Archivio | marzo 2, 2008

Un operaio scrive, Ichino risponde

***,   02 marzo 2008, 00:54

Un operaio scrive, Ichino risponde Dibattito     Lettera aperta di un metalmeccanico al giuslavorista: “Caro Ichino, non tifi per l’abolizione dell’articolo 18, ci bastano i danni fatti dalla legge 30”. La replica di Ichino: “Sono contrario ai contratti atipici e propongo indennizzi per i licenziamenti economici o organizzativi”

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Lettera aperta (con risposta) a Pietro Ichino

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Caro Pietro Ichino, sono uno dei tantissimi lavoratori che è sceso in piazza nel 2002, scioperando (più di una volta) contro il vergognoso attacco all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 20 maggio 1970) da parte del Governo Berlusconi. Sono uno dei 3 milioni di lavoratori che era in piazza quel 23 marzo 2002 (abbiamo bloccato Roma, ma abbiamo camminato tantissimo). Lei ha messo come condizione alla sua candidatura nelle liste del PD, la revisione dell’articolo 18. Purtroppo questa revisione non è per estenderlo, come chiede giustamente Fausto Bertinotti, ma per limitarlo. Glielo chiedo per favore: lasci stare l’articolo 18, già ci bastano i danni causati dalla Legge 30, chiamata impropriamente legge Biagi, ma Biagi diceva cose molto diverse, diceva che dietro alla flessibilità ci dovevano essere dei forti ammortizzatori sociali, ma io nella legge 30 non li vedo, e questo ha trasformato una situazione di lavoro flessibile, in una situazione precaria. Lei è un forte sostenitore della legge 30, che secondo Lei ha aumentato l’occupazione, e non è la causa della precarietà, ma purtroppo le cose non stanno così.
Ci sono 40 tipi di contratti in questa legge, ma di diritti per i lavoratori ne vedo pochi.
Marco Bazzoni
operaio metalmeccanico

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La risposta di Pietro Ichino

Occorre sgombrare il campo da alcuni grossi equivoci. La mia proposta è questa: una grande intesa fra lavoratori e imprenditori, con la quale si abolisce la giungla dei contratti “atipici”; salvo il lavoro stagionale o puramente occasionale, tutti i nuovi rapporti si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato, che prevede una protezione della stabilità crescente con il crescere dell’anzianità di servizio. L’articolo 18 continua ad applicarsi, fin dall’inizio, per i licenziamenti disciplinari e contro quelli per motivo illecito, di discriminazione o di rappresaglia. Se invece il motivo è economico od organizzativo, la protezione del lavoratore è costituita da un congruo indennizzo commisurato all’anzianità di servizio e da un’assicurazione contro la disoccupazione di livello scandinavo, con contributo interamente a carico dell’azienda, secondo il criterio bonus/malus: l’imprenditore meno capace di praticare il manpower planning, a ogni licenziamento vede aumentare i costi aziendali.

Va chiarito che questa è soltanto una proposta mia, che ha pieno diritto di cittadinanza in seno al P.D., ma non fa parte del suo programma elettorale. Il P.D. è un grande partito laico, nel quale militano tanti giuslavoristi, sindacalisti, lavoratori, imprenditori, uniti sull’obiettivo di combattere il precariato e il dualismo del nostro mercato del lavoro; uniti anche nell’assumere come punto di riferimento le migliori esperienze europee di flexicurity; ma con idee e proposte diverse sul come perseguire questi obiettivi. Condurre a una sintesi operativa queste idee e proposte sarà l’impegno dei prossimi mesi. La novità rispetto alla vecchia sinistra, però, è che il dibattito su questo punto sarà laico, pragmatico, senza tabù, aperto al contributo delle scienze sociali.

Se accettassimo la politica dei tabù, rischieremmo di allinearci di fatto al programma della destra: il p.d.l. Sacconi (n. 1356/2007) riconferma esplicitamente il dualismo del mercato del lavoro, limitandosi a promettere agli “atipici” la garanzia dei diritti costituzionali di libertà, dignità e sicurezza: ma sarebbe una pura ripetizione dell’articolo 41 della Costituzione. Se vogliamo dare concretezza all’obiettivo della lotta al precariato permanente, dobbiamo discutere apertamente quale debba essere il nuovo equilibrio tra flessibilità e sicurezza nel nuovo contratto di lavoro; ma dobbiamo trovare un equilibrio che sia davvero applicabile a tutti i nuovi contratti che si stipuleranno d’ora in poi.

