Archivio | marzo 16, 2008

Ecco il mondo senza di noi: andrà in rovina e poi rinascerà

Esce in Italia il bestseller di Weisman: un catastrophe book basato su dati scientifici. E su luoghi abbandonati dall’uomo

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<B>Ecco il mondo senza di noi<br>andrà in rovina e poi rinascerà</B>

di DARIO OLIVERO

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Il primo giorno, solo silenzio. Il secondo verrà l’acqua. E le terre asciutte torneranno a essere sommerse. Avverrà nei corridoi delle metropolitane di New York e Londra che diventeranno lunghi e contorti canali sottomarini. Il settimo giorno verranno le tenebre e torneranno a coprire la luce. Avverrà nelle oltre 400 centrali nucleari del pianeta dalle quali si scateneranno fiamme e radiazioni. Avverrà nei pozzi petroliferi, nelle raffinerie, nei grandi impianti petrolchimici e le esplosioni oscureranno il sole. Il mondo ripiomberà nel buio e la Genesi, in sette giorni come era iniziata, sarà azzerata. Il mondo per come lo conosciamo diventerà un pianeta inabitabile, saturo di sostanze tossiche, devastato dalle radiazioni.

Inabitabile per noi, inadatto all’uomo.
Ma l’uomo da sette giorni non c’è più. Sparita la creatura più alta, il momento in cui l’universo assume la coscienza di sé attraverso quella dell’uomo e nello stesso tempo la creatura più bassa, il grande predatore, la furia irresponsabile che ha divorato l’habitat in cui è nato, cresciuto e si è evoluto. E’ l’ipotesi di Alan Weisman, giornalista scientifico e autore del bestseller negli Stati Uniti e ora tradotto in Italia Il mondo senza di noi (tr. it. N. Gobetti, Einaudi, 14,50 euro, in libreria da giovedì).

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E’ un catastrophe book, per usare un’espressione mutuata dal cinema. Un’analisi scientifica e dettagliata di che cosa accadrebbe alla Terra se di colpo la razza umana si estinguesse. Il perché non ha importanza: guerra nucleare, disastro batteriologico, rapimento alieno: ognuno scelga tra le innumerevoli suggestioni che potrebbero portare alla fine della nostra avventura. Il punto è un altro: come se la caverà il pianeta dopo di noi? E ancora: della nostra plurimillenaria e così appagante storia resterà qualche traccia? E soprattutto, che poi è il motivo reale per cui Weisman ha scritto il libro: dobbiamo per forza aspettare la nostra fine per dare alla Terra un nuovo inizio?

Per dare la base scientifica del libro, Weisman ha visitato alcuni luoghi che l’uomo ha abbandonato come la Bialowieza Puszcza, l’ultima foresta primordiale sopravvissuta in Europa, tra Polonia e Bielorussia, la Zona Demilitarizzata alla frontiera tra Corea del Nord e Corea del Sud, dove sono tornate specie in via d’estinzione, la zona alla Tarkowsky intorno alla centrale di Chernobyl, in Ucraina, ormai dominio di piante e animali, le foreste e le giungle di Africa e Amazzonia.

Da quegli ecosistemi human free e da calcoli e previsioni nasce il suo viaggio.

Dopo il settimo giorno e l’apocalisse,
la mossa successiva tocca all’altra razza che contende all’uomo il dominio della Terra, quella vegetale. In pochi mesi piante e vegetazione invadono strade, palazzi, monumenti e ogni costruzione umana.

Passano gli anni e se ne vanno le altre grandi opere dell’uomo. Il Canale di Panama, per esempio, si richiude nel giro di vent’anni, ogni campo coltivato torna selvaggio. Passa un secolo, i grandi mammiferi come orsi ed elefanti si moltiplicano grazie allo spazio vitale aumentato a dismisura. Altri tre secoli: cadono i grandi ponti di città come New York, Parigi, Roma. Nel giro di cinquecento anni dal giorno della sua scomparsa, dell’uomo non restano né case né città né costruzioni in mattoni.

