Archivio | gennaio 29, 2008

Diliberto: "Elezioni immediate o la Cosa rossa per noi è già morta"

intervista ‘polemica’ de ilGiornale

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RomaOnorevole Oliviero Diliberto, prima della crisi l’intera Unione sosteneva: o Prodi o voto anticipato. Ora solo lei sostiene le urne. Coerenza comunista?
«Faccio una lucida analisi politica, almeno spero. Se si vota, si può vincere o perdere, ma il centrosinistra mantiene una coerenza utile per il domani. Se si fa un pasticcio non avremo più neppure quella…».

Non crede ai nomi che circolano per un incarico?
«Sui nomi di un finto dialogo, gli alleati stiano attenti: è un trappolone di Berlusconi per delegittimarci».

Non crede al governo tecnico?
«Se resta fino alla finanziaria, sarebbe una rovina per tutti i lavoratori».

Perché?
«Chi spinge per un governo di transizione? Confindustria e Vaticano, i poteri forti che hanno affossato Prodi».

Dunque elezioni e amen?
«Se il Capo dello Stato decidesse di incaricare Prodi per un governo che abroghi il Porcellum per far tornare in vigore il Mattarellum, o istituire il Tatarellum, potrei starci».

Da ultimo comunista vuol proprio morire democristiano. Prodi le piace così tanto?
«La persona no: ho avuto con lui scazzi enormi…».

Allora le piace il prodismo, visto che nel ’98 abbandonò pure il Prc.
«Di quel primo governo dò un giudizio sicuramente positivo. Questo secondo è stato un governum interruptus. Nonostante tutto, mi pare fosse l’equilibrio più avanzato possibile. Mi rammarica che abbia risanato i conti pubblici e ora i frutti se li godranno gli altri».

Prc vorrebbe un «governo di scopo». A che scopo?
«Non so. È un errore politico. La sinistra ha già perso consenso, pensare di partecipare a un governo con la destra è una seria illusione ottica. Mi auguro che fallisca, anche se deve continuare il cammino per l’unità».

Unità unità, ma non siete mai d’accordo su nulla. La Cosa rossa nasce morta.
«Molto dipenderà da questo passaggio. L’unità non si fa in base alla legge elettorale, ma alle opzioni politiche. Mi pare complicato riuscire ad accettare l’idea che i nostri fratelli possano fare un governo con Cuffaro».

Intanto Giordano fa un appello per liste comuni.
«Le liste comuni sono il nostro obbiettivo».

Obbiettivo arduo, se pretende falce e martello.
«La falce e martello è un problema identitario, vale anche per i Verdi.

Se gli elettori non ci riconoscono, rischiamo un grande flop».
Allora quale simbolo?

«Il simbolo nostro con quello dei Verdi ha funzionato, alle ultime elezioni».

Così gli elettori non avranno neppure la sensazione di una cosa nuova.
«Non ho mai detto di volere una cosa nuova: vogliamo confederarci con i partiti esistenti, ma non ci scioglieremo né oggi né mai».

Persino Cossutta è più avanti e vuole novità…
«Non faccio polemiche con Cossutta».

Ammetta: non vuole finire sotto Bertinotti.
«Rivendico un eccellente rapporto, anche personale, con Bertinotti. E le ricordo che prima delle Europee chiesi ufficialmente che si mettesse a capo del processo unitario. All’epoca, Cossutta si incavolò di brutto».

Non ha problemi con Bertinotti. Ma forse con Giordano e il gruppo dirigente: ve ne dite di tutti i colori.
«Non ho alcuna ambizione a guidare il processo unitario, siamo un piccolo partito e fortemente connotato. Voglio continuare a essere comunista, nessuno mi può chiedere di non esserlo più. Di quanto ha detto Giordano non mi ricordo: non è lui il nemico, ma Berlusconi».

Nemico o avversario?
«Nemico. Per questo chiedo a Giordano di non fare un governo assieme a lui. Il suo partito crollerebbe».

Già adesso non sta messo bene. Sicuro di non averci infilato uno zampino?
«La dialettica all’interno di Rifondazione è sotto gli occhi di tutti. Ma non metto zizzania nei partiti altrui».

La Cosa rossa è un abortino, il Pd vuole correre da solo. Studiate tecniche di suicidio di massa?
«A novembre Berlusconi fallì la spallata ed era politicamente finito, tanto che Casini e Fini lo mollarono. Veltroni con la più brillante delle operazioni ha scelto Berlusconi come interlocutore, resuscitandolo. Mi pare che ora il Pd voglia chiudere il cerchio: se va da solo consegna il Paese a Berlusconi».

Veltroni pensa a un «governissimo» dopo il voto.
«Non posso escluderlo, non me ne stupirei. Certo che imbarcare anche Fini sarà difficile…».

Berlusconi potrebbe sempre scaricare An.
«Sì, il maggiordomo potrebbe accompagnare tutti alla porta. Ma in tal caso, qualche altro capo del Pd potrebbe accompagnare alla porta Veltroni…».

Diciamo D’Alema?
«Diciamo».

fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=237348

Grillo: Berlusconi marcia su Roma? E noi ci andiamo in gita..

29 gennaio 2008

La Gita su Roma

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Lo psiconano minaccia la marcia su Roma se non si vota subito con la legge porcata che fece approvare in tutta fretta nel 2006. La legge mantenuta in vita allegramente per due anni dal centro sinistra TOGLIE al cittadino il voto di preferenza. Vuol dire, ad esempio, che Cuffaro e Cirino Pomicino possono essere eletti senatori da Casini e da Berlusconi e i cittadini possono solo stare a guardare.

Testa d’asfalto non le manda a dire sul rinvio delle elezioni: “Milioni di italiani si riverserebbero a Roma per chiederle”. Bossi ha rincarato la dose: “Se non si va al voto facciamo la rivoluzione. Ci mancano un po’ di armi, ma prima o poi quelle le troviamo”. Qualche simpatizzante gli ha inviato dei proiettili calibro 38, così si porta avanti con le munizioni.

In un Paese normale queste persone sarebbero almeno agli arresti domiciliari.
Il probabile futuro capo del governo, del quale abbiamo perso il numero di prescrizioni, ha un paio di processi aperti. Uno per corruzione in atti giudiziari insieme all’avvocato David Mills che dovrebbe concludersi ad aprile. Straordinaria coincidenza con le elezioni anticipate. E per il quale rischia sei anni di carcere. Un altro per presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset. In nessuna democrazia del mondo una persona potrebbe candidarsi premier con due processi a carico. Pensate a Obama o a Hilary accusati di corruzione. Ho il sospetto che l’Italia non sia più, da tempo, una democrazia, ma una dittatura morbida.

