Archivio | marzo 10, 2008

Diliberto: “La Sinistra? Confederata”

Grazie a http://www.ilbriganterosso.info/dblog/

che ha trascritto l’intervista rilasciata a Liberazione dal segretario dei Comunisti Italiani e si lascia “copiare”…:

 

 

 

Venerdì la scelta di farsi da parte per far posto in Parlamento a Ciro Argentino, operaio della Thyssen Krupp di Torino. Ieri, le congratulazioni degli alleati della Sinistra Arcobaleno, ma anche le critiche. Pungenti, come quella di Armando Cossutta, storico ex del Pdci, in polemica con l’attuale dirigenza del partito ormai da tempo. Il gesto di Oliviero Diliberto è «demagogico», per l’ex presidente dei Comunisti Italiani, e poi «non è pensabile che il segretario di un partito non sieda in Parlamento, è una cosa che non ha senso, un atteggiamento che denota mancanza di rispetto verso il ruolo di leader e verso le istituzioni». Diliberto lascia correre così: «Con Cossutta non polemizzo, non ne vale la pena…». Quindi, punta dritto al Pd di Veltroni e al suo attacco al candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti. «Walter è nervoso, perché la scelta di candidare Calearo alla fine gli sta facendo perdere consensi…», sostiene Diliberto che però non è tenero sul processo unitario a sinistra.

 

Cosa rispondi ad Armando Cossutta?

Non polemizzo con Cossutta, né con la sua famiglia: non ne vale la pena.

 

Parliamo allora del Pd. Veltroni ci è andato pesante con Bertinotti, lo accusa di aver scoperto solo ora la lotta di classe, ora che è sceso dallo scranno di Montecitorio. Un attacco durissimo come non si era mai visto dall’inizio della campagna elettorale.

In primo luogo, quella di Veltroni è una caduta di stile clamorosa. In secondo luogo, è falsa perché anche da presidente della Camera Bertinotti ha continuato a dire e scrivere cose molto esplicite sulla contraddizione tra capitale e lavoro. Il punto è che Veltroni si sta rendendo conto, con l’aiuto dei sondaggi, che la scelta di candidare l’ex presidente di Federmeccanica Calearo, sostenitore dello sciopero fiscale, sta facendo precipitare il Partito Democratico. Altro che rimonta! Walter è dunque nervoso, da qui gli attacchi impietosi a Bertinotti e alla Sinistra. E’ nervoso e non mi dispiace affatto.

 

Hai avuto modo di parlare con Ciro Argentino dopo la scelta di eleggerlo a Torino? Idee per la campagna elettorale?

Io farò la campagna elettorale a Torino, come nel resto d’Italia, come se fossi io il capolista, con lo stesso impegno e anche di più perché ho un argomento in più ed è la rinuncia spontanea a un posto in Parlamento. Una scelta che parla anche di rinnovamento della politica in almeno due direzioni. La prima: per dire che al posto di un segretario di partito in Parlamento ci andrà un operaio di produzione affinché i temi del lavoro siano anche fisicamente rappresentati nelle istituzioni. La seconda direzione è per dire che non è vero che i politici sono tutti uguali: c’è ancora chi fa politica con la passione e senza alcun interesse personale.

 

Accennavi ai temi del lavoro, centrali nella campagna elettorale, come dimostra anche il carteggio Veltroni-Giordano sulle pagine di Liberazione nei giorni scorsi. Per Bertinotti va ricostruita una coalizione di lavoratori e lavoratrici per fare in modo che il lavoro torni a essere elemento di identità collettiva. Una sfida per la Sinistra, che come le altre forze politiche pure accusa una distanza dal lavoro. Ce la farete?

I partiti politici devono tornare ad essere il volano della rappresentanza degli interessi di classe nelle istituzioni, ma anche nella società. C’è un punto teorico spesso dimenticato: per un comunista, ma anche semplicemente per chi è veramente di sinistra, le istituzioni sono uno dei luoghi del conflitto e non viceversa. E’ profondamente sbagliato pensare che il conflitto si fa in fabbrica, mentre nelle istituzioni si fa la mediazione. Anche nelle istituzioni i partiti portano il conflitto di classe. Quindi: il Pd porta gli interessi della Confindustria, noi abbiamo l’ambizione di portare gli interessi dei lavoratori.

 

La Sinistra Arcobaleno: perché come Pdci non c’eravate alla presentazione della campagna elettorale unitaria?

C’era il coordinatore della segreteria, Galante. Io avevo impegni fuori Roma, assente giustificato.

 

Dunque, nessun rancore per la scomparsa di falce e martello dal simbolo. Questo processo unitario va avanti anche dopo le elezioni?

Il processo unitario va avanti, ma dipende in che forma. Io sono contrario all’idea del partito unico. L’ho detto, lealmente. Mi convince un processo unitario in forma confederale e cioè con la permanenza dei partiti e di un contenitore più grande nelle forme che la politica determinerà. Ma la sinistra deve essere unita tanto più in un momento di difficoltà come questo, visto che l’obiettivo del Pd è far scomparire la sinistra.

 

Alcune associazioni della sinistra, per esempio Uniti a Sinistra di Folena, hanno già avviato un tesseramento unitario del nuovo soggetto. Puntano ad aprire circoli unitari anche nelle fabbriche, vogliono un soggetto unico…

Eviterei forzature di qualunque genere, la fretta è cattiva consigliera. Va bene che facciamo la campagna elettorale tutti insieme, ma dopo non è Folena che detta la linea.

 

 

Intervista a Repubblica (da http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm)

DILIBERTO A REPUBBLICA: CAMBIARE PAESE ANCHE FUORI DA ISTITUZIONI

Roma, 10 marzo 2008

di UMBERTO ROSSO

ROMA – «C`è chi giura vado in Africa e poi eccolo là, candidato premier…».

Lei invece, segretario Diliberto?

