Archivio | gennaio 1, 2008

Buon Compleanno, Costituzione!

La nuova emissione in distribuzione domani in tutti gli Uffici Postali

Ascoltate la Costituzione della Repubblica Italiana, compie 60 anni!

1 Gennaio 2008

Costituzione della Republbica ItalianaIl 1° gennaio 1948 è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana!

La Carta fondamentale dello stato e della società civile italiana dopo 60 anni è ancora il punto di riferimento per tutti e anche noi de il Narratore celebriamo questo anniversario proponendo all’ascolto tutto il testo costituzionale, che è scaricabile gratuitamente dal nostro Archivio audio.

Ascoltate qui sotto i primi articoli della Costituzione della Repubblica Italiana!

Tutti gli altri articoli disponibili alla seguente pagina dell’Archivio Gratuito.

Un invito all’ascolto per iniziare il 2008 un pò più consapevoli, e che sia un BUON ANNO dedicato alla cultura e alla conoscenza!

gli amici de il Narratore
www.ilnarratore.com


Se nascesse oggi..

di Maria Rosaria Baldin [Peacelink]


Se nascesse oggi
troverebbe frontiere chiuse
e polizia armata a
impedirgli l’ingresso
in un mondo di abbondanza,
impastato di paura e solitudine.
– Non c’è posto per i poveri nel mondo dei ricchi.

Se nascesse oggi
suo padre pagherebbe il viaggio
con il lavoro di un anno
e i prestiti di qualche parente.
Salirebbero in una carretta del mare
e il falegname dovrebbe reggere il timone.

Se nascesse oggi
vedrebbe la luce in una barca
carica di gente disperata
e all’arrivo troverebbe ad attenderlo
un Centro di Permanenza Temporaneo.

Se nascesse oggi
sarebbe un piccolo Rom di Tor di Quinto. La baracca
distrutta sistematicamente dalla polizia
e subito ricostruita da chi non ha
null’altro che la tenace speranza
di un futuro migliore per suo figlio.

Se nascesse oggi
sarebbe figlio di una clandestina
innamorata di un falegname italiano di Caravaggio
che non la può sposare perché
il sindaco non vuole
– i clandestini, si sa, sono tutti delinquenti.

Se nascesse oggi
sarebbe figlio di due neocomunitari
che non potranno avere la residenza
a Cittadella perché la loro misera capanna
non rispetta i requisiti igienico-sanitari richiesti.

Se nascesse oggi
nascerebbe in via Galvani,
nella Zona Industriale di Sandrigo,
paese di 8000 abitanti e dieci banche.
Vedrebbe la luce in una roulotte senza
acqua, luce, gas e riscaldamento
piccolo cittadino Sinto-italiano a cui
non sarà riconosciuta la residenza perché
“Sono già troppi, non c’è più posto”.

Nascerebbe – e nascerà –
senza essere riconosciuto,
se non da quelli come lui,
come duemila anni fa.
Nessuno gli porterebbe doni perché
“Abbiamo già i Nostri Poveri,
tanti e arrivati prima di Lui.
– Che aspetti il suo turno, perbacco!”.

Nascerebbe – e nascerà –
ultimo fra gli ultimi
a rischiarare testardamente
di inutile, indispensabile Speranza
un’altra alba che
solo i poveri sapranno vedere.

Mastella e il ‘caso’ Kassim. Come funziona la Malagiustizia

Un pacco indirizzato al ministro della Giustizia è stato intercettato in un ufficio postale romano. Sull’involucro, spedito da Bergamo, compare il nome di Elkassim, un cittadino italo-marocchino, detenuto in Marocco perché accusato di terrorismo

il Ministro di Giustizia, Clemente Mastella Roma, 31 dicembre 2007 – E’ arrivato a Roma, all’ufficio postale di via Bravetta, un pacco indirizzato al ministro della Giustizia Clemente Mastella con dentro un manichino incamprettato. Sopra il plico, inviato al Guardasigilli presso il Dap, c’erano etichette in arabo con la scritta in italiano ”www.giustizia e libertà per Kassim.net”. Sul posto è intervenuto il Commissario di polizia della zona, gli artificieri e agenti della polizia penitenziaria, che aperto il pacco hanno trovato il manichino.

Il pacco, un involucro di piccole dimensioni, è stato spedito, questa la data del timbro postale, il 24 dicembre scorso dall’ufficio postale succursale 1 di Bergamo. All’interno c’era, come si è appreso successivamente, un burattino in legno snodabile. Il nome Kassim, a quanto si è appreso da un investigatore, riconduce alla vicenda di Britel Abu Elkassim, il cittadino italo-marocchino, sposato con una donna italiana, detenuto in Marocco.