Alla marcia su Roma va data una risposta ferma e implacabile. Italiani!!!!!!!!!!

Tutti alla “Gita su Roma”. Se lo psiconano suonerà le sue trombe, noi suoneremo le nostre campane. In caso di marcia organizzerò una gita turistica di massa nella Città Eterna. Il percorso si snoderà attraverso le sedi di partito. Un’occasione irripetibile per vedere dal vivo i ruderi della politica. E fotografare i nostri dipendenti. Un evento da raccontare ai nipoti. Meglio della caduta del Muro di Berlino. Italiani!!!!!!!!!

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www.beppegrillo.it

Il popolo molte volte disidera la rovina sua, ingannato da una falsa spezie di beni: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono.

Espugnata che fu la città de’ Veienti, entrò nel popolo romano un’opinione, che fosse cosa utile per la città di Roma, che la metà de’ Romani andasse ad abitare a Veio; argomentando che, per essere quella città ricca di contado, piena di edificii e propinqua a Roma, si poteva arricchire la metà de’ cittadini romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna azione civile. La quale cosa parve al Senato ed a’ più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente dicevano, essere più tosto per patire la morte che consentire a una tale diliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, si accese tanto la plebe contro al Senato, che si sarebbe venuto alle armi ed al sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi ed estimati cittadini, la riverenza de’ quali frenò la plebe, che la non procedé più avanti con la sua insolenzia. Qui si hanno a notare due cose. La prima che il popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, disidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, da alcuno in chi esso abbia fede, si porta in le republiche infiniti pericoli e danni. E quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dagli uomini, si viene alla rovina, di necessità. E Dante dice a questo proposito, nel discorso suo che fa De Monarchia, che il popolo molte volte grida Viva la sua morte! e Muoia la sua vita! Da questa incredulità nasce che qualche volta in le republiche i buoni partiti non si pigliono: come di sopra si disse de’ Viniziani, quando, assaltati da tanti inimici, non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno con la restituzione delle cose tolte ad altri (per le quali era mosso loro la guerra, e fatta la congiura de’ principi loro contro), avanti che la rovina venisse.

Pertanto, considerando quello che è facile o quello che è difficile persuadere a uno popolo, si può fare questa distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita; o veramente ci pare partito animoso, o vile. E quando nelle cose che si mettono innanzi al popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdita; e quando e’ pare animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della republica, sempre sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre difficile persuadere quegli partiti dove apparisse o viltà o perdita, ancora che vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con infiniti esempli, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perché da questo nacque la malvagia opinione che surse, in Roma, di Fabio Massimo, il quale non poteva persuadere al Popolo romano, che fusse utile a quella Republica procedere lentamente in quella guerra, e sostenere sanza azzuffarsi l’impeto d’Annibale; perché quel popolo giudicava questo partito vile, e non vi vedeva dentro quella utilità vi era; né Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla loro: e tanto sono i popoli accecati in queste opinioni gagliarde, che, benché il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorità al Maestro de’ cavagli di Fabio, di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che per tale autorità il campo romano fusse per essere rotto, se Fabio con la sua prudenza non vi rimediava, non gli bastò questa isperienza, che fece di poi consule Varrone, non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze e tutti i luoghi publici di Roma, promesso di rompere Annibale, qualunque volta gliene fusse data autorità. Di che ne nacque la zuffa e la rotta di Canne, e presso che la rovina di Roma. Io voglio addurre, a questo proposito, ancora uno altro esemplo romano. Era stato Annibale in Italia otto o dieci anni, aveva ripieno di occisione de’ Romani tutta questa provincia, quando venne in Senato Marco Centenio Penula, uomo vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado nella milizia), ed offersesi, che, se gli davano autorità di potere fare esercito d’uomini volontari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in brevissimo tempo, preso o morto Annibale. Al Senato parve la domanda di costui temeraria; nondimeno, ei, pensando, che s’ella se gli negasse e nel popolo si fusse dipoi saputa la sua chiesta, che non ne nascesse qualche tumulto, invidia e mal grado contro all’ordine senatorio, gliene concessono: volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo seguitassono, che fare surgere nuovi sdegni nel popolo; sapendo quanto simile partito fusse per essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Andò, adunque, costui con una moltitudine inordinata ed incomposta a trovare Annibale; e non gli fu prima giunto all’incontro, che fu, con tutti quegli che lo seguitarono, rotto e morto.

In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo e prudentissimo, persuadere a quel Popolo che non fusse bene andare a assaltare Sicilia; talché, presa quella diliberazione contro alla voglia de’ savi, ne seguì al tutto la rovina di Atene. Scipione, quando fu fatto consolo, e che desiderava la provincia di Africa, promettendo al tutto la rovina di Cartagine, a che non si accordando il Senato per la sentenzia di Fabio Massimo, minacciò di proporla nel Popolo, come quello che conosceva benissimo quanto simili diliberazioni piaccino a’ popoli.

Potrebbesi a questo proposito dare esempli della nostra città; come fu quando messere Ercole Bentivogli governatore delle genti fiorentine, insieme con Antonio Giacomini, poiché ebbono rotto Bartolommeo d’Alviano a San Vincenti andarono a campo a Pisa la quale impresa fu diliberata dal popolo in su le promesse gagliarde di messere Ercole, ancora che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi ebbono rimedio, spinti da quella universale volontà, la quale era fondata in su le promesse gagliarde del governatore. Dico, adunque, come e’ non è la più facile via a fare rovinare una republica dove il popolo abbia autorità, che metterla in imprese gagliarde; perché, dove il popolo sia di alcuno momento, sempre fiano accettate, né vi arà, chi sarà d’altra opinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particulare de’ cittadini che sono preposti a simili imprese: perché, avendosi il popolo presupposto la vittoria, come ei viene la perdita, non ne accusa né la fortuna né la impotenzia di chi ha governato, ma la malvagità e ignoranza sua; e quello, il più delle volte, o ammazza o imprigiona o confina: come intervenne a infiniti capitani Cartaginesi ed a molti Ateniesi. Né giova loro alcuna vittoria che per lo addietro avessero avuta, perché tutto la presente perdita cancella: come intervenne ad Antonio Giacomini nostro, il quale, non avendo espugnata Pisa, come il popolo si aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia popolare, che, non ostante infinite sue buone opere passate, visse più per umanità di coloro che ne avevano autorità, che per alcuna altra cagione che nel popolo lo difendesse.

fonte: http://it.wikisource.org/wiki/Discorsi_sopra_la_prima_Deca_di_Tito_Livio/Libro_primo/Capitolo_53

Bush: rivoltate gli USA, cercate i traditori

AlfonsoMaruccia
News

martedì 29 gennaio 2008

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Washington (USA) – Viene direttamente dallo studio ovale della Casa Bianca la decisione di imporre una nuova clamorosa accelerazione al monitoraggio dell’intelligence. Con 6 miliardi di dollari, George W. Bush intende spingere CIA e NSA a dedicare le proprie risorse di spionaggio e controspionaggio alle agenzie federali, ovvero a spiare quanto avviene in ambito pubblico e governativo.

