Archivio | marzo 4, 2008

L’«ultima strega» si appella alla Scozia

 

Era stata condannata per stregoneria dopo aver svelato un segreto di guerra

L’«ultima strega» si appella alla Scozia

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Londra, i parenti di Helen Duncan chiedono al Parlamento di Edimburgo di riabilitare la donna

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LONDRA (Regno Unito) — Questa è una storia di stregoneria che coinvolge Re Giorgio VI, Sir Winston Churchill e… James Bond. Ma è vera. Scritta nei verbali di un processo tenuto nel 1944 all’Old Bailey, il famoso tribunale criminale di Londra.

LA NAVE AFFONDATA – Il caso comincia in una mattinata del novembre 1941 nel Mediterraneo. La corazzata HMS Barham, veterana della battaglia di Capo Matapan, è impegnata nella caccia a un convoglio di rifornimenti italiani diretti al fronte libico. Emette una cortina fumogena, ma un U-Boot tedesco lancia in rapida successione tre siluri: la nave inglese è colpita mortalmente, esplode, 861 marinai di Sua Maestà muoiono. Un duro colpo per la Mediterranean Fleet. Ma i ricognitori italiani e tedeschi, disorientati dal fumo, non riportano al comando la notizia dell’affondamento.

LA VEGGENTE – L’Ammiragliato, a Londra, decide di giocare la carta del segreto, per non dare al nemico un’informazione utile sull’indebolimento della flotta e per non demoralizzare ulteriormente il fronte interno, già provato dalla ferocia dei bombardamenti su Londra e dai rovesci dei primi mesi di guerra. Però a casa, alla base di Portsmouth, la madre di un marinaio disperso, in preda all’ansia per la mancanza di notizie, si rivolge alla signora Helen Duncan, una veggente famosa ai tempi, che a quanto pare era stata consultata nel passato anche dal re e dal primo ministro Churchill. La Duncan era una “medium materializzatrice”, la sua tecnica la portava in trance e le permetteva di produrre un ectoplasma attraverso il quale lo spirito del defunto recuperava fattezze terrestri per comunicare con i viventi. Così il marinaio seppellito in fondo al Mediterraneo «parlò» e svelò il segreto della sua morte. Per il dolore della madre e la frustrazione dell’Ammiragliato.

L’ARRESTO – A quel punto il secret service della Royal Navy cominciò a interessarsi alla Duncan. La seguì nelle sue sedute attraverso il Regno Unito, temendo che potesse svelare altri segreti, che potesse essere magari un’agente al servizio dei tedeschi. Finchè nel marzo del 1944, quando il comando anglo-americano era impegnato nella fase finale della preparazione dello sbarco in Normandia, il controspionaggio decise di agire. Infiltrò uno dei suoi uomini in una seduta spiritica e arrestò la veggente. Tra gli ufficiali che seguirono il caso c’era il comandante Ian Fleming, assistente personale del capo dell’intelligence della Marina, che dopo la guerra diventò famoso per i romanzi di James Bond.

IL PROCESSO – Helen Duncan fu arrestata e mandata sotto processo. Ma il giudice non trovava un capo d’imputazione valido. La realtà era che il quartier generale alleato era in preda alla paranoia, nel timore che qualche dettaglio sul D-Day potesse in qualche modo essere svelato. Così fu rispolverato il Witchcraft Act del 1735: la legge sulla stregoneria. La Duncan fu condannata a nove mesi di carcere per magia nera. Winston Churchill, uomo pratico, scrisse al ministro dell’Interno contestando «l’assurdità dell’imputazione» e lo spreco di fondi pubblici per un processo dalle motivazioni così poco credibili. Secondo alcune testimonianze andò anche a visitare la medium in cella (ma questa tesi è contestata). Sta di fatto che Churchill nel 1951 fece abolire la legge sulla stregoneria e fece passare al suo posto il Fraudulent Mediums Act.