Elkassim, che abitava a Bergamo e aveva un permesso di soggiorno, viene arrestato nel 2002 in Pakistan, dove si trovava per lavoro, perché accusato di essere un terrorista seguace di Bin Laden e portato nel 2004 in Marocco, dove e’ stato condannato a nove anni di carcere per i reati di associazione sovversiva e per tenuta di riunioni non autorizzate.

Il 16 novembre scorso Elkassim ha cominciato uno sciopero della fame per protestare contro la sua illegittima scarcerazione. Il 20 dicembre il sindaco di Bergamo Roberto Bruni si e’ appellato al presidente del Consiglio Romano Prodi e al ministro degli Esteri Massimo D’Alema per chiedere un intervento del governo italiano a favore di Elkassim, facendo seguito alla richiesta di grazia presentata da tempo da parlamentari italiani ed europei a re del Marocco Mohammed VI. Alcuni parlamentari avevano fra l’altro fatto riferimento, in interrogazioni sulla sua vicenda, ai voli Cia con i quali i servizi segreti americani in vari Paesi avevano prelevato presunti terroristi.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/01/57197-manichino_incaprettato_recapitato_mastella.shtml

L’APPROFONDIMENTO

DAL BELLISSIMO BLOG DI MATTEO GHIONE

http://no-racism-news.noblogs.org/


Parla dal carcere il concittadino finito nell’incubo dei voli Cia. Catturato in Pakistan, interrogato dagli americani, trasferito in Marocco, torturato e condannato a 9 anni, Kassim Britel è una vittima collaterale della guerra al terrorismo. Di cui Roma sembra essersi dimenticata …

Extraordinary rendition
«Io, musulmano italiano, lasciato marcire in Marocco» Parla dal carcere il concittadino finito nell’incubo dei voli Cia.
Catturato in Pakistan, interrogato dagli americani, trasferito in Marocco, torturato e condannato a 9 anni, Kassim Britel è una vittima collaterale della guerra al terrorismo. Di cui Roma sembra essersi dimenticata

di Stefano Liberti – fonte Il Manifesto

La voce arriva stanca ma distinta dal fondo della cella. «L’Italia mi ha abbandonato. Mi lasciano qui, in carcere a marcire, solo perché sono musulmano». Abou ElKassim Britel, detto Kassim, 40 anni di cui 18 trascorsi in Italia, cittadino italiano dal 1999, ha un tono pacato, nonostante la drammaticità della sua storia. Una storia di abusi e torture, degna del film di Alan Parker Fuga di Mezzanotte, cominciata nel 2002, in Pakistan, quando è stato catturato dai servizi di sicurezza di Islamabad, torturato, interrogato dagli americani, poi trasferito in Marocco (suo paese d’origine), ancora torturato e detenuto in un luogo segreto, liberato e quindi nuovamente incarcerato nel 2003 e condannato a nove anni di carcere per «organizzazione sovversiva e riunioni non autorizzate».

Lo raggiungiamo al telefono nel carcere di Ain Bourja, a Casablanca, dove è stato recentemente trasferito dopo aver trascorso tre anni nella dura prigione di Salé. «Un posto allucinante, dove stavamo in otto in celle di cinque metri per tre, ci era consentita mezz’ora d’aria al giorno, esclusi il sabato e la domenica, il cibo era pessimo e potevi anche non essere visitato da un dottore per un mese e mezzo».

Lo sciopero della fame

Kassim paga lo scotto di essere un musulmano ai tempi della guerra globale al terrorismo. Condannato per reati associativi a seguito di un processo farsa durato mezza giornata, è stato dimenticato dal nostro ministero degli esteri, nonostante la strenua battaglia condotta dalla moglie Anna Lucia Pighizzini (convertitasi all’Islam con il nome di Khadija). «Ogni tanto mi viene a far visita il console. Mi dice che si stanno muovendo per farmi avere la grazia, ma io non mi fido più». Così Kassim ha cominciato da un mese uno sciopero della fame ed è fermamente intenzionato ad andare avanti. Ritiene l’Italia direttamente coinvolta nel suo caso, non solo per il disinteresse mostrato dal governo di Roma, ma per quella che definisce «una partecipazione attiva dei servizi di intelligence». «Quando mi hanno preso in Pakistan, nel 2002, ho detto subito sia ai servizi pakistani che agli americani che ero un cittadino italiano e che volevo parlare con la mia rappresentanza consolare. Loro mi hanno risposto che l’ambasciatore di Islamabad aveva dichiarato loro che non voleva saper niente di me perché ero un terrorista». Seguono sessioni infinite di interrogatori e abusi in vari luoghi del Pakistan. «Mi hanno torturato in modo bestiale. Gli americani mi hanno detto: “Non ti crediamo. O parli o ti ammazziamo”. Poi mi hanno detto che sarebbero andati a prendere mia moglie e mia madre e avrebbero fatto loro cose che non sarei riuscito neanche a immaginarmi».

