Archivio | gennaio 11, 2008

Le riforme di Gnork

Dal modello in vigore nei soviet fino alla nomina di un imperatore per diritto divino, ecco alcune delle proposte di riforma elettorale su cui i partiti italiani stanno dibattendo

Il Senato della Repubblica


Il dibattito sulla riforma elettorale è a buon punto.
Dopo lunghe trattative, sono stati selezionati venticinque sistemi di voto, a ciascuno dei quali verrà abbinato un fantino. Su tutto il resto l’iter è ancora da stabilire. Ma vediamo, tra i sistemi in lizza, quali sono i più interessanti.

Alsaziano È una soluzione di compromesso tra il sistema francese e quello tedesco. Come si ricorderà, Veltroni era favorevole al francese, D’Alema al tedesco. Dopo febbrili trattative tra i rispettivi staff, Veltroni, come segno di buona volontà, si era convertito al tedesco, ma nel frattempo D’Alema, per gli stessi motivi, era passato al francese. Si è dunque deciso, per superare l’impasse, di proporre un mix tra i due sistemi: presidenzialismo e doppio turno alla francese, ma con l’istituzione dei Länder e orologi a cucù in tutti i seggi elettorali. Il professor Sartori si è detto contrario.

Colbaccum Sostenuto da Diliberto, si ispira allo spirito originario dei soviet: i candidati proposti dal partito vengono eletti per acclamazione, tra i lieti canti delle brigate operaie che si recano festanti alla fabbrica, e le risate di gioia delle mietitrici che si sono appena rese conto di avere centrato anche quest’anno l’obiettivo del piano quinquennale. Non piace al professor Sartori.

Yemenita I maschi si recano a votare con un pugnale intarsiato infilato nella fusciacca, mentre le femmine, chiuse in casa, intonano nenie e allattano i bambini. Il sistema è stato proposto dall’ambasciatore dello Yemen, ma non ha molte possibilità di essere adottato perché non è apprezzato dal professor Sartori.

Spagnolo Il sistema spagnolo è visto con favore da molti, ma secondo alcuni ha il difetto di prevedere preliminari troppo impegnativi: una lunga guerra civile con milioni di morti, fucilazioni di poeti, accorrere convulso di combattenti da mezzo mondo, bombardamento di Guernica e successiva stesura di quadri di grandi dimensioni, una lunga dittatura, infine un processo di riconciliazione nazionale. Come mettere d’accordo la galassia dei partiti italiani su una soluzione così complessa? Anche Sartori è contrario.

Sanremese Cerca di accontentare tanto i partiti grandi, che concorrono nella sezione Big, quando quelli piccoli, che si presentano tra le Nuove Proposte. Il nuovo premier viene incoronato con il televoto dopo la mezzanotte del sabato al teatro Ariston. Svantaggi: dopo una settimana nessuno ricorda più il nome del vincitore e si rischia un pericoloso vuoto politico. Vantaggi: la vendita dei diritti televisivi permette di non gravare sul bilancio dello Stato. Perplessità del professor Sartori.

Salico Il sistema salico, risalente a Carlo Magno, prevede l’incoronazione dell’Imperatore per volontà divina. È visto con molto favore da Berlusconi, che dopo defatiganti trattative con gli altri partiti si è detto costretto ad abbandonare il tavolo. “Abbiamo perfino proposto la rinuncia al manto di ermellino, ma non è servito a niente. Quando la volontà di trattare è zero, non resta che prenderne atto”. Ha pesato anche il no di Sartori.

Gnorkico È il sistema in voga sul pianeta di Gnork, scelto da Berlusconi in seconda istanza. Prevede la nomina di un Imperatore per diritto divino. Ai critici, tra i quali il professor Sartori, che lo considerano troppo simile al sistema salico, Berlusconi ha replicato che di fronte al rifiuto di trattare non solo non si sarebbe arreso, ma avrebbe rilanciato con una terza proposta.

Teocratico Il sistema teocratico, terza opzione di Berlusconi, prevede la nomina di un Imperatore a vita. “Per prevenire la stucchevole obiezione che anche questa mia terza proposta è identica alle altre”, spiega Berlusconi, “ho però fatto introdurre dai miei costituzionalisti la variante Amon-Ra: l’imperatore, questa volta, non è eletto per diritto divino per il semplice fatto che egli stesso incarna la divinità. Dunque si autonomina”. Negativo il giudizio di Vanni Sartori.

NEL PAESE DEI MONNEZZARI



La dialettica hegelianaProblema-Reazione-Soluzione, è ieri come oggi, messa in atto dal Sistema!
Quando si vuole realizzare qualcosa, è estremamente funzionale (11 settembre 2001, docet. La ridicola quanto vergognosa epidemia di meningite in Veneto, ecc.)
Il Problema è (l’hanno fatto diventare tale) la Monnezza, la Reazione è (ovviamente) l’indignazione dei cittadini e la Soluzione (magica) saranno gli “Inceneritori” o “Termovalorizzatori“, che tutti accetteranno con
entusiasmo, pur di risolvere quanto prima la situazione ambientale e umana indecente.
Purtroppo grazie a questi Cancrovalorizzatori, avremo nei prossimi vent’anni un aumento spaventoso di patologie respiratorie gravissime (nanoparticelle) con inquinamento delle falde acquifere.
Voragini di miliardi di euro per la gioia dei politici (mafie & massoneria) e le lobbies del farmaco…
Marcello Pamio

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Nel paese dei monnezzari
di Carlo Bertani – 11 gennaio 2008


Bande di teppisti senza una strategia complessiva”, ecco come un Ministro dell’Interno ex socialista, e nominato da un governo di centro-sinistra, definisce il malessere degli abitanti del napoletano. E, questo, dopo aver “sentito” il Capo della Polizia Manganelli (basta il nome…) ed aver nominato De Gennaro (Genova 2001?) Commissario Straordinario per la Monnezza.
L’Italia è un “paese fotocopia”. Ogni anno che passa, potremmo “riciclare” le notizie di quello precedente: come nel 2007, 2006, 2005…anche quest’anno è scoppiata “l’emergenza rifiuti”. Anche le notizie fanno monnezza.
Come andrà a finire? Come tutte le “emergenze” italiane: dapprima si criminalizza chi protesta per il sacrosanto diritto alla propria salute (le cifre sull’incidenza dei tumori riportate da Saviano parlano chiaro), poi partirà una strategia formata da promesse (tante), soldi (a chi di dovere), tanto per rientrare in quell’ordinaria “normalità” che, a Napoli, significa non avere la monnezza che arriva al primo piano. Poi, spegneranno i riflettori delle TV, e tutto tornerà “normale”. Fino alla prossima emergenza.

Intanto, montagne di rifiuti s’accumulano nelle strade, mentre colonne di camion cariche di spazzatura s’avventurano – scortate dalla Polizia – fra paesi in guerra e popolazioni al limite della sopportazione. Dove vanno? Tentano di raggiungere l’ennesima discarica “temporanea”, nell’attesa che si trovi l’ennesimo “sito” per l’interramento definitivo: ovviamente, nell’attesa che sia definito dove e se costruire un inceneritore, un termovalorizzatore o comunque lo si voglia chiamare. Intervistati dai solerti TG nazionali, sudaticci funzionari affermano di “lottare contro il tempo”, “contro gli immobilismi”, “contro le eco-mafie”, contro…insomma, un’emergenza apocalittica!
Ora, “un’emergenza” deriva – per definizione – da un evento straordinario ed imprevisto: nessuno prevedeva che, anche quest’anno, avremmo gettato nella spazzatura le bucce dei mandarini e i cartocci del latte?