A nessuno, almeno a sinistra, può piacere un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, lasciando fuori tutti gli altri. Lo Statuto dei lavoratori del 1970 nella sua interezza, compreso l’articolo 18 e il titolo III sui diritti sindacali, si applica oggi soltanto a 3,6 milioni di dipendenti pubblici e 5,8 milioni di dipendenti di aziende private sopra i 15. In tutto, circa 9 milioni e mezzo, su di una forza-lavoro di oltre 22. Restano fuori quasi altrettanti lavoratori in posizione di dipendenza: non solo quelli delle piccole imprese, ma anche i collaboratori autonomi, i lavoratori a progetto, gli irregolari. Questo dualismo, questo regime di apartheid è la grande ingiustizia del nostro sistema attuale di protezione.

So bene che per molti lavoratori, sindacalisti e politici, a sinistra ma anche a destra, l’articolo 18 rappresenta il valore della sicurezza e il benessere dei lavoratori. Questo è un valore importantissimo: la civiltà di una nazione si misura dalla sicurezza e dal benessere che essa sa garantire ai propri membri più deboli. Su questo terreno, però, non possiamo eludere il problema di un diritto del lavoro che esclude metà dei lavoratori. Dobbiamo, poi, tenere sempre presente che impedire alle aziende gli aggiustamenti necessari, la possibilità di ristrutturarsi, di aprirsi rapidamente all’innovazione, finisce coll’indebolirle, riducendo la sicurezza di tutti i loro dipendenti. Guardiamo all’esperienza di Alitalia, di cui si è impedita la ristrutturazione per tanti anni: forse che i suoi dipendenti oggi possono considerarsi sicuri?
Pietro Ichino

Link de L’Espresso dove leggere e postare altri commenti

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fonte: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=6660

Bertinotti contro il duopolio “Cambiamo il sistema economico”

Il candidato premier della Sinistra-L’Arcobaleno avvia la campagna elettorale
Più di mille persone al teatro Ambra Jovinelli. A decine restano fuori

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No a lotte fratelli-coltelli ma… “caro Veltroni nel tuo programma troppi e/e”
“Opposizione totale alla destra”. Sit in contro la Rai perché garantisca l’informazione

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di CLAUDIA FUSANI

Fausto Bertinotti, candidato premier di La Sinistra-L’Arcobaleno

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ROMA – “Prendiamoci questo arcobaleno, mettiamoci dentro tutti i nostri simboli, le nostre storie, le persone e i loro diritti, facciamone il nostro orizzonte, il nostro rinascimento, il nostro futuro colorato contro il nero”. Strappa tanti applausi Fausto Bertinotti negli oltre novanta minuti in cui spiega su un palco, da solo, cosa è la nuova sinistra, il suo programma e la sua stessa ragione di esistere. Ma è questo – con cui suona la carica, regala un sogno e una prospettiva, qualcosa per cui lottare – è il passaggio che forse emoziona di più la platea e le gallerie dell’Ambra Jovinelli.

La Sinistra-L’Arcobaleno ha scelto il teatro di tendenza di Roma per dare il via ufficiale alla campagna elettorale. Scelta “sbagliata” perché i mille posti se ne vanno in pochi minuti, arrivano i vigili del fuoco e il popolo della sinistra con le sue bandiere – nuove, sempre rosse ma senza falce e martello e con l’arcobaleno – deve restare fuori, in piazza. “Scelta minimalista” si giustificano gli organizzatori.

Apre i lavori una battagliera Patrizia Sentinelli,
tailleur rosso e sciarpa viola, che cerca di spiegare la difficoltà di una campagna elettorale “molto difficile” che “ci vuole vedere scomparire”. Annullati, finiti, “addio sinistra”. Poi un giovane studente; una sindacalista ventenne che reclama a Roma un ruolo non in quanto “succursale dello stato pontificio” ma perchè “capitale di una repubblica laica”; Matilde, giovane ambientalista romana la cui associazione ha salvato 180 ettari di verde dalla speculazione “che ora saranno annessi al parco dell’Appia antica” e che racconta una semplice quanto scomoda verità: “Se portiamo la raccolta differenziata all’80 per cento non abbiamo bisogno di impianti o altro. Non abbiamo bisogno di deturpare ancora l’ambiente”.

Bertinotti prende la parola alle 11 e 15, blazer blu con toppe di camoscio sui gomiti, la cravatta rossa di cui si è in qualche modo “riappropriato”, una mano sul cuore l’altra alzata a salutare. Resta sul palco più di un’ora, da solo, in piedi, parlando a braccio, senza bere un goccio d’acqua. Anche questo è un modo di “combattere” Veltroni. In platea Achille Occhetto, Sandro Curzi, Valentino Parlato, lo stato maggiore di Rifondazione, Verdi, Pdci e Sinistra democratica, da Elettra Deiana a Paolo Cento. A chi nota l’assenza di Pecoraro Scanio, Diliberto e altri dirigenti la risposta arriva subito: sono tutti in giro per le piazze italiane.