LA RIABILITAZIONE – Fu in base a questa nuova legge sui medium imbroglioni che la Duncan fu nuovamente arrestata brevemente nel 1956. Morì pochi mesi dopo. Da allora molti tentativi sono stati fatti per riabilitare la sua memoria. C’è stata una petizione a Downing Street l’anno scorso. Ora la nipote della signora si è rivolta anche al parlamento di Edimburgo, perchè la nonna era di origine scozzese: la settimana scorsa una nuova istanza è stata presentata. La storia, continua ad appassionare la stampa britannica: articoli sul caso Duncan si trovano negli archivi dei principali giornali, dal Guardian al Daily Telegraph. C’è anche un sito ufficiale della campagna per la riabilitazione: www.helenduncan.org.uk/. E gli storici del diritto fanno notare un’ultima stranezza: in realtà il Witchcraft Act del 1735 era stato concepito per sradicare la leggenda dell’esistenza delle streghe, che aveva portato al rogo migliaia di donne. Lo scopo della legge era di processare chi pretendeva di essere strega o maga. Comunque Helen Duncan è passata alla storia come «l’ultima donna ad essere condannata per stregoneria».

Guido Santevecchi
04 marzo 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_04/ultima_strega_gran_bretagna_9de015a2-e9ed-11dc-b9a0-0003ba99c667.shtml

Liste Pd, Bonino: «Patti non rispettati» E Veltroni: «I nove eletti radicali ci sono»

Il candidato premier da Vespa: «In caso di pareggio prima le riforme e poi il voto»

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Emma Bonino (Newpress)

ROMA – Larghe intese per le riforme e poi di nuovo il voto. Se il 13 e 14 aprile gli elettori dovessero decretare un pareggio tra Pd e Pdl, secondo Walter Veltroni la strada da intraprendere dovrebbe essere quella delle riforme. «Io penso di vincere e che gli italiani sanno che questa volta è l’occasione nella quale votando un partito si garantisce governabilità. Ma se non sarà, si dovranno fare le riforme e poi tornare al voto» ha detto il numero uno del Pd parlando a “Porta a Porta”.

RADICALI ALL’ATTACCO – Le dichiarazioni del leader del Pd arrivano mentre un polverone rischia di offuscare il clima all’interno del Partito democratico. All’indomani della chiusura delle liste infatti (in anticipo rispetto al Pdl, cosa che ha fatto esultare il candidato premier Walter Veltroni) dai Radicali, e in particolare da Emma Bonino, arriva un durissimo attacco sulle candidature. «Ieri sera era stata data, scritta a mano, la lista dei candidati radicali ed emerge chiaramente che la proposta da loro fatta dei nove eletti non è mantenuta». Lo ha detto il ministro per le Politiche Comunitarie, la radicale Emma Bonino, nel filo diretto di lunedì mattina a Radio Radicale riguardo alle liste dei candidati rese note ieri dal Partito Democratico. La Bonino ha sottolineato che non è una questione di trattativa, ma «la certezza che siamo eletti tutti noi non c’è». «Chiediamo e vogliamo la certezza che il Pd sia coerente con la proposta che ci ha fatto» ha osservato il ministro radicale. Poi la stoccata sugli alleati: «Ad oggi risultano inaffidabili rispetto alle proposte che ci hanno fatto. Questa è la situazione. Non è questione di trattative chiediamo che si facciano solo carico del rispetto della proposta da loro fatta». Poi «noi valuteremo» ha aggiunto la Bonino. Ma «non si tratta di un negoziato» ha concluso Bonino, piuttosto «di avere la capacità di tener fede ad una proposta. A loro sta garantire l’applicabilità di questa proposta».

«NON SONO UN OGGETTO» – Riguardo alla sua personale candidatura la Bonino ha anche avvertito: «Non intendo candidarmi in Piemonte perchè non sono un soprammobile, da loro sbrecciato, che si può prendere e spostare dove vogliono. Non sono un oggetto che può essere usato o spostato. Stando così le cose – ha aggiunto – non sono nemmeno convinta che valga la pena di essere candidata da qualche parte».

