Archivio | gennaio 12, 2008

Sofri da Fazio: le carceri sono una specie di discarica

Adriano Sofri da Fazio
Adriano Sofri da Fazio

Bush e le buone intenzioni, l’ambiente, il carcere, il ’68, la spazzatura ma anche l’invidia, il prossimo e Gesu’: sono alcuni dei temi trattati da Adriano Sofri ospite stasera su Raitre di Che Tempo che fa, intervistato da Fabio Fazio.

Condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, Sofri ha avuto dal magistrato di sorveglianza un permesso in deroga al regime di detenzione domiciliare nella casa vicino Firenze. Sofri, per la prima volta ospite in uno studio televisivo e in diretta, ha parlato a lungo del suo saggio “Chi e’ il mio prossimo”, edito da Sellerio.

Per il futuro dell’umanita’ secondo Sofri: “non occorre essere catastrofisti per accorgersi che siamo in una situzione estrema siamo scollegati dai nostri antenati e dai nostri posteri, e che potremmo essere responsabili del loro non esserci, l’umanita’ – continua Sofri – si e’ sempre vantata di andare avanti ora forse dovrebbe prendere strade traverse o anche ritirarsi”.

“Prima, continua Sofri, eravamo terrorizzati dalla possibilita’ di distruggere l’intero pianeta con l’atomica questa possibilita’ entrava nelle nostre aspettative dopodiche’ ci siamo accorti che la stessa vita in pace poteva consumare il mondo per via ordinaria”

Sul 1968, le cui celebrazioni sono imminenti e che secondo Sofri saranno “denigrazioni, non bisognerebbe vantarsi ne’ di averlo fattto ne’ di non averlo fatto” ha concluso Sofri.

Carceri discariche
Le carceri “sono una specie di discarica, l’ultima nella raccolta differenziata. Posti orribili, in cui l’impresa eroica e’ uscire vivi e migliorati nonostante la galera non grazie alla galera”, ha detto Adriano Sofri a Fabio Fazio e ha aggiunto: “Permettimi di salutare i detenuti che stanno in una galera in cui ho vissuto nove anni e in cui forse tornero’ a vivere. Vorrei aggiungere che i detenuti avrebbero una straordinaria predisposizione ad aiutare il prossimo”

Domande a D’Alema
“Come fa una politica cosi’ poco lungimirante, che fa i conti con sondaggi quotidiani e tutt’al piu’ con il giro di una elezione a occuparsi di una questione importante come la sorte di un mondo che ci e’ stato dato in custodia e che dovremo lasciare a qualcuno quando non ci saremo piu’?”. Questa la domanda alla quale Adriano Sofri vorrebbe che rispondesse il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema prossimo ospite da Fazio.

Le critiche
“Ancora una volta amareggiati”: cosi’ a caldo, subito dopo l’intervista in diretta su Raitre di Adriano Sofri, con queste parole e’ voluto intervenire Bruno Berardi, presidente dell’associazione parenti delle vittime del terrorismo e della mafia Domus Civitas.

“Chiediamo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che e’ il sommo custode dei diritti di tutti, di intervenire, come fece in precedenza per un’intervista a Franceschini sempre in tv. Bisogna fermare questa offesa alle vittime del terrorismo sulle reti della tv di stato”, ha concluso Berardi.

fonte: http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsid=77545

Ancora piu’ urgente la mobilitazione per Ingrid

DOPO LA LIBERAZIONE DI CLARA ROJAS E CONSUELO GONZALEZ DE PERDOMO

di Elisa Marincola


La liberazione da parte delle FARC in Colombia
di Clara Rojas e Consuelo Gonzalez de Perdomo ha due effetti immediati: innanzitutto rafforza la speranza di rivedere viva e libera Ingrid Betancourt, e poi, ma non meno importante, dimostra che la via della trattativa è vincente, quando di mezzo ci sono vite umane.

