Cossiga: non potevo trattare. Così ho concorso ad ammazzare Moro

MA E’ TUTTO VERO?

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L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rivela: “Se avessimo trattato con le Br sarebbe saltato il compromesso storico. Ho concorso alla uccisione di Aldo Moro: ora parlo con lui durante le preghiere”.

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Presidente Cossiga del rapimento e uccisione di Aldo Moro abbiamo una versione definitiva e veritiera o c’è ancora molto da scoprire?

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Facciamo un discorso un po’ scientifico: esiste la Storia ed esiste la fantasia Quando la Storia non combacia con le proprie scelte ideologiche si esercita la fantasia e si ha quella specifica forma di storia che si chiama dietrologia. Moro è stato ucciso dalle Brigate Rosse e le Brigate Rosse sono un fatto tutto italiano e, come dice giustamente quella gran signora di Rossana Rossanda, un fatto tutto interno alla sinistra italiana e alla storia della Resistenza. Prima di fare il colpo, con quella potenza geometrica di fuoco, i brigatisti si addestrarono. Probabilmente le armi che avevano erano state fornite dall’Olp.

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Qual è il suo ricordo di quella mattina?

Io abitavo allora a via Cadlolo, quasi di fronte all’Hotel Hilton, e uscivo molto presto la mattina. Mi fermavo a un’edicola a guardare le riviste che non mi compravano, che erano quelle di elettronica. Lì mi raggiunse il caposcorta, che mi disse che mi cercava il capo della polizia. Io andai alla macchina e il capo della polizia mi disse: “hanno annientato la scorta di Moro. Lui non si sa. Forse l’hanno ucciso, forse l’hanno ferito, forse è al Policlinico Gemelli, forse è morto”. Io feci avviare la sirena e andai alla Presidenza del Consiglio. Era il giorno in cui il governo si doveva presentare alle Camere, con Enrico Berlinguer che voleva informare Andreotti che non avrebbe più votato il suo governo perché aveva messo degli uomini che rappresentavano per lui simboli negativi. Erano nomi che Moro aveva imposto, uomini della destra e del centro-destra della Dc.

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Isituzioni e sistema politico sembrarono del tutto impreparati ad una notizia del genere. O no?

Anzitutto erano stati demoliti i servizi di informazione e di sicurezza con due grandi operazioni di disinformazione del Kgb. Operazioni che avevano come obiettivo quello di scompaginare i servizi segreti e quella forza di polizia che loro consideravano più pericolosa, e cioè i Carabinieri. La prima è il Piano Solo. I giornalisti che fecero la campagna non lo sapevano, ma il boccone avvelenato, per varie tappe, partì dal Kgb. La seconda è la P2. Poi vi fu un terzo tentativo di disinformazione, pensato contro Berlinguer. Fu quello della compravendita dei terreni di famiglia, ma fallì. Allora io dissi: “Mio Dio, se anche il Kgb sbaglia siamo fregati”.

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Quale fu a suo giudizio il legame tra Br e Mosca?

Alcuni parlano delle Br strumentalizzate dall’Unione Sovietica che non voleva il compromesso storico. Non è vero. L’Unione Sovietica voleva il compromesso storico, perché era comunque un modo di attenuare alcuni aspetti della nostra politica atlantica. Enrico Berlinguer, dice a Pansa, alla vigilia del ’76:”se andremo al potere manterremo la nostra appartenenza alla Nato, perché tra l’altro la Nato è un ombrello che garantisce anche la nostra indipendenza”. Il marxista-leninista Enrico Berlinguer, non stalinista, mai avrebbe reso una simile intervista se Mosca non gli avesse detto: “falla pure, pensa a vincere e basta”. Poi, Aldo Moro è uno dei fondatori di Gladio…

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Quindi?

Aldo Moro era un uomo abile, ma Stay Behind è stata fondata per volontà di Moro, di Taviani, di Martino e con l’aiuto tecnologico di Enrico Mattei. Comunque, io ho preso un pugno in faccia in vita mia alla Camera.

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Da chi?

Da Pajetta.

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Quando?

Quando Moro fece il discorso in difesa dell’intervento americano nel Vietnam.

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Aldo Moro era quindi un uomo politico italiano e occidentale senza se e senza ma?

Senza se e senza ma. Capiva, però, che in questo Paese non si sarebbe potuto governare a lungo senza trovare un accordo con i comunisti. L’accordo che De Gasperi aveva già trovato. De Gasperi non aveva già stretto un accordo con Togliatti? E la Costituzione italiana cos’è? Un patto tra le due forze.

