Archivio | gennaio 14, 2008

NOTIZIONA: SOLLEVIAMOCI COMPIE 1 ANNO!


Sembra incredibile: è già passato un anno da quando mia madre decise di aprire questo blog. Questo è stato un anno pieno di urli per il possesso del computer, di imprecazioni contro lo stesso e di lamentele varie sulla mancanza dell’ADSL, ma a parte tutto questo è stato bello vedere il numero di visitatori crescere di giorno in giorno, scoprire di essere arrivati nei posti più impensati del mondo, rispondere ai commenti, aspettare il mese successivo per scoprire quale immagine ci sarà sul calendario. Abbiamo postato di tutto su (quasi) tutti, abbiamo festeggiato la laurea di una redattrice, ci siamo scandalizzati per i morti sul lavoro, insomma: abbiamo gioito e ci siamo sfogati su questo blog, abbiamo condiviso le nostre opinioni con più persone di quante pensassimo. Per il prossimo anno noi non abbiamo nessuna intenzione di abbandonare questo blog, e spero nemmeno voi. Continuate a leggerci!
Yaris

AUGURI A TUTTI!!

Protesta La Sapienza, il Papa: «Verrò lo stesso»

università al sapienza, studenti

La lettera è datata 10 gennaio. A scriverla, una serie di docenti dell´Università La Sapienza di Roma. La indirizzano al Rettore, ma è evidente che è qualcun´altro che deve leggerla. È Benedetto XVI, papa Ratzinger, che giovedì 17 gennaio è stato invitato all´inaugurazione del nuovo anno accademico. Ma non tutti gradiscono la visita. In particolare una sessantina di scienziati che insegnano a La Sapienza e che ritengono «incongruo» l´arrivo del Papa nel più prestigioso degli atenei romani.

«In nome della laicità della scienza e della cultura, e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato». Così, senza troppo giri di parole, una nutrita schiera di professori universitari aveva fatto intendere di non gradire la visita. Ma il Vaticano non si fa mettere in crisi. «Il Papa è stato invitato – dicono da San Pietro – e la visita si terrà regolarmente».

Tra le cose che non vanno giù agli scienziati in cattedra alla Sapienza ce n´è una in particolare. «Il 15 marzo 1990 – ricordano nella lettera – ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Sono parole – sottolineano i professori – che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano».

Ma dal Vaticano non arrivano chiarimenti né ripensamenti. Solo un irremovibile «nessun cambio di programma». Intanto, gli studenti del collettivo di Fisica de La Sapienza annunciano quattro giorni di contestazione, mentre la vice di Veltroni in Campidoglio, Maria Pia Garavaglia richiama «il ruolo fondamentale rivestito dalla Santa Sede nella città di Roma»: già Radio Vaticana aveva ricordato che La sapienza «proprio da un Papa è stata fondata, Bonifacio VIII nel 1303».

Pubblicato il: 14.01.08
Modificato il: 14.01.08 alle ore 18.28

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72069


Metalmeccanici, salta la trattativa "Offerta truccata. Nuovi scioperi"

Federmeccanica aveva fatto una proposta finale: “120 euro di aumenti in due anni”
Fiom e Fim: “Passo indietro, impossibile trattare. Andiamo al ministero”

Scogli anche sull’orario di lavoro e sulla parificazione operai-impiegati
Il ministro Amato: “Non è giusto che sia sempre Cipputi a pagare”

Il corteo di venerdì a Torino


ROMA – “Trattativa finita, su questo testo è impossibile trovare l’accordo. Andiamo al ministero. Ci saranno nuovi scioperi”. La dichiaraziione di guerra arriva intorno alle 19 ed è pronunciata dal segretario della Fiom, Gianni Rinaldini. Significa la rottura di ogni tipo di trattativa sul rinnovo dei contratti per i metalmeccanici. Lo stop arriva alla fine di una giornata zeppa di stop and go, accelerazioni e brusche frenate. Sullo sfondo scioperi spontanei in tutta Italia e tensione alle stelle. Ma la Uilm annuncia di voler proseguire il negoziato – a differenza di Fiom e Fim – e il segretario generale, Antonino Regazzi, chiederà alle altre organizzazioni sindacali di riprendere la trattativa con Federmeccanica.

Un paio d’ore prima dello stop, era stata Federmeccanica a fare l’ultimo rilancio: 120 euro al mese in più in busta paga a partire dal 1 gennaio 2008 e fino al 31 dicembre 2009, per due anni quindi. Lo aveva annunciato il presidente dell’organizzazione Massimo Calearo precisando che l’offerta prevede anche una “una tantum” di 250 euro e 230 euro annui come elemento perequativo.

L’offerta – “una proposta finale su cui ci sono pochissimi margini di trattativa” aveva precisato Calearo – è stata presentata e discussa nel pomeriggio anche con i rappresentanti delle aziende in un incontro ristretto. Se i sindacati diranno no, aveva avvisato Calearo, “non escludiamo di ricorrere in estrema ratio ad una nostra elargizione unilaterale”. Il presidente di Federmeccanica avrebbe dovuto riunire domani il direttivo dell’organizzazione per esaminare l’esito dell’accoglimento della proposta da parte dei sindacati.

Ma non c’è stato bisogno di arrivare fino a domani. Fiom e Fim sono stati subito molto critici. Per Rinaldini la proposta è “un passo indietro”: “Non ci siamo, questa è una proposta totalmente distante da un’ipotesi di accordo”. Giorgio Caprioli, segretario della Fim, l’aveva definita “un’offerta difficile da accettare” immaginando “un negoziato che resta in salita”.