Il progetto, tenuto segreto dall’amministrazione è però arrivato nelle mani dei reporter del Wall Street Journal. Sotto le nuove direttive di Bush, l’intelligence potrà in sostanza mettere mani, occhi e orecchie in ogni angolo della rete statunitense, spiando da un buco della serratura ubiquo e pervasivo l’attività di apparati governativi, centrali termonucleari e aziende private di importanza nazionale.

A giustificazione delle nuove misure,
i proponenti del piano sostengono che aggressioni informatiche contro un impianto energetico a energia nucleare o la paralisi totale degli scambi di borsa a Wall Street siano rischi concreti, e occorre che gli USA si preparino adeguatamente per farvi fronte.

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La penetrazione nei sistemi della Difesa è stato insomma soltanto l’inizio della cyber-war contro gli Stati Uniti, e ben venga dunque l’installazione di apparati per il controllo delle comunicazioni anche sui network delle grandi società private se l’America sarà poi un paese più sicuro.

A sostegno della costruzione del Grande Fratello “made in USA”, una recente analisi del Dipartimento della Homeland Security ha messo in evidenza la crescita allarmante degli attacchi telematici rivolti ad infrastrutture di rilevanza nazionale. Il monitoraggio sistematico dello stato del cyber warfare, soprannominato “Byzantine Hades” è cominciato tre anni fa e ha registrato un aumento delle minacce ai network nazionali da 4.095 nel 2005 a circa 23mila nel 2006. Salite poi a 37.258 nel 2007. Tra le principali minacce alla sicurezza telematica USA vi sarebbe quella dei cinesi, interessati a raccogliere informazioni segrete sulla tecnologia militare americana, come i dispositivi di occultamento installati sui sottomarini della Marina.

Il piano firmato da Bush non prevede solo intercettazioni a manetta: tra le misure di messa in sicurezza del network governativo vi è la chiusura di quanti più gangli di comunicazione possibili tra la Internet pubblica e la rete ad uso interno, installando apparati di sorveglianza in grado di tenere sotto traccia e controllare i possibili tentativi di attacco da parte di cyber-terroristi o forze ostili.

Un progetto estremamente ambizioso
quello del governo statunitense, che è destinato prima ad interessare gli apparati statali e successivamente ad estendersi alle aziende private. Tante sono le ambizioni dei professionisti del buco della serratura che l’investimento iniziale di 6 miliardi di dollari, da impiegare entro il 2009, dovrebbe lievitare fino a raggiungere la cifra non triviale di 30 miliardi di dollari su un periodo di tempo di sette anni.

Viste le cifre e gli ordini di grandezza in gioco le polemiche non mancano persino all’interno dell’apparato governativo che si occupa di sicurezza. Benne G. Thompson, presidente del comitato della Camera dei Rappresentanti per la sicurezza interna e Democratico del Mississipi, ha chiesto che il progettone venga messo in attesa finché non saranno stati sciolti tutti i dubbi del Congresso.

“Non vogliamo infrangere la Costituzione violando i diritti delle aziende private con la scusa di questo nuovo programma” ha dichiarato Thompson, che ha espresso preoccupazione sul fatto che Bush abbia firmato la nuova direttiva senza condividerne prima i contenuti con il Parlamento. Scott Stanzel, portavoce della Casa Bianca, sostiene che il presidente ha preso “in dovuta considerazione” la richiesta di Thompson, e ha colto l’occasione per definire la direttiva “una continuazione dei nostri sforzi per mettere in sicurezza i network governativi, proteggerli contro i costanti tentativi di intrusione, risolvere le vulnerabilità e anticipare le minacce future”.

A essere messa in discussione è poi la struttura che avrebbe il compito di controllare le operazioni di spionaggio e intercettazione. All’interno della burocrazia segreta USA vi sono due posizioni: quella comprendente la CIA e il Pentagono, per nulla d’accordo sul dover rendere conto dei propri affari alle altre agenzie dell’intelligence, e quella che preme per l’istituzione di un controllo centralizzato di tutta l’operazione, esterno ai singoli uffici.

Alla fine sembra prevarrà il modello CIA, con le singole responsabilità in carico alle varie agenzie e relativo spezzettamento del budget previsto, e già gli esperti di sicurezza mettono in guardia da una possibile, ennesima guerra burocratica tra corporazioni statali come quella che ha già portato alla fine prematura del progetto ADVISE.

Alfonso Maruccia

fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2173163

fonte immagine: http://bolson.org/pub/bush%20crusade%20for%20oil.jpg


SPECIALE – G8, molotov e Diaz


G8, a giudizio due poliziotti per le molotov alla Diaz

I funzionari di polizia Pietro Troiani e Salvatore Gava sono stati rinviati a giudizio per falso per aver messo due false molotov nel cortile della scuola Diaz a Genova per giustificare la violenta perquisizione svolta durante il G8 del luglio 2001. Il rinvio è stato deciso dal giudice per l’udienza preliminare Roberta Fucigna su richiesta dei pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona.

Il processo è stato fissato per il 7 aprile davanti al giudice monocratico. Secondo l’accusa Troiani avrebbe fornito false notizie sul luogo di rinvenimento delle bottiglie molotov mentre Gava avrebbe attestato falsamente di aver partecipato alla perquisizione della Diaz e al conseguente sequestro.

I due funzionari sono già imputati nel processo principale in corso a Genova per le violenze della polizia durante il G8. Devono rispondere di calunnia e perquisizione arbitraria nella scuola Pascoli.

Pubblicato il: 29.01.08
Modificato il: 29.01.08 alle ore 16.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72485

GENOVA: MACELLERIA G8: L’INCHIESTA SU UNA DELLE PAGINE PIÙ VERGOGNOSE DELLA POLIZIA DI STATO

Espresso

Le testimonianze pilotate. Le prove manomesse. Le molotov scomparse. Errori, menzogne e depistaggi del massacro alla Diaz


di Peter Gomez

Scuola_diaz Tutta colpa di due bottiglie di vino. Di quello buono, invecchiato a dovere. Erano la prova regina del processo per la ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz. Erano la plastica dimostrazione di come qualcuno a Genova, in quella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, per giustificare l’arresto illegale di 93 manifestanti massacrati a colpi di manganello avesse imbrogliato le carte.

