Archivio | gennaio 22, 2008

APPROFONDIMENTI – Per una società senza classi e senza genere

di MILA DE FRUTOS

Quando nel 1979 la femminista socialista Heidi Hartmann affermò che le categorie marxiste non considerano la differenza di genere, mise il dito nella piaga degli errori di lunga data da parte di chi ha sostenuto dolorosamente la lotta per la liberazione delle donne, per quanto concerne sia la tradizione borghese, sia quella marxista nelle due versioni socialdemocratica e rivoluzionaria. C’era bisogno di scoprire un nuovo paradigma per la comprensione dei generi? Forse no, dal momento che possono essere utili il metodo e gli strumenti di osservazione esistenti, con il solo accorgimento di cambiare qualche lente, correggere l’angolo e applicare il protocollo (marxista) senza preconcetti né pregiudizi. Sarà sufficiente chiedersi chi produce e chi si appropria della produzione. Facciamo un tentativo.

1. Prima delle origini: il patriarcato pre-capitalista

Sostenere che il patriarcato precede cronologicamente la nascita del capitalismo risulta oggi un’ovvietà. Oppure esisteva l’eguaglianza tra uomini e donne durante il feudalesimo, nella Grecia classica o nella Roma imperiale, in Cina, in Giappone o nell’impero Inca? Il capitalismo non inventò il patriarcato, ovviamente. Engels individua l’origine dell’oppressione delle donne nella nascita della proprietà privata della terra e del bestiame, anche se poi si contraddice sostenendo che le donne godevano di riconoscimento sociale e rispetto durante tutta la Storia, sino all’arrivo del capitalismo. Sembra che il capitalismo ci ha lasciate senza lavoro produttivo e ci ha fatto perdere la nostra posizione nella società e autorità. È certo che il capitalismo trasforma le relazioni patriarcali, così come l’esistenza previa del patriarcato determina importanti aspetti del sistema capitalista. Engels però confonde la particolarità o la specificità del patriarcato nel quadro della produzione capitalista con lo stesso capitalismo. Entrambi i sistemi sono classisti e probabilmente il patriarcato è stata la prima forma di classismo, molto ben sfruttata secoli dopo dal capitalismo, fino a essere così strettamente correlati che difficilmente si può concepire o spiegare un sistema senza prendere in considerazione l’altro, però questo non implica che si debbano teorizzare come una cosa sola. Sono due sistemi indipendenti che si rafforzano e di determinano l’un l’altro. Il pensiero di Marx e di Engels pecca di eurocentrismo e di sessismo, nel tentativo di costruire un sistema in cui comprendere tutti i fenomeni sociali e tutta la storia. La potenza dell’analisi di classe è così forte che offusca lo sviluppo teorico della relazione tra i sessi: la questione femminile finisce così dentro quella di classe affinché lo schema risultasse perfetto. Non venne studiata l’ideologia patriarcale, soggiacente al loro stesso schema, che disprezza gli interessi delle donne, e così manifestarono questa subordinazione nel modo in cui affrontarono la questione. L’ideologia del patriarcato sminuisce i lavori “propri del genere femminile” e li segrega dal resto dei lavori necessari per il sostentamento della vita, disegnato dalla dicotomia artificiale tra la famiglia e il lavoro “produttivo”. In questa divisione, le donne sono subordinate agli uomini. Engels ne è cosciente, però dà la responsabilità solamente al capitalismo senza accorgersi che esso si limita ad adattare e approfondire un conflitto ereditato, confidando in una facile risoluzione per mezzo della collettivizzazione del lavoro domestico. Oggigiorno è difficile comprendere come sia possibile che Engels non considerasse il fatto che le donne nel Medioevo fossero profondamente subordinate agli uomini, nonostante il loro lavoro produttivo, come per esempio quello delle contadine di qualsiasi epoca, e come sia possibile che credesse che noi donne (appartenenti alla classe dei lavoratori) non avessimo mai fatto lavoro produttivo in nessun periodo della storia. Noi donne abbiamo sempre lavorato dentro e fuori dalla famiglia e dopo che ci ebbero espulso dalle fabbriche lavoravamo lavando lenzuola, stirando camicie, vendendo cerini, cucendo in casa per qualche bottega, pulendo androni o accudendo bambini di altri. E, anche se non esisteva una legge apposita, riuscimmo a conciliare la famiglia e il lavoro. Engels non capisce mai che il conflitto si svolge tra le donne e lo Stato (capitalista) e tra le donne e gli uomini. La comprensione di questo doppio conflitto è il grande risultato del femminismo socialista. Marx ed Engels non sapevano nulla sul genere perché la divisione sessuale del lavoro li favoriva come individui di sesso maschile e perché non applicarono correttamente il loro stesso metodo. Le suffragette della loro epoca erano perlopiù di estrazione borghese e appartenenti alla classe media e la separazione di classe si impose dopo la scoperta, molto rudimentale, da parte loro che le donne erano oppresse per il fatto di essere donne. Il pensiero socialista