“No fratelli coltelli”. I toni della campagna elettorale, soprattutto nei confronti del Pd, è un tema a cui Bertinotti tiene molto “perché sono contrario all’invettiva, ho vissuto troppe pagine di lotta alla fratelli-coltelli, ora basta”. Il candidato premier di Sa chiede che col Pd ci sia un confronto “aspro ma chiaro e rispettoso” che ruoterà soprattutto intorno a un concetto: “Caro Veltroni, non sarai in grado di contrapporti alla destra perché il loro modello è troppo simile al tuo…perchè il tuo partito è sempre di più un contenitore con dentro di tutto e che converge sempre di più al centro”.

Aut-aut contro “e… e”. Sempre a Veltroni e al Pd è dedicato un altro importante passaggio del discorso di Bertinotti. “Ragioniamo – dice – su questo e/e congiuntivo. Una parte la assumo, è quella ecumenica che riguarda la vita e la convivenza, la accetto quando parliamo di donne e uomini, omosessuali e etero, giovani e vecchi, stranieri e non stranieri”. Ma poi si arriva alla sfera dei rapporti di forza, competitivi, e “qui deve scattare l’aut-aut perché non si può stare con i lavoratori e con i padroni. O con l’uno o con l’altro”. Ma come gli viene al Pd in mente di candidare Confindustria (Colaninno ndr) e Federmeccanica (Calearo ndr) tra operai e precari: “Adesso diciamo che ce ne sono due e mezzo di troppo…”. Si spiega così lo slogan della campagna elettorale: “Una scelta di parte”. “Ecco – alza la voce Bertinotti – noi siamo di parte perché stiamo dall’altra parte, quella dei dominati che non vogliono più esserlo” e perchè “vogliamo combattere contro questo nuovo capitalismo che non ti chiede più solo le mani ma anche il corpo, l’anima e la mente”.

Il cuore del programma: un nuovo umanesimo. Bertinotti non scomoda parole altisonanti come “missioni” né si può impegnare su disegni di legge e punti vari. Anche la Sinistra e l’Arcobaleno ha il suo programma in 14 punti distribuiti in circa trenta pagine, dall’ambiente (“fondamento di SA”) alla difesa della 194, dal laicismo alla libertà della persona al rispetto dei diritti ogni individuo (“il nostro monumento è l’articolo 3 della Costituzione”). C’è un punto centrale, per cui Bertinotti strappa applausi in piedi: il riconoscimento del ruolo e del “debito” nei confronti della donna (“si nasce da madre, si nasce da donna”). Ma Bertinotti insiste sul cuore del programma, “la modifica radicale di questo sistema economico e sociale che produce ogni forma di devastazione delle persone e dei diritti” definito come un “neointerclassismo che vorrebbe pretendere la scomparsa del conflitto di classe e della fatica del lavoro. Ma dove? Ma quando?”. L’obiettivo: “Un nuovo umanesimo, un nuovo rinascimento che metta al centro i diritti della persona”. Questa è la risposta che va data a chi, a sinistra, e sono tanti, “ci guardano e scrollano la testa perchè dopo le tante attese del 2006 dopo due anni siamo di nuovo qua. Abbiamo fallito, inutile negarlo”. Ora si ricomincia, “da questo arcobaleno”.

“Una nuova sinistra unita”. Il Presidente della Camera, sempre più modi e gesti ieratici da padre spirituale della nuova sinistra, parla della necessità di “tornare al classico” e di “rompere contro i facili nuovismi”. Per la prima volta, dopo 25 anni, “la base comune di questa sinistra è la individuazione della causa motrice del disagio di ognuno di noi: il modello economico e sociale che ci hanno imposto”. Ecco che La Sinistra e L’Arcobaleno ha una mission fondamentale: “La modifica radicale di questo modello economico e sociale”. Quello per cui se un camallo muore nel porto di Genova a 40 anni dopo che suo padre aveva fatto la stessa fine “ci dicono che è solo un infortunio”. No, per la Sinistra è “una storia di profitto, di competizione, di necessità” a cui è doveroso e non più rinviabile “ribellarsi”. Basta, allora, con un sistema per cui “la competitività è valore assoluto e la crescita un obiettivo primario” perchè questo “genera diseguaglianza”.E basta con un sistema dove ti spiegano che “precario è meglio di disoccupato e che se prendi cento euro in più al mese rispetto a uno stipendio da mille euro ti dicono che rovini la competitività delle imprese”.

