Archivio | marzo 13, 2008

Censura sul web, Reporters Sans Frontières pubblica la guida per cyberdissidenti

La guida di Reporters Sans Frontieres

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ROMA (13 marzo) – Come si può creare un blog anonimo su WordPress? Quali gli strumenti tecnici per combattere la censura online? E’ Reporters Sans Frontières a rispondere con una vera e propria guida per blogger e cyberdissidenti. Partendo da un caso pratico l’associazione spiega come usare il programma Tor, che aiuta a evitare i controlli governativi. «I dirigenti dei Paesi autoritari diffidano sempre più di queste persone che, senza essere dei giornalisti ufficiali – sostiene Rsf – pubblicano informazioni on-line. I blog sono infatti diventati in alcuni paesi una vera e propria nuova fonte di informazioni».

La guida segnala anche alcuni siti che consentono di mantenere l’anonimato nascondendo gli Ip dei bloggers (www.anonymizer.com, www.unipeak.com, www.guardster.com).

La guida,
scaricabile dal sito dell’assoziazione, è stata pubblicata in occasione della Giornata per la libertà di espressioni su internet.

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 fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=20580&sez=HOME_SCIENZA

Scia di sangue infinita, edile morto a Messina

cantiere, lavoro
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Stava lavorando sul tetto di una palazzina in costruzione e potrebbe essere stato colpito – per colpa del forte vento – da un cavo dell’alta tensione che lo ha fatto cadere da una trentina di metri d’altezza.

Così sarebbe morto mercoledì l’operaio Salvatore Allone, 51 anni, padre di tre figli, titolare di una ditta individuale, in contrada Piano Stella nel rione San Giovannello, a Messina.

Il sostituto procuratore Giuseppe Farinella ha comunque dato l’incarico per l’autopsia per stabilire le effettive cause dell’infortunio sul lavoro. Il cantiere è stato sequestrato.

Da un primo esame del medico legale
è emerso che il cadavere ha ustioni sul collo ed il cavo dell’alta tensione proprio in un punto risulta sfilacciato. L’operaio che era con lui sul tetto ha assistito impotente alla disgrazia.

Quello di mercoledì è il terzo incidente mortale sul lavoro dall’inizio dell’anno in provincia di Messina.

Pubblicato il: 13.03.08
Modificato il:
13.03.08 alle ore 18.39

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73752

Il comunista non c’è più. Nemmeno nei romanzi

RECENSIONE ‘PROVOCATORIA’ O SEMPLICE COSTATAZIONE? (costatazione, Nome. [1] – giudizio espresso per constatare (constatazione [1], costatazione [1], dato_di_fatto [1], notazione [2], osservazione [2], …)

Una figura dimenticata dagli scrittori

 

di ALBERTO PAPUZZI

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Chi racconta ancora i comunisti? Dopo il 1989 sono scomparsi (Berlusconi permettendo) non soltanto dalla realtà politica ma anche dalle pagine della letteratura. Di quella letteratura in cui per almeno vent’anni, dalla fine dei Quaranta alla fine dei Sessanta, erano stati significativi protagonisti. Da Ferriera, comandante della banda partigiana del Sentiero dei nidi di ragno, romanzo d’esordio di Italo Calvino, a Némega, capo della formazione garibaldina in cui si trova a militare il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio; dal Nuto di Pavese, falegname e musicante che crede nel comunismo come palingenesi (nella Luna e i falò), ai protagonisti di una trilogia di Giovanni Arpino: gli operai di diversa generazione e cultura dei Giorni del giudizio e di Una nuova d’ira e l’intellettuale borghese dell’Ombra delle colline. Per arrivare negli anni Sessanta al comunista incompiuto del pasoliniano Una vita violenta e soprattutto al deputato dissenziente del Comunista di Morselli, che nessuno voleva pubblicare, finché non l’ha edito postumo Adelphi nel 1976.