LA REPLICA DI VELTRONI – La replica di Veltroni non si fa attendere: «I nove eletti radicali ci sono, ci sono» ha detto il candidato premier del Pd rispondendo a Bruno Vespa che gli ha “girato” in tempo reale le perplessità avanzate da Emma Bonino proprio mentre il leader Pd stava registrando “Porta a porta”. Veltroni ha anche aggiunto: «Non ho letto le agenzie, non so, staranno approfondendo quelli che se ne stanno occupando».

«BERLUSCONI NON È UN UOMO DI STATO» – Ospite di Bruno Vespa, il leader del Pd ha ricordato che sulla modifica della legge elettorale si era «ad un passo dal poterla realizzare». E in proposito ha aggiunto: «Berlusconi non vuole far dimenticare Prodi? È qui che si vede la differenza tra un uomo politico ed un uomo di Stato e cioè cosa conta di più se gli interessi del Paese o i propri» ha detto Veltroni. Il segretario del Pd è anche tornato sulla questione rifiuti a Napoli e sulla vicenda Bassolino. «Il mio giudizio l’ho già espresso e ho già detto che serve una fase nuova e di discontinuità. Ha ragione Bassolino nel dire che ora, nel mezzo della crisi, non può lasciare» afferma il segretario del Pd. «Finita l’emergenza, però – ribadisce Veltroni – serve un segno di discontinuità profondo, che deve essere sottoposto al giudizio degli elettori. Mi aspetto dalla coscienza di Bassolino, che è una persona responsabile, che, finita l’emergenza, si apra una fase nuova». Berlusconi, dal canto suo, ha respinto al mittente le accuse di non essere un uomo di Stato rivoltegli dal leader del Pd. «Sono affermazioni ineleganti e lontanissime dalla realtà» ha detto il Cavaliere.

04 marzo 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_marzo_04/bonino_pd_strappo_e044f9e6-e9d2-11dc-b9a0-0003ba99c667.shtml

Betancourt, massima tensione fra Colombia e Venezuela

 colombia ingrid betancourt

Ingrid Betancourt
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Tensione al calor bianco tra Venezuela e Colombia sul caso Farc- Betancourt. Accuse reciproche fra i presidenti Uribe e Chavez hanno portato addirittura alla chiusura delle frontiere fra i due paesi. Il Venezuela ha accusato la Bolivia di voler sabotare la liberazione della parlamentare franco-colombiana ostaggio da 6 anni dei guerriglieri delle Farc. Per tutta risposta la Bolivia ha accusato Chavez e il suo governo di finanziare le Farc.

Le autorità venezuelane hanno annunciato la decisione di chiudere la frontiera tra Colombia e Venezuela. Lo ha annunciato il ministro venezuelano dell’agricoltura Elias Jaua. «Abbiamo adottato qualche misura, come la chiusura della frontiera», ha annunciato il ministro venezuelano dell’Agricoltura, Elias Jaua, ai microfoni dell’emittente tv colombiana Caracol, intervistato sulla grave crisi diplomatica scoppiata tra Colombia, Ecuador e Venezuela.

Il governo venezuelano ha già deciso di espellere dal Paese l’Ambasciatore e il personale diplomatico colombiano, in seguito all’incursione militare colombiana in territorio ecuadoriano costata la vita sabato a un alto dirigente delle milizie ribelli della Farc, Raul Reyes. Il clamoroso annuncio alla stampa è stato fatto all’uscita di una visita da lui fatta alla ex parlamentare colombiana Gloria Polanco, liberata giorni fa dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Per tutta risposta il presidente colombiano Alvaro Uribe, rompendo un silenzio che si era imposto da tre giorni, il presidente colombiano Uribe ha annunciato che «il governo colombiano denuncerà (il presidente venezuelano) Hugo Chavez per finanziamento di genocidi davanti alla Corte penale internazionale (Cpi)». «Oggi – ha aggiunto – il nostro ambasciatore alle Nazioni Unite Camilo Ospina annuncerà che la Colombia si propone di denunciare davanti alla Cpi Hugo Chavez, presidente del Venezuela, per patrocinio e finanziamento di genocidi».