di allora avrebbe dovuto sventolare la bandiera della lotta femminista, evitando così la deriva borghese con la teorizzazione e l’appropriazione di una lotta che deve essere di sinistra in quanto anticlassista. Invece questa lotta fu disprezzata e attaccata, dando vita a un’enorme contraddizione secondo la quale le donne non erano oppresse per il fatto di essere donne bensì per il fatto di appartenere alla classe dei lavoratori. Lo sviluppo industriale avrebbe reso donne e uomini uguali man mano che esse sarebbero state incluse nel lavoro nelle fabbriche, mentre la rivoluzione socialista avrebbe liberato uomini e donne dallo sfruttamento capitalista. Caso chiuso. Però il trionfo di alcune rivoluzioni socialiste dimostrò nei fatti che la disuguaglianza tra uomini e donne, nonostante i passi in avanti che esse consentirono, non spariva automaticamente, che non era sufficiente eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione e includere tutte le donne nel lavoro “produttivo”. Prima di Engels, Rousseau, teorico della borghesia, aveva escluso le donne dal contratto sociale e dall’eguaglianza di diritti politici, applicando l’anteriore statuto del feudalesimo patriarcale: che gli uomini e le donne sono differenti per natura. Engels individua l’errore senza però riuscire a superarlo: stabilisce che la prima divisione del lavoro si dà tra uomini e donne (corretto), però che tale divisione è naturale. Mantiene la contraddizione borghese, introducendone inoltre una nuova, specifica del materialismo storico primitivo, sostenendo che ogni forma di organizzazione della produzione e del lavoro è un’organizzazione sociale, eccetto quella che divide uomini e donne, che invece è naturale (presa di posizione antimaterialista!). Engels, partendo da un primo errore, giunge a un altro, che si è già dimostrato come errore. L’inclusione delle donne all’interno del lavoro salariato non ha portato alla liberazione, come prevedeva, bensì alla doppia giornata. Il primo movimento operaio e i sindacati della seconda metà del XIX secolo – il periodo in cui vissero Marx ed Engels – sia in Europa sia negli Stati Uniti contribuirono all’adattamento della struttura patriarcale al capitalismo fiammante dell’epoca. Esigerono l’esclusione delle donne da determinati settori industriali e dai sindacati perché i loro salari, inferiori, competevano con quelli degli uomini: invece di lottare per un salario uguale, cacciarono le donne; invece di organizzarle, ottennero leggi chiamate in modo eufemistico di protezione delle donne a cui si chiedeva di risparmiare lunghe giornate e lavori pesanti che non avrebbero potuto sopportare a causa della loro debolezza (questo però si tradusse nel fatto che gli uomini si tennero i lavori e i salari migliori), lottarono per il salario familiare affinché le “loro donne” tornassero al focolare domestico e la famiglia fosse meglio accudita. Fu così stipulato un deplorevole patto interclassista contro le operaie che si spiega attraverso le relazioni patriarcali tra uomini e donne e non solo attraverso gli interessi del capitalismo. Ed erano assolutamente certi delle proprie argomentazioni: l’ideologia patriarcale era contestata solo dalle disprezzate suffragette della classe media che in modo ingenuo o interessato credevano che l’eguaglianza di diritti politici avrebbe portato all’eguaglianza reale tra i generi. Confidò nei diritti politici anche il movimento abolizionista (della schiavitù) negli Stati Uniti, che però non si attirò mai critiche e disprezzo così virulenti. Le lavoratrici non ebbero in quel momento la capacità di rispondere e organizzarsi, vittime della loro storica posizione di subordinazione nella società. Le organizzazioni dirette da uomini parlarono in nome loro, dettarono le regole della lotta operaia ed esse accettarono. È curioso che alcuni decenni più tardi la sinistra adotterà come propria la lotta per i diritti politici e per il suffragio femminile: tutto quello che aveva ingiuriato. La realtà, però, è cocciuta e ogni sinistra conseguente non ha altro rimedio che accettare presto o tardi – in questo caso tardi – qualcosa di così ovvio come il fatto che le donne devono avere gli stessi diritti degli uomini. Così abbiamo una tesi socialista secondo la quale non esiste un problema femminile, ma solo quello delle donne della classe dei lavoratori, e la loro oppressione costituisce la forma specifica dello sfruttamento capitalista delle donne. Sull’altro versante si trova il pensiero femminista che sostiene che le donne sono oppresse per il fatto di essere donne: non c’entra nulla l’economia, né la forma di produzione, siamo di fronte a un sistema trasversale come il patriarcato, che è universale e si perpetua lungo la storia indipendentemente dal tipo di società in questione. Finalmente, dalle fila socialiste, sorge la sintesi del femminismo socialista sviluppato negli anni Settanta del XX secolo. Pensiero che prefigura il passaggio dal femminismo utopico (marxista, borghese e radicale) al femminismo scientifico.

