Archivio | marzo 8, 2008

SPECIALE DONNE – Le radici del femminismo

IL FEMMINISMO

(emancipazione)

NEL 1972

 

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Il femminismo, sostiene la maggior parte dei movimenti femministi, è la presa di coscienza da parte delle donne di una oppressione creata dalla società maschilista. Si tratta non solo di una oppressione economica, ma giuridica, e soprattutto psicologica.

“La donna è l’ultima colonia; la donna è il Terzo Mondo dei sessi”. “La donna è lo zio Tom, la schiava dell’uomo” affermava KATE MILLET in La politica del sesso”, il libro che fu la dichiarazione di guerra delle donne americane. Era il 1966, e la più grossa organizzazione – la NOW (National Organization Women) – puntò decisamente a dare battaglia per l’inserimento di quante più donne possibili nell’ambito della vita pubblica e nei centri di potere, rivolgendosi soprattutto alle riforme della legislazione.

Venne poi il ’68, la contestazione studentesca quasi planetaria, e come in quell’italiana l’appoggio dato a questa dal mondo femminile non fu solo marginale. Combaciava con quell’urgenza di una gran trasformazione del rapporto fra individui e società. Se la prima, quella maschile, sul piano politico e sociale rientrò nella quasi normalità nel ’71, salvo gli irriducibili, quella femminile mutuando le tecniche della lotta inizia proprio quest’anno a dare battaglia; esce dal carcere dei pregiudizi in cui è avviluppata e punta decisa alla… Liberazione.

Infatti, non si tratta dell’antica battaglia per l’ “emancipazione della donna” e per la conquista della parità dei sessi con l’uomo, ma di messaggi assai più rivoluzionari e totali. Lo slogan è quello della “liberazione della donna” e il contenuto è la rivolta contro i valori sui quali da millenni si è costruita la società maschilista, sia dentro quella civile sia in quella religiosa.

I movimenti in Italia si allargano a donne d’ogni età, e l’impegno si consolida in vista della scadenza istituzionale attraverso l’impegno per il referendum sul divorzio. Inoltre ha già raccolto le firme per la depenalizzazione dell’aborto, e vari progetti di legge sono stati presentati per l’introduzione del nuovo diritto di famiglia tra la quale la parità giuridica tra i coniugi, uguali diritti e responsabilità, comunione dei beni, patria potestà ad entrambi i coniugi, eliminazione dell’arcaica dote, il diritto di conservare il proprio cognome, la separazione per colpa, e nessuna distinzione tra figli legittimi e figli naturali. Oltre a rivendicazioni di carattere sociale come asili, maternità, posto di lavoro, parità di salario a parità di mansioni e altro.

Leggi arcaiche come abbiamo visto, dove alcune risalgono agli editti di Costantino (330 d.C.), altre appartengono a Teodosio (380 d.C.), altre ancora provengono da Giustiniano (554 d. C.) quando fu accresciuto il potere temporale dei vescovi cui si riconobbero ampie competenze amministrative e giudiziarie. Leggi che nonostante i grandi cambiamenti, i potenti successori laici o religiosi, traslarono integralmente nelle nuove legislazioni, anche quando crollato il potere temporale nel 1870 e fatta l’Unita’ d’Italia, contrariamente ad altri paesi, le leggi, sì andarono nelle mani di una classe dominante di uno Stato borghese spinto da una volontà formalmente democratica e liberale (non dimentichiamo però che il primo governo di Cavour era fondato sul censo: 85 deputati erano principi, marchesi e duchi e in quanto a democrazia votarono solo 239.583 italiani (di censo), ma ci andarono non prima di aver fatto il patto con la Chiesa. Da parte sua la Chiesa accettò lo Stato borghese – al posto di quello monarchico-feudale – diede il suo consenso e il proprio appoggio (senza il quale il potere statale non avrebbe potuto sussistere) ma a patto di avere alcune autorizzazioni, che il potere borghese concesse, in altre parole la possibilità di intervenire e reprimere, limitare o sopprimere, scomunicare e anche condannare al pubblico ludibrio alcuni soggetti quando lo ritenevano opportuno in moltissimi settori della vita civile, per non dire tutti.

La farsa dal 1870 andò avanti fino al 1946 quando fu “concesso” il voto alle donne. Come, lo spiegò molto bene Pasolini, “Il meccanismo fu semplice: il potere borghese, mascherando il proprio sostanziale illiberismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidò la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, opportunisticamente accettandola in malafede come superiore istituzione religiosa, e custode della morale…..” Lo stesso Mussolini non riuscì nemmeno a scalfire questo potere, infatti, per avere consensi (lo abbiamo già letto) dovette fare concessioni sia alla Chiesa sia alla classe borghese. Poi cadde il fascismo, e alla stesura della nuova Costituzione nel 1948, anche in quest’occasione nonostante tanta mascherata democraticità, neppure la nuova classe dirigente riuscì, fra tante altre cose, a sopprimere certi poteri, le censure, le interferenze sulla vita politica e civile dello Stato sovrano (ricordiamo il primo matrimonio “civile” di Prato, il 12 agosto 1956 (vedi 1956) additato dal pulpito come scandaloso e la coppia accusata in pubblico come “concubini” e “pubblici peccatori” compresi i familiari della sposa che avevano “gravemente mancato ai loro doveri di genitori cristiani permettendo questo passo scandaloso e peccaminoso”. La magistratura, nonostante un chiaro articolo della Costituzione che sanciva il matrimonio civile a tutti gli effetti giuridici, condannò in un primo tempo il vescovo per palese diffamazione, poi (il Cardinale Lercaro, alla sentenza fece suonare le campane a morto in tutte le chiese di Bologna addobbate a lutto per protesta, e Pio XII sospese la festa dell’incoronazione “per l’oltraggio fatto in Italia alla Chiesa) lo assolse, e la coppia diffamata fu perfino condannata alle spese processuali.
La Costituzione che avrebbe dovuto prima di tutto salvaguardare se stessa prima ancora che i due cittadini diffamati, si rivelò essere solo un pezzo di carta in mano al vecchio e onnipresente potere del vecchio Stato-Chiesa, che non era per nulla cessato, e veniva comodo a quei partiti che spesso ipocritamente legavano i loro simboli, la loro bandiera e gli ideali ai valori cristiani.

Le “teste di legno” governanti ma sottoposte proseguirono così fino al ’68, ma erano nel frattempo passati dieci anni e la società era cambiata e perfino dentro i partiti cattolici ci fu la mutazione, la fine del collateralismo, il rifiuto dei tradizionali vincoli alla gerarchia ecclesiastica, infine, come letto negli anni precedenti, i numerosi scismi, e l’aperto e traumatico “dissenso”.

Con Don Mazzi all’Isolotto (vedi) finì non un’epoca ma un’era, anche se in certi settori ecclesiastici pragmatici “Quelle autorità e forma di potere sopravvisse e sopravvive, in quanto ancora prodotto naturale d’enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile” scrisse Pasolini il 17 maggio del 1973 sul Corriere. E non avevo visto i grandi raduni a base di Rock, né potrà vedere il gigantesco business mercantile del Giubileo”.

Non aveva ancora visto la spaccatura della DC con le fughe trasformiste sia a destra sia a sinistra, e dove alcuni pur di non perdere il vecchio potere, hanno alzato bandiera bianca rispetto agli ideali della storia del loro ex partito e in molti casi hanno consumato con certe alleanze, con certi “patti col diavolo” e con cinismo, il più grave tradimento dell’idealità e dei valori che nella Chiesa esistono e persistono in quanto espressione di un’etica connaturata all’individuo come persona; e duole a molti credenti che non si siano eliminati subito certi equivoci. Viene in mente a chi scrive quella frase di un monsignore “orfano”, all’indomani degli appelli dei trasformisti nel dopo 1992: “Tacete, lasciateci piangere in pace e in silenzio dalla vergogna”. Furono altrettanto clamorosi i voti in una città veneta dove in una sezione elettorale di 300 elettori dove erano iscritte 250 suore di un importante Istituto, il risultato fu la vittoria della sinistra, non per coscienza, ma per chissà quale ordine di scuderia.