Un libro originale ripercorre questa presenza rossa nelle pieghe della nostra narrativa: Il comunista di Anna Baldini, ricercatrice all’Università di Siena (Utet, pp. 222, e17,50). Il suo saggio identifica l’interesse degli scrittori italiani per comunismo e comunisti con la tradizione del neorealismo, in particolare con la sua matrice ideologica che tende a imporre nuovi linguaggi e nuovi soggetti, in antitesti ai dettami della cultura borghese. Riferisce, per esempio, che Pasolini scrive Una vita violenta perché letterati marxisti, come Carlo Salinari, gli chiedevano con insistenza «un romanzo con un asse ideologico orientato verso il socialismo». A questo bisogno di un Bildungsroman del proletariato si sovrappone negli anni Cinquanta la questione di raccontare e rivisitare la Resistenza, anche scardinandone l’interpretazione comunista di guerra di popolo: in questa chiave è fondamentale il lungo lavoro di scavo di Fenoglio su Johnny. Ma dopo la metà degli anni Cinquanta subentrano gli sguardi critici o autocritici, a partire dalla Trilogia della disillusione di Arpino.

In questo paesaggio, Vasco Pratolini, con Metello e Lo scialo, ambientati prima della nascita del Pci, costruisce un fondamento storico-letterario alla rappresentazione di una forza popolare e socialista, e con Il quartiere o La costanza della ragione o Cronache di poveri amanti mette a fuoco la base operaia del partito. Ma sogni e utopie già si spengono con Il comunista di Morselli che per sperare nella felicità deve uscire dal partito. Il filo rosso si spezza, negli anni Settanta, prima con lo scatenamento della tabula rasa di Nanni Balestrini in Vogliamo tutto, dove il comunista cede al lottacontinuista; quindi con l’avventuroso amore per il lavoro ben fatto del Faussone di Levi (La chiave a stella) che rompe l’aggregazione operaia e comunista.

Romanzi e racconti sui comunisti fanno parte di un filone più largo che comprende la letteratura industriale e quella civile. Ci sono parentele, con personaggi indimenticabili come l’Albino Saluggia del Memoriale di Volponi o i disoccupati meridionali di Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieni. E poi ci sono, sparsi in decine di pagine narrative, i personaggi minori, quelli che nel cinema si affidano ai caratteristi, come il Gino Scarpa dirigente di partito che cerca di orientare Pablo, protagonista del Compagno di Pavese. È una folla, il popolo comunista della narrativa. Ma dopo l’89 e dopo la Cosa, per i comunisti ci sarà posto quasi solo nella memorialistica. La letteratura aveva anticipato anche i tempi della politica.

fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=1368&ID_sezione=81&sezione=News

Berlusconi: “Contro la precarietà? Sposare mio figlio o un milionario”

Battuta del Cavaliere a una studentessa durante un programma tv
Reazioni indignate. Veltroni: “Quanta distanza dalle ansie dei giovani”

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Il Cavaliere replica al leader del Pd: “E’ ridicolo”
Bertinotti: “Allarmante”. Pollastrini: “Frase che rivela la persona”

Silvio Berlusconi

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ROMA – Silvio Berlusconi propone la ricetta contro la precarietà, e suggerisce a una ragazza come risolvere i problemi derivanti dall’assenza di un lavoro stabile: sposare un milionario, magari suo figlio Piersilvio. “Credo che con il suo sorriso se lo possa certamente permettere” dice il Cavaliere a una studentessa che ieri, nel corso della rubrica del Tg2 Punto di vista gli chiedeva come fosse possibile, per una giovane coppia, farsi una famiglia senza un lavoro stabile. Non perde occasione per fare lo spiritoso, Berlusconi, nemmeno di fronte a una delle urgenze più drammatiche del paese. Che il siparietto suscitasse polemiche era inevitabile. Un’indignazione diffusa. Walter Veltroni registra “la distanza dalle ansie reali del paese”. Replica il Cavaliere: “E’ ridicolo prendersela così”.

Le parole di Berlusconi, obietta Veltroni, “dimostrano una distanza, una separazione dall’ansia di migliaia e migliaia di ragazzi a cui quella ragazza ha dato voce”. E il suo vice, Dario Franceschini, si vergogna “come italiano” per quella “offesa insopportabile” a migliaia di giovani “che vivono la precarietà del loro rapporto di lavoro come un’ipoteca sul futuro”, e pensa che “in qualsiasi paese un leader politico sarebbe costretto a scusarsi per quella battuta offensiva”.

Al leader del Pd risponde direttamente
Berlusconi.
“Poveri noi se cadessimo nelle mani di chi non ha sense of humour, ma per fortuna non succederà. Se poi si vuole tornare a ieri – precisa il Cavaliere – stavo ridendo e scherzando con questa ragazza che avevo conosciuto prima e che era, tra l’altro, accompagnata dal suo fidanzato. E’ ridicolo prendersela in questo modo”. Ma la polemica è già esplosa.