Dopo mesi di questo trattamento, gli uomini di Washington decidono di trasferirlo. Lo caricano quindi su un aereo, incappucciato, legato e steso per terra. «Viaggiavo con un altro cittadino arabo, probabilmente siriano o giordano. Lui era ferito. Non so che fine abbia fatto». Kassim non ha la minima idea di dove lo stiano portando. Solo all’arrivo, intendendo parlare l’arabo marocchino, capisce che è stato trasferito nel suo paese d’origine. Chiuso in un bagno, viene fotografato e poi trasportato – sempre bendato – nel famigerato centro di detenzione di Temara. È questo il centro nevralgico dell’esternalizzazione in Marocco della guerra al terrorismo. È qui che, secondo diverse associazioni dei diritti umani marocchine, sono state condotte negli anni le vittime di varie extraordinary rendition, sottoposte poi a tecniche di interrogatorio poco ortodosse. Britel conferma: «Mi hanno tenuto lì otto mesi. I marocchini mi interrogavano. Mi torturavano. Volevano che confessassi presunti legami con gruppi terroristici. Nel cortile, ogni tanto sentivo parlare in inglese con accento americano, anche se non so se durante gli interrogatori gli americani erano presenti. Ero sempre bendato».

Il 16 maggio 2003

Tutta l’operazione – la cattura in Pakistan, il trasferimento in Marocco, gli interrogatori a Temara – sono fatti, secondo Kassim, con la consapevolezza e il consenso delle autorità italiane. «Esisteva una collaborazione strutturale tra i servizi italiani e marocchini: quando ero in quel centro, mi hanno fatto ascoltare una registrazione di una telefonata che avevo fatto dal Pakistan a mio fratello a Bergamo. Solo i servizi italiani potevano aver fornito loro quella registrazione».

Dopo questi mesi d’inferno, l’uomo viene rilasciato. Si reca all’ambasciata di Rabat chiedendo un passaporto per tornare a casa. Gli viene detto che ai non residenti in Marocco potevano solo dare un lascia-passare per rientrare in Italia. Visto il modo «inusuale» con cui era entrato nel regno cherifiano, chiede assistenza all’ambasciata per uscire dal paese. Alla sede consolare non ascoltano le sue richieste e gli dicono di non preoccuparsi.

Si reca quindi da solo alla frontiera terrestre di Melilla. Qui i gendarmi marocchini gli chiedono come ha fatto a entrare in Marocco, dal momento che il suo ingresso non risulta dai terminali. Lui racconta la sua storia. I poliziotti si allarmano. Gli dicono di aspettare e lo chiudono in una stanza. È il 16 maggio del 2003. Poche ore dopo a Casablanca, un gruppo di attentatori suicidi si farà esplodere, provocando 42 morti. Il regno piomba nel panico più totale. La reazione è violentissima: vengono effettuate retate e arresti nei quartieri popolari di Casablanca. Migliaia di islamisti sono fermati e rinchiusi in prigione. Ogni sospetto viene gettato in carcere. In questo clima, Britel è arrestato di nuovo. Viene portato per la seconda volta nel centro di Temara, dove trascorre quattro mesi. Poi è trasferito in carcere a Salé. Il 3 ottobre del 2003, è sottoposto a un processo farsa durato appena un giorno, al termine del quale viene condannato a quindici anni (ridotti poi a nove in appello) per «associazione sovversiva e riunioni non autorizzate». «Ma io non vivo in Marocco dal 1989. Dove mai avrei tenuto queste riunioni non autorizzate?», chiede al telefono. Gli elementi di indagine sembrano forniti dalle autorità italiane, che nel giugno 2001 avevano aperto un’indagine su Kassim e la moglie, a causa di una «segnalazione» arrivata alla Digos di Bergamo per presunte attività di fiancheggiamento a gruppi terroristici. Un’indagine chiusa senza rinvio a giudizio nel settembre 2006, perché non era emersa alcuna prova a suffragare l’accusa. Ma intanto, in base a quelle stesse carte che hanno spinto il giudice italiano ad archiviare il caso, Kassim è stato condannato in Marocco a nove anni.

