Archivio | dicembre 27, 2007

Scariche elettriche per gli studenti violenti

QUANDO DA NOI?

Piccole dosi di elettroshock per ragazzi pericolosi, aggressivi, con ritardi o autolesionisti

NEW YORK – Pedagogia-shock per gli adolescenti aggressivi affetti da forme estreme di sindrome da “Arancia meccanica”? Negli Stati Uniti, anche se le punizioni corporali nelle scuole sono tuttora permesse in 21 dei 50 stati dell’Unione, la maggioranza degli educatori – e anche dei politici più progressisti – è schierata per l’abolizione di quelli che considera inaccettabili sistemi didattici da Medioevo. Rimane però sempre il problema di come assicurare nelle scuole più turbolente non solo la disciplina, ma nei casi limite perfino l’incolumità fisica di studenti e insegnanti. E la soluzione pragmatica adottata finora, almeno in alcuni casi a New York, è stata quella delle scuole cosiddette differenziali, dove gli alunni particolarmente violenti e pericolosi sono tenuti sotto controllo con metodi draconiani: compresa la somministrazione a piccole dosi di scariche elettriche.

LA POLEMICA Questa «terapia di aversione»,come rivela il New York Times, viene applicata trasferendo gli studenti più problematici in un istituto sperimentale del Massachusetts, il “Judge Rotenberg Educational Center” situato a Canton, nei pressi di Boston. Ma anche se i risultati, in termini di profitto scolastico e di minore aggressività, sembrano positivi, adesso il Provveditorato agli studi dello stato di New York ha deciso di non dare più corso all’esperimento, considerato incompatibile con i dettami della pedagogia permissiva e del “politically correct”. A questo punto, però, gli amministratori scolastici si sono trovati davanti a un ostacolo imprevisto: l’opposizione dei genitori, i quali protestano chiedendo che il metodo della rieducazione comportamentale accompagnata da scariche elettriche rimanga in vigore.

IL METODO«Molta gente – dice Susan Handon, una donna che vive a Jamaica, un quartiere popolare dell’enorme sobborgo multietnico di Queens a New York la cui figlia Carol, 20 anni, da quattro anni frequenta il Rotenber Center – pensa che si tratti di un sistema crudele soltanto perché non lo conosce. La verità, invece, è che Carol non solo non è affatto traumatizzata, ma ha smesso di saltare addosso alla gente e prenderla a pugni perché l’altra la pensa in modo diverso». La scolaresca nell’istituto è composta da elementi anche più estremi di quello di Carol. Le classi sono un campionario di soggetti sui quali invano hanno cercato di prodigarsi squadre di sacerdoti e assistenti sociali, consulenti filosofici e psicanalisti, psichiatri e psicologi dell’età evolutiva. Adolescenti affetti da autismo, ragazzi che si attaccano a morsi, sbattono la testa contro i muri o si infliggono spaventose mutilazioni.

LA TERAPIALa «terapia di aversione» funziona dotando ciascuno di questi studenti-pazienti di una serie di elettrodi collegati a varie parti del corpo, per trasmettere al soggetto una o più scariche elettriche a bassa intensità nel caso di comportamenti che l’educatore considera eccessivamente pericolosi o aggressivi. Ma questa tecnica viene considerata da molti scienziati, filosofi, moralisti e perfino politici, un inaccettabile rischio, che spianerebbe la strada a forme di controllo del comportamento con sistemi autoritari da Grande Fratello. Intanto, mentre lo stato di New York annuncia che a partire dal 2009 non rinnoverà la convenzione con la scuola sperimentale del Massachusetts, i genitori di oltre 40 studenti si sono riuniti in consorzio e hanno citato in giudizio il Provveditorato scolastico chiedendo che la terapia pedagogica d’urto continui. Con tanto di scariche elettriche.