Due nemici: manifestazione contro la Rai. Il programma della destra viene liquidato come “insana miscela di populismo e liberismo a cui La Sinistra farà opposizione radicale”. Sono due invece i “veri nemici” di questa campagna elettorale. “Il primo- spiega – è la falsificazione che vuole la politica italiana come una gara a due”. Responsabili non sono solo Pd e Pdl “ma soprattutto i media” per cui Bertinotti convoca a breve una manifestazione contro il servizio pubblico della Rai. E a proposito di voto utile, “se vogliamo farla breve basta dire che l’unico voto utile è quello per La Sinistra e L’Arcobaleno”. Poi un attacco diretto a Anna Finocchiaro e al Pd che “dopo averci scaricato adesso invitano a votare o per se stessi o per il Pdl”. Questo, dice Bertinotti, “è veramente inaccettabile”.

Partono le note di Spirito libero di Georgia e poi il reggae di Bob Marley con Redemption song . E anche Bertinotti accenna mosse a tempo di musica.

(2 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/politica/verso-elezioni-7/bertinotti/bertinotti.html

Ecco Bamboo, il biocellulare

 

Roma – Si acquista, si utilizza e – una volta esaurita la sua utilità, o quando chi l’ha comprato si stanca di usarlo – lo si butta nel cassonetto del compost. Come la buccia di un frutto, l’erba tagliata o le foglie secche. Ma non è niente di tutto questo: è Bamboo, un cellulare… biodegradabile.

Il biocellulare“Ma i telefonini non fanno parte dei rifiuti speciali?” si chiederanno, coscienziosamente, i lettori dalla memoria lunga. I telefonini sì, ma non Bamboo, risponde il designer olandese Gert-Jan van Breugel, che con questo biocellulare ha partecipato all’edizione 2008 del concorso Greener Gadgets Design Competition. Si tratta dunque di un concept, la cui produzione industriale – assicura l’inventore – non costituirebbe un problema.

“Un miliardo di cellulari prodotti nel mondo ogni anno e solo il 10% viene riciclato – spiega la presentazione dell’apparecchio eco-compatibile – Un utente medio sostituisce il proprio telefonino ogni 18 mesi. Tutto questo ha un notevole impatto sull’ambiente: 36 kg di CO2 vengono utilizzati per produrre un telefonino di 90 grammi. Per ridurre questo impatto è ora di ripensare ai materiali di cui sono fatti i cellulari e a come li ricarichiamo”.

Il biocellulareDa questa idea nasce appunto Bamboo: un telefono che – una volta rimossi gli elementi “elettronici” e la batteria, può essere buttato nel compost. “Poche settimane dopo – spiega van Breugel – il case comincerà a disintegrarsi e i semi di bambù al suo interno inizieranno a germogliare. Dopo alcuni mesi saranno divenuti una pianta, compensando l’impatto ambientale del processo produttivo del telefonino”. L’involucro è fabbricato in bioplastica, derivata da materie prime rinnovabili come il mais, e in bambù.

L’idea non è nuovissima, ma potrebbe avere un certo appeal sull’utenza attenta alle problematiche ambientali. E per la ricarica della batteria? “Con Bamboo è possibile risparmiare tanta energia da dare energia alle case di 60mila europei. Il telefonino può essere ricaricato con una sorta di caricatore a manovella: 3 minuti di ricarica possono dare autonomia sufficiente a consentire una breve chiamata. A bordo non ci sono particolari dispositivi succhia-energia e anche il display, monocromatico, non è esoso.

fonte: http://www.pitelefonia.it/p.aspx?i=2205327

Morte in porto, «mancavano le misure di sicurezza»

01 marzo 2008

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Il lutto che ha colpito i lavoratori del porto di Genova con la morte del dipendente della Culmv Fabrizio Cannonero, precipitato venerdì notte dalla coperta di una nave sul selciato di una banchina, ha spinto Cgil, Cisl e Uil a rinviare un seminario sui rischi sui luoghi di lavoro che avrebbe riunito lunedì a Palazzo Ducale proprio i responsabili della sicurezza dei lavoratori portuali genovesi. La scorsa notte all’una è intanto terminato lo sciopero di 48 ore proclamato venerdì per l’incidente mortale, che ha fermato tutti i terminal dello scalo ad eccezione di quello dei traghetti. L’incontro degli Rls, la nuova figura di responsabile prevista dal protocollo d’intesa firmato lo scorso anno e non ancora compiuto, era stato inserito tra le iniziative collaterali del convegno intitolato “Il rischio non è un mestiere”, che è stato rinviato a data da destinarsi. In una nota, Cgil Cisl Uil di Genova affermano che la decisione è stata presa per «il lutto che ha colpito Genova».

