Archivio | marzo 14, 2008

Sicuramente precari

 

La Rete milanese contro la precarietà invita lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, native e migranti alla

ASSEMBLEA CITTADINA di in/formazione su PRECARIETA’, SICUREZZA E MORTI SUL LAVORO.

Una prima tappa nella costruzione di un percorso d’osservazione, studio e svelamento per ciò che riguarda infortuni e le morti sul lavoro, nel tempo della precarietà, nel paese in cui la mistificazione numerica e l’emozione mediatica fanno rima con la deresponsabilizzazione di imprese, sindacati
confederali e istituzioni.

Verranno presentate nella serata alcune campagne italiane e internazionali
di prevenzione ed in/formazione.

Interverranno:
Margherita Napoletano, ingegnere biomedico e RLS, ospedale San Raffaele,      Milano
Marco Caldiroli, Medicina democratica
Sergio Bonetto, avvocato del lavoro, Torino

 

Martedì 18 MARZO alle ore 20:30 presso l’Aula magna del Liceo Severi (Bastioni di Porta Volta)

fonte: http://www.precaria.org/index.php/Intelligence-Precaria/Sicuramente-precari/e.html

 

 

Su Berlusconi e la mancanza di ‘sense of humor’ dei precari

Caterina Avati, lavoratrice a tempo in un ospedale di Roma

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“Parole che mi indignano, lui ignora i nostri drammi”

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 di Carlo Picozza

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Roma – “Una battuta? Piuttosto un’insolenza per tenere nascosta la sua incapacità di rispondere: che ne sa Berlusconi di precari, contratti a termine e stipendi da 800 euro al mese?”. Quarant’anni, sposata, senza figli “perché non potrei mantenerli”, Caterina Avati lavora da sei anni come ‘amministrativa interinale’, come altri trecento precari, all’ospedale romano Sant’Andrea. “Sono indignata – dice -. Vorrei dire al signor Berlusconi che, anche se non possiamo permetterci di comprare casa, macchina e televisore, non siamo in vendita. E non ci fa neanche ridere una battuta presa a prestito dalla cultura delle veline”.

Con altri precari, Avati era rieri alla presentazione di un libro per parlare con il governatore (ma non era presidente della Regione? n.d.m.) Piero Marrazzo “che si è impegnato ancora una volta ad assumere a tempo indeterminato gli oltre tremila lavoratori della sanità laziale”.

Prova rabbia per quella che definisce “risposta senza rispetto”. “Come si può scherzare sulle condizioni di vita di una persona con un contratto che raramente arriva ad un anno e ad ogni scadenza aspetta il rinnovo a casa per almeno venti giorni, con le dita incrociate e senza neanche gli spiccioli dello stipendio? Berlusconi non sa neanche di cosa parla, perché non si cimenta con l’impossibilità di contrarre un mutuo o con le incertezze che si ripresentano ogni 31 dicembre”. “La sua è stata una risposta triste, senz’anima, che la dice lunga sulla sua umanità” commenta. “E’ forse un modo per coprire un vuoto di cultura sociale e politica, quella che serve per affrontare un problema diventato oramai un dramma”.

fonte: laRepubblica di oggi

Saviano, in aula minacce dai boss: “Influenza i giudici, no al processo”

La provocatoria istanza dell’avvocato di due esponenti del clan dei Casalesi
Duro articolo dello scrittore sul “Time”: i partiti non si occupano del crimine.

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Solidarietà dal mondo politico. La reazione di Bertinotti, Iervolino, Carfagna
Veltroni: “Sapranno continuare nella denuncia”

NAPOLI – La camorra sferra un nuovo attacco diretto contro lo scrittore Roberto Saviano. Lo fa per vie giudiziarie. In sostanza l’avvocato di due boss del clan dei Casalesi chiede la remissione del processo perché gli articoli dell’autore di “Gomorra”, nonché quelli di una giornalista del “Mattino”, creano una situazione tale da condizionare il procedimento.