Negli altri paesi europei, si nominano commissari straordinari per i terremoti e per le alluvioni; nel Bel Paese, alti funzionari dello Stato sono insigniti dell’ambita carica: Commissario per la Monnezza. L ’ultimo ad essere insignito dell’Alta Carica fu Bertolaso. Adesso tocca a De Gennaro. La prossima volta, toccherà ad un Ammiraglio poi, a rotazione, Esercito ed Aeronautica.
Tutto l’andazzo è finalizzato ad un solo scopo: trovare qualcuno disposto ad accettare sul suo territorio una discarica, un’amena valletta (meglio se un po’ nascosta) da riempire di spazzatura. Almeno, per quest’anno “tiriamo il fiato”. Le riunioni “politiche” si sprecano: sindaci di quel partito incontrano governatori dell’altro, ma c’è di mezzo qualche “potente” dell’opposto schieramento, e si torna da capo. S’interpella Roma, ma Roma ha ben altro cui pensare…elezioni, fusioni di partiti, grandi riforme istituzionali…no, Roma nomina il Gran Commissario e…che se la sbucci lui, fra le bucce delle patate e delle arance!


Se riduciamo all’osso la questione, siamo come un gatto che deve “farla” ed osserva con circospezione il terreno: dietro a quel cespuglio? Sotto l’albero? Sì, sotto l’albero va bene: un po’ di lavoro con le zampe anteriori – quindi l’atto – e lo zampettare con quelle posteriori per ricoprire il tutto. Anche per oggi, il problema è risolto. Nel terzo millennio del silicio e delle tecnologie spaziali, il Gran Commissario osserva il gatto. E impara.
Proviamo a salire di un misero scalino ed osservare altre soluzioni?
Per prima cosa dobbiamo sfatare il mito che la spazzatura, in discarica, non inquini: inquina pesantemente e definitivamente il terreno, e non solo.
Nonostante ci raccontino che sono state seguite alla lettera le “norme”, e prese tutte le opportune “precauzioni”, vorremmo sapere cosa genereranno montagne di spazzatura interrate dopo decenni di piogge. Nessuno può fermare l’acqua, che s’intrufola, scava, scende: gutta cavat lapidem – affermavano i latini, la goccia scava la pietra – figuriamoci la monnezza.


Risultato: dopo qualche anno, metalli pesanti e molecole d’ogni forma s’espandono ben oltre i confini della discarica e vanno ad inquinare le falde acquifere. La preziosa, e sempre più scarsa acqua che abbiamo a disposizione, dobbiamo prelevarla sempre più lontano dalle città, perché le falde più vicine sono inquinate da Cromo, Mercurio, Piombo e molecole d’ogni tipo sparse a pioggia. Addio agricoltura biologica. Finito? Manco per idea.
Le molecole organiche (carta, legno, residui alimentari, materie plastiche, ecc) sono costituite da lunghissime catene formate da atomi di Carbonio. Tutto cambia – panta rei, affermavano già i Greci – ed il Carbonio può seguire due strade per “mutare”: l’unica cosa che non può assolutamente fare è rimanere così com’è, perché la chimica è un continuo mutare, trasformare, rinnovare.
Se il Carbonio si lega con l’Ossigeno (tipicamente, una combustione) forma l’anidride carbonica – responsabile dell’effetto serra – mentre se è interrato cambia per fermentazione anaerobica. I batteri, sempre presenti, spezzano le lunghe catene di atomi e formano metano: a prima vista, sembrerebbe una buona soluzione.


Invece no, perché il metano che si forma è difficile da recuperare ed è – per gli usi energetici – di scarsissima entità, mentre – se liberato nell’atmosfera – inquina, e parecchio. Una molecola di metano riflette una quantità di radiazione infrarossa (l’effetto serra) pari a 21 volte quella riflessa da una molecola d’anidride carbonica! Quindi, dal punto di vista dell’inquinamento, le discariche sono la peggior soluzione: incrementano enormemente l’effetto serra ed inquinano definitivamente terreni e falde acquifere.
L’altra soluzione è bruciare i rifiuti in appositi impianti, per ottenere la miglior combustione possibile e ridurre il rilascio di prodotti di combustione indesiderati.
Qui bisogna sfatare un mito: i termovalorizzatori producono sì energia elettrica, ma è sbagliato pensare ad essi come ad un metodo di produzione energetica. Più seriamente, dovrebbe essere chiarito che sono mezzi per eliminare i rifiuti, dai quali è possibile recuperare un po’ d’energia.
La distinzione è importante perché, se pensassimo ad essi come al toccasana della produzione energetica, potremmo cadere nell’errore di generare più rifiuti: tanto ci penseranno i termovalorizzatori!


I termovalorizzatori, però, bruciano il materiale più composito che possiamo immaginare: pur trasformando preventivamente i rifiuti nel CDR (Combustibile Da Rifiuti) mediante complesse operazioni chimico-fisiche, rimane un composto formato da legno, plastica, coloranti, vernici, ecc.
All’estero, la tecnologia per bruciare i rifiuti è più avanzata che in Italia, e si riescono ad ottenere rilasci molto contenuti di sostanze inquinanti, tanto che gli impianti sorgono anche in aree urbane.
In Italia – e questo è un altro mistero che dovrebbero spiegarci – anche i più moderni impianti sono almeno un paio di “generazioni” indietro rispetto a quelli d’oltralpe.
I timori delle popolazioni – quindi – sono pienamente giustificati: perché un sindaco dovrebbe concedere la costruzione di un termovalorizzatore, quando non ha garanzie sul futuro inquinamento?


Discariche e termovalorizzatori sono mezzucci per risolvere il breve ed il medio periodo ma, se vogliamo veramente salire un ulteriore “scalino” e cercare soluzioni radicali, non possiamo che partire dalla “catena” del rifiuto: in definitiva, si brucia ciò che s’immette nella “filiera” del rifiuto.
I rifiuti organici naturali (scarti di cucina, ad esempio) non producono inquinanti: il vero problema sono i materiali prodotti dall’uomo mediante la manipolazione chimica. Una cassetta di legno può bruciare tranquillamente: la stessa cassetta, costituita da materiale plastico, è un problema.
Qui nasce il problema dei rifiuti: quando s’arriva al cassonetto, la frittata oramai è fatta.


La raccolta differenziata dei rifiuti è ottima cosa, ma è lenta ad affermarsi e sembra non riuscire a superare la metà, forse il 60% della produzione di rifiuti, anche nelle migliori condizioni.
Le proposte sono molte: dalla raccolta “porta a porta” (molto costosa) ad un generale abbattimento della quantità d’imballaggi, che formano gran parte dei rifiuti.
Dobbiamo, però, sfatare un mito, ovvero il ritorno al trasporto dei materiali sfusi: chi ha vissuto nel mondo dove si rifornivano i negozi con i sacchi di pasta, sa benissimo che quel metodo necessitava di tanta mano d’opera in più per realizzare la distribuzione.
In questo senso, la grande distribuzione è un passo in avanti, non indietro: in termini d’efficienza – sia energetica, sia per le ore di lavoro necessarie – il mondo “polverizzato” dei piccoli esercenti condurrebbe a nuovi rincari delle merci. Già oggi è possibile, non ovunque, ordinare direttamente le merci via Internet, e questo è un altro progresso: risparmi di tempo e carburanti.
Va da sé che, se si devono rifornire i supermercati con merci imballate (giacché chi acquista compra una confezione, mentre un tempo c’era un addetto che confezionare i pacchi), aumenterà la massa degli imballaggi.


