Archivio | marzo 15, 2008

Gli svedesi e noi

Pecora 1: “E’ possibile che votino Berlusconi un’altra volta?!!!”

Pecora 2: “Sì, hanno difficoltà a liberarsi dalla spazzatura”.

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Tratto dal Dagens Nyheter ripreso e tradotto da un italiano a Stoccolma

fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/

Confindustria silura Veltroni: «No al compenso minimo»

 

Confindustria chiude le porte al Pd. Due giorni di presidenza bastano ad Emma Marcegaglia – succeduta giovedì a Luca Cordero di Montezemolo – per chiarire di che colore sarà il futuro della confederazione degli industriali. Il primo attacco arriva proprio su uno dei temi più importanti per il centrosinistra: i salari.

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Walter Veltroni, infatti, propone nel suo programma un salario minimo di mille euro: un «compenso minimo legale per i giovani». Iniziativa che il segretario inserisce nel programma di sostegno e sviluppo delle famiglie italiane. La proposta, ha ricordato nei giorni scorsi lo stesso ex sindaco, «vuol dire che nessuno deve poter lavorare con meno di 1000-1100 euro di stipendio al mese, a meno – ha aggiunto – di non voler ritornare al sistema di sfruttamento dell’uomo su un altro uomo». «Una volta – ha ancora ricordato Veltroni – i nostri genitori facevano fatica a trovare un lavoro, ma quando arrivava era il punto di svolta, si pensava al matrimonio e a farsi una famiglia. Oggi invece si arriva a 34-35 anni senza poter fare lo stesso. Per questo diciamo che la nostra proposta è una delle migliori politiche per la famiglia e la genitorialità nel nostro paese».

Insomma, spiegando la sua politica sui salari, Veltroni punta molto sull’iniziativa di garantire ai meno fortunati un compenso lavorativo minimo. Ma non è una proposta che combacia con le idee di Confindustriua. E il neopresidente, commentando il programma del Pd con i giornalisti francesi, non è per niente convinta. «Io non sono particolarmente favorevole – dice in un’intervista – perché renderebbe ancora più rigido il nostro mercato del lavoro e, soprattutto, rimetterebbe in discussione la negoziazione tra le parti». Secondo la Marcegaglia, inoltre, l’autonomia delle parti «nella negoziazione collettiva ha una lunga tradizione in Italia e non sarebbe buono comprometterla: anche i sindacati sono di questo parere».

L’altro elemento ipotizzato dagli economisti è che l’attuazione della proposta possa alimetare il proliferarsi del lavoro nero. Ma la critica più feroce arriva proprio dall’estrema sinistra. Insomma, da chi ha più a cuore questi problemi. Arriuva da Paolo Ferrero che definisce una panzana elettorale la proposta di Veltroni sui precari: «Credo che Veltroni dovrebbe spiegare con che soldi si possono garantire mille euro al mese a tutti i precari ed i lavoratori intermittenti: in Italia ricadono in questa categoria almeno 6 milioni di persone. Il che significa che questa manovra costerà almeno 50 miliardi di euro. Delle due – spiega il ministro della Solidarietà sociale – l’una, o si azzerano tutti i servizi sociali per procedere a questa operazione oppure siamo di fronte ad una panzana elettorale spacciata da Veltroni per cercare di attirare voti da sinistra». «Noi – continua Ferrero – siamo per una riduzione del grado di precarizzazione dei lavoratori le risorse necessarie si possono ottenere con una accresciuta lotta all’evasione fiscale ed ad una tassazione delle grandi rendite finanziarie».
L’attacco della Sinistra Arcobaleno e di Confindustria mette a nudo i difetti della proposta del Pd. Enrico Morando, responsabile del programma, prova a difendere la sperimentazione del compenso minimo garantito, spiegando che avverrà dopo una «trattativa tra le parti in piena autonomia». «Per quello che riguarda la presunta violazione dell’autonomia contrattuale delle parti che questa proposta determinerebbe – prosegue il senatore del Pd – va precisato che il nostro programma prevede la sperimentazione per i collaboratori economicamente dipendenti». Morando cerca di correre ai ripari, quindi.Veltroni pure, spiegando che il compenso minimo è presente in 23 Paesi in Europa. Ma intanto Confindustria lancia i primi segnali: per ora Veltroni non convince.

