potere. Ma qui comincia il secondo racconto. Blocher ha coperto la Svizzera di manifesti in cui compare il volto di un immigrato nero e la frase «non venire, qui morirai di fame». Per dire: «Noi, a te, non daremo lavoro». Chi concepisce manifesti del genere ha anche un suo linguaggio da cui non può separarsi. E dunque la Svizzera – che pure aveva votato Blocher dopo essere stata travolta da un’ondata di paura per lo straniero – ha dovuto chiedersi se accettare come identità del Paese quei manifesti, quelle parole, quel personaggio. Ha deciso di no. Ha chiesto a Blocher di farsi da parte, anzi glielo ha imposto. Il suo partito ha vinto e potrà indicare un’altra persona per guidare il governo. Ma non Blocher, non il peggio. Un Paese ha una dignità e un’immagine che non possono coincidere con la visione rigorosamente razzista del miliardario Blocher.

È lo stesso percorso lungo il quale, anni fa, ma in questa stessa imperfetta Europa contemporanea, i francesi hanno detto no al razzista Le Pen e gli austriaci si sono liberati di un premier come Haider. La democrazia arriva carica di errori ma, specialmente se assistita dal Babbo Natale della stampa libera, sa dove scaricare il carbone e come sgombrare il campo da ciò che offende i cittadini e il comune senso del pudore. È lo stesso percorso, il racconto di Natale con il cattivo che deve arrendersi al bene, che si è compiuto in questi giorni in California. Nella prima parte del racconto il presidente americano Bush oppone il suo veto alla legge «socialista» appena approvata dal Congresso che prevede cure mediche gratuite per tutti i bambini d’America. Ma la seconda parte del racconto è la più interessante: il governatore Schwarzenegger, repubblicano come Bush ma umano come il Congresso democratico, ha presentato la sua legge salva-bambini. Tutte le cure sono gratuite e durano finché dura la malattia, non fino alla scadenza dell’età infantile.

L’Italia entra in questa tradizione della storia buona di Natale con la tenacia e la bravura con cui ha proposto – e ottenuto da un primo voto della Assemblea Generale dell’Onu – la sospensione delle esecuzioni (moratoria) della pena di morte nel mondo. Ha usato un misto di tenacia e prudenza, di ostinazione e rispetto, di gentilezza e fermezza che onora il Governo italiano e l’azione del suo ministro degli Esteri (altri governi, distratti o neghittosi, non si erano mai impegnati tanto). Ma senza dimenticare che quel modello di comportamento ha la sua impronta originaria nella storia dei radicali di Pannella e Bonino, tante battaglie perdute, tante battaglie mai finite, alcune vittorie che hanno cambiato il Paese Italia. Una, quest’ ultima, che – dalle tre stanze di una stradina di Roma, potrà forse cambiare il mondo. Non c’è esagerazione nel dirlo, soltanto cronaca, cronaca di Natale, se pensate quanto ha contato il simbolo di una «Marcia di Natale» contro la pena di morte a cui ha partecipato anche Giorgio Napolitano che allora non era ancora Capo dello Stato.

Ma poi l’Italia ne esce bruscamente con alcune vicende diverse e tristi, altrettanto coinvolgenti perché in nessuna di esse si vede l’uscita di sicurezza, quell’esito inaspettato e risolutivo che tutte le tradizioni narrative hanno sempre proposto.

La prima vicenda riguarda l’orrore del lavoro oggi in Italia, quel padre che, accanto al figlio morto bruciato a Torino, rimprovera se stesso per avere esortato suo figlio ad accettare il lavoro alle acciaierie ThyssenKrupp. «È un lavoro fisso, dura tutta la vita» avrà detto il padre che vedeva intorno le fila sconsolate dei ragazzi precari. La vita, nel caso di quel ragazzo e dei suoi compagni morti bruciati, è durata solo 26 anni.