I due boss che hanno chiesto il trasferimento del processo a Roma sono Francesco Bidognetti, detto Cicciotto di Mezzanotte, detenuto da alcuni anni, e il latitante Antonio Iovine. Le accuse sono rivolte anche dell’ex pm della Dda di Napoli Raffaele Cantone.
Tutti e tre si sono occupati delle vicende della camorra casertana e nel recente passato sono stati destinatari di minacce di chiara matrice camorristica.

La solidarietà a Saviano, alla giornalista e al magistrato da tutto il mondo politico, in particolare dal centrosinistra. Da Bertinotti a Iervolino a Veltroni, che dice: “Sapranno continuare nella loro opera di denuncia e lotta contro la camorra”

E proprio oggi Roberto Saviano torna a far sentire la sua denuncia con un lungo articolo sul settimanale statunitense “Time”. Una analisi molto dura della campagna elettorale nella quale – scrive Saviano – si continua a ignorare che il problema principale del paese è il crimine organizzato o, per dirla meglio, l’economia prodotta dalle attività criminose.
“Malgrado tutta la retorica della campagna elettorale sui cambiamenti e le riforme – scrive Saviano – nessuno vincerà le elezioni italiane il mese prossimo e, soprattutto, non le vinceranno i cittadini”.

(14 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/saviano-minacce/saviano-minacce/saviano-minacce.html

CAMORRA: SAVIANO SUL ‘TIME’, TUTTI I CANDIDATI IGNORANO IL PROBLEMA CRIMINALITA’

(Adnkronos) – “Troppe elezioni in Italia sono state vinte – spiega ancora il giornalista – e succede tuttora, comprando i voti. E’ un’arma formidabile soprattutto nel Sud. Quando ero piccolo un voto costava piu’ che adesso. Prima lo si vendeva per un posto nella Pubblica Amministrazione, oggi basta un cellulare consegnato prima delle elezioni con la promessa di regalarlo una volta che si presenta una foto con il voto”.

fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1975077158

Precarie dal “lodevole sorriso” chiedono la mano di Pier Silvio

L’iniziativa, serissima, ha la forma di una “istanza di matrimonio”
I firmatari si dicono in possesso dei “requisiti richiesti”, sorriso compreso

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L’idea di un gruppo di ragazzi con contratti part time dopo il caso dei consigli del Cavaliere alla ragazza che in tv gli ha chiesto di risolvere i suoi problemi

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di CLAUDIA FUSANI

Pier Silvio Berlusconi, primogenito del Cavaliere.

ROMA – Stavolta Silvio l’ha fatta grossa. Ma così grossa che potrebbe costringere il primogenito Pier Silvio a passare le prossime settimane a smistare richieste di matrimonio e/o richieste di assegni di mantenimento. C’è un esercito di precari e precarie infatti che ha deciso di prendere in parola i consigli del Cavaliere. Ed avendo tutti i requisiti richiesti, dalla condizione di co.co.pro a quella di un sorriso dolce, rassicurante e magnetico, chiedono di sposarlo. O, in alternativa, di essere da lui mantenuti.

L’ISTANZA DI MATRIMONIO

Stavolta il Cavaliere non può certo lamentarsi di mancanza di ironia e assenza di humour. Capirà, ad esempio, che la condizione di precario aiuta ad allenare l’ingegno e a sfruttare ogni minimo appiglio che può sbucare fuori all’improvviso nella fluida e incerta vita da precario. Un appiglio come una dichiarazione del candidato premier pronunciata in diretta tivù. Silvio ha suggerito alla giovane che la soluzione dei suoi problemi di lavoratrice co.co.pro e part time è sposare un milionario? O il figlio di Berlusconi? Detto. Fatto.

“Così – racconta l’autrice dell’istanza – l’altro giorno mentre stavamo compilando 581 domande di stabilizzazione di altrettanti precari del ministero dell’Ambiente e dell’Apat abbiamo pensato di utilizzare più o meno lo stesso schema per le domande di matrimonio”. L’idea è genialmente semplice. Ha la forma di un foglio di carta A4, la dicitura “raccomandata” ed è, nè più nè meno, che una istanza di matrimonio. Comincia così: “Oggetto: istanza di matrimonio ai sensi delle dichiarazioni del candidato premier del Pdl Silvio Berlusconi nel corso del programma Punto di vista del Tg2 del 13 marzo 2008″.