Ma se del ’68 maschile in questo 1972 era rimasto pochissimo, il primo seme messo in quelle barricate dalle prime coraggiose donne, avevano cominciato su un terreno molto fertile, a dare i primi frutti di quella che d’ora in avanti sarà una “liberazione femminile dirompente”.

Non erano certo nuovi i movimenti femminili per l’emancipazione della donna: sull’economico, sul sociale e sul politico; la prima Lega Femminile era sorta a Milano nel 1893. Nel 1895 pubblicò anche un trimestrale, “Vita Femminile”. Nel 1907 ci fu la famosa petizione al Parlamento per il voto alle donne (naturalmente bocciata) presentata da Maria Montessori (la prima donna in Italia laureata in medicina). Non fu certo facile l’inserimento della donna nella discussione politica anche perché la politica maschilista creò abilmente subito contrasti tra le donne cattoliche e le laiche-socialiste.

Nasce, infatti, tempestivamente al Primo Congresso Femminile a Roma il 28 aprile 1908, su progetto pontificio, l’UDCI (Unione Donne Cattoliche Italiane) subito pronte ad entrare in azione e in fortissimo contrasto con le annunciate rivendicazioni che avrebbero poi fatto le laiche-socialiste, subito un mese dopo al congresso femminile di Milano il successivo 24 maggio 1908, dove chiedevano le progressiste: scuola laica, voto alle donne e il divorzio.

Saltiamo ora tutti gli altri contrasti, i dissidi, e altre fratture, saltiamo la Grande Guerra, il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale

Saltiamo tutti questi periodi dove le varie richieste e le varie rivendicazioni sono state sistematicamente sempre derise, annullate o insabbiate (democraticamente!), e arriviamo alla “conquista” del diritto al voto dato alle donne nel 1946. Quasi una farsa. Fu una concessione e non una conquista, l’ambiente ecclesiastico sapeva che dare il voto alle donne (l’ 85% frequentava la chiesa) voleva dire consensi alla DC, che si presentava “cristiana” e con il palese appoggio di Pio XII Papa Pacelli.

Il manifesto poi del Sant’Uffizio esposto il 28 giugno 1949 in tutte le 26.045 parrocchie d’Italia dove si comminava la scomunica ai comunisti e l’apostasia a chi simpatizzava con loro, a chi leggeva la stampa comunista, a chi era nei sindacati CGIL, iscritto all’API (Ass. Partigiani It.) o iscritta all’UDI (Unione Donne Italiane) convinse anche l’altro 15% delle donne; che timorate di Dio (ma soprattutto dalle dicerie) tirarono per la giacca i rispettivi mariti, o sgomitandoli se acquistavano l’Unità negli angoli delle strade, visto che nessun edicolante la vendeva per non farsi togliere per un motivo o per l’altro la licenza.

Le figlie poi terrorizzate rischiavano di non poter celebrare il sacramento del matrimonio, che se nel 1949 i matrimoni celebrati in chiesa erano il 100%, nel periodo 1960-66 erano ancora il 98%. Il terrore non era solo nelle dicerie, ma dopo i “concubini” di Prato (finiti su tutti i giornali, notizia utile come terroristica propaganda democristiana) il terrore era il pulpito della chiesa, si poteva finire svergognati davanti a tutti quelli del paese o del quartiere (ma anche di non trovare un lavoro o conservarlo).

Ma siamo a fine 1966. Il movimento femminile si comincia ad organizzare e preme; poi ancora 12 mesi ed è pronta per il fatidico appuntamento del 1968. Termina “la primavera abbagliante” dei maschi ma il 19 dicembre dello stesso anno la prima vera conquista è femminile: dove l’adulterio della donna non è considerato più reato (prima se sorpresa finiva in carcere) e nel frattempo gli è riconosciuto il diritto della separazione se adultero è ora il marito.

Ma la legge è monca (e anche questa sembra una farsa) perché i coniugi si possono separare ma non possono risposarsi, neppure civilmente. Manca il divorzio che in Italia non esiste. Un paradosso che fa ridere tutti i giornali esteri di quei Paesi dove il divorzio lo concedono dopo un breve periodo di separazione.

Ma le donne non si arrendono, e hanno questa volta dalla loro parte due alleati, Loris Fortuna e Antonio Baslini che preparano una proposta di legge. Pochi mesi e il 27 novembre 1969 la Camera approva la legge (contraria DC, MSI, e Monarchici) e il 1° dicembre 1970, il divorzio diventa legge dello Stato Italiano, con un inquietante retroscena, infatti, 6 giorni dopo si svolge il misterioso tentativo di Colpo di Stato, di Borghese, sempre stato ostile assieme alla DC al divorzio.

Dopo circa un secolo di discussioni e dopo la presentazione in Parlamento di 11 progetti (il primo è del 1878) mai giunti alla discussione in aula, eccoci dunque all’approvazione definitiva che però……

DC e Chiesa non credono essere scaturita da una volontà femminile, ed entrambe premono e vogliono che le donne si esprimano in coscienza votando un referendum, convintissimi che ci sarà con la volontà popolare l’abrogazione della legge. La campagna antidivorzio durerà quattro anni, sempre rimandando la consultazione referendaria; ma il tempo non giocherà a favore; consumismo, permissivismo, edonismo stanno allargando il loro regno e si arriverà a quella data nel ’74 con un responso che registrerà una cocente sconfitta del partito conservatore DC e MSI e angoscerà la Chiesa, che si era illusa, con cifre alla mano di vincere, puntando al mondo femminile, considerato più religioso, e anche più numeroso.

Le donne invece non si fanno prendere al laccio da tutte le manifestazioni antidivorziste, ma considerando scontata questa vittoria. Già in questo 1972, vanno oltre, e fanno petizioni per la legge sull’aborto. Ma cosa è dunque accaduto dopo il ’68?

Non è che del ’68 non è rimasto nulla!!!!– come scriverà in seguito Montanelli – ma ha dato il via ad una serie di nuove combattive organizzazioni femminili. La partecipazione delle donne al movimento studentesco ha fornito all’emancipazione femminile (non sambiamo il femminismo con l’emancipazione) aperture dirompenti, travolgendo molti tabù, infrangendo una morale bigotta. Nelle occupazioni, nelle manifestazioni, nei cortei la presenza femminile fu altissima e coinvolgente, intensa e passionale, spesso pagando anche di persona.

Era la prima volta che quest’evento avveniva, quello di comportarsi come i loro compagni, accettare l’impopolarità delle contestazioni, i disagi, i pettegolezzi e anche tutti i rischi.

Non fu come potrebbe sembrare una partecipazione passiva, marginale, e nemmeno costrittiva anzi i maschi alle prime occupazioni delle Università non vollero nemmeno le ragazze. Il diritto alla protesta e a parteciparvi fu una conquista autonoma, con tanta determinazione voluta dalla donna, e partì proprio da Milano. ANTONELLA NAPPI alla prima occupazione nel marzo del ’68 alla Statale, prima d’ogni altra, capì l’importanza storica del momento e fece fagotto, salutò i familiari a casa e si trasferì a dormire la notte sui pavimenti dell’Università occupata, pronta ad affrontare gli eventi, a fare la sua parte, a fare le veglie e anche a scontrarsi con la polizia al pari dei suoi compagni. La Nappi diventò cosi’ subito la leader indiscussa del movimento femminile, e aprì la “diga”. Le ragazze diventarono 10, poi 100, poi 1000, e fra i 488 studenti denunciati in quell’occasione, basti ricordare che 165 erano donne. Il che significa che le ragazze erano accanto ai loro compagni a lottare fino in fondo anche se nessun giornale (maschilista) lo riportava in cronaca.