Un altro salto temporale: sono passati centomila anni. L’ecosistema è tornato quello dell’Eden prima della creazione dell’uomo. E’ anche verosimile che in un milione di anni sparirebbero i detriti di plastica. Ora è davvero l’anno zero. Del nostro passaggio sulla Terra non è rimasto nulla. Unica eccezione, forse, dice Weisman, le facce scolpite dei presidenti americani sul monte Rushmore ancora vagamente riconoscibili, sette milioni di anni dopo. Ma forse farebbero la fine dell’inquietante volto su Marte nella foto scattata dalla sonda spaziale Viking 1. Sarà un volto o semplicemente uno scherzo geologico? Forse resisterebbero ancora per qualche milione di anni le sculture di bronzo preistoriche che ancora oggi ci lasciano così stupiti.

Fine del viaggio. La Terra è sopravvissuta, si è rigenerata, è rifiorita ed è pronta, ammesso che la natura compia lo stesso sbaglio due volte, ad accogliere un’altra specie evoluta. Ma, come cantavano in tempi già sospetti Guccini e i Nomadi, noi non ci saremo.

(11 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/weisman-mondo-senza-di-noi/weisman-mondo-senza-di-noi/weisman-mondo-senza-di-noi.html

I dieci misteri irrisolti del caso Moro

di Daniele Bianchessi

15 marzo 2008

16 marzo 1978. Trent’anni fa. Roma, Via del Forte Trionfale. Poco prima delle 9. Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro esce dalla sua abitazione. Lo accompagnano gli uomini della scorta. Domenico Ricci, Raffaele Jozzino,Giulio Rivera. Francesco Zizzi, Oreste Leonardi. In via Fani, i brigatisti sono già tutti nella loro posizione di tiro. Rita Algranati all’angolo della strada con un mazzo di fiori in mano, segnala a Mario Moretti l’arrivo del convoglio di Moro. Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Valerio Morucci e Franco Bonisoli, vestiti da avieri, si piazzano dietro ad una siepe. Gli altri componenti del commando sono Barbara Balzerani, Roberto Seghetti, Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Alle 9,03 si scatena l’inferno. E’ l’attacco delle Brigate Rosse al cuore dello Stato. Gli uomini della scorta vengono tutti uccisi. Moro viene rapito. L’azione dura quattro minuti. In via Fani vengono raccolti 93 bossoli, 22 provengono da uno dei quattro mitra in dotazione al gruppo di terroristi vestiti da avieri. Le armi usate sono sei. I colpi sono calibro 9 lungo.

Aldo Moro viene trasportato nella base di via Montalcini 8 interno 1. Lo attendono Germano Maccari, Laura Braghetti e Prospero Gallinari.. Mario Moretti si cala il passamontagna e avvia il primo interrogatorio di Moro nella cosiddetta “prigione del popolo”. Esattamente da quel momento inizia il calvario dello statista democristiano. Si snoda dalla strage di via Fani, il 16 marzo, fino al ritrovamento del suo cadavere nel baule di una Renault 4 rossa, il 9 maggio, in via Caetani, a Roma.
Per 55 giorni, il Paese segue la vicenda con passione e forte preoccupazione, tra speranze, delusioni, rabbia, fermezza e trattative segrete, comunicati dei brigatisti, lettere di Moro, telefonate dei terroristi ai centralini dei quotidiani, gravi depistaggi di funzionari dello Stato. Trent’anni dopo restano molti interrogativi: si poteva salvare Aldo Moro? I brigatisti hanno raccontato tutto? Gli inquirenti erano a conoscenza dei piani dei terroristi?

Sulla vicenda sono stati scritti libri seri, altri improntati alla mera dietrologia, sono state formulate teorie bislacche e altre più verosimili. Restiamo ai fatti. Sono almeno dieci i misteri irrisolti del caso-Moro

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L’ANNUNCIO

16 marzo 1978, ore 8,30.
Numerosi testimoni sostengono di aver ascoltato da Radio Città Futura, emittente di movimento, qualcuno adombrare la possibilità di un attentato contro un personaggio politico. Davanti agli inquirenti, Renzo Rossellini, direttore della radio, ammetterà di aver solo accennato ad un’ipotesi: “Negli ambienti dell’estrema sinistra circolava la notizia: che, in occasione della formazione de nuovo governo di unità nazionale, le Brigate Rosse stessero per tentare, molto prossimamente, forse lo stesso giorno, un’azione spettacolare, forse contro Aldo Moro.”