Intanto Fabrice Delloye, ex marito di Ingrid Betancourt, la franco-colombiana ostaggio delle Farc dal 2002, ha definito il comportamento del presidente colombiano Alvaro Uribe «assolutamente ignobile» perchè «danneggia continuamente» ogni tentativo di liberazione degli ostaggi.

Secondo il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, l’attacco di sabato scorso contro il numero due delle Farc, Raul Reyen, avrebbe infatti compromesso la liberazione della Betancourt e di una decina di altri ostaggi le cui «trattative erano ad uno stato abbastanza avanzato».

«Sono inorridito dal comportamento del presidente Uribe», ha detto Delloye, per il quale «è assolutamente schifoso, assolutamente ignobile, assolutamente spaventoso quello che fa perchè se continua avrà sulla coscienza la morte di Ingrid e quella di altri ostaggi».

Pubblicato il: 04.03.08
Modificato il:
04.03.08 alle ore 16.17

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73456

Per Rafael Correa la Bogotà e gli Usa per la seconda volta avrebbero
impedito l’operazione che doveva portare al rilascio degli ostaggi in mano alle Farc

Ecuador e Chavez anti-Colombia
“Uribe non vuole Betancourt libera”

Il Venezuela decide la chiusura delle frontiere
e Bush chiama il n.1 ecuadoregno: Sono con te”

di OMERO CIAI

Chavez (Venezuela), Uribe (Colombia) e Correa (Ecuador) in un’immagine dello scorso ottobre, quando i rapporti erano normali

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SE è vero quello che racconta il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, sarebbe almeno la seconda volta che Colombia e Stati Uniti mandano all’aria una possibile liberazione di Ingrid Betancourt. Così mentre la crisi si aggrava (l’Ecuador ha rotto le relazioni diplomatiche con la Colombia e Caracas, dopo aver spedito dieci battaglioni alla frontiera, ha espulso l’ambasciatore di Bogotà) il sospetto che dietro l’operazione contro Raul Reyes ci fosse una strategia più complessa, cresce. E la situazione diventa sempre più tesa al punto che il presidente colombiano Alvaro Uribe ha annunciato che denuncerà il presidente venezuelano Hugo Chavez davanti alla Corte penale internazionale per appoggio al terrorismo. Per tutta risposta il Venezuela ha chiuso i valichi di frontiera con la Colombia. Un tutti contro tutti che rende la situazione di quella parte dell’America Latina delicatissima. In più il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha chiamato – informa un comunicato della Casa Bianca – il collega colombiano, Alvaro Uribe, e gli ha espresso il sostegno degli Usa per la sua “forte leadership” nella lotta contro i guerriglieri marxisti delle Farc

Correa, che accusa il presidente colombiano
Uribe di essere “sleale” e “bugiardo”, sostiene che grazie ad una triangolazione fra Quito, Caracas e Parigi, era stato raggiunto un accordo con le Farc – precisamente con Reyes, il portavoce della guerriglia rifugiato in Ecuador e ucciso sabato scorso – che avrebbe in tempi brevi portato al rilascio di 12 sequestrati, compresa la Betancourt. Ma l’incursione colombiana avrebbe compromesso l’operazione. Correa aggiunge, puntando il dito contro Uribe e Bush, che “non si può a priori escludere un legame tra l’attacco per uccidere Reyes e la fase ormai molto avanzata alla quale erano giunti i negoziati per liberare Ingrid”. Dunque un “sabotaggio”, come ha sostenuto nell’intervista a Repubblica Fabrice Delloye, l’ex marito francese della Betancourt. Ma il governo colombiano si difende e sottolinea la pericolosità dei guerriglieri: “Le Farc stavano cercando di acquisire materiale radioattivo per fabbricare una bomba sporca”.