2. Femminismo socialista

Il patriarcato non è una questione fondamentalmente ideologica, non è solo un elemento in più della sovrastruttura capitalista: esso è un sistema di sfruttamento delle donne da parte degli uomini. Costoro si appropriano dei lavori e dei servizi prodotti dalle donne. Costituisce inoltre un elemento del modo di produzione. Il patriarcato ha manifestato storicamente un’enorme capacità di adattarsi allo sviluppo economico e nella tappa del capitalismo stabilisce un’alleanza molto vantaggiosa per entrambi i sistemi, che si intrecciano come le fibre di una corda fino a sembrare un’unica cosa, mediante il patto di una forza difficile da piegare. Come tale, il patriarcato ha una propria ideologia, che si confonde per molti aspetti con l’ideologia capitalista, e viceversa. Il femminismo materialista scopre che le donne lavorano per il capitale riproducendo la classe operaia, costruendo un “ambiente tranquillo” (anche se con i propri conflitti interni) in cui i proletari riposano per tornare il giorno seguente alla fabbrica ben lavati e con vestiti stirati, pronti per essere sfruttati, e addolcendo il caos sociale della lotta di classe mediante la stabilità della struttura familiare. Esse inoltre fanno alcuni lavori gratuiti per gli uomini, nel quadro di un rapporto di produzione che vede questi ultimi appropriarsi del lavoro realizzato dalle donne. Questo fenomeno si estende in maniera trasversale a tutta la piramide sociale, cosicché le donne di qualsiasi classe subiscono qualche forma di oppressione e sfruttamento, anche se in maniera ben distinta e con possibilità di superamento così differenti come sono le classi. Infatti, sebbene tutti i lavoratori siano oggetto dello sfruttamento capitalista, un immigrato senegalese o una lavoratrice delle maquilas in Messico non sono nella stessa condizione di un perito informatico madrileno. Le percosse, le violenze sessuali e le vessazioni si hanno tra uomini e donne di qualsiasi classe sociale, e non solo da parte dell’operaio alienato, frustrato e ubriaco che riempie di botte la moglie. E, in ogni modo, perché quell’operaio considera la moglie come una proprietà? Perché l’operaio, il contadino, l’intellettuale o il borghese (o il signore e il servo) hanno diritto di proprietà sulle mogli e sul lavoro che queste realizzano, e perché l’allevamento, la socializzazione e l’educazione dei figli e delle figlie dell’operaio, del contadino, dell’intellettuale o del borghese è compito delle mogli. Perciò sosteniamo che il patriarcato è trasversale e che esistono esperienze simili tra donne di diversa classe sociale. Per chi fanno un lavoro gratuito le donne e dentro quali rapporti di produzione si realizza? Questa è la domanda del femminismo socialista.

3. La base materiale del patriarcato nella sua tappa capitalista

Se tra uomini e donne esistono rapporti di produzione, dobbiamo stabilire la base materiale su cui si sostiene questa relazione. Tre elementi fondamentali costituiscono la base materiale del patriarcato: il lavoro domestico, l’allevamento dei figli e delle figlie e la produzione di amore: affettivo (dentro e fuori della coppia, nell’amicizia, nel lavoro e nella politica) e sessuale (nella coppia eterosessuale). Ossia ciò che costituisce i lavori delle donne. Sappiamo tutte di quali lavori stiamo parlando; gli uomini non tanto, anche se ne hanno un’idea perché molti aiutano: mentre lei pulisce casa il sabato mattina, lui si porta le bambine al parco con il giornale sottobraccio, e di pomeriggio tutta la famiglia va al centro commerciale con la lista della spesa fatta dalla mamma, che è quella che organizza. Però bisogna anche comprendere che le necessità delle persone non si limitano al cibo, al vestiario e alla casa. Affinché una persona socializzi in modo corretto, riesca a diventare adulta con le proprie capacità di relazionarsi ben sviluppate, riesca a diventare un essere sociale pieno, necessita attenzione e affetto, in una parola amore. Questo bisogno non si esaurisce con la maggiore età, ma come il cibo e i vestiti dura tutta la vita. Tuttavia, lo scambio tra uomini e donne è diseguale. Gli uomini si appropriano in quantità maggiore di amore (attenzione, affetto e piacere sessuale) rispetto a quello che restituiscono. Questo scambio diseguale alimenta la loro autostima e l’autorità riconosciuta socialmente (le donne e il “riposo del guerriero” in versione moderna). Questi lavori li realizzano sia le donne che hanno anche un lavoro, sia quelle che non lo hanno. E, così come il capitalismo sfrutta la forza lavoro per un tempo maggiore di quello che paga appropriandosi della produzione, gli uomini si appropriano del lavoro delle donne gratuitamente o in cambio del sostentamento (sebbene quest’ultimo vari molto in relazione alla classe sociale dell’uomo in questione). Hanno struttura simile lo sfruttamento del capitalista sul lavoratore e quello dell’uomo sulla donna. Engels affermò saggiamente che all’interno della famiglia l’uomo ricopre il ruolo del borghese e la donna del proletario. Noi donne siamo più povere e più dipendenti che gli uomini, non solo perché il nostro salario è del 35% più basso, ma perché la cura dei figli, i compiti domestici e l’attenzione verso gli altri ci impediscono di formarci e di crescere. Quando poi ci separiamo abbiamo lavori peggiori, salari più bassi, spese più alte e maggior dipendenza che gli uomini, che continuano ad avere la chiave che dirige la nostra vita.

