Archivio | marzo 6, 2008

Se la donna chiede aiuto

 

Alla ricerca dei consultori perduti. Aspettando il rilancio Dovevano essere luoghi di salute, educazione, contraccezione e prevenzione dell’aborto: si sono ridotti, non solo al Sud. Solo ora il Piano delle Regioni


di Elvira Naselli

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Le giovanissime neanche se le ricordano, le tante donne che scesero in piazza per far sentire la propria voce e per chiedere pari diritti, liberalizzazione dei contraccettivi, la possibilità di divorziare e di abortire legalmente, e non nei tanti ambulatori clandestini e rischiando la pelle. Fu anche grazie a quelle battaglie che nacque la legge che istituiva i consultori, nel 1975.

Un’idea assolutamente innovativa, che puntava a creare una sorta di “casa”, un luogo dove le donne, ma non solo loro, potessero avere delle risposte di salute in ogni fase della loro vita: dall’educazione sessuale per gli adolescenti, alla salute riproduttiva – quindi malattie sessualmente trasmesse, contraccezione – fino al momento della procreazione, fornendo dunque l’assistenza durante tutta la gravidanza, i corsi di preparazione alla nascita. Senza tralasciare il “dopo”, con almeno una visita domiciliare postparto.

Successivamente, con la legge 34 del ’96, vengono anche stabiliti dei numeri: un consultorio ogni ventimila abitanti nelle aree urbane e uno ogni diecimila in quelle rurali. Gli obiettivi vengono poi ripresi e perfezionati nel 200o nel Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI). Infine, ed è dei giorni nostri, l’intesa in sede di conferenza Stato-Regioni proposta dal ministro Turco, che individua nei consultori il luogo per una migliore applicazione della legge 194.

La mappa delle strutture, però, è più che mai a macchia di leopardo e, anche se i numeri che pubblichiamo qui accanto sembrano disegnare una situazione tutt’altro che drammatica, spesso i fatti sono altro. È di ottobre scorso un’inchiesta di Altroconsumo su 146 strutture di sei grandi città: Bologna, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino. I risultati: molti consultori sono chiusi o inagibili, con barriere architettoniche che li rendono difficilmente raggiungibili da donne in gravidanza, con scarse se non nulle informazioni per le donne extracomunitarie, e tempi medi d’attesa per una visita di 23 giorni, con un minimo di un solo giorno in una struttura napoletana e un massimo di 63 in una struttura bolognese e in una palermitana.

Non è però solo un problema di numeri, anche se, secondo Altroconsumo, la presenza effettiva delle strutture sul territorio si riduce a un consultorio ogni 57 mila abitanti, ma di organici, e persino di obiezione di coscienza. “Un’insensatezza”, attacca Michele Grandolfo, del Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Istituto Superiore di Sanità e grande conoscitore dei consultori familiari, “e un abuso. Non ha senso che nei luoghi deputati a parlare di contraccezione ci possano essere obiettori di coscienza che, per esempio, si rifiutino di prescrivere la pillola del giorno dopo. Come non ha senso che ci siano sulla carta 11 sedi, come è accaduto in una Asl piemontese, con l’organico sufficiente a malapena a coprirne due”.

E, se è vero che l’organico sulla carta è certamente di tutto rispetto, con la presenza di ginecologo, psicologo, ostetrica, assistente sociale e sanitario, infermiere e pediatra, è altrettanto vero che è non è facile trovare consultori dove ci siano tutte queste figure professionali. E trovarle di ruolo, visto che in molti casi il servizio è fornito da medici a contratto. Medici che dovrebbero svolgere la maggior parte del loro lavoro fuori dai consultori.

“È quella che si chiama “offerta attiva””, spiega Grandolfo, “un consultorio non è un ambulatorio medico e l’équipe non deve aspettare che arrivino le donne, ma deve andar fuori, nelle scuole, e intercettare i bisogni di salute. È attraverso le donne e gli adolescenti che si arriva dentro le famiglie, portando messaggi di prevenzione, ma anche di educazione alimentare. Se insegno a una donna durante il corso di accompagnamento alla nascita quali sono le regole per un’alimentazione corretta, cambieranno le abitudini alimentari di una famiglia. E se spiego a un’adolescente come evitare una gravidanza indesiderata, faccio in modo di evitare che sia costretta ad abortire. Il 50% di chi ricorre all’IVG ha già dei figli e vi è costretta per il fallimento di uno strumento contraccettivo”.