Poi, come abbiamo visto, il percorso di questa “rivoluzione” studentesca perse per strada tanti punti di riferimento. Una buona parte rientrò quasi soddisfatto nel suo privato, mentre una piccola parte proseguì per le strade dell’estremismo dentro cappe ideologiche di mondi impossibili incamminandosi attraverso strade impraticabili in mezzo ad un totale disorientamento politico sia parlamentare sia extraparlamentare e perfino dentro i gruppi estremistici che variavano come banderuole al vento, con tante incoerenze, e con intercambiabili dilettantistici modelli di lotta (dei maoisti, dei tupamaros sudamericani, poi tedeschi, del Che Guevara, dei nordvietnamiti, e tanto altro infantilismo rivoluzionario). Il loro sogno rivoluzionario fallì proprio per queste incoerenti velleità rivoluzionarie, romanticistiche, nihilistiche, utopistiche; tutte alimentate da una spregiudicata letteratura, che provocava, incitava, ma poi clamorosamente falliva per le troppe irrazionalità, dove la più evidente fu quella di credere di operare dentro un proletariato italiano come i partigiani di Mao tra le masse contadine cinesi.

Non perdono però la bussola, le femministe: mutuano le nuove tecniche delle lotte, e le esperienze diventano tutte utili e, contrariamente ai maschi, hanno ben presenti gli obiettivi. Reduce dal caos della piazza e dai vari movimenti iniziano ad esprimere il senso della loro esistenza senza fare tanti giochi di retorica o cercare mondi fatti d’utopie. Nell’agire non annaspano, non cercano alleati, né s’identificano nei miti, ma ridefiniscono prima la loro base, organizzano le loro piccole assemblee, coordinano la lotta, promuovono l’autocoscienza ma soprattutto le donne si parlano fra di loro per modificare la propria condizione e non quella del pianeta, come vorrebbero fare i loro compagni.

In questa gestazione di libertà, uscendo dalle carceri di tanti pregiudizi e follie che circondavano la donna, rientrava ed era molto importante la lotta della liberazione sessuale. Ora che i pericoli della gravidanza erano venuti meno con la libera diffusione degli anticoncezionali che la Corte costituzionale aveva dichiarato legittimi nel marzo scorso, indubbiamente nelle relazione sessuali nella diffusa promiscuità era certamente avvenuta una certa disinvoltura; ma libertà non voleva affermare che ora, come pensavano molti, la donna spazzate via la subordinazione maschilista, i veli moralistici, i pregiudizi, i desideri sessuali frustrati da duemila anni e i tabù della verginità, doveva darsi al primo bullo che passava. Ancora una volta gli uomini, perfino quelli della stessa generazione delle ragazze, dimostrarono di non aver capito nulla del pianeta femminile, e se credevano che l’emancipazione consisteva nel poter andare a letto con loro facendo un semplice cenno, quello sciovinismo maschile che aveva inizialmente plaudito a questa disinibizione come una libertà cercata voluta e conquistata dalla donna, banalizzando ora così (a suo torna conto) il rapporto intimo, la donna si accorse che lo sciovinismo maschile usciva dalla porta e rientrava dalla finestra.

La conquistata libertà di darsi a chi si voleva si trasformava in libertà del maschio di prendersi chi voleva. L’errore era quindi di fondo. Prendere la pillola non doveva essere una sollecitazione del maschio per fare i suoi comodi ma doveva essere sempre e comunque una scelta della donna, altrimenti diventava peggio di prima, pronta per tutte le ore a sua altezza il “principe maschio”.

Se da una parte c’era questa mentalità era perché resisteva la vecchia morale bigotta anche nei maschi, pur della stessa generazione, ma che purtroppo si nutrivano ancora di quella morale convenzionale becera oltre che arrogante, che era predicata non dagli amorali (perdonabili) ma dai moralisti (e questo era più grave).

La sentenza sulla libera vendita della pillola aveva, infatti, sì aperto la strada ad un’ampia informazione istituzionale nei preposti centri sociali, nei consultori ecc., ma aveva anche scatenato una certa pubblicistica cattolica in forte contrasto con quella che era la vera aspirazione femminile; e insisteva ad ignorare che la liberazione sessuale non voleva dire affatto fare la sgualdrina. Comunque molte non avevano aspettato i consultori, né la sentenza della corte, né l’enciclica papale, ma avevano iniziato ad usare responsabilmente la pillola, ma non certo, come predicavano gli ipocriti moralisti, “che le svergognate che ne fanno uso, sono poi quelle che vogliono andare a letto con tutti”. Secondo questa logica il 21% delle olandesi e il 20% del resto d’Europa erano tutte puttane (vedi le cifre nei Paesi sotto). La Chiesa, o meglio i cattolici integralisti, naturalmente rincararono la dose, la pillola era “contro natura” perché impediva la procreazione, oltre ad essere immorale perché promuoveva e favoriva la dissolutezza, la depravazione, le perversioni, la crisi della famiglia, turbe psichiche e altre fosche conseguenze.

Con questa mentalità, in Italia, pur disponibile e in libera vendita da poco, la pillola non era ancora molto diffusa anche se si stava affermando quasi inavvertitamente. Secondo il ministero della sanità nell’anno 1971 sono poco più di 100.000 le donne che hanno usato la pillola, 150.000 le confezioni vendute/mese (una confezione da 50 pezzi, lire 1200) E nei 31 paesi, le donne che ne fanno uso dai 14 ai 44 anni, l’Italia nella graduatoria è al 26mo posto con la percentuale del 1,28%, dietro le Filippine 1,57% e davanti alla Turchia 1,27%. L’Olanda ha il 21,38%, la Germania, il 17,65%, gli USA, il 14,78%, La Svizzera, il 14,32%, l’Austria, il 12,39% ecc. ecc.

La pillola portò con se’ una gran rivoluzione sessuale e raggiunse lo scopo di liberare una metà della razza umana (“l’altra metà del cielo”) dalla sua immemorabile subordinazione (“il ventre è ora mio!” potevano finalmente gridare). La pillola ha, infatti, portato in primo piano il problema del libero rapporto sessuale della donna, al pari del maschio, svincolato dalla procreazione. Le permette insomma il diritto d’avere rapporti intimi prematrimoniali senza dover provare l’angoscia di una gravidanza indesiderata, da sempre considerata immorale,  non solo dal mondo maschilista, ma si era riusciti ad omologare quest’idea anche dentro quel mondo femminile plasmato fin dall’infanzia con questa bigotta educazione. Un fardello psicologico quindi non facile da scrollarsi di dosso.

Su questo diritto della donna (pillola = rapporto sessuale svincolato dalla prole) la Chiesa non è d’accordo, contesta la scientificità della pillola e allarma sulle conseguenze catastrofiche che il suo uso può avere sulla salute dei cittadini (ma gli scienziati si arrabbiarono e risposero: ma quando mai la scienza ha dovuto aspettare l’avallo della Chiesa, che ha dei precedenti non proprio illuminanti, e basta ricordare Galileo). Ma la Chiesa insiste sull’integrità moralistica per gli sconvolgenti effetti che la pillola può avere sui costumi sessuali dei giovani e sul deleterio stimolo alla promiscuità indiscriminata, e richiama i fedeli al non uso, considerandolo contro natura. E qualora si vogliono evitare figli li richiama all’astinenza.