«Rinuncio al mio posto in Parlamento per lasciare spazio ad un operaio, Ciro Argentino. Non è mica un dramma, la politica si fa anche fuori dalle istituzioni. Ma la coerenza è la mia, non quella diVeltroni».

Però il passo indietro è arrivato dopo le critiche dei due sindacalisti Nerozzi e Passoni.

«Allora, a questo punto, rinuncino anche loro alla candidatura nel Pd a favore di lavoratori. Voglio proprio vedere. Ma il mio passo indietro non c’entra nulla con il loro attacco».

Com’è andata allora?

«Che a Torino ci fosse in lista Argentino, operaio vero, in produzione, uno che alla Thvssen si fa otto ore e più, lo avevamo deciso da tempo. Ma quando un paio di giorni fa mi hanno portato la griglia dei nomi, mi sono accorto che era finito al sesto posto. Sarebbe rimasto fuori dalla Camera».

Non ne sapeva nulla?

«Non ho preso parte al tavolo delle candidature».

Al Pdci però era già toccata la casella di capolista a Torino, proprio per lei.

«Appunto. Quindi, ho deciso di lasciare a Ciro quel posto. Sto sugli scranni in Parlamento dal `94, scendere giù non è una gran fatica. Un esempio, piuttosto. Della diversità dei comunisti: noi non siamo attaccati alle poltrone».

Un esempio che qualche altro leader dovrebbe seguire?

«Non lo chiedete a me».

Ma non avrebbe potuto candidarsi altrove?

«Certo. Tanti compagni del Pdci si erano offerti di cedermi il posto in lista. Ringrazio per la generosità, ma non sarei stato credibile. La solita storia del segretario con il paracadute. Basta. La mia scelta vuol essere una risposta all’antipolitica, alla casta, dimostrare nei fatti che i politici non sono tutti uguali».

Bertinotti è sembrato freddo sulla vicenda. E c’è chi legge nel suo “beau geste” anche un modo per smarcarsi dagli alleati.

«Macchè. All’inizio con i giornalisti Bertinotti non ha commentato solo perché l’hanno colto di sorpresa, non conosceva nemmeno il caso. Io ho ricevuto una sua affettuosa telefonata. Così come da parte degli altri leader della Sinistra Arcobaleno».

Resta il fatto che anche per la Sinistra è complicato mettere in lista un operaio. Equilibri interni troppo delicati fra i quattro soci?

«Questi, piuttosto, sono i frutti avvelenati di una pessima legge elettorale».

Cioè?
«Liste bloccate, nelle mani delle segreterie politiche. Con eletti garantiti. Invece di dover cercare  sul terreno la conquista del consenso, mettendo perciò in pista nomi reali, espressione della società, del territorio. Almeno, mi sono toltolo sfizio di togliere il segretario, ovvero me stesso, e inserire al suo posto una voce che porterà in Parlamento gli interessi diretti dei lavoratori».

La campagna elettorale di Diliberto, adesso?

«Tale e quale come prima, non cambia di una virgola. Anche perché, sia ben chiaro, io resto il segretario del Pdci. Lascio il Parlamento in nome di un principio elementare di coerenza che ha guidato tutta la mia vita».

 

Cossiga: non potevo trattare. Così ho concorso ad ammazzare Moro

MA E’ TUTTO VERO?

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L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rivela: “Se avessimo trattato con le Br sarebbe saltato il compromesso storico. Ho concorso alla uccisione di Aldo Moro: ora parlo con lui durante le preghiere”.

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Presidente Cossiga del rapimento e uccisione di Aldo Moro abbiamo una versione definitiva e veritiera o c’è ancora molto da scoprire?

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Facciamo un discorso un po’ scientifico: esiste la Storia ed esiste la fantasia Quando la Storia non combacia con le proprie scelte ideologiche si esercita la fantasia e si ha quella specifica forma di storia che si chiama dietrologia. Moro è stato ucciso dalle Brigate Rosse e le Brigate Rosse sono un fatto tutto italiano e, come dice giustamente quella gran signora di Rossana Rossanda, un fatto tutto interno alla sinistra italiana e alla storia della Resistenza. Prima di fare il colpo, con quella potenza geometrica di fuoco, i brigatisti si addestrarono. Probabilmente le armi che avevano erano state fornite dall’Olp.

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Qual è il suo ricordo di quella mattina?

Io abitavo allora a via Cadlolo, quasi di fronte all’Hotel Hilton, e uscivo molto presto la mattina. Mi fermavo a un’edicola a guardare le riviste che non mi compravano, che erano quelle di elettronica. Lì mi raggiunse il caposcorta, che mi disse che mi cercava il capo della polizia. Io andai alla macchina e il capo della polizia mi disse: “hanno annientato la scorta di Moro. Lui non si sa. Forse l’hanno ucciso, forse l’hanno ferito, forse è al Policlinico Gemelli, forse è morto”. Io feci avviare la sirena e andai alla Presidenza del Consiglio. Era il giorno in cui il governo si doveva presentare alle Camere, con Enrico Berlinguer che voleva informare Andreotti che non avrebbe più votato il suo governo perché aveva messo degli uomini che rappresentavano per lui simboli negativi. Erano nomi che Moro aveva imposto, uomini della destra e del centro-destra della Dc.

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Isituzioni e sistema politico sembrarono del tutto impreparati ad una notizia del genere. O no?

Anzitutto erano stati demoliti i servizi di informazione e di sicurezza con due grandi operazioni di disinformazione del Kgb. Operazioni che avevano come obiettivo quello di scompaginare i servizi segreti e quella forza di polizia che loro consideravano più pericolosa, e cioè i Carabinieri. La prima è il Piano Solo. I giornalisti che fecero la campagna non lo sapevano, ma il boccone avvelenato, per varie tappe, partì dal Kgb. La seconda è la P2. Poi vi fu un terzo tentativo di disinformazione, pensato contro Berlinguer. Fu quello della compravendita dei terreni di famiglia, ma fallì. Allora io dissi: “Mio Dio, se anche il Kgb sbaglia siamo fregati”.