Non è certo d’accordo il presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, che nelle scorse settimane ha dato fondo a ogni manovra e sotterfugio per impedire questa liberazione, dalle maniere forti, con bombardamenti a tappeto sull’area in cui si attendeva il rilascio, alle rivelazioni sul bambino della Rojas, Emmanuel, in realtà ospite da anni di un orfanotrofio. Un particolare che sembrava essersi trasformato in una trappola per il grande mediatore, il presidente venezuelano Chavez, che al piccolo aveva dedicato l’operazione intorno alla trattativa con il gruppo guerrigliero colombiano.
E invece, ha avuto ragione lui: le due prigioniere sono state liberate e le immagini sul rilascio girate in esclusiva dalla ‘allnews’ di Caracas Telesur fanno il giro del mondo, come quelle delle due donne con Chavez davanti al palazzo di Miraflores. “Torniamo a vivere grazie a Lei” ha detto la Rojas, e a Caracas sono arrivati, sia pure a denti stretti, i complimenti persino del Dipartimento di Washington.

Un successo possibile anche per le pressioni del presidente francese Sarkozy, che ha praticamente imposto la mediazione di Chavez, e non certo per simpatia politica con il caudillo venezuelano: a pesare sulla scelta di Sarkozy è stato probabilmente il realismo, la consapevolezza che solo il caudillo bolivariano aveva l’autorevolezza per arrivare a un accordo con le FARC. Considerate l’ala militare del vecchio partito comunista colombiano, le FARC, Forze armate rivoluzionarie colombiane, avevano rifiutato sempre la trattativa con Uribe, che loro definiscono un burattino di Washington che dal 2002 ha imposto al paese il ‘Plan Colombia’, un piano di invasione camuffato da operazione di polizia internazionale contro i trafficanti di droga.

Oggi, molti pensano che la mediazione di Chavez possa aiutare un cambiamento della situazione e l’apertura di un reale dialogo per arrivare alla pace.
Infatti, i vertici della guerriglia hanno da tempo proposto di scambiare la Betancourt e una quarantina di ostaggi importanti nell’ambito di un accordo umanitario con 500 guerriglieri nelle carceri colombiane.

Il prossimo 23 febbraio saranno sei anni dal rapimento della Betancourt. Candidata alle presidenziali per l’alleanza verde, venne prelevata dai ribelli durante una campagna elettorale in cui questa donna giovane e coraggiosa rappresentava la speranza per un paese ostaggio della violenza.
Un paese in cui si contano a migliaia i morti e i ‘desaparecidos’, per mano delle forze armate e dei gruppi paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia, come hanno spiegato lo scorso ottobre i responsabili del Movimento Nazionale di Vittime di crimini di Stato della Colombia, venuti in Italia a cercare solidarietà. Un esercito di due milioni e mezzo di combattenti disposti a tutto, ben armati, organizzati che da decenni si macchiano di massacri, torture, esecuzioni. Violazioni di tutti i diritti umani. Con la semplice motivazione di colpire la “guerriglia”. Anche se le vittime sono civili inermi, intere famiglie, bambini, ragazzi, donne incinte.

Le associazioni umanitarie chiedono alla comunità internazionale di aiutarli a ottenere che i responsabili vengano giudicati per crimini contro l’umanità e per gravi violazioni dei diritti umani, crimini per i quali non esiste la prescrizione e che possono essere giudicati da qualsiasi tribunale in qualsiasi parte del mondo. Eccetto che in Colombia.

L’attuale governo del Presidente Uribe ha promosso, infatti, un processo di vera e propria legalizzazione dei gruppi paramilitari: nel 2005 ha varato, con l’appoggio finanziario dell’Unione europea, la legge 975, detta “per la pace e la giustizia” e invece nota come legge dell’impunità, applicata solo a vantaggio dei miliziani filogovernativi assorbiti nelle forze armate come “cooperanti militari”. Una norma che, invece di riportare la pace, ha finito per istituzionalizzare un nuovo potere politico mafioso nel paese.