E diciamo la verità. Quella vicenda l’abbiamo celebrata come una disgrazia grave ma che nella realtà può sempre accadere. Si fa un funerale in televisione, si fa un minuto di silenzio e poi si va al prossimo convegno sul costo del lavoro, sulla competitività e sulla celebrazione della flessibilità come sola strada – ti dicono – che porta al futuro.

Possibile che tanti esperti, anche con rilevanti curricula accademici, non si siano accorti che, togliendo ogni attenzione rispetto, rilevanza del lavoro, visto come «problema» invece che come l’altra parte del capitale, si semina morte? Possibile che non si veda il filo di connessione fra lo screditamento sistemativo del lavoro, presentato come la retroguardia frenante di imprese che altrimenti prenderebbero il volo, e il moltiplicarsi dei morti, che si accumulano anche mentre sono in corso celebrazioni di altri morti? In questa vicenda la seconda parte della storia – per esempio un convegno in cui almeno simbolicamente imprenditori ed esperti si occupano delle condizioni del lavoro, oggi, in Italia, non gente di sinistra, solo gente normale – continua a mancare. E il Natale di chi lavora, affannato anche dalla impennata dei costi di tutto, rimane disadorno.

* * *

Poi c’è la Lega. Parlo del partito di Bossi, della sua vitalità tetra e punitiva, sempre in cerca del peggiore alleato e del nemico da indicare alla folla. La Lega è il braccio armato di Berlusconi. Rappresenta tranquillamente le cose peggiori, nel più squilibrato dei modi (nel senso di incoerente, contraddittorio, pericoloso). Ma i leghisti dicono anche le cose più disumane, sicuri che tra minacce fisiche e intimidazioni a giornali spaventati dal boicottaggio, la passeranno liscia anche quando superano un segno che nessun paese europeo si sentirebbe di tollerare. Il segno lo hanno certamente passato nella loro manifestazione di Milano a sostegno dei “sindaci padani”. Che cosa vuol dire oggi, in Italia, «sindaco padano»? Vuol dire assumersi l’autorità, che non hanno, di espellere chi vogliono, quando vogliono, di proibire ai bambini immigrati la scuola e persino l’asilo, un tipo di barbarie di cui non si ha notizia in tutto il mondo civile. Basta dichiarare che le persone, le famiglie espulse, non hanno lavoro certo e reddito fisso, come tutti gli immigrati del mondo. È una regola che avrebbe cancellato tutta l’immigrazione italiana, irlandese, ebrea nell’America di cento anni fa, ovvero coloro che, con genio e lavoro, hanno fatto grande e unico quel Paese. Sarebbe importante leggere la storia di quelle ondate di immigrazione. Negli Stati Uniti, si studia fin dalle scuole elementari: quasi nessuno, di quei disperati immigranti, ha avuto per anni un lavoro fisso o un reddito certo, due tratti che sono per forza estranei alla vita dei poveri in cerca di sopravvivenza, anche perché, nel mondo disordinato di allora, nel mondo disordinato di adesso, tra necessità e pregiudizio, tra ,bisogno di sopravvivenza e ricerca di qualcuno che faccia mestieri che nessuno fa, il raccordo si forma faticosamente e senza simmetrie istantanee, che sono pura finzione.

Le patetiche figure dei cosiddetti «sindaci padani» che preparano il clima per disumane iniziative tipo Gentilini e Borghezio, vengono avanti con la sciarpa verde invece della sciarpa tricolore, che indossano i sindaci italiani. E’ un gesto che non potrebbero compiere in nessun altro angolo d’Europa. E in mezzo a loro, come in un vecchio film di Bob Hope, ma senza allegria, spuntano le facce dei patriottici esponenti di Alleanza Nazionale La Russa e Ronchi. Applaudono e approvano (cosa c’è di meglio di uno sfregio al Tricolore per le due faccine del partito nazionalista italiano?) e dicono ai giornali con una voce sola: «i rapporti con la Lega sono sempre stati ottimi». Sul fondo si ode la folla che urla «secessione, secessione».