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Quale fu a suo giudizio il legame tra Br e Mosca?

Alcuni parlano delle Br strumentalizzate dall’Unione Sovietica che non voleva il compromesso storico. Non è vero. L’Unione Sovietica voleva il compromesso storico, perché era comunque un modo di attenuare alcuni aspetti della nostra politica atlantica. Enrico Berlinguer, dice a Pansa, alla vigilia del ’76:”se andremo al potere manterremo la nostra appartenenza alla Nato, perché tra l’altro la Nato è un ombrello che garantisce anche la nostra indipendenza”. Il marxista-leninista Enrico Berlinguer, non stalinista, mai avrebbe reso una simile intervista se Mosca non gli avesse detto: “falla pure, pensa a vincere e basta”. Poi, Aldo Moro è uno dei fondatori di Gladio…

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Quindi?

Aldo Moro era un uomo abile, ma Stay Behind è stata fondata per volontà di Moro, di Taviani, di Martino e con l’aiuto tecnologico di Enrico Mattei. Comunque, io ho preso un pugno in faccia in vita mia alla Camera.

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Da chi?

Da Pajetta.

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Quando?

Quando Moro fece il discorso in difesa dell’intervento americano nel Vietnam.

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Aldo Moro era quindi un uomo politico italiano e occidentale senza se e senza ma?

Senza se e senza ma. Capiva, però, che in questo Paese non si sarebbe potuto governare a lungo senza trovare un accordo con i comunisti. L’accordo che De Gasperi aveva già trovato. De Gasperi non aveva già stretto un accordo con Togliatti? E la Costituzione italiana cos’è? Un patto tra le due forze.

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Nel circuito dei grandi protagonisti politico-istituzionali della vita italiana del dopoguerra, il posto di Aldo Moro qual è?

Gli uomini di Stato italiani sono stati Cavour, che non parlava l’italiano bene, pensava in inglese e scriveva in francese. Il secondo è stato Giolitti, che ha fatto l’Italia moderna. Poi Mussolini, anche se io sono stato educato a casa mia a pane, latte, antifascismo e repubblicanesimo. E poi De Gasperi. Sarebbe stato Togliatti un grande uomo di Stato. Il più grande uomo di governo dopo Giolitti e Mussolini fu Andreotti; il più grande leader politico Aldo Moro.

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Ma per liberare Aldo Moro fu fatto, dal punto di vista delle indagini, tutto il possibile?

Tutto il possibile, ma eravamo troppo deboli. Una mia frase tratta da un’intervista rilasciata al suo collega Aldo Cazzullo è stata equivocata. Non è vero che il capo del commando mi ha detto che mille persone conoscevano il nascondiglio di Aldo Moro. Lui mi disse che più di mille persone, anche sindacalisti del Pci, ci avrebbero potuto indicare nomi, cognomi e abitazioni dei brigatisti rossi. Il Partito Comunista è diventato un partito di Stato, io ho collaborato con esso, chiamo Massimo D’Alema “Il meglio figo del bigoncio”. Ma, anche per come noi li abbiamo trattati nei primi vent’anni, l’antipatia per i Servizi e per le forze di polizia gli è rimasta. Hanno cancellato Ugo Pecchioli. Per revocarlo hanno chiamato me. Hanno cancellato Rossa, come è raccontato nel libro della figlia. Perché, in fondo, per un vero militante comunista, un compagno, anche se sbaglia come i brigatisti, come diceva Rossana Rossanda, non si tradisce.

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Se guardiamo invece ai 55 giorni dal punto di vista politico e della gestione che i vertici istituzionali fecero nel caso, qui è evidente che la vicenda si complica, cioè liberare Moro significava accettare le condizioni proposte dalle Brigate Rosse…

La condizione era una sola: non la liberazione dei prigionieri, né tantomeno come credeva ingenuamente il Vaticano il denaro. Era il riconoscimento politico in modo da aggirare il Partito comunista imborghesito di Berliguer.

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C’era qualcuno favorevole a questo riconoscimento?

Si nascondevano sotto lo scambio dei prigionieri nelle trattative. E poi c’era chi voleva far saltare Andreotti.

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Ma nei 55 giorni, a suo giudizio, si arrivò vicini a liberare Moro?

No. Il loro leader mi disse che avevamo sbagliato tutto, che avremmo dovuto usare i vigili urbani, non le forze speciali. Però loro si accorsero che noi stavamo per arrivare perchè alla fine su mia iniziativa dividemmo la città di Roma in tanti quadratini.
Questo a suo giudizio indusse le Brigate Rosse ad accelerare la conclusione del processo e ad uccidere Moro?

Sì.

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Guardiamo alla vicenda nella sua gestione politico e istituzionale. Poteva andare diversamente?

Quando io andai a trovare questi signori in carcere, gli chiesi come mai non avevano capito che loro avevano vinto. E gli dissi che non avrebbero vinto ma stravinto, se avessero fatto il processo a Moro, lo avessero condannato a morte, e dopo che Paolo VI ne aveva chiesto la liberazione, loro avessero detto: “In omaggio a Paolo VI che ci ha riconosciuto, lo liberiamo”.

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E loro perché non lo liberarono?

Perché a mio avviso loro avevano il mito della esemplarità: siamo creduti soltanto se siamo feroci, cioè il processo rivoluzionario, le purghe, la confessione.

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Perché secondo lei allora è così viva ancora la tesi: “Moro doveva morire”?

Lei sa che per alcuni gli assassini di Aldo Moro si chiamano, Paolo VI, Giulio Andreotti, Benigno Zaccagnini e Francesco Cossiga. Comunque fino a quando lo dice la moglie e i figli capisco, sempre sono stati privati di un marito di un genitore. Ma anche per una parte della sinistra Dc, non quella di base però, non è possibile che Moro sia stato ucciso da sinistra. Moro deve essere stato ucciso da destra e dall’imperialismo americano.

