Archivio | dicembre 28, 2007

Betancourt, parola di figli

Da Parigi sono arrivate lettere di un Natale triste, ma non lettere rassegnate. La speranza è il filo che lega voci lontane.


”Leggete queste lettere. Leggetele bene. Le voci che vi parlano svegliano la notte. Suono quotidiano nella giungla fra gli specialisti della violenza e dell’odio: la Betancourt le descrive con parole semplici, sconvolgenti… Leggere per voi è così poco. Per lei è un messaggio e una commovente offerta di solidarietà. Ingrid resta lucida e coraggiosa; eroica. Libera…”.
Comincia così la prefazione di Elie Wiesel, premio Nobel, scrittore che sessant’anni fa ha sopportato la stessa disperazione vagabonda di Ingrid, di Clara Rojas e del suo bambino, dell’ex parlamentare Consuelo Gonzales de Perdono: stanno marciando verso la libertà in chissà quale Amazzonia mentre la Betancourt resta prigioniera. “Lettres a Maman- par delà l’enfer”, lettera alla mamma oltre l’inferno scritte da Mélanie e Lorenzo, figli dell’ostaggio ancora sepolto nel gulag verde dei guerriglieri. Sei anni nelle mani dei signori di una guerra dimenticata; incatenata dall’ultimo liberismo selvaggio nel continente che cambia, prigioniera della nostalgia demenziale di una rivoluzione armata scopòta nel mercato coca e rapimenti.

Cinismi in apparenza diversi ma egoismo e vanità li avvicinano. La versione integrale della lettera di Ingrid e la risposta dei suoi ragazzi esce a Parigi il 3 gennaio, editore Seuil. Un amico mi ha spedito le bozze, ne anticipo qualche riga per far capire che non si tratta della furbizia di un istant book commerciale: è il solo modo concesso a Mélanie e a Lorenzo per far sapere alla madre che il mondo non l’ha dimenticata e che il dolore della sua immagine è una ferita aperta sotto le frivolezze del Natale mangia e compra. La Betancourt non deve essere dimenticata perché non è mai stata tanto in pericolo da quando il caso è scivolato nei geroglifici di un intrigo internazionale mentre le sua resistenza sta declinando.

Non dimenticarla con un libro vuol dire portare queste lettere ai microfoni di France International e di certe radio colombiane: ogni settimana leggono a chi è sperduto i messaggi dei familiari. “Vi ascolto e mi trema il cuore”, Ingrid si commuove nel ricordarlo. Wiesel non si commuove: ne è angosciato. L’angoscia di Ingrid lo riporta nell’Europa che gli ha rubato la prima vita. “Mai dimenticherò ciò che ho passato, anche se fossi condannato a vivere quando Dio stesso. Mai”. Deportato ad Auschwitz, vede sparire madre e tre sorelle nei forni di Hitler “perché inadatte al lavoro”, quel lavoro che sfinisce il padre fino alla morte. Trascinato a piedi nel gelo, non un pezzo di pane, arriva a Buchenwald con alle spalle i russi che inseguono i nazisti in fuga. Ricomincia da un orfanatrofio francese, fa il giornalista, incontra François Mauriac, scrive “La notte”, memoria che lo avvicina a Primo Levi: “Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere”.

Sfogliando la lettera della Betancourt, Wiesel ritrova i suoi passi nel buio: “Imprigionata, tormentata, torturata, abbandonata da troppi protagonisti, per troppo tempo, sprofonda nelle tenebre lontane del terrore”.
Scrive Mélanie “Mia piccola mamma, la tua lettera è arrivata da lontano, al di là dello spazio e del tempo. Nella giungla che ti trattiene sei lontana anche dal sole. Le tue parole ci hanno risvegliati. Abbiamo capito cosa vuol dire essere liberi…”.

Se la prosa “lucida” della Betancourt ricorda a Wiesel quel suo stringere i denti per resistere nell’Europa distratta, la grande informazione vicina al presidente della Colombia, Uribe, liquida l’appello della Betancourt con una compassione sospetta che la prefazione del grande scrittore rovescia senza pietà: Ingrid é lucida e consapevole, mentre nei bisbigli colombiani la si rappresenta come il fantasma di chi ormai non sa come è cambiato il mondo. Temendone il ritorno destabilizzante, cominciano ad inquinare le verità che la Betancourt può testimoniare e che già annuncia nei sogni scritti alla madre: rivuole una Colombia non liberista, ma solidale e consapevole dell’infelicità di milioni di diseredati. I figli hanno raccolto il messaggio e lo amplificano, e insistono senza tenerezze per nessuno. “Tutto continua a dipendere da certe persone: i dirigenti della Farc, il governo colombiano. Solo un pugno di uomini”, responsabili di uno strazio senza fine.

