Archivio | marzo 3, 2008

Attualità del pensiero di Berlinguer

Ho scovato questa intervista su

http://www.perlacalabria.it/2008/02/04/509/#more-509

e ve la ripropongo: a parte alcuni riferimenti “storici”, sembra rilasciata oggi…

L’introduzione è del sito citato.

 

 

INTERVISTA AD ENRICO BERLINGUER

«I partiti sono diventati macchine di potere»   

 «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.
«I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia».

di Eugenio Scalfari

*   *   *

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

 

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

 

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

 

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

 

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ‘74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

 

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

 

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

 

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

 

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

 

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

 

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

 

Dunque, siete un partito socialista serio…

…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

 

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

 

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

 

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del Paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

 

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

 

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981  

Non rinnego i fischi che, a volte, gli ho dedicato in gioventù… ma vorrei che tanti “compagni” se lo rileggessero e, soprattutto, che cercassero di mettere in pratica quello che ha affermato Enrico.

Arriva “Biutiful cauntri” l’Italia dei rifiuti

DAL 7 MARZO, NEI CINEMA

ROMA


Un’emergenza rifiuti che, a poco a poco, è diventata un’emergenza credibilità. Ma anche un’emergenza che, in realtà, non può nemmeno definirsi tale visto che dura da ben quattordici anni, da quando, nel 1994, la Regione Campania venne commissariata per un «emergenza rifiuti« che, si disse, sarebbe dovuta durare dieci mesi. A raccontarla nelle sale (20) sarà, da venerdì 7 marzo, “Biutiful cauntri”, il documentario firmato da Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, prodotto da Lionello Cerri per Lumiere & Co. e presentato al 25mo Torino Film Festival.

Un documentario che, spiegano gli autori, è nato da una domanda: «Ci siamo chiesti come sia possibile che nel 2007, in Italia, si possa vivere così. E abbiamo cercato di raccontare in qualche modo il problema dei rifiuti, partendo da Acerra, Qualiano, Giugliano, Villaricca, comuni a 25 km da Napoli». Il racconto, neanche a dirlo, è un pugno nello stomaco: non tanto per i cumuli di immondizia accatastati e bruciati lungo le strade o per le discariche abusive che nessuno sembra avere davvero interesse a chiudere ma per il racconto dei contadini e dei pastori. Che sbattono in faccia, senza mezzi termini, la verità anche a chi si ostina a credere, o finge di farlo, che il problema dei rifiuti sia chiuso dentro i confini della Campania: quella spazzatura, quei rifiuti tossici sono un problema di tutti noi, che arriva ogni giorno nelle nostre case non solo con le immagini dei telegiornali ma dentro i pomodori, le albicocche, le fragole, il latte e la mozzarella di bufala che mettiamo a tavola.

Impossibile chiudere gli occhi davanti alle pecore, trasformate in bidoni tossici ambulanti, che si spengono a poco a poco a causa della diossina; ai pastori che fanno la conta dei cadaveri e degli animali superstiti che verranno abbattuti come se, eliminare le pecore contaminate, eliminasse anche la diossina; ai contadini che, dopo avere coltivato per mesi le fragole, distruggono le piante con il trattore perchè non hanno il coraggio di vendere al mercato frutta contaminata; a uomini come Raffaele Del Giudice, educatore ambientale che si batte, urla e strepita perchè questa emergenza venga affrontata e risolta una volta per tutte perchè, come spiegano gli autori di “Biutiful Cauntri”, «i rifiuti della Campania altro non sono che la metafora della pattumiera morale e culturale che è diventato il Paese» e perchè non risolvere il problema rappresenta un fallimento di un intero sistema politico.

Certo, il documentario non fa nomi e cognomi («Non sta a noi farlo, esiste la magistratura e le inchieste, c’è un mondo più strutturato e complesso di noi che deve farlo»), a parte quello di Fibe Impregilo (la societ5 che, nel 2000, si è aggiudicata l’appalto per lo smaltimento dei rifiuti e che, nonostante tutto, in nome dell’emergenza, continua a gestirlo) e pochi altri, ma non è facile leggere dietro a questa Chernobyl tutta italiana che sta facendo più morti di qualsiasi altro traffico della criminalità organizzata e che sta trasformando la Campania nella pattumiera di grandi imprese del centro-nord, le mani di un’imprenditoria e di una politica criminali e di una camorra che, con il traffico dello smaltimento dei rifiuti, ha scoperto la gallina dalle uova d’oro.