Qualcuno più attento di loro (fra i grandi quotidiani italiani, Alessandro Trocino, Il Corriere della Sera, 17 dicembre), si è accorto dell’altro grido della folla leghista: «Montalcini fa in fretta, c’è Biagi che ti aspetta». Ma la maggior parte dei giornali, benevoli e guardinghi come al solito, quando trattano della Lega, saltano le invocazioni barbare e i ricorrenti riferimenti ai fucili e si sentono più al sicuro descrivendo così il capo lega Bossi, inventore della peggiore e più umiliante politica italiana: «Mezzo toscano in bocca, la voce roca per il gran freddo, il leader della Lega si affaccia sul palco in piazza del Duomo per gli auguri di Natale e cantare “Oh mia bela madunina”». Potrebbe essere, per un lettore inconsapevole della cattiveria volgare che dilaga in Italia, il ritratto di un Pertini o di un Altiero Spinelli in versione popolare. Eppure – mentre la folla ripete «Montalcini fa in fretta, c’è Biagi che ti aspetta» – il capo del braccio armato di casa Previti e casa dell’Utri scandisce: «Il Paese è stufo di illegalità, non toccate i sindaci padani se no mi muovo io…». Un po’ imbarazzante, d’accordo, se non ci fosse anche la minaccia fisica. Bossi sta di nuovo annunciando che dispone di squadre pronte a mobilitarsi. Verranno avanti dalla mucillagine, la metafora triste con cui De Rita e il Censis hanno descritto l’Italia di oggi. Certo l’Italia di Bossi.

* * *

Intanto al Senato, il capo lega padano Castelli si alza ogni cinque minuti per difendere con furore e passione l’ex comandante italiano della Guardia di Finanza, il generale Speciale, più noto per le sue vacanze in aereo di Stato che per le sue battaglie alla malavita. E mentre la vera Guardia di Finanza alacremente lavora (e con successo) a stanare evasori miliardari, Castelli e l’intero gruppo degli allegri senatori leghisti – che applaudivano in prima fila a Venezia, quando Bossi spiegava come usare la bandiera italiana nel cesso – si alzano come una squadrone di fedeli alla patria e alla tradizione nazionale, per elogiare, esaltare e invocare il generale disubbidiente. Certo non celebrano le tasse, che maledicono in ogni altro intervento, spiegando che Padoa Schioppa e Visco e le tasse hanno ridotto il Paese in rovina. Le loro invocazioni inneggianti a un ex generale della Repubblica italiana la cui unità essi tuttora contestano si deve al comprensibile furore per un mancato golpe. Nel cielo vuoto della cattiva politica i tratti di volgarità si riconoscono affini e si associano in un vincolo fondato sulla invettiva.

«Montalcini fa in fretta, c’è Biagi che ti aspetta». Come vedete la storia italiana di Natale non finisce bene, non per ora, non con questa gente, non in questo Natale. Ed è ancora più triste, in giorni come questi, che i difensori degli embrioni e della famiglia non abbiano sentito il bisogno di schierarsi subito dalla parte degli immigrati che stanno per essere deportati dai sindaci in sciarpa verde, se scoperti ad essere poveri.

Ed è triste che finora non abbiano avuto nulla da dire sulla infinita volgarità della folla (che forse, per fortuna, non era folla) di piazza del Duomo, a Milano. Non sto cercando il lieto fine che non c’è. Sto dicendo che se coloro che si stringono intorno al Papa si ritrovassero a anche intorno
alla comune difesa di alcuni grandi valori umani, comincerebbe la costruzione del legame di cui abbiamo disperatamente bisogno.

colombo_f@posta.senato.it

NON DIMENTICATECI, noi ragazzi della Thyssenkrupp di Torino


Ci scrive Gaspare

Chi vi scrive è un ragazzo della Thyssenkrupp di Torino.
Queste poche righe sono dedicate ai nostri colleghi che in questo Natale non sono con noi.

“Non dimenticateci.

