Epifani: "Il sindacato superi le pigrizie, tornare a sporcarci le mani in fabbrica"

Parla il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: “C’è anche una nostra quota di responsabilità. Abbiamo bisogno di un’autoriforma”

“Qual è la nostra principale funzione se non quella di tutelare l’integrità, innanzitutto fisica, del lavoratore?”


di ROBERTO MANIA

Guglielmo Epifani


ROMA
– “Dobbiamo tornare in prima linea. Dobbiamo tornare con fatica a sporcarci le mani con la condizione del lavoro”. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non vuole parlare di autocritica. Non è mai stato comunista e quel termine non appartiene perciò alla sua cultura socialista e riformista. Allora – mentre rilegge il reportage di Repubblica sugli operai della Thyssen di Torino ignorati dalla politica, e mentre si informa sulla vertenza dei metalmeccanici – dice che è di un'”autoriforma” che ha bisogno anche il sindacato, senza nascondersi dietro le responsabilità e le debolezze degli altri. Eppure il campanello d’allarme è suonato ed è difficile far finta di non averlo ascoltato. “Ogni morto – spiega – è per noi una sconfitta. Qual è la nostra principale funzione se non quella di tutelare l’integrità, innanzitutto fisica, del lavoratore? C’è anche una nostra quota di responsabilità, accanto alla mancanza di controlli e alle colpe delle imprese che spesso non si curano della sicurezza in nome del profitto”.

Ma il leader della Cgil denuncia, con amarezza, la solitudine del sindacato. Perché sul lavoro – sulla “centralità del lavoro”, come dice – la politica, la sinistra, è assente. Afona. Rincorrendo ogni forma di “nuovismo purché senza il lavoro”, ha fatto sì che a quarant’anni dal ’68 si celebri marcusianamente “l’impresa a una dimensione: quella del mercato, della competizione senza regole, dei profitti e dei consumatori”. Quella senza i produttori, appunto. “Da noi la radice popolare del lavoro si è smarrita nel processo di trasformazione politica”. Si spiega così l’anomalia Epifani, primo leader della Cgil senza tessera di partito.

Epifani rivendica lo sforzo di Cgil, Cisl e Uil di aver fatto della sicurezza una priorità. Ricorda che il 2006 si concluse con il drammatico incendio (quattro i morti) all’oleificio di Campello sul Clitunno. Che per tutto il 2007 i sindacati si sono battuti, “come raramente è accaduto in precedenza”, per la sicurezza nel lavoro. Che poi è arrivata la tragedia alle acciaierie di Torino.


A marzo ci sarà una grande iniziativa nel capoluogo piemontese per ricordare i morti. “Ma ci vuole di più – dice – perché non bastano le buone leggi, bisogna applicarle con rigore, effettuare i controlli, costringere le imprese ad accettare gli standard di sicurezza”. Poi c’è una funzione sindacale. “Mi sono andato a guardare i contratti aziendali sottoscritti negli ultimi dieci anni.
Parlano di ristrutturazioni, di profonde e difficili riorganizzazioni. C’è anche il tema della sicurezza. Più o meno il 17-18 per cento degli accordi affronta la questione. Troppo poco, però. Non si parla di formazione alla sicurezza né di prevenzione. E invece è dal basso che si deve ripartire per ridare radici forti anche alla legislazione”. Dal basso, proprio dove sta l’autoriforma che immagina Epifani. “Un’autoriforma che ci porti a stare meglio e con più impegno dove già siamo presenti e a entrare in quel mondo delle piccole imprese che ci è ostico anche per l’assenza dei diritti”. Insomma un sindacato che ritorni nelle fabbriche e negli uffici, che esca dall’apparato, che si sburocratizzi.

Sarà il tema della prossima conferenza di organizzazione della Cgil di primavera. “Dobbiamo superare le nostre pigrizie. So bene che è faticoso recuperare la prima linea. Ma non c’è alternativa. D’altra parte il sindacato è solo nella rappresentanza del lavoro. Nei luoghi di lavoro la politica non c’è più. Negli anni ’70 quando affrontammo l’emergenza terrorismo, accanto ai sindacati c’erano i partiti. Oggi dove c’è il lavoro non c’è alcuna mediazione politica. Ci muoviamo così tra la scarsa attenzione di una parte della sinistra e le invasioni di campo dell’altra. Entrambe, al fondo, dimostrano l’assenza di un’autonoma proposta politica sul lavoro”.