4. Di quale socialismo necessitiamo noi donne

Lo storico conflitto tra marxismo e femminismo è risultato molto pregiudizievole per entrambi, ma soprattutto per il femminismo che ha patito la subordinazione sistematica di fronte alla potenza del movimento operaio e alla gerarchia di contraddizioni principali e secondarie. La divisione in due fronti inconciliabili ha messo una di fronte all’altra due correnti di pensiero che combattono il classismo e non può essere una scusa il considerare l’implicazione liberale di un settore del femminismo, giustamente criticato, per mettere sotto silenzio un altro settore insufficientemente compreso. Inoltre la lotta per il socialismo è risultata meno efficace per aver escluso dai propri parametri la conoscenza del patriarcato e la vera relazione tra uomini e donne, e tra capitalismo e patriarcato, generando la frustrazione di molte donne di fronte alla paralisi del dibattito femminista all’interno di organizzazioni politiche dirette da uomini. Alcune di queste donne, tuttavia, dedicarono molta energia allo sviluppo di un socialismo femminista veramente liberatore, sia dalla struttura di classe, sia da quella di genere. Durante la seconda ondata di femminismo negli anni Settanta, sorsero molti gruppi di donne che reclamavano l’indipendenza rispetto alle organizzazioni politiche per sviluppare una teoria non contaminata e non subordinata. In moltissimi paesi e quartieri della Spagna, essi diressero la lotta per il divorzio e per l’aborto, per una sessualità libera, per la pianificazione familiare, per l’inclusione nel mercato del lavoro e in generale per la liberazione delle donne. Nelle loro fila e tra i loro dirigenti c’erano donne socialiste che difendevano la necessità della doppia militanza o che, esasperate dall’oscurantismo dei loro partiti o sindacati, li abbandonarono. Non ebbero altra scelta. Sollevarono, in maniera difensiva, il discorso dell’indipendenza organizzativa e invitarono le donne di qualsiasi ideologia alla lotta per la liberazione, dando vita al femminismo radicale. La mancanza di referenti politici, però, come succede ai sindacati “indipendenti”, portò su un percorso di confusione, derive e deviazioni che culminarono con l’abbandono totale dal movimento da parte del polo socialista. Non dobbiamo ripetere gli stessi errori. Oggi, dopo la sconfitta storica dei tentativi rivoluzionari del XX secolo, cerchiamo di comprendere i successi ma anche gli errori del socialismo reale e consideriamo la necessità di formulare un socialismo per il futuro che integri problemi delle fasi precedenti e nuovi conflitti sorti all’interno dello sfrenato sviluppo capitalista. La liberazione delle donne merita di essere uno di questi. Le organizzazioni politiche devono includere il femminismo socialista e contribuire allo sviluppo di correnti femministe al proprio interno affinché il socialismo che ci prefiguriamo non sia patriarcale. I compagni devono riconoscere che gli uomini godono di privilegi a danno delle donne e che questi privilegi devono scomparire. Ci dobbiamo assicurare che il socialismo per cui ci battiamo, uomini e donne, sia lo stesso socialismo, senza classi né generi.


* Coord. – Corriente Roja (Spagna).

fonte: http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=537


PROSTITUZIONE – Cliente innamorato fa sgominare la banda che sfruttava nigeriane

Operazione anti-prostituzione a Bari: otto mandati di cattura (due italiani), nove indagati. Portate in Italia come merce

Riti voodoo per terrorizzarle. Mostrate ai clienti con dei cataloghi. Ricatti anche tra sorelle. Costrette a cocktail per abortire



BARI
– Tutto è nato, nell’aprile 2004, da una storia d’amore tra una giovanissima nigeriana e un suo ‘cliente’. Così è scattata indagine della squadra mobile della Questura di Bari che ha portato oggi a sette arresti (un’ottava persona, una donna, è ricercata).

Smantellata un’organizzazione
dedita allo sfruttamento della prostituzione e alla riduzione in schiavitù di donne provenienti dall’Africa. L’uomo che quasi ogni giorno andava dalla giovane prostituta ha raccontato tutto alla polizia, anche i particolari agghiaccianti di cui veniva a conoscenza. Lei, contattata dalla polizia, ha deciso di collaborare.