Noi ragazzi con la morte nel cuore, che abbiamo visto i nostri amici
divorati dal fuoco, che abbiamo portato le loro bare, che piangiamo
lacrime di sangue e sudore.

Che speriamo per chi ancora combatte in un
letto d’ospedale con candide lenzuola di sofferenza.

Non dimenticateci.”


Gaspare Tre Re e gli operai della Thyssenkrupp.


Una rosa rossa per il sangue. Una rosa bianca per l’innocenza.
elena

mercoledì 26 dicembre 2007 h. 16:54

THYSSEN: UNICO SOPRAVVISSUTO GRAVE, MA STABILE

L’unico sopravvissuto dell’incendio alla Thyssenkrupp di Torino, Giuseppe Demasi, ha superato il Natale piu’ difficile della sua vita di ventiseienne nel centro grandi ustionati del CTO di Torino. Le sue condizioni continuano a rimanere gravi, ma sono stazionarie, fanno sapere i medici. Intanto i lavoratori dello stabilimento torinese della multinazionale tedesca anche nel giorno di Natale si sono alternati in brevi visite sia all’ospedale dove il collega e’ ricoverato che davanti alla fabbrica dove il sei dicembre il rogo si e’ portato via la vita di sei lavoratori.(AGI) – Torino, 26 dicembre.

fonte: http://www.agi.it/cronaca/notizie/200712261041-cro-rt11005-art.html

Esami di avvocato, vergogna italiana

Abilitazione truffa: sottaciuta dai media e legittimata dalle istituzioni. Da 10 anni denuncio al mondo l’anomalia dei concorsi di abilitazione forense, da Presidente di Taranto dei praticanti e degli avvocati e da Presidente di una associazione antimafia riconosciuta dal Ministero degli Interni. Da 10 anni il sistema, per ritorsione, mi impedisce di abilitarmi ad una professione che merito di svolgere. Le mie note stampa vengono ignorate e le mie denunce penali vengono insabbiate. Per il sistema devi subire e tacere.

“Bari – 17 dic. 2007 – Ombre sull’esame di avvocato tenutosi a Bari l’11, 12 e 13 dicembre scorsi. Un esposto molto dettagliato è giunto i giorni scorsi sul tavolo del Procuratore della Repubblica di Bari, Marzano. Nel mirino dell’anonimo che ha denunciato i fatti ci sarebbe un dipendente della Corte di Appello di Bari, che da anni prende parte all’esame di avvocati come vigilante o con mansioni amministrative. Nella denuncia si descrive nei minimi particolari il metodo utilizzato per aiutare i praticanti nel superare nel migliore dei modi le prove. Il funzionario in questione avrebbe fatto anche da collettore tra l’esterno e i concorrenti.” IO HO SEMPRE DETTO CHE IL CONCORSO E’ TRUCCATO.

“MILANO – 14 DIC. 2007 – «Siete tutti dei buffoni, l’esame è da annullare». Un giovane aspirante avvocato si alza dalla sua sedia e corre verso il presidente della commissione, l’avvocato Marisa Meroni, che sta leggendo le tracce dell’esame davanti ai circa 4mila esaminandi. Prende in mano il microfono, interrompendo la lettura e grida: «Questo esame è una farsa, c’è già chi conosce le tracce».” IO HO SEMPRE DETTO CHE IL CONCORSO E’ TRUCCATO.

“ROMA – 13 DIC. 2007 – «Uno scandalo senza precedenti», «un fatto inammissibile». Tracce e soluzioni online, addirittura prima dell’inizio degli esami. È quanto sta accadendo in queste ore secondo l’ANPA mentre si stanno svolgendo gli esami di avvocato in tutta Italia. Quello che è successo nei giorni scorsi potrebbe portare all’invalidazione dell’esame di stato per avvocati. L’associazione nazionale praticanti e avvocati che chiede anche le dimissioni immediate del presidente del Consiglio nazionale forense, l’organo che ha indicato i commissari d’esame.” IO HO SEMPRE DETTO CHE IL CONCORSO E’ TRUCCATO.