La ricostruzione di Correa – alla quale bisogna aggiungere che l’esercito colombiano ha individuato l’accampamento di Raul Reyes grazie ai satelliti spia americani – è in parte corroborata dai documenti rinvenuti nei computer portatili del portavoce delle Farc.

Insieme alle prove di un cospicuo finanziamento (200 milioni di euro) di Chavez ai ribelli colombiani c’è una lettera al Secretariado (il massimo organo della guerriglia composto da sette comandanti militari), nella quale Reyes sosteneva che la pressione internazionale a favore dell’ostaggio franco-colombiano era “un punto nero” nella strategia che, con l’appoggio di Chavez, doveva portare ad un riconoscimento delle Farc come “forza belligerante”, co-attore di una “guerra civile” e non più “gruppo di terroristi narcotrafficanti”, e difendeva questa sua proposta: la guerriglia avrebbe consegnato tutti gli ostaggi “politici” (una quarantina) al presidente del Venezuela e questo li avrebbe ospitati in due campi nel suo territorio finché non si fosse raggiunto con Bogotà un accordo per lo scambio umanitario tra i sequestrati delle Farc e 500 guerriglieri in prigione.

L’altro episodio nel quale saltò un accordo per la liberazione della Betancourt risale all’aprile del 2004. Grazie alle gestioni di De Villepin, ex professore ed ex fidanzato di Ingrid, allora ministro degli Esteri francese le Farc avrebbero accettato un accordo diretto con Parigi. I dettagli non sono mai stati resi pubblici ma si può sospettare che all’epoca i guerriglieri colombiani fossero disposti a consegnare l’ostaggio in cambio di molto denaro e forse anche di una partita di armi. Un aereo francese atterrò nell’aereoporto brasiliano di Manaus, in piena Amazzonia, e fingendo un guasto tecnico rimase in attesa delle coordinate terrestri per lo scambio. Ma l’operazione andò all’aria perché un satellite spia americano rivelò la strana presenza di quell’aereo militare in territorio brasiliano e costrinse Lula a chiedere spiegazioni a Parigi che, immediatamente, fece decollare il velivolo.

La certezza non c’è ma il sospetto è inevitabile:
anche l’uccisione di Reyes con un attacco militare in Ecuador poteva essere evitata e non era poi così “necessaria” se non ci si mette nei panni di Uribe, il presidente colombiano che ha davanti a sé almeno un paio di emergenze politico-militari. La prima è evitare che due presidenti di paesi confinanti (Ecuador e Venezuela) e simpatizzanti delle Farc destabilizzino, usando la crisi degli ostaggi, le sue frontiere. La seconda: avanzare nel più breve tempo possibile sul fronte militare contro le Farc perché, a novembre, con un ipotetico presidente democratico alla Casa Bianca, perderà l’appoggio americano nella sua guerra interna.

Ora però le Farc hanno solamente una via d’uscita per dimostrare che la loro “buona volontà” era vera e sincera: devono al più presto e senza condizioni, come chiede oggi dalla Francia il premier François Fillon, rilasciare almeno la Betancourt.

(4 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/betancourt-mediazioni/marted-/marted-.html

Molfetta, le vittime salgono a cinque: morto anche l’operaio ventenne

Si aggrava il bilancio della strage sul lavoro, provocata dalle esalazioni di una cisterna per lo zolfo. I dipendenti non indossavano protezioni

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Comune proclama lutto fino ai funerali. Prodi incontra i parenti delle vittime
Il pm apre l’inchiesta: l’ipotesi di reato è omicidio colposo plurimo

<B>Molfetta, le vittime salgono a cinque<br>morto anche l'operaio ventenne</B>Il luogo della strage

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BARI – Non ce l’ha fatta, la quinta persona di Molfetta rimasta intossicata sul lavoro, ieri, dalle esalazioni di zolfo fuoriuscite durante le operazioni di lavaggio di un’autocisterna. All’alba Michele Tasca, operaio, vent’anni, è morto. Il giovane era ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Monopoli (Bari) per le lesioni ai polmoni provocate dall’inalazione di gas da zolfo. E intanto, la Procura ha aperto un fascicolo: l’ipotesi di reato è omicidio colposo plurimo.