Un’uscita “allarmante”, commenta Fausto Bertinotti, “indicativa di una cultura che propone ai giovani una realizzazione fuori dalla loro vita ordinaria”. Viste le proposte della destra, aggiunge il candidato premier di Sinistra Arcobaleno, non resta che augurare ai precari “che vincano la lotteria”, sebbene la ricetta della sinistra sia quella di “cancellare l’idea della lotteria” a favore di miglioramenti concreti.

Dopo averci fatto “arrossire in Europa per battute e gag – ricorda il ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini – stavolta tocca a una giovane donna angosciata perché non ha lavoro. Il linguaggio – osserva il ministro – è sempre rivelatore dello spirito di una persona. Che dire? Non votiamolo, non votiamo né lui né i Gasparri né chi ha nelle liste chi inneggia al fascismo. D’altronde, storicamente, con i governi di centrodestra sono proprio le donne a fare passi indietro”.

“Berlusconi ha passato il segno – reagisce Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera – se è stata una battuta, s’è divertito solo lui e non i tanti giovani precari e le loro famiglie giustamente preoccupate”. Anche il leader del Partiso socialista, Enrico Boselli, si augura che il Cavaliere chieda scusa e gli dà un consiglio: “E’ molto meglio se torna a raccontare barzellette”.

Si indignano le truppe del Cavaliere, sorprese da quella che definiscono l’aridità di spirito degli esponenti del centrosinistra. Il pronto intervento di Paolo Bonaiuti non si fa attendere: “Il Pd non ha argomenti. Veltroni non trova di meglio che attaccarsi a una battuta scherzosa. Si mette a fare la morale, nella tradizione della vecchia sinistra che ci lascia una crescita zero e ha saputo solo peggiorare le condizioni dei lavoratori, giovani, vecchi, precari, a reddito fisso e autonomi”. Di Altero Matteoli (An) l’analisi più sottile: la sinistra, osserva, non riesce più a sorridere, “disperata per la più che probabile sconfitta elettorale”. La reazione alla battuta sarebbe “sintomo di uno stato d’animo inquieto per una realtà contraria alle aspettative, e che non si riesce a cambiare”.

(13 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/politica/verso-elezioni-10/berlusconi-precari/berlusconi-precari.html

Mea culpa/ Mastella: ci penserei dieci volte prima di far cadere Prodi

 INCREDIBILE MASTY..

Giovedí 13.03.2008

Oggi come oggi, prima di far cadere il governo Prodi, ci penserei due volte sopra, anzi dieci volte probabilmente. Faccio questa valutazione senza dimenticare le condizioni assolutamente drammatiche in cui si è determinato l’arresto di mia moglie e ricordando che i miei voti in Parlamento non erano determinanti per fare cadere il governo Prodi”. E’ il mea culpa di Clemente Mastella. “La cosa davvero ingiusta è che, al momento della compilazione delle liste, sono stato trattato come una sorta di appestato, mentre Dini e Scalera si sono candidati con il Popolo della Libertà“. 

fonte: http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/mastellameaculpa130308.htm

Juncker: «Nel Ppe non c’è posto per i fascisti»

 

Il presidente dell’Eurogruppo Juncker interviene sul caso Ciarrapico. Martens: «Ogni decisione dopo il voto»

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Jean Claude Juncker

MILANO – Gli echi del caso-Ciarrapico arrivano a Bruxelles. Dopo le polemiche dei giorni scorsi sulle frasi del candidato del Popolo della libertà (che ha ribadito in un’intervista di sentirsi «fascista»), il presidente dell’Eurogruppo e premier lussemburghese, John Claude Juncker, commenta con durezza la vicenda: «Non c’è posto per i fascisti nel Partito popolare europeo». «Non conosco questo signore – ha precisato Juncker a margine del vertice del Partito popolare europeo a Bruxelles – non so se si dichiara davvero fascista, ma posso dire che nel Partito popolare europeo non c’è posto per i fascisti».