”Questi uomini non possono avere scuse. Hanno avuto tutto il tempo per riflettere sulle loro decisioni, hanno potuto valutarle milioni di volte continuando a ripetere: aspettiamo il momento giusto, che vuol dire aspettare di avere carte buone in mano per imporre il loro gioco. Oggi i giochi sono finiti. Non ci saranno altre partite. Questa è l’ultima partita. Le Farc devono essere coscienti che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, la loro decisione concluderà la storia. Se faranno un passo in avanti liberando gli ostaggi, la storia lo ricorderà. Ma se insisteranno nel rimandare la liberazione per guadagnare strategicamente qualcosa sentendosi protette dallo scudo delle vittime, alla fine perderanno. Saranno gli sconfitti della storia. Il presidente colombiano, dal quale si poteva pretendere più compassione, umanità o semplice protezione, ha lasciato passare questi anni (quasi sei) con una certa indifferenza; peggio, innalzando ostacoli ogni volta che si apriva uno spiraglio per far saltare la possibilità di tentare un accordo. Ci siamo sempre scontrati con un certo tipo di interessi che sfuocano in secondo piano la vita di coloro che noi amiamo… Se ammettono che è prioritario salvare esseri umani, le cose diventano semplici: accordarsi con la Farc per lo scambio di ostaggi… Le critiche che noi rivolgiamo al governo le abbiamo riascoltate in ogni altro paese, dall’America Latina all’Europa, Francia, soprattutto… Mi domando cosa pensi, mamma, in fondo alla foresta ascoltando briciole di informazioni alla radio… Forse non credi più alla possibilità di tornare. Io ci credo. C’è qualcosa che supera la nostra volontà. Tanti occhi sono rivolti verso voi ostaggi, sguardi che si indignano, coscienze che si svegliano, mobilitazione che attraversa il mondo… Mamma, sappiamo che bisogna fare in fretta. Sappiamo che stai toccando il fondo. Immaginiamo quanto sia difficile trovare la forza per un’altra notte di sofferenza, un’altra marcia forzata nell’inferno; altre umiliazioni… Non è una lettera d’addio. È una lettera di ben trovata. A presto, mamma”.

Nelle 169 pagine del libro si ringraziano Hugo Chavez e Sarkozy, Piedad Cordoba, senatrice colombiana che ha tirato i primi fili della mediazione coinvolgendo il presidente venezuelano. Su Uribe e il suo governo Mélanie e Lorenzo rovesciano parole di sdegno che la buona educazione prova a sfumare.

Uribe ha tolto a Chavez la mediazione mentre Chavez stava per ricevere la lettera e le immagini di Ingrid e di altri ostaggi dopo quattro anni di niente.Vice presidente della Colombia è Francisco Santos, fino a qualche mese fa tra i proprietari e direttore del “Tempo”, giornale senza rivali a Bogotà. La sua é una delle famiglie che dominano il paese. Quando Walter Veltroni espone l’immagine di Ingrid al Campidoglio, Santos protesta con una lettera ipocrita mandata al Corriere della Sera.

Betancourt, è importante come ogni altro ostaggio, ripete. Ma prima di lei le Farc hanno rapito altre 2000 persone. L’obiettivo non può concentrarsi su un solo prigioniero; deve programmare la restituzione immediata e senza condizioni di tutti. Principi sacrosanti che annunciano la paralisi. Fermi, aspettiamo.. Era il febbraio 2007. Si ricordavano i 5 anni di prigionia della signora che aveva sfidato Uribe alla presidenza promettendo un paese senza caste, multinazionali sotto controllo, politica solidale e sensibile al destino di 3 milioni di uomini e donne in fuga dalla guerra interna: profughi dimenticati. Il mese scorso il vice presidente Santos imbuca consigli più o meno uguali indirizzati ai sindaci di tante città francesi: non esponete il ritratto della Betancourt, non accentrate il problema degli ostaggi solo su questa donna. E mentre il Tiempo (comprensibilmente filo governativo) ne mette in dubbio l’equilibrio mentale temendone il ritorno e accusando Chavez di ingerenze inaccettabili per essere riuscito a provare che Ingrid è viva ed é prossima la liberazione di tre prigionieri importanti; mentre si sparge fumo per confondere le idee, il sindaco del diciottesimo arrondissement di Parigi copre i Campi Elisi con l’immagine della Betancourt. Adesso é più che mai in pericolo: i bombardamenti sbadati dell’esercito insistono con la soluzione di forza. Solo per caso – spiegano i ministri di Uribe – le forze armate colombiane manovrano in queste ore attorno alle frontiere amazzoniche verso le quali stanno marciando Clara, il suo bambino e il terzo ostaggio.