Sensibile al problema del controllo delle nascite considera lecito solo il metodo Ogino Knaus (con il calcolo del ciclo mestruale, i giorni fecondi, le temperature basali); metodo che invece è poco ascoltato, prima perché poco sicuro, in secondo luogo si obietta che il rapporto sessuale non può essere programmato a calendario, ma è sempre una conclusione di un irrazionale processo affettivo e istintivo che deve svolgersi nella più completa spontaneità per non provocare artificiosità, altrimenti diventiamo un allevamento di scimmie che hanno l’estro solo una volta il mese e non conoscono l’intima unione affettiva tipica degli umani.

Il movimento femminista quindi si muove ora su questo terreno che è tutto suo, privato, intimo. La donna sa d’essere “sola” e vuole affrontare da “sola” il “suo problema” con una tematica radicale e dove non teme di imboccare la strada più impopolare, quella che va contro la bimillenaria morale della Chiesa, prima con divorzio, poi con la pillola e infine con quello che già la stessa Chiesa ha iniziato a chiamare “il macigno delle coscienze”: l’aborto.

E non teme nemmeno lo scontro politico per la soluzione totale. E se prima come abbiamo detto era solo una battaglia d’emancipazione sull’economico e sul sociale, ora questa battaglia affronta quel mondo biologico, sociale, religioso che dall’alto s’insiste a voler mantenere chiuso alle idee, alle esperienze e alla volontà della donna; seguitando ad ignorare cosa sta avvenendo negli altri Paesi perfino a noi vicini, dove se non guardano i ciechi maschi, stanno invece guardando le donne d’ogni età, d’ogni ceto sociale, autoaffrancate dalle ideologie politiche e religiose perché in questa battaglia si lotta per la dignità della persona e non per le ideologie politiche religiose cristallizzate. Vaticano anno 1972 e Democrazia Cristiana anno 1972 non coincidono affatto con la chiesa e la religione femminile 1972. Ma pochi capiscono questa differenza che è nell’essenza di questo distinguo, ma dove però la donna si sente finalmente: libera, da se stessa e dal potere gerarchico laico e religioso, così arcaico, medioevale, e che finora arbitrariamente ha condizionato con l’ignoranza qualunquistica la sua e la morale di quell’altra metà del pianeta, abitata da donne, la “seconda metà del cielo”.

Tutto questo accade…..

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continua seconda e terza parte 

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TABELLA INTERA
DELLA
STORIA
DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE > >

 fonte: http://cronologia.leonardo.it/storia/a1972f.htm

Dead women walking

Dead women walking

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Il patriarcato da bar è il modo più semplice cha ha il simbolico patriarcale e maschilista di fare presa e di riprodursi all’interno del discorso comune, della chiacchiera riportata e non ragionata, dello stereotipo senza argomentazione e logicità. Tutto questo si ritrova nell’ultima idea di Giuliano Ferrara, quella di prendere adesioni per una grande moratoria sull’aborto. Ma nell’intento di aprire nuovamente questo discorso stantio c’è anche la malafede di coloro che fanno di ogni discorso un’arma politica contro l’avversario per cui, con il PD debole sulla bioetica e di fronte ad una bella figura internazionale del governo ottenuta con il voto all’ONU sulla moratoria per la pena di morte, Ferrara e altri hanno deciso di strumentalizzare l’aborto per aumentare i malumori nel governo e sperare in un cedimento sui nodi scoperti.
Siamo davvero stufe che i nostri corpi e le nostre vite vengano invase da discorsi opportunistici e di bottega. Ci appelliamo a Giuliano Ferrara perché rivolga la sua crociata altrove: mai pensato di diventare animalista? La questione della libera scelta della maternità non deve più essere argomento su cui imbastire lotte per poltrone e potere politico.
Utilizzare la moratoria sulla pena di morte per fare un parallelo con l’aborto è arrampicarsi sugli specchi. Infatti non c’è nesso logico tra una decisione che per legge uno Stato prende per togliere la vita di qualcuno che è nato ed ha diritti anche se ha commesso qualche grave delitto, e la decisione di una donna di far nascere, amare e crescere un figlio o di non poterlo fare per motivi che riguardano le sue singole e personalissime decisioni di vita e di coscienza. Già lo Stato italiano si è arrogato diritti di decisione per parte delle donne, ponendo limiti alla libera maternità attraverso le limitazioni imposte dalla 194 e con il diritto all’obiezione di coscienza, e decidendo per noi su quando e come avere dei figli o non averne. Si è raggiunto il paradosso della Legge 40 del 2004 con la quale lo Stato ha preso chiara posizione su come bisogna che noi donne abbassiamo la testa alle decisioni degli altri, a decisioni ideologiche e di principio, perché non possiamo scegliere liberamente di avere dei figli neanche in caso di problemi di sterilità.
Il femminismo italiano, come ha ricordato Adriana Cavarero intervistata da Il Foglio, ha già ribadito che sul corpo e sulla sessualità, sulle decisioni di vita delle donne non si deve legiferare, pertanto nessun appello ad un “diritto universale” a favore di ipotetici nascituri può permettersi di andare a contrastare con il diritto di autodeterminazione (autonomia) e di libera scelta che è tra l’altro anche uno dei fondamenti della bioetica, e che spetta a ogni donna. Il dibattito dovrebbe essere posto sul versante dell’etica della responsabilità che deve coinvolgere le donne e gli uomini in ogni parte del mondo, per una decisione matura rispetto alla nascita di un figlio che è un progetto di vita, un impegno fondamentale perché questo nuovo nato abbia possibilità di una vita felice e sviluppare tutte le sue potenzialità. E non funziona neppure l’argomentazione che vuole le donne vittime di una selezione delle nascite in paesi considerati meno civili di quelli europei, questa tragica piaga infatti non si vince con un’ipotetica imposizione statale alla nascita ma con il miglioramento delle situazioni economiche delle donne e con i diritti politici effettivi dati alle donne. Solo così e con una cultura dell’autodeterminazione le donne di questi paesi saranno libere di scegliere quanti figli avere, e solo se non saranno costrette a mandare le loro bambine a prostituirsi o a venderle come spose bambine, allora la nascita delle loro figlie sarà una gioia e non un dolore mortale.
Noi donne, di nuovo trattate pubblicamente come contenitore da maneggiare in talk show abbiamo ora il compito di gridare forte non solo il nostro NO a queste strumentalizzazioni.
Dobbiamo pubblicamente rifiutare il ruolo di “dead women walking” che vogliono appiopparci, perché in questo gioco mediatico siamo noi le sottoposte a pena di morte simbolica.
In questa società nella quale il diritto alla vita è sempre più messo in pericolo, e non certo per le scelte della popolazione femminile ma semmai per la cultura scellerata maschilista che ci considera proprietà del marito, del fidanzato, del padrone, dello Stato, noi donne dobbiamo rivendicare la nostra responsabile autodeterminazione.

Ci chiediamo infine come mai lo pseudo-neo-tomista Giuliano Ferrara non abbia invocato gli universalissimi principi della vita e della difesa degli innocenti quando volenterosamente il suo governo appoggiava — quella sì — la silenziosissima strage di innocenti in Afghanistan e Iraq. C’è da chiedersi infatti come mai il realismo politico di certi maschi rimanga tale per quanto riguarda la guerra — ultima e preziosissima ratio della politica di cui solo loro colgono l’essenza — e si trasformi in un melenso idealismo che difende i feti quando si tratta del corpo femminile. Ferrara — e molti uomini con lui — è realista e cinico quando si tratta delle bombe in Iraq, diventa idealista e mistico quando si tratta del corpo delle donne.
Che dire infatti di quei bambini carbonizzati dalle bombe al fosforo bianco lanciate sull’Iraq dagli aerei americani: innocenti forse non lo erano più per il fatto di essere venuti al mondo dalla parte sbagliata? Perché ci fu il silenzio, allora, su quella vera e propria strage di innocenti – vivi e coscienti – avallata dall’occidente? Quello è sì uno dei tanti crimini contro l’umanità passati sotto silenzio per il quale le madri gemono e continueranno, inascoltate, a gemere.