MARTENS Interviene sul tema anche il presidente del Ppe Wilfred Martens : «Ho sempre detto che respingiamo, sul piano europeo, tutti gli estremismi, di destra e di sinistra». «Ho una posizione chiara da anni» – afferma – un nuovo partito che voglia entrare nel Ppe deve organizzarsi e cooperare. Esamineremo sulla base del programma secondo i nostri criteri. Questa è la sola possibilità», ha sottolineato il presidente del Ppe. «E quindi vedremo dopo il voto, se Berlusconi, che ha fatto un’alleanza elettorale e non ha ancora creato un nuovo partito, arriverà a farne uno nuovo riorganizzandolo con Fini. Lo esamineremo e lo dibatteremo, non c’è nulla di nuovo».

PRESIDENTE DAUL Anche il presidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo, Joseph Daul, spiega che «la questione Ciarrapico non è all’ordine del giorno. E io che sono un pragmatico dico: lasciamo passare la campagna elettorale in Italia, poi analizzeremo il problema».

POETTERING Dal canto suo, il presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Poettering, non vuole commentare la candidatura di Ciarrapico nel Pdl, ma si è detto contrario a ogni forma di estremismo. «Non voglio interferire nella campagna elettorale italiana», risponde Poettering alle domande dei giornalisti a margine del vertice del Ppe, «e devo avere ulteriori informazioni sulla vicenda». In ogni caso, dice Poettering, «io sono di centro e sono contrario a ogni forma di estremismo».

TAJANI Il vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, chiarisce che «il nome di Ciarrapico non è mai stato pronunciato nel corso del vertice del Ppe. Ciarrapico è un candidato indipendente inserito in una lista elettorale. E non ha mai chiesto di aderire al Partito popolare europeo» «Il Popolo della libertà deve ancora formalmente diventare partito – aggiunge Tajani – e solo in quel momento potrà chiedere l’adesione ai Popolari europei. Tutto il resto sono questioni di lana caprina, polemiche provinciali che non interessano neanche agli italiani». «Nel Ppe sono tutti convinti – prosegue – che Berlusconi vincerà le prossime elezioni in Italia e che non c’è nessuna deriva a destra».

L’ATTACCO DELLA MUSSOLINI Ma non passa molto che dal Pdl arriva un’altra replica alle dichiarazioni di Juncker. «Come si chiama questo qui? Ah, Juncker: pensi un po’ i problemi di pronuncia che ha con questo cognome che sembra uno yogurt…» dichiara Alessandra Mussolini, candidata del Pdl alle prossimo elezioni politiche. Poi Mussolini si fa più seria e aggiunge: «Uno che dice cose di questo tipo è fuori dalla storia, non siamo nel 1943-45. Sono parole assurde, si preoccupasse dei comunisti che ci sono in Europa». Quanto alla possibilità che corra alle prossime Europee con il Pdl e aderisca poi al Ppe, Mussolini taglia corto: «Per ora pensiamo a vincere le Politiche».

13 marzo 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_marzo_13/ciarrapico_ppe_juncker_fad886fe-f0fa-11dc-9d4f-0003ba99c667.shtml

Fausto e Iaio, 30anni dopo

 MORIRE A 18 ANNI..

FAUSTO TINELLILORENZO 'IAIO' IANNUCCI

“Associazione Familiari e amici di Fausto e Jaio – 1978 – Milano”

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Scheda a cura di Kiappo, del collettivo Borgorosso – Piacenza

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da un articolo di “Liberazione”, estratto da
http://digilander.libero.it/infoprc/faustoiaio.html

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Faceva freddo a Milano il 18 marzo 1978, e il centro era intasato di auto della polizia e dei carabinieri: lampeggianti accesi, posti di blocco, mitra spianati. Due giorni prima a Roma era stato rapito Aldo Moro, e la macchina dello Stato sembrava impegnata in una buffa parodia di efficienza e “pronta risposta alla sfida brigatista”, come promesso dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Ma non c’erano sirene e poliziotti al Casoretto, quartiere di periferia. Solo persiane sbarrate a tener fuori lo smog e televisori accesi, in attesa del tg delle 20.