“Biutiful cauntri” non offre soluzioni ma a farlo ci pensa Raffaele Del Giudice: «Nel piano del commissario straordinario Di Gennaro c’è la road map per cercare i buchi in cui mettere la spazzatura che va tolta dalle strade. Ma il vero problema è trovare e concertare con la gente le tre enormi discariche necessarie. Non è vero che la gente protesta perchè non vuole le discariche, protesta perchè le vuole fatte bene. Il problema è che si è rotto il rapporto di fiducia con le istituzioni, la gente non crede più a nessuno. Prima dell’emergenza rifiuti va risolta quella della credibilità. Non si capisce perchè si debba interrompere la raccolta differenziata per mancanza di camion visto che quelli sono gli unici rifiuti che puoi scaricare tutti i giorni. E vanno chiusi gli impianti di cdr, è inutile continuare a produrre ecoballe che, poi, non si sa dove mettere. Così come vanno costruiti impianti di compostaggio».

Del Giudice non ci sta al luogo comune dei napoletani rassegnati a vivere con la spazzatura sotto le finestre: «Da soli siamo fili di paglia ma, insieme, possiamo fare una corda. Anche perchè, quando arriva la solidarietà nazionale, anche la camorra fa un passo indietro, ti dà meno fastidio. Noi siamo gente tenace: volevamo intitolare il nostro V Circolo didattico a Peppino Impastato. Dopo due anni e mezzo ci hanno detto che erano andate perse le carte. E allora, in attesa dei permessi che alla fine sono arrivati, lo abbiamo chiamato “Quasi Peppino Impastato” ».

fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/cinematv/grubrica.asp?ID_blog=33&ID_articolo=696&ID_sezione=260&sezione=News

Corrado Guzzanti: “Campagna surreale, per fortuna c’è Ferrara”

«Sarebbe un bel momento per la satira, ma ai politici non fa più male. Ormai l’hanno ingoiata»

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RAFFAELLA SILIPO
TORINO
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«Guarda che io mica so’ antifemminista, mica dico caa donna deve fa’ la calza, ormai me costa più de lana che compralla già finita dai cinesi». Corrado Guzzanti entra in modo obliquo ma irresistibile nel dibattito politico sull’aborto, l’elettorato cattolico, i rapporti tra Stato e Chiesa e il ruolo delle donne. Lo fa a suo modo, attraverso Padre Pizzarro, teologo con forte accento romanesco e fortissimo senso pratico, intervistato ieri da Serena Dandini a «Parla con me» su Raitre. Un po’ reticente a sposare le tesi di Giuliano Ferrara: «Al massimo jo detto a Giulià tanto pe’ fallo contento, famo ‘na cosa più piccola, a ste ragazze che abortiscono levamoje i punti della patente… Si non porti avanti a gravidanza allora non porti manco a machina, bò a lui non glie stava bene, vabbé… vo’ fa na cosa sua».
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Guzzanti, e questa cosa sua di Ferrara come è nata?
«Mi sono appassionato. È uno degli episodi più surreali di questa stravagante campagna elettorale. Dal punto di vista satirico è un bel momento, per questo mi è tornata la voglia di fare qualcosa in tv: spuntano continuamente personaggi nuovi e non ci si limita più solo alla rissa Berlusconi-Prodi»..
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Il suo Pizzarro dice: «Stamo a fa er gioco delle tre carte peffà sembrà che semo tutti d’accordo, ma nun semo d’accordo fondamentarmente peggnente».
«Lo scenario è complesso, non riesce a stargli dietro nemmeno lui. Veltroni è prudentissimo e non raccoglie le provocazioni di Berlusconi, così sono rimasti Mastella e Casini ad attaccarlo. L’ho detto, è surreale».

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Mastella è il sogno di qualsiasi autore satirico.
«Uno straordinario pezzo comico, quel suo “Mi dimetto per amore”. Ma anche Casini ultimamente ci dà tante soddisfazioni».
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Lei in passato nell’imitare Veltroni è stato perfido.
«Perfido? Non direi, anzi mi rimprovero di essere troppo soft».