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Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon

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fonte: Lettere ad anarca-bolo

DONNE – Napolitano: «Ingiustificabile disparità»

donne, aborto, legge 194

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«Un’ingiustificabile disparità», la chiama il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: per la centesima volta si torna a celebrare la battaglia delle donne. E non ci si può ancora rilassare. Guai ad abbassare la guardia: basta un Ferrara qualunque a rimettere in discussione diritti e certezze che parevano intoccabili. Per questo, cento anni dopo, l’8 marzo torna ad avere un sapore particolare, non quello della pizza e degli strip-tease con cui si è tentato di annacquarlo. In piena campagna elettorale, dove sui temi dell’etica, della laicità dello Stato e dell’autodeterminazione lo scontro è serrato, l’8 marzo 2008 si torna in piazza.

Grande manifestazione nazionale a Roma, promossa da Cgil, Cisl e Uil, e cortei in tutta Italia: da Milano a Napoli, da Firenze a Cagliari, decine di migliaia di donne sabato pomeriggio sono tornate a riempire le strade delle città italiane. C’è, come sempre, chi si divide. Le lesbiche e le femministe di Roma, ad esempio, hanno sfilato venerdì perché, spiegano, «non vogliamo condividere né data né posto con Giuliano Ferrara».

Il “provocatore” che ora si candida alle elezioni con la lista Pro-Life, infatti, sabato è in piazza Farnese, a poche centinaia di metri da piazza Navona, dove invece è riunita la manifestazione organizzata dai sindacati. La sua iniziativa, dal titolo Musica e vagiti. Prima le donne e i bambini, è stata interrotta da una donna che “armata” di fischietto ha provato a esprimere il suo dissenso agli anti-abortisti, che l’hanno immediatamente allontanata dalla piazza.

In piazza con Cgil, Cisl e Uil c’è la ministra per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini. «Il Paese – ha detto spiegando i motivi della sua adesione – si misura sulla capacità di allargare diritti e doveri civili e di combattere ogni forma di discriminazione. Di dare lavoro e riconoscere i meriti. Perché solo così si promuovono crescita ed etica pubblica».

Al corteo c’è anche Rosy Bindi, ministra per le Politiche per la Famiglia: «Ci sono ancora troppi condizionamenti e troppi ostacoli ad una piena valorizzazione delle donne nella società e nelle istituzioni – ha commentato – In questa breve legislatura il governo Prodi ha dimostrato maggiore attenzione e ha investito nuove risorse per migliorare alcuni servizi essenziali, tutelare la maternità, promuovere la buona occupazione femminile, promuovere la conciliazione tra famiglia e lavoro. Questo 8 marzo – ha concluso la Bindi – deve diventare un’occasione per testimoniare che senza il genio e la creatività delle donne l’Italia non cambia».

Una ricerca Almalaurea pubblicata proprio in questi giorni fotografa ancora un’Italia dove le donne laureate lavorano e guadagnano meno, anche a parità di ruoli professionali, e sono più precarie. «La stabilità a cinque anni dal conseguimento del titolo – si legge nella ricerca – riguarda in misura più consistente gli uomini (78%) che le loro colleghe (64%). Circa la metà delle donne impiega 3 mesi per reperire il lavoro, gli uomini 2 mesi. Gli uomini, già ad un anno dal conseguimento del titolo, occupano posizioni di più alto livello rispetto alle donne. Per quanto riguarda la busta paga, le neolaureate guadagnano 261 euro in meno. Dopo cinque anni – chiude Almalaurea – il divario aumenta: 353 euro in meno».

Poi c’è il problema della rappresentanza. È Napolitano a ricordare ai partiti l’urgenza: «Vedremo all’indomani del voto del prossimo 13 aprile – ha detto – in quale misura le forza politiche abbiano ridotto una ingiustificabile disparità nelle presenze di uomini e donne nel Parlamento». «Una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni rappresentative e di governo – spiega – può contare non poco per sviluppare politiche volte a far crescere l’occupazione femminile, a favorire la conciliazione tra lavoro e maternità, ad assicurare il sostegno alla cura e all’istruzione dei bambini svantaggiati».

Sul fronte degli attacchi al diritto all’aborto, invece, proprio venerdì il ministero della Salute ha pubblicato il “Rapporto sulla stato della salute delle donne in Italia” in cui si avanzano alcune proposte che nel clima di questi giorni suonano come rivoluzionarie: pillola anticoncezionale gratuita, a totale carico del servizio sanitario nazionale; spirale gratuita nei consultori per le donne a basso reddito; divieto di obiezione di coscienza sulla pillola del giorno dopo, intesa come farmaco anticoncezionale e non abortivo.

Infine, sul tema della lotta contro la violenza, prima causa di morte delle donne, come al solito si fa riconoscere la Lega. A Milano, al posto della mimosa, il partito di Bossi regala alle donne bombolette spray anti-aggressione al peperoncino. La chiamano la «festa della donna sicura», e non sanno che sono le idee leghiste dell’esclusione, dei diritti a metà, della paura del diverso, a metterle in pericolo.

Pubblicato il: 08.03.08
Modificato il:
08.03.08 alle ore 16.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73573

DIRITTI:

Le donne escluse dai colloqui di pace

di Thalif Deen

Thoraya Obaid, a capo del Fondo ONU per la Popolazione, che a febbraio ha lanciato una importante iniziativa contro la violenza sulle donne

Foto: UN Photo/Mark Garten

NAZIONI UNITE, 5 marzo 2008 (IPS) – Mentre le Nazioni Unite portano avanti le due settimane di dibattito sulla condizione delle donne nel mondo, un tema scottante continua a serpeggiare tra le sale conferenza del Segretariato: la pace è ancora decisamente nelle mani di “uomini in giacca e cravatta, avvolti nel fumo dei loro sigari”.
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È un territorio essenzialmente dominato dagli uomini,
sostiene Gina Torry, coordinatrice dell’Ong Working Group on Women, Peace and Security.

Per esempio, sottolinea Torry, non esistono consulenti specializzati in tematiche di genere nei colloqui di pace in corso in Darfur, Sudan, dove donne e bambini sono le principali vittime di ciò che le Nazioni Unite chiamano “genocidio”.

“È preoccupante, perché tali esperti potrebbero aiutare le donne ad affrontare le sfide e a superare le divisioni”, aggiunge l’attivista.

Far sentire la voce delle donne
nelle sale conferenza sarebbe un inizio, prosegue, “ma portarle sul tavolo (dei negoziati in posizioni autorevoli) significherebbe un progresso reale”.

Ma questo appartiene alla sfera della fantasia politica, secondo il Fondo Onu per lo sviluppo delle donne (Unifem).

Nel 2000, la risoluzione 1325
del Consiglio di sicurezza chiedeva una equa partecipazione di donne e uomini nel mantenimento e nella promozione della pace e della sicurezza. Ma quella risoluzione “era ben lontana dall’essere attuata in modo adeguato”, sostiene Anne Marie Goetz, capo consulente Unifem su governance, pace e sicurezza.

Goetz ha dichiarato alla Commissione Onu sullo status delle donne – che venerdì prossimo chiuderà il suo incontro della durata di due settimane – che pochissime donne hanno partecipato ai colloqui di pace come negoziatori ufficiali o osservatori.

“I processi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione sono ancora raramente rivolti ai bisogni delle donne insieme alle forze mobilitate, e la pianificazione e i fondi post-conflitto per il recupero delle donne sono ancora scarsi”, ha aggiunto.

Goetz ha chiesto di adottare una visione sensibile alle tematiche di genere nella risoluzione dei conflitti, nella pace e nella riabilitazione.