A quell’ora Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci camminano lungo via Mancinelli, stretti nei paltò. Chiacchierano, e il freddo forma nuvolette di vapore davanti alle loro bocche. Hanno trascorso un pomeriggio tranquillo: Lorenzo in piazza Duomo insieme alla sua ragazza, Fausto al Parco Lambro con gli amici. Mezz’ora prima si sono incontrati alla “Crota Piemunteisa”, un bar-trattoria di fronte al centro sociale Leoncavallo, e ora si dirigono verso casa di Fausto, in via Montenevoso 9, per l’appuntamento del sabato col risotto di mamma Danila. L’edicolante all’angolo tra via Casoretto e via Mancinelli li vede fermarsi davanti alle edizioni straordinarie dei giornali, a commentare i titoli sul sequestro Moro. Sono ragazzi come oggi ce ne sono sempre meno, Fausto e Iaio: attenti al mondo intorno a loro, impegnati nel quartiere. Negli ultimi mesi hanno lavorato ad un dossier sullo spaccio di droga al Casoretto.

All’altezza dell’Anderson School di via Mancinelli ci sono tre persone infagottate in trench bianchi. Una signora, Marisa Biffi, vede Fausto e Iaio fermi alla loro altezza. Ecco il suo racconto, tratto dal libro Fausto e Iaio, di Daniele Biacchessi, uno dei tanti giornalisti che hanno tentato di ricostruire il delitto: “Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede, a 5-6 metri da me. Contemporaneamente un altro giovane è leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che è piegato su se stesso cade a terra. Mi avvicino al giovane caduto… Subito oltre il suo corpo, a un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra. Nessuno dei due ragazzi pronuncia un parola… Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio, avviandosi verso via Leoncavallo. Noto che il giovane con l’impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano”.

Dalla testimonianza si deduce che gli assassini sono professionisti: agiscono rapidamente, non dicono un parola, raccolgono i bossoli nel sacchetto di plastica che la signora Biffi ha visto nelle mani di uno dei killer. A sparare otto o nove volte è stata una Beretta 80 calibro 7,65, arma leggera e agile, ideale per colpire da vicino. Prima è caduto Fausto, colpito all’addome, al torace, al braccio destro e ai lombi. Poi è toccato a Lorenzo: torace, ascella destra, inguine, fianco destro.

Dopo l’omicidio, il gruppetto di tre sparisce nel nulla. L’indomani un funzionario della Questura parla con i cronisti: “E’ chiaro, si tratta di una faida tra gruppi della nuova sinistra, o inerente al traffico di stupefacenti”. La scientifica fa circolare la voce che l’assassino abbia sparato con una pistola calibro 32. “E’ un’ipotesi tirata per i capelli, come del resto quasi tutte quelle formulate – scrive L’Unità -. C’è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli. I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica”.

L’articolo è firmato da Mauro Brutto. Non ancora trentenne, Brutto è il prototipo di una specie oggi in estinzione, il cronista di nera. La Milano di quegli anni, splendidamente raccontata da Scerbanenco, gli offre mille spunti di lavoro. Ma Brutto è anche un uomo di sinistra, e nella morte di Fausto e Iaio vede chiaramente la mano della destra milanese. Ne parla mesi dopo il delitto con Danila, la mamma di Fausto: “Mauro venne a casa mia – ha raccontato la donna – si stava occupando del connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato; mi disse che la verità su Fausto e Iaio non era chiara”.

Per mesi Mauro Brutto raccoglie elementi sul delitto di Via Mancinelli. In novembre qualcuno gli spara tre colpi di pistola senza colpirlo. Pochi giorni dopo il giornalista mostra una parte del suo lavoro ad un colonnello dei carabinieri. Il 25 novembre, dopo cena, Brutto ha appuntamento con una sua fonte. Lo vedono entrare in un bar di via Murat, comprare due pacchi di Gauloise, uscire, attraversare la strada. A metà della carreggiata si ferma per far passare una 127 rossa. In senso inverso arriva una Simca 1100 bianca, lo investe e scappa.

“La Simca sembrava puntare sul pedone”, dirà nel corso della rapida inchiesta l’uomo a bordo dell’altra auto, la 127. Sparisce il borsello di Brutto, pieno di carte, forse trascinato dalle auto in corsa. Lo ritrovano qualche ora dopo in una via vicina, vuoto.