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Ma se gli faceva dire «A Zigo Zago c’era un mago con la faccia blu. E io questo mago lo vorrei alleato!»
«Beh, Veltroni è così, lo sappiamo. Ma è stato finalmente capace di scollare la sinistra italiana dal suo immobilismo, è l’unica personalità in grado di inventare qualcosa di nuovo».

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Perché ha buttato fuori De Mita?
«Povero De Mita, quasi mi fa tenerezza! Ho detto quasi, eh? L’uomo lo conosciamo, i suoi capricci sono divertenti, soprattutto è fantastico sentirlo ancora parlare in modo cauto, barocco, democristiano. È la politica di una volta, adesso quel linguaggio è morto, al posto abbiamo Calderoli che insulta i terroni».

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Abbiamo i politici che ci meritiamo? Lei scrive nel Libro di Kipli: «Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori».
«E’ che a volte non resta che ridere, davvero. L’umorismo è il solo modo per affrontare argomenti seri senza pregiudizi».

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Qual è la cosa più nuova di questa campagna elettorale?
«L’effetto Grillo: non so immaginare su chi si abbatterà, ma la gente è sempre più infuriata contro la casta».

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E la cosa più vecchia?
«La caccia all’elettorato di centro. Ma chi sarà mai ‘sto elettorato di centro, io se fossi il Papa gli direi ai cattolici non ci venite proprio in piazza San Pietro, fate piuttosto qualche opera buona, che so andate a raccogliere qualche sacchetto di rifiuti a Napoli..:»
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Già, Napoli. Che mi dice di Bassolino?
«Dico che – fatte salve le responsabilità individuali – è una cosa tipicamente italiana, trovare un capro espiatorio. E poi lavarsene le mani. Beh, in questo caso letteralmente».

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E la caccia alle candidate donne che si è scatenata? Prima Berlusconi con la Brambilla, poi Veltroni con la Madìa…
«La politica è da sempre ferocemente maschile e maschilista e usa le donne solo come immagine. Io se fossi una donna mi sentirei offesa da tutto il repertorio di frasi fatte “le donne hanno una marcia in più… sono empatiche…” e, sottointeso, “state a casa che ci pensiamo noi”. Trovo sessista qualsiasi trattamento differenziato: siamo persone . E ci sono esponenti politiche donne ottime, penso a Emma Bonino. Ma anche a Rosi Bindi».

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E la Santanché che dice che Veltroni non le piace «né come politico né come uomo»?
«Beh, è il massimo, giudicare il candidato premier dal profumo. Sa piuttosto qual è il problema?».
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Qual è?
«Che purtroppo ormai ai politici la satira non fa più male, hanno inglobato la loro parodia, sono andati oltre. Anche la satira ha bisogno di essere cambiata, per questo non faccio più imitazioni ma uso personaggi che mi sevono come commentatori».

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Allora l’ultima domanda la facciamo a Pizzarro. Padre, lei crede che i valori…
«Ma lascia perdere il credere… credo credo. Noi stamo a lavorà! Questo è lavoro! I valori? Ma che sei matta, me fai spaventà… stamo ar Medioevo proprio».

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Lavori forzati: anche la Polizia ride di Fini

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Gianfranco Fini manifestazione Cdl moto 220x Ansa

Lavoro coatto per i carcerati. L’ultima proposta del leader di An Gianfranco Fini fa discutere. Anche chi il carcere lo conosce bene. Ad attaccare la sua idea di infliggere ai detenuti «una pena di un certo numero di ore o giorni di lavoro fino a quando non si è pagato il debito con lo Stato» non sono solo i Radicali, il Prc e il disobbediente Luca Casarini, che domenica hanno ironizzato sulla proposta, ma persino gli agenti di polizia penitenziaria.

Il giorno dopo la sparata del leader del centrodestra, l’Osapp, il sindacato della polizia penitenziaria, il secondo per numero di iscritti, si dice «sbalordito». Partendo dal presupposto «che la pena deve tendere alla riabilitazione», spiegano dal sindacato, e che in questo senso il lavoro potrebbe anche essere un utile strumento, nella proposta di Fini «sembra che manchino proprio quelle finalità cui deve tendere la pena, e ci sbalordisce il modo con cui sono ventilate certe logiche di riscatto che soverchiano i principi democratici, e di considerazione dell’uomo, su cui si basa la Costituzione italiana».