Segue un modulo da riempire con nome e cognome, dati anagrafici, codice fiscale e la citazione integrale di quello che il Cavaliere ha detto in tivù alla giovane che gli chiedeva soluzioni per la sua vita co.co.pro: “Io, da padre, le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere”. A parte la consecutio dei tempi – forse era meglio un futuro invece dell’indicativo – la dichiarazione di Berlusconi, accompagnata a sua volta dal di lui da sorriso rassicurante, non fa una piega. E non lascia spazio a dubbi.

Quindi, si legge nell’istanza, “essendo il sottoscritto o sottoscritta in possesso dei requisiti (sottolineato ndr) previsti dalle suddette dichiarazioni (precari e lodevole sorriso) chiede di potersi sposare con Lei (sic)”. Non c’è fretta, ovviamente. Il Cavaliere, o qualcuno dei suoi figli, Pier Silvio ma anche il più giovane Luigi e poi chissà, anche i nipoti, possono prendersi tutto il tempo che vogliono. In attesa della cerimonia infatti, i precari dal bel sorriso chiedono “di poter essere mantenuto/a con adeguato assegno di mantentimento”.

A proposito del sorriso va segnalato
che i precari titolari della richiesta di matrimonio precisano in un “nota bene” che “il lodevole sorriso è un requisito acquisito a seguito dei ripetuti colloqui per i rinnovi dei contratti”. Insomma, caso mai il Cavaliere non lo sapesse, questi ragazzi, molti trentenni, hanno imparato a sorridere per non piangere e per distrarre il capo del personale di turno, quello che fa i colloqui, dalla monta di rabbia, speranza e disperazione che sale dal loro stomaco su fino al volto ad ogni incontro per cercare lavoro. Allegato all’istanza c’è la foto “attestante il lodevole sorriso” di cui sopra e la dichiarazione, sorta di liberatoria, che assicura che “nessuna altra analoga istanza è stata inviata ad altro milionario”. L’indirizzo è in alto a destra sul foglio: “A Pier Silvio Berlusconi-vicepresidente Mediaset-viale Europa 46, 20093 Cologno Monzese- Milano”.

“Meno male che Silvio c’è” recitano i 200 camper sguinzagliati per l’Italia per la campagna elettorale. Meno male che Silvio c’è e che ha parlato in tivù, dicono i precari. Resta da capire ora – avvocati sono già al lavoro – se la dichiarazione pubblica in tv ha il valore di un’impegnativa ufficiale. Un po’ come successe con il contratto con gli italiani del 2001. Allora ci fu una firma. Questa volta, in effetti, no. Però chissà… Perchè se fosse, il cavalier Berlusconi e i di lui eredi maschi sarebbero costretti, come minimo, a mantenere un sacco di precarie. Con la discriminante del sorriso.

(14 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/politica/verso-elezioni-11/verso-elezioni-11/verso-elezioni-11.html

Tibet in fiamme, morti a Lhasa

Lhasa protesta Tibet incendio 14 marzo 2008 220x dal web

Incendi a Lhasa (dal web)
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Lhasa è in fiamme. La protesta dei monaci buddisti contro l’occupazione cinese del Tibet è degenerata in violenti scontri. Numerose testimonianze parlano di morti nelle strade e negli ospedali della capitale tibetana Difficile avere notizie certe. Poche le immagini filtrate nel resto del mondo attraverso la censura di Pechino: nelle foto si vedono negozi ed auto in fiamme, polizia nelle strade, alte colonne di fumo. Radio Free Asia, citando testimoni a Lhasa, ha parlato di almeno due morti nel centro storico della città, affermando che la polizia cinese ha sparato sui manifestanti tibetani.