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Lei porta ancora i segni della sofferenza di quei giorni

Quando io dico che ho concorso ad ammazzarlo è vero, anche se non sono un assassino. A differenza di altri io sapevo benissimo che la linea della fermezza, salvo un miracolo, avrebbe portato alla sua morte.

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Lo pensava anche Andreotti?

Sì. Ma che sperava più di me.

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E Berlinguer?

Assolutamente.

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In una lettera indirizzata a lei Moro evoca la ragione di Stato. Scrive così:”io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato…

Un momento, ecco l’inizio del riconoscimento. Lui trattava. Un processo popolare. Riconosce la legittimità popolare e democratica delle Br al processo.

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“Che sono in questo Stato, avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole o pericolosa in determinate occasioni”, Ecco, scrive Moro “il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarli è inammissibile”.

Esatto. Lui era un cattolico sociale e riteneva che contassero innanzitutto la società e la persona e che lo Stato fosse una sovrastruttura tecnica. E che lo Stato non potesse essere uno Stato di cui si doveva tutelare il prestigio.

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È autentico il Moro che scrive così?

È autentico. E cerca di trattare con le Br.

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Gli appelli che Moro fa alla al suo partito che effetto ebbero?

Beh, alla fine ebbero effetto, tanto è vero che loro uccidono Moro il giorno in cui forse, su proposta di Fanfani, la direzione del partito avrebbe convocato il Consiglio nazionale, e il Consiglio nazionale avrebbe votato per le trattative. E poi il Partito comunista si fidava solo di Andreotti e di me. Appena uscì la prima lettera di Moro Ugo Pecchioli, venne da me e mi disse: “Che Moro esca vivo o che Moro esca morto, dopo questa lettera Moro è per noi politicamente morto. E quando Andreotti, con il mio consenso, permise alla Dc, di cercare la strada di Amnesty International, la strada della Croce Rossa e così via, vennero nel mio studio Enrico Berlinguer e Pecchioli a dire: “Adesso basta”.

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In un’altra missiva che manda a lei, Moro entra nel merito della trattativa, addirittura indicando un Paese, l’Algeria, come possibile Paese che avrebbe potuto ospitare i terroristi di cui si chiedeva la liberazione. Questa strada fu concretamente esplorata?

Fu esplorata dal ministro della Giustizia di allora, che poi divenne presidente della Corte Costituzionale, ed era favorevolissimo Giovanni Leone. In una burrascosa riunione del comitato per l’informazione e la sicurezza, fu scartata con violenza da Carlo Donat Cattin, che non pensava neanche lontanamente che il figlio fosse di Prima Linea.

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Trent’anni dopo. Poteva finire diversamente?

Se avessimo trattato e cioè avessimo riconosciuto soggettività politica alle Br, sarebbe saltato certamente il compromesso storico, Moro sarebbe uscito e avrebbe guidato una crociata anticomunista. Però avremmo sfasciato le forze di polizia che non avrebbero più creduto al potere politico.

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In questo che lei dice pesa il fatto che cinque uomini della scorta erano stati uccisi?

Certo. E che la moglie di uno di questi aveva minacciato di darsi fuoco davanti a piazza del Gesù se noi avessimo fatto le trattative.

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L’uccisione di Moro ha cambiato la storia d’Italia?

L’ha cambiata perché ha interrotto il compromesso storico. Perché Berlinguer credeva non alla Dc ma solo ad Aldo Moro. Dopo che fu ucciso Moro lui perse le amministrative, vinte dalla Dc perché era il partito del martire e perché nel immaginario collettivo le Br non erano verdi o bianche, erano rosse.

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E questa è l’influenza più grande?

Sì. E lì Berlinguer compì forse due errori: aver fatto il compromesso storico troppo in fretta e averlo finito troppo in fretta.

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Dove è continuato il suo dialogo con Moro in questi trent’anni?

In chiesa. Solo in chiesa.

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Roberto Arditti

10/03/2008

fonte: www.iltempo.it

da La Storia Nascosta

CHI ERA IL BR CHE INTERROGAVA MORO?

testo dell’intervista concessa a Sabino Labia da Giuseppe De Lutiis, storico dei servizi segreti e per anni consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo

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“Ora si sa proprio tutto!” Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase nel momento in cui sono emersi nuovi particolari in merito alla vicenda Moro? Probabilmente è quello che si è cercato di far intendere all’opinione pubblica per evitare che realmente venisse alla luce qualcosa di terribile che non si doveva sapere e forse mai si saprà. Tuttavia col passare degli anni sono emerse alcune novità che almeno in parte hanno contribuito a fare luce su uno dei misteri più oscuri del nostro paese. Per cercare di capire cosa realmente avvenne in quei cinquantacinque giorni che sconvolsero il Paese ci siamo rivolti a Giuseppe De Lutiis, massimo esperto di Servizi Segreti e consulente della commissione stragi, che ha appena pubblicato un accurato libro sull’affaire: “Il golpe di via Fani” (ed. Sperling & Kupfer).
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Prof. De Lutiis quale fu il contesto storico nel quale prese avvio la vicenda?De Lutiis: L’Italia si è trovata per quarant’anni, dalla fine della guerra alla caduta del Muro, sulla linea di confine tra i due blocchi, quello occidentale e quello sovietico, che si fronteggiarono duramente nel corso della cosiddetta “guerra fredda”. In quell’atmosfera, la possibilità che un partito comunista potesse andare al governo in un paese occidentale rappresentò un pericolo, perché veniva a rompere gli equilibri faticosamente raggiunti a Jalta.
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Possiamo sostenere quindi che l’Italia era un paese a sovranità limitata?
De Lutiis: I paesi maggiormente a sovranità limitata erano quelli dell’Europa dell’Est, che vissero per quarant’anni in uno stato di vassallaggio rispetto all’Unione Sovietica, tanto che vennero definiti “paesi satelliti”. Ma sicuramente anche l’Italia subì delle limitazioni non lievi nella sua autonomia politica ed economica. Gli organismi che maggiormente risentirono di queste limitazioni furono i nostri servizi segreti, che furono costretti a compiere azioni illegittime a protezione degli autori delle stragi dei primi anni Settanta, eseguite da giovani ai quali fu fatto credere che quei crimini erano indispensabili per salvare l’Italia dal comunismo. Si tentò di destabilizzare il paese e creare un clima ostile al Pci. Ma i numerosi attentati che si susseguirono in quegli anni, come quello di Piazza Fontana a Milano o Piazza della Loggia a Brescia, provocarono l’effetto contrario, cioè spostarono l’opinione pubblica a sinistra. Nel 1974 i vertici dell’intelligence statunitense decisero di cambiare strategia.
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Scusi professore proprio nel 1974 Moro si recò in visita in America dove ebbe un incontro con il segretario di Stato americano Henry Kissinger. E’ noto che da quell’ incontro il presidente democristiano uscì profondamente sconvolto.