In tutta questa storia, le autorità italiane mantengono un silenzio imbarazzante. Non una protesta ufficiale con i pakistani e gli americani per il sequestro di un cittadino italiano in Pakistan e il suo trasferimento illegale in Marocco. Non una pressione su Rabat per avere chiarimenti sulle carte processuali e sulle prove che hanno condotto alla condanna di Britel. Nessuna richiesta ufficiale di liberazione, come invece hanno fatto i francesi e i britannici in casi analoghi sia in Marocco che nel centro di detenzione Usa di Guantanamo.

La domanda di grazia

I servizi consolari ripetono che «l’unica strada è una domanda di grazia». Ma Kassim è scettico. «La grazia si dà a chi ha commesso un reato e lo ha ammesso. Io sono innocente. E poi conosco il Marocco: so che se il ministero degli esteri italiano facesse le debite pressioni, mi libererebbero».

Ma queste pressioni non pare siano state fatte, almeno per il momento. Intanto il re Mohammed VI, dopo aver ammesso nel 2005 in un’intervista a El Pais, che «il suo paese aveva commesso abusi dopo il 16 maggio 2003», ha bloccato ogni provvedimento di grazia nei confronti di islamisti dal marzo 2007, quando nuovi attentati hanno scosso il reame.

Così, schiacciato tra l’incudine della guerra al terrorismo globale e il martello della paranoia anti-islamista marocchina del post-2003, Britel rimane chiuso in cella, in attesa di una soluzione che non arriva, nel disinteresse più totale delle autorità del paese di cui è almeno formalmente cittadino.


Dal Pakistan a Casablanca. Un calvario lungo cinque anni

L’arresto
Kassim Britel viene fermato in Pakistan il 10 marzo 2002. Qui viene interrogato dai servizi pakistani e da uomini dell’intelligence statunitense. La famiglia ignora dove si trovi.

Il viaggio bendato
Il 25 maggio 2002, è caricato su un aereo e trasferito in Marocco. Qui viene portato nel centro di detenzione di Temara, dove è sottoposto a nuovi, durissimi interrogatori. La famiglia continua a non avere notizie.

La liberazione
L’11 febbraio 2003, Kassim viene rilasciato. Dopo qualche tempo passato in famiglia, chiede assistenza all’ambasciata italiana per lasciare il Marocco. Non ottenendo altro che un lascia-passare, va al confine di Melilla.

Il nuovo arresto
Arrivato alla frontiera il 16 maggio 2003, giorno degli attentati di Casablanca, è arrestato e incarcerato di nuovo a Temara. Dopo quattro mesi è trasferito nel carcere di Salé.

La sentenza
Il 3 ottobre 2003 è condannato a 15 anni di carcere, ridotti poi a nove in appello.

La protesta in carcere
Il 16 novembre 2007, Kassim ha cominciato uno sciopero della fame. Le sue condizioni peggiorano di giorno in giorno


Internet per Kassim
Interrogazioni parlamentari, rapporti e notizie sul sito web dedicato al caso

Visto il silenzio dei mezzi di informazione mainstream su Britel (nella foto piccola), sua moglie ha creato un sito web in cui sono raccolte tutte le informazioni e le novità sul caso (www.giustiziaperkassim.net). Nel sito, si pùo trovare una ricca documentazione, dai rapporti su Britel della Commissione del Parlamento Europeo che indaga sui voli illegali della Cia, alle informazioni sulle interrogazioni parlamentari presentate dai deputato Ezio Locatelli e dai senatori Giovanni Russo Spena, Milziade Caprili e Francesco Martone (Prc).


«Se fate pressioni, Britel sarà liberato»
Parla Claudio Fava, già relatore della Commissione del Parlamento Ue sui voli Cia

di Alberto D’Argenzio

Bruxelles. Senza pressioni diplomatiche da parte dell’Italia, Kassim Britel non sarà mai liberato. Un concetto semplice che Claudio Fava, eurodeputato della sinistra arcobaleno, ripete a più riprese nei minuti dell’intervista. Per un anno e mezzo Fava ha diretto i lavori della Commissione del Parlamento europeo sulle attività della Cia in Europa. In questo periodo ha ascoltato per tre volte l’avvocato di Kassim, ha parlato con la moglie. La Commissione ha ricostruito la sua vicenda, Fava ne ha parlato anche con il governo italiano. Massimo D’Alema e la Farnesina tacciono.