La situazione sarebbe degenerata quando un migliaio di persone hanno cominciato a tirare sassi contro le forze dell’ordine ed i loro mezzi, e hanno dato alle fiamme negozi di proprietà di cinesi. La città è stata chiusa agli stranieri.

L’agenzia Nuova Cina
si è limitata ad affermare che «ci sono dei feriti, che sono stati ricoverati in ospedale». Ma la tensione dilaga in tutta la Regione. La polizia ha impedito con la forza ai monaci del monastero di Ramoche di tenere una manifestazione. Attivisti della “Free Tibet Campaign” riferiscono che «alcuni» monaci di un altro monastero, quello di Sera, sono da giovedì in sciopero della fame per chiedere la liberazione dei loro compagni arrestati nei giorni scorsi, che sarebbero decine.

Sempre secondo Radio Free Asia
molti monaci stanno compiendo gesti di autolesionismo per marcare la loro protesta: in due si sarebbero tagliati le vene. Il Dalai Lama, dal suo esilio, lancia un appello al governo cinese chiedendo di «rinunciare all’uso della forza».

Le proteste sono iniziate in due monasteri
di Lhasa, Sera e Drepung, lunedì scorso, anniversario della rivolta non-violenta del 1959 contro l’occupazione cinese, e giovedì hanno raggiunto anche quello di Ganden, secondo Rfa e l’associazione britannica Campagna internazionale per il Tibet (Ict). I tre monasteri, che sono di grande importanza storica e vengono chiamati «I pilastri del Tibet», sono circondati dalla polizia militare.

Gli incidenti avvengono anche alla vigilia della nomina del nuovo governo cinese da parte dell´Assemblea Nazionale del Popolo, il Parlamento, e a cinque mesi dall´inizio delle Olimpiadi di Pechino.

L’Unione europea ha chiesto alla Cina
«moderazione» nei confronti dei manifestanti e il rilascio degli arreastati. Gli Stati Uniti hanno espresso «rammarico» per le violenze ed hanno richiamato la Cina al «rispetto della cultura tibetana».

Pubblicato il: 14.03.08
Modificato il:
14.03.08 alle ore 18.30

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73777

E’ scoppiata con una furia cieca nel centro della città dopo le proteste dei giorni scorsi intorno ai monasteri. La repressione su cittadini e monaci

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India, la rivolta vissuta con gli esuli
“Repressione sempre più feroce”

A Dharamsala gli altoparlanti rimandano le drammatiche notizie
“Hanno sentito l’esercito sparare”. Ecco la ricostruzione degli incidenti

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di RAIMONDO BULTRINI

Una immagine delle proteste a Lhasa.

DHARAMSALA – Le notizie della rivolta e delle repressioni provenienti dal Tibet vengono diffuse dagli altoparlanti tra la comunità degli esuli a Dharamsala, in territorio indiano. Altre arrivano da Phuntsok Wangchuk, il segretario generale di Gu Chu Sum, l’associazione degli ex prigionieri politici esiliati dopo le rivolte anticinesi di vent’anni fa.


DOMANI SU “REPUBBLICA” UN LUNGO REPORTAGE DA DHARAMSALA

Dopo giorni di proteste dei grandi centri religiosi attorno a Lhasa – come Drepung, Sera e Ganden in queste ore sigillati dalla polizia – oggi è stato il popolo laico a scendere in piazza, mentre i religiosi sono bloccati nei monasteri circondati dalla polizia e stanno effettuando un massiccio sciopero della fame. Le prime proteste al mattino sono avvenute al mercato Tromsikhang, costruito di recente nel Jockang, cuore di Lhasa e luogo più sacro della città. Una folla inferocita ha dato alle fiamme negozi e banchi, senza prendersi cura che le fiamme devastassero anche le attività commerciali dei pochi tibetani e musulmani Hui che fanno affari fianco a fianco coi cinesi, la grande maggioranza.