Poi il muro contro muro. Fiom, Fim e Uilm, dopo una breve riunione, hanno bollato l’offerta come “truccata” perché “vecchia. Parlano di 120 euro ma l’aumento è spalmato su 30 mesi che rapportato a 24 mesi è pari ai 100 euro inizialmente offerti” ha commentato per tutti il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, che aggiunge: “e poi è stata presentata come una proposta ultimativa. E se è ultimativa non è accettabile”. Per Fim, Fiom e Uilm inoltre, c’è un “arretramento” rispetto all’offerta sulla parificazione operai-impiegati: i nuovi assunti, infatti, non potranno più godere di 5 giorni di ferie dopo i 18 anni ma solo di tre giorni. Una modifica che si ripercuoterà in negativo anche sugli impiegati.

Ma il nodo più grande è sull’orario di lavoro. “Siamo di fronte al fatto che a fronte di quello che per noi sono solo 100 euro di aumento Federmeccanica chiede due sabati obbligatori in più e l’utilizzo di due permessi annui retribuiti di cui le aziende possono disporre. Ci vuole un limite” aggiunge il leader delle tute blu della Cgil. “Pensare che in una situazione come quella dei meccanici, sotto gli occhi del Paese, a fronte di 100 euro si possa chiedere un’operazione di questa natura… La cosa si commenta da sè”.

Intanto in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, i lavoratori hanno attuato scioperi spontanei nelle fabbriche. A Trieste, sulla A4 Trieste-Venezia è stato anche attuato un blocco stradale per circa 20 minuti. E nel pomeriggio gli operai della raffineria di Milazzo hanno bloccato la bretella del raccordo autostradale che porta nell’area industriale.

A rendere difficile il raggiungimento di un accordo non ci sono solo le differenti posizioni sugli aumenti retributivi, ma anche varie questioni normative, a cominciare da quella del precariato e dei contratti di lavoro interinale.

Le proposte avanzate ieri da Fiom, Fim e Uilm riguardavano sia il metodo che il merito del confronto. In particolare sul mercato del lavoro i sindacati hanno sostenuto che non possa essere superato il tetto dei 36 mesi per i contratti a termine per i contratti interinali; e, a Federmeccanica che chiede la possibilità di contrattare anche la proroga prevista per legge, il sindacato ha risposto che, in questo caso le aziende devono accettare anche la contrattazione di una quota massima di contratti a termine in ogni azienda, come previsto dal protocollo del Welfare.

Nella proposta del sindacato c’è anche la possibilità di cumulare i contratti a termine con quelli interinali: in questo caso il tetto massimo dopo il quale si dovrebbe passare ad una stabilizzazione del rapporto di lavoro dovrebbe essere di 42 mesi. In precedenza il sindacato aveva chiesto di non superare, anche in questo caso, i 36 mesi mentre Federmeccanica chiedeva un tetto di 48 mesi.

A fianco dei metalmeccanici si sono schierati anche il ministro dell’Interno Amato e il segretario del Prc, Franco Giordano. “Noi chiediamo che ci sia lo sblocco dei contratti e in questa vicenda il governo deve svolgere un ruolo attivo e non equidistante tra il lavoro e l’impresa”, ha affermato Giordano annunciando la preparazione di “una grande assemblea a Torino per discutere della condizione operaia. Una condizione diventata insostenibile”.

“Sono solidale con il mondo del lavoro metalmeccanico – ha detto Amato – Gira, gira, il problema della produttività lo paga sempre Cipputi (l’operaio nato dalla penna di Altan, ndr). Non voglio incoraggiare Cipputi a ignorare il problema della produttività, ma finisce che è lui che paga le infrastrutture che non ci sono, le discariche che mancano, i processi che durano 10 anni. Tutti costi che alla fine gravano sui costi delle imprese che poi dicono a Cipputi: ‘pagali tu'”.

(14 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/metalmeccanici-contratto/scioperi-spontanei/scioperi-spontanei.html

23 gennaio: ricordando Roberto Franceschi

COMPAGNO FRANCESCHI

Era un compagno, era un combattente
per il Socialismo e per la Libertà:
per questo il governo un plotone mandò
e un sicario alle spalle sparò.

ma mentre ancora la Celere aggrediva
l’abbiam giurato giustizia sarà
dal popolo intero senza pietà
ed un canto si leva già

Compagno Franceschi sarai vendicato
dalla giustizia del proletariato
nel cuore nel canto di chi lotterà
il Compagno Franceschi vivrà

Più di vent’anni di dittatura
sotto il governo della DC
e ancora dobbiamo vivere
senza lavoro ne libertà

la nostra lotta avanza sicura
il Fronte Unito trionferà
il Governo degli assassini sa già
che nessuno ci può fermar

Compagno Franceschi sarai vendicato
dalla giustizia del proletariato
nel cuore nel canto di chi lotterà
il Compagno Franceschi vivrà.

Movimento Studentesco Milanese


La storia di Roberto ed ulteriori approfondimenti sono qui:

http://www.reti-invisibili.net/robertofranceschi/

grazie a “Baro”

IL GOLPE INGLESE / 3- A Parigi l’incontro segreto, "Meglio che gli italiani non sappiano"

(13 gennaio 2008)

A Parigi una riunione a 4 (Francia, Usa, Gb, Germania) per mettere
a punto il documento sul futuro dell’Italia e per fermare la “deriva” comunista

Insomma, non c’era solo Berlinguer. Ma in quella primavera fra Londra, Washington e Bruxelles sembra davvero che non pensino ad altro. Il 6 maggio il Fco produce un secondo documento che integra e sviluppa il manuale di metodologia anticomunista del 13 aprile. E tuttavia proseguendo nella lettura si capisce che sull’uso di questi record nei contatti internazionali con gli alleati sorgono dei problemi. Il segretario di Stato si preoccupa delle “implicazioni politiche” di una linea così rigida. Nell’ambito dell’amministrazione britannica, che è pur sempre costituita da laburisti, ci sono delle diverse valutazioni. Quelle che pone all’attenzione del Segretario di Stato il suo consigliere politico David Lipsey suonano ad esempio più moderate e molto meno interventiste: “Se diamo troppa corda ai comunisti potrebbero dichiararsi innocenti oppure impiccarsi da soli. Se invece ci imbarchiamo in un’operazione di linciaggio – è la conclusione – sarà la nostra credibilità democratica ad essere danneggiata, non la loro”.

