Archivio | dicembre 29, 2007

Pakistan, Musharraf all’attacco


ینظیر بھٹو

MORTE BHUTTO, AL QAEDA: «Noi non UCCIDIAMO Le donne»

«Pugno di ferro contro le proteste»

Il leader taleban Mehsud nega le accuse del governo pakistano. Trentotto i morti dall’inizio delle proteste

Un’immagine da un nuovo video sulla fine della Bhutto: nel cerchio una pistola puntata contro di lei(Afp)

ISLAMABAD – Pugno di ferro per stroncare le proteste di piazza. Questa la linea imposta dal presidente pakistano Pervez Musharraf alle forze di sicurezza del Paese, da tre giorni nel caos, in seguito all’assassinio dell’ex premier Benazir Bhutto, morta in un attentato a Rawalpindi. A riferire la posizione di Musharraf i mass media ufficiali, secondo cui il presidente ha impartito tale direttiva nel corso di un vertice di emergenza con i propri più stretti collaboratori. «Gli elementi che cercano di sfruttare la situazione dandosi a saccheggi e devastazioni debbono essere trattati con fermezza, e tutti i provvedimenti del caso vanno adottati, onde garantire l’incolumità e la sicurezza della popolazione», sono le durissime parole attribuite a Musharraf. Ma la situazione resta difficile perchè i sostenitori della Bhutto ritengono proprio il presidente responsabile di non aver evitato l’omicidio. E contestano la versione ufficiale di una morte accidentale per un trauma cranico. La portavoce della leader uccisa sotiene di evere chiaramente visto almeno un foro di un proitettile sul capo di benazir. E nuove immagini diffuse dalla tv Dawn News mostrano almeno una o due pistole in mano a persone vicine all’auto prima dell’omicidio.
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38 MORTI – Si aggrava intanto il bilancio delle drammatiche giornate che, in Pakistan, hanno seguito l’assassinio della Bhutto: almeno 38 vittime nei disordini e decine di milioni di dollari in danni. Lo ha fatto sapere il ministero dell’Interno.

MEHSUD NEGA OGNI COINVOLGIMENTO In merito alle responsabilità della morte dell’ex premier il leader taleban Baitullah Mehsud, considerato il luogotenente di al Qaeda in Pakistan e ritenuto dal governo pakistano l’architetto dell’attentato che è costato la vita a Benazir Bhutto, nega ogni coinvolgimento nell’assassinio della ex premier. Lo riferisce un suo portavoce: «Lo nego fermamente. Il popolo tribale ha i suoi costumi, noi non attacchiamo le donne», ha detto il portavoce di Mehsud, Maulvi Omar, in una conversazione telefonica da una località sconosciuta. Ieri il governo pakistano aveva apertamente attribuito al leader taleban la responsabilità dell’uccisione di Benazir Bhutto giovedì a Rawalpindi.

COLPO ALLA TESTA «Benazir Bhutto è stata colpita alla testa da una pallottola» insiste da’altra parte la sua portavoce assicurando di aver lavato il corpo della ex premier pakistana prima della sepoltura e quindi di averlo personalmente constatato. Il corpo della Bhutto, uccisa giovedì a Rawalpindi, non è stato sottoposto ad autopsia e ieri i portavoce ufficiali del governo avevano sostenuto che la morte è dovuta all’urto contro il tetto dell’automobile su cui l’ex premier si trovava al momento dell’attentato.

IL VIDEO Le immagini di un video amatoriale girato negli ultimi stanti di vita di Benazir Bhutto e anche alcune foto confermerebbero che qualcuno ha sparato con una pistola almeno due colpi. Le immagini, mostratedal network Dawn News, mostrano chiaramente una pistola nelle mani di una delle persone che attorniavano l’auto della Bhutto. Non si vede tuttavia se quei colpi esplosi hanno effettivamente colpito la leader del Partito Popolare.

DIECIMILA IN PIAZZA CONTRO MUSHARRAF – Intanto circa 10 mila persone hanno partecipato ad un corteo di protesta sabato a Lahore, la principale città del Pakistan nord-orientale, scandendo slogan contro il presidente Pervez Musharraf e pregando per l’ex primo ministro Benazir Bhutto assassinata lo scorso giovedì a Rawalpindi.

29 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_29/bhutto_taleban_23ab5f30-b5e0-11dc-ac5d-0003ba99c667.shtml

La Spagna sdogana il «poliamor»

Niente più clandestinità e Natali solitari per le amanti: prende piede la convivenza ufficiale di coppie multiple


MADRID
– La Spagna potrebbe diventare la tomba ufficiale della monogamia se dovesse prendere piede “el poliamor”, la convivenza ufficiale di coppie multiple: marito e moglie con i rispettivi fidanzati, ufficiali e accettati di comune accordo. Niente più tresche clandestine, niente più frettolosi tradimenti all’ora di pranzo, niente più Natali solitari per le amanti. Relazioni ufficiali, sincere, durature e senza gelosie. Secondo un’inchiesta del quotidiano Publico, i “poliamori” sono già diffusi in Spagna, dove situazioni di questo genere raggiungono il mezzo migliaio, anche se quasi sempre sono tenute nascoste alle famiglie d’origine e ai datori di lavoro.