ASCOLTA L’AUDIO DEL NOSTRO INVIATO

Poi sono giunti in città a protestare i monaci del tempio di Ramoche, e a loro si sono uniti altri cittadini. “Non abbiamo notizie dirette dell’intervento della polizia – dice Puntsok -. Quello che sappiamo è ciò che ci hanno detto da Lhasa, la gente ha sentito molti colpi di arma da fuoco e qualcuno ha visto persone ferite in strada”.

Notizie analoghe giungono dai siti web dei tibetani in esilio. Manifestazioni sono ancora in corso non solo a Lhasa ma anche a Nyangra, un villaggio a 50 chilometri dalla capitale dove una gran parte della popolazione è scesa in strada per difendere i monaci del vicino monastero di Sera.

Phuntsok riferisce anche delle proteste dei monaci del tempio di Labrang, un altro grande monastero dell’Amdo, mentre gli altri gruppi del dissenso parlano di cortei nelle strade di Sangchu Conty Kanlho, nella Prefettura autonoma tibetana. E’ un susseguirsi di informazioni che lasciano i tibetani di Dharamsala col fiato sospeso.

A far esplodere tutto in Tibet, dopo vent’anni dall’ultima grande manifestazione di piazza a Lhasa, non è stato un aumento dei prezzi come in Birmania nel settembre scorso. A dare il coraggio ai tibetani di manifestare tutta la propria frustrazione e rabbia è stato soprattutto il testo del discorso che il loro leader spirituale, il Dalai Lama, ha diffuso alla vigilia della ricorrenza del 10 marzo. “Da sessant’anni i tibetani continuano a vivere in un clima di paura, intimidazione e sospetto”, aveva dichiarato, aggungendo che “la repressione cinese aumenta con numerose, inimmaginabili e massicce violazioni dei diritti umani”.

(14 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/reportage-bultrini/reportage-bultrini.html

Deaths reported in Tibet protests

India halted a protest march this week by Tibetan exiles, one of several around the world [AFP]
 
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An official with the city’s emergency medical centre told the AFP news agency: “We are very busy with the injured people now – there are many people injured here.

“Definitely some people have died, but I don’t know how many.”
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Radio Free Asia, a US-funded broadcaster, also reported that two people were killed.
The protests, which began on Friday morning, were led by 100 monks and quickly attracted other Tibetans.
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Vehicles in flames
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Witnesses reported hearing gunfire and seeing vehicles in flames in the city’s main Barkor shopping district.
Crowds hurled rocks at security forces and at restaurant and hotel windows.
 
Chinese authorities reportedly used tear gas and electric prods to disperse hundreds of protesters, and detained up to 50 monks. 

Tourists are reportedly being barred from entering the monasteries.

Tashi Choephel, a researcher at the Tibetan Centre for Human Rights and Democracy in Dharamsala, told Al Jazeera that more than a hundred monks held a peaceful demonstration on Friday.

 

“But they were then surrounded and cordoned off by the People’s Armed Police [Chinese police] and security officials,” he said.

 


“Afterwards, a scuffle ensued, and led to the burning of cars and shops.”

Choephel said that demonstrations were happening in other Tibetan towns as well.

Plea for restraint

 

The Dalai Lama, Tibet’s spiritual leader, urged China not to use force against protesters.

“I … appeal to the Chinese leadership to stop using force and address the long-simmering resentment of the Tibetan people through dialogue with the Tibetan people,” he said in a statement issued from his base in Dharamsala, India, on Friday.

 

“I also urge my fellow Tibetans not to resort to violence.”

Protests by monks have spread to Xiahe
in neighbouring Gansu province

But China accused him of masterminding the protests.

The Tibet regional government said there had been enough evidence to prove that the troubles in Lhasa were “organised, premeditated and masterminded by the Dalai clique”.
A government official told Xinhua state news agency: “The violence, involving beating, smashing, looting and burning, has disrupted the public order, jeopardised people’s lives and property.”
A spokesman for the Dalai Lama said the allegations are “absolutely baseless”.

The Dalai Lama fled into exile in India after an uprising in 1959, nine years after the invasion of Chinese troops.

 

This week marks the 49th anniversary of the failed uprising, with protests being held in major Asian capitals.