Camminano accompagnate dalle Farc. E se una pattuglia del governo “per caso” incrocia prigionieri e carcerieri, cosa succede?
A chi daranno la colpa giornali e Tv, in agguato per conto del presidente Uribe? Agli orribili guerriglieri, naturalmente, davvero orribili, non solo nella crudeltà, soprattutto nel dosaggio dei ricatti. Tre morti in più o in meno non cambiano il loro profilo morale ma regalano ad Uribe la rivincita sul Chavez che continua a mediare con l’appoggio a Washington dei senatori democratici James McGovern, Bill Delahunt, e Gregory Meeks.

Lontano dalla foresta per salvare almeno la faccia, Uribe fa girare la giostra degli appelli e degli abbracci con presidenti amici. Nebbia nella quale è complicato orientarsi. Confondere per non risolvere é l’ultima maniglia alla quale si aggrappa per non perdere il rispetto degli elettori e non avvilire la poltrona che vorrebbe eterna, proprio come Chavez ma nessuno se ne meraviglia. Mentre scrivo, Clara, il bambino e l’altra signora ostaggio attraversano l’Amazzonia chissà con quale fortuna.

Un giornale popolare di Bogotà gioca col Natale paragonando il loro viaggio alla fuga della sacra famiglia nell’Egitto accogliente di Gaza. Due mila anni dopo il mondo è davvero peggiorato. Gesù, Giuseppe e Maria si mettevano in salvo da Erode.
Il guaio è che nella Colombia dei nostri giorni di Erode ce n’è più di uno. “Cara Mamma, siamo fieri di te che rifiuti di giocare il gioco dei rapitori. Il tuo esempio ci ha fatto diventare grandi. Tu, noi, assieme”. E la speranza continua.

mchierci2@libero.it

27/12/2007
La cortesia dell’Unità

Maurizio Chierici | altre lettere di Maurizio Chierici

Supporters of hostage Ingrid Betancourt attend a candle-light ceremony outside the Notre Dame Cathedral in Paris December 22, 2007. People gathered to demand the liberation of the kidnapped former Colombian presidential candidate Ingrid Betancourt who has been held captive since February 2002. From Reuters Pictures by REUTERS.

Supporters of hostage Ingrid Betancourt attend a candle-light ceremony outside the Notre Dame Cathedral in Paris December 22, 2007. People gathered to demand the liberation of the kidnapped former Colombian presidential candidate Ingrid Betancourt who has been held captive since February 2002.

zoom

Supporters of hostage Ingrid Betancourt attend a candle-light ceremony outside the Notre Dame Cathedral in Paris December 22, 2007. People gathered on Saturday to demand the liberation of kidnapped former Colombian presidential candidate Betancourt who has been held captive since February 2002. From Reuters Pictures by REUTERS.

Supporters of hostage Ingrid Betancourt attend a candle-light ceremony outside the Notre Dame Cathedral in Paris December 22, 2007. People gathered on Saturday to demand the liberation of kidnapped former Colombian presidential candidate Betancourt who has been held captive since February 2002.

zoom

Supporters of hostage Ingrid Betancourt attend a candle-light ceremony outside the Notre Dame Cathedral in Paris, December 22, 2007. People gathered to demand the liberation of kidnapped former Colombian presidential candidate Ingrid Betancourt who has been held captive since February 2002. Banner reads, 'Mobilise for the Liberation of Ingrid, Clara and all the hostages in Colombia'. From Reuters Pictures by REUTERS.

Supporters of hostage Ingrid Betancourt attend a candle-light ceremony outside the Notre Dame Cathedral in Paris, December 22, 2007. People gathered to demand the liberation of kidnapped former Colombian presidential candidate Ingrid Betancourt who has been held captive since February 2002. Banner reads, ‘Mobilise for the Liberation of Ingrid, Clara and all the hostages in Colombia’.

zoom



Franco-Colombian politician Ingrid Betancourt, held hostage in Colombia by the Revolutionary Armed Forces of Colombia (FARC), appears on a giant screen, in front of the French National Assembly, 21 December 2007 in Paris. Colombian Marxist guerrillas confirmed the eve they would release three hostages, including a top aide Ingrid Betancourt, posting on their website a statement earlier released through Cuba. Subtitles read "no more kidnaping". From Getty Images by AFP/Getty Images.


Event.onDOMReady(function(){ DAYLIFE.PhotoZoom.init(‘photo_grid_layer’); DAYLIFE.PhotoGrid.init(‘photo_grid_layer’); });

La Binetti, neuropsichiatra che vuol guarire i gay

paola binetti

L’omosessualità è una malattia. E come tale va curata. A dirlo è la senatrice del Pd, nonché neuropsichiatra, Paola Binetti. Le risponde, dalle colonne de La Stampa, il segretario del suo partito, Walter Veltroni: «Una tesi sbagliata e pericolosa». Sbagliata, dice Veltroni, «perché l’omosessualità è una condizione umana che deve essere rispettata in quanto tale». Pericolosa, prosegue il leader del Pd, perché «asseconda il misconoscimento dei diritti delle persone omosessuali».