IO, TU E L’ALTRAIl modello è quello californiano degli anni ’60, ma con alcuni correttivi. Come la separazione dei beni. L’esempio tipico è una coppia, anzi un trio anglosassone, che vive nel barrio gotico di Barcellona e ha perfino un sito web www.poliamor.net. Dove l’ultimo aggiornamento, a dire il vero, racconta di vacanze natalizie separate per tutti e tre. Comunque il nucleo originale è formato da Roland Combes, quarantenne inglese, e Juliette Siegfried, coetanea statunitense, sposati da 10 anni e da 5 residenti in Spagna. Da vari mesi Roland ha una relazione con Laurel Avery, 32 anni, americana come la moglie, che lo sa e va ben oltre la rassegnata sopportazione: ha aperto la porta di casa alla fidanzata del marito. Non si definiscono “famiglia”, ma parlano di “esempio di poliamor”, che non c’entra con lo scambio di coppie, ma rappresenta una differente rete affettiva. Nella quale non è esclusa la possibilità di procreare e allevare figli: “In gruppo è anche meno faticoso” dicono. I seguaci hanno associazioni, testimonial (la modella delle Canarie Lilian Kimberly Jeronimo) e film di riferimento, come “Y tu mamá también” (E anche tua madre), del regista Alfonso Cuaron.

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NUOVI GRATTACAPI PER LA CHIESA SPAGNOLA Insomma nuovi grattacapi in vista per la Chiesa spagnola, già provata dai matrimoni omosessuali, e per la politica famigliare del governo socialista di José Luis Zapatero. Aperta e progressista sì, ma forse non fino a questo punto. Proprio per domenica prossima è prevista una nuova massiccia manifestazione cattolica a Madrid in difesa della famiglia tradizionale, con collegamento in diretta del Papa dal Vaticano.

Elisabetta Rosaspina
28 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_28/poliamor_rosaspina_a7621fc4-b542-11dc-b319-0003ba99c667.shtml


Omicidio in centro ad Orgosolo: ucciso poeta-sindacalista di 82 anni

Peppino Marotto era scrittore dialettale e cantante molto noto
Freddato con sei colpi di pistola alle spalle. “Indagini complicate”

NUORO – In un agguato in pieno centro di Orgosolo, in Sardegna, questa mattina è stato ucciso a colpi di pistola Peppino Marotto, di 82 anni. L’uomo, molto noto in Sardegna, era poeta e scrittore dialettale ed era stato un attivista della Cgil, tuttora impegnato nel sindacato.

E’ stato freddato intorno alle 10:30, con sei colpi di pistola sparati alle spalle mentre entrava in edicola, come faceva ogni giorno. Il killer, che sembra sia passato inosservato nonostante l’omicidio sia avvenuto in pieno giorno e al centro del paese, è fuggito a piedi facendo perdere le tracce nei vicoli del paese.

Marotto, responsabile dello sportello pensionati del patronato Inca della Cgil, era benvoluto in paese ed era noto per il suo impegno sociale nonostante, fanno notare gli inquirenti, avesse alcuni precedenti penali.
L’omicidio al momento sembra inspiegabile. La polizia sta sentendo alcune persone che potrebbero aver visto o sentito qualcosa. L’anziano sindacalista ha anche fatto parte del coro a tenores Supramonte di Orgosolo.

Tra le sue opere ci sono “Su pianeta ‘e Supramonte”, 1996, “Testimonianze poetiche in onore di Emilio Lussu”, 1983, “Cantones Politicas Sardas”, 1978. Ha anche dedicato un canto alla Brigata Sassari al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale. La scheda sul sito della casa editrice Condaghes, che ha pubblicato “Su pianeta ‘e Supramonte”, lo descrive così: “Le sue convinzioni di giustizia sociale e la sua caparbietà barbaricina gli son valse la galera e il confino. Il suo desiderio di comunicare gli ideali di emancipazione e di libertà lo hanno portato a cantare nelle piazze della Sardegna e del mondo. Ancora oggi Peppino Marotto presta il suo impegno nell’azionismo sindacale e per condurre nel suo paese una Camera del Lavoro”.

(29 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/omicidio-sardegna/omicidio-sardegna/omicidio-sardegna.html

Peppino Marotto, Sa lotta de Pratobello

da subcmarcos<!––> @ 2007-09-09 – 17:21:14

murales orgosolo 6

Canto a binti de maju sun torrados
Sos pastores in su sesantanoe
Tristos, né untos e nen tepenados.

Su vinti’e santandria proe proe
Fini partidos cun sa roba anzande
Da sa montagna, passende in Locoe;

càrrigos e infustos viaggende
cun anzones in manu a fedu infatti,
su tazzu arressu muttinde e truvande;

avvilidos, pessende a su riccattu
impostu da su mere ‘e sa pastura:
mettade ‘e fruttu e piùsu in cuntrattu.

Est obbligu emigrare in pianura
Pro salvare su magru capitale
Da sos frittos iverros de s’altura.