Esiste una via d’uscita per Kassim?
L’unico modo per restituirlo alla libertà è una forte pressione diplomatica e politica da parte del governo italiano. Lo abbiamo detto alla Camera ed abbiamo anche inviato un’apposita chiara richiesta al ministro D’Alema. Siamo di fronte ad una extraordinary rendition, di fronte ad un processo senza garanzie, ad una farsa, celebrata in fretta e al di fuori di qualsiasi tutela, d fronte ad un vero e proprio caso di accanimento processuale. Il Marocco ne ha fatta una questione di principio, vuole salvare la faccia dopo aver condannato una persona senza prove e senza garanzie. Non lo rimetterà in libertà se non grazie a delle forti pressioni diplomatiche.

E cosa ha fatto la diplomazia italiana?
Non ho notizie di atti concludenti da parte della Farnesina. Mi auguro che siano stati fatti dei passi, almeno dei contatti, ma credo che questa domanda vada fatta a D’Alema. Quella delle pressioni è l’unica soluzione possibile anche perché il Marocco dà per conclusa la via giudiziaria. Per loro Kassim è colpevole. Ma pur essendo nato in Marocco Kassim è cittadino italiano e come tale va protetto.

Non è che la Farnesina fa il ragionamento inverso, che non si muova proprio perché è nato in Marocco?
Non vorrei pensare che Britel sia un cittadino italiano di rango inferiore solo per aver preso la cittadinanza grazie ad un matrimonio.

Tutto lo lascia pensare visto l’atteggiamento dell’ambasciata di fronte alle sue richieste di aiuto…
Conosciamo alcuni dettagli della sua vicenda che denotano una certa sciatteria da parte del personale diplomatico italiano, un’attenzione quanto meno distratta alle sue preoccupazioni, alle sue richieste di aiuto. E non è l’unico europeo dimenticato. Nei lavori della Commissione temporanea ci siamo imbattuti in numerosi casi di cittadini europei che avevano una macchia fondamentale: non essere nati sul suolo della Ue. Formalmente si trattava di italiani, tedeschi, britannici, ma erano nati in Egitto, Marocco, Siria e ciò ha portato ad atteggiamenti sbadati, distratti. Come il caso del tedesco Kurnaz, incontrato a Guantanamo da funzionari dell’intelligence del suo paese, non per essere liberato, ma per essere interrogarlo. Grazie a questa visita si è fatto 4 anni e mezzo in più a Guantanamo. Ho la sensazione che ciò non sarebbe accaduto se Kurnaz fosse nato a Monaco e lo stesso se Kassim Britel fosse nato a Milano.


“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri”

(don Lorenzo Milani)



Salari e contratti, ultimatum dei sindacati al governo

Salari in picchiata, bollette sempre più care, spesa sempre più magra e non solo per i cenoni dfelle feste, mutui e prestiti sempre più difficili da onorare. I sindacati lanciano il guanto di sfida sulla questione salariale al governo. «Invece di parlare continuamente di riforme lontanissime dai veri bisogni della gente si intervenga sulle urgenze reali, che sono: più salario, più occupazione, più capacità di competere» dice Salvatore Bonanni, segretario della Cisl, dopo il discorso di fine anno con cui anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha messo l’accento sull’emergenza lavoro, dai salari al precariato alla sicurezza, un riferimento marcato e molto apprezzato dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani che spera sia «di buon auspicio» per la trattativa con il governo.

Da parte sua iIl governo accetta la sfida. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano fissa l’aumento delle retribuzioni e la tutela del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti come « il prossimo obiettivo» del Governo. «Dobbiamo – dice il ministro il primo giorno dell’anno – perseguire a tutti i costi questo obiettivo. Soprattutto per i redditi medio-bassi».

Ma i sindacati fanno sapere che non accetteranno solo briciole. Bonanni in particolare dice di aspettarsi risposte concrete altrimenti mette sul tavolo anche la minaccia di uno sciopero generale. «Il 2008 – dice – deve essere l’anno per una vera riforma contrattuale e su questo dobbiamo impegnarci tutti, compresa la classe dirigente italiana». Il primo round a Palazzo Chigi si terrà l’8 gennaio.

Nel frattempo ci sono 6 milioni e mezzo di lavoratori in attesa di rinnovi contrattuali. Statali, metalmeccanici, lavoratori del commercio, dipendenti delle ferrovie, giornalisti, personale di alcuni settori dell’energia e delle manifatture. Nei prossimi giorni ripartiranno le trattative.