De Lutiis: Una persona molto vicina a Moro mi ha detto una frase agghiacciante e cioè che in quell’occasione Moro seppe che la sua vita era stata paragonata a quella di Allende e che a lui era stato prospettato di scegliere in un senso o in un altro. Non a caso Moro, subito dopo, tentò di lasciare la politica, ma purtroppo per lui la politica ebbe ancora bisogno di lui e così non riuscì a esaudire questo suo desiderio.

Arriviamo al 1978, dobbiamo ancora credere che il rapimento sia stato solo opera delle Br?

De Lutiis: E’ ipotizzabile che il sequestro sia stato organizzato dalle Brigate Rosse, e che a posteriori a livello internazionale si sia deciso di utilizzare questa occasione per risolvere i problemi che un governo a partecipazione comunista avrebbe creato sia a Est che a Ovest. A conferma di ciò va detto che il centro Hyperion ha tutte le caratteristiche di una camera di compensazione tra servizi di intelligence di potenze ideologicamente opposte.

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Sì ma già la scelta del covo in via Gradoli, dove è appurato che ci fosse una base dei Servizi, lascia adito a molti sospetti.

De Lutiis: Possiamo ipotizzare che Moretti, con un numero estremamente ristretto di persone, avesse dei contatti con ambienti di intelligence internazionale, ma continuo a pensare che nella fase preparatoria e nei primi giorni del sequestro le Brigate rosse agirono in totale autonomia. In seguito, non sappiamo con quali modalità, si deve essere stabilito un contatto consapevole con ambienti forse internazionali, interessati ad una conclusione cruenta del sequestro.

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A livello istituzionale c’era qualcuno che non sapesse?

De Lutiis: Non è facile rispondere. Alcune istituzioni e i massimi vertici politici forse seppero qualcosa, forse intuirono. Molti probabilmente inorridirono, però per tutti era pericoloso e difficile esporsi. Lo stesso ministro degli Interni Cossiga il giorno in cui venne ritrovato il cadavere in via Caetani era convinto che Moro sarebbe stato liberato in Vaticano.


E la vicenda della seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi?

De Lutiis: Con ogni probabilità qualche giovane studente dell’ università di Bologna, forse vicino all’Autonomia Operaia, venne a conoscenza dell’esistenza del covo di via Gradoli e si confidò con il suo professore, forse uno dei partecipanti alla scampagnata, pregandolo però di non esporlo per non mettere a rischio la sua vita. A questo punto qualcuno dei presenti decise di organizzare la seduta spiritica per far emergere la parola Gradoli in un seduta che taluno fingeva di fare e a cui talaltro riteneva di partecipare. In seguito la segnalazione giunse a Roma ma l’aspetto ambiguo e grave è che a Roma al vertice della Polizia e del Ministero degli Interni qualcuno ha consapevolmente depistato inviando ingenti forze di polizia nel paese di Gradoli pur sapendo che a Roma vi era una via Gradoli.

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Chi faceva gli interrogatori a Moro?

De Lutiis: Con tutto il rispetto per Moretti non è plausibile che fosse lui, perché la persona che si rapportava con Moro era culturalmente superiore e lo stesso Moro mandò i saluti a questa persona con la quale aveva istaurato un rapporto culturale di un certo livello. Era Senzani? Era uno dei vertici dell’Hyperion? Era uno dei dirigenti di Autonomia Operaia? Sarebbe ora che i brigatisti chiariscano questo punto.

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Lei ha messo in dubbio anche l’autore della telefonata fatta alla famiglia il 30 aprile. Quindi non era Moretti?

De Lutiis: Brigatisti di buon livello mi hanno negato che fosse Moretti, aggiungendo che, a loro avviso, quella voce non apparteneva a nessuno dei brigatisti conosciuti. In ambienti vicini all’Autonomia si sussurrò il nome di un loro dirigente, diverso da Toni Negri.

Il memoriale Moro è stato ritrovato per intero?

De Lutiis: Ritengo che vi siano ancora brani che non sono noti. A questo proposito al senatore Cossiga sfuggì una volta l’affermazione, riportata dal senatore Flamigni, che nel memoriale Moro vi era un accenno a dei villaggi che le forze di polizia inglesi in Irlanda avevano costruito per addestrarsi alla guerriglia nordirlandese. Moro nelle pagine rese pubbliche non ha mai parlato di questo episodio.

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Perchè il rapimento durò così a lungo?

De Lutiis: Questa lunga detenzione aveva lo scopo di deprimere la capacità di reazione della nazione. L’accorta gestione dei comunicati dei brigatisti e di coloro che li ispiravano hanno tenuto sulla corda un’intera nazione, sia i vertici politici sia tutti i cittadini. E’ stato fiaccato un popolo. Pare che la detenzione si dovesse prolungare oltre il 9 maggio ma intervenne una decisione contraria nel momento in cui la Dc avrebbe potuto procedere ad una cauta apertura a delle trattative, e questo avrebbe creato dei problemi all’interno delle Br e avrebbe aperto un capitolo non in linea con la strategia di chi gestiva il sequestro ad alto livello.