15/03/2008

fonte: http://www.iltempo.it/politica/2008/03/15/853803-confindustria_silura_veltroni_compenso_minimo.shtml

Boicottare la spesa ?

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Di : viviana vivarelli
sabato 15 Marzo 2008

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Di fronte ai rincari fuori controllo che arricchiscono una classe di mediatori o commercianti tanto disonesta quanto incontrollata, c’è chi propone un boicottaggio della spesa.

Ma oggi il boicottaggio delle merci non lo fa più nessuno, e nemmeno i grandi boicottaggi che sono stati indetti contro multinazionali come la Coca Cola non hanno smosso molte acque.

Se uno si guarda intorno oggi in Italia (gli altri paesi europei ancora si salvano) può vedere che il boicottaggio della spesa gli italiani hanno cominciato a farlo da un bel po’ “per mancanza di soldi “, e i pensionati sociali di più, e se si va in qualsiasi piccolo market ci diranno che gli acquirenti stanno già sparendo a mucchi e non battono cassa.

Ora ci stiamo mangiando quel poco di risparmio che resta. In altre parti del mondo la gente fa peggio, scende in strada con proteste che costano anche morti e feriti. A Giacarta 10.000 persone sono scese in piazza per protestare contro il rincaro della soia. Dal Messico al Senegal all’India i cittadini insorgono contro il rincaro delle tortillas, del riso. Delle cipolle persino!

Oggi a Bologna un kg di patate costava un euro e 84 e mio marito ha detto: “Vacci piano con queste patate!” Come fossero tartufi! Ci siano sfamati a patate nel dopoguerra e ora dovremmo stare attenti anche alle patate?

Molti governi, tra cui Argentina, Cina, Russia, Egitto, Venezuela, hanno imposto controlli sui prezzi al fine di evitare insurrezioni. Nel solo 2007 l’aumento medio degli alimentari è stato del 30%, il latte del 36, grano e soia fino al 90, ma quello che ci sparano sugli aumenti alla fonte sono solo balle.

Da noi i prezzi alla produzione diminuiscono e quelli al consumo aumentano. Sarebbe un paradosso se non fosse che quello che ci sta in mezzo è rubato da speculatori senza controllo, che non pagano il loro arricchimento nemmeno col fisco. La prima stretta l’abbiamo avuta quando Berlusconi ha permesso che mille lire diventassero un euro. Solo la sua incuria sbadata che non ha nemmeno imposto i doppi prezzi è costato il raddoppio del caro vita.

In quanto agli osservatori dei prezzi, sono perfettamente inutili se non sono corredati da sistemi in grado di frenare le smanie speculative e se non si mettono dei calmieri statali almeno alle merci di più ampio consumo, come latte, farina, pane, burro, olio… o non si introducono nel mercato degli spacci comunali a prezzi calmierati e concorrenziali. Un tempo a Milano nei mercati comunali si trovava burro europeo o olio a prezzo fisso. Oggi anche questi prodotti a prezzo controllato sono spariti.

Cosa ci dirà ora il buon Berlusconi? Di girare fra le bancarelle del mercato come mamma Rosa? E Tremonti ci verrà a dire che si devono fare dei nuovi patti di Bretton Woods?

Ma chi vogliono prendere in giro costoro? Berlusconi ha già cominciato a piangere dicendo che saranno cavoli amari per tutti, ci aspettano sangue e sacrifici. Ma se devo votare Berlusconi per avere sangue e sacrifici e arricchire Berlusconi…

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Nuovo Masada n. 651

http://www.masadaweb.org

Carovita: il 5% degli italiani fa il pane in casa
Si può risparmiare fino all’80%

ROMA (15 marzo) – Gli italiani riscoprono l’arte del pane fatto in casa: un buon 5% si prepara da solo fumanti pagnotte e panini, ottenendo un riparmio fino all’80% sul prodotto acquistato. Gli aumenti dei prezzi hanno fatto riscoprire l’arte artigianale: «A fare il pane in casa ci guadagna il portafoglio, il gusto e il piacere di vivere meglio l’intimità della casa – osserva Paolo Landi, segretario dell’ Adiconsum».