Renzo Cianfanelli
26 dicembre 2007(ultima modifica: 27 dicembre 2007)

fonte: http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_26/elettroschok_Studenti_Usa_Boston_Cianfanelli_d4fc2ff0-b3fe-11dc-9250-0003ba99c667.shtml

Pratica barbara per alcuni, antidepressivo formidabile per altri Oggi si riapre il dibattito

La provocazione terapeutica
chiamata elettroshock

di CLAUDIA DI GIORGIO


E’ la più controversa delle terapie psichiatriche e torna ciclicamente ad occupare le prime pagine dei giornali, suscitando ogni volta polemiche roventi. Stiamo parlando dell’elettroshock, o, per usare il gergo medico, la terapia elettroconvulsivante, al centro, in questi giorni, dell’ennesima diatriba tra favorevoli e contrari. Inutile, repressivo e barbarico o insostituibile salvatore di vite umane? Ora da uno studio scientifico statunitense viene una provocazione – a favore dell'”elettro” – che merita di essere conosciuta. Proprio nei giorni in cui in Italia la circolare del ministro della Sanità Rosy Bindi, a favore di questa pratica, sta suscitando tante polemiche, nel mondo sia politico che scientifico.

Per il profano che non si accontenta di suggestioni emotive, è difficile districarsi tra le diverse posizioni e sfuggire alle evocazioni di tanto cinema e tanta letteratura. Lasciamo dunque da parte per un momento il ricordo delle immagini di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, (che sarebbe un po’ come tentare di formarsi un’opinione sulla chirurgia del trapianto di organi sulla base dei film di Frankestein), e vediamo anzitutto in cosa consiste oggi l’elettroshock. Il fondamento medico della terapia sta nella constatazione, che risale ai tempi di Ippocrate, che una convulsione di tipo epilettico ha effetti positivi sulla depressione.

Nel corso dei secoli, le convulsioni sono state provocate con vari metodi, spesso estremamente violenti e pericolosi, fino a quando, nel 1938, due medici italiani, Ugo Cerletti e Lucio Bini, non ebbero l’idea di ricorrere all’elettricità. Come molte altre terapie psichiatriche, nella fase iniziale l’elettroshock è stato usato in maniera grossolana, francamente pericolosa e talora utilizzata più per controllare i pazienti scomodi che per ragioni effettivamente terapeutiche. Ma dai tempi di Cerletti e Bini, la metodologia dell’ECT (per usare l’acronimo inglese di “electroconvulsant therapy”) si è evoluta e perfezionata ed oggi la pratica psichiatrica effettua quella che viene chiamata “terapia elettroconvulsivante unilaterale”, così detta perché coinvolge solamente uno degli emisferi cerebrali.

Niente sedie elettriche, legacci di cuoio e dosi elevate di elettricità somministrate quasi a casaccio. Oggi l’intervento viene eseguito con macchine computerizzate e programmate a seconda del paziente, in anestesia generale e con l’obbligatoria presenza di uno psichiatra e di un anestesista. Ed altrettanto obbligatorio, almeno in teoria, è il consenso del paziente o di chi ne fa le veci, che a termini di legge deve essere pienamente informato sul funzionamento della terapia e sui suoi effetti collaterali.

Al paziente vengono applicate due piastrine metalliche all’esterno dell’emisfero non dominante del cervello (il destro, nella maggior parte dei casi), attraverso cui viene fatta passare una corrente dell’intensità di circa 0.9 Ampere (tanto per intenderci, per accendere una lampadina servono 2 Ampere). L’energia è di circa 24 joules e il voltaggio utilizzato (si tratta di corrente continua, come quella delle batterie) è di circa 100-110. La scossa dura circa 0.14 secondi, e la convulsione che ne segue va da 10 a 40 secondi. La seduta viene ripetuta due o tre volte a settimana per circa un mese, a seconda dei casi.

Ma cosa fa la scossa elettrica? In pratica, riattiva di colpo i neurotrasmettitori, rialzando in particolare la noradrenalina, che nei depressi sarebbe estremamente carente. Equivale, insomma, ad una dose elevatissima di antidepressivi somministrata in un colpo solo, sostituendo l’intervento farmacologico che, in dosi equivalenti, sarebbe pericolosamente tossico.