Graziano Cetara e Matteo Indice

Morte in porto, c’è il primo indagato. È un caposquadra. Ma dopo di lui ne arriveranno altri. Perché le norme di sicurezza non erano rispettate. E chi doveva controllare non lo ha fatto, pur sapendo che la situazione era a rischio. Infine, chi aveva il compito di predisporre i sistemi e gli strumenti per la prevenzione degli infortuni, ha omesso di attivarli o li ha rimossi. In uno dei reati contestati per la morte di Fabrizio Cannonero, il portuale quarantenne della Compagnia Unica caduto venerdì notte da una nave, sta la chiave di un’inchiesta che potrebbe avere sviluppi clamorosi. Il pm Walter Cotugno contesta, oltre all’omicidio colposo, la «rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro». Una ipotesi di reato «molto rara» confermano in ambienti giudiziari. Ma che in qualche misura richiama la tragedia alla ThyssenKrupp di Torino.

Intanto questa mattinata, dopo le 48 ore di blocco, i tir hanno ricominciato ad entrare nello scalo, senza intoppi e ricadute negative sul traffico cittadino.

Il portuale, sostengono gli inquirenti, non stava lavorando con le dovute protezioni e i responsabili delle operazioni «ne erano consapevoli», ma non sono intervenuti. Anzi. Potrebbero aver tenuto un comportamento che lo ha messo in pericolo, spostando deliberatamente alcune protezioni o evitando di posizionarle. Il primo nome iscritto sul registro degli indagati è quello di un camallo di 40 anni, D. S.: è il caposquadra che giovedì notte guidava il gruppo di dieci scaricatori impegnati sulla “Mol Reinassance”, la porta container battente bandiera liberiana (ma gestita da un’agenzia armatoriale giapponese) da cui la vittima è precipitata nel vuoto, da un’altezza di dieci metri, probabilmente dopo essere stata urtata dalla “rizza”, la barra che dovrebbe trattenere il container.

Sono numerose le anomalie focalizzate con i primi accertamenti della Guardia costiera e della Asl. Innanzitutto, Cannonero non era dotato di ancoraggi, non aveva imbragature e finora non è stato trovato il suo caschetto protettivo. Soprattutto, la ricognizione degli investigatori avrebbe escluso la presenza di tutte le balaustre, i parapetti mobili a forma di “U” rovesciata, che dovrebbe prevenire le cadute dall’alto. Chi doveva sistemarle, è la tesi su cui si fondano le prime formulazioni dell’accusa, non lo ha fatto anche se era a conoscenza dei potenziali pericoli. Il reato è all’articolo 437 del codice penale e ne deve rispondere «chi omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o incidenti sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio la pena è della reclusione da tre a dieci anni». Attenzione. Quello di D. S., si rimarca in ambienti investigativi, «non è il nome-chiave e le sue non sono certo le responsabilità più significative di questa tragedia: è il primo destinatario dell’avviso di garanzia solo perché aveva un ruolo di coordinamento ed è stato identificato nell’immediatezza della tragedia. Senza dimenticare che non solo persone fisiche, ma anche società, potrebbero essere indagate».

Parole pesanti, poiché preludono agli interrogatori che andranno in scena a partire da domani, contemporaneamente allo svolgimento dell’autopsia. Saranno ascoltati, innanzitutto, il dirigente generale del terminal Sech di Calata Sanità – il luogo dove si è consumato il dramma – e il responsabile della sicurezza. Il compito della capitaneria e dell’Azienda sanitaria, in particolare di quella sezione specializzata in sicurezza dei posti di lavoro in ambito portuale, è quello d’individuare tutte le figure coinvolte nella gestione dello sbarco sfociato in tragedia, chiarendone una dopo l’altra i reali compiti. Il dettato della legge 272/99 – una norma dello Stato sulla sicurezza dei luoghi di lavoro – è a questo proposito chiarissimo: «Quando si agisce a certe altezze, occorrono strumenti di “ritenzione”», che non erano presenti in modo completo sulla “Mol Reinassance”.