Anche per questo il governo inglese è preoccupato che studi, indagini e relazioni restino al sicuro. “La loro esistenza non deve essere rivelata – è la raccomandazione – La Gran Bretagna non deve essere vista come un governo che interferisce negli affari interni dell’Italia”. Ma il 18 maggio, in vista di un vertice Nato a Oslo, qualcosa trapela: un articolo del Financial Times dal titolo “I timori del Foreign Office sull’Italia”. Il giornalista rivela che l’atteggiamento degli alleati è stato riassunto in un documento ad hoc. Dalla Farnesina, a questo punto, chiedono spiegazioni, ma a Londra fanno i vaghi, ridimensionano: il caso Italia non è nell’agenda ufficiale di Oslo, non c’è nessun paper, del Pci si parlerà al massimo “nei corridoi”.

Più in generale, al di là delle necessità diplomatiche, pare anche di cogliere una sottile linea di distinzione fra l’atteggiamento britannico e quello americano. Oltre una certa prudenza che porta Crosland e il premier Callaghan a non fare mosse avventate prima del 20 giugno, il Foreign office si preoccupa soprattutto dell’unità degli alleati, il che significa da un lato incoraggiare i francesi e i tedeschi a una maggiore presenza sulla questione italiana e dall’altro di frenare gli americani, soprattutto Kissinger.

Del Segretario di Stato Usa i colleghi britannici sembrano poco apprezzare certe intemperanze, sottolineano che in privato usa uno “strong language”, un linguaggio forte; come pure si concedono una qualche distaccata superiorità quando gli pare che Kissinger si comporti più da professore di storia che da stratega: “Così rischia di perdere di vista le implicazioni immediate delle sue parole – nota l’ambasciatore inglese a Washington, Peter Ramsbotham – sviluppando una sorta di teoria del domino europeo sul lungo termine”. Ma gli americani, imperterriti, non solo seguitano a spingere sulla loro linea, ma in un memorandum del 4 giugno si mostrano anche piuttosto seccati dal fatto che mentre gli europei sono indecisi sul da farsi, loro rischiano di figurare sempre e comunque come il “bad cop”, il cattivo poliziotto della situazione, tipo in Cile nel 1973.

A pochi giorni dalle elezioni tutto è ancora incerto: “I sondaggi italiani sono notoriamente inaffidabili”. Intanto Berlinguer dichiara di accettare l’ombrello della Nato e Montanelli invita a turarsi il naso e votare Dc. E con questo si arriva finalmente al 20 giugno. I risultati non potrebbero essere più ambigui. La Dc al 38,7 per cento e il Pci al 34,3 risultano i “due vincitori”, come li definisce Moro. Ma questi due vincitori, secondo un’analisi del Fco, sono anche “prigionieri l’uno dell’altro”.

Aldo Moro con Henry Kissinger

Una settimana dopo, al vertice di Puertorico, riservato alle sette potenze più industrializzate del mondo, l’Italia si presenta senza un governo. Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d’Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: “Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare”. È il massimo dell’umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il “problema Italia”. Il verbale di quell’incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d’accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario.

Quella riunione si tiene effettivamente a Parigi, all’Eliseo, l’8 luglio del 1976. Il padrone di casa è il Segretario generale aggiunto della Presidenza della Repubblica francese Yves Cannac. Per gli Usa c’è Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato e braccio destro di Kissinger; per i tedeschi arriva Gunther Van Well, alto funzionario del ministero degli Esteri di Bonn; e infine, per la Gran Bretagna, il sottosegretario del Foreign Office, Reginald Hibbert.

Giorgio Napolitano e Nilde Jotti

È a quest’ultimo che si deve il resoconto, a tratti anche abbastanza scanzonato, di un incontro in cui “ognuno ha i suoi buoni motivi per mantenere il Pci fuori dal governo”. Giscard vorrebbe un “centrodestra riformista” in Italia perché teme la spinta che a casa sua favorirebbe Mitterrand. Il rappresentante di Schmidt, d’altra parte, punta sulla rinascita del centrosinistra perché un successo di Berlinguer potrebbe spaventare il suo elettorato e aprire le porte a una vittoria dei democristiani nelle imminenti elezioni tedesche. E poi ci sono gli americani che appoggiano decisamente una Dc rinnovata. Insomma, un po’ di confusione.

In più, fa notare Hibbert con evidente disappunto, mancano traduttori e dattilografi che lavorino in inglese e soprattutto c’è una gran fretta perché il rappresentante di Kissinger deve scappare all’aeroporto. Così, “Kannac ci invita a pranzo al ristorante Ledoyen, ma l’urgenza è tale che non facciamo neanche in tempo a leggere il menu”. In un angolo, Sonnenfeldt si concede una battuta sul clima carbonaro di quel pranzo: “Siete sicuri che l’ambasciatore italiano non sia qui? Se ci beccano, è chiaro che è per parlare di Berlino”.