A far inorridire gli agenti di polizia penitenziaria, spiega il segretario dell’Osapp Beneduci, è «il messaggio di chi considera il delinquente ancora come scarto della società, costretto a lavorare “tanti giorni e tante ore quanti ne servono a pagare il debito con lo Stato”». Ma al di là della proposta, il sindacato non ci sta a sentire Fini parlare di «rispetto delle forze dell’ordine», perché «neppure la destra, per l’affanno delle uscite elettorali sorprendenti, è in grado, oggi, di porsi su posizioni nuove e coraggiose».

L’affondo prosegue su un tasto dolente, quello della legge sull’immigrazione voluta da Bossi e Fini: se proprio, conclude Beneduci, la destra «vuole avere il rispetto dei 42.000 agenti del corpo che l’Osapp rappresenta, inizi il presidente Fini ad interrogarsi sugli effetti che hanno causato i provvedimenti che portano anche il suo nome, e forse – conclude – solo in quel caso, potremo indirizzare il dibattito sulle gravi questioni che tormentano il nostro sistema».

Pubblicato il: 03.03.08
Modificato il: 03.03.08 alle ore 17.56

Aborto, 50mila firme per appello Liberadonna in difesa della 194. Il sostegno della Turco

Una manifestazione in difesa della 194

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ROMA (3 marzo) – «Care e splendide amiche, vi sono grata per il vostro sostegno alla 194, per le proposte che avete formulato e per i pensieri capaci di futuro che avete espresso». Con queste parole il ministro della Salute, Livia Turco, è scesa in campo a sostegno della lettera-appello lanciata da 13 donne attraverso la rivista Micromega in difesa della 194 e dell’autodeterminazione della donna. La lettera, a cui si può aderire sul sito www.firmiamo.it/liberadonna, è indirizzata a Walter Veltroni, Fausto Bertinotti e tutti i dirigenti del centrosinistra.

«Malgrado il totale silenzio dei mezzi di comunicazione – si legge in una nota di Liberadonna – la lettera aperta di Simona Argentieri, Natalia Aspesi, Adriana Cavarero, Cristina Comencini, Isabella Ferrari, Sabina Guzzanti, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Dacia Maraini, Valeria Parrella, Lidia Ravera, Rossana Rossanda, Elisabetta Visalberghi, sabato scorso ha raggiunto le 50 mila firme, e continua a raccogliere adesioni a un ritmo incredibile. Visto questo straordinario successo lanciamo adesso un obiettivo che all’inizio sembrava impossibile: raggiungere le centomila firme».

Nell’appello, dopo aver definito «oscena la proposta di moratoria sull’aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre», le 13 firmatarie affermano: «Se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l’obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva RU486, perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l’accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie».

Nell’appello si chiede in particolare
che i reparti di ginecologia non arruolino più medici obiettori e che qualsiasi contratto di lavoro, in questi luoghi, vincoli il medico a prestare la sua opera in tutti icasi in cui la salute delle donne è messa a rischio.

Bonino: 194 è moratoria su aborto clandestino.
La discussione che si sta infiammando in Italia sull’aborto e sulla legge 194 «non è una priorità del Paese» secondo il ministro Emma Bonino. Anzi, «la legge 194 ha fatto una moratoria sull’aborto, sconfiggendo quello clandestino». Adesso l’importante, aggiunge Bonino, è non fermarsi a una «battaglia di retroguardia» come quella sull’aborto, ma piuttosto impegnarsi per garantire «i nuovi diritti come la libertà di ricerca».