Tùndene e murghen pro su principale,
ma da su mere e da sa mal’annada
si ristabìlin in su comunale,

ca sa paga ‘e s’affittu est moderada
e poden liberamente pascolare
sen’agattare muros in filada.

Ma in lampadas devene isgombrare
tottuganta sa montagna orgolesa
pro vàghere una base militare.

L’ordina su ministru ’e sa difesa
cun manifestos mannos istampados,
postos in sos zilléris a sorpresa…

che bandu de bandidos tallonados.
E sos pastores cand’han bidu gai,
Sos cuìles in su bandu elencados:

Su pradu, S’ena, Olìni e Olài
Costa de turre cun Su Soliànu,
Loppàna, Ottùlu, Unìare e Fumài;

belle tottu su pasculu montanu
isgombru de animales e de zente
cheret su ministeru italianu,

espostu a su bersàgliu su padente
de bombas e mitraglias e cannone;
dana su bandu: pro motivu urgente

si riúnat sa popolazione
de ambo sessos mannos e minores
bénzana tottus a sa riunione.

S’improvvisana tantos oratores
e decidene de lottare unidos
istudentes, bracciantes e pastores;

d’accordu sindacados e partidos,
proclama cattolicos, marxistas:
sos bandidores síana bandídos…

Serran buttega artigianos, baristas,
e partin tottus, minores e mannos,
pro che cazzare sos militaristas:

pizzinneddos e bezzos de chent’annos
e zovaneddas de sa prima essida
han’indossadu sos rusticos pannos.

Tottu sa idda in campagna est partída,
in càmiu e in macchina minore.
Sa lotta durat piús d’una chida;

a Pratobello finas su rettore
ch’est arrivadu cun su sagrestanu
pro difende su pradu e su pastore…

Sos polizottos cun mitras in manu
Chircaìan sa lotta de virmare,
ma mutìana e currìana invano,

ca dae s’assemblea popolare
ch’in bidda si vaghìa frecuente
sa zente vi decisa a non mollare

e de lottare in modu intelligente
tuttuganta sa popolazione
contra cussu invasore prepotente:

respingere ogni provocazione,
bloccare cun sas massas sas istradas,
impedire s’sercittazione

de sos tiros a sas forzas armadas,
chi calpestare cherìan sas prendas
de sas terras comunes non muradas

dae s’edittu de sas chiudendas.
A sos sordados chi tentan d’esstre,
Sa zente che los tòrrad’a sas tendas,

Finas ch’hana decisu de partire,
unida e forte sa zente orgolesa
sa lotta vi disposta de sighìre.

E cando l’hana raggiunta s’intesa
Sos delegados dae s’assemblea,
a Roma, in su ministru ‘e sa difesa,

sos cumbattenttes de sa idda mea,
fizzos de sa Barbagia de Ollolài,
parìa sos sordados de Corea…

E una lotta de populu gai,
naraìan sos bezzos pili canos,
chi in bida insoro non l’han bida mai.

Tottus sos progressistas isolanos
Solidales, cun tanta simpattia
A Orgosolo toccheddana sas manos
E naran: custa sì ch’est balentìa.

(Traduzione: “Quando il venti di maggio son tornati/ i pastori nel sessantanove / tristi, né uniti né pettinati. / Il venti di novembre sotto la pioggia / eran partiti con le bestie che figliavano / dalla montagna, passando da Locoe; / carichi e fradici viaggiando / con agnelli in mano e la madre dietro/ il gregge magro chiamando e intruppando; / avviliti pensandola ricatto / imposto dal padrone della pastura: / metà del frutto e più in contratto. / è obbligo emigrare in pianura / per salvare il magro capitale / dai freddi inverni dell’altura. / Tosano e mungono per il principale, / ma dal padrone e dalla mal’annata / si rifanno nel comunale, / perché la paga dell’affitto è moderata/ possono liberamente pascolare / senza trovare muri in infilata. / Ma a giugno devono sgomberare / tutta quanta la montagna orgolese / per fare una base militare. / L’ordina il ministro della Difesa / con manifesti grandi stampati, / messi nelle bettole a sorpresa… / come bando di banditi tallonati. / E i pastori quand’hanno visto così, / gli ovili nel bando elencati: / Su pradu, S’ena, Olìni e Olài / Custa de turre cun Su soliànu, / Loppàna, Ottùlu, Unìare e Fumài; / quasi tutto il pascolo montano / sgombro di animali e di gente / vuole il ministro italiano, / esposta al bersaglio la foresta / di bombe e mitraglie e canone; / danno il bando: per motivo urgente / si riunisca la popolazione / di ambo i sessi, grandi e piccolini / vengono tutti alla riunione. / S’improvvisano tanti oratori / e decidono di lottare uniti / studenti, braccianti e pastori; / d’accordo sindacati e partiti / proclamano, cattolici, marxisti: / i banditori siano banditi… / Chiudon bottega artigiani, baristi, / e parton tutti, piccoli e grandi, / per cacciare i militaristi: / piccini e vecchi di cent’anni / e giovanette alla prima uscita / hanno indossato i panni rustici. / Tutto il paese in campagna è partito / in camion e in macchina piccola. / La lotta dura più d’una settimana; / a Pratobello anche il prete / è arrivato con il sacrestano / per difendere Su pradu e il pastore…/ I poliziotti con mitra in mano / cercano la lotta di fermare / ma chiamavan e correvano invano, / perché dall’assemblea popolare / che in città si faceva frequente / la gente era decisa a non mollare /e di lottare in modo intelligente / tutta quanta la popolazione / contro quell’invasore prepotente: / respingere ogni provocazione, / bloccare con le masse le strade, / impedire l’esercitazione/ dei tiri alle forze armate, / che calpestare volevan le perle / delle terre comuni non murate / dall’editto delle chiudende. / I soldati che cercan d’uscire / la gente li respinge nelle tende / finchè han deciso di partire, / unita e forte la gente orgolese / la lotta era disposta a continuare. / E quando l’han raggiunta l’intesa / i delegati dall’assemblea, / a Roma, nel ministero della Difesa, / i combattenti del paese mio, / figli della Barbagia di Ollolai, / sembravano i soldati di Corea… / E una lotta di popolo così, / dicevan i vecchi dai capelli canuti / che in vita loro non l’han mai vista. / Tutti i progressisti isolani / solidali, con tanta simpatia / Orgosolo applaudono / e dicono: questa si che è Balentìa.)”