Una scossa rivivificante, dunque, che rimette in moto meccanismi cerebrali devastati dalla malattia. Da usare, e questo viene sottolineato in tutti i testi ufficiali, anche i più favorevoli, solo ed esclusivamente per i casi di emergenza. Nel 1985, i National Institutes of Health americani hanno dedicato al problema dell’elettroshock un’intera conferenza, emettendo alla fine una sentenza favorevole alla sua applicazione. Citando direttamente dal documento finale emesso dai NIH, “nessuno studio ha rilevato un’altra forma di terapia che si dimostri superiore all’Ect per la cura a breve termine delle depressioni gravi.” L’unica terapia possibile, insomma, per i soggetti in condizioni acute, con evidenti intenzioni suicide, catatonia o mancata rispondenza alle cure farmacologiche. L’elettroshock permetterebbe dunque di recuperare un paziente a rischio di vita (oppure troppo anziano o debilitato per assumere farmaci) che potrà poi essere curato con antidepressivi e/o psicoterapia.

I fautori dell’elettrochock sostengono infatti che non è possibile mettere sullo stesso piano un intervento di emergenza, di durata limitata, come l’Ect e una cura lunga e complessa come quella psicoterapica, inapplicabile nella maggioranza dei casi acuti. E per molti soggetti, aggiungono, la psicoterapia è comunque improponibile, perché prevede la volontà del paziente a sottoporvisi, e gli strumenti culturali ed anche finanziari per proseguirla e trarne giovamento.

L’elettroshock uscirebbe quindi assolto e addirittura vincente nella letteratura medica più diffusa e recente. Ma non ne vanno per nulla sottovalutati gli effetti collaterali, che rimangono pesanti anche rispettando la metodologia prevista. I rischi di mortalità sono bassi (2,9 decessi su 10.000 secondo lo studio più pessimistico, 4,5 su 100.000 secondo il più favorevole) e vanno comunque confrontati con un rischio di suicidio che tocca una media del 15 per cento nei depressi gravi. Tuttavia, immediatamente dopo il risveglio, l’elettrochock provoca uno stato confusionale, in alcuni casi anche molto grave, ed una perdita di memoria che può coprire anche un arco di una decina di giorni.

Secondo i Nih, inoltre, l’1 per cento circa dei pazienti sottoposti a ECT può soffrire di forme gravi di amnesia, anche se generalmente i problemi si risolvono entro sei-sette mesi dal trattamento. Una ricerca condotta a tre anni dalla terapia, però, ha rilevato in molti pazienti un complessivo peggioramento delle capacità di memorizzazione. Un po’ salomonicamente, il panel di esperti dei National Health Institute (che comprendeva anche psichiatri decisamente contrari all’Ect), ha concluso la sua conferenza sottolineando che servono ancora altri studi sui meccanismi di base del funzionamento dell’elettrochock, raccomandando che la scelta della terapia venga effettuata solo dopo “una complessa considerazione di vantaggi e svantaggi a confronto con altre terapie” e ricordando che “per prevenire errori ed abusi è essenziale stabilire adeguati standard procedurali e di controllo dell’Ect”. Sembra insomma di poterne concludere che se gli abusi e gli errori del passato (sperando che appartengano solo al passato) non possono essere utilizzati come argomenti a sfavore della terapia, quando si troverà un’alternativa efficace all’elettrochock tireremo tutti quanti un bel respiro di sollievo. Pazienti, psichiatri e pubblica opinione.

fonte: http://www.repubblica.it/www1/fatti/elettro/elettro/elettro.html


LEGGETE ANCHE: LA TRUFFA “ELETTROSHOCK”

Pakistan, la vittoria dell’Isi

Pakistan – 27.12.2007
I potenti servizi segreti pachistani dietro l’assassinio di Benazir Bhutto

“So esattamente chi mi vuole uccidere”, disse Beanzir Bhutto dopo essere scampata all’attentato dello scorso 19 ottobre, puntando il dito contro l’Isi: i potentissimi servizi segreti pachistani. “Sono stati gli uomini legati all’ex regime di Zia-ul-Haq che ora alimentano il fanatismo e l’estremismo. Queste persone hanno un grande potere e sanno che lo perderanno se in Pakistan tornerà la democrazia”.