«Se non l’avessimo fatto da soli con l’associazione Luca Coscioni – ha osservato – non ci ritroveremmo a combattere una battaglia di retroguardia inutile in cui veniamo dipinte a metà fra assassine e screanzate a cui qualcuno deve sempre insegnare la responsabilità. Mi umilia questo stereotipo». Il ministro ha aggiunto di sentirsi «un po’ come nel ’74 e nel ’75. Non ci siamo accorti di un’ondata reazionario clericale che si stava per abbattere sul Paese e ci siamo svegliati un giorno a constatare che qualcuno cercava di mettere in discussione la 194. Ma la miglior difesa è l’attacco» e dunque è importante adesso, secondo Bonino, impegnarsi sulla legge 40 e per garantire la libertà di ricerca e di cura.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=19972&sez=HOME_INITALIA

Allevato tra gli uccelli, non parla: cinguetta

L’incredibile storia di un bambino russo di 7 anni: la madre non gli parlava ma lo circondava di volatili

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KIROVSKIY (Russia) – Cinguetta ma non parla. Perché il piccolo appartamento dove viveva fino a poco tempo fa era affollato da uccellini: è così che ha imparato ad imitare i loro suoni. Si tratta di un bambino russo di sette anni, che abitava a Kirovskiy (Volgograd) insieme alla madre trentunenne, prodiga di attenzioni verso i piccoli volatili, ma che non parlava con il figlio. Con tutte quelle gabbie stipate in casa il ragazzino ha cominciato a esprimersi per cinguettii, a volte accompagnati dal movimento delle braccia, come a mimare lo sbattere delle ali.

IN ISTITUTO – La madre si limitava a dargli da mangiare e ora «quando gli parli cinguetta», ha spiegato al quotidiano Pravda l’assistente sociale Galina Volskaya. Dopo la scoperta del fatto, avvenuta una decina di giorni fa, ora il bambino si trova in istituto in attesa di essere trasferito in un centro di cura, con il beneplacito della madre che ha rinunciato alla tutela del figlio.

La copertina del «Libro della giungla» di Kipling, con i personaggi del film Disney ricavato dalla storia

I PRECEDENTI – È un caso da «sindrome di Mowgli» – scrivono i giornali – dal nome del protagonista del romanzo di Rudyard Kipling «Il libro della giungla», in cui il ragazzino viene «adottato» da una lupa. E non è l’unico, considerando che solo negli ultimi due mesi se ne sono registrati altri cinque, secondo Pravda. Nel 2006 poi, sempre in Russia, si è scoperto un ragazzino che viveva per strada al seguito di alcuni cani e gatti randagi, mentre a gennaio dell’anno scorso è stata ritrovata Rochom P’ngieng, una ragazza cambogiana di 27 anni che viveva nuda nella giungla a stretto contatto con gli animali, incapace di comunicare nella propria lingua. Un poliziotto del luogo ha riconosciuto in lei la figlia scomparsa diciotto anni prima.

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Francesca Belotti
03 marzo 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_03/bambino_russo_che_cinguetta_sindrome_mowgli_abfb352c-e90c-11dc-9255-0003ba99c667.shtml

Molfetta, strage in una cisterna: Quattro operai morti intossicati

ULTIM’ORA

Uno dei lavoratori si è calato ed è stato fulminato dalle esalazioni
I suoi compagni sono scesi per aiutarlo ed hanno perso la vita

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<B>Molfetta, strage in una cisterna</B><br><B>Quattro operai morti intossicati</B>
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MOLFETTA – Quattro operai sono morti in un incidente mentre stavano lavorando alla manutenzione di un’autocisterna adibita al trasporto di zolfo in polvere nella zona industriale di Molfetta. Un quinto operaio, soccorso, è in gravi condizioni: è in una situazione di gasping, respirazione terminale, ed è stato ricoverato nell’ospedale. C’è anche un sesto intossicato, in condizioni meno gravi perchè non si sarebbe calato nell’autocisterna. Attualmente è ricoverato nell’ospedale di Bisceglie. Tra le vittime si sarebbero il titolare dell’azienda e l’autista dell’autocisterna.


L’incidente è avvenuto nel pomeriggio
all’interno dell’azienda Truck Center che si occupa di parcheggi, attrezzature e impianti. Dalle prime notizie sembra che il primo operaio si sia calato nell’autocisterna e si sia sentito male. Per soccorrerlo i suoi compagni si sono calati ma sono rimasti intossicati anche loro.

Prosegue così la catena della morti bianche. Dalla tragedia della Thyssen a oggi, si è registrato un lutto al giorno. A testimonianza che il problema della sicurezza sul lavoro è tutt’altro che risolto.