Un aspetto positivo è che
di recente Unifem ha promosso il capacity-building di gruppi di donne in Darfur, e consultazioni di pace nazionali con le donne, oltre a cercare di favorire l’accesso delle donne alle istituzioni coinvolte nel processo di pace.

In Uganda del nord,
Unifem ha unito le sue forze al Dipartimento degli affari politici, per nominare un “consulente di genere” nei colloqui di pace. Al tempo stesso, ha sostenuto gli sforzi per migliorare le strategie dell’esercito e della polizia nel prevenire la violenza sessuale nei conflitti.

La vice segretario generale Carolyn McAskie, capo dell’Ufficio di sostegno per la costruzione della pace dell’Onu (U.N. Peacebuilding Support Office, PSO), evidenzia come nonostante tanta retorica sul ruolo delle donne nella costruzione della pace, il contributo delle donne non venga mai riconosciuto a pieno.

Ma sia il PSO che Unifem
hanno promosso la partecipazione di gruppi femminili ai processi di peacebuilding in due paesi: Sierra Leone e Burundi.

Il governo della Sierra Leone
e la Commissione Onu per la pace hanno adottato una Struttura di “Peacebuilding Cooperation Framework” che riconosce l’uguaglianza di genere come un tema trasversale legato alla pace, con impegni specifici per portare avanti questo obiettivo.

Tra questi, unità di sostegno familiare, capacity-building di istituzioni nazionali legate al genere e attuazione di leggi relative alla violenza domestica, eredità e diritti di proprietà.

In Burundi, spiega McAskie,
le donne hanno partecipato al processo di pace, integrando l’uguaglianza di genere nella governance democratica e nelle strutture di peacebuilding.

Grazie al sistema delle quote
specificato nell’accordo di pace e nella nuova costituzione del Burundi, adesso le donne sono meglio rappresentate nel governo, con il 30 per cento dei seggi parlamentari e sette posti ministeriali.

“Nonostante questi risultati
significativi, molto deve essere ancora fatto”, ha detto McAskie la scorsa settimana alla Commissione sulla condizione femminile.

“Abbiamo imparato che la nostra capacità di determinare un cambiamento reale nella parità di genere attraverso il processo di costruzione della pace dipende in gran parte da come la comunità internazionale stabilirà le proprie priorità e userà le proprie risorse”, ha dichiarato.

McAskie ha poi sostenuto che la tanto sbandierata risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza di otto anni fa dovrebbe essere usata come una leva politica per garantire la presenza di consulenti di genere nelle fasi di pianificazione delle missioni di peacekeeping dell’Onu.

Il Consiglio di sicurezza, ha aggiunto, dovrebbe poi assicurare che i briefing del Segretariato includano “l’impatto di genere” sulle situazioni di conflitto.

Allo stesso tempo, dovrebbero esserci più donne nelle posizioni decisionali di alto livello, che possano sollevare questi temi.

“Dovremmo parlare tutti la stessa lingua”, ha aggiunto.

fonte: www.ipsnotizie.it

La badante arrestata dopo un gesto eroico: Salva una donna, ma è clandestina

 

La ragazza moldava, stordita, è riuscita a chiedere aiuto

In casa c’era stata una fuga di monossido di carbonio

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DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — Martedì scorso al Lido il vento soffiava fortissimo. E la canna fumaria di quel palazzo al numero 5 di via San Giovanni d’Acri spunta di pochi centimetri dal tetto. Forse è andata così, forse le raffiche hanno spinto giù il monossido fino all’appartamento del primo piano. Umberto Viviani è morto nel sonno. Aveva 89 anni. La moglie Angela ha un anno di meno: si è salvata, ma è in coma. Victoria sta bene. È stata lei a chiamare aiuto.
«Ho pensato: ora muoio anch’io ».

Invece è viva, ma rischia di essere rimandata in Moldavia perché quella sera sono arrivati i carabinieri e si è scoperto che non ha il permesso di soggiorno. Victoria è la ragazza che puliva, cucinava e dava una mano in casa. Quattro ore di lavoro al giorno. Umberto e Angela la pagavano 170 euro alla settimana. Tecnicamente non era la loro badante, faceva solo i lavori domestici. In realtà era molto di più. A Victoria la casa piaceva: era grande, poteva usare la macchina da cucire e le amiche di Angela le portavano abiti da accorciare e pantaloni a cui fare l’orlo, perché sapevano che a Chisinau aveva studiato da sarta e ora aveva bisogno di soldi. Poi quei signori la trattavano bene, la chiamavano «tesoro», le dicevano «figlia mia».
Loro un figlio l’avevano messo al mondo, ma è morto in sala operatoria negli anni ’60, giovanissimo. Chissà se è per questo che ogni tanto marito e moglie chiedevano a quella moldava di 28 anni di stendersi un po’ con loro sul lettone a riposare, parlare, stare insieme. «Io lì mi sentivo bene — dice Victoria —. Erano gentili, mi abbracciavano anche». Se Umberto sentiva che il cuore non andava le domandavano di fermarsi a dormire, per sicurezza, per non stare soli la notte.


Glielo hanno chiesto anche martedì. Poco dopo le undici Victoria si è svegliata per terra, nel suo vomito. Ha sentito che la tv nella stanza matrimoniale era ancora accesa. Ha strisciato fino lì: Umberto non respirava più, la moglie non rispondeva. È arrivata al telefono e ha chiamato l’unico loro parente rimasto, Massimiliano, un nipote. Ora è stesa in un letto del reparto di Cardiologia all’ospedale civile di Venezia. Lo stesso dove Angela è in rianimazione. I giornali l’hanno chiamata «badante-coraggio ». E quando si è scoperto che non ha rispettato un vecchio foglio di via, la Cgil veneta è insorta: «Diamole una medaglia, altro che mandarla via. Non può essere punita per aver aiutato chi era in pericolo ».

È in arresto, è stata piantonata, rischia il rimpatrio immediato. Il processo per direttissima avrebbe dovuto celebrarsi ieri e invece non c’è stato. Si attende che venga dimessa. La sensazione è che intanto si cerchi una via d’uscita. La legge è chiarissima: la ragazza va espulsa. Però l’idea non piace a nessuno. «Ho pagato 4.400 euro per venire in Italia, sono entrata in pullman il 19 dicembre 2006 e quello stesso giorno la polizia ci ha fermato». Le danno un foglio di via. Lei rimane. Si stabilisce a Venezia, dove la comunità moldava è forte. Prima fa la baby sitter e la sarta, poi trova questo lavoro.
«Ho restituito 2.000 euro a chi mi ha pagato il viaggio, ne manc ano altri 2.400. Venezia è bella, ma un po’ sporca, insomma non è come la mia Moldavia. Io ci voglio tornare, ma non così: prima voglio guadagnare un po’. Però sono stanca di non avere documenti, stanca di non poter fare un lavoro normale». Sostiene di aver chiesto il permesso, che non le hanno risposto. Massimiliano, il nipote dei Viviani, è pronto ad assumerla nella sua pizzeria. «Avevo già fatto domanda di assunzione per lei il 12 dicembre, tramite il patronato Uil, come badante. La quota per le moldave era esaurita. Lo sa com’è, è la legge».

Mario Porqueddu
08 marzo 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_08/badante_clandestina_arrestata_a451d7d2-ecdf-11dc-bb50-0003ba99c667.shtml

IMMIGRATI CLANDESTINI – Io vi condanno a vivere come schiavi

di Fabrizio Gatti

Un lavoratore clandestino o in attesa di rinnovo del permesso non ha diritto a ricevere la sua paga. È una scandalosa sentenza del Tribunale di Como

Immigrati sbarcati a Lampedusa
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Chissenefrega se la deregulation nei cantieri e nelle fabbriche fa morire più operai in Italia che soldati americani in Iraq. E soprattutto cosa importa se le imprese che sfruttano il lavoro nero sono il motore dell’immigrazione illegale. Sentenza dopo sentenza, alcuni tribunali del Nord hanno creato il dipendente a costo zero. Zero assoluto: basta ingaggiare clandestini, farli lavorare come bestie. E alla fine non pagare il dovuto. Dalla Lombardia alla Liguria non si rischia nulla. Nemmeno se gli stranieri trovano un avvocato e fanno denuncia. Ci sono giudici che li considerano fantasmi, invisibili, inesistenti. E che, proprio per questo, danno ragione agli imprenditori.