Chissà che cosa sapevano Moro, Andreotti o Berlinguer di tutto questo. O che cosa immaginavano. Da quel che si capisce l’incontro di Parigi, che Hibbert definisce “sticky”, cioè difficile, insidioso, appiccicoso, fa pensare in realtà a una specie di ultimo avviso all’Italia, che è anche una prova di commissariamento. Le delegazioni producono una bozza d’intenti che a distanza di trent’anni finisce per avere un certo peso storiografico. S’intitola “Democracy in Italy” e in pratica espone ai futuri governanti italiani quello che devono fare. Così comincia: “Malgrado gli ulteriori progressi del Pci, le recenti elezioni consentono di mantenere in vita la democrazia in Italia. Ma è arrivato il momento di mettere fine a questa deriva”. La parola usata è “slide”, uno scivolamento che porta a una caduta, al collasso italiano.

I quattro grandi dell’occidente non solo alzano il tradizionale muro di fronte all’ipotesi di un governo con il Pci, ma nella riunione segreta di Parigi intervengono anche sulla formula e sulla maggioranza che dovrà avere il nuovo dicastero: a “guida dc”, con “partiti non comunisti e non fascisti”. E quindi provano pure a delineare le caratteristiche della loro compagine ideale: “Un piccolo gruppo omogeneo di uomini di prestigio che lavorino in squadra”. Nelle carte c’è addirittura il programma, che tocca amministrazione pubblica, giustizia, sicurezza, economia e politica estera. Si scende nei particolari: un piano a medio termine per il risanamento della finanza pubblica e riduzione dell’evasione fiscale; è indicata la necessità di tentare un accordo con imprenditori e sindacati. C’è anche la lotta alla corruzione e perfino un accenno al “nepotismo”.

Ma soprattutto si fa notare, sotto un paragrafo dal titolo “The Christian democratic party”, un appello che di nuovo suona come un atto di sottomissione richiesto alla classe di governo del “partito che ha esercitato il potere per trent’anni e rimane il più forte dopo le elezioni”. Per battere il Pci, la Dc dovrebbe (should) ripulire la sua immagine di partito tollerante della “prevaricazione e del sotterfugio”, ha il dovere di “liberarsi delle pecore nere”, la necessità di “mettere ordine a casa sua”, di svecchiarsi e arruolare giovani, assicurare maggiore spazio alle donne, ai lavoratori e ai sindacati. Suo compito è anche quello di contestare al Pci l’egemonia culturale “riconquistando l’intellighenzia, le università e i media”. Il giorno dopo, 9 luglio, ore 23,20, l’ambasciatore inglese a Washington telegrafa a Londra: “Kissinger approva il paper “Democracy in Italy””. Da Londra, forse, il premier Callaghan un po’ si spaventa a leggere quelle carte: “Dobbiamo usare molta cautela considerando il grande danno che ne verrebbe se la loro esistenza divenisse pubblica. Sarebbe un’intrusione diretta negli affari di uno stato europeo nostro alleato”. E aggiunge: “Ogni fuga di notizie finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani”.

E così potrebbe anche concludersi il grande film del 1976. Poi certo, molte altre cose accadono – e il Foreign Office le registra con la consueta diligenza. Il Pci che rimane sulla soglia del potere. I democristiani che continuano a traccheggiare inventando formule quasi intraducibili, per cui l’andreottianissima “non sfiducia” diventa “non no-confidence”. C’è anche un nuovo segretario socialista, il quarantenne milanese Bettino Craxi. L’ambasciatore Millard, che ha l’occhio lungo, lo segnala subito come una luce in fondo al tunnel del caos italiano. Si stabilisce che una sua visita a Londra “sarebbe auspicabile”. Arriva l’autunno e a Bruxelles, davanti a Kissinger, il Segretario di Stato britannico Crosland parla “warmly”, con calore, del “Signor Craxi”.

A Roma il successore di Millard è Alan Hugh Campbell. A fine anno l’ambasciatore scrive la tradizionale Christmas letter al Foreign Office: “Pur immersi nella tristezza, frustrazione, incompetenza, corruzione, gli italiani continuano a essere un popolo duttile e molto operoso. Ma condivido l’idea che non siano maturi per la rivoluzione”. E c’è quasi un salto poetico: “Forse, questo spiega la sofferenza che ho osservato sul volto di Berlinguer, l’altro giorno, quando me lo sono trovato seduto vicino durante una cerimonia”.

(3 – fine)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/documenti-foreign-office-1/documenti-foreign-office-3/documenti-foreign-office-3.html


IL GOLPE INGLESE / 2 – E Kissinger diceva di Berlinguer: "E’ lui il comunista più pericoloso"

(13 gennaio 2008)

A tutti sembrava ormai imminente l’ingresso del Pci nel governo
Terrorizzati all’idea che un uomo del Pci potesse conoscere i segreti della Nato

di FILIPPO CECCARELLI

Stretta di mano tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro


Per i laici l’ambasciatore Millard consulta Giovanni Spadolini. Lo trova piuttosto agitato: “È un sintomo grave che il presidente Moro abbia convocato Berlinguer a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri. Così ora i comunisti fanno virtualmente parte della maggioranza, ma non sono più in grado di dare ordini alla classe operaia. Per farlo – scherza, ma non troppo Spadolini – avrebbero bisogno dell’Armata rossa”. E comunque: “Il Pci è ormai parte integrante del sistema politico, che sta andando a pezzi. L’unica speranza è che sia contaminato dal potere come gli altri partiti”. Parla da intellettuale, ma anche come ex ministro (dei Beni culturali, nel dicastero Moro-La Malfa): “La polizia è insoddisfatta e il quaranta per cento degli agenti sarebbe pronto a partecipare a un colpo di stato di sinistra. I carabinieri invece sono molto più affidabili”. Commento di Millard: “Si percepisce un clima di profonda depressione, quasi di disperazione, per non dire di panico”.