“Catanzaro: al concorso erano 2.585, fecero tutti lo stesso compito. Ora la prescrizione per candidati e commissari: l’inchiesta di Luigi De Magistris finisce nel nulla.” IO HO SEMPRE DETTO CHE IL CONCORSO E’ TRUCCATO.

“Roma: emanato il D.L. 112/03, convertito nella Legge 180/03. I nuovi criteri prevedono l’esclusione punitiva dei Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati dalle Commissioni d’esame e la sfiducia nei Magistrati e i Professori Universitari territoriali per la correzione dei compiti.” IO HO SEMPRE DETTO CHE IL CONCORSO E’ TRUCCATO.

Dalle prove acquisite, emerge essere,
come sempre, non solo vetusto nella forma, ma anche truccato nel merito. Si è rilevato che alcune commissioni in fase di correzione sono illegittime, perché non vi sono tutte le componenti professionali previste dalle norme. Si è rilevato che alcune commissioni: hanno aperto la busta grande, contenente due buste piccole; hanno aperto le buste piccole, una contenente il nome ed una contenente il compito; hanno letto e corretto il compito di oltre 4 pagine; i 5 membri si sono consultati; hanno dato il voto e il giudizio. TUTTO IN 3 MINUTI!

Il Tar ha dichiarato, 3 minuti
estremamente insufficienti per la correzione. Si è rilevato che alcune commissioni i compiti non li corregge, risultante dalla mancanza di glosse o correzioni; altre commissioni sottolineano, artatamente, alcune frasi del compito, senza aggiungere glosse esplicative; altre commissioni non motivano il punteggio; altre commissioni danno motivazioni antitetiche al punteggio; altre commissioni danno motivazioni illeggibili; altre commissioni modificano il punteggio per bocciare il candidato. Tutte nullità rilevate da pronunce del TAR. Tutte le commissioni adottano una percentuale media del 30 %, indotta dalla lobby forense, al fine di impedire l’accesso ai non sponsorizzati, in un concorso a numero aperto. Tutte le commissioni impongono impedimenti per la visione dei compiti in tempi ragionevoli al fine della contestazione. Che si provi a contestare CONCORSOPOLI FORENSE sui siti www.ingiustizia.info o www.controtuttelemafie.it!

Dr Antonio Giangrande
presidente Associazione contro tutte le mafie Taranto (26 dicembre 2007)

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=15838&sez=HOME_MAIL

Grazia a Contrada, Mastella accelera i tempi


Rita Borsellino: «Un’ipotesi molto grave»

Bruno Contrada (Foto Alessandro Fucarini - Ap)

ROMA (26 dicembre) – «Mi sembrava un atto dovuto, visto anche l’allarme destato dalle condizioni di salute di Bruno Contrada»: il ministro della Giustizia, Clemente Mastella – in un’intervista al Gr Rai – dichiara di ritenere «giusto» l’aver avviato l’istruttoria per un’eventuale concessione della grazia all’ex funzionario del Sisde, condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. L’istruttoria sollecitata dal Capo dello Stato prevede la richiesta dei pareri (tecnici e non vincolanti) alla procura generale di Palermo e al Tribunale di sorveglianza di Napoli. La sua durata – spiega Mastella – potrebbe essere breve: «In questo caso l’urgenza deriva dalle condizioni di salute. Normalmente per l’attivazione di questi strumenti si impiegano sei mesi. Io mi auguro che si faccia molto, molto prima».

L’interessamento del Quirinale e del ministero della Giustizia alla vicenda parte dal «dramma che sta vivendo Contrada – dice Mastella – Io valuto l’aspetto umano, come anche il presidente della Repubblica ha valutato questo». L’interessamento del ministero della Giustizia, inoltre, non è nuovo: «Per la verità – sottolinea il Guardasigilli – a seguito della lettera che mi era stata inviata dall’avvocato di Contrada, eravamo già intervenuti precedentemente sul Tribunale di sorveglianza di Napoli per vedere un po’ il da farsi, nei limiti di quello che non appare mai un’interferenza del ministro rispetto all’attività della magistratura». Quanto all’ipotesi di una revisione del processo, Mastella frena: «Non è qualcosa che attiene a me».