 

International reaction
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On the diplomatic front, Clark Randt, the US ambassador to China, has told Beijing to act with restraint when dealing with protesters and urged China to engage in dialogue with the Dalai Lama.
Sean McCormack, a state department spokesman, said Randt had spoken to Chinese officials.
“He took the opportunity, because of what was going on in Lhasa, to urge restraint on the part of the Chinese officials and Chinese security forces and not resort to use of force in dealing with the protesters,” McCormack said.
EU leaders have also called for Chinese authorities to show “restraint”.
“We have called very clearly that human rights be assured … the condemnation is high,” Bernard Kouchner, the French foreign minister, said after a EU summit in Brussels.

Show of defiance

 

The latest show of Tibetan defiance is likely to worry China’s leadership as it seeks to secure a stable environment in the run-up to the Olympic Games in Beijing in August.

Tensions in Lhasa have increased after the city’s three biggest Tibetan Buddhist monasteries were sealed off by thousands of soldiers and armed police.Rights groups say the demonstrations are the region’s biggest since Chinese authorities declared martial law to quell a wave of pro-independence demonstrations by monks in 1989.

Earlier this week, 500 monks from the Drepung monastery staged a march in the capital, followed by protests of monks at Lhasa’s Sera and Ganden monasteries.

 

fonte: http://english.aljazeera.net/NR/exeres/B69A791A-B900-4567-8481-0458C71FB284.htm

 

Io, Giuliano e le donne

di Wlodek Goldkorn
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Un pamphlet di Sofri attacca la crociata anti-aborto di Ferrara. E la sua visione del mondo femminile. Colloquio con Adriano Sofri. In edicola da venerdì

Adriano Sofri
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Adriano Sofri, confinato nella sua casa a Impruneta, pensa che questa volta “Giuliano l’ha fatta grossa”. Giuliano è Ferrara, direttore del ‘Foglio’, amico di Sofri da oltre trent’anni e la cosa ‘grossa’ è la sua crociata contro l’aborto che mina ogni idea di sessualità felice. E così Sofri ha scritto un libro intitolato ‘Contro Giuliano. Noi uomini, le donne, l’aborto’, in uscita in questi giorni da Sellerio. Si tratta di un testo militante, di parte, e in cui non si fanno sconti all’avversario. In questa intervista Sofri vuole partire però da una premessa: “Anche chi non può vedere Giuliano dovrà riconoscergli, in un corpo da elefante, se non da Sancho Panza, un’anima donchisciottesca. In questa crociata è riuscito a isolarsi non solo dai suoi supposti partner politici, ma dalla stessa ufficialità della Chiesa. È vero che il papa, così impetuosamente corteggiato, nell’incontro al Testaccio gli ha detto: ‘Finalmente’, ma non si può escludere che, al primo scarto, arrivi una Bolla pontificia con quel famoso incipit: ‘Un cinghiale è entrato nella vigna del Signore'”. Ma subito dopo Sofri entra in polemica: “Giuliano è convinto che la nostra società si divida in due, di qua il mondo femminista e libertario, di là il mondo familista e cattolico, e lui ha passato le linee, ha lasciato il suo mondo d’origine e ha trovato casa nel nuovo mondo. E quando si ripudia un mondo, si è tentati di calunniarlo. Così Giuliano ha scritto che ‘le donne non sono solo quelle coi capelli tinti di viola, i tacchi alti, e il grido dell’ideologia sempre in gola’. Il grido dell’ideologia è allarmante da qualunque parte provenga, ma i tacchi alti e i capelli viola (non è la fata turchina?) possono essere una meraviglia”.