Il tempo stringe, è la formula che risuona nei documenti britannici. A Londra Henry Kissinger incontra il nuovo ministro degli Esteri di Sua Maestà, Antony Crosland. Da parte americana si avverte un indubbio nervosismo: “La questione dell’obbedienza del Pci a Mosca è secondaria. Per la coesione dell’occidente – è ora la tesi di Kissinger – i comunisti come Berlinguer sono più pericolosi del portoghese Cunhal”. Ribatte Crosland: “Il Pci non avrebbe il prestigio di cui gode se gli altri partiti italiani non fossero messi così male. Ma vi sono segni di decadenza anche tra i comunisti, corruzione, come nel caso di Parma”. E francamente colpisce che leader così potenti si abbassino a parlare di un piccolo scandalo edilizio che nell’autunno del 1975 coinvolse l’amministrazione rossa della città emiliana. La risposta di Kissinger, comunque, sembra stizzita: “Sembrano tutti ipnotizzati dai successi del Pci, senza avere idea di cosa fare per bloccarne l’ascesa”.


Il 13 aprile un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office elabora un dossier che ha proprio il compito di stabilire la strategia operativa anticomunista, graduandone le mosse a seconda dei vari scenari. La prima parte è dedicata appunto a come impedire che il Pci vada al governo e sono indicati i vari passi da compiere: finanziamento degli altri partiti, orchestrazione di campagne stampa sul pericolo, attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure, moniti ai sovietici.

Nella seconda parte il documento offre delle soluzioni per così dire pratiche nel caso il Pci sia già riuscito a conquistare una quota di potere, cioè sia già andato al governo. A questo punto gli scenari sono cinque, e cinque di conseguenza le options, ciascuna esaminata a seconda dei vantaggi e degli svantaggi. La linea più morbida è definita “Business as usual” e prevede di “continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato”. Seguono, in ordine di gravità, “misure di ordine pratico-amministrativo” per “salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell’Alleanza atlantica”. Come ulteriore scelta, sempre rispetto all’Italia, gli inglesi si riservano di mettere in atto una “persuasione di tipo economico” che si traduce in una serie di pressioni anche sul piano della Comunità europea e del Fondo monetario internazionale. Entrerebbero in gioco, in quel caso, posti di potere in tali organismi, benefici, prestiti. “Occorre comunque precisare – si legge – che tali misure cesserebbero se il Pci abbandonasse il governo”.

La option number four ha un titolo che, anche in lingua inglese, non è che suoni proprio tranquillizzante: “Subversive or military intervention against the Pci”. Ecco come comincia: “Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l’obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall’esterno”. Vantaggi: “Tali misure possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo”. Svantaggi: “Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un’operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa”. E conclude: “Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’Urss sul lungo periodo”.

L’ultima opzione prevede, seccamente, “l’espulsione dell’Italia dalla Nato”. Vantaggi: “Si tutelano i segreti e si elimina la possibilità che l’Italia comprometta l’alleanza dall’interno”. Ma in questo caso, secondo gli analisti del Fco, si arriverebbe alla “chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l’occidente. Ma l’Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all’Urss in cambio di denaro”. In ogni caso, conclude il dossier, “si renderebbe necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell’alleanza. Potrebbe anche essere compromessa la capacità americana di intervenire in Medio Oriente e di influenzare quei paesi a livello politico. Di conseguenza, il ritiro dell’Italia dalla Nato si trasformerebbe di fatto in una sconfitta dell’occidente di fronte al mondo intero”.

Paol VI con il capo dello Stato, Giuseppe Saragat

Dopo tanto tempo viene da chiedersi, e pure con un certo sgomento, se e in che misura nel 1976 gli italiani fossero consapevoli dei rischi che correvano. Si ha qualche scrupolo a montare un caso di golpismo postumo, per giunta irrealizzato. Eppure, c’è da dire che mai come allora l’idea stessa del golpe, la minaccia di golpe, le voci di golpe, la vigilanza e l’autodifesa in caso di golpe, erano entrate da tempo nell’immaginario politico.

C’era stata la Grecia (1967) e poi il Cile (1973); e qui il “Piano Solo” del generale col monocolo, Giovanni De Lorenzo (1964), il tentativo del “Principe nero” Junio Valerio Borghese (1970) e la Rosa dei Venti (1974). Circolavano anche film (Colpo di Stato di Salce e l’indimenticabile Vogliamo i colonnelli di Monicelli) e perfino barzellette: “Dicono a De Martino: “Sono arrivati i carriarmati”, e quello: “Bene, e a noi socialisti quanti ce ne toccano?””). Umorismo in verità raffreddato dalle tante, troppe stragi di quegli anni: Piazza Fontana, Reggio Calabria, Peteano, Piazza della Loggia, Italicus.

Alla metà degli anni Settanta i capi comunisti sono prudenti e qualche volta dormono fuori casa: “Non ci prenderanno a letto”, garantisce Pajetta. Ogni tanto qualche capo democristiano, ad esempio Moro, se ne esce con criptiche denunce tipo: “Sta prendendo corpo un torbido disegno eversivo”. Ogni tanto finisce in prigione qualche generale dei servizi segreti, accusato di cospirazione politica e insurrezione armata: proprio nel febbraio del 1976 tocca al generale Gianadelio Maletti, mentre a maggio la magistratura di Torino chiede l’arresto di Edgardo Sogno, figura di spicco della Resistenza non comunista, poi divenuto così acceso anticomunista da farsi ispiratore di un golpe detto “bianco”, para-legalitario. Scrive Pier Paolo Pasolini nell’articolo sulle lucciole, la cui scomparsa nelle campagne definiva poeticamente la grande mutazione antropologica degli italiani: “È probabile che il vuoto di potere stia già riempiendosi attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l’intera nazione. Ne è un indice ad esempio l’attesa “morbosa” del colpo di Stato”.