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IL COLONNELLO DEL SISMI

16 marzo 1978, ore 9.
In via Fani, è presente il colonnello Camillo Guglielmi, ufficiale del Sismi, il servizio segreto militare, addetto all’Ufficio “R” per il controllo e la sicurezza. Anni dopo, davanti ai magistrati, il colonnello Guglielmi offre la sua versione: “Stavo andando a pranzo da un collega che abitava in via Stresa, a pochi passi dal luogo della strage”.

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LA MOTO

16 marzo 1978, ore 9, 03.
Durante l’agguato, in via Fani transita una moto Honda di grossa cilindrata con due persone a bordo. Una spara alcuni colpi di mitra contro due testimoni. Nessun investigatore ha mai identificato queste persone. Nessuna conferma è mai giunta dai brigatisti, irriducibili, pentiti o dissociati.

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LA MANCATA PERQUISIZIONE

17 marzo 1978, di sera.
Alla direzione della Polizia giunge una segnalazione precisa: in via Gradoli, una traversa di via Cassia, al numero civico 96, vi è un covo delle Brigate Rosse. In quello stabile, all’interno 11, vivono da giorni Mario Moretti e Barbara Balzerani.
18 marzo 1978, prima mattina.
Agenti di polizia perquisiscono gli appartamenti di via Gradoli 96, tranne uno, quello occupato dai brigatisti.

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LA SEDUTA SPIRITICA

2 aprile 1978.
Località Zappolino, provincia di Bologna, appennino tosco – emiliano. Un gruppo di professori universitari tiene una seduta spiritica. Nel gioco del piattino compare la parola “Gradoli”. Le persone presenti a Zappolino sono Mario e Gabriella Baldassarri, Franco e Gabriella Bernardi, Alberto, Carlo, Adriana e Licia Clò, Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo.

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IL BLITZ DI GRADOLI

5 aprile 1978.
Blitz della Polizia a Gradoli, piccola località in provincia di Viterbo, vicino al lago di Bolsena. Tutte le abitazioni vengono perquisite. Del presidente della Democrazia Cristiana e dei suoi rapitori, nessuna traccia.. In quelle ore concitate, Eleonora, moglie di Aldo Moro, si rivolge alla Segreteria del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Chiede se Gradoli sia anche il nome di una via di Roma. La risposta è secca: a Roma, via Gradoli non esiste.

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IL FALSO COMUNICATO DEL LAGO DELLA DUCHESSA

18 aprile 1978.
Una telefonata al quotidiano romano Il Messaggero annuncia l’arrivo di un messaggio delle Brigate Rosse. Nel comunicato numero 7 si annuncia l’avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si troverebbe “nei fondali limacciosi del lago della Duchessa.” Ma il comunicato è visibilmente contraffatto. Nonostante ciò le forze dell’ordine si recano con elicotteri e uomini lungo le rive del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Anche in questo caso, di Moro nessuna traccia. Il documento viene scritto materialmente da un certo Tony Chicchiarelli, un falsario della Banda della Magliana, gruppo criminale operante a Roma, in contatto con uomini del Sismi e della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Chicchiarelli sarà ucciso nel 1984.

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VIA GRADOLI

18 aprile 1978.
Un residente di via Gradoli 96 telefona ai vigili del fuoco per una perdita d’acqua.
Quando i pompieri entrano nella porta dell’interno 11 si trovano davanti ad un covo delle Brigate Rosse. Entrano in bagno. Notano il telefono della doccia posato sopra uno scopettone a sua volta appoggiato sulla vasca. Gli occupanti volevano che l’acqua si dirigesse verso una fessura nel muro? Nell’appartamento vengono rinvenute le divise da avieri utilizzate dai brigatisti per camuffarsi in via Fani, durante l’agguato a Moro e agli uomini della scorta.

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VIA MONTENEVOSO

1 ottobre 1978.
Blitz dei carabinieri e della magistratura milanese in via Montenevoso 8, a Milano. Arrestati Nadia Mantovani, Lauro Azzolini,Antonio Savino, Biancamelia Sivieri, Paolo Sivieri,Maria Russo, Flavio Amico, Domenico Gioia, Franco Bonisoli. Ritrovate le lettere originali scritte da Aldo Moro nella cosiddetta “prigione del popolo”. Ma mancano dei pezzi.
10 ottobre 1990. Dodici anni dopo.
Durante i lavori di ristrutturazione dell’appartamento, in un’intercapedine, un muratore trova altri documenti originali autografati da Moro e banconote.