Zia-ul-HaqL’Isi di Zia-ul-Haq. Il generale Muhammad Zia-ul-Haq salì al potere in Pakistan il 5 luglio del 1977 con un colpo di Stato che depose il governo democratico del primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, padre di Benazir, che fu sommariamente processato e poi impiccato.
Zia, musulmano integralista, impose al Paese un regime di impronta fortemente islamica, emettendo decreti e ordinanze tesi a fare del Pakistan una società islamica basata sulla sharìa.
Negli anni ’80, durante la guerra in Afghanistan tra sovietici e mujaheddin, i servizi segreti di Zia divennero il braccio operativo della Cia statunitense per il reclutamento, l’addestramento, il finanziamento e l’armamento dei combattenti islamici afgani. L’Inter-Services Intelligence (Isi) diretta da Akhtar Abdur Rahman si trasformò in un covo di estremisti islamici frequentato da tutti quei personaggi che vent’anni dopo diventeranno la cupola di Al Qaeda e i leader dei movimenti jihadisti di mezzo mondo.
L’Isi è rimasta la principale centrale jihadista del pianeta anche dopo la fine del conflitto russo-afgano nel 1989, continuando a sostenere per tutti gli anni ’90 i movimenti integralisti sia in Afghanistan (i talebani sono una creatura dell’Isi) che in Kashmir (come arma contro il nemico indiano). Ma il potere degli “uomini legati all’ex regime di Zia-ul-Haq” di influenzare la vita del Paese fu assai ridimensionato con il ritorno alla democrazia durante i governi di Benazir Bhutto (1988-1990 e 1993-1996) e Nazaw Sharif (1997-1999).

MusharrafL’Isi di Musharraf. I ‘falchi islamici’ tornarono politicamente in sella nel 1999, dopo il colpo di Stato che portò al potere il generale Pervez Musharraf.
Da allora, questi personaggi non solo hanno continuato a intrattenere regolari rapporti con tutti i protagonisti del jihad antisovietica, Bin Laden compreso (Osama fu più volte ricoverato sotto protezione dell’Isi nella clinica militare di Peshawar, sia prima che dopo l’11 settembre 2001), ma hanno riacquistato una forte influenza sulla vita politica del Paese, ben consapevoli che questo loro potere può esistere solo sotto una dittatura.
Nonostante la decisione di Musharraf (obbligata e di facciata) di schierarsi a fianco degli Usa nella ‘guerra al terrorsimo’, l’Isi proseguì sulla sua strada sostenendo i partiti integralisti dell’opposizione islamica e dando riparo ai talebani e ai capi di Al Qaeda che fuggivano dall’Afghanistan nelle aree tribali di confine. Una strategia antioccidentale alla quale Musharraf non ha mai avuto la forza di opporsi concretamente, lasciando che in Paksitan nascesse un nuovo emirato islamico e un potente movimento integralista che rischia di prendere il potere in tutto il Paese, arsenali nucleari compresi.
Uno scenario di fronte al quale Washington ha deciso che fosse il caso di agire, promuovendo una transizione dalla instabile e ambigua dittatura di Musharraf a un’affidabile democrazia guidata da Benazir Bhutto, decisa nemica dell’integralismo islamico e dei suoi protettori all’interno dell’Isi.
Un programma che, ovviamente, non è piaciuto affatto né a Musharraf né ai servizi segreti pachistani.
Subito dopo l’attentato di oggi, il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, ha dichiarato: “E’ opera del governo”.

Enrico Piovesana

fonte: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9651


Rc Auto, stop all’imposizione dei prezzi minimi

L’Isvap: con risarcimento diretto costi giù dell’8%

ROMA (27 dicembre) – Le assicurazione non potranno più imporre prezzi minimi e sconti massimi da applicare agli acquirenti di polizze Rc auto. Lo ha stabilito l’Isvap, l’Istituto di vigilanza sulle compagnie, sottolineando che la disposizione è contenuta nel regolamento attuativo del pacchetto Bersani. Le società d’ora in poi potranno quindi solo stabilire in via preventiva la misura complessiva degli sconti riconoscibili alla clientela in un determinato arco di tempo (il cosiddetto «monte sconti»).