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Nel circuito dei grandi protagonisti politico-istituzionali della vita italiana del dopoguerra, il posto di Aldo Moro qual è?

Gli uomini di Stato italiani sono stati Cavour, che non parlava l’italiano bene, pensava in inglese e scriveva in francese. Il secondo è stato Giolitti, che ha fatto l’Italia moderna. Poi Mussolini, anche se io sono stato educato a casa mia a pane, latte, antifascismo e repubblicanesimo. E poi De Gasperi. Sarebbe stato Togliatti un grande uomo di Stato. Il più grande uomo di governo dopo Giolitti e Mussolini fu Andreotti; il più grande leader politico Aldo Moro.

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Ma per liberare Aldo Moro fu fatto, dal punto di vista delle indagini, tutto il possibile?

Tutto il possibile, ma eravamo troppo deboli. Una mia frase tratta da un’intervista rilasciata al suo collega Aldo Cazzullo è stata equivocata. Non è vero che il capo del commando mi ha detto che mille persone conoscevano il nascondiglio di Aldo Moro. Lui mi disse che più di mille persone, anche sindacalisti del Pci, ci avrebbero potuto indicare nomi, cognomi e abitazioni dei brigatisti rossi. Il Partito Comunista è diventato un partito di Stato, io ho collaborato con esso, chiamo Massimo D’Alema “Il meglio figo del bigoncio”. Ma, anche per come noi li abbiamo trattati nei primi vent’anni, l’antipatia per i Servizi e per le forze di polizia gli è rimasta. Hanno cancellato Ugo Pecchioli. Per revocarlo hanno chiamato me. Hanno cancellato Rossa, come è raccontato nel libro della figlia. Perché, in fondo, per un vero militante comunista, un compagno, anche se sbaglia come i brigatisti, come diceva Rossana Rossanda, non si tradisce.

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Se guardiamo invece ai 55 giorni dal punto di vista politico e della gestione che i vertici istituzionali fecero nel caso, qui è evidente che la vicenda si complica, cioè liberare Moro significava accettare le condizioni proposte dalle Brigate Rosse…

La condizione era una sola: non la liberazione dei prigionieri, né tantomeno come credeva ingenuamente il Vaticano il denaro. Era il riconoscimento politico in modo da aggirare il Partito comunista imborghesito di Berliguer.

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C’era qualcuno favorevole a questo riconoscimento?

Si nascondevano sotto lo scambio dei prigionieri nelle trattative. E poi c’era chi voleva far saltare Andreotti.

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Ma nei 55 giorni, a suo giudizio, si arrivò vicini a liberare Moro?

No. Il loro leader mi disse che avevamo sbagliato tutto, che avremmo dovuto usare i vigili urbani, non le forze speciali. Però loro si accorsero che noi stavamo per arrivare perchè alla fine su mia iniziativa dividemmo la città di Roma in tanti quadratini.
Questo a suo giudizio indusse le Brigate Rosse ad accelerare la conclusione del processo e ad uccidere Moro?

Sì.

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Guardiamo alla vicenda nella sua gestione politico e istituzionale. Poteva andare diversamente?

Quando io andai a trovare questi signori in carcere, gli chiesi come mai non avevano capito che loro avevano vinto. E gli dissi che non avrebbero vinto ma stravinto, se avessero fatto il processo a Moro, lo avessero condannato a morte, e dopo che Paolo VI ne aveva chiesto la liberazione, loro avessero detto: “In omaggio a Paolo VI che ci ha riconosciuto, lo liberiamo”.

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E loro perché non lo liberarono?

Perché a mio avviso loro avevano il mito della esemplarità: siamo creduti soltanto se siamo feroci, cioè il processo rivoluzionario, le purghe, la confessione.

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Perché secondo lei allora è così viva ancora la tesi: “Moro doveva morire”?

Lei sa che per alcuni gli assassini di Aldo Moro si chiamano, Paolo VI, Giulio Andreotti, Benigno Zaccagnini e Francesco Cossiga. Comunque fino a quando lo dice la moglie e i figli capisco, sempre sono stati privati di un marito di un genitore. Ma anche per una parte della sinistra Dc, non quella di base però, non è possibile che Moro sia stato ucciso da sinistra. Moro deve essere stato ucciso da destra e dall’imperialismo americano.