Poi, sottolinea Maura Cossutta, consulente del ministro della Salute per i temi della salute femminile, “si deve avviare non solo un’anagrafe completa dei consultori ma un tavolo con le Regioni per capire come sono le équipe e come lavorano e per attivare, dove non c’è, un’integrazione con i servizi sociali e non solo con gli ospedali. Infine è necessario che ci siano indicatori di qualità e verifica dei risultati”. Purché, chiude Grandolfo, non si misurino come quelle di un ambulatorio, a numero di prestazioni.

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Il dramma delle straniere

Testimonianze/Roma

di Anna Rita Cillis

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E’ STATO uno dei primi ad aprire in Italia: ventinove anni fa, quando un consultorio che inaugurava era una conquista per ogni donna e una visita ginecologica non era una roba così scontata come oggi. Da allora – era il 1979 –  tre generazioni di donne hanno bussato e bussano in via Brugnato 2 per motivi diversi: un pap-test, indicazioni sui contraccettivi, a volte per un’interruzione di gravidanza.

Gestito dalla Asl Roma D, quindicesimo municipio, il consultorio si affaccia su via del Trullo, zona popolosa a sud-est della Capitale, ed è un mondo frequentato perlopiù da giovani italiane e straniere. La sala di accoglienza non è grande ma è diversa da quelle di un anonimo ambulatorio: bambole disposte ordinatamente sul tavolo e sulle sedie, tante foto di bambini, giocattoli e pupazzi negli angoli della stanza, depliant attaccati ai muri che avvertono e informano su cosa sia il papilloma virus, su come evitare le malattie a trasmissione sessuale, su dove, quando e perché fare il test dell’Hiv.

Sei giovani mamme aspettano il loro turno: oggi in via del Trullo si vaccinano i bambini di zona. Una ragazza racconta all’ostetrica di come suo figlio, quattro mesi appena, ami andare in piscina, un’altra s’informa su quando potrà essere visitata dalla ginecologa. Entrare qui e passare inosservati è impossibile, un po’ perché gli spazi sono ristretti, un po’ perché si conoscono tutte: “Hanno seguito lo stesso corso di preparazione al parto”, racconta Astrid Lun, la responsabile di questo angolo di buona sanità. Si perché questo consultorio pubblico ha un primato: secondo un’inchiesta della rivista Salutest di Altroconsumo su 146 centri di sei diverse città (oltre Roma, Bologna, Milano, Napoli, Palermo e Torino) è l’unico ad aver totalizzato il massimo punteggio: servizi accessibili e trasparenti, informazioni dettagliate, opuscoli in diverse lingue.

“Le donne si rivolgono a noi senza esitazione, lo fanno oggi come lo facevano trent’anni fa, forse perché qui prima c’era la casa-studio del medico condotto. Davano per scontato che avrebbero trovato delle risposte. Anche se rispetto a trent’anni fa la popolazione della zona è più che raddoppiata. Per la legge avrebbe dovuto esserci un consultorio ogni 20mila abitanti, ma nella realtà ce n’è uno ogni 55-57mila”.
Il gruppo di lavoro del consultorio del Trullo, tutto al femminile (un’ostetrica, una ginecologa, una pediatra, una psicologa, un’assistente sanitaria e una sociale, due infermiere e una mediatrice culturale) va fiero dei risultati ottenuti nel 2007: “Abbiamo aperto 700 nuove cartelle cliniche: 150 adolescenti, oltre 100 hanno frequentato i corsi di preparazione al parto. E poi ci sono tutte le donne che seguiamo da anni, alcune da quando abbiamo aperto. Ci riteniamo soddisfatte del riscontro sul territorio ma abbiamo anche lavorato molto: siamo andate nei campi nomadi a convincere le rom a fare i pap test, visiste ginecologiche a prendere precauzioni durante i rapporti sessuali. Abbiamo avviato un nuovo screening antitumorale della popolazione femminile: il lavoro qui non manca davvero”, aggiunge Lun.

Pap-test, visite, mini corsi sulla contraccezione, orientamento psicologico sono le basi di questo consultorio. E ovviamente le Ivg, le interruzioni volontarie di gravidanza che secondo l’esperienza di Lun sono “diminuite negli anni. Oggi sono più le straniere a richiedere l’intervento anche se noi direttamente in consultorio non ne facciamo. Ci occupiamo di tutti gli esami richiesti per accertare la gravidanza e dopo indirizziamo la donna all’ospedale San Camillo per l’interruzione.