I versi di Peppino Marotto sono stati ripresi da G. Pintore, Sardegna, Regione o colonia?, Mazzotta editore, Milano, 1974, pagg. 154-157).

Storie di Sardegna: I fatti di Pratobello

da subcmarcos<!––> @ 2007-09-07 – 09:15:30

Tra gli anni cinquanta e sessanta lo Stato Italiano decise di trasformare la Sardegna in una terra di militari, realizzando un’infinita serie di servitù militari che, ancora oggi, gravano sull’isola. I sardi poco riuscirono a fare per impedire la militarizzazione della propria terra. Solo le zone interne, come era già successo in passato, cercarono di resistere attraverso una mobilitazione che vide coinvolta tutta popolazione locale.

Ma ancora una volta fu, nel mese di Giugno del 1969, il piccolo e combattivo comune di Orgosolo a riprendere la lotta e a dimostrare all’opinione pubblica che, attraverso la mobilitazione, l’unità e la protesta era ancora possibile governare dal basso ed impedire l’imposizione di leggi sgradite e non accettate dalla popolazione.
La rivolta antimilitarista di Orgosolo è stata un momento importante e fondamentale degli anni sessanta, un evento che ha dato nuova e vitale linfa ai movimenti separatisti ed ha alimentato il dibattito politico regionale, riuscendo a coinvolgere sia l’opinione pubblica che i partiti politici.

Dopo essere stato al centro delle cronache durante l’anno precedente, in seguito ai quattro giorni di sciopero di novembre durante i quali fu riproposta in termini nuovi e rivoluzionari la questione delle “zone interne”, Orgosolo si ritrovò nuovamente sulle prime pagine dei giornali. Nonostante la difficile situazione del Nuorese e un quadro di grande agitazione, il ministro della Difesa aveva infatti elaborato un progetto per l’installazione di una servitù militare a Pratobello, che prevedeva la realizzazione di un poligono permanente e l’invio di contingenti armati sul territorio del paese, in zone tradizionalmente utilizzate per il pascolo delle greggi nei mesi estivi, dopo il periodo di transumanza trascorso durante l’inverno nelle pianure del Campidano.

Alla decisione del governo seguì, a partire dal 18 giugno 1969, la mobilitazione della popolazione di Orgosolo, ampiamente documentata dagli organi di stampa, ma anche del “controgiornale” curato dagli studenti di Orgosolo
Il giorno 18 giugno, il “controgiornale” degli studenti riportò i seguenti fatti:

“Nella piazza Pateri si svolge un’assemblea cui partecipa tutta la popolazione. All’unanimità viene presa la decisione di recarsi in massa, l’indomani mattina, nei pascoli di Pratobello per manifestare il dissenso di tutti i cittadini all’inizio delle esercitazioni militari e di impedirle con la presenza fisica di tutti gli orgolesi”.

Il 19 giugno “La Nuova Sardegna” scrisse:

“Oltre duemila orgolesi marciano su Pratobello. Nessun incidente, anche per il prudente intervento di autorità ed esponenti politici. Dure critiche degli altri centri barbaricini all’atteggiamento di Orgosolo che sconfessa l’ospitalità sarda. Orgosolo non vuole i militari, non vuole esercitazioni a fuoco… non vuole neppure nella zona del poligono di tiro… Su ciò non vi possono essere dubbi, purtroppo. Lo hanno detto, ribadito e dimostrato duemilacinquecento persone, giovani, vecchi, pastori, donne, ragazzi, contadini, studenti, operai. C’erano perfino un centenario ed un novantenne e due invalidi con stampelle. «Fuori, fuori dai nostri territori, dalle nostre montagne, dalle nostre campagne. Sono i terreni che conosciamo dai padri, dai nonni e dai bisnonni, dobbiamo disporne come meglio riteniamo», così hanno urlato oggi i dimostranti di Orgosolo ai tutori delle forze dell’ordine, ai loro dirigenti, ai militari che in autocolonna procedevano verso le montagne per picchettare la zona delle esercitazioni […] ”.