Le altre vittime della strage sono gli operai Guglielmo Mangano, 43 anni, e Luigi Farinola, 36 anni; il camionista Biagio Sciancalepore, 22 anni; e il titolare dell’azienda, Vincenzo Altomare, di 63 anni. Il Comune di Molfetta ha proclamato il lutto cittadino da oggi fino al giorno dei funerali dei cinque lavoratori del Truck Center.

Nel pomeriggio il presidente del Consiglio, Romano Prodi, si è recato a Molfetta dove ha incontrato i parenti delle vittime. Nel palazzo del Comune è stato accolto dal commissario straordinario, Antonella Bellomo, dal presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e dal vescovo Luigi Martella.

L’incidente è avvenuto ieri pomeriggio, intorno alle 15.30, presso la Truck Center, azienda specializzata nella manutenzione e nel lavaggio di grossi automezzi. Nel corso di quella che avrebbe dovuto essere un’operazione di routine, la pulitura di una cisterna vuota utilizzata per trasportare zolfo: lo ha confermato questa mattina anche il legale dell’azienda, l’avvocato Bepi Maralfa. Secondo il quale venivano rispettate tutte le norme di sicurezza previste.

Ieri, invece, la tragedia: Mangano viene risucchiato all’interno, gli altri, nell’inutile tentativo di salvarlo, perdono la vita. Vittime delle esalazioni velenose. Un solo sopravvissuto, Tasca, ricoverato in ospedale in gravissime condizioni. Ma questa mattina, anche lui non ce l’ha fatta.

Sulla strage, la Procura della Repubblica presso il tribunale di Trani – col pm Giuseppe Maralfa – ha aperto l’inchiesta (contro ignoti) per omicidio colposo plurimo. In attesa degli esiti, c’è da registrare il fatto che nessuna delle vittime indossava uno scafandro o una mascherina. E anche che era classificato come “prodotto altamente tossico” il contenuto della cisterna: la definizione è contenuta nella bolla di accompagnamento del quale era corredato il mezzo, e che è stata acquisita dagli inquirenti.

Proprio in queste ore i carabinieri stanno studiando a fondo normative e decreti sui lavaggi di cisterne, per capire se ci siano state violazioni delle procedure obbligatorie di sicurezza.

(4 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro/bilancio-aggravato/bilancio-aggravato.html

ASSO DI MONNEZZA


CENTRO MEDITERRANEO DELLE ARTI

in coproduzione con

 LEGAMBIENTE FESTAMBIENTE SUD – TEATRO DEI FILODRAMMATICI

 

presenta

 

ASSO DI MONNEZZA

i traffici illeciti di rifiuti

 

di e con Ulderico Pesce

 

 

Asso di Monnezza: i traffici illeciti di rifiuti in Italia, racconta i traffici illeciti dei rifiuti urbani e soprattutto di quelli industriali, che attanagliano l’Italia tanto da far dire che il vero asso nella manica è “quello di monnezza”, vale a dire che l’immondizia smaltita illegalmente offre una grande possibilità di arricchimento soprattutto alla malavita.

 

E’ la storia di Marietta e della sua famiglia. Marietta è nata nella periferia di Napoli, a Pianura. Il balcone della sua casa si affaccia su una discarica di “monnezza” dove da 40 anni sono state sversate tonnellate di rifiuti, tra i quali 1000 tonnellate di liquidi chimici pericolosissimi provenienti dall’Acna di Cencio. Nata in una famiglia poverissima il suo primo giocattolo l’ha trovato proprio in questa discarica: una bambolina spelacchiata che ancora conserva; ma la discarica e i suoi fumi tossici le ha portato via tutta la famiglia, i genitori e una sorella stroncati da tumori.