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Lei porta ancora i segni della sofferenza di quei giorni

Quando io dico che ho concorso ad ammazzarlo è vero, anche se non sono un assassino. A differenza di altri io sapevo benissimo che la linea della fermezza, salvo un miracolo, avrebbe portato alla sua morte.

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Lo pensava anche Andreotti?

Sì. Ma che sperava più di me.

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E Berlinguer?

Assolutamente.

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In una lettera indirizzata a lei Moro evoca la ragione di Stato. Scrive così:”io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato…

Un momento, ecco l’inizio del riconoscimento. Lui trattava. Un processo popolare. Riconosce la legittimità popolare e democratica delle Br al processo.

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“Che sono in questo Stato, avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole o pericolosa in determinate occasioni”, Ecco, scrive Moro “il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarli è inammissibile”.

Esatto. Lui era un cattolico sociale e riteneva che contassero innanzitutto la società e la persona e che lo Stato fosse una sovrastruttura tecnica. E che lo Stato non potesse essere uno Stato di cui si doveva tutelare il prestigio.

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È autentico il Moro che scrive così?

È autentico. E cerca di trattare con le Br.

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Gli appelli che Moro fa alla al suo partito che effetto ebbero?

Beh, alla fine ebbero effetto, tanto è vero che loro uccidono Moro il giorno in cui forse, su proposta di Fanfani, la direzione del partito avrebbe convocato il Consiglio nazionale, e il Consiglio nazionale avrebbe votato per le trattative. E poi il Partito comunista si fidava solo di Andreotti e di me. Appena uscì la prima lettera di Moro Ugo Pecchioli, venne da me e mi disse: “Che Moro esca vivo o che Moro esca morto, dopo questa lettera Moro è per noi politicamente morto. E quando Andreotti, con il mio consenso, permise alla Dc, di cercare la strada di Amnesty International, la strada della Croce Rossa e così via, vennero nel mio studio Enrico Berlinguer e Pecchioli a dire: “Adesso basta”.

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In un’altra missiva che manda a lei, Moro entra nel merito della trattativa, addirittura indicando un Paese, l’Algeria, come possibile Paese che avrebbe potuto ospitare i terroristi di cui si chiedeva la liberazione. Questa strada fu concretamente esplorata?

Fu esplorata dal ministro della Giustizia di allora, che poi divenne presidente della Corte Costituzionale, ed era favorevolissimo Giovanni Leone. In una burrascosa riunione del comitato per l’informazione e la sicurezza, fu scartata con violenza da Carlo Donat Cattin, che non pensava neanche lontanamente che il figlio fosse di Prima Linea.

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Trent’anni dopo. Poteva finire diversamente?

Se avessimo trattato e cioè avessimo riconosciuto soggettività politica alle Br, sarebbe saltato certamente il compromesso storico, Moro sarebbe uscito e avrebbe guidato una crociata anticomunista. Però avremmo sfasciato le forze di polizia che non avrebbero più creduto al potere politico.

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In questo che lei dice pesa il fatto che cinque uomini della scorta erano stati uccisi?

Certo. E che la moglie di uno di questi aveva minacciato di darsi fuoco davanti a piazza del Gesù se noi avessimo fatto le trattative.

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L’uccisione di Moro ha cambiato la storia d’Italia?

L’ha cambiata perché ha interrotto il compromesso storico. Perché Berlinguer credeva non alla Dc ma solo ad Aldo Moro. Dopo che fu ucciso Moro lui perse le amministrative, vinte dalla Dc perché era il partito del martire e perché nel immaginario collettivo le Br non erano verdi o bianche, erano rosse.

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E questa è l’influenza più grande?

Sì. E lì Berlinguer compì forse due errori: aver fatto il compromesso storico troppo in fretta e averlo finito troppo in fretta.

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Dove è continuato il suo dialogo con Moro in questi trent’anni?

In chiesa. Solo in chiesa.