Ci sono elementi sufficienti per fare ipotesi, ma non per evitare che la morte di quel bravo cronista sia archiviata come incidente, mentre prosegue l’inchiesta su Fausto e Iaio. Dopo il delitto sono arrivate alcune rivendicazioni di ambienti di estrema destra. La più credibile appartiene all’Esercito nazionale rivoluzionario – brigata combattente Franco Anselmi. Anselmi era un neofascista romano, morto dodici giorni prima dell’omicidio di Fausto e Iaio, mentre tentava di rapinare un’armeria della capitale. Tra i camerati del gruppo di Anselmi c’è Massimo Carminati, il guascone senza paura che svolge i lavori sporchi per conto della banda della Magliana, la più potente organizzazione criminale romana, e ha rapporti con i servizi deviati. Tra le molte cose, Carminati è stato accusato di aver ucciso Carmine Pecorelli ed ha lavorato con due ufficiali del Sismi a un tentativo di depistaggio dell’inchiesta sulla strage di Bologna…

Dopo anni d’indagine, Carminati sarà prosciolto per l’omicidio di Fausto e Iaio insieme ai camerati Claudio Bracci e Mario Corsi. Nei loro confronti ci sono alcuni indizi e le dichiarazioni dei pentiti, ma niente che si tramuti in prove certe. Del gruppo, oggi il più famoso è Corsi. Lo chiamano Marione, ed è il conduttore di una popolare trasmissione calcistica sulla Roma, in onda su “Radio Incontro”. Cliccando sul suo sito internet ci si trova davanti ad un volto aperto e sorridente che incornicia due occhi gelidi. Ma è davvero un esercizio inutile, a distanza di tanti anni, cercare di rintracciare su quel viso i segni dell’uomo che Mario Corsi è stato, e di quello che ha fatto o non ha fatto.

Resta invece una domanda: perché Fausto e Iaio? Due ragazzi come tanti, di sinistra ma senza strette appartenenze. Più politicamente in vista di loro, a Milano, vi sono migliaia di persone. Si è parlato molto del dossier sulla droga cui i due ragazzi avevano collaborato, ma quel lavoro, una rigorosa analisi dello spaccio milanese, non contiene rivelazioni di alcun tipo. E allora bisogna fermarsi su una coincidenza, come ha fatto recentemente Aldo Giannuli, consulente della commissione Stragi: i due ragazzi vengono ammazzati cinquantasei ore dopo il sequestro Moro, e Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9, dirimpetto al covo dei misteri brigatisti, quello in cui sarà custodito il memoriale di Moro. Dalla stanza di Fausto alla finestra del covo brigatista ci sono meno di dieci metri, e in quell’ambiente il ragazzo del Casoretto passa buona parte delle sue giornate, a leggere e ascoltare musica. Se esiste un misterioso legame tra il sequestro Moro e il duplice delitto di Milano, bisogna dare atto ai registi della trama di aver fornito anche la controprova: nel 1981 in provincia di Roma venne ucciso il capitano di polizia Francesco Straullu, e il delitto fu rivendicato dal nucleo fascista che si rifaceva a Franco Anselmi. Il fatto è che anche il nome di Straullu riporta al caso Moro: il capitano aveva indagato sul famoso borsello trovato nel 1979 in un taxi romano, e carico di “simboli” riferiti a Moro e al giornalista Pecorelli. Coincidenza per coincidenza, Carminati è stato indagato e prosciolto anche per l’omicidio Pecorelli. L’autore di quel delitto, chiunque fosse, indossava un trench bianco. Come i carnefici di Fausto e Iaio.

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da una intervista a Danila Angeli, mamma di Fausto:

“Quel sabato avevo preparato il risotto e lo strudel perché li aspettavo tutti e due a cena. Era anche l’anniversario del mio matrimonio.
Alle 19.45 Fausto era sempre a casa per la cena, era sempre puntuale ma quel giorno non si vedeva. Alle 20.30 cominciai a preoccuparmi e dopo aver messo il piccolino a letto , decisi di telefonare a qualche amico di Fausto ma nessuno sapeva nulla. Il bambino quella sera non voleva dormire, era agitatissimo.
Poi ho sentito bussare alla porta e dalla finestra ho visto dei poliziotti. Sono saliti e mi hanno chiesto dove abitava Fausto Tinelli. Io ho risposto che era mio figlio. Poi hanno rovistato in giro per la casa e mi hanno chiesto dov’erano le armi. Fausto era onesto, non aveva armi. In camera sua c’erano solo libri e giornali. I libri erano le sue armi.
I poliziotti mi hanno poi detto che aveva avuto un incidente in manifestazione. Impossibile, perché quel giorno non c’erano manifestazioni in programma. Un incidente in auto. Ma Fausto non aveva neanche la patente. Infine mi hanno detto che aveva preso una bastonata in testa, consigliandomi di recarmi in ospedale.
Allora sono andata all’ospedale “Bassini” e ho chiesto notizie di Fausto. Mi ha risposto un poliziotto dicendomi che era morto già da un pezzo.
A quel punto sono scappata a casa e ho acceso RadioPopolare per sapere cos’era accaduto.
Ho sentito che avevano ucciso anche Iaio per un regolamento di conti riguardante l’eroina.
Io ho subito chiamato la radio smentendo questa cosa perché Fausto e Iaio lavoravano contro lo spaccio e per la prevenzione.
Il giorno dopo quelli di Democrazia Proletaria mi hanno detto di far eseguire l’autopsia sui corpi, per dimostrare che i ragazzi non assumevano nessuna sostanza.
L’autopsia è stata fatta e non è risultato nulla. Fausto non fumava nemmeno le sigarette.
Il Giudice ha ammesso che i ragazzi erano assolutamente puliti e che con la droga non c’entravano nulla ma fino ad ora non c’è stato giustizia e io voglio la verità.”