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LA LATITANZA DI ALESSIO CASIMIRRI

I brigatisti responsabili del rapimento sono stati quasi tutti arrestati. Resta libero Alessio Casimirri, nome di battaglia Camillo. E’ condannato in via definitiva nel processo Moro. Vive oggi in Nicaragua, in una bella casa al dodicesimo chilometro della Carretera sur, quella che da Managua porta a El Crucero, cento metri a sud e cento metri ad est del Monte Tabor, non lontano dal suo ristorante “La Cueva del Buzo”, protetto da un alto muro di cemento armato e da una torretta di legno. L’Italia ha chiesto più volte la sua estradizione, ma tra il nostro paese e il Nicaragua non esistono trattati bilaterali. Casimirri conosce certamente i nomi delle persone a bordo delle due Honda presenti in via Fani, il 16 marzo 1978.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/03/moro-misteri-irrisolti.shtml?uuid=429f787e-f2ba-11dc-94ff-00000e25108c&type=Libero

Caso Moro –  La terza trattativa

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Un giovane storico ha curato la prima edizione critica delle “Lettere dalla prigionia”. Con una tesi suggestiva

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di MARCELLO SORGI

Scriveva, scriveva tutto il giorno, a volte anche la notte, Aldo Moro. Chiuso nel soffocante involucro della «prigione del popolo» – un’intercapedine di un metro per tre, un letto, una sedia, un cesso chimico, lo spazio per fare al massimo due, tre passi – vergava uno dopo l’altro i suoi fogli ordinati, e numerati, disteso. Con grafia incerta, che una perizia grafologica considerò come una prova della sua sottomissione ai brigatisti. Moro se ne dispiacque: «Come possono pensare che scriva con le comodità di un ufficio ministeriale!».

Nel trentennale del sequestro Moro (16 marzo 1978, il rapimento e la strage; 9 maggio l’assassinio), arriva in libreria una nuova serie di saggi su quel che rimane uno dei casi di terrorismo più emblematici del Novecento. Dopo il bel libro di Giovanni Bianconi – Eseguendo la sentenza (Einaudi), una minuziosa ricostruzione, basata su documenti e testimonianze inedite, da cui emerge l’assoluta impreparazione dello Stato, e in particolare dello Stato democristiano, di fronte alle Br -, Einaudi dà alle stampe Lettere dalla prigionia, la prima edizione critica dei messaggi del presidente Dc dal suo carcere, a cura di Miguel Gotor, un giovane e puntuale storico dell’Università di Torino. Ma se Bianconi confida, a trent’anni dai fatti, che molto o quasi tutto dell’accaduto sia chiaro, Gotor, al contrario, è convinto che gran parte sia ancora da svelare.

Novantasette lettere scritte in varie versioni, più il memoriale, in tutto 500 fogli vergati in 55 giorni, e in parte ribattuti a macchina con qualche errore di ortografia dalle «mani contadine» del Br Prospero Gallinari. Questo è quel che è stato trovato, dodici anni dopo il sequestro, nell’ottobre ’90, nel famoso covo di via Montenevoso a Milano, in un’intercapedine di un muro chiusa alla meno peggio con un po’ di gesso e sfuggita chissà come alle prime perquisizioni del 1978. Gli uomini di Dalla Chiesa rinvennero anzi lo stesso materiale, ma in copia dattiloscritta e senza la firma del prigioniero: lo dichiararono, perciò, «non autentico», salvo poi smentirsi quando saltarono fuori le copie degli originali.

È da questi materiali che il lavoro
dello storico prende le mosse. Gotor denuncia innanzitutto due «inciampi» metodologici – così li definisce – da rimuovere prima di addentrarsi nella ricerca. Il primo è il paragone tra le lettere di Moro e quelle dei condannati a morte della Resistenza, la base, o una delle basi logiche, su cui sarà poi avviata la demolizione politica del prigioniero. È un paragone senza senso – spiega – il partigiano essendo uno che ha scelto la lotta armata e ha messo nel conto di poter perdere la vita, e Moro, diversamente, «uno che non si sentiva in guerra con nessuno […] e scriveva non per rendere accettabile a sé stesso e ai propri cari una morte probabile, ma per provare ad aver salva la vita».