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Roberto Arditti

10/03/2008

fonte: www.iltempo.it

da La Storia Nascosta

CHI ERA IL BR CHE INTERROGAVA MORO?

testo dell’intervista concessa a Sabino Labia da Giuseppe De Lutiis, storico dei servizi segreti e per anni consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo

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“Ora si sa proprio tutto!” Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase nel momento in cui sono emersi nuovi particolari in merito alla vicenda Moro? Probabilmente è quello che si è cercato di far intendere all’opinione pubblica per evitare che realmente venisse alla luce qualcosa di terribile che non si doveva sapere e forse mai si saprà. Tuttavia col passare degli anni sono emerse alcune novità che almeno in parte hanno contribuito a fare luce su uno dei misteri più oscuri del nostro paese. Per cercare di capire cosa realmente avvenne in quei cinquantacinque giorni che sconvolsero il Paese ci siamo rivolti a Giuseppe De Lutiis, massimo esperto di Servizi Segreti e consulente della commissione stragi, che ha appena pubblicato un accurato libro sull’affaire: “Il golpe di via Fani” (ed. Sperling & Kupfer).
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Prof. De Lutiis quale fu il contesto storico nel quale prese avvio la vicenda?De Lutiis: L’Italia si è trovata per quarant’anni, dalla fine della guerra alla caduta del Muro, sulla linea di confine tra i due blocchi, quello occidentale e quello sovietico, che si fronteggiarono duramente nel corso della cosiddetta “guerra fredda”. In quell’atmosfera, la possibilità che un partito comunista potesse andare al governo in un paese occidentale rappresentò un pericolo, perché veniva a rompere gli equilibri faticosamente raggiunti a Jalta.
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Possiamo sostenere quindi che l’Italia era un paese a sovranità limitata?
De Lutiis: I paesi maggiormente a sovranità limitata erano quelli dell’Europa dell’Est, che vissero per quarant’anni in uno stato di vassallaggio rispetto all’Unione Sovietica, tanto che vennero definiti “paesi satelliti”. Ma sicuramente anche l’Italia subì delle limitazioni non lievi nella sua autonomia politica ed economica. Gli organismi che maggiormente risentirono di queste limitazioni furono i nostri servizi segreti, che furono costretti a compiere azioni illegittime a protezione degli autori delle stragi dei primi anni Settanta, eseguite da giovani ai quali fu fatto credere che quei crimini erano indispensabili per salvare l’Italia dal comunismo. Si tentò di destabilizzare il paese e creare un clima ostile al Pci. Ma i numerosi attentati che si susseguirono in quegli anni, come quello di Piazza Fontana a Milano o Piazza della Loggia a Brescia, provocarono l’effetto contrario, cioè spostarono l’opinione pubblica a sinistra. Nel 1974 i vertici dell’intelligence statunitense decisero di cambiare strategia.
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Scusi professore proprio nel 1974 Moro si recò in visita in America dove ebbe un incontro con il segretario di Stato americano Henry Kissinger. E’ noto che da quell’ incontro il presidente democristiano uscì profondamente sconvolto.

De Lutiis: Una persona molto vicina a Moro mi ha detto una frase agghiacciante e cioè che in quell’occasione Moro seppe che la sua vita era stata paragonata a quella di Allende e che a lui era stato prospettato di scegliere in un senso o in un altro. Non a caso Moro, subito dopo, tentò di lasciare la politica, ma purtroppo per lui la politica ebbe ancora bisogno di lui e così non riuscì a esaudire questo suo desiderio.

Arriviamo al 1978, dobbiamo ancora credere che il rapimento sia stato solo opera delle Br?

De Lutiis: E’ ipotizzabile che il sequestro sia stato organizzato dalle Brigate Rosse, e che a posteriori a livello internazionale si sia deciso di utilizzare questa occasione per risolvere i problemi che un governo a partecipazione comunista avrebbe creato sia a Est che a Ovest. A conferma di ciò va detto che il centro Hyperion ha tutte le caratteristiche di una camera di compensazione tra servizi di intelligence di potenze ideologicamente opposte.

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Sì ma già la scelta del covo in via Gradoli, dove è appurato che ci fosse una base dei Servizi, lascia adito a molti sospetti.

De Lutiis: Possiamo ipotizzare che Moretti, con un numero estremamente ristretto di persone, avesse dei contatti con ambienti di intelligence internazionale, ma continuo a pensare che nella fase preparatoria e nei primi giorni del sequestro le Brigate rosse agirono in totale autonomia. In seguito, non sappiamo con quali modalità, si deve essere stabilito un contatto consapevole con ambienti forse internazionali, interessati ad una conclusione cruenta del sequestro.

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A livello istituzionale c’era qualcuno che non sapesse?

De Lutiis: Non è facile rispondere. Alcune istituzioni e i massimi vertici politici forse seppero qualcosa, forse intuirono. Molti probabilmente inorridirono, però per tutti era pericoloso e difficile esporsi. Lo stesso ministro degli Interni Cossiga il giorno in cui venne ritrovato il cadavere in via Caetani era convinto che Moro sarebbe stato liberato in Vaticano.