Il regolamento si inserisce nel contesto degli interventi di liberalizzazione previsti per frenare l’aumento delle tariffe Rc auto, tra quali spicca la riforma del risarcimento diretto. Secondo le simulazioni effettuate dall’Autorità di vigilanza – sottolinea la nota – il risarcimento diretto sta esercitando un effetto di contenimento dei costi per le imprese pari al 7-8% annuo. Il regolamento, «rendendo ancora più flessibili e trasparenti i prezzi finali al dettaglio e le condizioni contrattuali delle polizze Rc auto, crea le condizioni per una maggiore mobilità del consumatore, una più intensa concorrenza tra le imprese e dunque per il contenimento delle tariffe», aggiunge l’Isvap

L’istituto sottolinea infine come per «una maggiore trasparenza, in base al Regolamento le imprese sono tenute a mettere a disposizione del pubblico, presso ogni punto vendita e nei propri siti internet, i documenti precontrattuali, le condizioni generali e speciali di polizza praticate nonché‚ a rendere disponibile un servizio gratuito di preventivazione personalizzata».

Ai fini della flessibilità, l’Isvap «ha ritenuto compatibile con le finalità del pacchetto Bersani la permanenza di istruzioni impartite ex ante dalle imprese alla propria rete distributiva, volte unicamente a stabilire in via preventiva la misura complessiva del monte sconti assegnato a ciascun intermediario. È fatto invece divieto alle imprese di indicare alle proprie reti distributive limiti in ordine alla misura degli sconti praticabili ai singoli assicurati, rispetto al premio di tariffa».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=16005&sez=HOME_NOSTRISOLDI

Pakistan, uccisa Benazir Bhutto

Al Qaida rivendica l’attentato

Il marito: «È stato il governo»

Il luogo dell'attentato alla Bhutto - foto Ap - 220*136 - 27-12-07

Non è riuscita a sopravvivere più di dieci settimane in Pakistan. La morte di Benazir Bhutto è stata fin troppo annunciata: dopo alcuni tentativi falliti è stata uccisa in un attentato durante in comizio. Al Qaida ha rivendicato subito dopo la paternità dell’attacco suicida. Le minacce l´hanno accompagnata per tutta la sua carriera politica: il padre giustiziato, un fratello avvelenato e un altro ucciso a raffiche di mitra, il marito e il suocero a lungo in carcere, e ora lei, ultima vittima di un impegno nella politica del Pakistan, che non ha certo risparmiato drammi alla famiglia Bhutto.

Ex premier e prima donna a guidare il governo di un Paese islamico, la Bhutto era una vera leader, un punto di riferimento forte per il suo Partito Popolare Pachistano, il principale partito dell’opposizione e favorito alle elezioni dell’8 gennaio. Secondo le ricostruzioni dei presenti un uomo le si è avvicinato e ha iniziato a sparare. Dopo pochi secondi si è fatto esplodere, dilaniando i corpi delle persone vicine. In un primo momento era arrivata la notizia che la Bhutto era illesa perché aveva lasciato da pochi minuti il comizio. Poi che era ferita. Infine che la stavano operando.

I sostenitori della Bhutto, radunatisi intorno all’ospedale di Rawalpindi, hanno iniziato a intonare slogan contro il presidente Pervez Musharraf. «Cane, Musharraf cane», hanno urlato in preda alla rabbia. I più esagitati hanno sfondato la porta in vetro all’ingresso principale del reparto di terapia intensiva, altri sono scoppiati in lacrime. Quando la Bhutto è poi morta, alle 18.16 ora locale (le 14.16 in Italia), c’era chi si batteva il petto con la bandiera del Ppp avvolta intorno alla testa.

I suoi elettori si sono spinti in strada per denunciare la loro rabbia. Nella città di Karachi i negozianti sono stati costretti a chiudere i negozi dopo che alcuni sostenitori della Bhutto avevano iniziato a bruciare capi d´abbigliamento A Jacoband, nella città natale del primo ministro ad interim, sono state date alle fiamme il principale tribunale e un altro edificio. In altre parti del paese sono stati bruciati cartelloni elettorali del partito di Musharraf e la polizia è stata attaccata da manifestanti inferociti. Le forze paramilitari pachistane sono state poste in stato di massima allerta in tutto il Paese. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e manganelli per disperdere i manifestanti che protestavano a Peshawar.

Rawalpindi è una città di presidio, il che rende ancora più imbarazzante l’attacco kamikaze per le autorità militari. E nonostante la rivendicazione di al Qaida, a Musharraf guardano i sostenitori di Benazir Bhutto. La sua morte «è opera del governo», ha detto alla televisione indiana Cnn-Ibn il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, poco prima di partire da Dubai, dove una parte della famiglia vive in esilio, alla volta del Pakistan.