«La caduta dall’alto – ribadiva ancora ieri pomeriggio uno degli investigatori – è la prima causa di morte sul lavoro in Italia. Non si può considerare una leggerezza la mancata cautela contro quest’ipotesi, ma una scelta consapevole, che fa da viatico al dolo». Per la precisa attribuzione degli addebiti sarà necessario chiarire la catena di trasmissione dei compiti. Il datore di lavoro della vittima era la Compagnia Unica, che a sua volta aveva ricevuto l’incarico da un committente. Improbabile si tratti della nave, ecco che le attenzioni si concentrano sul terminalista. L’ultima questione finita sul tappeto ieri – sebbene il mosaico sia destinato ad arricchirsi di molti tasselli – è quella dei ripetuti incidenti avvenuti a Calata Sanità. In particolare, la Procura si concentra su cinque episodi risalenti a un massimo di dieci anni fa, nei quali la dinamica ha ricalcato quella di venerdì.

In almeno due occasioni – è confermato a palazzo di giustizia – il procedimento si chiuse con la condanna del responsabile sicurezza del terminal, mentre era stato assolto il direttore generale. Sono sentenze del 2002, che certificano la cronica pericolosità del lavoro svolto al Sech, pronunciate su incidenti che in più d’un caso riguardarono lavoratori della Compagnia Unica. Allora non era morto nessuno. Ieri, mentre la protesta dei portuali iniziata venerdì è proseguita per tutta la giornata, gli amici della vittima hanno lanciato un appello alla città perché non lasci sola la famiglia del quarantenne. Il presidente dell’Autorità portuale Luigi Merlo ha risposto subito: «Li sosterremo. La compagna del camallo, Mariarosa Piromalli, 35 anni, ieri ha rotto il silenzio per protestare, con dolore, alle falsità pubblicate da certi giornali: «Ho sentito e letto cose assurde e inaccettabili. Basta: lasciateci al nostro dolore. È morto un uomo, un uomo di quarant’anni. Scrivete questo e non aggiungete altro».

La donna, assistita dagli avvocati Sandro Vaccaro e Nicola Scodnik, ha detto loro di quanto il compagno fosse «attentissimo alla sicurezza»: «Su questo tema si era impegnato personalmente. In particolare, dopo la morte di Formenti, l’anno scorso. Era stato in prima linea. Ora voglio sia fatta chiarezza su quello che è avvenuto, e pretendo giustizia».

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“Porto di Savona: sciopero fino a lunedì”

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fonte: http://www.ilsecoloxix.it/genova/view.php?DIR=/genova/documenti/2008/02/29/&CODE=4c1891f8-e68d-11dc-8539-0003badbebe4

Il mistero eterno del “patto libico”

E’ una delle tante voci, nemmeno una delle più importanti, del decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali approvato due settimane fa dalla Camera: sei milioni e 243mila euro destinati alla Guardia di Finanza per le spese relative alla “missione in Libia” di cui all’accordo del 29 dicembre del 2007 “per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani”.

Da quel 29 dicembre – quando fu data notizia dell’accordo italo-libico – sono passati appena due mesi ma sembrano molti di più. Il governo Prodi era ancora in carica e nessuno immaginava che la sua vita sarebbe stata così breve. La notizia dell’accordo suscitò le proteste di qualche associazione umanitaria. Ci fu chi fece notare che i termini del patto di collaborazione erano sconosciuti al Parlamento, come d’altra parte erano sconosciuti i termini di un altro “patto di collaborazione” siglato anni prima dal governo Berlusconi. Poi arrivò il Capodanno. Quindi Mastella.

Il precipitare della crisi politica ha avuto l’effetto di far scomparire in modo pressoché totale dalle cronache altre due notizie “libiche” di poco successive. Una positiva, l’altra allarmante. La prima riguardava la decisione del governo italiano di accogliere 40 cittadini eritrei reclusi nei centri di detenzione libici e riconosciuti come rifugiati dall’Alto commissariato delle Nazioni unite. L’altra era l’annuncio del governo di Tripoli di un piano per il rimpatrio di tutti i “clandestini” presenti nel suo territorio. Annuncio dal quale non si ricavava alcun riferimento ai rifugiati politici, come se tutti gli stranieri presenti in Libia fossero considerati “illegali”.

Riassumendo. Roma e Tripoli collaboreranno nel “pattugliamento delle coste” in modo da bloccare le partenze dei boat people dalle coste libiche. Contemporaneamente l’Italia riconosce che, tra i migranti reclusi in Libia, esistono dei rifugiati politici, tanto che ne accoglie un certo numero e la Libia fa sapere che intende cacciare dal proprio territorio – di fatto ributtandoli nelle braccia dei loro carnefici – tutti gli immigrati che attualmente, spesso in condizioni disumane, ospita.