Perché si potrà anche sorridere di questa strisciante mitomania golpistica, dietrologica e pistarola; così come del comandante della Guardia Forestale Berti, con il suo spadone, che nella notte dell’Immacolata Concezione, da Cittaducale, provincia di Rieti, si lancia alla conquista del Viminale. Ma assai meno viene da sorridere leggendo il rapporto top-secret inviato a Londra dall’addetto militare dell’ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, un mese esatto prima delle elezioni del 20 giugno. Titolo: “La reazione delle forze armate italiane alla partecipazione comunista al governo e l’effetto che essa può avere sul contributo dell’Italia alla Nato”. Sono undici pagine fitte e dettagliatissime, dai piani di ristrutturazione appoggiati dal Pci al movimento dei “proletari in divisa” organizzato da Lotta continua. E di nuovo le conclusioni dell’indagine vanno a parare sul colpo di Stato: “Gli ufficiali delle Forze armate sono per la maggior parte di destra o di estrema destra. Tuttavia i soldati di leva riflettono le inclinazioni politiche tipiche dell’Italia attuale. In teoria, se non in pratica, il Pci potrebbe contare sul sostegno di un terzo delle Forze armate. Una eccezione importante è costituita dai Carabinieri, ottantaseimila uomini tra i quali il Pci non ha appoggi. Ma i Carabinieri sono tradizionalmente leali al governo, qualunque sia il suo colore politico”.

Rispetto all’ipotesi di un governo con i comunisti, sostiene il colonnello che “il sentimento degli ufficiali è generalmente di preoccupazione. È difficile individuare nelle Forze armate un nucleo abbastanza forte o influente da promuovere un golpe. L’unica possibile eccezione è quella dei Carabinieri. Nell’attuale situazione è improbabile che i militari lo appoggino. Tuttavia potrebbe in breve crearsi una situazione tale da favorire un putsch militare “per l’ordine pubblico”, soprattutto se i risultati delle elezioni del 20 giugno generassero una situazione di incertezza politica”. La premessa è che si tratta di uno “scenario ipotetico”. Ma al tempo stesso il colonnello Madsen segnala al suo ministro della Difesa che “nei piani di ristrutturazione, le forze armate italiane hanno di recente rafforzato le formazioni territoriali e quelle dei parà con l’obiettivo di condurre operazioni di salvaguardia della sicurezza nazionale, nel caso venga meno l’ordine pubblico”.

Beato il paese che non ha paura del proprio passato. E che in nome della democrazia e della trasparenza apre regolarmente i suoi archivi a studiosi, appassionati e gente comune. Detto questo, a rileggere queste carte, si resta colpiti da un dubbio: meritava, l’Italia, la società italiana, di essere sorvegliata in quel modo? Come una repubblica delle banane in mezzo al Mediterraneo? Torna alla memoria quel 1976: “E l’Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar” come ne La presa del potere di Gaber. Si resta un po’ interdetti fronte a certe canzoni di allora: “E la Cia ci spia – questo è un Finardi d’annata – e non vuole più andare via”. L’Italia degli scioperi, della guerriglia urbana, dell’austerità, della disoccupazione, dell’inflazione, dei mini-assegni al posto degli spiccioli. Parco Lambro e Porci con le ali. Ma anche l’Italia del boom di Benetton, del femminismo, della nascita di Repubblica e delle radio libere, degli ultimi Caroselli e dell’arrivo in tv della banda di Renzo Arbore, con Roberto Benigni improbabile critico cinematografico la domenica pomeriggio. E Gimondi, Panatta, la Ferrari di Niki Lauda. E il terremoto del Friuli, i matrimoni che diminuivano, Gheddafi nella Fiat, le Br che cominciano ad uccidere, il giudice Coco, a Genova, l’8 giugno 1976. Mai che le carte inglesi facciano riferimento al terrorismo rosso e nero di quella stagione di piombo.

continua –

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/documenti-foreign-office-1/documenti-foreign-office-2/documenti-foreign-office-2.html

IL GOLPE INGLESE / 1- Dalle carte segrete del Foreign Office l’idea di un colpo di Stato in Italia

Repubblica ha trovato e può rendere noti testi elaborati nel 1976
in cui s’ipotizzava il “Coup d’Etat”, poi scartato perché “irrealistico”

di FILIPPO CECCARELLI


A mali estremi, estremi rimedi. Anche questo fu la guerra fredda in Italia, là dove il male estremo, più che una generica idea di comunismo, era la concretissima possibilità che il Partito comunista italiano andasse al potere.

Era il 1976, l’anno delle elezioni più drammatiche dopo quelle del 1948. Ebbene: dinanzi al male assoluto che un governo con il Pci avrebbe arrecato al sistema di sicurezza dell’Alleanza atlantica, nel novero degli estremi e possibili rimedi il fronte occidentale, le potenze alleate e in qualche misura la Nato presero in considerazione anche l’ipotesi di un colpo di Stato. Un “coup d’Etat”, letteralmente: alla francese. Eventualità scartata in quanto “irrealistica” e temeraria.

Nei documenti britannici di cui Repubblica è venuta in possesso grazie alla norma che libera dal segreto le carte di Stato dopo trent’anni, ce n’è uno del 6 maggio 1976, ovviamente super-segreto, elaborato dal Planning Staff del Foreign Office, il ministero degli esteri inglese, e intitolato “Italy and the communists: options for the West”. All’inizio di pagina 14, tra le varie opzioni, si legge in maiuscolo: “Action in support of a coup d’Etat or other subversive action”. Il tono del testo è distaccato e didattico: “Per sua natura un colpo di Stato può condurre a sviluppi imprevedibili. Tuttavia, in linea teorica, lo si potrebbe promuovere. In un modo o nell’altro potrebbe presumibilmente arrivare dalle forze della destra, con l’appoggio dell’esercito e della polizia. Per una serie di motivi – continua il documento – l’idea di un colpo di Stato asettico e chirurgico, in grado di rimuovere il Pci o di prevenirne l’ascesa al potere, potrebbe risultare attraente. Ma è una idea irrealistica”. Seguono altre impegnative valutazioni che ne sconsiglierebbero l’attuazione: la forza del Pci nel movimento sindacale, la possibilità di una “lunga e sanguinosa” guerra civile, l’Urss che potrebbe intervenire, i contraccolpi nell’opinione pubblica dei vari paesi occidentali. E dunque: “Un regime autoritario in Italia – concludono gli analisti del Western European Department del Foreign and Commonwealth Office (Fco) – risulterebbe difficilmente più accettabile di un governo a partecipazione comunista”.