Il Nord-Ovest batte il Nord-Est. Sono casi sempre meno isolati. Decisioni che trasformano in carta straccia decenni di battaglie sindacali, pronunciamenti della Cassazione, convenzioni internazionali. Leggere queste sentenze è come percorrere la via nordista al codice civile: un’Italia divisa tra i cittadini e le cose ‘inanimate’ del diritto romano, tra i garantiti e gli schiavi contemporanei. Una discriminazione che si manifesta ovunque: dalle aule di giustizia agli sportelli dell’Inps, dai concorsi per la pubblica amministrazione all’infinita attesa per il rinnovo dei permessi di soggiorno.

Si comincia da Como. L’ultimo caso è il più clamoroso: nella città lombarda è stato appena stabilito che un clandestino non ha diritto ad avviare un processo. Nemmeno se è vittima e parte lesa. Lunedì 25 febbraio il Tribunale deposita la sentenza che riguarda Ali A., muratore egiziano e quattro suoi colleghi. Ali non è nemmeno clandestino. Una settimana prima, però, quando il giudice lo convoca, non ha con sé il permesso di soggiorno perché l’ha consegnato in questura: è scaduto a fine 2007 e, come tutti gli immigrati, anche Ali rischia di dover aspettare più di un anno per i ritardi che paralizzano la burocrazia dei rinnovi. Ma dall’8 marzo al 22 maggio 2007 era perfettamente in regola. In quel periodo Ali lavora in un cantiere in Val d’Intelvi, confine di prati e boschi tra Italia e Svizzera, dove un’impresa di Como sta costruendo villette a schiera. I quattro colleghi sono invece clandestini, tutti egiziani.

Secondo il loro ricorso contro l’imprenditore edile, presentato dall’avvocato Domenico Tambasco di Milano, il 22 maggio vengono allontanati dal cantiere perché non servono più. Licenziamento orale, metodi da caporalato. Davanti al Tribunale di Como i cinque muratori chiedono il dovuto. Poco più di 60 mila euro da suddividere. Il rappresentante legale dell’impresa ammette invece di conoscere soltanto Ali A. e uno dei suoi colleghi, perché inviati in cantiere da una cooperativa di subappalto. Ma il giudice Beniamino Fargnoli, l’unico della sezione Lavoro nel Tribunale comasco, non entra nemmeno nel merito. Dichiara semplicemente non ammissibile il ricorso. Gli servono sette pagine per spiegare il ragionamento. Una motivazione che, se non è viziata da errori di valutazione, rivela quanto le leggi e i codici italiani possano essere discriminatori.

Prima interpretazione, articolo 75 del codice di procedura civile sulla capacità o incapacità processuale: “I diritti esercitati dai ricorrenti non sono legittimi poiché essi non potevano stare sul territorio italiano, essendo sforniti di permesso di soggiorno…”, scrive Fargnoli. “La loro clandestinità originaria vizia ogni diritto reale o obbligazionario acquisito sul territorio nazionale. Ad avviso del decidente”, aggiunge, “l’articolo 75 esclude le persone che si trovano illegittimamente in Italia dall’esercitare processualmente i diritti ivi pretesi”. Seconda interpretazione, articolo 2.126 del codice civile sulla prestazione di fatto con violazione di legge: “L’arrivo clandestino di stranieri in Italia viola l’ordine pubblico”, scrive il giudice: “Il contratto di lavoro stipulato da un clandestino nasce con una causa negoziale illecita. L’illiceità della causa del contratto di lavoro impedisce l’applicazione dell’articolo 2.126, il quale nega la remunerabilità del contratto nullo per causa illecita”.

Il resto della motivazione è un’autostrada a quattro corsie per chi vuole approfittare di questa sentenza e sfruttare badanti in stato di necessità o ricattarle con lo stipendio. Oppure ingaggiare a basso costo muratori, operai, braccianti, colf tra i clandestini o gli stranieri in attesa di rinnovo del permesso. “I diritti fondamentali sono di natura esclusivamente sostanziale. I diritti fondamentali non possono essere di tipo processuale”, scrive il giudice di Como, confutando una sentenza opposta del Tribunale di Milano che l’anno scorso ha fatto giurisprudenza. “Il clandestino che si trova illegalmente in Italia“, stabilisce invece il Tribunale comasco, “non può invocare la tutela giudiziaria italiana salvo specifiche eccezioni”. Una conclusione, secondo la controparte, che ignora l’articolo 24 della Costituzione e il diritto a proteggere la propria esistenza per almeno 540 mila immigrati già nel nostro Paese e sfruttati nel lavoro nero.

E Ali, che il permesso di soggiorno ce l’ha? Il giudice cita la Cassazione: “La scadenza del permesso di soggiorno determina l’impossibilità sopravvenuta della prestazione… e può costituire giustificato motivo di licenziamento”. L’ultimo provvedimento del giudice di Como è l’ordinanza con cui trasmette gli atti alla questura per l’espulsione degli egiziani. Dalla stessa ordinanza non risulta però l’invio degli atti alla Procura per il reato di sfruttamento di manodopera clandestina nel cantiere. Il legale dei muratori presenterà appello: “Il principio applicato”, spiega Tambasco, “ha conseguenze pratiche gravissime. Riconoscere che il lavoratore clandestino non abbia nessuna possibilità di far valere i propri diritti significa far rientrare nel nostro ordinamento la schiavitù”.

L’opposto di quanto accade a Padova: dove, spiega l’avvocato Marco Paggi, proprio pochi giorni fa la sezione Lavoro del Tribunale ha accolto un ricorso e stabilito che anche un clandestino, pur non potendo per legge essere assunto, deve essere retribuito.

Altri magistrati del Nord-Ovest seguono invece i principi del loro collega di Como. Ecco la motivazione con cui il Tribunale di Genova boccia la causa di un operaio dell’Ecuador contro il titolare di una ditta: “Non è intercorso e non sussiste alcun rapporto di lavoro, ma è semplicemente intervenuta una prestazione di attività lavorativa”. In un’altra sentenza del Tribunale genovese contro il ricorso di un dipendente clandestino è scritto che “attesa la gravosità degli oneri che il datore di lavoro si assume dando inizio alla procedura di regolarizzazione… è evidente che la presentazione della dichiarazione di emersione non può che costituire una mera facoltà per il datore di lavoro”. Rispettare la legge non era un obbligo? La risposta del Tribunale: “Il giudice non può sostituirsi a un privato nell’esercizio di una sua facoltà”.

In crisi“, spiega l’avvocato di Genova Alessandra Ballerini, “è il rapporto di tutta la pubblica amministrazione con la percentuale di popolazione straniera. L’accesso al pubblico impiego ne è un esempio. Come l’assunzione in società pubbliche di trasporto: è regolata da un regio decreto del 1931 che il dipartimento Pari opportunità pochi mesi fa ha dichiarato in contrasto con la normativa antidiscriminazione nazionale e comunitaria. Eppure ancora oggi gli stranieri in regola con i documenti che chiedono di essere assunti da imprese di trasporto vengono respinti”.