Alle persone colpite da provvedimento restrittivo – sei nigeriani e due italiani che hanno avuto gli arresti domiciliari – vengono contestati, a vario titolo, i reati di tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. A loro si aggiungono altre nove persone indagate.

L’organizzazione reperiva le ragazze in Nigeria per poi smistarle in Europa dove, attraverso l’aiuto di intermediari, le indirizzavano attraverso le ‘maman’ che ne facevano richiesta. Ed è stato anche accertato che, spesso, c’era anche lo sfruttamento tra consanguinei: la sorella maggiore, ad esempio, che sfruttava la sorella più piccola.

Il sodalizio criminale si è avvalso – secondo gli accertamenti compiuti – di alcuni cittadini baresi che avevano il compito di accompagnare e controllare le ragazze sulla strada. La copertura legale veniva fatta, secondo l’accusa, attraverso l’avvocato compiacente: le ragazze ottenevano il permesso di rimanere sul territorio nazionale dopo aver chiesto asilo politico. Le giovani donne, infatti, dichiaravano quali luoghi di provenienza fittizia città interessate da conflitti etnici, proprio per poter ottenere l’asilo politico.

Le ragazze erano costrette a prostituirsi sulla complanare sud della statale 16 di Bari, sulle statali 100 e 96 e sull’ex statale 98. I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso dal 2004 ad oggi. Proprio per l’eccessivo numero di clienti che le ragazze attraevano sulla complanare della statale 16, gli abitanti delle ville della zona avevano protestato con forza negli anni scorsi.

In Italia come merce. Le ragazze nigeriane venivano trasportate come se fossero merce. L’organizzazione anticipava il denaro occorrente per il viaggio e la giovane diventava così debitrice e avrebbe potuto riacquistare la propria libertà solo dopo aver saldato l’intero debito, pari, in alcuni casi, anche a 50 mila euro. Arrivavano in Europa con voli di linea provenienti dalla Nigeria e, al momento dell’imbarco, venivano munite di passaporti, quasi sempre falsificati, che poi restituivano ad una persona dell’organizzazione che le attendeva nella città in cui avveniva l’ultimo scalo aereo.

Secondo quanto accertato, in Spagna, spesso nella capitale, a Madrid, le ragazze erano attese da un altro membro dell’organizzazione che le accompagnava poi in stazione dove, attraverso mezzi ferroviari, raggiungevano l’Italia, in particolare le città di Torino e di Verona, dove ad attenderle secondo l’accusa spesso vi era ‘Monday’, il cittadino nigeriano – che è tra gli otto arrestati – ritenuto a capo dell’organizzazione insieme ad un connazionale conosciuto come Epà.

In altri casi le ragazze raggiungevano la Spagna a bordo di gommoni, attraverso lo stretto di Gibilterra, per poi raggiungere le principali città spagnole dalle quali ripartivano con treni con destinazione Italia.

Cocktail per abortire. Le donne ricorrevano ad aborti clandestini, facendosi pagare dai clienti che si erano invaghiti di loro fino a 800 euro in contanti.
Gli aborti, in realtà, venivano realizzati dalle sfruttatrici delle nigeriane – le cosiddette ‘Maman’ o ‘Madam’ – che per punire le prostituite rimaste incinte per aver avuto rapporti sessuali non protetti con i loro clienti, le inducevano ad ingerire un cocktail di farmaci ed alcolici che provocavano nelle donne forti contrazioni addominali fino all’espulsione del feto. Della pratica degli aborti clandestini si parla in intercettazioni telefoniche definite “inquietanti”, dagli stessi investigatori. In una di queste una prostituta si fa consegnare dal cliente che si era innamorato di lei 500 euro per interrompere la gravidanza e si fa promettere altri 300 euro, sostenendo che avrebbe fatto ricorso ad un aborto clandestino. Le indagini hanno invece accertato che le donne non si sottoponevano ad aborti clandestini ma veniva loro somministrato un mix di farmaci e alcol che provocava l’aborto.

Riti voodoo per prostituirsi. Alle malcapitate venivano asportate di ciocche di capelli, peli pubici e unghie. Riti che, a causa delle forti credenze religiose di quel popolo, creavano – secondo gli investigatori – uno stato di soggezione psicologica nelle vittime, impedendo loro di ribellarsi per il timore di subire gravi conseguenze fisiche non solo per se stesse ma anche per i familiari che le attendevano nelle terre di origine. Con i riti voodoo, quindi, i membri dell’organizzazione cercavano di impedire che le giovani donne potessero progettare eventuali fughe o disobbedire alle regole.
(22 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/bari-prostituzione/bari-prostituzione/bari-prostituzione.html

Atroce morte di un clandestino quattordicenne, legato sotto un tir per raggiungere l’Italia

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FORLÌ (22 gennaio) – Sembrava un grosso straccio impigliato nell’asse di trasmissione di un tir.
Invece era il corpo, orribilmente straziato, di un giovanissimo extracomunitario. Il cadavere è stato trovato, legato con cinghie, sotto un tir di una società di trasporti spagnola, sbarcato poche ore prima al porto di Ancona, proveniente dalla Grecia, e fermato nei pressi di Bertinoro di Forlì da un passante che, visto lo “straccio” penzolare dal mezzo in transito ha poi notato che sporgevano un paio di scarpe.