Una realtà che l’Italia non può ignorare. Infatti, le scarse relazioni economiche e politiche ufficiali con Bogotà sono sostituite dai forti contatti tra le mafie italiane e quelle colombiane: prima i cartelli di Cali e Medellin e adesso le formazioni paramilitari che controllano la maggior parte della produzione e del traffico degli stupefacenti colombiani verso l’esteno.

Per tutto questo, per tutto l’orrore che pervade questo lontano paese sudamericano, la liberazione di Ingrid Betancourt è molto, troppo importante: se le FARC riusciranno a ragionare in termini lucidamente politici, abbandonando le farneticazioni dello scontro fino all’ultimo morto, si potrà ottenere un duplice risultato: la libertà per Ingrid e per gli altri 700 ostaggi nelle loro mani, probabilmente anche la liberazione di molti tra i militanti guerriglieri nelle carceri colombiane, e insieme, la sconfitta storica della linea d’intransigenza rigida del presidente Uribe.

Il negoziato ora si fa, quindi, ancora più difficile: adesso Uribe deve dare il suo consenso per lo scambio tra ostaggi e guerriglieri in carcere. Non ha più alibi: deve decidere se vuole la Betancourt e i suoi 700 compagni di sventura vivi e liberi o se decide di lasciarli morire poco a poco (o rapidamente, se riprenderanno i bombardamenti a tappeto nelle regioni controllate dai ribelli).
Adesso, quindi, il mondo dovrà essere ancor più vigile di prima: basterà poco, un’operazione militare di troppo, non solo a interrompere i negoziati tra Chavez e ‘Tirofijo’. Il vero pericolo è che il fuoco amico provochi, magari accidentalmente, la morte di qualche prezioso ostaggio, forse proprio del più prezioso, rendendo inutili le trattative e giustificando un massacro, che ancora una volta lascerebbe a terra combattenti e vittime civili.
A tutti noi tocca quindi rilanciare la mobilitazione per Ingrid. Non lasciamo che prevalga la logica della morte. A morire, insieme a quella fragile, diafana giovane signora precocemente invecchiata, sarebbero anche, e definitivamente, i diritti umani di un intero popolo.

12/01/2008

fonte: http://www.articolo21.info/notizia.php?id=5969

THYSSENKRUPP / IL FONDO: Dopo la figuraccia si corre ai ripari

“Dai parlamentari mille euro l’anno”

E’ la proposta di legge che verrà presentata la prossima settimana da Stefano Pedica, dell’Italia dei valori, che dichiara la sua “amarezza”

Roma, 12 gennaio 2008 – “La prossima settimana presenterò la proposta di legge per costituire il fondo di solidarietà per le vittime del dovere del lavoro e della strada dove tutti i Parlamentari, se passasse la mia legge, verseranno una quota annuale di 1.000 euro da destinare ai famigliari delle vittime”. Lo afferma Stefano Pedica dell’Idv.

“Con questo sistema si raccoglieranno ogni anno solo con i Parlamentari circa un milione 400mila euro. Un gesto di responsabilità regolato da una proposta di legge – continua Pedica – Devo dichiarare la mia amarezza nell’aver constatato che alla prima riunione dei capigruppo non si è parlato del versamento di mille euro come gesto di vicinanza ai familiari della ThyssenKrupp. Spero di essere ricevuto dai presidenti delle Camere per capire il perchè e denunciare tale insensibilità attraverso il mio blog per far capire ai cittadini chi sono questi Parlamentari».

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/12/59117-dopo_figuraccia_corre_ripari.shtml

ROMA – Scuolabus per soli rom

La richiesta avanzata da un gruppo di genitori dopo un litigio tra ragazzini

Nella foto uno scuolabus

Veltroni: ”Non è nella nostra cultura”

Roma, 12 gen. (Adnkronos/Ign) – “I bambini sono tutti uguali. Se vanno a scuola insieme devono continuare a farlo. Non esiste al mondo che si possano separare sulla base di considerazioni che non appartengono alla nostra cultura“. Così il sindaco di Roma Walter Veltroni, a margine dell’inaugurazione del nuovo centro Alzheimer in I Municipio, ha commentato l’approvazione di una mozione del VII Municipio presentata da un consigliere di Rifondazione comunista che istituisce autobus scolastici differenziati tra bambini rom e italiani.