Rita Borsellino: la grazia a Contrada è un’ipotesi grave. Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso nella strage di via d’Amelio, chiederà un incontro al capo dello Stato Giorgio Napolitano in merito al dibattito in corso sulla concessione della grazia all’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, che lei giudica grave. «Ritengo questa ipotesi estremamente grave – dice Borsellino – Contrada è stato condannato per reati commessi tradendo la sua funzione di servitore dello Stato, quello stesso Stato per cui Giovanni, Paolo e tanti altri rappresentati delle istituzioni hanno consapevolmente dato la vita». Rita Borsellino aggiunge: «Comprendo i sentimenti di pietà che si possono avere nei confronti di un uomo nelle condizioni di Contrada, ma la sua vicenda giudiziaria ha sempre lasciato l’alea del dubbio sul fatto che il dirigente del Sisde abbia detto fino in fondo ciò che sapeva sulle complicità di parte delle istituzioni con l’organizzazione mafiosa».
Per RitaBorsellino, «coloro che si accingono a decidere devono sapere che questo dubbio si riaccenderà anche sul loro operato. Uno Stato deve sapere distinguere e ricordare, altrimenti il rischio, dirompente per un Paese democratico fondato sulla giustizia, è che domani possa apparire legittima e dovuta anche la grazia ai boss mafiosi. La mia richiesta al Capo dello Stato è da sorella di Paolo, ma anche da parlamentare e da cittadina italiana».

Associazione Georgofili: singolare la decisione di Mastella. «Come Rita Borsellino, anche noi chiederemo un incontro al capo dello Stato in merito alla concessione di grazia a Bruno Contrada»: lo annuncia in una nota l’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili. «E’ importante, da parte delle massime Istituzioni – spiega l’Associazione – ascoltare la voce di chi, come noi, ha pagato un prezzo incredibile, perché servitori dello Stato hanno tradito questo Paese. Ma soprattutto perché si sappia fino in fondo che la mafia in carcere condannata per le stragi del 1993 sta giocando una partita per lei molto importante a suon di ricatti».
«Ci appare alquanto singolare la decisione del ministro della Giustizia di concedere in tempi brevi la grazia a Bruno Contrada, condannato per il reato associativo – dice Giovanna Maggiani Chelli, membro dell’associazione – Ci permettiamo di ricordare che due degli stragisti del 27 maggio 1993, Cosimo Lo Nigro e Salvatore Benigno, non sono più, dopo solo 14 anni dalla strage terroristica ed eversiva di Firenze, detenuti al regime carcerario del 41 bis. Il ministro della Giustizia, in questo caso, malgrado le sue promesse, non ha certo provveduto a emettere un decreto tempestivo che sanasse l’affronto fatto alle vittime di via dei Georgofili».

Fondazione Caponnetto: la grazia è un messaggio deleterio. L’eventuale concessione della Grazia a Bruno Contrada incontra le critiche anche della Fondazione Caponnetto. «Il messaggio che verrebbe mandato al Paese nella lotta contro la mafia – afferma in una nota Elisabetta Caponnetto, presidente ad honorem della Fondazione – sarebbe, a mio modesto avviso, deleterio in quanto farebbe apparire lo Stato debole soprattutto nel non difendere la memoria di coloro che per servirlo sono stati uccisi. Si pensi a Falcone, Borsellino e ai tanti giudici e agli esponenti delle forze dell’ordine uccisi dalla mafia. Si pensi alle stragi del ’93. Si pensi ai tantissimi cittadini e ai giornalisti uccisi dalla mafia, nel corso degli anni. Tale atto di clemenza vanificherebbe il loro impegno, la loro onestà. Tale atto di clemenza renderà sempre più difficile educare alla legalità e al senso dello Stato gli studenti delle scuole italiane».