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Messaggio di DANILA ANGELI, madre di Fausto Tinelli, in occasione del convegno “I comitati civili contro silenzi e impunità”, tenuto a Genova il 12 luglio 2003.

Sono la madre di Fausto Tinelli e voglio esprimere quello che provo, oltre alla mia sincera solidarietà verso i parenti delle vittime delle stragi e di quelle cadute sotto un gioco perverso. So quello che si prova in quei momenti, l’ho sperimentato sulla mia pelle.

All’inizio non capisci, non ti rendi conto di quello che è accaduto. Vivi come un brutto sogno, stupito e incredulo. Vivi nel frastuono: un bel funerale di stato, belle parole e con questi gesti tutti se ne lavano le mani. Subito dopo ritorni alla realtà. Il dolore ti fa impazzire, entra in te come l’aria che respiri. E allora cerchi aiuto e conforto.

Chiedi una mano e riponi tutte le tue speranze nella giustizia, che ti aiuti a capire. Ma ti si chiudono le porte in faccia perché tu non sei di serie A anche se sei una persona onesta, come lo erano Fausto e Iaio, due ragazzi che frequentavano il Leoncavallo e perciò “carne da macello”. Il privilegio di sperare giustizia, di avere un processo, di essere risarciti del sangue dei nostri cari non è un nostro diritto.

Anche se sono vittime innocenti della strategia di quel periodo e nessuno si azzardi a dire il contrario.

Da ben 22 anni mi sono costituita parte civile in un procedimento contro 3 individui di estrema destra, ma questi vivono tranquilli e fanno carriera.
Perché nessuno li tocca?
Eppure ci sono 6 pentiti che li accusano.
Perché i pentiti dei nostri processi non sono attendibili?
Forse lo sono solo quelli che vogliono loro e i nostri non sono tra questi.
Dove sono tutte quelle belle frasi che da bambina ti hanno insegnato a scuola, come ama la patria, difendila e rispettala. Io l’ho fatto questo, ma lei non mi ha ricambiato.

Noi per lo stato siamo vittime invisibili, che non vuole proprio vedere. E io mi sento come una madre argentina e Fausto e Iaio dei desaparecidos.

Danila Angeli

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Vedi anche:

fonte: http://www.reti-invisibili.net/faustoeiaio/

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Fausto e Iaio Trent’anni dopo Novita

Raccolta di scritti, documenti, testimonianze per non dimenticare

Fausto e Iaio Trent'anni dopo

Prezzo online:15,00

Listino
€ 15,00
Editore
Costa & Nolan
Anno
2008
Lingua
Italiano
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    la Feltrinelli

    Un libro e un video per ricordare la morte di Fausto e Iaio nel marzo del 1978 che, avvenuta a Milano, ha scosso tutta l’Italia per arrivare all’archiviazione. Li ricordano Gad Lerner, Daniele Biacchessi, Daniele Farina e tanti altri. In allegato il documentario in dvd di Bruno Capuana “Fausto e Iaio. Trent’anni dopo” (57 min.). Si respira il clima degli anni Settanta, ma è una memoria viva, immutabile, una trama narrativa che ci porta ai problemi del presente, alla riflessione di un pezzo di generazione che non sa e non vuole dimenticare.