Subito dopo l’irruzione, quando si era trattato di redigere il verbale di sequestro, la Polizia aveva dato atto che le bottiglie “contenenti liquido infiammabile e innesco (cosiddette molotov)” erano state scoperte “nella sala d’ingresso ubicata al pian terreno”. Ma non era vero. I due contenitori di vetro pieni di benzina erano invece stati trovati per terra nel pomeriggio in una zona completamente diversa della città ed erano arrivati alla Diaz su un blindato del primo reparto mobile di Roma.

Una truffa in piena regola che avrebbe spinto anche l’attuale numero uno del Viminale, Antonio Manganelli, a dire: “Io ne ho viste tante, ma quelle molotov sono come le bustine di cocaina messa in tasca allo spacciatore. Sono una cosa da film che non credevo potesse succedere”. Di cose da film a Genova ne accadono però parecchie. E lo spettacolo non si è chiuso sei anni fa, con un G8 che ha lasciato sul campo un morto, una città devastata dalle incursioni di migliaia di black bloc e centinaia di feriti sia tra i no global (in gran parte pacifici) che tra le forze dell’ordine. Adesso non si parla più solo di prove artefatte. Come in un legal thriller è scoccata l’ora delle prove sparite e delle testimonianze pilotate. Addirittura, secondo l’ipotesi dell’accusa, per intervento di Gianni De Gennaro, l’ex capo della Polizia e attuale capo di gabinetto del ministro dell’Interno, Giuliano Amato.

Castelliscajola1 Tutto comincia il 17 gennaio scorso, in un’aula sotterranea del Tribunale dove l’assenza del pubblico e della grande stampa nazionale testimonia la voglia tutta italiana di seppellire per sempre i fantasmi di Genova. Quel giorno il collegio incaricato di giudicare 28 imputati per i fatti della Diaz, tra i quali figurano alcuni tra i dirigenti più noti della Polizia di Stato, prende atto con disappunto della scomparsa delle due bottiglie molotov. In teoria avrebbe dovuto custodirle la questura, ma lì non si trovano più. La spiegazione ufficiale è che già nel settembre del 2001 le bottiglie potrebbero essere state distrutte assieme ad altro “materiale esplodente” come chiesto proprio dalla magistratura. Fatto sta che i difensori di due poliziotti accusati di aver materialmente portato le molotov alla Diaz esultano. Secondo loro, “senza il corpo del reato il processo è finito”. Il pm Enrico Zucca invece è preoccupato. “Alcuni imputati potrebbero essere responsabili di questa sparizione”, dice. Lui, del resto, della polizia non si fida. A torto o ragione pensa che durante l’indagine sull’irruzione gli uomini del Viminale abbiano sempre remato contro. E non tanto perché alla sbarra ci sono dirigenti di primo piano considerati fedelissimi di De Gennaro, come Francesco Gratteri, Gianni Luperi e Gilberto Calderozzi. Il dato che fa invece riflettere Zucca e il suo collega Francesco Cardona Albini è l’incompletezza e l’imprecisione degli elenchi che la polizia ha fornito quando ha dovuto spiegare chi avesse partecipato al violentissimo blitz. Per l’accusa, ad esempio, è inconcepibile che nessuno abbia saputo identificare un poliziotto che il giorno dell’irruzione portava “i capelli raccolti in una fluente coda di cavallo lunga fino alla cintola”, filmato con chiarezza da una tv privata mentre colpiva uno degli occupanti della Diaz steso a terra. O che non sia stato possibile capire chi abbia apposto la quattordicesima firma su un verbale poi ritenuto falso.

Diaz Per questo la scomparsa delle molotov diventa un episodio da prendere sul serio. Molto sul serio. La procura chiede e ottiene dal gip il permesso di intercettare una serie di telefoni. Il risultato è che nel giro di poche settimane anche il capo della polizia De Gennaro finisce sul registro degli indagati per induzione alla falsa testimonianza. Con la sparizione delle bottiglie non c’entra nulla, ma secondo i pm potrebbe invece avere a che fare con l’inspiegabile correzione di rotta di uno dei testi chiave del processo: l’ex questore di Genova, ora passato al Cesis, Francesco Colucci.

Così, all’improvviso, la scomparsa delle bottiglie diventa l’ultimo capitolo di una storia nera, sempre più scivolosa, sporca e complicata, in cui gli errori (non ultimi quelli della politica), si sommano agli errori, le negligenze, gli atti criminali e la disorganizzazione. Oggi, a mente fredda, scorrendo con gli occhi le immagini di quel vertice internazionale, delle manifestazioni, delle cariche, dei nasi e delle ossa spezzate anche a chi con i no global violenti non aveva nulla a che fare, viene facile dire che lo sbaglio più grande è stato compiuto dai due governi che si sono succeduti nel 2001: quello di Amato e quello di Berlusconi. È l’esecutivo di centrosinistra infatti a scegliere Genova, una città dalle strade strette, densamente abitata, e virtualmente incontrollabile, per il primo G8 destinato a durare più giorni. È quello di centrodestra a confermare la riunione dei grandi della Terra in Liguria – nonostante che ormai da mesi in occasioni di ogni vertice internazionale le tute nere dei black bloc fossero protagoniste di violenze di tutti i generi – militarizzando il capoluogo e chiudendo con alte grate di metallo la zona rossa, per renderla inacessibile alle manifestazioni regolarmente autorizzate del Genoa Social Forum.

Gasparri Sì, perché la genesi dei fatti della Diaz, come quella di tutti gli eccessi di quelle ore di sangue, va ricercata in ciò che accade venerdì 20 luglio, quando anche a causa dei difetti di comunicazione tra la sala operativa e i reparti delle forze dell’ordine, un contingente dei carabinieri che avrebbe dovuto cercare di fermare un gruppo di anarchici, incrocia invece il corteo delle tute bianche che stava percorrendo via Tolemaide. Il comandante del contingente, un capitano, decide di caricare i manifestanti. A quel punto la situazione precipita. I no global si disperdono nelle strade laterali mentre i militari sparano lacrimogeni ad altezza d’uomo. Auto e cassonetti vengono rovesciati, partono cariche e controcariche, finché in piazza Alimonda Carlo Giuliani muore ucciso da un colpo di pistola mentre sta lanciando un estintore contro una camionetta dell’Arma. In città scatta la caccia all’uomo e visto che le tute nere colpiscono e si dileguano, a essere manganellati, spesso con sbarre e pezzi di legno fuori ordinanza, sono vecchi, pacifisti della rete Lilliput con le mani alzate, donne, giornalisti.