I fratelli di Contrada: Rita Borsellino rispetti il dolore degli altri. I sette fratelli di Bruno Contrada si dicono «rattristati dal sentire affermazioni crudeli» da parte «della signora Rita Borsellino», della quale «rispettano il dolore» e alla quale chiedono «rispetto per le sofferenze subite per 15 anni» da un uomo «condannato ingiustamente» e per il quale è stato avviato l’iter per la grazia, ipotesi ritenuta «grave» dalla sorella del magistrato.
«Nostro fratello sta male davvero – affermano Elisa, Romano, Vittorio, Maria Rosaria, Carlo, Ida e Anna Contrada – e ha settantasei anni e mezzo e potrebbe morire in qualsiasi momento, e la signora Rita Borsellino, che è farmacista, questo lo dovrebbe capire meglio di chiunque. Abbiamo sentito le dichiarazioni della signora Rita Borsellino, di cui rispettiamo il dolore sempre condiviso unitamente a tutti gli italiani, ma ci rattrista profondamente sentire affermazioni crudeli e gravi nei confronti di nostro fratello Bruno, della cui innocenza o colpevolezza non stiamo qui a discutere, anche se siamo sicuri che un giorno la vera giustizia ristabilirà la verità sulla sua vicenda giudiziaria».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=15840&sez=HOME_INITALIA

Dini spara a zero contro Prodi

Duro attacco del leader dei Liberaldemocratici al premier
“Assurdo pensare che solo lui possa guidare il Paese”

“Non ha i numeri per governare”

Dini con la (neocondannata) moglie

ROMA – “Il governo in Senato non ha più i numeri per governare. Ed è assurdo che Prodi pensi che soltanto lui possa svolgere quel ruolo”. Toni ultimativi. Che sembrano adatti ad un esponente dell’opposizione, più che ad uno della maggioranza. Lamberto Dini spara a zero contro l’esecutivo. Intervistato dal Gr3, il leader dei Liberaldemocratici annuncia la prossima uscita dalla maggioranza e spiega: “Nei prossimi giorni, nelle prossime settimane indicheremo quale sono le misure di cui il Paese ha bisogno per riprendere il suo cammino e superare il declino. Non è con la redistribuzione che si supera il declino, ma si lo si fa rilanciando l’economia e non è con quelle misure che sembra volere annunciare il presidente del Consiglio si possa rilanciare l’azione del governo”.

Severa la critica all’esecutivo anche per gli annunci di una nuova politica redistributiva del reddito: “Mi pare che siano mosse disperate. Il governo oggi raccoglie soltanto il 25% del consenso nel Paese, vuol dire che ha perso la metà di quelli che aveva al momento della sua installazione”.

Per il leader dei Liberaldemocratici quelle di Prodi sono proposte “disperate”. Il premier, insiste Dini, “ci dica dove va a prendere i soldi. Mi pare che l’intenzione sia quella di dare con una mano e riprendere con l’altra.

Non salva nulla Dini che si accanisce anche sulle dichiarazioni di Prodi sui danni della politica della spallata del Cavaliere. Ed è un attacco personale al premier: “Questa sembra essere la dichiarazione di una persona che pensa che soltanto lui possa guidare il Paese: una pretesa assurda. L’opposizione faccia il suo lavoro ed il governo il proprio. Per ora è soltanto perdita di consensi”.


Le parole di Dini vengono colte al volo dall’opposizione che rilancia la richiesta di scioglimento dell’esecutivo. “Molte componenti della sua coalizione ne ritengono conclusa l’esperienza. Nella verifica di gennaio, quindi, la maggioranza ha un solo nodo da sciogliere: prendere atto del suo esaurimento!” afferma il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa.

(26 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/politica/tensioni-unione-2/dini-avverte/dini-avverte.html

HAHAHAHAHA!!!!