Gli imballaggi sono dunque i materiali che generano più problemi per un loro eventuale uso energetico: enormi masse di materie plastiche, nylon, coloranti. E’ proprio necessario costruirli con queste sostanze?
Se i contenitori per il trasporto e l’imballaggio delle merci vengono recuperati, allora possiamo costruirli con qualsiasi materiale, ma se vanno a finire nel cassonetto – quante volte abbiamo notato cataste di cassette per la frutta in plastica accanto ai cassonetti? – sarebbe meglio farli di legno. E per gli imballaggi, non sarebbe meglio utilizzare il cartone? Ancora: è proprio necessario colorare il cartone, cosicché rimane intriso di coloranti chimici che inquinano pesantemente?
I sacchetti potrebbero essere di carta, oppure fabbricati con polimeri dell’amido di mais, i coloranti usati potrebbero essere d’origine naturale: certo, forse non si riuscirebbe ad ottenere quel meraviglioso rosa shocking, ma val bene la pena se dopo non si genera diossina!


Ci sono milioni d’interventi per intervenire nella “filiera” del rifiuto: perché non viene proibita la vendita delle batterie (pile) tradizionali, così utilizziamo solo quelle ricaricabili? Se si possono ricaricare anche solo 200 volte, significa ridurre allo 0,5% la quantità di batterie esauste! Idem per le lampadine.
Il 5% del petrolio che importiamo non viene usato per generare energia, bensì per usi petrolchimici: sono circa 10 milioni di tonnellate l’anno, il carico di 25 superpetroliere. Con quel petrolio saranno sintetizzati medicinali, materie plastiche, gomme, fibre tessili, coloranti, inchiostri, ecc.
Questo mare di composti, in gran parte, finirà in discarica nel volgere di pochi anni. Perché?
Poiché la monnezza sta diventando il terminale d’ogni attività umana: senza monnezza, il capitalismo non ha futuro!


Mi sono piaciuti parecchio alcuni passaggi di un articolo comparso sul Web, dal titolo L’impero della rumentadi Gianluca Freda, perché metteva il dito proprio sulla genesi della monnezza, sul mal primigenio del problema.
Citando Maurizio Pallante in La decrescita felice – laddove afferma che La produzione è un’attività finalizzata a trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo stato di merci– Freda conclude che La merce, in quest’accezione, non è altro che monnezza grezza che va raffinata al più presto, affinché si possano ricavare dal prodotto finito i meritati e lucrosi profitti imprenditoriali.
Correttamente, Freda identifica nella monnezza il prodotto finito del lavoro capitalista, perché soltanto dalla distruzione del bene sarà possibile ottenere la vendita di un nuovo bene! Tragico, ma è così.


Se spicchiamo un salto nel tempo di parecchi secoli, troviamo artigiani tessili preoccupati: per i prezzi? Per trovare un acquirente ad una camicia in ruvida lana?
No, il problema era avere la lana per filare, per tessere, per confezionare la camicia! Dopo, c’erano stuoli di pretendenti, pronti a scucire monete d’oro oppure a barattare il proprio lavoro in cambio.
Per avere più lana, s’iniziò ad acquistarla in posti sempre più lontani, in quantità crescenti, con l’impiego di sempre più risorse, i capitali.
Il capitale – e tutto la panoplia dei primi mezzi finanziari, lettere di credito, cambiali, ecc – aveva il precipuo scopo di soddisfare una impellente necessità umana: non crepare di polmonite.


L’interesse bancario, richiesto su ogni prestito, aumentò a dismisura le dimensioni dei capitali originari, tanto che – alla fine del ‘400 – i banchieri fiorentini si permettevano di finanziare le spedizioni nel Nuovo Mondo. Mica per interesse filantropico: per trovare altra lana e spezie, che erano necessarie giacché non erano solo il pepe e la cannella, bensì tutta la chimica e la farmacopea dell’epoca.
Finché il lavoro rimase manuale, la quantità d’energia che il “sistema” poteva gestire era limitata dalle masse muscolari di uomini ed animali, ma con l’avvento del vapore aumentò esponenzialmente. Più camicie, più soldi: il problema è che ogni persona può indossare una sola camicia la volta. Ne potrà tenere 50 in un armadio, ma oltre le 50 non si sa più dove metterle.
Ecco, allora, che la camicia – per continuare ad incrementare il capitale – deve durare di meno: non c’è altra soluzione.


La scrivania sulla quale ho appoggiato il computer è una scrivania “da soci” (probabilmente da architetto) degli anni ’20: è costruita in quercia, con incastri a coda di rondine e pochi inserti metallici. La pagai 100.000 lire da un rigattiere, la restaurai e la sto usando da molti anni: quando me ne sarò andato, potrà rendere gli stessi servigi a mio figlio, ai miei nipoti, bisnipoti, ecc. Basterà una mano di vernice e un po’ di cera ogni tanto: la mia scrivania è un minuscolo soldatino del movimento anti-capitalista.
Se avessi acquistato, ad un prezzo certo maggiore, una moderna scrivania in truciolato, oggi l’impiallacciatura inizierebbe a staccarsi, le gambe ad indebolirsi, i cassetti a perdere i fondi. Accanto ai cassonetti, ci sono spesso cataste di mobili in truciolato: il truciolato è un grande alleato del capitalismo.


Un enorme quantitativo di rifiuti è costituito da mobili: anzi, ex mobili. Per costruire i mobili, deforestiamo immense aree, scacciamo con la forza popolazioni che vi abitano da millenni, trituriamo il legno e lo ricomponiamo con colle sintetiche. Con i pannelli, quindi, costruiamo i mobili.
I mobili moderni saranno pure lisci e senza la minima fessura, ma dopo qualche decennio – inevitabilmente – le colle si de-polimerizzano ed i pannelli di truciolato vanno letteralmente in polvere: perché non usare il legno?
Un mobile in legno – se protetto dai tarli – può durare alcuni secoli: ne sono testimoni i mobili antichi giunti sino a noi. Curandoli con della semplice cera d’api, i nostri progenitori hanno usato gli stessi mobili per generazioni: certo, ci sono preferenze dovute alle mode od agli stili, ma tutto questo cela soltanto la nostra ansia del dover cambiare tutto ciò che ci circonda, frequentemente, per mascherare la nostra incapacità di cambiare il nostro pessimo stile di vita. Dalla produzione al consumo, tutto deve vorticare celermente per donarci l’illusione della felicità. Effimera.


Ovviamente, il capitalismo alimenta ad arte – grazie alla pubblicità – la sete di mutamento: sei depresso? Comprati un paio di scarpe nuove: per un paio d’ore scaccerai il male ai piedi, osservando le tue nuove zampe sontuosamente calzate.
La stessa molla del consumo inconsapevole ci spinge ad acquistare il cartoccio dei pomodori che ha la confezione più appariscente e colorata: nastrini dorati, nylon che riflettono la luce, scritte accattivanti che richiamano paradisi della natura.
In realtà, quei pomodori sono probabilmente cresciuti sotto una cappa di concimi chimici e diserbanti, e sono stati raccolti da uno schiavo nero – che oggi chiamiamo “extracomunitario” – per pochi centesimi: nell’estate del 2006, le Forze dell’Ordine scoprirono – in Puglia – una vera holding della schiavitù, con tanto di “caporali” armati che sorvegliavano i “lavoratori extracomunitari”. Peggio dei campi di cotone dell’Alabama.