Il giorno dopo, il giorno della Diaz, a pagare per quanto accaduto è in tempo reale il prefetto Ansoino Andreassi. Era il responsabile dell’ordine pubblico del G8, ma Andreassi non ha quasi nemmeno il tempo per decidere di lasciare i carabinieri nelle caserme per evitare di scaldare ulteriormente gli animi dei no global, che viene esautorato. Da Roma arriva l’ordine di arrestare più manifestanti possibile. “Allora percepii un cambio di strategia. Si voleva passare ad una linea più incisiva”, dice Andreassi in aula il 23 maggio 2007, prima di spiegare che fu Gianni De Gennaro a impartire le relative disposizioni. Andreassi viene messo da parte e alle 4 del pomeriggio arriva in città al suo posto il prefetto Arnaldo La Barbera, uno dei grandi investigatori antimafia italiani, oggi scomparso. “Dovevamo reagire, la polizia sembrava essere rimasta inerte di fronte a migliaia di manifestanti che l’avevano messa a ferro e fuoco (Genova, ndr)”, aggiunge Andreassi, chiarendo come il 21 luglio la situazione sul campo fosse stata presa in mano fin dalla mattinata dai funzionari dello Sco (il servizio centrale operativo) che secondo i piani iniziali avrebbero invece dovuto occuparsi solo della bonifica della zona rossa e delle attività d’indagine. Verso le 11 del mattino, dopo che un elicottero ha filmato un furgone da cui le tute Pinochet nere scaricano dei bastoni, scatta un primo blitz. Vengono messi a segno una ventina di arresti sostanzialmente a caso, tanto che non verranno poi convalidati. E a poco a poco si fa spazio tra i funzionari la convinzione che black bloc e Genoa Social Forum siano quasi la stessa cosa, visto che le tute nere sembrano spesso essere inghiottite dalle fila dei manifestanti più moderati.

È una tesi che piace anche ai parlamentari del centrodestra in quelle ore presenti in massa a Genova, persino nella sala operativa delle forze dell’ordine dove è passato anche il vicepremier Gianfranco Fini, ufficialmente solo per portare un saluto. Nel pomeriggio, quando ormai i cortei sono finiti, a Genova a comandare è di fatto La Barbera, mentre Andreassi “con scarsa convinzione” ordina al questore di organizzare dei “pattuglioni” per “rintracciare i black bloc”, come richiesto da De Gennaro. Fosse stato per lui, il G8 si sarebbe chiuso lì: “La gente se ne stava andando, sazia di disordini, bisognava solo lasciarla andare via. Pensavo che quei pattuglioni potessero provocare grane e basta”. Fatto sta che alle 9 di sera nei pressi della Diaz passano quattro auto della polizia. Fuori ci sono molti ragazzi anche perché quel plesso scolastico non è un posto qualsiasi: è il luogo che ospita il Genoa Social Forum e i computer del mediacenter, la sala stampa delle manifestazioni. Per qualche secondo c’è un po’ di subbuglio: secondo la procura vengono tirate un paio di bottiglie, si urla e rumoreggia. Secondo la polizia, invece, la contestazione è una cosa più seria. Nei rapporti si parla “di un violento lancio di oggetti contundenti da parte di numerose persone, verosimilmente appartenenti alle tute nere”. Un episodio grave, contro il quale, anche secondo Andreassi, bisogna reagire. Come? Perquisendo la Diaz, ritenuta il rifugio dei black bloc. Durante le due riunioni operative sono tutti d’accordo. L’unico che dice di aver avuto qualche perplessità è il capo della Digos di Genova, Spartaco Mortola. In istruttoria sosterrà di aver pensato che fare una perquisizione in una delle sedi del Genoa Social Forum, dove erano presenti anche dei parlamentari di Rifondazione comunista, fosse “inopportuno sotto il profilo politico” e anche “pericoloso” sia per i manifestanti che per gli agenti. Ma aggiungerà che di fronte alla sua valutazione “il questore ha allargato le braccia dicendo che ormai hanno deciso così”.

Bossi Al di là degli interrogativi su cosa è esattamente accaduto nelle concitate riunioni pre irruzione è comunque certo che a quel punto la polizia sembra sicura di aver fatto bingo. Per i funzionari le tute nere sono davvero nascoste lì, tra i più pacifici no global. Tanto che vengono quasi subito avvertiti i giornalisti: varie fonti dicono di tenersi pronte perché di lì a due ore i black bloc finiranno in manette. In questura fervono i preparativi. Alla Diaz, come in cerca di gloria, ci vogliono andare un po’ tutti. Gli uomini delle Digos, delle squadre Mobili dello Sco e dei reparti mobili, ovvero i vecchi celerini. I più eccitati sembrano gli agenti del VII reparto Mobile di Roma, comandati da Vincenzo Canterini e dal suo vice Michelangelo Fournier. In teoria si tratta di gente super addestrata, in perfette condizioni fisiche e psicologiche. Ma come spiegherà Pippo Micalizio, il prefetto poi incaricato proprio da De Gennaro di svolgere un’inchiesta interna, per tutto il giorno quelli del settimo erano rimasti in piazza senza mai scontrarsi con i manifestanti: “Non c’era quasi mai stata la possibilità di un ingaggio. Per questo è ipotizzabile che un reparto di questo genere sia diventato come una sorta di molla (pronta a scattare)”, dirà Micalizio. E le cose vanno proprio così. Sono loro a fare irruzione alla Diaz, seguiti dagli uomini degli altri contingenti, manganellando tutto e tutti. Il risultato sono 71 feriti , di cui tre gravissimi (uno in coma), su 93 presenti. Tutta gente massacrata mentre si trovava distesa per terra o stava scappando. Lo dimostrano le ferite sempre al cranio o sulle braccia alzate nell’atto di difendersi.

La Diaz diventa così ‘una macelleria messicana’, come dirà da subito Fournier, indicato da molti testimoni come il funzionario che a un certo punto si sarebbe messo a urlare agli uomini “basta, basta”. Nel corso dell’inchiesta Fournier, imputato con Canterini e altri otto capisquadra di concorso in lesioni personali, affermerà però di non aver visto nessuno picchiare. Dirà di essere entrato nella Diaz a cose fatte e di aver gridato così, come per disperazione. In aula invece cambierà versione. Sosterrà di aver mentito “per spirito di corpo”, perché lui durante il raid era presente, aggiungendo però di aver fermato degli agenti che non ha riconosciuto perché non facevano parte del suo reparto. È un po’ la tesi di tutti. Che si può riassumere così: i colpevoli ci sono, sono altri, ma non sappiamo chi. Chi era presente, del resto, ha capito subito di averla fatta grossa. Al di là di ogni evidenza, ai giornalisti è stato detto immediatamente che le decine di barelle che uscivano dalla scuola erano dovute al fatto che gli occupanti “presentavano ferite pregresse”.