E si sottolinea la situazione di alcune categorie, per esempio enti locali e sanità pubblica, che non hanno ancora visto rinnovato il biennio economico 2004-2005 nonostante un accordo quadro Governo-sindacati siglato nel maggio scorso, che prevedeva aumenti medi mensili pari a 101 euro nel pubblico impiego. Nel frattempo, a San Silvestro è scaduto anche il biennio 2006-2007.Molto complicata pure la vicenda dei giornalisti, la cui trattativa è ferma al palo da quasi tre anni per l’indisponibilità della controparte a sedersi al tavolo negoziale.

Dopo l’approvazione del Protocollo Welfare, rivendicata dal ministro Damiano per le «misure che valgono quasi 40 miliardi di euro per il prossimo decennio» come dimostrazione di quanto il governo ha fatto sotto il profilo sociale nel sostanziale di quanto concordato con le parti sociali, l’impegno è quello di «proseguire sulla strada della concertazione». I temi che restano da affrontare sono però molti e spinosi: dalla riforma degli ammortizzatori al fisco, dalla restituzione del fiscal drag – obiettivo indicato anche dal governatore di Bankitalia Draghi – al nodo della riforma della contrattazione, appunto.

Su tutte queste questioni, è già prevista una riunione della segretaria unitaria delle tre confederazioni sindacali per il prossimo 15 gennaio.

Pubblicato il: 01.01.08
Modificato il: 01.01.08 alle ore 15.57

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71766


Proposta

DEDICHIAMO
IL
6 DICEMBRE

GIORNATA
DEI MARTIRI DEL LAVORO

Quelle vite spezzate nella fabbrica maledetta

Rocco e i suoi fratelli

di Maurizio Crosetti

Torino – Antonio è morto in fabbrica, subito, mangiato dal fuoco. Gli altri, dentro letti d’ospedale che sembravano culle e ragnatele, leggere trame metalliche attorno alle bende per lasciar circolare l’aria, tutti fasciati ma gli occhi no. Ognuno col suo destino bastardo ad aspettarlo.

Bruno si sarebbe licenziato il giorno dopo per aprire un bar. Rocco, che era salvo, è accorso nella tempesta per aiutare gli altri, ad un mese dalla pensione. Antonio aveva provato a cambiare il turno, inutilmente. Angelo si era fatto trasferire a Terni, ma poi era tornato. Roberto viveva di straordinari, perché è dura tirar su i figli. Rosario aveva fatto un favore ad un compagno ed aveva preso il suo posto. Giuseppe aspettava la sua pella nuova: sarebbe arrivata giovedì.

I più giovani, Bruno Santino e Rosario Rodinò, avevano 26 anni. Invece Rocco Marzo era un vecchio ragazzone di 54, il capoturno, sposato con la sua Rosetta che aveva venduto la panetteria dopo trentacinque anni per stare con lui. Il 29 gennaio avrebbero festeggiato trent’anni di matrimonio insieme ai figli già grandi, Alessandro e Marina. Sognavano una crociera, però avevano deciso di no, per risparmiare e per la famiglia. Dicono, i figli, che Rocco si spaccava la schiena all’acciaieria. Se n’è andato per quinto, il 16 dicembre. Al pronto soccorso era lucido. “Non spaventate i miei, dite bene cos’è successo, che stiano tranquilli”. Vide l’onda del fuoco, corse in aiuto e venne inghiottito.

Corpi bruciati dall’80 al 95 per cento: morte quasi certa, oppure un’esistenza vegetale, quasi senza corpo, quasi senza volto. Uno di loro aveva salva solo la pianta del piede. Antonio Schiavone non ha avuto il tempo per nulla. Morto sul colpo, all’una di notte del 6 dicembre. Il più fortunato tra i sette, probabilmente. Gli amici ricorderanno il viso serio e fiero, la passione per il calcio, i tre bambini piccoli (sei anni, quattro anni, due mesi), il suo paesino in provincia di Cuneo, Envie, ed il soprannome, Ragnatela, per via di un tatuaggio sul gomito. Quel mercoledì notte provò in ogni modo a cambiare il turno, per andare alla festa di compleanno del figlio di un amico. Non ci riuscì.

Tutto al contrario il destino di Rosario Rodinò, che in reparto non doveva proprio esserci e tuttavia c’era, gliel’aveva chiesto un amico, in fabbrica i favori si fanno e si rendono, in fondo costa così poco. Costava la vita, inveca. Rosario è stato il penultimo a morire, il 19 dicembre. Suo padre Giovanni aveva lavorato alla Thyssen per 33 anni. Nel 2000 andò in pensione, domandò un posto per il suo Rosario, venne accontentato.