Se fossimo consapevoli dell’abisso d’infelicità nel quale siamo precipitati, probabilmente acquisteremmo la metà dei prodotti che compriamo: perché non si costruiscono automobili che durano trent’anni? Sarebbe possibile e vantaggioso, sia economicamente e sia per gli aspetti energetici ed ambientali.
La risposta è: perché nessuno si terrebbe la stessa auto per trent’anni! Vorrebbe cambiare, non entrare nella stessa “forma” per tre decenni. Ci chiediamo perché ci disturba tanto? Perché quel “cambiare” acquieta la nostra sete di mutamento interiore, perché ci rendiamo conto che stiamo costruendo un mondo alla rovescia: campagne spopolate e città invivibili, ricchi straricchi e poveri strapoveri, felicità effimere e depressioni dilaganti.


Difficile stabilire dove sia iniziato questo circolo vizioso: possiamo soltanto affermare che è perfettamente coerente con i desideri di chi guadagna un euro a camicia, e pare acquietare le ansie di coloro che – se non acquistano una camicia nuova ogni mese – cadono in depressione.
Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra tutto ciò con la politica spicciola: possiamo discutere all’infinito sulla convenienza della raccolta differenziata, sugli inceneritori, sul riciclo dei materiali – ed è giusto farlo – ma se non mutiamo le nostre abitudini – ovvero se non diminuiamo la colossale quantità di beni che consumiamo nei paesi ricchi, senza trovare felicità – saranno soltanto pannicelli caldi per curare un tumore.


Siamo così fessi, stupidi, inconsapevoli? No: c’è chi alimenta ad arte questa tendenza e ci campa allegramente. Ovviamente, chi produce un bene vorrà produrne di più per arricchirsi: la nota teoria dello “sviluppo senza limiti”, che rischia seriamente di mettere in crisi l’intera specie umana, ma c’è chi ha trasformato il rifiuto in un cespite di ricchezza e di potere.
Tutti paghiamo la tassa sulla spazzatura. Quanto? Dipende, ma una cifra vicina ai 200 euro a famiglia è vicina alla realtà.
Questa tassa (le sole famiglie) genera annualmente un capitale pari a circa 5 miliardi di euro (altri forniscono cifre ben maggiori, ma non ha soverchia importanza). Chi lo gestisce? Gli assessori incaricati di gestire i rifiuti, che si servono d’aziende municipalizzate o private per “risolvere” il problema.


Qui entrano in gioco le cosiddette “eco-mafie”, che non sono eserciti d’individui con coppola e lupara: più semplicemente, sono distinti signori in doppiopetto che ricevono appalti per la gestione della spazzatura i quali, a loro volta, li re-distribuiscono in una jungla di subappalti.
Sulla monnezza campa un esercito di camionisti, raccoglitori, funzionari…e su tutti, come un sovrano, regna il nostro assessore che, con una delibera, può cambiare il destino di centinaia di persone. Le quali, ovviamente, mostreranno riconoscenza alle elezioni. Proviamo a riflettere su qualche milione di euro da gestire per raccogliere voti: la spazzatura può anche fare tre volte il giro dello Stivale (difatti, la spediscono in Sardegna, che è proprio dietro l’angolo), basta che alla scadenza elettorale caschi tutta sullo stesso nome!
Perché, soprattutto al Sud, la raccolta differenziata non decolla? Poiché manderebbe in crisi il sistema, “l’affare monnezza”. Del resto, la politica-spazzatura, la TV-spazzatura e l’informazione-spazzatura, su cosa potrebbero reggersi?


C’è modo d’uscirne?
Senza uno Stato che si riappropri di quei poteri che la cosiddetta “deregulation” ha generato, potremo discutere all’infinito su discariche e termovalorizzatori, ma rimarremo sempre nella m…pardon nella monnezza. E non si venga a raccontare che il problema è solo napoletano; ho visto personalmente intere vallette, al Nord, riempite di spazzatura, che non hanno ripari a valle: prima o dopo, quella monnezza finirà inevitabilmente sulla testa di chi sta sotto. Magari fra cent’anni: e chi se ne frega di cosa avverrà fra cent’anni! Nomineranno un Commissario per le Monnezze Cadenti.
Un primo passo verso la decrescita, passa proprio per uno Stato che torni a difendere la salute ed il buon livello di vita della popolazione. Come? Stabilendo, per legge, più tutele sulla produzione dei beni.


Mia suocera ha un frigorifero Bosch che acquistò nei primi anni ’60: funziona tuttora, ed è costruito con un acciaio che ci potreste fare una lama di Toledo. Una cara amica ha ancora un monumentale frigorifero FIAT, che ha attraversato tutte le stagioni della tecnologia ed oggi ha già valore nel mercato del modernariato. E funziona.
Ovvio che, quando la concorrenza scivola nel monopolismo, nel cartello dei produttori e lo Stato si estingue, l’interesse generale sarebbe quello di darvi un frigorifero che dura due mesi.
Perché, un’auto, deve avere soltanto due anni di garanzia?
Se, ipoteticamente (ma conosco situazioni che si avvicinano parecchio all’esempio), dopo due anni ed un giorno si rompe la pompa dell’acqua e si “fonde” il motore? Oppure, il parabrezza – inspiegabilmente – si fessura (“cancro del vetro”, lo chiamano, ma facessero il piacere…), una gomma scoppia dopo poche migliaia di chilometri – eh sì, “capita” – chi vi risarcisce?


L’auto che avete acquistato – quei 20.000 euro, poniamo – per quanto tempo deve durare?
Se dopo pochi anni inizia ad andare letteralmente in pezzi (qualcuno ricorda le Alfasud che lasciavano una scia di ruggine dopo pochi anni?), questa è truffa, soltanto che le leggi non la riconoscono come tale.
Ovvio, perché andrebbe ad intaccare il comma numero uno: tutto deve essere funzionale all’accumulazione del capitale. Il comma due, invece, recita: qualsiasi legge che contrasta con il comma uno è automaticamente abrogata, e deve essere immediatamente gettata nella monnezza. Fine.

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it www.carlobertani.it http://carlobertani.blogspot.com/

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Bistecche clonate presto in tavola?

De Castro: “Sicurezza innanzitutto”

“La carne non è pericolosa”, sostiene l’Efsa (autorità europea per la sicurezza alimentare) in linea con la Food & drug administration Usa, nonostante i superiori tassi di mortalità e malattia

Roma, 11 gennaio 2008 – Le bistecche di animali clonati non sono pericolose. E’ questo il parere dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), espresso a pochi giorni dalla decisione attesa da parte della americana Food and drug administration (Fda) sullo stesso argomento.


Secondo il Wall Street Journal è probabile che la Fda autorizzerà gli allevatori a mettere sul mercato Usa carni derivanti da animali clonati.
Nonostante i tassi di mortalità e di malattia tra gli animali clonati, si legge nel parere dell’Efsa, siano “significativamente più alti di quelli osservati negli animali riprodotti convenzionalmente”, il metodo della clonazione può essere “usato con successo come tecnica riproduttiva tra maiali e bovini”, dal momento che gli esemplari sani “non mostrano significative differenze dalle loro controparti convenzionali”.

“I prodotti alimentari – carne e latte – ottenuti da cloni di maiali e bovini e dalla loro prole” mostrano la stessa “composizione di valori nutrizionali rispetto ai prodotti ottenuti dagli animali allevati convenzionalmente”.
Nel parere la prole viene esplicitamente inclusa perché a causa dell’alto costo del processo di duplicazione la maggior parte dei cloni sarebbero usati probabilmente come animali da riproduzione.

Secondo l’Efsa “la proporzione di cloni non in salute è destinata probabilmente a calare con il progresso tecnologico”. Inoltre “assumendo che i cloni non in salute siano eliminati dalla catena alimentare, come succede con gli animali allevati convenzionalmente, è molto improbabile che esistano differenze in termini di sicurezza alimentare” tra i prodotti ottenuti dai cloni rispetto a quelli derivati dagli altri.