In politica estera i documenti diplomatici, specie se a uso interno, hanno una loro fredda determinazione. Gli interessi sono nudi, non di rado venati di cinismo. Questi che raccontano la crisi italiana prima e dopo le elezioni del 20 giugno 1976 provengono dai faldoni desecretati dell’archivio del premier britannico e del ministero degli esteri. Sono centinaia e centinaia di fogli: corrispondenza fra i grandi del mondo occidentale, resoconti di riunioni e incontri, analisi di rischio, lettere di accompagnamento, policy papers, telegrammi, schede, studi comparati (l’Italia come il Portogallo della rivoluzione dei garofani, ad esempio), relazioni dirette alle ambasciate di Sua Maestà a Roma, Parigi, Bonn, Washington e Bruxelles, quartier generale della Nato.

In questo abbondante materiale non c’è, ovviamente, solo la rivelazione del golpe. Eppure, mai come in queste testimonianze scritte il “Fattore K”, come “Kommunism”, cioè l’impossibilità per il Pci di essere accettato al governo nel quadro degli equilibri decisi a Yalta, trova la sua più realistica rappresentazione. E al massimo livello. Ad esempio. Grazie all’ambasciatore americano a Londra, Elliot L. Richardson, si viene a conoscere il testo di una lettera privata che il Segretario di Stato Henry Kissinger scrive in gennaio all’allora presidente dell’Internazionale socialista Willy Brandt a proposito della crescita comunista in Italia, Spagna e Portogallo: “Ho il dovere di esprimere la mia forte preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare. La natura politica della Nato sarebbe destinata a cambiare se uno o più tra i paesi dell’Alleanza dovessero formare dei governi con una partecipazione comunista, diretta o indiretta che sia. L’emergere dell’Urss come grande potenza nello scenario mondiale continua a essere motivo di inquietudine. Il ruolo della Nato, così come la nostra immutata posizione militare in Europa, è indispensabile e cruciale. La mia ansia consiste nel fatto che questi punti di forza saranno messi in pericolo nel momento in cui i partiti comunisti raggiungeranno posizioni influenti nell’Europa occidentale”.

Dei vari protagonisti Kissinger è senz’altro il più caparbio e intransigente. Mentre i vertici della Nato sono fin dall’inizio i più irrequieti. Scrivono il 25 marzo dal ministero della Difesa britannica ai colleghi degli Esteri: “La presenza del Pci nel governo italiano e conseguentemente l’accresciuta minaccia di sovversione comunista potrebbero collocare l’Alleanza e l’Occidente dinanzi alla necessità di prendere una decisione grave”. È chiaro che la partita va ben oltre le faccende italiane: “L’arrivo al potere dei comunisti – si legge in un documento interno del Fco – costituirebbe un forte colpo psicologico per l’Occidente. L’impegno Usa verso l’Europa finirebbe per indebolirsi, potrebbero così sorgere tensioni gravi fra gli americani e i membri europei della Nato su come trattare gli italiani”. Ma al tempo stesso c’è il rischio che un governo con Berlinguer sconvolga gli equilibri consolidati da trent’anni di guerra fredda creando problemi anche all’Urss, e qui i diplomatici inglesi sottolineano il pericolo che “le idee riformiste si diffondano in Russia e nell’Europa dell’Est”. Il Pci di Berlinguer, e più in generale quello che allora andava sotto il nome di “eurocomunismo”, costituisce a loro giudizio una vera e propria “eresia revisionista” e il suo sbocco governativo porterebbe il dibattito teorico della chiesa marxista sul terreno della politica reale. Il Pcus ha tutte le ragioni per temere il “contagio” di un “comunismo alternativo” al potere in occidente. E tuttavia, secondo altre analisi, su un piano più immediatamente geopolitico e militare per l’Urss “i vantaggi supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all’indebolimento della Nato”.

Henry Kissinger con il premier inglese James Callaghan

E insomma, sarebbe un evento “catastrofico”. La parola risuona più e più volte nei papers in attesa delle elezioni italiane. Da Bruxelles, soprattutto, fanno presente che il tempo stringe e per questo occorre prepararsi al peggio. “La presenza di ministri comunisti nel governo italiano porterebbe a un immediato problema di sicurezza nell’Alleanza – scrive a Londra l’ambasciatore inglese alla Nato, John Killick – Qualunque informazione in mano ai comunisti dovrà essere automaticamente considerata a rischio. I comunisti al potere altro non sono che l’estensione di una minaccia contro la quale la Nato si batte. Dunque, è preferibile una netta amputazione (dell’Italia, ndr) piuttosto che una paralisi interna”.