Per alcune è davvero impossibile tenere il bambino e non è solo una questione di soldi. Per fare solo un esempio: le donne senza permesso di soggiorno non hanno diritto al nido. E per molte è un problema non da poco”, spiega la psicologa sottolineando poi: “Comunque le ragazze oggi, specie le italiane, sono più consapevoli delle loro madri e questo grazie anche, almeno in parte, ai consultori”.

In poche ore il via-vai è stato ininterrotto. “E’ il lavoro che volevo fare e non lo cambierei con niente”, confessa Lun anche se “ci sono situazioni alle quali non ci si abitua mai come la violenza domiciliare: molte donne maltrattate si rivolgono a noi. Ma dopo aver dato un primo aiuto le mettiamo in contatto con le associazioni: nonostante tutte le battaglie realizzate e il lavoro svolto sul territorio quello della violenza domiciliare resta un punto dolente e doloroso. Bisognerebbe offrire più aiuto: ecco questa dovrebbe essere una battaglia da fare, senza distinzione alcuna”, conclude la psicologa Lun.

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fonti:

http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/03/06/primopiano/005don5705.html

http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/03/06/primopiano/005dra5705.html

Frankie HI NRG: «La mia rivoluzione? Una meravigliosa utopia: il diritto di scegliere»

di Simona Orlando

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ROMA (6 marzo) – Dagli occhiali spessi Frankie HI NRG guarda lo Stivale e si mette a contarne i buchi. Dall’Italia del boom a quella del crack, del Lapo e degli Agnelli, di Lele Mosina, la fame di fama che tutto sbrana. Rap, campionamenti e rime intelligenti si mettono al servizio del tema del lavoro nel suo nuovo album “DePrimoMaggio”: in “Pugni in tasca” i milleuristi stringono gli spicci, in “Call center” si arrangiano alla meglio (Ascanio Celestini), in “Direttore” (con Giorgia) mandano la lettera di assunzione, in “Precariato” (con Paola Cortellesi) sono “costretti ad un rapporto interinale non protetto e hanno un master in lunario da sbarcare”. Spunta una cover drum’n’bass di “Chicco e Spillo” di Samuele Bersani e traina il brano sanremese “Rivoluzione“, aprendosi con il fischio di Fabrizio De André in “Storia di un impiegato” (inserito con il placet di Dori Ghezzi) e decorandosi con le trombe mariachi di Roy Paci.

Per anni le hanno chiesto di andare a Sanremo. Cosa l’ha spinta ad accettare?
«Bisogna saper cambiare idea, io l’ho fatto quando lo scorso anno ho visto Simone Cristicchi che con il suo parlar cantando ha raccontato una bella storia. Se non ci fosse stato lui, io non mi sarei mai presentato. Ha segnato una nuova direzione»

La trattazione di temi sociali quest’anno è andata particolarmente di moda…
«Cè questo rischio. L’impegno deve essere impegnativo, non una mossa di mercato»

Non ha paura di essere giudicato incoerente dai suoi fan duri e puri?
«Se qualcuno mi stima è per quello che dico non per dove lo dico. Sono contento di aver perso per strada chi mi ha giudicato per essere andato a Sanremo. Io credo nell’importanza del virus, cioé del contaminare e cambiare le cose da dentro, non restando fuori. Credo nell’omeopatia, stare in un varietà e raggiungere varie-età. Prima mi passavano solo le radio a cui piacevo, adesso devono passarmi anche le altre: il Festival è stato uno strumento per diffondere il mio messaggio».

Di che tipo di rivoluzione parla nel suo brano?
«Non certo della lotta armata. La rivoluzione parte dal popolo, perché se passa dalla tv vuol dire che è stata comprata e ci verrà fatta pagare. E’ una meravigliosa utopia che si potrebbe realizzare, per esempio, esercitando la memoria collettiva e il diritto di scegliere. Noi dimentichiamo in un lampo volti e malefatte e non ci opponiamo quando ci si ripresentano davanti. E’ inoltre giunto il momento di fare quello che minacciamo da tempo. Non di fare tutti la stessa cosa, ma ognuno quello che ha minacciato a lungo dentro di sé: chi di non andare a votare, chi di andarci, chi di espatriare, chi di scendere in piazza».