L’omicidio dell’ex premier pachistana mette in secondo piano anche le elezioni politiche del prossimo 8 gennaio, il cui svolgimento è a questo punto in forte dubbio come ha riconosciuto anche l´altro leader dell´opposizione, Sharif. «Credo che in questo momento nessuno di noi voglia pensare alle elezioni; dovremo sederci attorno a un tavolo insieme al partito Popolare, valutare molto seriamente la situazione e decidere che cosa fare nei prossimi giorni», ha detto Sharif. L’ex primo ministro è arrivato all’Ospedale generale di Rawalpindi e si è seduto in silenzio a fianco del corpo di Benazir Bhutto. Sharif ha promesso ai pachistani «di guidare la loro guerra».

Ma l´attuale presidente, Pervez Musharraf,
non sembra della stessa idea. Dopo aver condannato l’attentato e annunciato tre giorni di lutto, durante i quali le bandiere resteranno a mezz’asta. Il presidente ha inoltre invitato alla calma il Paese e accusato i terroristi per l’assassinio del leader dell’opposizione e ha annunciato che gli sforzi per combatterli saranno raddoppiati. Musharraf ha anche chiesto ai pachistani di mantenere la calma «per affrontare questa tragedia e il dolore con una risoluzione rinnovata per continuare la lotta contro il terrorismo».

Pubblicato il: 27.12.07
Modificato il: 27.12.07 alle ore 19.37 fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71676


Maradona inneggia al presidente iraniano Ahmadinejad e fa infuriare gli ebrei argentini

Diego Armando Maradona (foto Daniel Luna - Ap)BUENOS AIRES (26 dicembre) – «Ho conosciuto Hugo Chavez e Fidel Castro, ora voglio conoscere Ahmanidejad». Diego Armando Maradona, “nemico giurato” del presidente americano George W. Bush, da tempo si schiera contro i nemici giurati degli Stati Uniti. Questa volta però, oltre agli Usa, ha fatto infuriare anche gli ebrei argentini. Sabato scorso, durante un incontro con il rappresentante dell’Iran a Buenos Aires, Mohsen Bahavand – secondo quanto ha riferito la stampa locale – il Pibe de oro ha manifestato infatti il suo «sostegno al popolo dell’Iran: lo dico sul serio, sono molto vicino agli iraniani». Poi Maradona ha inneggiato al presidente Mahmoud Ahmadinejad, noto anche per aver negato l’Olocausto ed auspicato la distruzione dello stato d’Israele. L’ex campione del Napoli ha inviato al presidente iraniano una sua maglia autografata – che ora verrà collocata in un museo di Teheran – esprimendo anche il desiderio di conoscerlo personalmente.

Le parole di Maradona hanno provocato la sdegnata reazione della comunità ebraica argentina. Oggi l’Agenzia giudaica nazionale argentina ha fatto sapere di ritenere Maradona «il re di tutto ciò che c’è di più esecrabile», e ha affermato che ora chiederà provvedimenti a carico dell’ex calciatore. Secondo la comunità ebraica argentina, Maradona è anche «il servo sciocco di Chavez e una persona con un’attitudine scandalosa».

«Nell’entourage di Diego un eventuale viaggio dello stesso Maradona a Teheran viene ritenuto probabile», ha sostenuto poi il quotidiano Pagina 12, ricordando le tensioni esistenti ormai da anni tra Argentina e Iran a causa dell’attentato dinamitardo nel 1994 contro la sede di Buenos Aires dell’Associazione israelo-argentina (Amia), che provocò la morte di 85 persone. Proprio nell’ambito delle indagini di tale attentato, qualche settimana fa l’Interpol ha confermato i mandati di arresto internazionali emessi dall’Argentina nei confronti di cinque cittadini iraniani e di un libanese.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=15959&sez=HOME_NELMONDO

Colombia, ok del governo a Chavez

L’annuncio del ministro degli Esteri colombiano Fernando Araujo in presenza al Commissario per la pace. Ma non ci sarebbe la Betancourt

Il piano per liberare tre ostaggi

“Gli aerei impiegati nella liberazione dovranno avere la Croce rossa internazionale”
Chavez sicuro che “in 24 ore” saranno liberate Clara Rojas, il figlio e Consuelo Gonzales

Ingrid Betancourt. A sinistra un’immagine di cinque anni fa; fermo immagine del video inviato dalle Farc un mese fa


BOGOTA’ – Il governo colombiano ha accettato
l’accordo scaturito dal negoziato tra il presidente venezuelano Hugo Chavez con i guerriglieri delle Farc per la liberazione di almeno tre ostaggi.