La lotta degli orgolesi durò circa una settimana e vene meno l’ipotesi della realizzazione del poligono militare. La lotta popolare aveva dimostrato che lo Stato difficilmente sarebbe riuscito a realizzare nuove servitù militari, su territori utilizzati da secoli per attività agricole e pastorali, senza il parere delle popolazioni coinvolte.
Come ha scritto G. Pintore, sul suo interessante volume “Sardegna, Regione o Colonia?”, riportando un dialogo (vero o falso che sia) tra un poliziotto e un pastore:

“Durante il tentativo militare di occupare il territorio comunale, un ufficiale chiese a un orgolese: «E quanti siete, voi, a Orgosolo?» Rispose: «Cinquemila siamo.» e l’ufficiale: «Non ce la fate con lo Stato.» L’ex pastore, sorridendo, lo rassicurò:«Oh, non si preoccupi, ce la facciamo, ce la facciamo.» Sarà un caso ma, anche quella volta, gli orgolesi ce la fecero”. (G. Pintore, Sardegna, Regione o colonia?, Mazzotta editore, Milano, 1974, pag. 15).

fonti: http://nursardegna.blogs.it/2007/09/09/peppino_marotto_sa_lotta_de_pratobello~2951338

http://nursardegna.blogs.it/2007/09/07/storie_di_sardegna_i_fatti_di_pratobello~2938915

31 dicembre: luci spente per i martiri del lavoro

Giorgio Santelli *

Milletrentotto morti. È il numero di chi è morto per lavorare in questo 2007 che sta per chiudersi. Donne e uomini che non hanno più un futuro, giovani e anziani che una mattina si sono alzati per andare a lavorare e la sera non sono più rientrati. Non solo italiani, ma anche extracomunitari, o cittadini di un’Europa unita che avevano raggiunto il nostro Paese per ottenere un riscatto sociale con un lavoro che avevano sognato ma che li ha uccisi.

Queste donne e questi uomini non festeggeranno la fine dell’anno. In Italia ci saranno più di mille famiglie che avranno ben poco da gioire per un 2008 che si aprirà con un affetto in meno e senza uno stipendio che, in molti casi, era l’unica fonte di reddito. Si spengano le luci, quelle pubbliche. Si dia un segnale forte perché non è più possibile morire per lavorare.

Noi di articolo 21 abbiamo lanciato questa proposta a tutti i comuni d’Italia. Sta viaggiando sul web, sta raccogliendo le prime adesioni di sindaci di grandi e piccole città. Per le metropoli sarà forse difficile spegnere tutta l’illuminazione pubblica, ma nelle forme e nelle possibilità possono scegliere di spegnere l’illuminazione di una parte della città, di alcuni palazzi pubblici, di una piazza famosa. Solo per un minuto. Il buio equivale al silenzio ed il fatto che questo possa accadere alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno può dare veramente il senso di quella che è una tragedia che di anno in anno si ripropone.

Articolo 21 ha colto il messaggio arrivato dal sindaco di Oriolo Romano Italo Carones che, per primo, ha affermato di voler spegnere le luminarie del proprio comune per ricordare le morti bianche. Pensiamo che questa sua iniziativa debba essere colta dall’Italia intera, dai comuni più colpiti a quelli che hanno avuto la fortuna di non avere cittadine e cittadini martiri del lavoro.

E non sarebbe certo male se all’iniziativa dessero la propria adesione – sebbene formale – le associazioni di categoria, le associazioni degli imprenditori, i sindacati per segnalare che quella delle morti bianche è una piaga che può e deve essere sconfitta. Come sarebbe bello se, nonostante la schiavitù dell’auditel, anche le televisioni italiane, pubbliche e private decidessero di osservare, nei modi che più preferiscono, un minuto di buio. Magari un semplice cartello, con la semplicissima scritta “Non si può morire per lavorare”. Sarebbe un segno di grande civiltà!

Chiediamo ai sindaci di partecipare a questo minuto della memoria dando la loro adesione al sito di Articolo 21

* di articolo 21

Pubblicato il: 29.12.07
Modificato il: 29.12.07 alle ore 11.20

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71726


Colombia, al via il piano Emmanuel: Chavez prova a liberare gli ostaggi

Partita l’operazione per la liberazione di tre ostaggi prigionieri della Farc
Il presidente venezuelano garante. Ok dei ribelli senza richieste per i prigionieri politici

Il piano: aiuti umanitari in cambio di Clara Rojas, il suo bimbo e Consuelo Gonzales

Il n.1 venezuelano punta alla leadership regionale. E chiama Oliver Stone per filmare l’evento