Veltroni accenna alle tappe compiute dal governo nella lotta alle discriminazioni: da un lato il ddl Pollastrini contro la violenza sessuale approvato dalla commissione Giustizia alla Camera. Dall’altro, l’impegno per il riconoscimento dei diritti delle unioni di fatto, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Riconoscimento, precisa Veltroni, che dovrà avvenire «con legge nazionale», visto che proprio a Roma, la città dov’è sindaco, l’istituzione di un Registro delle unioni civili è stata bocciata dalla sua stessa maggioranza.

Ma la Binetti non ci sta. E il giorno dopo, sempre dalle colonne de La Stampa, rincara la dose. Non vuole «diktat», la senatrice teo-dem. «È grave – comincia il suo intervento – che Veltroni, spinto dalle pressioni degli omosessuali, voglia soffocare il confronto su temi così importanti. No, Walter, non è con i diktat su unioni civili e omosessuali che si costruisce il partito Democratico». E a conferma della sua tesi, la Binetti rispolvera i suoi trascorsi professionali. La senatrice, che in passato non ha nascosto di usare il cilicio come forma di penitenza, altri non è che una neuropsichiatra. Una scienziata, insomma. «Ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare – azzarda – non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me perché dalla loro esperienza ricavano disagio, sofferenza, ansia, depressione e incapacità di integrarsi nel gruppo».

Nessuno lo mette in dubbio. Ma da una neuropsichiatra ci si aspetterebbe conforto e rassicurazioni sulla propria “normalità”, non certo di essere trattati come dei malati. Veltroni o non Veltroni, scienza o non scienza, comunque Paola Binetti non cambia idea: «La mia coscienza – dice – resta qua». E nessuno si illuda che le acque si possano calmare: «Non ho alcuna intenzione di uscire o di farmi cacciare». È una minaccia.

Pubblicato il: 28.12.07
Modificato il: 28.12.07 alle ore 16.29

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71707

BINETTI: GLI OMOSESSUALI SONO DEVIATI
CON REPLICA PEPATA DI GRILLINI



«L’Italia imbroglia sugli aiuti all’Africa»

Il leader degli u2: «Quando incontrai i capi di governo, uno si addormentò»

La denuncia di Bono: «Promesse non mantenute, come la Francia. Solo la Germania ha rispettato gli impegni»

OAS_AD(‘Bottom1’);

Bono

BERLINO L’Italia e la Francia non hanno mantenuto nessuna delle loro promesse sugli aiuti umanitari per l’Africa. A formulare questo durissimo giudizio, in un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco ‘Sueddeutsche Zeitung‘, è il cantante Bono, secondo il quale solo il cancelliere Angela Merkel ha tenuto fede agli impegni presi nel corso dell’ultimo vertice del G8 ad Heiligendamm.

IMBROGLIO «La Germania non ha imbrogliato – spiega il leader degli U2 al giornale – e lo si può constatare nella sua legge Finanziaria. Ad avere imbrogliato sono stati gli altri, la Francia e l’Italia. Durante un mio incontro con i capi di governo ad Heiligendamm – denuncia il musicista – uno di loro si è addormentato mentre stavo parlando». Alla richiesta di rivelare chi fosse ‘l’affaticato leader’, Bono si mantiene sul vago: «Nomi non ne faccio», taglia corto. «Forse è dipeso dal fatto che io sono un tipo noioso, ma la signora Merkel non si è addormentata. Ha mostrato interesse, e soprattutto non ha promesso molto e mantenuto poco. Sono stati specialmente gli italiani, invece, a violare tutte le promesse che avevano fatto».

TRA IMPEGNO E MUSICA Il cantante annuncia poi che i suoi molti impegni di carattere umanitario non gli impediranno di rituffarsi presto nell’attività musicale. «L’anno prossimo tornerò al mio naturale posto di lavoro – anticipa Bono – e registrerò un altro disco, anche se continuerò a viaggiare molto per conto dell’organizzazione umanitaria Data. I miei colleghi degli U2 – aggiunge con un pizzico di ironia – hanno però già inviato foto del sottoscritto a tutte le stazioni di polizia del mondo, con la richiesta di fermarmi e di rispedirmi subito a casa».

28 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_28/bono_italia_spagna_17bbcab2-b53a-11dc-b319-0003ba99c667.shtml


Dini: "Voteremo no se Prodi non accetta il nostro programma"

DIKTATDINI D’ITALIA..

Il senatore lib-dem accetta la “sfida” del premier che aveva detto: “Avanti finchè ho la fiducia”
Di Pietro attacca Dini: E’ solo un personaggio in cerca di autore”

Bertinotti: “Il Professore ha una chance: più potere d’acquisto ai salari”

ROMA – Lamberto Dini insiste e persiste nei suoi ultimatum al governo Prodi. Che Prodi ieri nella conferenza stampa di fine anno avesse sfoggiato “un ottimismo fuori luogo visto che il governo continua a perdere consensi” lo aveva già detto appena spenti i microfoni di villa Madama. Oggi ai microfoni del Tg2 il senatore leader dei Liberaldemocratici alza altri paletti: “Accettiamo la sfida del premier (“un governo si abbatte col voto di sfiducia, quindi che mi votino contro” aveva detto Prodi). Presenteremo un programma alternativo che dovrebbe essere accettato nella sua interezza. Se così non fosse, il nostro voto sarà negativo”.