Una discriminazione che non salva nemmeno chi si è infortunato lavorando in Italia. L’Inps riconosce la pensione di invalidità esclusivamente agli immigrati con carta di soggiorno permanente che solamente una minoranza di persone ha ottenuto. È per questo che Irene, 62 anni, ex badante dell’Ecuador, rischia l’espulsione da Genova. Invalida al 75 per cento dopo una caduta, non può più lavorare. Non ha la carta di soggiorno. E l’Inps le ha negato l’assegno sociale. Così, senza lavoro né pensione, non può rinnovare i documenti per rimanere in Italia. La donna ha presentato ricorso. Intanto vive di elemosina.

(06 marzo 2008)

ELEZIONI: DILIBERTO A VELTRONI, QUANTI ALTRI LEADER FANNO PASSO INDIETRO?

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foto Ansa

Roma, 7 mar. – (Adnkronos) –

”Veltroni sostiene dal Tg3 che e’ grazie a lui che due operai saranno in Parlamento. A Veltroni rispondo con semplicita’: Quanti altri leader fanno un passo indietro? Quanti altri leader non chiedono ad altri di farsi da parte e di fare un passo indietro per candidare un operaio? E’ una scelta di elementare coerenza con tutta la mia vita politica. Che Veltroni non puo’ capire”. Lo afferma Oliviero Diliberto.

fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Politica/?id=1.0.1951653282

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Grazie Compagno Diliberto!

 Inserito da Il Brigante Rosso

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«I Comunisti sono diversi dagli altri. E lo dimostriamo con i fatti e non con le parole».
Con questa frase il Compagno Oliviero Diliberto ha spiegato ieri la decisione di lasciare il proprio posto come capolista alla Camera nel collegio di Torino a Ciro Argentino, delegato operaio della Thyssen e dirigente provinciale del Partito dei Comunisti Italiani.
Una scelta esemplare, una scelta da Comunista!
Una scelta che ha sorpreso e lasciato senza parole (vedi il “no-comment” di Fausto Bertinotti) anche quella parte dei dirigenti degli altri Partiti della sinistra che, durante le vicende seguite alla caduta del governo Prodi, si erano affrettati ad accusare il Compagno Diliberto di curare il proprio orticello solo perché aveva avvisato la sinistra dal pericolo che avrebbe corso accettando di prendere parte ad un governo di transizione che avrebbe dovuto avere tra i sostenitori anche parte del centro-destra.
Ma i nodi prima o poi vengono al pettine e nel momento in cui le azioni, anche i gesti simbolici, contano più delle parole, i Comunisti, come sempre, mostrano con orgoglio la propria diversità.
Personalmente ho sempre apprezzato il Compagno Diliberto già da quando militavo nel Prc.
Infatti, proprio per le posizioni espresse da Diliberto e da tutto il gruppo dirigente del PdCI in merito alla Sinistra Arcobaleno (ovvero la necessità dell’unità della sinistra senza che questo significhi la nascita di un nuovo Partito genericamente di sinistra e quindi la cancellazione dei Comunisti) lo scorso Dicembre, dopo aver abbandonato con sofferenza i Prc a Settembre con l’intenzione di terminare lì il mio impegno politico, ho deciso di iscrivermi al PdCI .
Oggi voglio ringraziare il mio segretario per avermi fatto sentire parte di una comunità, di un progetto, ed avermi ridato l’entusiasmo, quell’entusiasmo che avevo perso solo qualche mese fa.
Da oggi lavorerò con tutte le mie forze e con maggiore convinzione per l’Unità dei Comunisti dentro la confederazione della sinistra.
Compagni e Compagne, al lavoro ed alla lotta!

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fonte: http://www.ilbriganterosso.info/dblog/articolo.asp?articolo=520

Lavoro e legge 194: l’8 marzo torna in piazza

Corteo di Cgil, Cisl e Uil, studentesse contestano alla Sapienza il direttore del Secolo
Iniziative e un presidio all’Esselunga dopo i presunti casi di mobbing

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di MARINA CAVALLIERI

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<B>Lavoro e legge 194<br>l'8 marzo torna in piazza</B>.

ROMA – Cortei, presidi, sit in: non sarà un 8 marzo rituale quello di oggi, ci saranno più slogan che mimose a scandire una giornata tornata inquieta. Un po’ ovunque, in ogni città, sono previste iniziative, e dal lavoro alla legge 194 anche la celebrazione più rassicurante si tinge di lotta e di polemica. Dopo oltre venti anni dall’ultimo appuntamento unitario, le donne dei sindacati confederali manifestano a Roma.

“Le nostre parole d’ordine saranno sviluppo, lavoro, qualità della vita, libertà di scelta”, dice Aitanga Giraldi, responsabile per le politiche femminili della Cgil. Dopo tanto parlare in questi giorni di aborti, feti e ideologie, le donne che organizzano la manifestazione vogliono portare di nuovo al centro dell’attenzione la precarietà, le differenze salariali, la cura della famiglia, gli orari della città.

Temi che attraversano la vita quotidiana, rimossi dal dibattito elettorale e dalla scena mediatica. “A sentire i discorsi degli ultimi tempi sembra che alle donne interessi solo abortire, non è così, non siamo delle sconsiderate”. L’appuntamento di Cgil, Cisl e Uil è alle 14 in piazza Bocca della Verità, da dove partirà il corteo diretto a piazza Navona. Un palco al femminile accoglierà le testimonianze di precarie, studentesse, lavoratrici e pensionate. Attese anche una sindacalista indiana e una birmana. Gli unici uomini a intervenire saranno i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti.

Tra le adesioni all’iniziativa sindacale, quelle delle ministre Barbara Pollastrini e Livia Turco, della capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, delle donne della sinistra Arcobaleno, del Partito Democratico, della Commissione Pari Opportunità della Fnsi, della Federconsumatori.

Poco distante, a Piazza Farnese, si terrà la manifestazione indetta dalla lista pro-life voluta da Giuliano Ferrara a favore della moratoria per l’aborto. Il neomovimento per la tutela del concepito, che ha tra i suoi obiettivi politici l’obbligo di seppellire tutti i feti abortiti sul territorio nazionale, ammette che l’appuntamento “è una provocazione forte”. “Ma noi vogliamo fare una grande festa”, spiega Olimpia Tarzia, “per ricordare le donne che vivono nel silenzio questo dramma e che oggi hanno l’occasione di celebrare la vita”. Quindi, “musica (canta Ferretti Giovanni Lindo, ex leader della band di estrema sinistra Cccp) e vagiti”. Di fatto è il via alla campagna elettorale della lista “Aborto? No grazie. Per la moratoria con Giuliano Ferrara”.

Se la battaglia pro-life raccoglie simpatie nella destra e anche tra i teodem, la manifestazione di oggi non attira. “Si tratta di manifestazioni elettorali, e allora ciascuno fa le proprie”, taglia corto Giorgia Meloni di An. Guerra di piazze ma l’8 marzo era iniziato già da ieri. A Roma nel pomeriggio avevano sfilato in corteo centinaia di donne unite dallo slogan “Tra la festa, il rito, il silenzio scegliamo la lotta”. “Abbiamo deciso di scendere in piazza – hanno spiegato le organizzatrici dell’Assemblea romana lesbiche e femministe – per avere più visibilità”.

Una manifestazione in difesa della legge sull’aborto e contro la violenza maschile in famiglia. Il corteo si è svolto nel ventennale dello stupro di Marinella Cammarata, una ragazza che vide i suoi violentatori tornare in libertà. E sempre ieri, all’università la Sapienza, risse e scontri verbali. Il direttore del Secolo d’Italia, Luciano Lanna, intervenuto ad una tavola rotonda organizzata da Azione universitaria, è stato contestato da alcuni gruppi di studentesse. Aggredito “con sputi”, ha denunciato il giornalista, “provocate da un saluto fascista” hanno ribadito le contestatrici.

(8 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/politica/otto-marzo/otto-marzo/otto-marzo.html