Hugo Chavez, il presidente venezuelano garante dello scambio con le Farc


BOGOTA’ – E’ il giorno X, quello dell’attesa liberazione.
O almeno “dovrebbe”, perchè in questa storia di ostaggi e guerriglieri, è sempre bene toccare i risultati con mano e non fidarsi troppo degli annunci. Comunque oggi, entro stasera o stanotte per via dei fusi orari tra l’Europa e la Colombia, dovrebbero essere liberati tre ostaggi “storici” nella mani della Farc da cinque anni. Si tratta di Clara Rojas, il figlioletto di tre anni Emmanuel nato da un rapporto con un guerrigliero e Consuelo Gonzales. Sono una collaboratrice (la Rojas) e una collega (Gonzales) di Ingrid Betancourt. La allora, era il febbraio 2002, fondatrice e candidata del partito di centro-sinistra Verde Oxigeno, non è nel gruppo dei tre ostaggi in via di liberazione. Ma non c’è dubbio che se questo rilascio dovesse andare a buon fine, si aprirebbe il conto alla rovescia anche per la liberazione della Betancourt.

La catena di mezzi, elicotteri e aerei, con la Croce Rossa internazionale è in azione dalla notte passata. Due elicotteri da trasporto sono in attesa all’aeroporto di Villavicencio, a 100 km a sud-est di Bogotà e ai piedi della cordigliera delle Ande. La destinazione di questi e altri mezzi è ovviamente tenuta segreta dalla Forze armate rivoluzionarie di Colombia. La catena di mezzi servirà a portare aiuti – non specificati – ai guerriglieri e alle popolazioni – si presume – della selva andina sotto il controllo delle Farc. Tutta l’operazione ha un nome in codice: “Emmanuel”. Ma porta soprattutto un nome e un cognome: quello del presidente venezuelano Hugo Chavez. Da mesi, e specie nelle ultime settimane, Chavez si è proposto, sponsorizzato anche da Sarkozy, come tramite per la trattativa con i guerriglieri. Questo ha lì per lì disturbato il presidente colombiano Uribe che infatti ha dato il via libera all’operazione di scambio solo il 26 di dicembre.


Tutto è pronto quindi per la “carovana aerea umanitaria” che ridarà la libertà ai tre ostaggi da anni in mano alle Farc. Compresi gli osservatori internazionali e i garanti di sette paesi voluti da Chavez: l’Alto commissario per la pace Luis Carlos Restrepo, l’ex presidente argentino Nestor Kirchner, leader politici di Bolivia, Ecuador e Brasile e delegati di Francia, Cuba e Svizzera. Ma Chavez è uomo di politica e di spettacolo e sa quanto possa “rendere” a livello di immagine questo salvataggio. Così a rendere ancora più spettacolare l’operazione, c’è anche la presenza nella città colombiana di Oliver Stone: il regista americano, che si definisce “un fan di Chavez”, sta girando un film sul Sud-America e documenterà la spettacolare liberazione.

Insieme alla franco-colombiana Ingrid Betancourt, i tre ostaggi fanno parte del gruppo di 45 prigionieri che le Farc (le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) avrebbero voluto scambiare con 500 guerriglieri detenuti dal governo di Bogotà. Ma l’accordo tra le parti non c’è stato ed è la prima volta, in cinque anni, che le Farc accettano un rilascio unilaterale e senza condizioni di ostaggi cosiddetti “politici”.

Elicotteri pronti, dunque. Ora si attende che i guerriglieri comunichino a Chavez le coordinate esatte del luogo individuato per la consegna (da qualche parte della giungla nel sud-est della Colombia), dando in questo modo il via libera alla seconda parte di quella lo stesso Chavez ha battezzato “operazione Emmanuel”. Il governo colombiano ha fatto sapere di aver mobilitato un centinaio di indigeni -uomini che conoscono palmo palmo le selve amazzoniche- che potrebbero fare da guida nelle ricerche. Una pattuglia delle Farc da giorni sta trasferendo gli ostaggi al luogo prescelto per la consegna, ma – secondo Chavez – le condizioni del tempo non ottimali, rendono la traversata difficoltosa. L’area individuata è un’ampia porzione di territorio (310.000 kmq) nella parte centrale e orientale della Colombia, una zona impervia dove ci sono pochissime strade, solo sentieri solitamente utilizzati dai trafficanti di droga per l’atterraggio dei velivoli.

Una volta raccolti i tre, i due elicotteri voleranno direttamente verso il Venezuela dove saranno accolti da Hugo Chavez – un altro punto difficile da digerire per Uribe – che con questo successo vorrebbe ipotecare la leadership regionale. Ma l’obiettivo numero 1 resta sempre la liberazione di Ingrid Betancourt.

(29 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/betancourt-mediazioni/fase-rilascio/fase-rilascio.html

Benazir Bhutto: "Se mi accadrà qualcosa la colpa è di Musharraf"

Condoleezza Rice rende omaggio alla Bhutto nell’ambasciata pakistana a Washington


di ALIK VAN BUREN

Se non fosse bastata la notizia della morte di Benazir Bhutto a scuotere la già vacillante politica della Casa Bianca in Pakistan, s’è aggiunto ieri il brutto livido di una possibile responsabilità, almeno indiretta, del presidente Musharraf nel destino della rivale. A puntare l’indice accusatorio contro l’ex generale è la copia di un messaggio spedito dalla stessa Bhutto all’alba del 26 ottobre a una serie di amici, nel quale presagiva la sua sorte.