Sul parere, espresso su richiesta della Commissione europea, l’Autorità “lancia una consultazione pubblica”, spiegando che l’opinione riguarda solo maiali e bovini perché queste sono le due specie per le quali era disponibile una sufficiente quantità di dati.
I commenti al parere dell’Efsa, informa una nota, possono essere inviati attraverso il sito internet dell’Autorità fino al 25 febbraio. Il prossimo mese si terrà anche un incontro con gli stati membri europei per raccogliere i rispettivi pareri.
L’Autorità adotterà la relazione definitiva ad aprile, e la pubblicherà a maggio.

L’ALLARME COLDIRETTI

“Secondo il progetto di parere dell’Efsa – riferisce la Coldiretti – i tassi più elevati di malattie e morti riscontrati negli animali clonati non devono preoccupare perchè gli animali ‘non conformì sono destinati ad essere scartati dalla catena alimentare mentre non preoccupa neanche la piccola dimensione dei campioni utilizzati negli studi di clonazione».

Con il progetto di parere formulato l’Efsa si allinea con preoccupazione a quanto deciso negli Stati Uniti da parte della Food and Drug Administration (FDA) che ha aperto la strada alla commercializzazione di carne, latte e formaggi provenienti da animali clonati.
L’autorizzazione della Food and Drug Administration (Fda) – riferisce la Coldiretti – prevede la libera circolazione degli alimenti frutto delle clonazioni come carne, latte e formaggi che non dovranno essere distinti dagli altri con etichette particolari.

L’ALLARME DEI CONSUMATORI

Adusbef e Federconsumatori esprimono preoccupazione per il parere espresso oggi dall’Autorità europea sulla sicurezza alimentare, secondo il quale il consumo di carne da animali clonati non comporta rischi.
“Le nostre associazioni – spiegano in una nota congiunta Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, a capo rispettivamente di Federconsumatori e Adusbef – in base al ‘principio di precauzione’, si opporranno con tutti i mezzi a questi alimenti”.

“Infatti – aggiungono – fino a quando non vi saranno prove scientifiche di assoluta innocuità di questi prodotti alimentari sulla persona umana, invitiamo la stessa Autorità della sicurezza alimentare europea a non dare consensi a una tale operatività.
Ciò a prescindere anche da considerazioni, pur rilevantissime, relative ad aspetti etici, economici e di qualità delle produzioni”.

LA CIA: NON BASTAVANO I CIBI OGM…

Non bastava il parere positivo sugli Ogm. Ora l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare si è espressa, in via preliminare, anche a favore della vendita di latte e carne provenienti da mucche e maiali clonati. Una posizione che ci trova totalmente in disaccordo, non solo sotto il profilo della sicurezza alimentare, ma soprattutto sotto l’aspetto etico.

È quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito al progetto di parere formulato dall’organismo comunitario sulla clonazione, richiesto dalla Commissione Ue. La vendita di prodotti provenienti da animali clonati (latte, carne e formaggi) – sostiene la Cia- rappresenta un elemento negativo ed inaccettabile, proprio perchè evidenzia rischi per il consumatore, alimentando grandi preoccupazioni e perplessità di pura natura etica. Da qui l’esigenza che su un problema così delicato e complesso come questo vi sia una più attenta riflessione. E non certo sufficiente il lancio, da parte dell’Efsa, di una consultazione pubblica che dovrà concludersi entro il prossimo 25 febbraio, al fine di presentare un progetto scientifico definitivo all’Esecutivo comunitario sulla clonazione animale. Serve ben altro per arrivare ad una decisione conclusiva ed organica in materia”.

DE CASTRO: STATE TRANQUILLI

I consumatori italiani possono restare tranquilli sul via libera dell’Efsa alla vendita di carni e latte provenienti da animali clonati. “Terremo conto dei pareri scientifici su questo tema – ha dichiarato all’Agi il Ministro per le Politiche Agricole, Paolo De Castro – ma la sicurezza alimentare viene davanti ad ogni cosa. I consumatori stiano comunque sicuri che nulla arriverà loro nè ora nè in futuro senza ogni totale garanzia”.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/11/58904-bistecche_clonate_presto_tavola.shtml

L’Oms: "Vanno censiti gli immigrati"

La Lega: “Ora screening obbligatorio”

Gli sviluppi delle indagini sui casi di meningite in Italia sembrano confermare il ruolo giocato da ceppi di meningococco importati. I leghisti: “Non ci sono più alibi”

Meningite

Roma, 11 gennaio 2008 –
Gli sviluppi delle indagini sui casi di meningite in Italia sembrano confermare il ruolo giocato da ceppi di meningococco importati, e la presenza di 4 milioni di immigrati sul territorio nazionale non può più essere ignorata o sottovalutata dalle autorità sanitarie nazionali e regionali, che dovrebbero varare un programma di prevenzione e un censimento sullo stato vaccinale di queste persone.


È l’allarme lanciato da Walter Pasini, Direttore del Centro OMS Medicina del Turismo. “La circolazione in Italia di un elevato numero di africani provenienti dalla cosiddetta ‘cintura meningococcicà (senegalesi, ivoriani, etiopi, somali) – avverte Pasini – pone il rischio di meningite anche da meningococco A, Y e W135. Contro i ceppi A,C,W135 ed Y esiste peraltro un vaccino, obbligatorio per i militari ed i pellegrini a La Mecca, che però conferisce un’immunità di soli 3 anni. Contro il solo meningococco C esiste invece un vaccino coniugato che dà immunità per la vita”.

“Oltre alla meningite – continua l’esperto dell’Oms – l’impatto della presenza di immigrati sulla salute pubblica riguarda malattie trasmesse per via alimentare, come l’epatite A e la febbre tifoide, in considerazione della presenza di immigrati nelle cucine dei ristoranti, malattie sessualmente trasmesse, come HPV, AIDS, sifilide e gonorrea, legate alla prostituzione e soprattutto la tubercolosi, malattia considerata debellata, ma che sta conoscendo una significativa ripresa in tutta Europa, anche in forme antibiotico-resistenti”.

I rischi, precisa Pasini, derivano soprattutto “dagli immigrati clandestini che sfuggono, in quanto tali, a ogni forma di controllo. Pur senza alcuna forma di discriminazione e nello spirito della massima solidarietà – suggerisce – le autorità nazionali e regionali devono realizzare senza indugio piani di prevenzione che prevedano controlli sanitari alla popolazione immigrata. Tale censimento deve riguardare lo stato vaccinale, la presenza di malattie infettive, prime fra tutte la tubercolosi in considerazione della sua possibilità di trasmissione negli ambienti chiusi e delle difficoltà che potrebbero riscontrarsi nel suo trattamento. Tale censimento non andrebbe a vantaggio della salute pubblica della popolazione italiana, ma anche e soprattutto di quella immigrata”.

LA LEGA: SCREENING OBBLIGATORIO

“Le nostre preoccupazioni sulla diffusione della meningite a causa degli immigrati sono oggi confermate dall’Oms. Ora non ci sono più alibi, si proceda subito ad uno screening sanitario per tutti gli immigrati”. Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord, commenta le dichiarazioni di Walter Pasini. “La conferma della legittimità del nostro allarme dopo i casi di Seregno e Treviso -spiega il deputato della Lega Nord- arriva finalmente da una voce autorevole che lega chiaramente l’insorgere di certe malattie alla presenza di immigrati”.