Cowboy Poi quando si è trattato di redarre i verbali sull’accaduto è stato attestato falsamente che i no global della Diaz si erano asserragliati nella scuola, avevano fatto resistenza accogliendo gli agenti con un fitto lancio di oggetti e di pietre. Una bugia bella e buona cui se ne sarebbero aggiunte molte altre per giustificare 93 arresti in flagranza poi non convalidati. Un esempio su tutti. Quando i magistrati cercano di capire come mai nessuno degli zaini sequestrati abbia un padrone, la polizia sostiene che le sacche sono state lanciate qua e là dagli occupanti. Ma la verità è un’altra. I bagagli sono stati svuotati alla rinfusa senza verbalizzare niente. Si cercava qualcosa per provare la presenza di black bloc, ma dalle borse erano usciti solo coltellini svizzeri e qualche indumento scuro. Insomma, anche se le tute nere fossero davvero state lì, procedendo in quel modo era impossibile provarlo. Unico indizio concreto, mostrato il giorno dopo ai giornalisti, le due famose molotov. Peccato che, come ha testimoniato un funzionario di polizia ed è stato confermato da due imputati per questo accusati di calunnia e falso, fossero state trovate per strada nel pomeriggio. Quella sera, come mostra un filmato dell’emittente genovese Primocanale (vedi foto di pag. 51), il sacchetto azzurro con le bottiglie viene osservato da un po’ tutti i più alti funzionari in grado presenti alla Diaz, che sembrano discutere animatamente tra loro. Ma nessuno di essi ammetterà di aver saputo che le molotov arrivavano da fuori.

In questo quadro diventano quasi naturali le reticenze e le inverosimiglianze di buona parte dei poliziotti ascoltati come testimoni al processo e la decisione degli imputati di avvalersi (Canterini e Fournier a parte) della facoltà di non rispondere. Un atteggiamento quasi generalizzato che tocca il suo apice con la deposizione di Colucci, l’ex questore di Genova. Lui è solo un teste. Deve parlare per forza. Balbetta, fa marcia indietro. Dice che a ordinargli di telefonare al portavoce del capo della polizia per chiedergli di andare alla Diaz quella notte, non fu De Gennaro, come aveva già sostenuto in istruttoria, ma fu una sua iniziativa (De Gennaro allora aveva ribattuto: “Colucci ricorda male”). Poi sostiene che a coordinare il blitz era stato Lorenzo Murgolo, il capo della Digos di Bologna, da quattro anni passato al Sismi. Dunque, aggiunge confusione alla confusione. E per la procura non lo fa per caso. Al telefono con uno dei colleghi sotto inchiesta Colucci, parla infatti, “del capo” e di “un’altra versione” da raccontare. L’ennesima.

La notte dei lunghi manganelli

Questore_canterini Ecco le testimonianze di alcune persone maltrattate dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz di Genova.

Sara Gallo Bartesaghi: “Mi sono rifugiata in un bagnetto rannicchiandomi. A un certo punto è stata spalancata una porta, una persona in divisa ha acceso la luce e mi ha tirato una manganellata sulla testa. Siamo stati fatti uscire dal bagnetto, un agente mi ha preso sotto braccio accompagnandomi. Costui disse agli altri agenti di lasciarmi stare. Ciononostante gli altri agenti mi colpirono con manganellate alle gambe, alla spalla sinistra e al braccio sinistro e mi sputarono in faccia”.

Katherine Hager Morgan: “Ho visto che un gruppo di persone si era inginocchiata a terra con le mani alzate e ho capito che era entrata la polizia. I poliziotti che ho visto saranno stati circa dieci, ho potuto vedere solo un gruppo di persone che veniva colpito con calci e manganellate. Subito dopo un poliziotto mi ha raggiunta e mi ha dato un calcio alla testa facendomi cadere a terra dalla parte opposta. Subito dopo sono sopraggiunti altri poliziotti, uno o più, ed hanno cominciato a colpirmi”.

Lorenzo Pancioli Guadagnucci (giornalista del “Quotidiano”, giornale vicino al centro-destra – NdR): “Si vedevano questi agenti che continuavano a picchiare alcune delle persone che erano ancora nella palestra, che erano sedute insomma nei dintorni, nei paraggi, che io riuscivo a vedere e comunque anche per me non è finita perché poi è venuto un altro agente con la camicia bianca e ha cominciato a colpirmi dietro, quindi io ho cambiato posizione e ho cercato di ripararmi la testa da dietro. con il manganello sempre e quindi mi ha dato una nuova razione di colpi”.

Notte_manganelli Merichel Ronald Gies: “Ero quasi in fondo al corridoio e alzando un poco la testa potevo vedere bene chi arrivava. Sono apparsi all’inizio due o tre poliziotti che hanno cominciato a colpire con manganelli la prima persona che si trovava distesa e via via hanno proseguito colpendo fino a me. Colpivano soprattutto alla testa con i manganelli e usavano anche calci. Sapendo cosa mi aspettava, ho cercato di proteggermi il capo riparandomi con le braccia. Mentre mi colpivano ho sentito che lo facevano con accanimento pronunciando insulti del tipo ‘bastardo'”.

Simon Schmiederer: “Potei osservare come (Melanie Jonasch) ricevette dai poliziotti che passavano diversi colpi di manganello in testa e come fu colpita anche da calci sul corpo. Durante questo tempo, penso che Melanie già non fosse più completamente cosciente, lei tentò di alzarsi lentamente. Nel momento in cui i poliziotti in divisa lo notarono, due di loro la colpirono fino a farla crollare totalmente. Potei vedere poi che teneva gli occhi spalancati ma distorti e come il corpo fosse scosso da contrazioni spastiche. I poliziotti continuarono a colpirla con calci e a causa di uno di questi calci la sua testa venne sbattuta contro un armadio che era in corridoio”.

Federico Primosig: “Non ho opposto alcun tipo di resistenza ed ero seduto per terra insieme alle altre due persone, sono stato immediatamente aggredito a manganellate e a calci; quindi sono stato trascinato all’esterno dell’aula dove sono stato nuovamente picchiato, scaraventato per terra dove hanno continuato a picchiarmi, poi sono stato trascinato sulla rampa delle scale e letteralmente scaraventato di sotto; sono arrivato rotolando al piano di sotto e qui mi hanno accolto altri poliziotti (erano tanti) che mi hanno nuovamente fatto oggetto di manganellate e calci; sono stato trascinato lungo il corridoio e a ogni sosta nuovamente picchiato e sottoposto a insulti del tipo: ‘ Frocio, comunista, avete voluto scherzare con la polizia adesso vi facciamo vedere noi, vi ammazziamo’”.