Anche il sito “QuiRisparmio.net” fa un po’ di conti sulla spesa per il pane di una famiglia italiana. Presupponendo che la famiglia consumi un chilo di pane da 3 euro al giorno, nell’arco di un anno arriva a spendere oltre mille euro. Arrivano, invece, a costare una settantina di euro, 350 chili di pane fatto in casa.

Anche negli Stati Uniti il pane fatto in casa si sta facendo largo, considerato che i consumatori si devono difendere da un prezzo schizzato del 6% negli ultimi mesi.

L’azienda di farine e attrezzature da forno, King Arthur Flour, ha fatto qualche conto sui risparmi assicurati dalla produzione in casa della pagnotta. Se al forno ha un prezzo che varia dai 3 ai 5 dollari, a casa costa circa 60 centesimi, tra acqua, farina, lievito e costo dell’energia elettrica.
Un prezzo certamente vantaggioso.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=20709&sez=HOME_NOSTRISOLDI

Cento morti tra i dimostranti in Tibet, ultimatum della Cina

lhasa, tibet, cina
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Il giorno dopo i disordini nei quali sono morte un numero imprecisato di persone – dieci secondo le autorità cinesi, 80 secondo la radio Free Asia e addirittura 100 secondo il governo tibetano in esilio – la situazione nella capitale del Tibet, Lhasa, è ancora confusa.

Una persona che vive non lontano dal Jokhang, il grande tempio nel centro della città, ha affermato di aver sentito colpi di arma da fuoco. Un’altra ha detto di essersi affacciata su una strada centrale, una traversa di viale Pechino, e di averla vista «piena di mezzi corazzati» e di aver visto soldati che fermavano dei giovani tibetani. Turisti stranieri descrivono una città fantasma, percorsa solo dai mezzi cingolati della polizia militare. Per il secondo giorno consecutivo, alcuni affermano di aver visto delle persone in borghese sparare dalle auto sui passati. Tra gli stranieri a Lhasa ci sono anche una decina di italiani: tre studenti, bloccati in un campus universitario, tre cooperanti e quattro turisti di Roma. Tutti sono al sicuro e in contatto con l’Ambasciata d’Italia a Pechino.
Il governo tibetano in esilio dall’India del nord ha lanciato un appello per un’inchiesta dell’Onu sulle violenze in Tibet, definite «violazioni dei diritti dell’uomo». «Il Parlamento tibetano invita l’Onu ad inviare immediatamente propri rappresentanti e a intervenire ed indagare sulle violazioni attuali dei diritti dell’uomo in Tibet».

Ma dal fronte opposto le autorità cinesi rispondono con una richiesta di resa entro la mezzanotte di lunedì in cambio di una non meglio precisata «clemenza». Un ultimatum, insomma, posto dalle autorità cinesi in Tibet a quanti hanno preso parte alle manifestazioni a Lhasa, guidate dai monaci buddhisti e stroncate nel sangue della polizia. L’agenzia ufficiale Xinhua ha riferito che l’ultimatum è stato posto dalle autorità preposte all’ordine pubblico in Tibet, con una nota in cui si accusa i rivoltosi di avere dato alle fiamme scuole, ospedali, negozi, case e di avere ucciso almeno 10 persone. «L’avviso chiede che chi ha infranto la legge si consegni entro la mezzanotte di lunedì. Sarà garantito un giudizio mite e clemente», ha riferito l’agenzia.