A questo punto ha inseguito in auto il Tir, inducendo l’autista a fermarsi, per poi fare la tragica scoperta. Sul corpo è stato trovato dai carabinieri che conducono le indagini un foglio d’identificazione effettuato il 21 dicembre scorso dalla polizia greca e che riporta i dati anagrafici di un 14enne di nazionalità afgana. I due conducenti del Tir hanno precisato che il mezzo era stato controllato sia alla partenza dalla Grecia che all’arrivo al porto di Ancona senza che fosse notata la presenza del clandestino.

Sotto al telaio del Tir erano state legate due corde che creavano una sorta di pericolosissimo e instabile sostegno per il corpo dell’adolescente, con la nuca a pochi centimetri dall’asse di trasmissione diretto alle ruote posteriori e il viso a non più di trenta centimetri dal fondo stradale.

Impossibile al momento stabilire cosa abbia causato la tragedia. Forse un colpo al capo inferto dall’asse di trasmissione; oppure una caduta dall’instabile rifugio o ancora un intossicazione, con perdita di conoscenza, provocata dai gas del vicino tubo di scarico del motore. Le condizioni del cadavere lasciano intendere che è stato trascinato per molti chilometri. Il mezzo è stato posto sotto sequestro e i due camionisti fermati per ulteriori accertamenti.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=17464&sez=HOME_INITALIA

Negò adozione a una lesbica: Bruxelles condanna la Francia


fonte immagine: http://www.gay.tv/ita/

La donna, una maestra 45enne che vive da anni con una psicologa, ha fatto ricorso per ‘discriminazione’.

La sentenza, approvata per 10 voti contro 7, le dà ragione e stabilisce un indennizzo di 10mila euro


Bruxelles, 22 gennaio 2008 –
La Corte europea dei diritti dell’Uomo ha condannato oggi la Francia perchè ha rifiutato l’adozione ad una donna omosessuale, affermando che si è trattato di una “discriminazione”.


La storia è quella di una insegnante di scuola materna di 45 anni
, che dal 1990 convive stabilmente con una donna, una psicologa. E.B. abita nella regione del Jura e dal 1998 sta conducendo una complessa battaglia legale per ottenere una adozione che le viene ripetutamente rifiutata, secondo lei, a causa di una discriminazione sessuale. Per i giudici il rifiuto era invece dovuto alla “mancanza di una figura paterna” nel quadro familiare.


Nella sua sentenza la Corte afferma che “la ricorrente è stata oggetto
di un trattamento diverso” e sottolinea che questa diversità dato che si riferisce unicamente al suo orientamento sessuale “costituisce una discriminazione sulla base della Convenzione sui diritti dell’uomo”.


“L’influenza della sua omosessualità sulla valutazione
della domanda non è solo provata, ma ha anche avuto una influenza decisiva (sul rifiuto, ndr)”, continua la Corte.


La sentenza, approvata per 10 voti contro 7,
afferma dunque che il rifiuto dell’adozione viola l’articolo 14 (divieto di discriminazione) in combinazione con l’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. I giudici hanno anche stabilito un indennizzo di 10MILA euro a favore di E.B. Per i danni morali subiti”

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/22/60656-nego_adozione_lesbica.shtml

Veltroni: «Compatti per fiducia» Elezioni: lite tra Casini e Fini

Prodi: «Sono ottimista, ce la farò»

Romano Prodi Ansa

In un clima ormai da crisi di governo, dopo l’uscita dell’Udeur dalla maggioranza, il premier Romano Prodi si presenta a Montecitorio e chiede un voto di fiducia. Non prima però di avere esposto tutti i risultati finora raggiunti. «Chiedo a voi, onorevoli deputati, e in seguito ai vostri colleghi senatori – ha detto Prodi -, di esprimere con un voto di fiducia il vostro giudizio sulle dichiarazioni che avete ascoltato».

In serata riunione dei parlamentari del Pd con Prodi e Veltroni.

Per il segretario del Pd «la cosa peggiore è precipitare verso la crisi e le elezioni anticipate. Siamo assolutamente compatti per ottenere la fiducia e consentire a Prodi di andare avanti, ma anche di dare all’Italia riforme costituzionali».