Il giorno dopo la conferenza stampa del premier maggioranza e opposizione ragionano sulle parole, assai chiare, del Professore: il paese si è rimesso “in cammino”; quella del 10 gennaio “non sarà una verifica ma una messa a punto del programma”; “non ci sarà un rimpasto”; “interverremo per alleviare pressione fiscale sugli stipendi medio-bassi”; è allo studio “un patto per avere maggiori salari e più produttività”. Insomma, tutte le premesse per non accontentare Dini e i suoi lib-dem che invece puntano tutto sulla ripresa della produttività e quindi sull’abbattimento del debito pubblico e meno tasse alle imprese. Meno sociale, più imprese.

Da una parte gli ultimatum di Dini. Dall’altra le aperture di Bertinotti. Il Presidente della Camera “lascia” per un po’ la carica istituzionale e indossa i panni del leader politico, il leader della Cosa Rossa. E indica, ai microfoni del programma 7P di Rai-Parlamento, gli ingredienti principali della sua ricetta scaccia-crisi: “Prodi deve adeguare il programma, è la sua ultima chance”; il 2008 “deve essere l’anno del recupero del potere di acquisto dei salari” e quello in cui vengono realizzate “la riforma elettorale e le riforme istituzionali”. Insomma, Prodi ha una chance e se vuole può sfruttarla per garantirsi l’appoggio della sinistra radicale per tutto il 2008. E chissà, magari anche il 2009, il tempo necessario alle Riforme. libera .


Contro Dini, oltre le aperture della Sinistra radicale, oggi si schiera anche Antonio Di Pietro che lo bolla come ” un personaggio in cerca di autore pronto a saltare dalla nave perchè ha il timore che affondi. Invece la nave deve essere portata in porto”. L’ex pm poi lo inviata “ad interrogare la sua coscienza”.

Intorno al senatore lib-dem si compattano, come previsto, i centristi della maggioranza. Per Willer Bordon “la maggioranza non c’è più”. Il senatore dell’Unione democratica conferma che il 15 gennaio consegnerà “la lettera di dimissioni” e popi cercherà la firme “per un governo ponte” perchè è necessario concordare “un tempo per varare le riforme necessarie al Paese” per poi andare alle elezioni. Si tratta di “un’iniziativa che potrebbe avere l’appoggio di Dini e dell’area centrale della maggioranza. Mi piacerebbe -aggiunge Bordon- che partecipassero esponenti del centrodestra”.

(28 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/politica/tensioni-unione-2/dini-minaccia/dini-minaccia.html

"Morire di lavoro" – Il capestro si è trasferito in fabbrica

Stefano Corradino *

 ThyssenKrupp

«Questo 2007 è terminato grazie all’Italia, con la straordinaria moratoria sulla pena di morte. Allarghiamo il tema: nei nostri luoghi di lavoro si muore tutti i giorni dell’anno come dei condannati alla pena capitale o vittime di una guerra civile dove il “dio denaro” batte il tempo delle “non” regole. Perché? E la tv? Se ne occupa solo quando si è “costretti” da gravi tragedie, come quella della ThyssenKrupp, ma con il rischio di trasformarlo in un altro “caso” da talk show: Cogne, Garlasco, Perugia e ora Torino…» Daniele Segre, regista piemontese di 55 anni, autore di numerose opere premiate in festival nazionali ed internazionali è tornato sul set con un nuovo film denuncia Morire di lavoro, dedicato alla tragedia della ThyssenKrupp. Ha incontrato per un anno i lavoratori dell’edilizia di Lazio, Campania, Lombardia e Piemonte e i parenti delle vittime ed ora porta sul grande schermo storie quotidiane di illegalità sul lavoro.

Per quale ragione ha scelto di fare un film sulle morti nel mondo del lavoro?
Perché si deve fare e basta. Si deve intervenire in tutti i modi, con gli strumenti più adatti ed efficaci per poter riuscire a interrompere il bollettino di guerra che ci giunge dai luoghi di lavoro e che ogni giorno ci travolge, ci stravolge e ci indigna. Ho cercato più volte negli anni di dare il mio contributo di regista: dai lavoratori dell’Enichem di Crotone (’93), ai minatori della Carbosulcis di Nuraxi Figus (’94) agli operai di Villacidro (2000).