La televisione pubblica cinese ha mandato in onda questa mattina le immagini della rivolta a Lhasa, capitale del Tibet, e ne ha addossato la responsabilità ai sostenitori del Dalai Lama, il leader spirituale in esilio dei tibetani. Nel filmato, trasmesso dalla Cct, si vedono centinaia di manifestanti per le strade di Lhasa – tra cui anche molti monaci – attaccare edifici, dare fuoco a negozi e ad automobili. «Vi sono prove in abbondanza a conferma che si tratta di un piano organizzato e condotto dalla cricca del Dalai Lama», commentava la voce fuoricampo, «La popolazione del Tibet è furibonda e condanna con forza queste attività destinate comunque a fallire».

proteste di monaci tibetani a Xiahe in Cina, foto web

monaci in strada a Xiahe
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Nel frattempo, secondo quanto raccontano le organizzazioni dei profughi tibetani, sabato mattina altre rivolte sono scoppiate nella provincia nord-occidentale cinese di Gansu. Dimostrazioni contro le autoritità di Pechino, guidate dai monaci tibetani, vengono segnalate anche nel monastero di Labrang a Xiahe (nella foto), dove sarebbero stati usati gas lacrimogeni.

Pubblicato il: 15.03.08
Modificato il:
15.03.08 alle ore 16.16

La comunità tibetana in Italia organizza la protesta

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di Mariano Maugeri

Thumpten Tenzin, 35 anni, gessato grigio e cravatta regimental, è il medico tibetano che rappresenta la comunità in Italia. Laurea in medicina a Bologna, vive e esercita la professione di medico a Imola. Sabato pomeriggio stazionava sotto la statua di Leonardo Da Vinci in piazza della Scala, a Milano, con un cellulare in mano che non smetteva di squillare. In mattinata, aveva guidato la manifestazione di solidarietà con il popolo tibetano. Un centinaio di persone in tutto, 40 tibetani più una sessantina di occidentali.

«Ma domenica a Roma,
davanti l’ambasciata cinese, saremo molti di più», promette Tenzin. Giovedì prossimo, ma la data dipenderà dall’evoluzione della protesta in Tibet, nuova manifestazione di protesta a Milano, sotto gli uffici del consolato della Cina popolare. La Lombardia è il piccolo Tibet italiano, dove vivono cento tibetani sui 250 della Penisola, e Cologno Monzese la sua capitale, il gruppo dei seguaci del XIV Dalai Lama è protetto dal sindaco Mario Soldano che nel dicembre scorso, in occasione della visita del Dalai Lama a Milano, ha conferito al capo spirituale dei tibetani la cittadinanza onoraria. In Svizzera, nel cantone di Zurigo, ce ne sono invece 4mila, la comunità più numerosa di tutta Europa. Tenzin ripete che le affinità con la rivolta dei monaci birmani del settembre scorso sono impressionanti: «Anche in Tibet la situazione è precipitata quando 300 monaci del monastero di Drepung sono scesi verso Lhasa. Arrestati, l’indomani ne sono arrivati seicento dai monasteri del Nord-Est del Paese per chiedere la liberazione di quelli incarcerati.

Per tutta risposta i militari cinesi
hanno blindato i monasteri del Tibet. Abbiamo le immagini degli scontri grazie a un paio di turisti olandesi armati di una telecamera». A Lhasa (che in tibetano significa “trono di dio”) come a Rangoon non ci sono giornalisti. Pure Internet è stata bloccata. Incalza Tenzin: «Chiediamo che le Nazioni Unite e l’Unione europea inviino in Tibet degli osservatori che facciano conoscere al mondo intero il genocidio culturale e la violenza di cui è oggetto il nostro popolo. Siamo stanchi di questa oppressione. Invitiamo tutti i Paesi liberi a boicottare le Olimpiadi che si terranno a Pechino in agosto. La Cina non può ospitare una manifestazione sportiva che da secoli è il simbolo della libertà, dell’amicizia e della fratellanza tra i popoli».