Fini_fascista Processati e promossi
Antonio Sansonetti

Sono 28 gli uomini delle forze dell’ordine rinviati a giudizio per il blitz alla scuola Diaz, nei giorni del G8 a Genova. Fra loro agenti, funzionari, ed anche importanti dirigenti della Polizia di Stato. Primo fra tutti, Francesco Gratteri, capo nazionale dell’Anticrimine dal dicembre scorso, dopo essere stato questore di Bari e numero uno del nucleo Antiterrorismo. Giovanni Luperi, già insieme a Gratteri alla direzione dell’Antiterrorismo, dal luglio 2005 è consigliere ministeriale e dirigente generale di Pubblica Sicurezza. Gilberto Caldarozzi, direttore del Servizio centrale operativo (Sco), è stato promosso a dirigente superiore per ‘meriti straordinari’ grazie al ruolo rivestito in una delle maggiori operazioni di polizia degli ultimi anni: l’arresto di Bernardo Provenzano. Il questore Vincenzo Canterini è in Romania per l’Interpol, a dare la caccia ai trafficanti di organi e di esseri umani. Michelangelo Fournier è vicequestore a Roma; esperto di ordine pubblico, ha ricevuto elogi da sinistra per la calma mantenuta dalle forze dell’ordine durante la recente manifestazione anti-Bush. Numero due della questura di Torino, dopo esserlo stato ad Alessandria, è Spartaco Mortola. Fabio Ciccimarra è vicequestore a Latina. Nando Dominici è vicequestore vicario a Brescia. Filippo Ferri, figlio dell’ex ministro Enrico, è capo della Mobile di Firenze. Alla guida della Mobile di L’Aquila c’è invece Salvatore Gava. Alfredo Fabbrocini è commissario capo a Bari.

Gli altri imputati sono Fabrizio Basili, Michele Burgio, Angelo Cenni, Renzo Cerchi, Vincenzo Compagnone, Davide Di Novi, Carlo Di Sarro, Luigi Fazio, Fabrizio Ledoti, Carlo Lucaroni, Massimo Mazzoni, Massimo Nucera, Maurizio Panzieri, Pietro Stranieri, Pietro Troiani, Ciro Tucci ed Emiliano Zaccaria.

fonte: http://iltafano.typepad.com/il_tafano/2007/07/genova-maceller.html

La sfida di Veltroni: "Fi corra da sola"

Oggi si chiudono le consultazioni. La maggioranza dei partiti chiede il voto
Due spiragli: mandato esplorativo al presidente Marini o governo Amato

Montezemolo: “Almeno inserire le preferenze”. L’ex premier ribadisce: “Alle urne”
Nel Pd pronti al voto. Bettini apre: “Alleanze possibili su programmi omogenei”

di CLAUDIA FUSANI


ROMA – La campagna elettorale è in piena attività ma resta da giocare ancora qualche carta per evitare il voto. Ed è bene farlo fino in fondo, “nell’interesse del paese che dalla politica si aspetta un’assunzione di responsabilità”. Così mentre Veltroni assicura che “buona parte del Paese non vuole una campagna elettorale con tre mesi di urla per poi tornare esattamente a come eravamo e a come siamo”, il presidente di Confindustria fa un appello “disperato” perchè non si vada a votare ma vengano prima definite quelle nuove regole in grado di dare governabilità e stabilità. Appelli che sembrano perdersi nell’aria. A fine giornata si fa vivo Berlusconi per dire: “No grazie, offerte di dialogo tardive, ci sono solo le urne. E per noi sarà un trionfo senza precedenti”.

Veltroni e Montezemolo non parlano quasi mai nello stesso posto (oggi il segretario è a Roma e il numero 1 degli industriali a Pordenone) ma sempre più spesso dicono e chiedono le stesse cose: una politica che decida, che sappia parlare a voce bassa, in grado di dare fiducia e stabilità al paese.

Quelli di oggi sono gli ultimi appelli. Domani il presidente della Repubblica conclude i colloqui, tra mecoledì e giovedì deciderà il da farsi, le posizioni dei partiti sono distanti, quasi un muro contro muro, e il ritorno alle urne resta ad oggi la soluzione più probabile della crisi magari col passaggio di un incarico esplorativo dall’esito però molto incerto. Oggi è tornata a circolare in modo insistente l’ipotesi che dal Qurinale esca un incarico governativo (al ministro dell’Interno Giuliano Amato?) per un esecutivo lungo dieci mesi, un anno, quel tanto che basta per fare le riforme elettorali, istituzionali e dei regolamenti parlamentari. Quello che chiede il Pd di Veltroni, la Confindustria di Montezemolo, l’Udc di Casini. A favore di questa scelta ci sarebbe anche la forte irritazione del Colle, notata oggi da alcuni degli interlocutori che si sono succeduti nelle consultazioni, per le dichiarazioni circa “marce su Roma” e “milioni di italiani in piazza per andare alle urne”. Pressing e minacce inaccettabili per la Presidenza della Repubblica decisa più che mai a percorrere il pur stretto pertugio che ha davanti.


La sfida a Berlusconi: “Corri da solo”. Veltroni, accompagnato da Franceschini e Bettini vorrebbe oggi non parlare di crisi di governo. C’è il Pd, i nuovi circoli, le adesioni. Poi ci finisce dentro da solo, portato dalle parole. E dalle domande. Il segretario torna sul nodo delle allenze: “Vorrei che Forza Italia avesse il nostro stesso coraggio: visto che sono così sicuri di vincere, perchè non vanno soli senza allearsi con chiunque?”. Finora il Cavaliere ha sempre risposto picche a questa ipotesi pur sapendo che la sua coalizione è risorta dalla ceneri e di certo non ha un grande cemento. Immediata la replica di Forza Italia affidata ai numeri 2 e 3 del partito, Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto: “Richiesta incomprensibile, il centrodestra non è il centrosinistra”. An, con Matteoli, gli manda a dire che “il bizantinismo sarebbe negare il voto agli italiani”.

Tema delicato, questo delle allenze. E a Mussi (Sd) che dice “se il Pd va da solo vuol dire che corre contro la sinistra”, risponde il coordinatore del pd Goffredo Bettini: “La nostra non è una voglia boriosa di andare da soli. Vogliamo però allenze omogenee su alcuni e precisi punti”.