(3 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro/molfetta-cisterna/molfetta-cisterna.html

Ennesima tragedia sul lavoro, Cgil Cisl e Uil pressano il governo
“Strage vergognosa, serve grande iniziativa di riforma sulla sicurezza”

Napolitano: ‘Tragica catena di morte’
Prodi: ‘Norme in tempi rapidissimi’

Bertinotti: “L’esecutivo si riunisca domani”. Marini: “Debellare la piaga”
Damiano: “Le condizioni per una convocazione del Cdm in tempi stretti ci sono”

'Tragica catena di morte'<br>Prodi: 'Norme in tempi rapidissimi'</B>Guglielmo Epifani.

ROMA – “Una tragica catena di morte”: così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’ennesimo dramma sul lavoro, la morte di quattro persone a Molfetta, in provincia di Bari, a pochi giorni da quella di Fabrizio Cannonero a Genova e a tre mesi dalla strage della ThyssenKrupp. Compatti i sindacati: fermare la “carneficina” con l’approvazione del decreto attuativo del testo per la sicurezza sul lavoro. La sinistra radicale pressa il governo. Fausto Bertinotti: “L’esecutivo si riunisca domani”.

Romano Prodi annuncia che “proprio in questi giorni sono stati messi a punto ulteriori provvedimenti, che saranno sottoposti nelle prossime ore alla parti sociali. Il governo – continua il presidente del Consiglio – sarà in grado di completare in tempi rapidissimi il quadro normativo”. Sul luogo della tragedia il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: “Politica inefficace nell’affrontare il tema”.

Il capo dello Stato auspica “che le parti sociali possano confluire sul testo del decreto da attuare sulla base della recente legge sulla sicurezza e sul lavoro”. La nuova norma, secondo Napolitano, “sarebbe uno stimolo per procedere a garantire migliori condizioni di lavoro e per salvaguardare la vita di chi lavora in condizioni difficili e con retribuzioni non esaltanti”. Da Ancona, dove ha visitato i cantieri navali Crn, il presdiente della Repubblica ha auspicato maggiori ispezioni che “garantiscono la sicurezza dei lavoratori e favoriscono l’emersione del lavoro nero”.

Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ricorda che “in queste ore con Cisl e Uil stiamo sollecitando l’approvazione del decreto, non è possibile attendere oltre”. “Basta con le lacrime di coccodrillo dei governanti”, intima il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che chiede “una grande iniziativa di riforma sulla sicurezza”.

Di fronte a uno “stillicidio inaccettabile – commenta il presidente del Senato, Franco Marini – tutte le istituzioni e le forze sociali, nonostante la fase elettorale, devono proseguire con determinazione nell’impegno comune per attuare le azioni necessarie a debellare definitivamente questa piaga”. Le condizioni per una convocazione in tempi stretti del Consiglio dei ministri ci sono. Ne è convinto il ministro del Lavoro Cesare Damiano: “Da sole le buone leggi non bastano. Serve una diffusa e incisiva presa di coscienza collettiva che cammini su leggi e regole condivise e applicate”.

Walter Veltroni sollecita a varare subito i decreti, “esistono leggi che vanno applicate con costanza e severità. Anche a Parlamento sciolto si possono adottare i provvedimenti necessari”. Silvio Berlusconi è convinto “che tutte le forze politiche, raccogliendo l’appello del presidente della Repubblica, abbiano il dovere di trovare soluzioni comuni per fermare questa dolorosa spirale”.

Unanime la reazione della sinistra radicale. Tre i punti d’urgenza per Fausto Bertinotti: “Il governo si riunisca domani per approvare i decreti attuativi della legge; il servizio pubblico trasmetta in prima serata il film Morire di lavoro; si avvii una discussione politica e programmatica sulla condizione nei posti di lavoro”, dice il presidente della Camera e leader della Sinistra Arcobaleno durante la registrazione di Porta a porta.

“Cosa si aspetta per varare i decreti attuativi della legge? Cos’altro deve succedere perché il governo si riunisca in seduta straordinaria?” si chiede il leader di Prc, Franco Giordano. Un Consiglio dei ministri urgente, aggiunge il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, “perché Prodi chiuda questa legislatura con una manovra a favore dei lavoratori”. “Cordoglio”, “rabbia”, l’appello ad “agire subito” anche dal leader dei Verdi e ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, che ribadisce l’urgenza di “una prima misura per interrompere questa strage”.