15 marzo 2008

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/03/comunita-tibetana-italia-protesta.shtml?uuid=efb7f494-f2b2-11dc-94ff-00000e25108c&DocRulesView=Libero

15 Marzo 2008

Domenica delle Palme di solidarietà al Dalai Lama e ai monaci tibetani

 Boicottiamo le Olimpiadi farsa di Pechino 

Nell’antichità le Olimpiadi erano un tempo sacro durante il quale bisognava essere in pace con tutti, perciò, mentre si svolgevano i giochi olimpi, le guerre e le contese cessavano, o venivano almeno sospese. Oggi abbiamo ridotto le Olimpiadi a una vetrina pubblicitaria per il Paese che le ospita, a un’occasione di affari, a fiction sportiva. Non importa se il Paese ospitante sia in guerra, violi sistematicamente i diritti umani, reprima la libertà e il dissenso: il profitto viene prima di tutto; il dio denaro viene prima degli dei dell’Olimpo! La Cina è l’esempio eclatante di quanto gli affari e il mercato siano più importanti del rispetto dei diritti; se la Cina fosse stato un Paese povero e ininfluente nell’economia mondiale, la risposta internazionale alla repressione sproporzionata e violenta della polizia contro il dissenso tibetano di questi giorni, sarebbe stata l’occasione per scatenare una guerra e invadere il Paese canaglia, giustiziando sommariamente il sanguinario dittatore. E invece, come sempre, si usano “due pesi e due misure”!

La sanguinosa e vergognosa repressione da parte delle forze dell’ordine cinesi contro i cittadini del Tibet e contro i monaci buddisti che chiedono maggiore libertà, ha provocato morti e feriti, come sempre, come in tutte le dittature di destra, di centro e di sinistra, come in piazza Tienanmen a Pechino nell’89, come i Myanmar nei mesi scorsi, come a Genova in occasione del G 8 del 2001, come ogni volta che si compromettono gli affari dei potenti e il “popolo sovrano” pretende partecipazione. E allora cadono le maschere e viene fuori l’ipocrisia di chi gestisce il potere come “cosa sua” e si arrabbia quando i cittadini si permettono di dissentire: dai gerarchi e i militari cinesi, ai troppi Saddam Hussein, Noriega, Pinocet, Ceausescu, Milosevic; dalle decine di potenti fantoccio, impresentabili, ma che fanno comodo per gli affari, a quei presidenti democraticamente eletti che rappresentano l’elettorato fin quando questo non li mette in discussione … sono tutti uguali quando si tratta di contrastare il dissenso, e tutti affidano la repressione a forze di polizia uguali dappertutto. Non capisco perché chi oggi si scandalizza e grida di indignazione per le violenze assurde della polizia cinese, non gridò la stessa indignazione dopo le inaudite violenze delle forze dell’ordine a Genova e altrove!

In solidarietà con i monaci buddisti e i cittadini tibetani barbaramente assassinati e picchiati, domani 16 marzo, DOMENICA DELLE PALME, nella parrocchia dei santi Pietro e Paolo a Mercogliano, alle ore 11, durante la messa ricorderemo tutte le vittime della violenza in ogni angolo del mondo e pregheremo per il Dalai Lama e perchè sia garantito il diritto al dissenso in Tibet, in Cina e ovunque.

Il ramoscello di ulivo che è protagonista della domenica che precede la Pasqua di resurrezione, sia segno del nostro impegno per la pace tra le nazione e la libertà per ogni popolo.

    don Vitaliano

fonte: http://www.donvitaliano.it/?p=618#more-618

Bari, la “meglio gioventù” ora 100mila contro tutte le mafie

Ciotti: la lotta dello Stato non basta

Don Ciotti e D'Alema per Libera a Bari - foto Ansa - 220*184

Don Ciotti e D’Alema a Bari
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In centomila a Bari per la Giornata della memoria per le vittime di mafia che si è trasformata in una grande e colorata festa alla quale partecipano adulti, ragazzi e bambini.«Fuori le mafie dalle nostre vite», «Insieme per ricordare e cambiare», «La legalità non si predica, si pratica»: sono queste alcune delle scritte che campeggiano sugli striscioni. Ci sono gonfaloni dei Comuni di numerose città d’Italia: sono molti quelli che provengono dalla Sicilia e tanti quelli dei Comuni del brindisino e del Salento, dove per lungo tempo ha dominato l’organizzazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita. I giovani hanno usato treno, auto, pullman per raggiungere il capoluogo pugliese e partecipare alla manifestazione, dove ora si scandiscono i nomi delle vittime di mafia.