Davanti a questo quadro
– che eufemisticamente può essere definito “contraddittorio” – sorge spontanea una domanda: qual è il contenuto dell’accordo del 29 dicembre? In cosa consiste il “piano di pattugliamento”? Prevede che, nel “pattugliare”, si tenga in qualche considerazione l’ipotesi che sulle barche che partono dalla Libia ci siano dei rifugiati politici?

Si tratta di domande retoriche.
Il contenuto della missione in Libia, come abbiamo detto, è segreto. Il governo ha anche respinto un emendamento del deputato dei Verdi Tana De Zulueta che, proprio contestando questa segretezza, chiedeva che il progetto contro “l’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani” non fosse finanziato.

La risposta la avremo comunque
a partire dai prossimi giorni. Gli sbarchi a Lampedusa, infatti, sono già ripresi. Tutti quelli che, nonostante il “pattugliamento congiunto”, raggiungeranno le coste italiane e saranno riconosciuti “rifugiati politici” testimonieranno, con la loro perdurante esistenza in vita, che qualcosa non ha funzionato. E parleranno in nome e per conto di quei due milioni di “clandestini” che il nostro alleato Gheddafi si accinge a cacciare e cioè, in molti casi, a mandare a morte.

glialtrinoi@repubblica. it

(2 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/mistero-libico/mistero-libico.html

Mobbing, la cassiera in lacrime “Umiliata, ho pensato di morire”

Milano, una peruviana di 44 anni, due figli, denuncia un’aggressione nello spogliatoio
Sciopero e presidio con la partecipazione dei clienti del supermercato

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La protesta davanti al supermercato in sostegno alla cassiera peruviana

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MILANO – Maltrattata e umiliata. Ma ha resistito anche se malata. Poi, quando è stata aggredita fisicamente, ha deciso di reagire e ha denunciato la violenza alla polizia. Protagonista di questa storia una cassiera peruviana del supermercato Esselunga che tra le lacrime ha raccontato l’aggressione di cui è stata vittima nel locale spogliatoio del negozio di viale Papiniano, a Milano, da parte di una persona non ancora identificata. “Quando mi ha messo la testa nel water”, ha detto, “ho visto i miei figli che mi salutavano per l’ultima volta e mi sono raccomandata a Dio”.

Oggi i sindacati confederali di categoria hanno proclamato lo sciopero per tutta la giornata e hanno attuato un presidio di solidarietà che ha visto la partecipazione oltre che dei lavoratori anche di clienti (400 persone, secondo gli organizzatori). Ma il motivo della protesta ha origine anche nel fatto che si tratta della stessa dipendente che aveva denunciato di essersi urinata addosso perché non le era stato data la possibilità di andare in bagno e nemmeno di potersi cambiare fino alla fine del turno.

E’ il 2 febbraio: la donna, 44 anni, due figli di cui uno piccolo, un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese, soffre di problemi renali. Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare alla toilette. Finito il lavoro “umiliata e piangente” va in ospedale dove, dice, le viene diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi. Non era iscritta al sindacato ma decide di farlo con la Uiltucs-Uil: “Le colleghe che hanno aderito all’organizzazione sono le uniche che hanno il coraggio di raccontare come mi hanno fatto fare pipì addosso”.

Giovedì scorso il fatto più grave:
dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole “piscia” e altre minacce preme il tasto dello sciacquone. Lei sviene e viene aiutata dal direttore (“all’inizio ho avuto la sensazione che credesse mi fossi fatta male da sola”) che la accompagna in ospedale: per ora le sono stati dati 10 giorni (tecnicamente per infortunio visto che l’episodio si è verificato sul lavoro). La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: “Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché”. E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice “di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io”.


Graziella Carneri della Filcams-Cgil
sottolinea che “ovviamente non si pensa che l’aggressione sia stata commissionata dall’azienda ma che c’è una forte responsabilità per il clima intimidatorio: molti dipendenti hanno paura di prendere parte all’attività sindacale”. Tesi sostenuta anche da alcuni lavoratori. Il segretario della Camera del Lavoro, Onorio Rosati, sottolinea che “nel gruppo registriamo una violazione di alcuni diritti, e la situazione in Esselunga è paradigmatica del fatto che i diritti non sono acquisiti per sempre ma vanno rivendicati e presidiati”. Cgil, Cisl e Uil daranno assistenza legale alla lavoratrice.