Cominciamo dall’inizio. Perché va difesa la legge 194?
“La 194 è il confine di qua dal quale si può cominciare a discutere. Anche Ferrara ripete di non volerla toccare, benché sottovaluti che l’apparente rassegnazione della gerarchia cattolica nei confronti della legge è solo questione di rapporti di forza: quando l’aria cambiasse, ne farebbero un solo boccone. Io provo a immaginare l’autodeterminazione di ogni donna, rispetto allo Stato o agli uomini o alle altre donne, come una inviolabile questione di sovranità territoriale. Il corpo delle donne appartiene alle donne, e fino a quando la creatura che cresce dentro il corpo della madre non se ne sia staccata, non c’è diritto di ingerenza umanitaria che possa violare questa sovranità personale. L’ingerenza umanitaria sa che la sovranità di uno Stato o di qualunque corpo sociale non esaurisce in sé i suoi cittadini individui. Madre e nascituro sono invece due e tutt’uno: come non succede in nessun’altra circostanza. L’Habeas corpus, se non si riconosce questo, non è un vero diritto, ma un privilegio dei maschi per i maschi”.

Una donna in piazza per l’8 marzo
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Lei accusa Ferrara anche di poca eleganza…
“Di indelicatezza, che a lui sembra franchezza. Non è solo affare di tono, ma di sostanza. L’aborto, proclama, è omicidio. Allora, gli chiedi, le donne che abortiscono sono assassine? No, protesta lui, assassini siamo io, tu, la società. Ma questa che nelle sue intenzioni è indulgenza – c’è l’omicidio, ma non c’è l’assassina – si traduce in un’espropriazione. Le donne, già recipienti passivi delle nuove vite da dare ai loro uomini, finiscono per essere tramiti irresponsabili della stessa vita mancata nell’aborto. Uccidono, ma non sono state loro: siamo ‘io, tu e la società'”.

Altra accusa. Dice che Ferrara ha abusato dei testi di Bobbio e di Pasolini.
“Nella passione della sua crociata Giuliano non esita ad arruolare testimoni autorevoli (e maschi) come Bobbio o Pasolini. Ma Bobbio, in un’intervista fin troppo citata, faceva l’errore di anteporre il diritto del concepito a quello della madre: se lo si accettasse, di fronte a una minaccia fatale per la vita della madre o del concepito si dovrebbe sacrificare la madre. Ciò che è impensabile per la legge e la morale, e può avvenire solo in casi eroici. Con Pasolini c’è un fraintendimento totale. Nel famoso articolo sul ‘Corriere’ in cui si diceva ‘contro l’aborto’, Pasolini si dichiarava per le stesse ragioni contro la nascita. La temerarietà di Pasolini – poco capita allora, e ignorata dall’uso del ‘Foglio’ – consisteva nel dire che la sovrappopolazione è la minaccia principale alla terra, e dunque bisogna opporsi alla sessualità riproduttiva, e di conseguenza dire la cosa che più lo bruciava: che il coito eterosessuale è il vero bersaglio politico, a vantaggio di una sessualità dissociata dalla riproduzione. Aborto? No grazie. Nascita? No grazie. Fate l’amore, purché non facciate figli”.

Giuliano Ferrara incontra il Papa
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La parola ‘moratoria’ è però suggestiva.
“È un furto con destrezza: era appena stata votata la moratoria sulla pena di morte, e Ferrara l’ha afferrata e l’ha girata all’aborto. Alla lettera, moratoria dell’aborto non significa niente: gli Stati possono sospendere le esecuzioni capitali, ma le donne non possono sospendere sine die gli aborti. Dunque si tratta di uno slogan suggestivo, ma niente più. Altra cosa è chiedere alla coscienza internazionale, e alle Nazioni Unite, la condanna delle demografie forzate di Stato, come la legge cinese del figlio unico, che sequestrano la volontà delle donne e delle famiglie, decretano l’abolizione di sorelle e fratelli, spingono a sopprimere le nuove nascite femminili, in ciò aggiungendosi a una cultura patriarcale e maschilista sempre in auge”.

Quindi Ferrara pone un problema reale.
“Giuliano fa l’errore di mettere sullo stesso piano la libertà personale delle donne, che è il distintivo più prezioso delle democrazie, e l’invadenza brutale dello Stato che sottomette i corpi dei cittadini, e fisicamente delle donne, alla tirannide del corpo sociale. Una mobilitazione contro la demografia coercitiva e la persecuzione delle bambine è un compito urgente e meraviglioso, e unirebbe le persone oltre le demarcazioni di partito o di confessione. Il nome mediocre di moratoria non sarebbe all’altezza di un così bel programma. Sarebbe bello un titolo come: ‘Il mondo salvato da una bambina’”.