La questione vitale riguarda la sicurezza nucleare, quindi la dislocazione e la custodia delle bombe atomiche: anche senza ministri comunisti alla Difesa e agli Esteri, un’Italia governata dal Pci va comunque esclusa dal Nuclear Planning Group: “Per dirla con parole crude – chiarisce il Ministero della Difesa – il rischio è che i documenti sensibili finiscano a Mosca”. Altri problemi hanno a che fare con le basi militari e navali della Nato nella penisola: “Considerata l’alta percentuale degli italiani che votano Pci, è quasi certo che alcuni simpatizzanti di questo partito hanno già penetrato il quartier generale della Nato a Napoli (Afsouth). Sul lungo termine il Pci potrebbe accentuare lo spionaggio oppure spingere per rimpiazzare gradualmente i funzionari nei posti chiave dell’Alleanza con elementi comunisti”. A parte gli scioperi, i blocchi e le manifestazioni che potrebbero essere organizzate attorno alle installazioni militari. In caso di guerra, possono nascere problemi seri: “La perdita del quartier generale di Napoli, ad esempio, avrebbe un effetto negativo sulle operazioni della Sesta Flotta nel Mediterraneo Orientale”.

Il sistema di edifici in vetro, acciaio e cemento che ospita i National Archives a Kew Gardens, venti minuti di metropolitana a sud di Londra, sembra una via di mezzo tra una serra e una pagoda. Qui dentro sono conservati circa trenta milioni di record, dall’alto medioevo ai giorni nostri. Intorno, cottage, boschi, giardini e un piccolo lago artificiale popolato da oche e anatre. Nell’immensa reading room climatizzata, insonorizzata e strettamente sorvegliata da telecamere e dal personale in elegante giacca blu, il ricercatore Mario J. Cereghino ha passato varie settimane. Su uno dei grandi tavoli esagonali in legno scuro si sono via via ammonticchiati fascicoli su fascicoli, tutti originali, ingialliti dal tempo. Trent’anni e oltre: è attraverso queste carte che si può osservare, come mai finora, il backstage della guerra fredda.

L’Italia del 1976, come si sarà capito, è un paese in crisi. La formula del centrosinistra è morta; i comunisti hanno ottenuto un grande successo alle amministrative dell’anno prima conquistando il governo di diverse regioni e importanti città; il Psi, di cui è segretario l’anziano De Martino, ha aperto la crisi al buio; mentre ancora tramortita dalla sconfitta nel referendum sul divorzio e sotto accusa per una serie di scandali, la Dc sembra per la prima volta allo sbando, più che divisa, divorata dalle faide. A reggere le sorti del governo nei primi mesi dell’anno c’è un pallido bicolore Moro-La Malfa, cui segue, per gestire le elezioni anticipate, un ancora più esangue monocolore sempre diretto da Moro. La maggioranza è in pezzi, Berlinguer appare il personaggio del momento e da anni ormai ha posto sul tavolo l’offerta del Compromesso storico.

L’ambasciatore britannico a Roma, Sir Guy Millard, è un uomo molto sottile e per giunta dotato di una buona penna. “Berlinguer – scrive a Londra, al Segretario di Stato – è una figura attraente, ispira fiducia con la sua oratoria. Ciò che dice è credibile e lui lo afferma in modo convincente”. Ma proprio per questo non c’è da fidarsi. “Il suo ingresso nel governo porrebbe la Nato e la Comunità europea dinanzi a un problema serio e potrebbe rivelarsi un evento dalle conseguenze catastrofiche”. Quali Millard lo spiega in modo incalzante: la “disintegrazione” della Dc, innanzi tutto, poi il calo degli investimenti, la fuga dei capitali, la caduta di fiducia nelle imprese, l’intervento drastico del governo nello Stato e di conseguenza “la rapida fine del sistema di libero mercato”. Cosa fare per tenere il Pci alla larga dal governo? “Non molto, temo”. E aggiunge: “È un peccato che la difesa dell’Italia dal comunismo sia nelle mani di un partito così carente come la Dc”.

Dello scudo crociato, dopo il congresso che a marzo ha visto la vittoria di Benigno Zaccagnini su Arnaldo Forlani, Millard va a parlare con l’ambasciatore americano a Roma John Volpe. Secondo quest’ultimo, Forlani “è una brava persona, ma non è un combattente”, Zac invece “piace molto ai giovani”, gli Usa lo appoggiano anche se preferirebbero Forlani e Fanfani che sono più anticomunisti. Parlano anche di Moro: “Qualche volta – sostiene Millard – sembra piuttosto ambiguo sul Compromesso storico”. Volpe concorda: “È un pessimista, troppo incline a ritenerlo inevitabile”. È questa specie di rassegnazione la colpa che gli americani attribuiscono all’astuta, ma imbelle classe di governo democristiana. In un rapporto del 23 marzo si legge che al Dipartimento di Stato Usa sono molto preoccupati: “La situazione italiana va deteriorandosi e non si sa come agire”. Di qui al sospetto che la Dc faccia il doppio gioco il passo è breve: “Piuttosto che perdere il potere, preferirebbe spartirlo con il Pci”.

Ai primi di aprile il rappresentante britannico presso la Santa Sede, Dugald Malcolm, va a trovare il Patriarca di Venezia, monsignor Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I: “Il Patriarca sembra aver assunto una posizione incline alla catastrofe. L’argomento trattato era sempre uno: l’avanzata del Pci”. È il periodo in cui i comunisti italiani corteggiano i cattolici (alcuni di questi finiranno eletti nelle loro liste di lì a qualche mese). Su questo Luciani è intransigente: “Non si può essere al contempo cristiani e marxisti”. Al diplomatico inglese racconta di aver dei problemi con alcuni sacerdoti della sua diocesi “che si sentono in obbligo di convertirsi al comunismo”. In un’isola della laguna un gruppo di scout ha addirittura sostituito il crocifisso con la foto di Mao. Nel congedarsi, il prossimo pontefice sussurra: “Siamo nella mani di Dio”. E aggiunge: “Che comunque sono buone mani”.

continua –

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/documenti-foreign-office-1/documenti-foreign-office-1/documenti-foreign-office-1.html