Il via libera alla mozione nel Municipio che si trova nella periferia romana, tra la Prenestina e la Casilina, è arrivato grazie ai voti del centrodestra e di Sinistra Democratica, mentre il Pd ha votato contro. Nella mozione si chiede all’assessore comunale all’Istruzione di valutare la separazione di bimbi rom e italiani sugli scuolabus. La misura risponde alla richiesta, avanzata da un gruppo di genitori, dopo un litigio scoppiato sul mezzo tra ragazzini.

fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1763779053

Alla Sapienza fronte anti-Ratzinger

Dopo l’appello dei fisici gli studenti preparano la contestazione
Giovedì il Papa terrà un discorso di inaugurazione dell’anno accademico

“Nemico di Galileo, qui non parli”

Il rettore: al di là delle opinioni, viene tra noi come messagero di pace

di ANNA MARIA LIGUORI

Papa Benedetto XVI


ROMA – “Benedetto XVI non deve entrare all’Università La Sapienza”.
Il vade retro viene da un nutrito gruppo di docenti e studenti di uno degli atenei più antichi d’Europa e apre un nuovo fronte laici-cattolici. Il rischio è che giovedì prossimo, quando è in programma un discorso del Papa – terzo pontefice in visita all’ateneo – vada in scena una clamorosa contestazione, un sit-in antipapalino all’ombra delle Minerva. La parola d’ordine è: “Non vogliamo Ratzinger nel tempio della conoscenza perché è troppo reazionario”.

L’alzata di scudi laica era stata preannunciata giovedì da una lettera ai vertici dell’università che hanno invitato, il 17 gennaio, papa Ratzinger ad inaugurare l’anno accademico 2007-08, il 705° dalla fondazione. Sessantasette docenti, tra cui tutti i più noti fisici dell’ateneo, hanno firmato un appello (pubblicato scorso su Repubblica) perché “quell’invito sconcertante”, così lo hanno definito, venga revocato.

Il messaggio anti Ratzinger è stato spedito direttamente al rettore Renato Guarini: “Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso a Parma, Joseph Ratzinger ha rilanciato un’intollerabile affermazione di Feyerabend: “Il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto””. Una frase che ha fatto sobbalzare il gruppo di scienziati che ora fa la fronda alla visita di Benedetto XVI. E che si dicono “indignati in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze. Quelle parole ci offendono e ci umiliano. E in nome della laicità della scienza auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato”.

La risposta del rettore Guarini? Un invito alla tolleranza e nessuna marcia indietro. “Al di là delle divergenze di opinioni – dice – bisogna accogliere Benedetto XVI come un uomo di grande cultura e di profondo pensiero filosofico, come messaggero di pace e di quei valori etici che tutti condividiamo”. Così la cerimonia è stata confermata, e sarà divisa in due parti: la lectio magistralis tenuta da Mario Caravale, docente di storia del diritto, che parlerà della pena di morte, poi gli interventi del ministro dell’Università Fabio Mussi e del sindaco di Roma Walter Veltroni. Poi il discorso di Benedetto XVI. Alla fine, tutti in cappella.

Ma la vigilia potrebbe diventare “pesante”. Dopo i professori anche gli studenti promettono che non resteranno a guardare. Annunciano che faranno un sit-in contro “l’oscurantismo” di Benedetto XVI, terzo papa in visita alla Sapienza dopo Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 1991. “Non capiamo per quale motivo il Papa debba prendere parte alla cerimonia” sottolinea Michele Iannuzzi della Rete per l’Autoformazione. E centinaia di studenti delle università romane già fanno sapere che nei prossimi giorni si daranno appuntamento sotto la statua della Minerva, simbolo del sapere e della conoscenza. Già mercoledì organizzeranno cortei, campagne di comunicazione e daranno vita a “gesti eclatanti” per coinvolgere il maggior numero di studenti in quella che vuole essere “una vera e propria lotta contro l’ingerenza del pontefice nelle istituzioni italiane”.