Rimasta sola Marietta si sposa con Nicola e va ad abitare in una masseria agricola a Giugliano, alle porte di Napoli, dove presto arriverà un’altra discarica: dove arriva Marietta arrivano le discariche.

Marietta è marchiata dalla “monnezza” pertanto la odia ma, dopo un viaggio fatto a casa della sorella Marisa, nel quartiere Colli Aniene di Roma, dove si fa la raccolta differenziata porta a porta, e dove i rifiuti vengono riciclati, cambia vita. Torna a Giugliano, che come sempre è sommersa dai rifiuti e cerca, invano, di convincere le autorità a praticare gli stessi metodi scoperti nel quartiere di Roma. Nulla potendo comincia a praticare la raccolta differenziata porta a porta in assoluta autonomia e grazie all’aiuto dei figli Antonio e Vincenzo.

Se Marietta e i figli raccolgono l’immondizia il marito Nicola e l’altro figlio Cristian la “nascondono”, nel senso che sono due malavitosi che smaltiscono, in cambio di molti quattrini, rifiuti industriali pericolosissimi provenienti dal Nord che loro gettano nel mare, nei fiumi, in discariche o direttamente sulla terra agricola.

Il conflitto tra Marietta e il marito Nicola diventa il conflitto tra due modi di concepire l’ambiente la legalità e la vita in genere.

 

 

Sabato 8 marzo ore 21.00

Domenica 9 marzo ore 17.30

Teatro Comunale di Formello –  J. P. Velly

Viale Regina Margherita, 6

Formello (Roma)

Info: 06 9088337

 

 

 

Organizzazione: PigrecoDelta

347 1218353 – 338 3833791

info@pigrecodelta.it

www.uldericopesce.com

 

 

 

I rifiuti in Lombardia

 

Nello stesso tempo lo spettacolo si sofferma sulle illegalità accertate in varie regioni d’Italia, onde evitare che si possa pensare che il traffico illecito dei rifiuti sia qualcosa che riguarda solo la Campania, in tal senso Pesce ironizza anche sulla “civile” Lombardia dove è finito in galera per traffici illeciti di rifiuti un vice comandante della Polizia provinciale, e dove sono state accertate, solo nella città di Milano, ben 193 discariche abusive tra le quali ben 4 nel solo Parco Agricolo Sud dove sono stati ritrovati fusti di rifiuti chimici, lastre di amianto, pneumatici ed altro. Fra le tante discariche disseminate su tutto il territorio regionale “menzione speciale” per quella di Cantello, in provincia di Varese, a pochi metri da un pozzo dell’acquedotto e quella nella Vadidentro, in provincia di Sondrio, dove sono state trovate addirittura ossa umane.

Ma in Lombardia anche gli impianti di smaltimento dei rifiuti gettano luci inquietanti visto che quelli di Melzo e di Segrate, in provincia di Milano, sono finiti sotto inchiesta perché sulla carta smaltivano tonnellate di rifiuti che viceversa venivano dirottati in un impianto nel cuore di Milano, in via Frigia, collocato nei pressi di una scuola elementare, che ha smaltito materiale non autorizzato quale rifiuti industriali, plastica ecc. Per questi traffici è stato indagato anche l’assessore regionale con delega ai rifiuti, l’indagine della Magistratura si chiama “gioco delle tre carte”.

Nello spettacolo si denuncia inoltre una gestione che i carabinieri definiscono “allegra” del termovalorizzatore dell’Accam s.p.a., alla periferia di Busto Arsizio in provincia di Matera, che ha permesso l’ingresso di rifiuti – in particolare prodotti alimentari scaduti, plastica mischiata a imballaggi e terre da spazzamento senza il previsto trattamento – che per tipologia  e codici impropri non sarebbero potuti entrare all’Accam.