Invece calma piatta…
«Pensavo che una volta toccato il fondo ci sarebbe stata un reazione, invece ci siamo messi a scavare. La crisi economica ci ha fiaccati, resi mansueti. Siamo impegnati a svoltare il mese. E’ poi in atto un processo di normalizzazione delle assurdità. Una volta i crampi allo stomaco per la fame facevano rivoltare le masse, oggi invece la gente rinuncia ai generi alimentari e si indebita per la telefonia».

Che esperienza è esibirsi all’Ariston?
«Ti senti abbottonato come quando sei ospite a casa della tua professoressa di italiano, ma è fantastico avere un’orchestra a disposizione. “Rivoluzione” era il brano più atteso dall’orchestra perché ognuno dei musicisti si divertiva a suonare. E questo per me è motivo di orgoglio».

Perché il titolo del disco è “DePrimoMaggio”?
«Intendo dire che il primo maggio è il giorno in cui siamo cornuti, mazziati e contenti. Che la facciamo a fare la festa del lavoro se il lavoro non c’è? Semmai dovremmo farne la commemorazione, celebrarne il funerale».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=20138&sez=HOME_SPETTACOLO

ANDATE NEL SITO DI FRANKIE

Sito ufficiale del artista che offre alcuni brani audio/video da scaricare, news e informazioni sui concerti e una sezione di link dedicata all’hip-pop …

 

RIVOLUZIONE

 In Italia c’è lavoro in qualche punto nero – capita:
ogni volo che finisce sotto a un telo irrita, noi che
qui pure Peppone sa il Vangelo e lo agita, un po’ si
esagita, dopo un po’ si sventola: senti un po’ che
caldo fa… Afa tutto l’anno – più brevemente
“affanno” – non sanno a quale conclusione non
Approderanno. Noi l’Italia siamo e non la stiam
Rappresentando: ciurma! Ai posti di comando!!
Mettiamo al bando i vertici politici con tutti i loro
Complici, amici degli amici di chi ha svuotato i
Conti: incassano tangenti celandosi le fonti e han
Cappucci e cornetti sulle fronti.
Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,
sesso, razza o religione: tutti pronti per l’azione.
Troppi furbetti nel nostro quartierino e tutti ci
intercettano con il telefonino, ci piazzano vallette
nude sopra allo zerbino e paparazzi sui terrazzi del
vicino: ragazzi che casino! Senza via di
scampo, chiusi dentro al plastico di quel villino ci è
venuto un crampo, siamo titolari confinati a bordo
campo, ci fan pagare l’acqua più salata dello
shampoo. Boh? Magari mi sbaglio, ma vedo tutti
quanti allo sbaraglio, meglio darci un taglio… Figli
mai usciti dal travaglio: qui da masticare non ci
resta che il bavaglio.
Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,
sesso, razza o religione: tutti pronti per l’azione.
L’Italia, non lo sai, ha problemi araldici: i baroni
sono pochi e han troppi conti per dei medici. Poi
ha problemi etici, politici, geografici, geologici, ma
i peggio restan quelli genealogici… Visto che la
base del sistema è la clientela e siamo separati
da 6 gradi sì, ma di parentela, maglie di una
ragnatela a forma di stivale, tutti collegati in linea
collaterale come un’unica famiglia in un immenso
psicodramma: sta bravo che altrimenti piange
mamma. Cambio di programma: annulliamo la
rivolta. Abbiamo una famiglia e non dev’essere
coinvolta…
Non si fa la rivoluzione, l’hanno detto in
Televisione… chi c’è andato che delusione! Era
chiuso anche il portone.

Il gas letale dello sfruttamento

Sepolcri. Capannoni industriali, cantieri edili, macchine agricole, autocisterne trasformati in tetre bare che imprigionano a migliaia lavoratori inermi, come nel fuoco dell’incendio della Thyssen Krupp di Torino, come nel gas mortale della cisterna di Molfetta.