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Qualche giorno fa il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha detto “In Italia i tempi sono maturi per chiudere la vicenda degli Anni di Piombo con il consenso di tutte le parti”.

De Lutiis: Il presidente ha fatto bene a precisare “con il consenso di tutte le parti”. Infatti il problema è questo. Molti di coloro che dicono che si debba chiudere con quegli anni dimenticano di aggiungere che bisogna prima raggiungere la conoscenza completa di tutti gli eventi e dei loro retroscena, cioè di chi ha spinto quei giovani a trasformarsi in assassini e li ha in seguito protetti. La mancata conoscenza dei responsabili delle stragi ha lasciato con l’amaro in bocca le famiglie delle vittime, che in tal modo sono state uccise una seconda volta.


Questa news proviene da La Storia Nascosta – di Giovanni Fasanella
( http://www.lastorianascosta.com/news.php?extend.79 )…

Ciarrapico candidato del Pdl: Il «fascista» cerca di correggersi

Povero Silvio. Pensare che non ha chiuso occhio per giocarsi ai bussolotti le liste.. Oltre al Ciarra è uscito pure un Santo (Versace), perché di santi ce n’è mai abbastanza, e la sua masseuse personale. Pronta al bisogno. Hai visto mai..

mauro

Veltroni: non si può candidare uno così

Il fascismo? «Non l’ho mai rinnegato». A parlare non è un militante di Forza Nuova, ma l’ultimo candidato nelle liste del Popolo delle Libertà, Giuseppe Ciarrapico. L’imprenditore, ex presidente della Roma calcio e ora a capo di una catena di giornali locali, la spara grossa: «Il fascismo – ha detto in un’intervista a Repubblica – mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici». E non sembra dunque una bufala, la leggenda secondo cui alle pareti delle redazioni delle sue testate ci siano appesi ritratti del Duce.

Il leader del Pd Walter Veltroni è molto duro: «Sono certo che una persona che ha fatto quell’intervista, che non sorprende affatto, non potrà essere nelle liste di una forza conservatrice ma democratica, come il Pdl. Quindi, mi auguro sia un’intervista di un autocandidato e non di un candidato».

A poche ore dall’uscita delle sue dichiarazioni-choc accende il dibattito Alfredo Reichlin, presidente della commissione Valori del Pd: «Silvio Berlusconi ha scelto per le sue liste Ciarrapico, che rivendica di essere stato e di essere un fascista. È inquietante leggere parole come quelle che oggi pronuncia, con una insopportabile leggerezza, un candidato al Parlamento». «La prova – prosegue Reichlin – che non è possibile abbassare la guardia sui valori e sui principi su cui si fonda la nostra Repubblica. La prova che è ancora necessario, oggi più che mai, rinnovare la memoria su ciò che il fascismo ha significato per il nostro Paese. È un messaggio che con voce alta è necessario arrivi soprattutto ai più giovani, affinchè esternazioni come quelle di Ciarrapico non passino come nulla fosse. A Berlusconi – conclude l’esponente del Pd – il compito di spiegare la presenza tra le sue liste di simili personaggi e di dire al Paese quale posto assume, tra i valori del Pdl, la nostra Carta Costituzionale, che nell’antifascismo ha la sua stella polare».

Sdegnato anche lo scrittore Vincevo Cerami,
anche lui del Pd: «Ciarrapico lo conosciamo da tempo e ci domandavamo come mai non stesse ancora con Berlusconi». «D’altra parte – aggiunge Cerami – non va dimenticato che Ciarrapico, oltre alla scrittura della biografia di Storace, come lui stesso rivendica nell’intervista, ha pubblicato anni fa come editore l’opera omnia di Mussolini». «Penso che i moderati e le persone per bene faranno fatica ad accettare questo spostamento a destra irreversibile e inarrestabile da parte del Pdl», gli fa eco il vice segretario del Pd Dario Franceschini.

Ma è lo stesso leader di An,
Gianfranco Fini, a storcere il naso di fronte alle polemiche: «Quello che avevo da dire lo già detto da tempo», spiega in merito alla sua definizione del fascismo come «male assoluto». E quanto a Ciarrapico si lascia scappare: «Fosse dipeso da noi…non è stata una nostra scelta».

Poi il leader di An commenta, a caldo, appena appresa dalle agenzie, la smentita di Ciarrapico dell’intervista di Repubblica. «Ho trovato molto, molto, molto opportuno che Ciarrapico sgombrasse il campo da polemiche che avrebbero avvelenato la campagna elettorale. L’avesse fatto prima, probabilmente avrebbe risparmiato a tutti le polemiche di queste ore».

Poi nel pomeriggio Ciarrapico cerca di fare marcia indietro. «Il testo dell’intervista pubblicata oggi sul quotidiano La Repubblica non corrisponde al mio pensiero. Il fascismo appartiene al nostro passato e il giudizio su questo periodo drammatico della nostra storia è bene che sia lasciato agli storici». Lo afferma in una nota Giuseppe Ciarrapico, sottolineando che «per quanto mi riguarda, non ho mai nascosto la mia giovanile adesione ad esso, al pari di tanti illustri italiani, ma al tempo stesso ho sempre espresso la mia netta riprovazione e condanna, qualunque sia stata, per la perdita della democrazia e ancora di più per le discriminazioni razziali. Io e la mia famiglia – conclude – ci siamo sempre onorati di aver assistito nella latitanza nel 1944 una delle più importanti famiglie israelite in Roma».

La precisazione non basta al leader della Lega Bossi: «È opportuno che Ciarrapico faccia un passo indietro se non vuole danneggiare la coalizione».

Ma Ciarrapico non cede. «Bossì mi chiede di ritirarmi? È una sua idea personale, che non trova motivi validi perchè io l’accolga». L’editore ciociaro, raggiunto telefonicamente, sottolinea che la sua precisazione sul fascismo, dopo l’intervista a “Repubblica”, è «chiara e netta, al di là di ogni dubbio» e conferma di non volersi soffermare sulle polemiche che ha scatenato. Ciarrapico considera infatti la sua candidatura cosa fatta e intende «andare avanti».