«Il cambiamento ha bisogno di noi, non di un Dio», ha detto il presidente di Libera don Luigi Ciotti, sintetizzando l’impegno richiesto ai giovani per combattere le mafie. «C’è una corresponsabilità che ci appartiene», ha aggiunto mentre sfilava alla testa del corteo. «Chiediamo allo Stato, alle istituzioni, alle amministrazioni di fare la loro parte, non dimenticando – ha continuato – le espressioni positive e rinunciando a quelle cose che non vanno bene. Dobbiamo prendere coscienza che il cambiamento ha bisogno delle nostre scelte, del nostro impegno, del nostro coraggio, della nostra voglia di metterci in gioco, delle denunce che nella quotidianità fanno la loro parte. In questo senso il lavoro con le scuole, con le università, con il mondo del lavoro, le confische dei beni, sono i segni della concretezza, della speranza». «C’è la globalizzazione della criminalità e delle mafie, e noi abbiamo deciso di globalizzare una società responsabile. Non la chiamiamo più società civile, perchè civile è una parola che tutti usano. Diciamo che bisogna essere civili e responsabili», ha sottolineato Don Ciotti. annunciando che la “Rete europea contro le mafie” verrà presentata ufficialmente al Parlamento europeo a Bruxelles il 7 e 8 giugno.

In prima fila il ministro degli Esteri Massimo D’Alema. «Non avrei mai pensato di vedere una folla di ragazzi e di ragazze così straordinaria. Questa gioventù del Mezzogiorno vuole qualcosa di diverso rispetto a ciò che è stato conosciuto per troppi anni, è una gioventù che si riconosce in nuovi eroi che, fortunatamente, sono le persone che hanno combattuto contro la mafia. È una bellissima manifestazione e, soprattutto – ha continuato D’Alema – quello che colpisce e che emoziona è la presenza di tanti ragazzi: è un segno fondamentale perchè è da loro che si parte. Occorre cioè sradicare la cultura della mafia, attraverso la partecipazione, la passione, e la consapevolezza dei più giovani». «Arrestare tanti boss mafiosi e disarticolare i clan, liberare pezzi del territorio, restituire il Mezzogiorno allo sviluppo e al lavoro, questo è quello che questo governo ha voluto fare. Quindi – ha aggiunto – non siamo con le mani in mano, però non c’è dubbio che è una lotta lunga, difficile, e la si vince soltanto se c’è una nuova cultura, una nuova spinta che viene dalla società». «Qui a Bari, oggi, deve essere protagonista soltanto la lotta alla mafia»: ha risposto così e non ha voluto fare dichiarazioni politiche.

Al corteo ha partecipato anche il presidente della regione Puglia Nichi Vendola. «Le mafie furono e sono un’ipoteca drammatica per lo sviluppo del Mezzogiorno, la compromissione della classe dirigente e l’inibizione delle libertà. Noi affidiamo a queste meravigliose generazioni il testimone di una battaglia fondamentale che tiene viva la memoria». «La memoria dei nostri martiri e dei nostri eroi è per noi anche la bussola per orientarci nel presente e nel futuro. Che Punta Perotti sia un simbolo della legalità – ha spiegato Vendola – è un fatto. Lo è perchè l’illegalità non è soltanto violazione della legge ma anche del comune senso della bellezza. Il Sud è pieno di questo genere di stupri alla memoria collettiva, di violenze al bene comune. La nostra è una battaglia per ripubblicizzare questi beni».

Pubblicato il: 15.03.08
Modificato il:
15.03.08 alle ore 15.32

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73808

Un manifesto contro la storia, di ieri e di oggi

C’era una volta il sindacato e la contrattazione nazionale. Una garanzia per tutti i lavoratori, dal Nord al Sud del Paese.

Oggi si parla di «sintesi avanzata degli interessi comuni di imprenditori e lavoratori». Niente conflitti, niente lotta di classe.