Ferrara si immagina donna…
“È vero che la crociata di Ferrara ha costretto a pensare a cose rimosse per abitudine. Ed è vero che dello scandalo dell’aborto lui parla da vent’anni almeno. Però lo fa, anche quando racconta le sue esperienze personali, annullando la distanza fra l’aborto immaginato degli uomini e quello vissuto delle donne. Dice: ‘C’è un bambino nella mia pancia’. Ma noi uomini non abbiamo un bambino nella pancia, e non riusciamo a figurarci di averlo. Una mia amica mi ha detto: ‘Quando si parla di queste cose, voi uomini vi identificate col bambino, noi donne con la madre. Eppure nessuno ama il bambino come la madre’. Nell’episodio dell’ospedale napoletano questo è stato così chiaro! Giuliano si è dato meno pensiero della violazione del corpo e dell’anima di una donna già in una condizione di dolore e debolezza, e ha fatto propria la causa del feto: ‘Napoli, ucciso bimbo perché malato’. E in questa identificazione, si è spinto a figurarsi malato di quella sindrome di Klinefelter, e ha certificato i propri testicoli piccoli, le proprie mammelle grandi: ‘Sono pronto a mostrarvele’. Ma questo sconfinamento generoso è un’appropriazione indebita. Tant’è vero che Giuliano non ha nessuna sindrome di Klinefelter: ha le palle piccole e le tette grandi, ne siamo capaci tutti”.

Però c’è rapporto tra eugenetica e aborto.
“Certo che esiste il problema della selezione capricciosa delle qualità dei nascituri. La protezione e la simpatia per la debolezza è il cuore della civiltà. Ma si amano le persone, non la malattia”.

Lei non crede neanche alla possibilità di conversione.
“Quella di Ferrara si dichiara come una conversione, ‘non ancora’ religiosa, ma sì di vita, e un appello alla conversione altrui. Su questo terreno minatissimo, ho un paio di obiezioni, o di dubbi. La conversione è una rivoluzione, la più auspicabile delle rivoluzioni, e forse l’unica possibile. È possibile una specie di ‘conversione permanente’, una velleità di conversioni che cerca di volta in volta la sua occasione? Ed è possibile restare per tutta una vita il Davide di qualche Saul, senza mai diventare il Davide di se stessi? Giuliano può replicare che questa è la volta vera, e che l’aborto è lo scandalo supremo della nostra epoca. Io non riesco a credere nemmeno questo. Una bambina, un bambino che viene al mondo è la cosa più bella, ma un embrione abortito non è la cosa più brutta – se mai si volessero fare paragoni -: la cosa più brutta è un bambino nato che muore di fame o di abbandono o di violenza, che si aggrappa al seno vuoto di sua madre”.

(13 marzo 2008)
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Adriano Sofri
Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l’aborto


Sellerio EditoreIn libreria il 14 marzo

160 pagine   10.00 Euro   ISBN 88-389-2316-7

 

Adriano Sofri è nato nel 1942 a Trieste. Con questa casa editrice ha pubblicato  Memoria (1990), L’ombra di moro (1991),  Le prigioni degli altri (1993), Il nodo e il chiodo (1995), Lo specchio di Sarajevo (1997), Piccola posta (1999), Chi è il mio prossimo (2007). Ha curato inoltre i volumi Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, Si allontanarono alla spicciolata. Le carte riservate di polizia su Lotta Continua, Sentenze. Come sono stati condannati Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Dirige la collana «Fine secolo».

Altri titoli in catalogo.
Memoria
L’ombra di Moro
Le prigioni degli altri
Piccola posta
Il nodo e il chiodo
Lo specchio di Sarajevo
Chi è il mio prossimo

 www.sellerio.it