A criticare duramente le liste del Pdl, c’è anche un aspirante candidato lasciato fuori, il presidente della Lazio Claudio Lotito: per rilanciare l’Italia – spiega – «c’è bisogno di gente come me, se mi danno l’Alitalia la rimetto in sesto in cinque anni, dieci come me al governo e si risolvono i problemi». Invece, parola di Lotito, nelle liste del Pdl ci sono «solo le zoccole, i “prenditori” e i “magnager”», neologismi che si intendono senza troppa fatica.

Le liste ufficiali del centrodestra saranno presentate lunedì, ultimo giorno utile per l’ufficializzazione. Due dati sembrano indicativi: l’esclusione di una quarantina di parlamentari uscenti e i pochi posti attribuiti ai Circoli di Michela Vittoria Brambilla.

Pubblicato il: 10.03.08
Modificato il:
10.03.08 alle ore 18.50

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Fascistissimo Ciarrapico

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Camerata Ciarra, presente. Il fascistissimo Giuseppe Ciarrapico, (ex) andreottiano, già re delle acque minerali e presidente della Roma Calcio, condannato per bancarotta fraudolenta, sale sul treno che lo porterà dritto dritto in Parlamento tra i banchi del Popolo della libertà.

La folgorante idea è stata di Previti. Candidare l’acquarolo ciociaro nel Lazio per strappare qualche migliaio di voti a Storace. Berlusconi non se lo è fatto ripetere due volte. E così Beppe Ciarrapico, creatura andreottiana dal cuore repubblichino, torna in politica a tre anni dalla sua uscita di scena. Correva l’anno 2005, il Ciarra se ne andò dal congressso di An sbattendo la porta: “Sono troppo fascista per assistere a questi bla bla bla”.

Lui, “devoto a Giulio e alla Fiamma”, è nemico giurato di Fini. Non ha mai perdonato a Gianfranco l’essersi scrollato di dosso la polvere nera, i duri e puri del “Mussolini sempre nel cuore”. L’italiano non lo ha mai imparato: “An è diventata ‘na monnezza. Alle prossime elezioni i nostri, che sono rimasti fascisti nell’anima, non voteranno più Fini, mejo Berlusconi”, commentava qualche anno fa. Con Silvio sono amici da tempo. Da quando il Ciarra mediò tra il Cav. e l’ingegnere De Benedetti nella guerra di Segrate (lodo Mondadori).

Ci sono state anche le grane con la giustizia nell’avventurosa vita di Ciarrapico. Lui quasi se ne vanta: “A Regina Coeli ci sono tre scalini chi non ha salito quelli nun è romano…”.  Impresentabile ma simpatico, il Ciarra. Ormai sono lontani i tempi in cui la sua tipografia stampava tutti le locandine dell’Msi. Solo qualche mese fa An lo accusava invece di aver tappezzato Roma di manifesti che ritraevano Fini intento a fare il saluto romano. Lui aveva detto che quella volta non c’entrava nulla: “Non faccio pubblicità ad un rinnegato-islamico-sionista”. Adesso sono in lista insieme.

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fonte: http://pornopolitica.wordpress.com/2008/03/09/fascistissimo-ciarrapico/

Insonnia da cellulare, le radiazioni disturbano il sonno

Ritardano e riducono quello profondo causando emicranie e stress

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ROMA – Le radiazioni prodotte dai telefoni cellulari ritardano e riducono il sonno, soprattutto quello profondo. Non solo: possono causare anche mal di testa e senso di confusione. E’ quanto emerge da una ricerca, sponsorizzata proprio da alcune compagnie di telefonini, che dimostra come l’uso del ’mobil phone’ prima di andare a letto faccia sì che la persona impieghi di più a raggiungere gli stadi più profondi del sonno e vi trascorra anche meno tempo. Questo interferisce con la capacità del corpo di ’recuperare’ nel sonno la stanchezza accumulata durante la giornata.

LO STUDIO – Un fenomeno che diventa allarmante specialmente se in gioco ci sono adolescenti e bambini, che spesso – sottolinea la ricerca i cui risultati sono pubblicati sull’edizione domenicale del quotidiano The Indipendent – utilizzano i telefonini a lungo prima di andare a dormire. Lo scotto da pagare sarebbe mancanza di concentrazione, prestazioni scolastiche insufficienti e persino depressione. La ricerca è stata condotta dai ricercatori del Karolinska Institute e dell’università di Uppsala, in Svezia e dalla Wayne State University in Michigan, negli Stati Uniti e pubblicata dal ’Massachusetts Institute of Technology’s Progress in Electromagnetics Research Symposium’ e finanziata dal ’Mobile Manufacturers Forum’, che rappresenta le maggiori compagnie telefoniche mondiali. La sentenza degli scienziati però è chiara: «ci sono evidenze più che sufficienti per mostrare che le radiazioni dei cellulari influenzano il sonno profondo».

I RISULTATI – Lo studio ha preso in esame 35 uomini e 36 donne di età tra i 18 e i 45 anni: alcuni di loro sono stati esposti a radiazioni del tutto simili a quelle emanate da un telefonino, altri invece a ’false’ radiazioni, cioè a una ’non-esposizione’. Ovviamente il Mobile Manufacturers Forum ha precisato, lievemente imbarazzato, che i risultati sarebbero “non conclusivi” e che “le ricerche non hanno dimostrato che l’esposizione causa i disturbi del sonno”. Per il professor Bengt Arnetz, che ha guidato le ricerche, i risultati aprono invece scenari «realistici e suggeriscono che ci possano essere anche degli effetti misurabili sul cervello», perchè le radiazioni dei cellulari possono attivare «stress nel sistema cerebrale, rendendo le persone più nervose e sveglie e diminuendo la capacità di prendere sonno».