Il mercato del lavoro esige una ristrutturazione delle forme di organizzazione e tutela del lavoro, un ripensamento radicale delle regole del gioco e degli interlocutori in campo. Il lavoro non è più un diritto ma un costo. La stessa sicurezza, di cui tanto si parla, è un prezzo troppo alto da pagare per il capitale. Un uomo morto vale meno del profitto che deriva dal suo sfruttamento.

Le parole d’ordine sono diventate flessibilità e competitività. E non importa se ad essere calpestati sono i diritti di milioni di lavoratori, o meglio di milioni di donne e uomini che quei diritti non li hanno e non li conosceranno mai. Il Pd parla di «dare valore al lavoro».

No grazie. A noi interessa la dignità del lavoro. Quella dignità conquistata da milioni di lavoratori con lotte, scioperi, morti.

Fonte: http://www.larinascita.org/content/view/104/27/

 

Dalai Lama calls for calm amid Tibet violence

By Richard Spencer in Beijing and Natalie Paris

Last Updated: 5:58pm GMT 14/03/2008

At least two people have reportedly been killed in Tibet after violence erupted during the biggest protests against Chinese rule in two decades.

  • In pictures: Tibetan monks hold mass demonstrations
  • Witnesses said security forces in Lhasa opened fire as hundreds of rioters took to the streets, burning down shops and setting fire to cars.

    The Dalai Lama has appealed to China not to use force against protesters and “address the long-simmering resentment of the Tibetan people.”

    A British journalist at the scene told Japan’s Kyodo news agency that rioters had taken control of the centre of the capital.

    Radio Free Asia said Chinese police fired on rioting Tibetan protesters, killing at least two.

    Other reports claim the death toll is higher, telling of clashes with security forces that resulted in numerous injuries.

    Gordon Brown said European Union leaders were “very concerned about what is happening” at a press conference in Brussels.

    The US ambassador in Beijing has also backed the call for China to exercise restraint.

    The reports of shots being fired were confirmed by the American embassy in Beijing, which said it had been informed by tourists in the city.

    Witnesses said police who were using tear gas to break up the protests were attacked by the crowd.

    Tibetans were seen carrying away the injured. A local hospital said at least 12 people had been wounded.

    The clashes began this morning when a group of monks from the Ramoche monastery in the centre of the capital Lhasa began to march through the streets.

    One participant said that another group of protesters, led by students from Lhasa University, staged a protest in Barkhor Square, in front of the Jokhang, the main temple in the heart of Lhasa.

    Their numbers grew to about 4,000, while another 500 protested in front of the Potala Palace, historic home of the Dalai Lama.

    The participant said that four policemen had been injured in hand-to-hand fighting, and that tear gas had been fired in response.

    But he said shots had not been fired at him. “They did not use the brutal force they have used in the past,” he said.

    The current wave of protests this week began with protests by monks, but this is the first time that lay-people have joined in large numbers. Even the state news agency confirmed that shops were on fire, in an unusually prompt report.

    Other sources said the biggest market in the city, the Tromsikhang stalls which back on to the Jokhang monastery in the centre, was burned to the ground.

    A source told The Daily Telegraph that the city’s largest shop selling gold jewellery, which was run by Chinese, was among the businesses burned to the ground.

    Another report spoke of seeing tanks on the streets near the Potala Palace.

    This week’s protests began on Monday, the 49th anniversary of the uprising against Chinese rule that led to the current Dalai Lama fleeing into exile. They were led by monks from the Drepung and Sera monasteries just outside Lhasa.

    The day after, a second demonstration involving monks from Sera was broken up by tear gas.

    By Thursday, Sera, Drepung and a third monastery where protests had been reported, Gamden, were said to be surrounded by security forces.

    Some monks had gone on hunger strike, while two in Drepung had slashed their wrists in protest and were said to be close to death.

    Tourists said they have now been told to stay in their hotel rooms. “There is a lot of military and police in the middle of Lhasa,” said one.

    The latest violence may have been an immediate response to a round of searches carried out by police looking for wanted monks in hiding.

    But the authorities in Beijing are seeing a realisation of their worst fears – opponents of their regime using the attention being drawn to China because of the forthcoming Olympics to create unrest.

    fonte: http://www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2008/03/14/wtibet314.xml