Veltroni: “Un governo di 8-10 mesi”. Il segretario insiste sulla “grande opportunità” di cambiare le regole, il sistema di voto, di avere una sola Camera che approva le leggi, di tagliare i costi della politica e al tempo stesso di proseguire nella scelta di aumentare i salari. Fare tutto questo “in otto-dieci mesi e poi tornare a votare avendo finalmente un’idea più semplice ed appassionata della politica”. Veltroni chiede “un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le forze politiche. Non una forzatura, sia chiaro, nei confronti del Quirinale, ma “un appello alle forze politiche a cominciare da Berlusconi”. E a proposito di marce e di popolo in piazza evocati da Bossi e dal Cavaliere, il sindaco di Roma taglia corto: “I richiami alla piazza non sono mai un segno di forza nè di responsabilità”.

Ma il Pd è pronto: al via 2.500 circoli e 1 milione e 200 mila adesioni. Come che sia, il Pd è pronto alla campagna elettorale. Almeno così sembra nel vedere i numeri distribuiti oggi nel quartier generale del partito in piazza Sant’Anastasia. In un fine settimana in Italia sono nati “2.500 circoli per 1 milione e 200 mila persone che hanno aderito ritirando il certificato-tessera. Molto di più dei 900 mila che erano la sommatoria degli iscritti a Ds e Dl” spiega Andrea Orlando. Il messaggio è chiaro: vada come vada, il Pd esiste già, nasce nelle urne, “sta in mezzo alla struttura sociale del paese grazie ad un nuovo soggetto politico aperto, lieve ma con buone radici”. L’obiettivo è arrivare a 7821 circoli in tutta Italia.

Montezemolo: “Almeno inserire le preferenze”. Montezemolo chiede “un governo di scopo o tecnico” in grado comunque di affrontare le emergenze e le riforme strutturali per sbloccare un paese bloccato. Il suo è un appello “disperato per non andare al voto” perchè la situazione interna ma anche internazionale in questo inizio d’anno è “molto, molto difficile”. Ma nella “peggiore delle ipotesi”, riflette, “almeno venga fatta una modifica per inserire le preferenze”. E’ la stessa richiesta dell’Udc di Casini a Napolitano.

La scelta del Quirinale. Domattina sono in calendario le consultazioni Forza Italia (alle 10 e 30) e Pd (11 e 30). Per preparare e definire l’incontro Veltroni oggi ha incontrato Massimo D’Alema e in serata il premier Romano Prodi. Nel pomeriggio chiuderanno gli incontri nello studio della Vetrata i presidenti emeriti Cossiga, Scalfaro e Ciampi. Poi Napolitano potrebbe prendersi un giorno per riflettere. La scelta più probabile è quella di un incarico esplorativo al presidente del Senato Franco Marini per cercare di trovare un punto comune tra le forze politiche su una nuova legge elettorale partendo dalla prima bozza Bianco. Una missione quasi impossibile per motivi numerici (quali i voti di questa maggioranza?) e non solo: Verdi e Pdci non ci stanno a farsi uccidere da un proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Allora meglio andare al voto. Per loro, in fondo, c’è sempre la chance di confluire nella Cosa Rossa. Accanto all’incarico a Marini è tornato in quota oggi anche l’ipotesi di un governo Amato che avrebbe in agenda, oltre alle riforme, anche la prosecuzione delle misure economiche tra cui la distribuzione dell’extragettito. Con quali voti? Il trasformista Dini ha già fatto sapere che ci sta e con lui i lib-dem. E voti preziosi potrebbero arrivare dagli Udc Bruno Tabacci e Mario Baccini.

(28 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/crisi-governo-4/crisi-28-gennaio/crisi-28-gennaio.html

MortazzaTua denuncia la Grande Abbuffata

di Alessia Grossi

Dopo Miseria e Nobilità e a pochi giorni da La Grande abbuffata di mortadella in Senato il regista Ollio De Ricino presenta in anteprima su YouTube Mortazza Tua, il nuovo horror tratto da una storia «drammaticamente vera». Ogni riferimento a senatori realmente eletti è quindi chiaramente esplicito. Mortazza tua, prossimamente nei peggiori seggi elettorali, è il film che mostra tutto il trash dell’Italia contemporanea. L’Italia che non si accontenta più di abbuffarsi a casa propria ma si abbuffa in piena seduta al Senato della Repubblica. Mortazza tua è il film che chiude i conti con l’Italia degli spaghetti e del mandolino e manda sul grande schermo globale la novelle cucine italiana fatta di mortadella e champagne. Insomma basta vedere il trailer del nuovo colossal della commedia all’italiana per definirlo il miglior horror di tutti i tempi.

Più che horror però, lo stile documentaristico del film lo iscrive di diritto al lungo filone dei film di denuncia. E la denuncia è chiara. Questo, infatti, è il post più recente comparso su YouTube dopo la caduta del Governo Prodi. Ma scorrendo con il mouse fino al fondo più nero della pagina si può vedere in ordine sparso cosa sta a denunciare. Per colpa della caduta del Governo Prodi anche a YouTube salgono i triogliceridi e vengono i brividi. Perché laddove c’erano video di pungente sarcasmo ora c’è la miseria dell’abbuffata, alla nobiltà del gioco delle parti si sostituiscono grasse mortadelle e al posto dell’ironia si insinua il più volgare sfottò.

E allora troviamo Addio Mortadè!, Ciao Mortadella, la mortadella è scaduta. In alcuni di questi post, senza neanche una briciola di vergogna, la mortadella dei senatori è presa ad esempio del lecito festeggiamento. Per non parlare del caso in cui da Mortadella si passa a Merderella, il tutto colorato sempre dalle immagini dei senatori d’osteria. Insomma, c’è qualcuno che ha pensato bene di emulare virtualmente l’orrore del Senato. Ma questo è YouTube, signori, specchio del mondo, dei senatori, nel caso specifico. E se la volgarità passa in Senato non c’è motivo perché non arrivi sul grande schermo.

YouTube però è anche storia. E la storia entra con Lambrettarossa e il suo post di sintesi dei venti mesi del Governo Prodi. La Storia non fa sconti ma aggiunge una morale della «favola». «Si può anche ridere se si vuole». Si può ridere di un «traditore in meno», delle torte in faccia tra gli esponenti della vecchia maggioranza, di Berlusconi che si sente rinato, perché se si sorride la vita sarà più gradevole. Ma lambretta avverte: «non si può ridere proprio di tutto. Spesso si confonde il serio e il faceto, quello che deve far ridere e quello su cui non si deve ridere. E oggi facciamo davvero tanta confusione su ogni cosa».

Pubblicato il: 28.01.08
Modificato il: 28.01.08 alle ore 19.45

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72466