Da ieri quelle sei righe inviate dal suo BlackBerry, firmate semplicemente “B”, circolano nella Casa Bianca e nel Campidoglio americano. All’amico Mark Siegel, democratico di vecchia data, già assistente della presidenza Carter e suo lobbysta a Washington, quel giorno lei scrive, telegrafica: “Se qualcosa dovesse accadermi, riterrò Musharraf responsabile. I suoi lacché mi fanno sentire insicura”. E’ trascorsa appena una settimana dal primo attentato cui è scampata, e riferendosi ai sistemi di sicurezza richiesti e mai accordati, Benazir accusa. “E’ impossibile che il divieto di prendere macchine private, di usare vetri oscurati, o dispositivi elettronici, o una scorta di quattro veicoli della polizia per proteggermi da tutti i lati possa essere stato decretato senza il suo accordo”.

Le fonti ufficiali tacciono sull’ennesima miccia che promette di mandare in frantumi la faticosa opera diplomatica imbastita da Washington per consolidare il suo alleato pachistano. A funestare i presagi piomba anche il bollettino di guerriglia urbana trasmesso dalle piazze del più popoloso Paese islamico al mondo dopo l’Indonesia, armato di un arsenale nucleare (voluto nel 1972 proprio da Zulfiqar Ali Bhutto, il padre “martire” di Benazir). L’apocalittico quadro delle 36 e più città pachistane pervase dal fumo dei pneumatici bruciati, i primi scontri sanguinosi tra le fazioni rivali della Lega musulmana (legate a Nawaz e Musharraf) esprimono attraverso l’immediatezza delle immagini quel che gli esperti riassumono in un interrogativo: “Scomparsa Bhutto dalla scena, il presidente Bush ha un piano alternativo?”.


La stampa americana conferma lo scacco inferto a Washington dalla perdita di un elemento essenziale nel progetto di Condoleezza Rice per puntellare l’uomo forte Musharraf, alleato e custode del bastione orientale della sicurezza americana nel Grande Medio oriente, rotta privilegiata di al-Qaeda nel transito verso l’Afghanistan, ma anche degli oleodotti costruiti fra l’Iran o l’Asia centrale e l’India, essenziali per la sicurezza energetica degli Stati Uniti. Per più d’un anno il Dipartimento di Stato s’era convertito nella quinta segreta dove s’andava ideando l’accoppiata politica con Benazir Bhutto per conferire una patina di rispettabilità al generale in precipitoso calo di popolarità. Questo mentre il New York Times calcola le scarse probabilità di sopravvivenza di Musharraf dopo l’assassinio di Bhutto, e per illustrare meglio la crisi sciorina i risultati di un sondaggio recente stando al quale già mesi fa il 67 per cento dei pachistani voleva le dimissioni del presidente, e il 70 per cento non intendeva rieleggere il suo governo.

Scomparsa Benazir,
“la politica degli Stati Uniti è andata in fumo”, concordano gli osservatori. La prescrizione impartita è altrettanto unanime, e accompagnata da molti qualificativi: soltanto se Musharraf reinsedierà la Corte Suprema, se i militari non interferiranno nella scelta di un nuovo leader del Ppp, se le elezioni saranno libere e trasparenti, se il regime militare lascerà il posto a un governo civile, si smorzerà forse la miccia della polveriera nucleare pachistana.

(29 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/pakistan-1/colpa-di-musharraf/colpa-di-musharraf.html

Pakistan, un Paese nel caos con l’incubo bomba atomica

di BERNARDO VALLI

IL PAKISTAN non è un paese come gli altri. E’ unico. E’ un paese musulmano dotato di armi nucleari. Il solo. Quando le strade delle sue città, a Islamabad, a Karachi, a Lahore, sono invase dagli integralisti sensibili ai richiami dei taliban e dei capi di Al Qaeda, arroccati nelle incontrollabili contrade pachistane confinanti con l’Afghanistan, gli strateghi del Pentagono vivono un incubo. E con loro gli inquilini della Casa Bianca che hanno puntato sul Pakistan per contenere il terrorismo, il cui epicentro, il cervello, si trova proprio in quell’area geografica.

Un incubo che è difficile non condividere
anche se non si condividono idee e responsabilità della superpotenza. Il Pakistan rappresenta da tempo un’incognita. La sua immagine è quella di un paese con due volti: talvolta prevale quello che esprime stabilità militaresca in una regione tormentata; talvolta quello che al contrario annuncia, minaccia esplosioni di fanatismo capaci di sconvolgere ancor più la già traumatizzata regione.

In realtà più che alternarsi
le due facce si confondono in un profilo ambiguo, che è poi quello descritto da Salman Rushdie, autore di un famoso romanzo (“Shame”) in cui racconta quel che si nasconde sotto la dura crosta musulmana della società politica pachistana. Lo leggevo a Islamabad, nei primi anni Ottanta, quelli dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, e i miei interlocutori pachistani si scandalizzavano alla vista della sola copertina.