(3 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro/molfetta-reazioni/molfetta-reazioni.html

Sbarcate alla Spezia trenta tonnellate di acciaio radioattivo

Grandi quantità di acciaio inossidabile radioattivo, contaminato da Cobalto 60, sono state importate dalla Cina: scaricate nel porto della Spezia, sono state lavorate in fonderie italiane e rivendute, e ora sequestrate dai Carabinieri del Nucleo di tutela dell’ Ambiente, dopo indagini dirette dalla Procura di Parma.

Sono 30 le tonnellate di acciaio inox radioattivo sequestrate in varie province: Brindisi, Campobasso, Treviso, Milano, Lucca, Frosinone, Latina, Mantova e Parma. Il materiale, con altre 350 tonnellate inerti, era arrivato in maggio nel porto mercantile della Spezia, proveniente dal più grande impianto siderurgico al mondo, di proprietà della società cinese Tysco, e destinato a importanti società italiane che lo hanno lavorato e messo in commercio. Il nome delle fonderie italiane che lo hanno trattato non è stato reso noto. Trattandosi di materiale semilavorato e non di rottame metallico destinato agli altiforni, la legge non prevede che sia sottoposto a preventivi controlli radiometrici prima di essere sdoganato. Successive verifiche sugli scarti di lavorazione, hanno permesso di scoprire la contaminazione da Cobalto 60 dei laminati destinati alle diverse produzioni industriali (camini, serbatoi, pulegge, tramogge, cappe e ciminiere).

La contaminazione, secondo gli investigatori, è probabilmente dovuta alla accidentale fusione durante il ciclo di lavoro di una sorgente radioattiva `orfana´ , cioè sfuggita al controllo delle autorità. L’Italia è il secondo Paese in Europa, dopo la Germania, per lavorazione di rottami metallici importati. La presenza di sorgenti radioattive `orfane´ (frequenti in Oriente e anche in Est Europa) nei carichi di rottami metallici destinati alle fonderie rappresenta – secondo gli investigatori – un aspetto particolarmente importante nel quadro della protezione ambientale dato che esse sono destinate a contaminare il prodotto finito e a venire in contatto con gli utilizzatori finali. Parte del materiale, dopo essere stato lavorato, è stato di nuovo esportato e si troverebbe ora in Croazia, Turchia, Egitto, Polonia e Kazakhstan. L’Interpol è stata allertata.

Date le caratteristiche e la destinazione del materiale, il carabinieri escludono «in modo assoluto che esso sia stato impiegato nella realizzazione di oggetti destinati all’uso domestico (pentole, posate, reti di letti, lavabi) o di largo impiego come auto o elettrodomestici. Il pronto recupero dell’ acciaio radioattivo, sia questo commercializzato che quello ancora in giacenza consentono di escludere ipotesi di danni per la salute dei lavoratori, della popolazione e dell’ambiente». In un’azienda di Parma i Carabinieri hanno sequestrato circa 3 tonnellate dell’ acciaio radioattivo cinese. Nella città emiliana hanno avuto l’impulso decisivo le indagini su scala nazionale, di cui è titolare il sostituto procuratore parmigiano Silvia Isidori. L’indagine sarebbe partita circa un mese e mezzo fa quando, a seguito di controlli mirati, i carabinieri del Noe e i colleghi della Sezione inquinamento hanno `isolato´ 2-3.000 chilogrammi di acciaio contaminato in un’azienda dell’immediata periferia parmigiana. Acciaio in rotoli, a quanto si è appreso, non ancora lavorato dai dipendenti dell’ azienda. Sembra che la partita posta sotto sequestro fosse la prima proveniente dalla commessa affidata, da poco tempo, alla società cinese Tysco, con la quale l’azienda parmigiana non aveva ancora avuto rapporti commerciali.

01 marzo 2008

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/la_spezia/view.php?DIR=/la_spezia/documenti/2008/03/01/&CODE=09b38f5e-e771-11dc-9f3f-0003badbebe4

APPROFONDIMENTI

Cos’è la radioattività?

Il sito unico nazionale per la raccolta delle scorie nucleari ,
la Sogin, i Personaggi, le Norme, il business dei rifiuti radioattivi,
le situazioni ambigue di una vicenda attorno cui girano Miliardi di Euro