La sicurezza del lavoro come nuova frontiera di «impegno civile»?
No, come scelta di espressione, peraltro spesso difficile e impegnativa, perché certi argomenti non sono così in linea con i palinsesti del servizio televisivo pubblico e anche con quello distributivo cinematografico.

La tragedia della ThyssenKrupp ha “costretto” la tv ad occuparsene.
Costringere, appunto. Ma con il rischio di affrontare temi come questi con il clichet dei talk show: da Cogne a Garlasco a Perugia. Ora Torino… Un luna park degli orrori con i suoi eroi, positivi o negativi, uno spettacolo realizzato spesso per nutrire la nostra curiosità morbosa. Ma questa non è cultura, è sottocultura, anzi è anticultura, pericolosa e distruttiva. In un paese “normale”, una tv “normale” dovrebbe prendersi cura dei propri cittadini, nutrirli con la cultura e la conoscenza e metterli in condizione di vivere il più possibile consapevoli dell’importanza della vita e dei valori primari che connotano una civile democrazia. Alberto Manzi insegnava in tv agli italiani a leggere e a scrivere con Non è mai troppo tardi. Sembra passato un secolo. Oggi dov’è il ruolo di servizio pubblico?

«Morire di lavoro». Chi sono i protagonisti di questo suo nuovo film di denuncia?
Sono edili e familiari di lavoratori morti in Italia di cui ho parlato scegliendo una forma espressiva semplice: i protagonisti in primo piano che guardano l’obbiettivo e raccontano. Il loro sguardo è diretto agli occhi degli spettatori. La tragedia dei lavoratori deceduti è invece raccontata attraverso l’interpretazione di tre attori che raccontano di come sono morti lavorando in un cantiere, da Napoli a Milano, da Roma a Torino.

Chi l’ha aiutato in questa impresa e chi no.
Ho realizzato e prodotto questo film con la mia società di produzione «I Cammelli» dopo aver bussato a molte porte del sistema televisivo e cinematografico pubblico italiano. Ho ricevuto sonori «no». L’unico sostegno mi è giunto dal Piemonte Doc Fund e dal Sindacato Costruzioni Cgil.

Lei ha viaggiato un anno in quattro regioni d’Italia da nord a sud. Cosa accomuna queste realtà diverse?
Non conoscevo il mondo dell’edilizia se non in modo superficiale: grazie al Sindacato delle Costruzioni della Cgil ho potuto entrarci e approfondirlo. Le differenze tra il sud e il nord del paese sono molte, ma c’è un dato che accomuna i cantieri: la mancanza della legalità e del rispetto delle norme di sicurezza e dei più elementari diritti dei lavoratori. Dal nord a sud la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori è calpestata e offesa ogni giorno, la tristezza e la demoralizzazione per questa condizione è nell’espressione degli occhi, occhi velati di frustrazione e impotenza. La tragedia delle morti bianche ha riportato il tema del lavoro al centro della discussione collettiva. Sembrava che gli operai non esistessero più… Invece ci sono. E nei cantieri non hanno il diritto di parola e quotidianamente vivono l’angoscia di poter perdere il posto e tutto quello che psicologicamente comporta questa prospettiva.

Qui interviene il cinema, come uno degli strumenti per destare le coscienze?
Io penso ad un cinema in grado di restituire il diritto di parola negato da molto tempo. Oramai il mondo del lavoro non «esiste» più se non quando si muore e si fa notizia. Un cinema utile per «la ricostruzione dell’identità», non solo del mondo del lavoro… Per scatenare una reazione e per non rassegnarci all’idea di una umanità sconfitta. Qualche segnale positivo c’è. La moratoria sulla pena di morte, per esempio. Partiamo da qui, dunque, per questo grande impegno: nei nostri luoghi di lavoro si muore tutti i giorni come dei condannati alla pena capitale o vittime di una guerra civile dove il “dio denaro” batte il tempo delle “non” regole. Lanciamo una campagna per una «moratoria sulle morti bianche». E speriamo che cinema e tv la raccolgano.

* www.articolo21.info

Pubblicato il: 28.12.07
Modificato il: 28.12.07 alle ore 8.54

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71698


Pakistan nel caos, spari sulla folla

Scontri in varie città, decine di morti. Bomba contro il partito di Musharraf
Il capo di Al Qaeda in Afghanistan: “Grande vittoria”. Elezioni confermate

Migliaia per l’addio alla Bhutto

Incendiati posti di blocco, banche e carceri. Ferrovie bloccate, sciopero generale

La bara di Benazir Bhutto

ISLAMABAD – In centinaia di migliaia al funerale di Benazir Bhutto mentre nel Paese monta la violenza. Dopo l’attentato in cui è rimasta uccisa la leader dell’opposizione, la rivolta non accenna a placarsi. L’esplosione di un’autobomba nella valle di Swat, durante un comizio dei sostenitori del presidente Musharraf, ha ucciso un candidato del partito al potere e due suoi sostenitori. A Karachi, capitale della provincia meridionale del Sindh e roccaforte politico-elettorale dell’ex premier Benazir Bhutto, il ministro provinciale dell’Interno ha dato ordine alle forze di sicurezza della provincia di sparare ad altezza d’uomo contro i manifestanti. Cosa che è accaduta a Hyderabad, dove cinque dimostranti sono rimasti feriti. E in tutto il Paese almeno 20 persone sono morte negli scontri (FOTO). Tra le vittime anche un poliziotto. Decine gli arrestati.