20 gennaio 2008(ultima modifica: 30 gennaio 2008)

fonte: http://www.corriere.it/salute/08_gennaio_20/insonnia_cellulare_sonno_disturbo_ricerca_89d9c5ea-c764-11dc-8899-0003ba99c667.shtml

Ottimo segno, in Spagna e in Francia vince la sinistra

A Zapatero la maggioranza assoluta?

Segolene Royal FRANCIA socialisti ANSA 220

Segolene Royal
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Buone notizie da Spagna e Francia. I Socialisti sono in testa in entrambi paesi, anche se la vittoria nelle amministrative d’oltralpe non è nemmeno lontanamente paragonabile alla conferma di Zapatero in Spagna: il suo Psoe dovrebbe avere la maggioranza assoluta per poter governare con tranquillità per altri 4 anni.Risultati accolti con grande soddisfazione anche da Walter Veltroni. «Mettendo insieme» il voto in Spagna, che sta premiando i socialisti di Zapatero, quello alle amministrative francesi dove pure la sinistra sembra in vantaggio, con le «straordinarie» novità rappresentate negli Usa da Barak Obama ed Hillary Clinton, veramente «si può dire che spira un vento nuovo», ha detto intervenendo a Sky Tg24.

Politiche in Spagna Secondo le prime proiezioni dei dati definitivi, relativi al 9,7% dei seggi, il Partito socialista avrebbe ottenuto il 46,7% dei voti e il Partido popular il 36,1%. Questi dati corrisponderebbero 173 seggi per il Psoe di José Luis Zapatero e 136 per il Pp di Mariano Rajoy. Le proiezioni darebbero il Psoe addirittura più avanti rispetto agli exit poll resi noti alle 20 da diverse reti televisive spagnole. Tutti i quattro exit poll diffusi alla chiusura delle urne danno i socialisti in vantaggio sui popolari (Pp) di Mariano Rajoy, ma con percentuali diverse, e soltanto alcuni gli assegnano 176 seggi o più nella forbice superiore.

Secondo il sondaggio di Ipsos per la Tv pubblica, il Psoe avrebbe fra 172 e 176 seggi, mentre il Pp sarebbe fra 148 e 152 seggi. Per il sondaggio di Demoscopia per “Antena 3”, il Psoe avrebbe fra 163 e 166 seggi, e il Pp fra 140 e 152. L’exit poll di “Opina” per “La Cuatro”, i socialisti sarebbero fra 168 e 173 seggi, mentre i popolari fra 145 e 149 seggi. Infine, il sondaggio di Demometrica per Telecinco, assegna al Psoe fra 172 e 178 seggi e il Pp fra 142 e 147 seggi.

Secondo il sondaggio della “Tve”, il partito di Rosa Diez, UpyD, ha ottenuto un seggio, mentre Izquierda Unida due o tre. La “Convergencia i Unio” (Ciu), partito nazionalista moderato della Catalogna, se ne sarebbe aggiudicati tra i nove e gli undici. Indine, gli indipendentisti di l’Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) ne avrebbero ottenuti tre o quattro.

I due partiti maggiori potrebbero così conseguire per la prima volta più del 90% dei 350 deputati della camera (Congreso). Il resto delle forze politiche soffrirebbe un calo generalizzato, in particolare i comunisti di Izquierda Unida otterrebbe da 2 a 3 seggi (contro i 5 del 2004) e gli indipendentisti catalani di sinistra di ‘Esquerra Republicana de Catalunyà (Erc) vedrebbero dimezzato il proprio gruppo parlamentare con 3-4 seggi rispetto agli 8 ottenuti nel 2004.

Amministrative in Francia
La sinistra esce in testa dalle elezioni municipali in Francia con il 47,5% dei voti a livello nazionale nei comuni di più di 3.500 abitanti secondo un sondaggio all’uscita delle urne dell’istituto Csa reso pubblico alle 20. Le liste dell’Ump (il partito del presidente Nicolas Sarkozy) raccoglie il 40% dei voti; il 4,5% va al MoDem di Francois Bayrou, il 2% alla destra del Front National e all’estrema sinistra. L’astensione raggiunge il 34%.

Il 64% degli intervistati ha detto di aver votato in base a considerazioni locali; il 25% ha voluto votare contro Nicolas Sarkozy; il 9% ha voluto sostenere il capo dello Stato.

L’Ump di Nicolas Sarkozy ha in effetti subito delle sconfitte pesanti secondo i primi exit poll. Secondo le stime degli istituti Ipsos-Dell e TNS-Sofres, il partito socialista all’opposizione otterrebbe la poltrona di sindaco fin dal primo turno a Rouen, capitale storica della Normandia dove il sindaco uscente p dell’Ump (Unione per un movimento popolare). È ampiamente in testa a Lille, grande metropoli del nord, il sindaco uscente, la socialista Martine Aubry, con almeno il 46% e potrebbe passare già al primo turno. A Caen, altra grande città normanna, la candidata uscente dell’Ump sarebbe scavalcata dal rappresentante socialista ma si dovrebbe andare al ballottaggio.

Per Segolene Royal, già candidata socialista sconfitta alle presidenziali l’anno scorso e aspirante a restare alla guida della gauche, «i risultati di stasera sono un voto punitivo ma anche di speranza, perchè si inventi un nuovo modo di agire e di stare insieme e perchè si smetta di dare a chi ha di più». Segolene Royal – intervistata su France 2 – ha affermato di aver girato la Francia in campagna elettorale e di aver trovato «delusione e rabbia per il potere d’acquisto drammaticamente ridotto, per i prezzi dei prodotti alimentari che talora hanno subito aumenti del 30-40%». «Vedo molti sindaci della sinistra eletti fin dal primo turno – ha continuato la Royal – sono gente seria, gente che fa i conti e non agisce in modo troppo disinvolto come si è visto recentemente in tanti casi. Domenica prossima – ha aggiunto – serve una vittoria definitiva» per dare una svolta ad una Francia che è «mal comandata, mal governata ed è ormai un paese a rischio».

Pubblicato il: 09.03.08
Modificato il:
09.03.08 alle ore 21.40

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73609