 

 

I rifiuti di Roma nella discarica di Malagrotta

 

Ma il problema di una gestione all’acqua di rose dei rifiuti è esteso a tutta l’Italia, compresa la capitale che, se non avesse la grande discarica di Malagrotta, sarebbe sommersa dai rifiuti come Napoli visto che, anche a Roma, la raccolta differenziata ha una soglia molto bassa e non è mai nato un progetto serio di riduzione del rifiuto oltre che del riciclo. E’ solo da qualche mese che, in alcuni quartieri della città, è partita la raccolta differenziata porta a porta, come ai Colli Aniene, dove si arriva a raccogliere il 65% dei rifiuti.

In questa mancanza di organizzazione di Roma nella gestione dei rifiuti ha prosperato il signor Cerroni, proprietario della discarica di Malagrotta che, dalle giunte regionali di tutti i colori politici ha avuto autorizzazioni ad estendersi e a svilupparsi fino alla realizzazione dell’attuale “inceneritore” fatto con il contributo economico del governo italiano.

 

 

 

Obiettivo dello spettacolo

 

Ulderico Pesce con questo spettacolo mira a far luce su due punti:

 

-sul sistema di smaltimento dei rifiuti urbani di cui si parla abbondantemente sulla stampa, e che vede il Sud dell’Italia “incapace di gestire la monnezza” perché nelle mani della malavita e della clientela politica, e un Nord capace ed efficiente;

 

-sul sistema di smaltimento illegale dei rifiuti industriali, di cui la stampa non parla mai, e che vede il ricco Nord produrre rifiuti chimici pericolosissimi dei quali, parti consistenti, vengono scaricati nel Sud dell’Italia, sulla terra agricola, nelle fabbriche di fertilizzante per l’agricoltura, nel mare, nei fiumi ecc.

 

A proposito dello smaltimento di questi liquidi industriali va detto che l’anello centrale della catena è rappresentato dai Laboratori chimici, prevalentemente Toscani, che sono pronti in cambio di quattrini a rilasciare falsi certificati in cui si dichiara che le sostanze tossiche quali cromo, zinco, arsenico e altro, sono state lavorate e rese innocue. Con questi falsi certificati i trafficanti attraversano con tutta tranquillità mezza Italia e scaricano questi prodotti in discariche abusive, su terreni agricoli, nei laghi e nel mare. In Italia sparisce ogni anno, una montagna di rifiuti tossici alta 2.600 metri e una base di tre ettari. Dove finiscono queste montagne di porcheria? Nell’ambiente!

 

Ulderico Pesce in Asso di Monnezza sottolinea infine la necessità di punire penalmente i reati ambientali inserendo nel Codice Penale Italiano il reato contro l’ambiente.

Oggi, in Italia, si concretizza una vergogna: se si uccide o si ruba qualcosa si commette un reato punito penalmente, se si contamina il mare o la terra il reato non è punito penalmente ma nella maggior parte dei casi si risolve con un’ammenda pecuniaria.


Affinché il reato contro l’ambiente venga inserito nel codice penale Pesce ha dato vita ad una petizione popolare sul sito www.uldericopesce.com sul sito



www.uldericopesce.com

 

 

Asso di Monnezza rientra nel filone del Teatro Civile già percorso da Ulderico Pesce con Storie di Scorie: il pericolo nucleare italiano. Il testo è stato scritto in base alla documentazione ufficiale della Magistratura italiana e al Rapporto ecomafie di Legambiente, molte delle indagini citate sono ancora in corso, e nello spettacolo si denunciano i Clan della Camorra che si dedicano a questa fruttuosa attività, i funzionari delle Istituzioni pubbliche coinvolti e i titolari delle “finte” ditte di compost fertilizzante per l’agricoltura che sempre più spesso scaricano rifiuti tossici in discariche abusive o sulla terra agricola.

 

 

Organizzazione

PigrecoDelta

347 1218353 – 338 3833791

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