SPECIALE REPUBBLICA TV: VIDEO, COMMENTI, ANALISI

I funerali. Centinaia di migliaia di persone hanno preso parte alla cerimonia nel villaggio di Garhi Khuda Baksh. Le esequie (FOTO) si sono svolte senza incidenti, con la folla che gridava “Benazir è viva”. La bara della Bhutto, avvolta nella bandiera verde, rossa e bianca del suo Partito popolare, è stata portata attraverso il piccolo centro a bordo di un veicolo bianco, seguita dal marito di Bhutto, Asid Ali Zardari, e dai loro tre figli in lacrime, rientrati per l’occasione dagli Emirati Arabi Uniti dove l’ex premier assassinata aveva trascorso oltre otto anni di esilio volontario. Scene di disperazione tra la folla al passaggio del feretro. Intonando lamenti, molti si sono battuti il petto in segno di dolore, altri hanno circondato il carro funebre nel tentativo di toccare la bara. La salma è stata tumulata nella tomba di famiglia accanto a quella del padre Zulfikar Ali Bhutto, il primo premier pachistano eletto con voto popolare nel 1973, deposto quattro anni dopo e impiccato nel 1979.


Gli scontri. Karachi è di fatto isolata dal resto della provincia. Sospeso il servizio ferroviario dopo che la folla aveva saccheggiato diverse stazioni e dato alle fiamme un convoglio. Disordini anche in altre città. Dati alle fiamme tre carceri del distretto di Thatta, liberati oltre 400 detenuti. Incendiati quattro posti di blocco istituiti dalla polizia; distrutti quasi 200 veicoli. Proclamato uno sciopero generale che viene osservato in diverse città del paese. Fermata ogni attività, mentre restano chiusi edifici governativi e scuole. Un tribunale, alcune banche e altre costruzioni sono state incendiate dalla folla inferocita a Jacobabad, nella provincia di Sindh. La gente ha preso d’assalto anche alcune banche e diversi negozi, inclusi quelli appartenenti ai familiari del primo ministro, Mohammedmian Soomro.

Elezioni confermate. Il Pakistan è sull’orlo della guerra civile ma il premier, per ora, dichiara che le elezioni previste per l’8 gennaio si svolgeranno regolarmente. “Si terranno per quando sono state annunciate ” ha dichiarato Soomro.

Attentato rivendicato da Al Qaeda. Al Qaeda ha rivendicato l’attentato di ieri contro la Bhutto. “Questa è la nostra prima grande vittoria contro coloro che si sono schierati a fianco dei miscredenti nella lotta contro Al Qaeda ed hanno dichiarato una guerra contro i mujahedin”, ha dichiarato Mustafa Abu al-Yazid, capo delle operazioni dell’organizzazione terroristica in Afghanistan, facendo riferimento a comizi elettorali in cui la Bhutto si era scagliata contro l’estremismo islamico. Anche il governo del Pakistan punta l’indice contro l’organizzazione terroristica: “Esistono tutte le possibilità che proprio i militanti di Al Qaeda siano dietro all’attentato”, ha affermato il portavoce del ministero dell’Interno, generale Javed Cheema.

(28 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/pakistan-1/disordini-al-qaeda/disordini-al-qaeda.html

Prodi: l’Italia è ripartita. Ora una sfida per il futuro

Tradizionale conferenza di fine anno organizzata dall’Ordine dei giornalisti a Villa Madama a Roma. Questa volta in diretta solo su Rai Uno e non sulle reti Mediaset come quando a farla era Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio coglie l’occasione per «un dibattito franco e aperto».

Alle “minacce” di Dini, Prodi risponde così: «Un governo si abbatte con un voto di sfiducia. Per abbatterlo bisogna pensare a quello che viene dopo. Per votare contro un governo occorrono delle motivazioni: se ho capito bene sono l’aumento della spesa pubblica e deficit. Oggi ho detto che il deficit è sceso al di sotto delle previsioni e la spesa pubblica è calata. Non riesco a capire l’intendimento espresso da Dini. Siamo stati eletti con un mandato, con un compito, e lo stiamo perseguendo».

E ancora sulla possibile sfiducia: «Molti si dimenticano che noi alla Camera abbiamo una larga maggioranza. Se ci sarà altro governo dovrà avere maggioranza anche lì: non è così facile».