Un sindacato che riparta dal basso. Che formi i nuovi i delegati con il passaggio delle competenze dai più anziani ai più giovani. Che ritorni sui banchi a studiare: Epifani ha deciso di riaprire la gloriosa scuola di formazione sindacale di Ariccia, a pochi chilometri da Roma. Sarà intitolata a Luciano Lama.

Perché gli operai, ancorché “invisibili” per la politica, ci sono ancora. “Non c’è una classe, certo, ma una condizione operaia sì, eccome. Saranno almeno sette milioni coloro che lavorano manualmente. Eppure la politica non li vede. Gli operai ricambiano con una forte ostilità, emersa proprio durante la consultazione sull’accordo per il welfare. Dunque è un problema culturale, oltre che politico e sociale. Ha prevalso l’idea che tutto sia competizione, che si debba vincere o perire. Che conti di più il consumatore del produttore. Ma è un errore”. Non è una bandierina ideologica né un “capriccio”, quella di chiedere l’armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie. Ma è uno dei segnali che servono per dire che il lavoro non può essere trattato peggio degli investimenti finanziari. Tutta l’Europa l’ha già capito.

Servirebbe anche una cultura imprenditoriale diversa. Sergio Marchionne, che avrebbe voluto andare ai funerali delle sette vittime della Thyssen, resta un’eccezione. Lui – dice Epifani che alle esequie non ha partecipato “per un grave lutto familiare” – crede nella dignità del lavoro. Ma gli altri? “Ma che idea del lavoro c’è dietro la proposta di far guadagnare di più le persone purché lavorino di più? Non era così nemmeno nell’Ottocento! I nostri imprenditori sono quelli descritti dall’Economist: “leggendari” per la loro voracità di non pagare le tasse e tenersi i profitti. Sono gli stessi che ritardano i rinnovi contrattuali”. Come quello dei metalmeccanici. Che hanno bloccato le autostrade. Per provare ad essere visibili.

(12 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/morti-lavoro/epifani-intervista/epifani-intervista.html

2 risposte a “Epifani: "Il sindacato superi le pigrizie, tornare a sporcarci le mani in fabbrica"”

  1. Anonymous dice :

    Caro Epifani mi fa tanto piacere che cominci ad aprire gli occhi!!!!!!!!!!!!!Sai,quei prosciutti cominciavano a dare fastidio.Bisognerebbe demolire questi esseri che hanno fatto e fanno della cgil una loro proprietà.Il tutto è stato sporcato dalla loro, e ripeto all’infinito IGNORANZA,arroganza,dal loro essere viscidi,prepotenza,e chiudo con IGNORANZA in tutti i sensi.Il loro ruolo è solo quello di rubarsi i soldi soprattutto della povera gente, pararsi solo il loro —-,farsi tanti viaggi, pranzi,ricariche telefoniche, addirittura anche gli scontrini del caffè(tanto paga la cgil)e approfittare degli altri utilizzandoli il più possibile.Non ho parole…..Basti pensare a questi esseri come un Petruzziello,che si fa scrivere gli interventi e non sa neanche leggerli.Un Mesisca che non sa neanche mantenere la penna in mano, e si fanno chiamare segretari!!!!!!!Martini para —-,Potolicchio senza colonna vertebrale, etc.
    Nella cgil è molto semplice prendere i ruoli. I requisiti sono:senza palle,viscidi/e,per le donne gatte morte,raccomandati(la cosa principale) senza colonna vertebrale è importantissimo, etc.ci vuole troppo tempo per elencare tutto e tutti.
    N.B. questo vale anche per gli altri sindacati!!!!!!!!!!cambiano solo i nomi dei personaggi.
    Che dire, a presto.Vi scriverò ancora, ho tanto da raccontare!!!!!!!!!!!!!!

  2. Franca dice :

    Sarebbe ora che il sindacato si ricordi che rappresenta i lavoratori.
    La firma del protocollo del welfare sembrerebbe dire il contrario…

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