Ma per il capitalismo le vite sfruttate, le vite spezzate non sono altro che costi. Il NO della Confindustria alle sanzioni per i datori di lavoro che non investono in sicurezza, contenute nei decreti che si vorrebbero approvare a legislatura finita e che nulla cambiano in sostanza per la sicurezza dei lavoratori, ha comunque il sapore del disprezzo e la logica del calcolo del profitto. I lavoratori, infatti, non sono che numeri del profitto in vita: costi nella produzione, numeri in esubero, numeri in mobilità, numeri da ridurre coi licenziamenti. E numeri restano, anche quando sono morti sul lavoro… I padroni spostano risorse umane come spostano risorse finanziarie. Se possono permettersi di bruciare milioni di euro nelle Borse, possono bruciare anche operai spogliati di qualsiasi entità corporea, di qualsiasi diritto alla vita, di ogni diritto ad un lavoro sicuro.

Cosa volete che siano 1.341 morti sul lavoro nel 2007 per il capitalismo? Numeri.

E i 928.000 incidenti sul lavoro, sempre nel 2007? Ancora e soltanto numeri.

E sono solo 550.000 gli indennizzati. Di cui i due terzi nel nord Italia.

La sicurezza sul lavoro è un fattore incompatibile con lo sfruttamento: il serial killer che non si vuole denunciare e fermare è infatti sotto gli occhi di tutti: è l’organizzazione del lavoro e la sua deregolamentazione; è l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro ed il ricatto che attenua o annulla le norme di protezione e sicurezza o addirittura le vuole depenalizzare.

Quando il lavoro uccide, non c’è articolo 2087 del codice civile che tenga, non c’è legge 626 che tuteli. Non ci sono decreti dell’ultima ora che proteggeranno i lavoratori.

Dietro i morti e gli incidenti sul lavoro ci sono grandi interessi che tendono a scaricare sulla collettività i costi delle conseguenze delle morti, degli infortuni e delle malattie professionali. Così come vengono scaricati sulla collettività i costi, materiali ma anche di salute e di vite umane, dell’inquinamento e del dissennato sfruttamento ambientale. Altri morti a lunga scadenza.

Per questo occorre che i costi per la prevenzione, per la protezione, per la sicurezza per la salute nei luoghi di lavoro, siano assunti dai datori di lavoro e non scaricati sui contratti di categoria. Occorre rafforzare il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), che devono essere istituiti in ogni luogo di lavoro anche su iniziativa autonoma ed autogestita dei lavoratori e messi in condizione di poter operare, protetti e tutelati dai ricatti padronali, dai compromessi delle burocrazie sindacali, messi in diretto contatto con le ASL, ed a queste affidare il riconoscimento degli infortuni e delle malattie professionali e l’istituzione di un osservatorio, comune per comune, azienda per azienda degli infortuni sul lavoro.

L’organizzazione di lotte specifiche per la sicurezza, come ha dimostrato il coordinamento degli RLS delle ferrovie, è necessaria per contrastare tutti i processi causa dell’aumento dei fattori di rischio: dalle privatizzazioni all’outsourcing, dalla dequalificazione delle mansioni all’aumento dei ritmi nelle unità produttive.

Per rammentare che le morti sul lavoro non sono disgrazie, ma vittime di un sistema di sfruttamento per il profitto. Questa è la vera disgrazia! Contro cui lottare oggi, per salvarci la vita, per lavorare e vivere nella solidarietà e nell’autogestione.

Federazione dei Comunisti Anarchici

6 marzo 2008

Morire di lavoro 

       

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Mille vittime l’anno, tra le cause la precarietà

(6.3.08) – Quasi 200 morti dall’inizio dell’anno, migliaia di infortuni e più di 4 mila invalidi permanenti. Non è un bollettino di guerra ma il bilancio degli incidenti sul lavoro in Italia 
Secondo gli ultimi dati Inail si parla di più di mille vittime l’anno, quelle che vengono impropriamente chiamate morti bianche. Si dovrebbe invece parlare di uccisioni, perché ci sono dei colpevoli, perché in un Paese che si definisce civile non si può morire di lavoro. L’Anmil, l’associazione dei mutilati ed invalidi del Lavoro, parla di un «fenomeno sociale di massa» e addirittura l’Inca-Cgil afferma che le statistiche sono errate per difetto, non tengono conto del lavoro nero, dei casi fatti passare come malattie comuni e dei non assicurati all’Inail.
Dal 2002 al 2007 sono state oltre 9 mila le morti sul lavoro, tra infortuni e malattie professionali, per lo più causate da tumori legati all’esposizione da amianto, 6 morti  per ogni giorno lavorativo.

fonte immagine di testa: http://digilander.libero.it/caniega/immaginiblog/rose.jpg