E alla domanda di quali scenari in caso di mancata fiducia, Veltroni risponde: «Non prendiamo in considerazione subordinate perchè indebolirebbero la principale, cioè che Prodi vada avanti». «Siamo sempre stati tutti d’accordo sulla linea da seguire, fin dall’inizio, e abbiamo condiviso ogni passaggio insieme: con Prodi, con i vicepremier e con i capigruppo».

Il segretario del Pd, Walter Veltroni, smentisce che ci siano state divergenze nell’affrontare la crisi della maggioranza e ribadisce che «la squadra ha lavorato insieme».

«Moltissimo». Così il presidente del Consiglio, Romano Prodi, lasciando Palazzo Marini, dove ha partecipato all’assemblea dei parlamentari del Pd, ha risposto a chi gli ha chiesto se avesse condiviso l’intervento, alla stessa assemblea, di Walter Veltroni. Quindi, Prodi ha annuito alla domanda se condividesse anche il giudizio negativo del sindaco di Roma sul ricorso alle urne. Infine, Prodi ha aggiunto di essere «ottimista» come sempre. Il premier ha poi fatto ritorno a palazzo Chigi.

Il segretario dell’Udeur sarà al Senato il giorno del dibattito sulla fiducia al governo Prodi. Non solo: l’ex Guardasigilli, secondo quanto si apprende dal suo portavoce, «parlerà e voterà» e il suo voto sarà, almeno stando a quanto si sa ora, un “no” deciso alla fiducia.

Nonostante la defezione dell’Udeur, il governo alla Camera dispone comunque della maggioranza. In assenza di nuovi colpi di scena, il premier ha 329 voti a Montecitorio, così articolati: Pd 196, Prc 39 (non comprendendo il presidente della Camera Bertinotti, che tradizionalmente non vota), Sd 20, Socialisti e radicali Rnp 17, Pdci 17, Idv 17, Verdi 15, minoranze linguistiche 5, Socialisti per la costituente 3.

Un passaggio che, si ragiona in ambienti dell’Unione, non prevede l’ipotesi di governi tecnici o di transizione, così come chiesto invece unicamente da Lamberto Dini, che mirerebbe al posto di guida. Ma solo un prendere o lasciare. O il governo va avanti, o dietro l’angolo ci sono le elezioni anticipate. Una linea su cui sembrerebbero attestarsi i leader della sinistra radicale. Nel Pd ci sarebbero invece molti dubbi.

Sullo sfondo, i possibili esiti della crisi: un eventuale governo istituzionale o anche la guida di un esecutivo che porti alle elezioni. Alla fine del vertice, si sarebbe concordato di sospendere la decisione sul Senato, rinviandola a dopo il dibattito a Montecitorio.

Infine si sta anche consumando la sfida Mastella-Di Pietro. «Mastella, Fabris e altri esponenti dell’Udeur stanno facendo a gara nello spargere fango su di me e sull’Italia dei Valori», per questo Antonio Di Pietro, dal suo blog, annuncia il contrattacco per le vie legali: «Io mi impegno a non lasciare cadere nessuna calunnia da parte di questi signori e nei prossimi giorni preparerò la prima causa nei loro confronti».

Controcorrente il senatore a vita Giulio Andreotti. Il senatore a vita invita il leader dell’Udeur Clemente Mastella a scongiurare la crisi di governo, convinto che comunque «non c’è il clima per elezioni anticipate». «Secondo me – continua – non c’è clima da elezioni, non vedo assolutamente il clima per non andare avanti nella legislatura», dice il senatore a vita. E «io non ho nessuna pregiudiziale contro il governo di Prodi, anche perché nel momento attuale è questo: non ne vedo uno alternativo che possa essere meglio».

Berlusconi passa alle minacce. «Non c’è altra possibilità per il Governo che
dare le dimissioni. Altrimenti sarebbe travolto da un movimento popolare irresistibile». «La fiducia non passerà e se il Governo dovesse sopravvivere con degli escamotage – ha aggiunto – credo che l’Italia intera si riverserebbe a Roma perchè non accetterebbe una cosa del genere. La democrazia è il governo del popolo e non si può governare contro il popolo».

Poi Berlusconi passa ad attaccare i senatori a vita. «Napolitano è stato
chiarissimo in altre occasioni e ha detto che per la fiducia lui considera il voto politico con l’esclusione dei senatori a vita».

Casini in questo caso è sulla stessa linea: «Io non ho mai polemizzato con i senatori a vita, li ho sempre rispettati. Però, in occasione di un voto che ribalterebbe il risultato del Senato, credo che dovrebbero osservare qualche discrezione».

Casini commenta anche il fatto che Andreotti abbia annunciato il suo voto positivo: «Forse in lui c’è una predisposizione filogovernativa. Comunque lo rispetto anche quando ha posizioni che non condivido».

Si spinge più in là il presidente Udc, Rocco Buttiglione. «I senatori a vita farebbero bene a venire in Aula, a prendere la parola per offrire il supporto della loro esperienza, ma poi a non
votare».