Il secondo «inciampo» è quello,
opposto, di Leonardo Sciascia, che vuol dimostrare come Moro fosse pienamente cosciente e in grado perfino di subordinare psicologicamente i suoi carcerieri. In realtà anche Gotor è convinto della lucidità del condannato, la sensazione è che la polemica con lo scrittore siciliano sia voluta per sminuirne la difesa di Moro, basata su un’intuizione letteraria. Lo storico tende insomma a presentare la sua come l’unica tesi scientificamente sorretta da dati.

Se meno di un terzo delle lettere
viene reso noto durante i giorni del sequestro, e se poco più di un terzo viene recapitato ai capi democristiani che ne parlano, quando ne parlano, con reticenza o perché richiesti da un giudice, una ragione ci dev’essere. È la «doppia censura», dello Stato e delle Br, che cala come una ghigliottina sulla raffinatissima tela che il condannato sta tessendo, per scongiurare l’esecuzione. Una tela che parte dall’accusa, rivolta da Moro ai democristiani, di trovarsi nella «prigione del popolo» per causa loro, passa per la minaccia di rivelare segreti di Stato che potrebbero compromettere il ruolo internazionale dell’Italia, arriva alla definizione della proposta, incardinata a precedenti storici italiani e stranieri, di «scambio di prigionieri», coinvolge il Vaticano e papa Paolo VI in una trattativa segreta, e si conclude con l’illusione, di Moro, di essere alle soglie della liberazione, e con l’offerta scritta, da parte sua, di una completa delegittimazione della Dc e della maggioranza di unità nazionale sostenuta dai comunisti, con l’abbandono del suo partito e il passaggio di fatto all’opposizione.

Gotor nell’analisi delle due censure
è spietato. Nel denunciare l’approssimazione e l’artigianalità della costruzione da parte dello Stato di una versione che tende a presentare Moro come inattendibile, attraverso una sapiente opera di distribuzione di frammenti di notizie e interpretazione dei suoi scritti – opera, va da sé, di cui i principali giornali e telegiornali sarebbero stati complici acritici -, e nel presentare il lavoro delle Br, sia all’esterno sia nei confronti del prigioniero, come fondato su una pretesa scientificità, si vede bene da che parte pende il giudizio storico.

Dunque lo Stato non pensava affatto,
come faceva credere, che Moro fosse ridotto agli ordini delle Br. Piuttosto, conoscendolo come il migliore di loro, i capi democristiani temevano che avesse capito che non erano in grado, o non volevano adoperarsi più di tanto, per la sua salvezza. E di conseguenza, leggendo quel che scriveva, che volesse vendicarsi di loro, vivo o morto: «Il mio sangue ricadrà su di voi. […] Io ci sarò ancora come punto irriducibile di contestazione e di alternativa».

Di qui le due trattative
che, all’ombra di una formale linea di fermezza verso le Br, furono avviate con i rapitori. Quella del Vaticano, aperta con i capi brigatisti in carcere grazie al lavoro sotterraneo del capo dei cappellani militari don Cesare Curioni e di don Antonello Mennini: uomini di stretta fiducia del Papa e vicini a Moro, giungeranno a offrire un riscatto di dieci miliardi di lire e la liberazione di un detenuto straniero in cambio della libertà dell’ostaggio, che Mennini in persona sarebbe poi dovuto andare a prendere nella «prigione del popolo» per portarlo in Vaticano, dove la liberazione sarebbe stata ufficialmente annunciata. E la trattativa del Psi di Craxi, svolta da Claudio Signorile in collaborazione con Lanfranco Pace, un dirigente di Potere Operaio che riuscì a mettersi in contatto con Valerio Morucci e Adriana Faranda, i due «postini» del commando che teneva prigioniero Moro, e che si opposero all’esecuzione nella tragica ultima riunione della colonna Br che ne decise la fine. Malgrado l’intervento finale di Fanfani, pronto ad aprire ufficialmente la trattativa, anche questo tentativo fallì.