Clima di mobilitazione anche tra i docenti. Andrea Frova, docente di Fisica generale, è tra coloro che hanno partecipato alla stesura della lettera: “L’invito è una scelta inopportuna e vergognosa e non è sufficiente che il Papa non tenga più la lectio magistralis, come avevano deciso all’inizio. È solo un maquillage fatto anche piuttosto male. Si tratta di un capo di stato straniero ed inoltre il capo della Chiesa cattolica. E noi che abbiamo dedicato tutta la vita alla scienza non ci sentiamo di ascoltare, a casa nostra, una voce autorevole che condanna di nuovo Galileo”. Un altro dei firmatari più attivi è Carlo Cosmelli, docente di Fisica: “Le accuse anti-scienza che il Papa ha lanciato da cardinale le ha ribadite anche nella sua ultima enciclica. Lui è convinto che, quando la verità scientifica entra in contrasto con la verità rivelata, la prima deve fermarsi. Una cosa del genere in una comunità scientifica non può essere accettata”.

(12 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/benedettoxvi-18/sapienza-contesta/sapienza-contesta.html

Epifani: "Il sindacato superi le pigrizie, tornare a sporcarci le mani in fabbrica"

Parla il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: “C’è anche una nostra quota di responsabilità. Abbiamo bisogno di un’autoriforma”

“Qual è la nostra principale funzione se non quella di tutelare l’integrità, innanzitutto fisica, del lavoratore?”


di ROBERTO MANIA

Guglielmo Epifani


ROMA
– “Dobbiamo tornare in prima linea. Dobbiamo tornare con fatica a sporcarci le mani con la condizione del lavoro”. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non vuole parlare di autocritica. Non è mai stato comunista e quel termine non appartiene perciò alla sua cultura socialista e riformista. Allora – mentre rilegge il reportage di Repubblica sugli operai della Thyssen di Torino ignorati dalla politica, e mentre si informa sulla vertenza dei metalmeccanici – dice che è di un'”autoriforma” che ha bisogno anche il sindacato, senza nascondersi dietro le responsabilità e le debolezze degli altri. Eppure il campanello d’allarme è suonato ed è difficile far finta di non averlo ascoltato. “Ogni morto – spiega – è per noi una sconfitta. Qual è la nostra principale funzione se non quella di tutelare l’integrità, innanzitutto fisica, del lavoratore? C’è anche una nostra quota di responsabilità, accanto alla mancanza di controlli e alle colpe delle imprese che spesso non si curano della sicurezza in nome del profitto”.

Ma il leader della Cgil denuncia, con amarezza, la solitudine del sindacato. Perché sul lavoro – sulla “centralità del lavoro”, come dice – la politica, la sinistra, è assente. Afona. Rincorrendo ogni forma di “nuovismo purché senza il lavoro”, ha fatto sì che a quarant’anni dal ’68 si celebri marcusianamente “l’impresa a una dimensione: quella del mercato, della competizione senza regole, dei profitti e dei consumatori”. Quella senza i produttori, appunto. “Da noi la radice popolare del lavoro si è smarrita nel processo di trasformazione politica”. Si spiega così l’anomalia Epifani, primo leader della Cgil senza tessera di partito.

Epifani rivendica lo sforzo di Cgil, Cisl e Uil di aver fatto della sicurezza una priorità. Ricorda che il 2006 si concluse con il drammatico incendio (quattro i morti) all’oleificio di Campello sul Clitunno. Che per tutto il 2007 i sindacati si sono battuti, “come raramente è accaduto in precedenza”, per la sicurezza nel lavoro. Che poi è arrivata la tragedia alle acciaierie di Torino.