“Pur senza alcuna forma di discriminazione e nello spirito della massima solidarietà, suggerisce Pasini, le autorità nazionali e regionali devono realizzare senza indugio piani di prevenzione che prevedano controlli sanitari alla popolazione immigrata. Esattamente quello che avevamo chiesto noi. Ora – conclude Grimoldi – viene meno ogni alibi e rimane solo l’irresponsabilità di chi ancora non ha dato il via allo screening sanitario per tutti gli immigrati come condizione per entrare nel nostro paese”.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/11/58967-vanno_censiti_immigrati.shtml

Rifiuti: a Cagliari la destra aizza la protesta

La protesta contro i rifiuti al porto di Cagliari - foto Ansa - 220*180 - 11-01-08

La protesta della destra a Cagliari

Il giardino della villa del presidente della Regione sarda, Renato Soru, vicino alla Basilica di Bonaria, è stato cosparso giovedì notte di rifiuti scaricati dai cassonetti della zona.

Numerosi sacchetti sono stati sistemati anche di fronte al cancello d’ingresso e sul muro di recinzione. Sull’episodio indagano agenti della Digos della Questura di Cagliari che hanno, fra l’altro, avuto notizia che in città vi è un tam-tam che invita ad un raduno per le ore 23 davanti alla villa del Presidente della Regione.

È stato soltanto identificato e poi rilasciato Antonangelo Liori, consigliere regionale di Alleanza nazionale, una delle persone fermate dalle forze dell’ordine nel corso degli scontri nell’area del Porto Canale durante le operazioni di sbarco dei rifiuti campani dal traghetto «Italro-ro Three».

Sarebbe stato lo stesso esponente di An – salito su un furgone cellulare sventolando una bandiera di partito – a chiedere di avere lo stesso trattamento riservato alle altre persone bloccate da Polizia e Carabinieri. Una parte (e tra questi Liori) sono state portate in Questura, dove sono state identificate e poi rilasciate.

Sono 45 le persone accompagnate negli uffici di polizia, tutte – come detto – identificate e rilasciate.

Tra le persone accompagnate in Questura, oltre a Liori, c’era un altro leader indipendentista, Bustianu Cumpostu, di Sardigna Natzione. Altre dieci persone sono state sottoposte a identificazione, fra le quali il leader di Indipendentzia Repubrica de Sardigna (Irs), Gavino Sale.

Il questore di Cagliari, Giacomo Deiana, ha detto che le forze dell’ordine sono riuscite a gestire la situazione nel miglior modo possibile, considerata la situazione logistica e la pericolosità del luogo dove avveniva lo sbarco dei camion carichi di rifiuti. A sostegno di questa tesi, fonti della Questura hanno sottolineato che nessuno, nè fra i manifestanti nè tra le forze dell’ordine, ha dovuto far ricorso alle cure dei medici.

La prima nave piena di rifiuti ha attraccato giovedì sera a Cagliari dopo ore di trattative e blocchi.
Polizia e carabinieri hanno sgomberato i manifestanti. Il leader di indipendentzia Repubrica de Sardigna, Gavino Sale e altri militanti sono stati fatti salire su un cellulare della Polizia.

L’arrivo era stato bloccato al molo Grendi del porto canale di Cagliari della nave Italroro Three che trasporta oltre 500 tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania, dal vice sindaco di Cagliari, Maurizio Onorato, Forza Italia. Accompagnato dal comandante del corpo di Polizia municipale, Mario Delogu, ha notificato ai dirigenti del servizio di ordine pubblico nel porto canale di Cagliari l’ordinanza, emessa nel 2006 e mai revocata, del sindaco del capoluogo sardo, Emilio Floris, che vieta la movimentazione di rifiuti extraregionali nel territorio comunale.

L’ordinanza del sindaco di Cagliari ha validità sul territorio comunale che comincia fuori dal cancello nella parte del porto canale occupata dalla Grendi che ha i suoi impianti nel territorio del Comune di Assemini.

In Campania, intanto, lo scenario sembra volgere alla normalità: le strade del quartiere vanno ripulendosi e anche la viabilità è tornata quasi del tutto normale. Ne ha risentito positivamente il lavoro di vigili del fuoco: solo una ventina gli interventi effettuati nella notte tra Napoli e provincia per spegnere i roghi appiccati ai cumuli di rifiuti.

Pubblicato il: 10.01.08
Modificato il: 11.01.08 alle ore 16.16

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71965


SPECIALE – Gli operai di Torino diventati invisibili

I superstiti della Thyssen un mese dopo il rogo
“Per la politica e il Paese non siamo mai esistiti”

di EZIO MAURO

TORINO – “Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono abituato. Quel mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre un quarto d’ora prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e sono entrato col mio tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato ragioniere, operaio alla Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto finitura. Salgo, guardo il lavoro che mi aspetta per la notte e vedo che ho solo un rotolo da fare”.

“Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa ad Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare tutti insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica chiuderà, a febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando lavoro e non sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i più esperti, i manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi mandiamo il curriculum in giro, con le domande. L’azienda se ne frega, la città anche. Chiediamo agli amici, ai parenti operai che hanno un posto. Chi può cerca altre cose, Toni “Ragno” dice che ha la patente del camion e prova con le ditte di trasporti: gli piacerebbe, tanto ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare all’acciaieria e 75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la fabbrica e apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla Thyssen di Terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia. Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso. E’ brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro la chiamano la fabbrica dei ragazzi, perché dei 180 che siamo rimasti il 90 per cento ha meno di trent’anni. Ma questo vuol dire che quando tutt’attorno chiude la siderurgia e Torino non fa più un pezzo d’acciaio che è uno, chi ti prende se sai fare solo quello? Eppure siamo specializzati, superspecializzati, non puoi sostituirci con un operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l’acciaio. E infatti ci pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non ti regalano niente, sia chiaro, perché lavori per sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando smonta una monta l’altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è l’acciaio. Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l’Italia perché siamo i primi, senza l’acciaio non si vive, dai lavandini all’ascensore, alle monete, alle posate, siamo la base di tutta l’industria manifatturiera, dal tondino per l’edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai speciali. E quando parlo di acciaio intendo l’inox 18-10, cioè 18 di cromo e 10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto più qui da noi, che è come l’oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi facciamo rotoli da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire, Torino resterà senza, siamo come le quote latte. E’ chiaro che ne parliamo tutte le sere, come si fa? Comunque, a un certo punto, sarà mezzanotte e mezza, io saluto tutti, e dico che vado a fare quel rotolo che mi aspetta. Salgo, e lì sotto comincia l’inferno. E’ una parola che si usa così, come un modo di dire. Ma avete un’idea di com’è davvero l’inferno”?


Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero. Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei partigiani, andare oltre le tombe monumentali della “prima ampliazione”, girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in basso, come una catena di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36 anni (detto “Ragno” per un tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa, Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Subito sotto, Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi, anche lui 26 anni, ultimo dei sette a morire il 30 dicembre dopo 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3 gennaio per il trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i biglietti dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo, ci sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato dall’umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tre Gesù dorati, due lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra tracciata dal Comune le separa dagli altri loculi. E’ un’idea del sindaco Sergio Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera che ragionavano sulla tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque, dieci, qualcuno vorrà ricordarla, parlarne, partire da quei morti per discutere sulla sicurezza nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà neppure più la fabbrica, non ci sarà più niente: mettiamoli insieme, quelli che non hanno una tomba di famiglia; hanno lavorato insieme e sono morti insieme. Quelle fotografie di ragazzi sono le uniche tra i loculi, le altre sono di vecchi e dove non c’è la foto c’è la data: 1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone nasconde lo scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore in mezzo ai fiori, ma c’è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.

“Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può fare così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo. Mancavano due operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno, dalle 14 alle 22. Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per trattare l’acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. Stiamo parlando di una bestia di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l’acciaio viaggia a 25 metri al minuto se è spesso e a 60 metri se è sottile, per poi andare nella vasca dell’acido solforico e cloridrico che gli toglie l’ossido creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai sta nel pulpito, come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi. Ci sono anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino che porta il rullo da una campata dello stabilimento all’altra. Manca poco all’una. So com’è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l’olio e la carta fanno da innesco, c’è un principio di incendio. Loro pensano che sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d’olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte. Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore per prendere un manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede un’onda, sente la vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si salva. Gli altri sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura il gruista della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono tutti morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno straccio e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru, corro, non penso a niente, corro e li vedo”.

I tre funerali sono diversi. Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la rabbia. Egla Scola, che ha vent’anni e due figli di 17 mesi e tre anni, in chiesa ha urlato verso la bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La madre di Angelo Laurino gli ha detto: ora aspettami. Il padre di Bruno Santino, anche lui vecchio operaio Thyssen, l’abbiamo visto tutti in televisione gridare bastardi e assassini, con la foto del figlio in mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo, arriva la notizia che è morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di agonia. Ciro Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti dell’azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla stessa porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria Regina della Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del Santo Volto con la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in campanile.

Attorno, il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c’erano una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell’Iri, che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare (“ciao, non siamo schiavi”, ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso l’impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente conosce il posto perché lì c’è un autovelox famoso per sparare multe a raffica.

Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c’erano trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della democrazia. Chi lavora l’acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice Luciano Gallino, sociologo dell’industria, perché macchine e materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C’è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell’acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre le otto normali. Invece l’Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100 milioni all’anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l’azienda, dopo che Torino avrà chiuso.

“Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all’improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov’è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. “Avvisa tu mia moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare”. Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono sotto choc e non servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra cadere a ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l’acido, i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in faccia: “Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra”. In quel momento Schiavone urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto: “Il fuoco lo sta mangiando”. Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento chiamare: “Giovanni, Giovanni”. Non ci credo, guardo meglio, non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasi si muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano: “Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com’è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?”

Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent’anni: l’operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che nell’assemblea del Pd appena eletta a Torino non c’è nemmeno un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n’è uno, perché il sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l’invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto dei metalmeccanici, “undici milioni di tute blu scendono in piazza”, adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l’immateriale, l’effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l’inizio dell’altra, sopravvivenze importanti e novità salutari. “Chiampa” dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che si lamenta perché i riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni Settanta.

E la città non è indifferente, non si può misurare il funerale operaio col metro del funerale dell’Avvocato, in quel caso la partecipazione era anche un modo di dire “io c’ero”, mentre qui voleva dire “voi ci siete”. E poi, pensiamo sempre a Mirafiori, dove cresceva l’erba sull’asfalto, tutto era abbandonato, e tutto è rinato. Il sindaco ha aiutato Marchionne, l’amministratore delegato Fiat ha aiutato Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del voi, perché questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tua gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono.

E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l’altra. Gli operai della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald’s di via Pianezza, Peter ha la moglie laureata e vede tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti dicono che l’invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince di vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato solo la cometa del Nordest, solo l’illusione del lavoro immateriale, solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità. Questa fragilità – culturale? Politica? Sociale? – li espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l’operaio da ragazzo (il mattino in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni funerale cose semplici ma solide perché autentiche: la città ha reagito ma non basta, serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non può danneggiare la sicurezza o addirittura la vita di chi lavora. La sinistra ha detto meno del cardinale.

“Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di lavoro carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha buttati addosso. “Giovanni aiutaci – dicevano – portaci via”. Ragazzi, ho provato a rassicurarli, l’importante è che siate in piedi, io non so se posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori, vi facciamo da battistrada. Due passi, e trovo per terra Rosario Rodinò, Angelo Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si sciolgono, l’olio che frigge, non c’è più niente, i baffi di Rocco, i capelli di Robi, solo la voce. Mi accoccolo vicino a Laurino, gli parlo. Si volta: “Dimmi che starai vicino ai miei”. Scola ripete che ha due figli piccoli, “non potete farmi morire”. Rodinò sembra più calmo: “Non pensare a me, io sto meglio, occupati di loro”. Poi, quando ritorno da lui mi chiede: “Come sono in faccia? Cosa vedi?” Arrivano i pompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice che stanno morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente, ho quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero, e gli urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono salvarlo. Mi dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perché il fumo sta divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dei gas, dell’elettricità. Tutto si ferma alla ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più niente da fare”.

Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili.

FIRMA L’APPELLO A GOVERNO E CONFINDUSTRIA

(11 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html

Metalmeccanici, sciopero di 8 ore: "Adesioni all’80%"

Autostrade e stazioni bloccate

«Sottopagati, ma creiamo ricchezza»

Migliaia di metalmeccanici hanno sfilato per le strade e nelle piazze italiane. È risultata di oltre l’80% l’adesione allo sciopero proclamato dai sindacati a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro con «una forte presenza» alle manifestazioni svoltesi in molte città, riferiscono fonti sindacali. Significativi disagi si sono avuti per la circolazione. Tutti i presidi e i blocchi erano temporanei e sono stati rimossi attorno alle 13. Lo sciopero «è andato bene, speriamo che dia un contributo allo sblocco della trattativa che è in corso in queste ore», ha detto il segretario generale della Fim, Giorgio Caprioli. Secondo i primi dati raccolti dai sindacati, l´adesione è di «oltre l’80%» e c’è stata anche una «forte presenza» alle manifestazioni locali. La vertenza riguarda soprattutto il problema dell’incremento minimo tabellare in busta paga di 117 euro, chiesto dai metalmeccanici, e quello proposto, invece, da Federmeccanica, pari a poco più di 60 euro medie mensili nei due anni di vigenza contrattuale. I segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm dovrebbero incontrare il direttore generale di Federmeccanica, Roberto Santarelli.

Lombardia
Gli stessi sindacati hanno fatto sapere che intorno alle 10.00 dai cancelli dell’Alfa Romeo di Arese si sono mosse oltre 2.000 persone per raggiungere l’Autolaghi, l’Autostrada che collega il capoluogo lombardo con Como, Varese e l’aeroporto di Malpensa. Contemporaneamente, dai cancelli della Dalmine altre 2.000 persone hanno bloccato la Milano-Bergamo, mentre la Bergamo-Brescia è bloccata da 5.000 lavoratori bresciani, che si erano concentrati in presidio davanti alla sede della Confapi. Blocchi stradali sono in corso anche a Legnano, dove circa 1.000 lavoratori impediscono la circolazione sull’Autolaghi, bloccata più a nord anche a Gallarate da oltre 1.000 manifestanti confluiti da tutta la provincia di Varese. Intorno a mezzogiorno le difficoltà maggiori sono presenti sull’A8 Milano-Varese, con 3 blocchi del traffico, in entrambe le direzioni, all’altezza di Gallarate, Legnano ed Arese.

Piemonte
Uno striscione rosso listato a lutto della Thyssenkrupp, quello dei lavoratori della Bertone con la scritta «Tutti insieme» e infine lo striscione Fim, Fiom e Uilm con il messaggio «Contratto subito» dominano il corteo dei metalmeccanici che partito dal piazzale di Porta Susa intorno alle ore 10 ed è arrivato in piazza Castello a Torino dove si è concluso con l’intervento di Bruno Vitali della segreteria nazionale Fim-Cisl.