La notizia, rilanciata con il carattere dell’urgenza dalle agenzie di stampa sud americane e ripresa subito in Europa, sembra un ottimo passo in avanti nella complessa strada delle trattative con i guerriglieri della Farc. Finora, infatti, le iniziative del presidente venezuelano non avevano mai avuto l’assenso e il consenso del governo di Bogotà. Ma al momento non ci sarebbero speranze circa la sorte di Ingrid Betancourt, l’attivista politica franco-colombiana ormai da cinque anni prigioniera dei guerriglieri nella jungla.

I dettagli e le modalità dell’accordo raggiunto da Chavez con i leader della Farc sono ovviamente segreti. La novità assoluta, la vera differenza, è che il “piano” segreto ha avuto l’ok del governo direttamente coinvolto, cioè quello di Bogotà. Una sorta di triangolo dove si è inserito Chavez.

L’accordo è stato annunciato dal ministro degli Affari esteri colombiano Fernando Araujo in presenza dell’Alto commissariato per la pace Louius Carlos Restrepo. “Il governo di Uribe – ha detto alla stampa il ministro – ha autorizzato la missione umanitaria per la liberazione di tre ostaggi nei termini proposti da Chavez in una lettera”.

Uribe ha delegato l’Alto commissario per la pace Restrepo “come suo rappresentante in questa operazione”. Parteciperanno, come custodi e testimoni dell’operazione, leader e politici del sud america tra cui Bolivia, Ecuador, Brasile, l’ex presidente argentino Nestor Kirchner ma anche delegati di Francia e Cuba.

La missione partirà da Caracas. Si raggiungerà in aereo la località colombiana di Villavicencio. Da qui si proseguirà in elicottero verso una destinazione tenuta segreta, dove i tre ostaggi, Clara Rojas, suo figlio e Consuelo Gonzalez, saranno liberati. “Per ragioni costituzionali – ha aggiunto Araujo – gli aerei implicati in questa missione dovranno portare l’emblema della Croce Rossa internazionale”.

L’accelerazione al complicato intrico di proposte, dichiarazioni e contrasti che ha caratterizzato l’ultima settimana è venuta oggi quando Chavez ha annunciato di aver raggiunto un accordo con le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). In una conferenza stampa al Palacio Miraflores di Caracas, il presidente venezuelano ha spiegato che è pronta una “carovana aerea umanitaria” di elicotteri con il simbolo della Croce Rossa, in grado di decollare non appena Uribe avesse dato il via libera all’operazione. Secondo Chavez
la liberazione potrebbe avvenire “tra stanotte e domani”.

Tutta l’operazione, specie se dovesse andare in porto, marca una svolta nei rapporti di forza tra i paesi e i leader sud americani. Specie tra Venezuela e Colombia. Quella di Chavez è stata una sorta di sfida a Uribe, che negli ultimi giorni aveva mostrato di non gradire affatto le intromissioni del focoso presidente venezuelano nel difficile negoziato tra governo e guerriglia. Chavez ha ricordato che diversi Paesi dell’area (Argentina, Brasile,Cuba, Ecuador e Bolivia, oltre alla Francia) hanno inviato loro rappresentanti per seguire da vicino l’operazione.

Per Ingrid Betancourt, l’ostaggio franco-colombiano ex candidata alle elezioni presidenziali, Chavez ha riconosciuto che i tempi saranno più lunghi.
“In una secondo momento” ha detto il presidente, sarà possibile liberare un secondo gruppo di ostaggi, tra i quali “la mia amica Ingrid Betancourt”. L’annunciata liberazione da parte delle Farc, ha concluso Chavez, “ci fa sperare che prima o poi saranno rilasciate tutte le persone che si trovano in mano alle Forze armate rivoluzionarie colombiane”.

(26 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/betancourt-mediazioni/ok-colombia-chavez/ok-colombia-chavez.html