Salman Rushdie emanava un odor di zolfo prima ancora di pubblicare ” I versetti satanici” che gli valsero la fatwa degli ayatollah iraniani. A quell’epoca il virus del terrorismo islamico non era visibile, ma la società era già abbondantemente percorsa dai demoni religiosi. Demoni annidati nelle origini dello stesso Stato nato dalla scissione dall’India multireligiosa. A Islamabad si diceva che per uno dei personaggi Salman Rushdie si era ispirato alla giovane Benazir Bhutto. E’ questo, soprattutto, che mi spinge a ricordare il romanzo.


L’assassinio di Benazir Bhutto, assurta giustamente a simbolo della democrazia insanguinata, non significa, comunque, il brusco prevalere del volto minaccioso del Pakistan, con tutti gli annessi demoni risvegliati dal timore di vedere gli integralisti al governo di una potenza nucleare. Siamo ben lontani da questo, anche se la semplice idea può togliere il sonno. O provocare incubi. Il pronostico più ragionevole è quello di un Pakistan sempre più oscillante tra le sue due anime. Vale a dire sempre più ambiguo. Ancor più agitato alla vigilia delle incerte elezioni dell’otto gennaio.

E questo basta per scardinare ulteriormente la strategia americana, condivisa dai principali paesi occidentali, nella regione. L’amministrazione Bush puntava su Benazir Bhutto per ricondurre il paese a una decente democrazia, dopo lo strappo autoritario di Pervez Musharraf. L’ideale sarebbe stata un’intesa, un compromesso tra i due. Il compromesso, che avrebbe meritato l’aggettivo di storico, è stato cancellato dal kamikaze. Ora i sostenitori della Bhutto vedono in Musharraf l’istigatore dell’assassinio.
Non sarà facile disinnescare le passioni.

Dall’11 settembre, dall’attentato alle Due torri, Bush ha considerato Musharraf il più stretto alleato nella “guerra contro il terrorismo”. La scelta era logica, obbligata. Senza l’appoggio del Pakistan era infatti impossibile intervenire in Afghanistan dove era annidata Al Qaeda, ospitata o subita dai Taliban. Non c’era un’alternativa anche se il Pakistan era al tempo stesso alleato dell’America e il retroterra di Al Qaeda e dei Taliban. E non solo perché il suo forte esercito (tre volte vittorioso nelle guerre con l’India) non era in grado di controllare la cossiddetta ” area tribale” a ridosso dell’Afghanistan. Né la sua polizia di sorvegliare sul serio i labirinti delle scuole coraniche, inevitabili vivai di integralisti e di naturali alleati dei fratelli afghani.

La non tanto segreta aspirazione di Islamabad era di ridurre l’Afghanistan alla condizione di un suo protettorato, e quindi covava l’inconfessabile speranza di vedere quel paese sfasciato e trascurato dalla superpotenza. La quale, oltre alla punizione dei dichiarati mandanti dell’attentato di New York, aveva come obiettivo la creazione di uno Stato afgano accettabile e sovrano.
Ecco ancora i due volti del Pakistan.

Il pericolo è adesso che la morte di Benazir Bhutto inquini o paralizzi il (già non facile) rapporto strategico tra l’Afghanistan e il Pakistan. Un rapporto vitale per evitare che il confine tra i due paesi sia un facile corridoio per i Taliban e gli uomini di Al Qaeda. Se i disordini dovessero estendersi, l’esercito pakistano sarebbe costretto a ridurre il suo impegno lungo la frontiera. Inoltre, le passioni che percorrono la società politica e militare potrebbero riservare sorprese. Dopo la morte di Benazir Bhutto, agli americani resta un solo personaggio su cui puntare: il discreditato Musharraf.

Hamid Karzai, il presidente afghano, contava su Benazir Bhutto per migliorare le relazioni con il Pakistan. Con Pervez Musharraf il dialogo non è mai stato disteso. E’ stato spesso appesantito dai reciproci sospetti. Insomma un rapporto avvelenato dalla diffidenza. Karzai aveva invece fiducia in Benazir Bhutto. L’ha incontrata in Pakistan poche ore prima dell’attentato. Hanno parlato appunto della necessità di rendere più impermeabile il confine. Un problema essenziale anche per le truppe occidentali (e tra queste quelle italiane) che operano in Afghanistan.

Anche nel resto del subcontinente, in India, tradizionale, storica rivale del Pakistan, non si nasconde l’inquietudine dopo il riuscito attentato di Rawalpindi.

Il primo ministro, Manmohan Singh, ha definito la Bhutto una persona di coraggio, che voleva finirla con “le sterili rivalità del passato”, e ha messo in stato d’allerta l’esercito al confine pachistano, come accade ritualmente ad ogni crisi da più di mezzo secolo. Anche l’India possiede armi nucleari. E non può che condividere l’incubo di chi pensa alla possibilità che un giorno gli integralisti musulmani possano assumere il controllo degli arsenali nucleari del Pakistan. Il pericolo, come ho detto, non è d’attualità. Ma basta l’idea.
(29 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/pakistan-2/pakistan-2/pakistan-2.html