L’azienda ha replicato, in una nota: “Sono attualmente in corso delle indagini da parte delle forze dell’ordine di cui subito abbiamo richiesto l’intervento e alle quali stiamo fornendo la massima collaborazione. Auspichiamo che venga fatta luce sulla vicenda nel più breve tempo possibile. Al momento riteniamo prematuro rilasciare altre dichiarazioni”. Ma la vicenda non si chiude qui: martedì è previsto un nuovo presidio e alcuni sindacalisti chiedono ai clienti e ai milanesi di “inondare la direzione di proteste e richieste di informazione via e-mail”.

(1 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/mobbing-cassiera/mobbing-cassiera/mobbing-cassiera.html

Gli Anonimi di Lista

 

Maria Novella Oppo

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Vorremmo sapere tutto dell’impiegato che ha venduto la lista degli evasori fiscali del Liechtenstein. E non capiamo come mai una storia così non scateni la competizione diurna e notturna tra testate televisive. Almeno quanto le vicende della casa reale britannica, se non come la cronaca nera coi suoi modellini.
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Volete scommettere che Vespa, ritornando dopo Sanremo, non manderà neanche un inviato per mostrarci luoghi e facce di una vicenda così straordinaria? Il motivo ce lo spiega la stupenda vignetta della stupenda ElleKappa, in cui le solite due signore si scambiano queste battute: «Ancora non si conoscono i nomi degli evasori italiani che hanno il conto in Liechtenstein», dice la prima. E l’altra risponde: «Si sa solo per chi votano». Esatto. Si sa per chi votano, ma forse anche per quali liste si candidano. E magari dove vanno in vacanza, che macchine hanno, chi è il loro chirurgo plastico e via ipotizzando. Ma siccome siamo garantisti, per non sospettare di quelli che ci stanno antipatici, vogliamo subito i nomi.

Pubblicato il: 01.03.08
Modificato il:
01.03.08 alle ore 8.58

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=73373

Torraca, mille abitanti nel Cilento dove le fluorescenti sono già il passato

Il piccolo comune è il primo al mondo ad avere un’illuminazione pubblica a led
Progetto e tecnologia campana per ridurre i consumi del 70 per cento

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di VALERIO GUALERZI

<B>Torraca, mille abitanti nel Cilento<br>dove le fluorescenti sono già il passato</B>Una strada di Torraca illuminata dai led

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ROMA – L’Italia insegue faticosamente il passato, ma c’è un piccolo comune del salernitano che ha già fatto il grande salto nel futuro. Il nostro paese a livello europeo ha uno dei peggiori tassi nella diffusione delle lampadine a basso consumo, con un segmento di mercato che supera appena il 4 per cento. Il ritardo nella penetrazione delle fluorescenti è grave, perché il contributo che potrebbero dare all’efficienza energetica è enorme, ma rischia di essere la rincorsa a una tecnologia che sarà presto superata.

Il futuro sono infatti le lampade a led che abbattono i consumi in maniera ancora più drastica. Per il momento il loro utilizzo è estremamente limitato e riguarda la luce dei semafori e poco altro. Ma a Torraca, nel Cilento, l’amministrazione ha deciso di giocare d’anticipo, convertendo a led l’intera illuminazione pubblica, in tutto circa settecento lampioni. Un primato non solo nazionale ma mondiale, che ha già procurato al comune il titolo di “Led City” e diversi riconoscimenti, compreso il “Premio enti locali per Kyoto 2007” assegnato lo scorso novembre dal ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio.

Attraverso i led, con un investimento
di circa 280mila euro sostenuto in parte dai fondi regionali, Torraca (poco più di mille abitanti) ha tagliato i costi, aumentato la potenza della luce (quattro volte maggiore di quella delle lampade fluorescenti) e incrementato la durata delle fonti luminose, di gran lunga superiore rispetto a quelle tradizionali. “Risparmiamo il 70 per cento – spiega il sindaco Daniele Filizola – con una minore manutenzione”.

A rendere ancora più straordinaria l’esperienza di Torraca è il fatto che l’intero progetto è “made in Italy”. La tecnologia alla base dell’impianto e in particolare il sistema elettronico che permette di controllare automaticamente del flusso dei led (uno degli inconvenienti che sino ad oggi ne hanno limitato la commercializzazione) è stata messa a punto dalla Elettronica Gelbison, una piccola azienda della provincia di Salerno che con il suo brevetto ha stupito gli addetti ai lavori di tutto il mondo. A fare da collaudatore dell’impianto e da coordinatore scientifico dell’iniziativa è stato invece l’ingegner Luciano Di Fraia, docente di illuminotecnica presso l’Università di Napoli Federico.
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(24 febbraio 2008)
 fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/speciale/altri/2007ambiente/caso-lampadine/caso-lampadine.html

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