Sicurezza, Montezemolo attacca: «Ultimo atto della sinistra»

Prodi: non ho dubbi su approvazione

«L’ultimo atto di una sinistra anti-industriale e demagogica». A parlare è il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. E l’atto in questione è il testo unico sulla sicurezza. Nonostante i tre morti al giorno che in media cadono sui luoghi di lavoro per la carenza di misure di sicurezza, perché si ha furia di risparmiare, per il presidente degli industriali «bisogna uscire da questo clima nel quale si sta facendo largo e non si capisce perché con questa urgenza, un inasprimento delle sanzioni che poco o nulla hanno a che vedere con politiche attive, di prevenzione e di formazione».

L’intesa sembrava vicina, o quantomeno il ministro del Lavoro Cesare Damiano la auspicava: il sistema di sanzioni è «estremamente calibrato rispetto alle violazioni», spiegava, e l’auspicio era che «le parti sociali apprezzino l’impegno profuso dal governo per definire questa delega con un lungo lavoro di concertazione».

Il Consiglio dei ministri ora è in corso e il testo, esclusa qualche «limatura», dovrebbe essere approvato così com’è. Ma Confindustria grida battaglia: «Il provvedimento – riflette Montezemolo – punta tutto e solo su un inasprimento delle sanzioni, senza niente di attivo, nuovo, come supporto alla formazione e prevenzione, unica strada per ridurre davvero i rischi. L’impianto – prosegue – è tutto spostato sulle sanzioni, non c’è chiarezza sulle regole. Così si fa demagogia».

In realtà, spiegano i sottosegretari al Lavoro, Antonio Montagnino, e alla Salute, Gian Paolo Patta, nel testo ora al vaglio del governo, si garantiscono «una più adeguata prevenzione, un potenziamento della formazione, un coordinamento della vigilanza, maggiore sostegno alle imprese per mettersi in regola, il potenziamento del ruolo dei rappresentanti per la sicurezza». E le sanzioni sono «concepite come ultima ratio, assolutamente equilibrate, che non rispondono affatto ad alcun intento punitivo». Concorda il ministro Damiano, secondo il quale le sanzioni «si muovono da una logica semplice: la proporzionalità alla violazione».

D’altronde, qualche mediazione c’è già stata: nel decreto legislativo non è più solo l’arresto nei casi di violazioni più gravi ma, se l’imprenditore si mette in regola, dovrà solo pagare una multa da 8 mila a 24 mila euro. «È un incentivo per la prevenzione e per emendare la propria condotta», spiega il ministro della Giustizia Luigi Scotti. «L’arresto – chiarisce – è previsto solo per i casi più gravi, ossia per inadempimenti nella relazione sui rischi dell’attività imprenditoriale nei settori più pericolosi, con sostanze infiammabili o inquinanti».

Intanto, entrando al Consiglio dei ministri, il premier Romano Prodi, ha chiuso ogni polemica: «Non c’è alcun dubbio» che il decreto sia varato.

Pubblicato il: 06.03.08
Modificato il:
06.03.08 alle ore 18.39

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73518

Il quadro attuale della “questione sicurezza”

INFORTUNI LAVORO: SCOTTI, ARRESTO PUO’ ESSERE COMMUTATO CON OBLAZIONE

(ASCA) – Roma, 6 mar – Si attenuano le sanzioni previste per chi non rispetti le regole per evitare gli infortuni sul lavoro. Il ministro della Giustizia, Luigi Scotti, conversando con i giornalisti al termine del tavolo di trattativa sul testo da presentare al Cdm, ha spiegato che ”l’arresto esclusivo e’ previsto solo nei casi piu’ gravi; altrimenti, ove sia previsto l’arresto, puo’ essere commutato in un’oblazione se l’imprenditore mette tutto a posto: in questo caso – ha spiegato Scotti – la sanzione pecunaria va da 8.000 a 24.000 euro”. Il ministro ha detto che delle varie proposte ”alcune sono state recepite, altre ci fanno pensare e altre ancora non possiamo condividerle. Ora, comunque, viene tutto rimesso al Consiglio dei ministri. Il sistema sanzionatorio, tuttavia – ha concluso Scotti – non e’ particolarmente rigoroso come si diceva da alcune parti: si rispetta il criterio della proporzionalità”.