Pubblicato il: 22.01.08
Modificato il: 22.01.08 alle ore 20.55

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E’ MORTO ARRIGO BOLDRINI

(ANSA) – RAVENNA, 22 GEN – E’ morto Arrigo Boldrini, storico comandante partigiano ‘Bulow’ e presidente onorario dell’Anpi. Aveva 92 anni ed era ricoverato. Membro dell’Assemblea Costituente e importante esponente del Pci del dopoguerra, Boldrini, Medaglia d’oro al valor militare, viveva da anni nella ‘Casa della Fraternita’ sul litorale ravennate. Per il sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, il Paese ha perduto ‘un grande italiano. La sua scomparsa lascia un vuoto enorme’.

Nato a Ravenna il 6 settembre 1915, morto a Ravenna il 22 gennaio 2008 Medaglia d’Oro al Valor militare, Presidente onorario dell’ANPI.

Le operazioni belliche erano ancora in corso quando, il 4 febbraio 1945, il generale Mac Creery, comandante dell’VIII Armata, appuntò sul petto del “comandante Bulow” (questo il nome di battaglia di Boldrini) la Medaglia d’Oro al Valor militare. La cerimonia si svolse sulla piazza di Ravenna liberata proprio dalle formazioni di Bulow, che da quel momento si sarebbero aggregate alle armate anglo-americane sino alla resa totale dei nazifascisti.

Impossibile dire di Boldrini in poche righe, a cominciare dall’educazione all’amore per la libertà ricevuta dal padre, una popolare figura di internazionalista romagnolo, sino alle sue gesta nella Resistenza e sino all’attività politica e parlamentare nel dopoguerra. Ci hanno provato Silvia Saporelli e Fausto Pullano in un bel documentario presentato il 6 ottobre 1999 nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Erano presenti i Presidenti di Camera e Senato e seduto in prima fila c’era proprio “Bulow”, “un uomo di pace che – come ha sottolineato il Presidente Mancino – ha sempre onorato la Patria, il Parlamento e la sua parte politica”.

Di Arrigo Boldrini, parlamentare per diverse legislature e presidente nazionale dell’ANPI, ha scritto a suo tempo Gian Carlo Pajetta: “È un eroe. Non è il soldato che ha compiuto un giorno un atto disperato, supremo, di valore. Non è un ufficiale che ha avuto un’idea geniale in una battaglia decisiva. È il compagno che ha fatto giorno per giorno il suo lavoro, il suo dovere; il partigiano che ha messo insieme il distaccamento, ne ha fatto una brigata, ha trovato le armi, ha raccolto gli uomini, li ha condotti, li conduce al fuoco“.

Al 14° Congresso nazionale dell’ANPI – che si è tenuto a Chianciano Terme dal 24 al 26 febbraio 2006 – per la prima volta dalla costituzione dell’Associazione che ha sempre guidato, non era presente, “Bulow”. Motivi di salute gli hanno impedito di partecipare all’assemblea che, con una “standing ovation”, ha acclamato Arrigo Boldrini Presidente onorario. Presidente è poi stato eletto Tino Casali, già Vice Presidente vicario.

fonte: http://www.anpi.it/uomini/boldrini.htm

Ma Rifondazione con chi sta?

Ritengo estremamente grave le dichiarazioni fatte ieri dal capogruppo alla camera del Partito della Rifondazione Comunista, Gennaro Migliore, subito dopo la conferenza stampa in cui Mastella annunciava che l’Udeur usciva dalla maggioranza di governo.
In sostanza rimproverava, a giusta ragione l’Udeur, accusandolo di irresponsabilità ma, nello stesso tempo, senza consultare gli altri Partiti della Sinistra, dichiarava, in modo esplicito la disponibilità del Prc a sostenere un governo di transizione per portare a compimento la riforma della legge elettorale ed il risarcimento sociale.
Onestamente non riesco a comprendere come sia possibile ottenere misure volte al risarcimento sociale da un governo di transizione che, per nascere, avrebbe bisogno del sostegno dell’Udc e di Forza Italia.
Credo che non sfugga a nessuno che il vero obiettivo del Prc è quello di ottenere una legge elettorale con uno sbarramento alto che costringa gli altri Partiti della Sinistra all’unità forzosa in modo tale da cancellare definitivamente la presenza organizzata dei Comunisti in Italia.
Ritengo che ciò sia vergognoso!


Se il governo Prodi non avrà la fiducia, l’unica strada percorribile per i Comunisti deve essere quella che porta alle elezioni anticipate, sperando che si possa realizzare così l’unità di tutte le soggettività politiche e sociale che si riconoscono a sinistra del Partito Democratico a partire dal rilancio del conflitto sociale.

fonte: http://www.ilbriganterosso.info/dblog/articolo.asp?articolo=387

Per la serie: lei balla da sola… SIC!