Roberto Scola lo prendevano un pò in giro, perché stava sempre là dentro. La galera degli straordinari. “Finirà che ti porterai anche la branda” gli diceva la moglie Egla, ma lei sapeva benissimo che Roberto non poteva fare altrimenti. Lavorava lui solo. Egla è albanese: “Non tutti ci vedono di buon occhio, come farò adesso che ho perso l’amore della mia vita?”. Roberto Scola è stato il secondo operaio a morire, la mattina del 7 dicembre. Arrivò in ospedale cosciente e terrorrizzato di non rivedere mai più Samuele, tre anni, e Gabriele, un anno e mezzo. Non faceva altro che giocarci, lavorare e giocarci. Implorò i medici di salvarlo per loro.

Non c’è una sola fotografia di Angelo Laurino in cui lui non sorrida. Ai funerali, tanta gente ha accarezzato quel volto dentro la cornice, appoggiato sul tavolino delle firme. La sua mamma, dietro la bara, gli diceva aspettami. Anche Angelo non doveva esserci, o almeno poteva non esserci. Si era fatto trasferire alla Thyssen di Terni, ci era rimasto qualche mese ed era rientrato appena da due settimane. Perché mica era vita, così. Lui in Umbria, la moglie Sabina ed i figli a Torino, due ragazzi, Fabrizio ha 12 anni, Noemi 14. Sono due dei nove orfani di questa storia, il più piccolo ha due mesi, la più grande 26 anni. “Spostarci tutti era complicato, lui è tornato ed alla fine me l’hanno ucciso” dice Sabina. Il pomeriggio del 7 dicembre. Angelo aveva un grande amico, Antonio Boccuzzi, l’unico superstite. Antonio decise di attaccare la bocchetta di un idrante (quella del tubo forato, n.d.m.): spostandosi di qualche metro, si salvò.

La mattina dei primi quattro funerali, al Cimitero Monumentale di Torino c’erano altri tre loculi vuoti in fila, ad aspettare. Giuseppe Demasi ha lottato come una tigre per ventiquattro giorni: contro lo scempio sulla sua pelle, contro le statistiche che ripetono come solo 5 su 100, in quelle condizioni, ce la possono fare.. Il più giovane, insieme a Bruno Santino. Ventisei anni. Una tempra formidabile, da grande atleta della vita capace di reggere quattro interventi chirurgici, una tracheotomia e tre rimozioni di cute con innesti da donatore. Scienza e speranza intorno al suo letto, accanto al respiratore che lo teneva in questo mondo bellissimo e tremendo. Il 3 gennaio era previsto un primo innesto cutaneo di materiale realizzato in laboratorio, la pelle nuova doveva arrivare da Milano, ospedale Niguarda. Milano, la vita. Invece Giuseppe è morto ieri. La pelle nuova venne coltivata come un fiore di serra, ma appassì.

Il destino chiama, qualche volta sembra quasi un parente, qualcosa o qualcuno rimasto lì per tanto tempo. Bruno Santino aveva un fratello, Luigi, pure lui operaio alla Thyssen, ed un padre, Antonio, tutta la vita in fabbrica: è il vecchio che al corteo degli operai ha gridato “assassini, bastardi, me la pagherete”, sollevando una pagina di giornale con le foto dei morti. Bruno aveva 26 anni ed è stato il quarto cuore a cedere, la sera del 7 dicembre. Il fuoco se l’è preso nel suo ultimo giorno di lavoro. Lui e la fidanzata Anna avevano cenato a lume di candela per festeggiare la nuova avventura, il bar da gestire insieme in provincia di Cuneo. Bruno Santino era poi rientrato in fabbrica a mezzanotte, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta ma non immaginando quanto. Prima di entrare mandò un messaggino ad Anna: “Ciao, amore, a domani”. “Sono qui”, rispose lei.

fonte: la Repubblica 31 dicembre 2007

I pm: è omicidio volontario plurimo
“L’atto d’accusa nelle carte dell’Axa”

Se la tesi sarà accolta, il processo ai manager tedeschi si svolgerà in Corte d´Assise. La compagnia assicurativa francese aveva declassato il cliente a causa delle mancate misure di sicurezza nell´impianto

di Marco Travaglio

La fiaccolata degli operai ThyssenKrupp La fiaccolata degli operai ThyssenKrupp

Il processo ai vertici della ThyssenKrupp per la strage di Torino potrebbe svolgersi in Corte d´Assise, per un reato gravissimo: omicidio volontario plurimo. Gli inquirenti ne stanno discutendo in queste ore in Procura, dopo aver esaminato alcune carte sequestrate nella sede di Terni della multinazionale tedesca e ritenute fondamentali per un´agghiacciante e inaspettata svolta nelle indagini, aperte finora per omicidio colposo e altri delitti.