Ma il mondo datoriale boccia ancora il documento inviato al vaglio del Consiglio dei ministri. In un comunicato congiunto Confindustria, ABI, AGCI, ANIA, Casartigiani, Cia, Claai, Cna, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confartigianato, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti e Lega delle cooperative esprimono ”una comune valutazione di insoddisfazione rispetto a un intervento normativo che le imprese attendono da tempo nella logica di aumentare la sicurezza nei lunghi di lavoro, specie in termini di prevenzione. Il tentativo operato dal governo – prosegue la nota – di graduare meglio l’entita’ delle sanzioni non coglie ancora l’esigenza espressa dal mondo delle imprese di sanzionare in maniera differenziata le violazioni formali rispetto a quelle che effettivamente determinano situazioni di reale pericolo per i lavoratori.
Secondo le organizzazioni, il provvedimento all’esame del Cdm continua a rappresentare, quindi, un intervento di natura punitiva che nulla ha a che vedere con le logiche della prevenzione, della formazione continua, della informazione, della consulenza e della collaborazione fra istituzioni, imprese, sindacati e lavoratori.

Fonte: ASCA

Da ciò si evince chiaramente, che è solo con la partecipazione “coscienziosa” delle parti sociali, che la salute dei lavoratori può essere risolta, a fatica, ma può finalmente raggiungere livelli accettabili, senza cadere nella trappola qualunquista di, ahimè, una sinistra radicale che strumentalizza i propri elettori su queste tematiche, creando barricate “chiuse” che non lasciano spazio a soluzioni credibili e durature.

Attenzione astensionisti!

Premesso che comprendo perfettamente la vostra decisione (ah se la comprendo!) ma ho deciso di turarmi il naso per l’ennesima volta, vorrei sottoporre alla vostra attenzione un’alternativa a mio avviso migliore che la semplice scampagnata alla faccia dell’election day.

Ne sento parlare ormai da giorni sulla mia radio preferita e mi sembra una buona cosa: potremmo chiamarla “astensione registrata”.

In pratica ci si presenta come al solito al seggio con i documenti in regola (documento di identità e tessera elettorale), ci si fa registrare, ci si fa vidimare la tessera, consegnare la scheda elettorale, e una volta in possesso della scheda si dichiara al presidente del seggio la propria impossibilità a votare perché non ci si sente rappresentati da alcun partito o candidato. La cosa interessante è che si può richiedere di mettere a verbale le proprie motivazioni o proteste, e il presidente non può rifiutarsi, come sancito dal Testo Unico delle Leggi Elettorali D.P.R. 30 marzo 1957, in cui all’art. 104 si legge al comma 5 che “Il segretario dell’Ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale o di allegarvi proteste o reclami di elettori è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa sino a lire 4.000.000. “

Ora: ho sentito predicare l’astensionismo da tante e tante persone , molte delle quali mi hanno dato piuttosto l’impressione di essere dei qualunquisti e di preferire passare la domenica in modo più interessante. A mio avviso tutti coloro che invece si rendono conto dell’importanza fondamentale dello strumento del voto  in una democrazia (e di quello che è costato a qualcuno ottenerlo!) dovrebbero almeno riflettere su questa possibilità. Penso ad esempio al nostro amico Val e tutto quello che avrebbe da dire, da far verbalizzare.

Se tanti delusi adotteranno questo metodo, qualcuno dovrà parlarne, no?

Cosa ne pensate?

Un po’ per tutti!

 

Partito dei Comunisti Italiani 

PIACENZA – LODI – PAVIA  – MANTOVA

Invitano tutti alla giornata che si terrà

 

Domenica 9 marzo

 

presso la Cooperativa di Mortizza di Piacenza

 

 

UN PO’ … PER  TUTTI!

PER UNO SVILUPPO EQUO SOSTENIBILE

 

 

 

Programma:

·        ore 10.30 dibattito sulla questione del Fiume Po

                       

Interverranno:

Roberto Soffritti

Tesoriere nazionale PdCI  

Mario Luigi Bruschini

assessore regionale PdCI  Emilia-Romagna  

Monica Perugini

assessore comunale PdCI  Mantova

Luca Guerra

consigliere provinciale PdCI Milano     

 

·        ore 13.00 pranzo

 

·        ore 16.00 concerto dei “BURNASS” (alternative rock)

 

 

Cooperativa di Mortizza di Piacenza

Località Mortizza (fraz. Piacenza)
Strada di Mortizza, 131