A marzo ci sarà una grande iniziativa nel capoluogo piemontese per ricordare i morti. “Ma ci vuole di più – dice – perché non bastano le buone leggi, bisogna applicarle con rigore, effettuare i controlli, costringere le imprese ad accettare gli standard di sicurezza”. Poi c’è una funzione sindacale. “Mi sono andato a guardare i contratti aziendali sottoscritti negli ultimi dieci anni.
Parlano di ristrutturazioni, di profonde e difficili riorganizzazioni. C’è anche il tema della sicurezza. Più o meno il 17-18 per cento degli accordi affronta la questione. Troppo poco, però. Non si parla di formazione alla sicurezza né di prevenzione. E invece è dal basso che si deve ripartire per ridare radici forti anche alla legislazione”. Dal basso, proprio dove sta l’autoriforma che immagina Epifani. “Un’autoriforma che ci porti a stare meglio e con più impegno dove già siamo presenti e a entrare in quel mondo delle piccole imprese che ci è ostico anche per l’assenza dei diritti”. Insomma un sindacato che ritorni nelle fabbriche e negli uffici, che esca dall’apparato, che si sburocratizzi.

Sarà il tema della prossima conferenza di organizzazione della Cgil di primavera. “Dobbiamo superare le nostre pigrizie. So bene che è faticoso recuperare la prima linea. Ma non c’è alternativa. D’altra parte il sindacato è solo nella rappresentanza del lavoro. Nei luoghi di lavoro la politica non c’è più. Negli anni ’70 quando affrontammo l’emergenza terrorismo, accanto ai sindacati c’erano i partiti. Oggi dove c’è il lavoro non c’è alcuna mediazione politica. Ci muoviamo così tra la scarsa attenzione di una parte della sinistra e le invasioni di campo dell’altra. Entrambe, al fondo, dimostrano l’assenza di un’autonoma proposta politica sul lavoro”.

Un sindacato che riparta dal basso. Che formi i nuovi i delegati con il passaggio delle competenze dai più anziani ai più giovani. Che ritorni sui banchi a studiare: Epifani ha deciso di riaprire la gloriosa scuola di formazione sindacale di Ariccia, a pochi chilometri da Roma. Sarà intitolata a Luciano Lama.

Perché gli operai, ancorché “invisibili” per la politica, ci sono ancora. “Non c’è una classe, certo, ma una condizione operaia sì, eccome. Saranno almeno sette milioni coloro che lavorano manualmente. Eppure la politica non li vede. Gli operai ricambiano con una forte ostilità, emersa proprio durante la consultazione sull’accordo per il welfare. Dunque è un problema culturale, oltre che politico e sociale. Ha prevalso l’idea che tutto sia competizione, che si debba vincere o perire. Che conti di più il consumatore del produttore. Ma è un errore”. Non è una bandierina ideologica né un “capriccio”, quella di chiedere l’armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie. Ma è uno dei segnali che servono per dire che il lavoro non può essere trattato peggio degli investimenti finanziari. Tutta l’Europa l’ha già capito.

Servirebbe anche una cultura imprenditoriale diversa. Sergio Marchionne, che avrebbe voluto andare ai funerali delle sette vittime della Thyssen, resta un’eccezione. Lui – dice Epifani che alle esequie non ha partecipato “per un grave lutto familiare” – crede nella dignità del lavoro. Ma gli altri? “Ma che idea del lavoro c’è dietro la proposta di far guadagnare di più le persone purché lavorino di più? Non era così nemmeno nell’Ottocento! I nostri imprenditori sono quelli descritti dall’Economist: “leggendari” per la loro voracità di non pagare le tasse e tenersi i profitti. Sono gli stessi che ritardano i rinnovi contrattuali”. Come quello dei metalmeccanici. Che hanno bloccato le autostrade. Per provare ad essere visibili.

(12 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/morti-lavoro/epifani-intervista/epifani-intervista.html