Carte che sembrano dimostrare la piena consapevolezza, da parte dei dirigenti dell´azienda, del pericolo di vita in cui versavano permanentemente gli operai della linea 5: quella devastata dall´incendio che è già costato la vita a sei lavoratori. La ThyssenKrupp è assicurata con la compagnia francese Axa. Lo scorso anno i tecnici dell´assicurazione avevano “declassato” il loro cliente, a causa delle mancate misure di sicurezza nello stabilimento di Torino, portando la franchigia da 30 a 100 milioni di euro.

E avevano stilato un elenco di adempimenti da adottare per tornare alla vecchia e più vantaggiosa franchigia: tra questi, una serie di misure automatiche antincendio proprio sulla linea 5. I responsabili dell´acciaieria, però, avevano fatto orecchi da mercante. Nel carteggi sequestrati dalla polizia giudiziaria della Procura di Torino negli uffici di Terni, si legge che quelle misure erano state posticipate all´anno prossimo, cioè al 2008, quando la linea 5 sarebbe stata trasferita nella fabbrica umbra.

“From Turin”, cioè “via da Torino”, è l´espressione-chiave messa nero su bianco nei documenti che accompagnano le previsioni di bilancio e di investimento per l´anno in corso. Traduzione: una volta traslocata da Torino a Terni, la linea 5 sarebbe stata finalmente messa a norma. Il che significa che per oltre un anno, nello stabilimento destinato alla dismissione e lasciato in progressivo abbandono, tutto sarebbe rimasto così com´era. La spesa preventivata per ammodernare gli impianti sulla “linea della morte” tutelare la sicurezza dei lavoratori era di appena 800 mila euro, la miseria di un miliardo e mezzo di vecchie lire. Eppure fu ritenuta eccessiva dai vertici operativi del gruppo.

Quando hanno letto le carte, dalle quali trasuda l´assoluta, spensierata trascuratezza di un colosso mondiale come la ThyssenKrupp per la vita dei suoi dipendenti italiani, gli investigatori si sono ritrovati catapultati in un film dell´orrore, in una concezione dell´impresa che si pensava abbandonata dai tempi della Rivoluzione industriale. E ulteriori conferme all´ipotesi di accusa sarebbero giunte dai documenti sequestrati nella sede milanese dell´Axa, dove l´ingegnere che condusse i sopralluoghi alla ThyssenKrupp di Torino ha fornito elementi decisivi agli investigatori. «Se l´azienda avesse seguito le linee guida da noi indicate – ha dichiarato – l´incendio si sarebbe subito estinto in automatico, i lavoratori non si sarebbero avvicinati alle fiamme con le pompe dell´acqua (peraltro scariche o comunque non funzionanti, ndr) e verosimilmente non sarebbe morto nessuno».

Ora il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello (anche ieri al lavoro, nel quarantesimo anniversario del suo ingresso in magistratura) e i sostituti procuratori Laura Longo e Francesca Traverso stanno ultimando le verifiche, prima di decidere l´eventuale modifica del reato contestato. Se la ricostruzione dei fatti che emerge dalle carte sarà confermata, si imporrà il passaggio dai reati colposi (cioè involontari) a quelli dolosi (cioè volontari). Conoscere e accettare il rischio di morte per i lavoratori equivale a provocarla volontariamente. In linguaggio giuridico si parla di «dolo eventuale»: che scatta quando l´«agente» attua una condotta per altri fini, ma sa che vi sono concrete possibilità che dalla ne discendano eventi ulteriori e tuttavia accetta il rischio di provocarli.

Insomma, tira diritto per la sua strada “costi quel che costi”. Le conseguenze di una contestazione di omicidio volontario plurimo sarebbero enormi: il processo passerebbe dal Tribunale alla Corte d´assise, dove i vertici della Thyssen Krupp rischierebbero pene altissime, visto anche l´alto numero di vittime nella strage. In pratica, se condannati, finirebbero in carcere per molti anni. E il film horror avrebbe così il suo degno epilogo. Un film intitolato «From Turin».