Liguria
Circa 500 operai metalmeccanici hanno bloccato la stazione ferroviaria di Genova. Dopo avere fatto un presidio davanti alla sede di Confindustria, nelle adiacenze dello scalo ferroviario, i metalmeccanici hanno dato vita ad un corteo che ha bloccato il traffico e sono poi entrati nella stazione. Durante la protesta, che è durata poco più di mezz’ora, un solo convoglio è riuscito a passare il cordone umano tra le proteste degli scioperanti. La manifestazione è stata promossa da Fiom, Fim e Uilm e dalle Rsu delle principali fabbriche genovesi. Sono in piazza tra gli altri gli operai di Fincantieri, Ilva, Esaote, Piaggio Aero, Marconi, Siemens, Riparazioni Navali.

Emilia Romagna
Sull’autostrada A1 e sulla tangenziale di Bologna si sono registrati disagi quando i metalmeccanici hanno bloccato, sia in entrata che in uscita, i caselli di Reggio Emilia e Modena Nord. Mentre sulla tangenziale che circonda il capoluogo emiliano è momentaneamente chiuso il tratto in direzione dell’A14 Adriatica, tra lo svincolo n.6 Castelmaggiore e lo svincolo n.8 Fiera.

Sardegna
Manifestazione anche a Cagliari dei metalmeccanici della provincia sotto la sede regionale di Confindustria. In viale Colombo circa 300 lavoratori hanno indetto una protesta con un sit-in per il mancato accordo con Federmeccanica. «La proposta degli industriali offende la dignità di una categoria che, con il suo duro lavoro sottopagato, contribuisce in percentuali elevate a produrre ricchezza per il Paese», ha sottolineato Piero Vargiu, segretario della Fiom-Cgil per la provincia di Cagliari. È previsto, inoltre, un incontro con il direttore regionale di Federmeccanica per richiamare l’attenzione della controparte sulle condizioni del comparto in Sardegna, dove sono impiegati almeno 20mila operai, di cui oltre 10mila solo nel cagliaritano.

Pubblicato il: 11.01.08
Modificato il: 11.01.08 alle ore 15.45

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72003


Prodi: giù tasse su poveri e lavoro. La maggioranza ritrova l’unità

Anche Montezemolo apprezza patto

«Il Paese ci chiede di governare, di dire dei sì e dei no, di non tergiversare. È una lezione di cui fare tesoro». Il presidente del Consiglio Romano Prodi chiude il vertice di maggioranza con un messaggio chiaro agli alleati, invitandoli ancora una volta a superare i distinguo, prendendo lo spunto dalla richiesta di governo che viene dall’emergenza rifiuti in Campania. E che vale anche in economia, come in tutti gli altri campi.

L’incontro di giovedì ha però i fari puntati in particolare sull’agenda economica del governo. Il Professore snocciola, in otto cartelle, le linee guida: stop a nuove tasse e avanti tutta per un taglio a quelle sui redditi più bassi. Ai “rigoristi” del bilancio sottolinea come il risanamento dei conti sarà sempre un obiettivo di questo governo e sul nodo della tassazione delle rendite finanziarie sceglie una soluzione diplomatica: alzarle dal 12,5 per cento al 20 per cento è una questione di giustizia sociale, ma occorre procedere – avverte – con cautela. L’occhio ovviamente è alla crisi dei mutui subprime di questa estate e al delicato equilibrio dei mercati finanziari.

Aumentare potere d’acquisto dei salari. «Con gli strumenti che abbiamo a disposizione – dice Prodi – e con le risorse che saremo capaci di generare possiamo muoverci nella direzione di una riduzione concreta del carico fiscale, a vantaggio, innanzitutto dei salari e dei bassi redditi. Dobbiamo fare più affidamento sulla domanda interna, sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie in un quadro di economia competitiva».

Extragettito per meno tasse per lavoratori e famiglie. «Tutto ciò che sarà recuperato dall’evasione fiscale o da altre forme di extra-gettito dovrà essere indirizzato alla riduzione del carico fiscale dei lavoratori e delle famiglie. Del resto – prosegue il premier – questa è stata la decisione del Parlamento assunta in sede di esame e approvazione della legge Finanziaria».

Risorse da trimestrale. Per conoscere a quanto ammonta esattamente il gruzzolo a disposizione del governo per mettere in campo tutte le misure occorrerà, però, aspettare «la trimestrale di cassa, quando – dice il presidente del Consiglio – avremo dati certi a nostra disposizione».

Rendite finanziarie. Prodi promette agli alleati un intervento sulla tassazione delle rendite finanziarie, con un occhio però attento ai mercati finanziari. «Pur con tutte le cautele, legate al momento delicato che vivono in questo momento i mercati finanziari, è difficile continuare con l’anomalia di un sistema nel quale il lavoro e l’impresa sono tassati più che le rendite finanziarie. Nessun intento punitivo, naturalmente. Semplicemente la riconduzione delle nostre regole a principi di maggiore semplicità, come l’uniformità dell’aliquota al 20 per cento, e di giustizia distributiva».

Liberalizzazioni. «Dobbiamo fissare – afferma il presidente del Consiglio – un calendario impegnativo per le riforme già in parlamento e proseguire con politiche che mettono al centro i diritti dei consumatori».

Concertazione e nuovo patto per lo sviluppo. «Dopo questo nostro incontro, il governo aprirà una nuova fase di concertazione con l’obiettivo di giungere ad un grande patto per lo sviluppo. Lo dobbiamo fare ora – prosegue – e lo dobbiamo fare noi. Per non sprecare un’enorme opportunità che abbiamo a portata di mano».

Equilibrio dei conti. Il trend delle spese è stato invertito. I dati sono buoni: «Il disavanzo pubblico scende sotto il 2 per cento del Pil e l’avanzo primario supera il 3 per cento del Pil», evidenza il Professore. «Proseguire il riequilibrio finanziario – dice Prodi – è un obbligo non solo economico, ma anche morale nei confronti delle generazioni future dalle cui spalle dobbiamo togliere il peso enorme dei debiti accumulati in passato».

Pubblica Amministrazione. «Apriremo subito la trattativa per il contratto» del pubblico impiego, «chiedendo piena attuazione del memorandum siglato con sindacato su qualità, mobilità e merito».

Riforme. «L’incontro ha lo scopo di condividere scenari ed obiettivi in un quadro generale di riforme che dobbiamo tenere presente – sottolinea il presidente del Consiglio – e che dovremo affrontare nei prossimi mesi. Penso alla riforma istituzionale, alla legge elettorale ed anche al conflitto di interesse ed alla riforma della Rai».

Sì di Montezemolo. Confindustria condivide la posizione del presidente del Consiglio Romano Prodi. Per Luca Cordero di Montezemolo «il Paese ha bisogno, oggi più che mai, di un accordo tra Governo, imprese e sindacati che metta al centro la crescita ed è importante che ognuno faccia fino in fondo la propria parte».

«Interventi di carattere fiscale devono essere legati a un forte impegno delle forze sociali per più produttività, salari e investimenti», ha detto Montezemolo in una nota».

«Del resto – ha aggiunto – questa è sempre stata la nostra posizione sin dal settembre quando proponemmo un patto per la produttività e la crescita».

Maggioranza compatta. «Grande soddisfazione» esprime il vice segretario del Pd Franceschini. Contenti anche Sinistra e l’Arcobaleno e socialisti. Guardingo Dini, mentre Mastella pensa alla legge elettorale.

Pubblicato il: 10.01.08
Modificato il: 10.01.08 alle ore 20.36

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71974