Fin qui, dettaglio più dettaglio meno, e sia pure con una sistemazione storica che rivela la professionalità dell’autore, non ci sono grandi novità. Ma Gotor fa un altro passo in avanti, e si inoltra nel giallo del doppio ritrovamento, o forse dell’accurato occultamento per dodici anni, dei documenti che sono al centro del suo libro. Se sono stati considerati inattendibili dopo il primo ritrovamento, e dichiarati autentici dopo il secondo, l’unica spiegazione, conclude l’autore, è che facevano parte della trattativa. Una trattativa che non riuscì a salvare il prigioniero, perché forse non aveva neppure quest’obiettivo, ma riuscì a recuperare i documenti e le rivelazioni di Moro. Fatti trovare, non a caso, nel ’90, dopo la fine della Guerra fredda, e quando molte delle affermazioni del leader ucciso non avevano più valore. Ma restituiti in copia, mentre gli originali, da tempo, erano forse stati depositati in qualche cassaforte di servizi stranieri. Non documentata né documentabile, questa, come tante altre fiorite in più di trent’anni di ricerche sul caso Moro, è una conclusione affascinante. Anche se Gotor, sul finire del suo lavoro, cede un po’ alla fascinazione letteraria e alla dietrologia giornalistica, che pure aveva rinnegato all’inizio.

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fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=1364&ID_sezione=81&sezione=News

Berlusconi ha paura di perdere. E annuncia brogli contro di lui

«Tornare allo “scalone”? Mai detto»

«L’altra volta ci hanno portato via la vittoria, tutte le schede bianche sparirono», stavolta no, a salvare la democrazia ci saranno i difensori del voto. Silvio Belrusconi, in comizio a Como, la mette giù dura. E per scongiurare la paura di perdere, semina un po’ di terrore. «C’è un problema grandissimo che è quello dei brogli – ha annunciato – l’altra volta ci hanno portato via la vittoria, specie in regioni del Sud come la Campania e la Calabria dove dopo la mezzanotte non arrivarono più i voti».

Il suo è un vero e proprio appello
alla mobilitazione: «Chi sabato, domenica e lunedì sente di avere una capacità dialettica nei confronti dei rappresentanti di lista della sinistra, professionisti dei brogli, si metta nella lista per far parte dell’esercito dei difensori della libertà». Sul sito di Forza Italia, la campagna Difendi il tuo voto campeggia già da settimane e probabilmente i “difensori” staranno già per iniziare il «breve corso di formazione per giungere preparati all’appuntamento elettorale». «Ogni voto – ricordano – sarà di vitale importanza per la nostra democrazia».

Ora l’appello arriva anche a chi
ha meno dimestichezza con il web, arriva alle famiglie, quelle a cui Berlusconi ha dedicato la giornata di campagna elettorale. «Noi continueremo a darle sostegno – promette il leader del Pdl – perché è il pilastro della società, l’ambito dove si formano uomini e donne del nostro paese e quindi tutto il possibile sarà fatto». In particolare, giura, combatterà contro il carovita: «Cambieremo il sistema fiscale per le famiglie introducendo il quoziente familiare». Non è chiaro cosa sia, certo è che la sua idea di famiglia dev’essere un po’ particolare se si permette di ironizzare con chi lo accusa di aver compilato le liste prendendo spunto dagli ultimi concorrenti del Grande Fratello: «Io con le soubrette farei altre cose – spiega – anzichè metterle in lista». Come si dice, un signore.

Poi parla anche di rifiuti.
E certo avrebbe potuto essere più convincente quando spiegava come pensa di risolvere il problema: «Non so come faremo, ma lo faremo», ha tagliato corto, precisando di «non avere la bacchetta magica».

Pubblicato il: 16.03.08
Modificato il:
16.03.08 alle ore 16.48

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73830

Si scrive “contrattazione”, si legge “Costituzione”

Riporto integralmente questo post, tratto dal sito di Brigante Rosso: vi invito a leggerlo con attenzione ed a postare i vostri eventuali commenti direttamente da lui, qui:

http://www.ilbriganterosso.info/dblog/articolo.asp?articolo=534#commenti

 