E la vicenda della seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi?

De Lutiis: Con ogni probabilità qualche giovane studente dell’ università di Bologna, forse vicino all’Autonomia Operaia, venne a conoscenza dell’esistenza del covo di via Gradoli e si confidò con il suo professore, forse uno dei partecipanti alla scampagnata, pregandolo però di non esporlo per non mettere a rischio la sua vita. A questo punto qualcuno dei presenti decise di organizzare la seduta spiritica per far emergere la parola Gradoli in un seduta che taluno fingeva di fare e a cui talaltro riteneva di partecipare. In seguito la segnalazione giunse a Roma ma l’aspetto ambiguo e grave è che a Roma al vertice della Polizia e del Ministero degli Interni qualcuno ha consapevolmente depistato inviando ingenti forze di polizia nel paese di Gradoli pur sapendo che a Roma vi era una via Gradoli.

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Chi faceva gli interrogatori a Moro?

De Lutiis: Con tutto il rispetto per Moretti non è plausibile che fosse lui, perché la persona che si rapportava con Moro era culturalmente superiore e lo stesso Moro mandò i saluti a questa persona con la quale aveva istaurato un rapporto culturale di un certo livello. Era Senzani? Era uno dei vertici dell’Hyperion? Era uno dei dirigenti di Autonomia Operaia? Sarebbe ora che i brigatisti chiariscano questo punto.

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Lei ha messo in dubbio anche l’autore della telefonata fatta alla famiglia il 30 aprile. Quindi non era Moretti?

De Lutiis: Brigatisti di buon livello mi hanno negato che fosse Moretti, aggiungendo che, a loro avviso, quella voce non apparteneva a nessuno dei brigatisti conosciuti. In ambienti vicini all’Autonomia si sussurrò il nome di un loro dirigente, diverso da Toni Negri.

Il memoriale Moro è stato ritrovato per intero?

De Lutiis: Ritengo che vi siano ancora brani che non sono noti. A questo proposito al senatore Cossiga sfuggì una volta l’affermazione, riportata dal senatore Flamigni, che nel memoriale Moro vi era un accenno a dei villaggi che le forze di polizia inglesi in Irlanda avevano costruito per addestrarsi alla guerriglia nordirlandese. Moro nelle pagine rese pubbliche non ha mai parlato di questo episodio.

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Perchè il rapimento durò così a lungo?

De Lutiis: Questa lunga detenzione aveva lo scopo di deprimere la capacità di reazione della nazione. L’accorta gestione dei comunicati dei brigatisti e di coloro che li ispiravano hanno tenuto sulla corda un’intera nazione, sia i vertici politici sia tutti i cittadini. E’ stato fiaccato un popolo. Pare che la detenzione si dovesse prolungare oltre il 9 maggio ma intervenne una decisione contraria nel momento in cui la Dc avrebbe potuto procedere ad una cauta apertura a delle trattative, e questo avrebbe creato dei problemi all’interno delle Br e avrebbe aperto un capitolo non in linea con la strategia di chi gestiva il sequestro ad alto livello.

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Qualche giorno fa il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha detto “In Italia i tempi sono maturi per chiudere la vicenda degli Anni di Piombo con il consenso di tutte le parti”.

De Lutiis: Il presidente ha fatto bene a precisare “con il consenso di tutte le parti”. Infatti il problema è questo. Molti di coloro che dicono che si debba chiudere con quegli anni dimenticano di aggiungere che bisogna prima raggiungere la conoscenza completa di tutti gli eventi e dei loro retroscena, cioè di chi ha spinto quei giovani a trasformarsi in assassini e li ha in seguito protetti. La mancata conoscenza dei responsabili delle stragi ha lasciato con l’amaro in bocca le famiglie delle vittime, che in tal modo sono state uccise una seconda volta.


Questa news proviene da La Storia Nascosta – di Giovanni Fasanella
( http://www.lastorianascosta.com/news.php?extend.79 )…

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2 responses to “Cossiga: non potevo trattare. Così ho concorso ad ammazzare Moro”

  1. Milo Sidhom says :

    Hi, I can’t understand how to add your site in my rss reader. Can you help me please?

    • solleviamoci says :

      For Milo: Click to share this blog, is in the right column under the picture Lennon. Excuse my English but I used the automatic translator.
      Ciao, Mauro

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