«A gennaio non ci sarà una verifica (parola vecchia), ma confronto con forze politiche». «Un rimpasto? Il governo funziona, l’alto numero dei ministri è figlio della legge elettorale. Il mio precedente governo ne aveva nove di meno. Ora è difficile cambiare».

Prima delle domande dei giornalisti, l’intervento di Prodi. «L’Italia uscita dalle secche: aumento Pil intorno al 2 per cento da due anni, il deficit è molto più basso del previsto, intorno del 2 per cento: cosa che non succedeva dall’ultimo governo di centrosinistra».

E poi gli annunci: «Abbiamo intenzione di riformare profondamente enti previdenziali, razionalizzazione con risparmi di milioni di euro».

«Metteremo pannelli solari su tutti gli edifici pubblici, lampadine a basso consumo, entro il 2011 in vendita solo lampadine a basso consumo. Piano straordinario per dotare laboratori delle scuole medie. Più dignità ai nostri ricercatori. Comunità virtuale dei nostri cervelli in fuga».

Poi il piano salari: «Hanno perso loro valore d’acquisto. Bisogna cambiare rotta, per farlo legarli a produttività. Propongo un grande patto produttivo, inizieremo subito questa sfida. Forte operazione fiscale per salario medio basso.

E conclude così: «In politica è impossibile accontentare tutti. Continuerò su queste basi a ricercare sintesi all’interno della coalizione. Opererò con tutte le componenti della maggioranza».

«Quello che mi preoccupa è la mancanza di fiducia e clima di insicurezza che non permette di correre. Nel 2007 abbiamo superato il problema conti pubblici, questo ci permette di respirare e di mettere insieme politiche sociali importanti. Questo ci permetterà a fine legislatura a scendere sotto 100 % nel rapporto debito/pil».

«Il 2007 è stato l’anno della rimonta contro la mafia: assicurati a giustizia boss e mandanti. Cambiamento di clima soprattutto in Sicilia: i cittadini stanno alzando la testa. Ma non dobbiamo abbassare la testa».

«Altro grande tema è stato il contrasto alla violenza delle donne: abbiamo messo un grande impegno, ma è necessario un cambiamento delle mentalità ma serve il recupero di una parola spetto trascurata: rispetto».

«La disoccupazione al 5,7 per cento, nettamente sotto la media Europea. In più il pacchetto welfare ci dà la possibilità di ridurre la precarietà, si migliorano le condizioni lavoratori in modo sostanziale. Abbiamo fatto in modo che il lavoro precario sia sempre meno economico per le aziende».

«Un grande successo ci viene dai 190 mila lavoratori edili usciti da sommerso».

«La piaga dei morti sul lavoro è diventata emergenza nazionale. Ad agosto approvato testo unico, ora bisogna accelerare sulle norme e le aziende e i sindacati devono prendersi responsabilità».

«Voglio poi ricordare gli 800 milioni per la costruzione di asili nido».

«Non mi sembra salto logico troppo ardito passare a costo fisso ricariche cellulari e spero che presto il Parlamento approvi il terzo pacchetto delle liberalizzazioni».

«Un male ancora affligge la società italiana: il familismo corporativo con ognuno che pensa ai suoi interessi. Il bene comune invece deve essere invece la bussola del governo».

«Abbiamo portato avanti le prime operazioni per redistribuzione del reddito. Il tesoretto, come la stampa ha definito il lavoro certosino di lotta all’evasione e all’elusione fiscale, ci ha consentito di dare soldi a pensionati e incapienti. Poi il pacchetto casa».

«Ci sono cifre che fanno scarse notizie: se prima eravamo malato d’Europa ora sta passando convalescente. Crescita export dopo molti anni di perdita di quota ne è la conferma».

In campo internazionale Prodi ha ricordato le missioni all’estero e la moratoria sulla pena di morte: successi portati avanti grazie ad «una rete di relazioni migliorate».

«La necessità di surplus di moralità io l’avevo imposto assai prima delle inchieste giornalistiche sui privilegi della politica: serio taglio dei costi per dare efficienza e avvicinare politica ai cittadini».

«Il 2008 anno sarà anno cruciale che divide a metà legislatura, dovremmo scrollarci da dosso insicurezza e sfiducia. In questo primo anno abbiamo lavorato bene su conti pubblici. Non meno di 21 milardi di euro da recupero evasione fiscale».

Sul ritardo della riforma del sistema radiotelevisivo: «È vero, siamo in ritardo. È una risposta di debolezza ma è una risposta onesta».

Sull’Alitalia: «Il governo sceglierà senza farsi condizionare da pressioni e proteste».

Sulle conseguenze della crisi dei mutui americani sub-prime: «Risposta molto difficile. Ci saranno conseguenze per il calo della crescita degli Stati Uniti, ma credo che crescita dei paesi asiatici la bilancierà».

Pubblicato il: 27.12.07
Modificato il: 27.12.07 alle ore 16.34

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71673