La lettera aperta di Luciano Gallino, Francesco Garibaldo e Massimo Roccella apparsa su queste pagine il 5 marzo scorso ha inteso avviare una discussione sull’ipotesi di riforma della contrattazione al vaglio delle parti sociali. È un tema che, per la sua portata «costituente», meriterebbe senz’altro più attenzione di quanta ne abbia sin qui destata al di fuori dei vertici delle organizzazioni coinvolte in prima persona nel confronto di merito. Si capisce. Siamo in campagna elettorale. I riflettori sono puntati sulle liste dei candidati e sulle polemiche tra i partiti. Per di più, il modello contrattuale sembra materia per addetti ai lavori. E invece faremmo bene tutti quanti a stare molto attenti. Quello che rischia di verificarsi nella sostanziale indifferenza dei più è un mutamento decisivo della costituzione materiale del paese, foriero di gravi contraccolpi sulla tenuta e la qualità della nostra democrazia.

Dal 12 febbraio circola una bozza elaborata dalle tre Confederazioni sindacali. Qualche giorno fa (il manifesto, 27 febbraio) Dino Greco ne ha svolto un esame dettagliato, indispensabile per un’informazione complessiva. Volendo indicarne il fulcro, si può dire che essa ruota intorno alla riformulazione di quel rapporto tra contratto nazionale e contrattazione articolata che ha informato l’esperienza del sindacato italiano a partire dagli anni Sessanta.

Il nesso tra lo sviluppo della contrattazione di secondo livello e la persistente centralità del contratto nazionale è stato la cifra di questa lunga esperienza. Ha costituito la base delle conquiste operaie a monte e a valle del «secondo biennio rosso» (’68-’69). E ha rappresentato un decisivo elemento di resistenza contro lo sfondamento capitalistico dispiegatosi a partire dagli anni Ottanta.

La tesi veltroniana (in linea con le elucubrazioni di Ichino e dei bocconiani), secondo la quale l’iniquità distributiva che dal 1980 ad oggi ha decretato il drenaggio di oltre dieci punti di Pil dal lavoro al capitale sarebbe conseguenza del contratto nazionale, è un mirabile esercizio di impudenza. È vero esattamente il contrario. Quella redistribuzione verso l’alto avrebbe avuto luogo prima e con effetti ben più dirompenti (determinando gravi sperequazioni interne alla classe) se il contratto nazionale non avesse operato come un potente fattore di regolazione in senso universalistico. Il che spiega perché la «riforma» oggi in discussione miri proprio a colpire il contratto nazionale, riducendolo anche formalmente alla semplice difesa del potere d’acquisto dei salari. Una difesa che peraltro, come insegna il quindicennio che ci sta alle spalle, si risolve in una rincorsa tardiva e parziale.

Ne deriverebbero conseguenze assai gravi per le condizioni materiali del lavoro e per la sua stessa soggettività. Incentrare la contrattazione sul secondo livello (aziendale o territoriale) in un quadro compromesso dall’indebolimento del contratto nazionale significherebbe condizionare ogni possibile incremento delle retribuzioni reali all’aumento (peraltro non verificabile) dei profitti della singola impresa o della quantità di lavoro, secondo le aspirazioni storiche del padronato. La strada verso l’individualizzazione del contratto di lavoro sarebbe spianata. Con ciò, si otterrebbe finalmente il risultato di scaricare per intero sul lavoro – trasformato in una variabile totalmente dipendente dal capitale – il rischio d’impresa e le conseguenze dell’arretratezza di gran parte del nostro apparato produttivo.

Mentre si celebrano le stragi operaie invocando l’abrogazione dello Statuto dei lavoratori, le imprese ringraziano. Tanto più che per gli eventuali aumenti salariali ci si ripromette di ricorrere alla fiscalità generale. Innescando cortocircuiti con i livelli della spesa pubblica (quindi ulteriori tagli ai salari reali). E attivando percorsi lesivi dell’autonomia contrattuale del sindacato.

A questo proposito le domande poste da Gallino, Garibaldo e Roccella appaiono difficilmente eludibili. Sia nel merito (che ne sarà dei salari, già intollerabilmente bassi, e dell’autonomia del sindacato? che ne sarà dell’uguaglianza residua nella condizione operaia e di un welfare inteso come sistema pubblico di tutele universalistiche?). Sia nel metodo, posto che su tutto ciò si rischia di decidere senza aver mai consultato i lavoratori, gli iscritti e gli organismi dirigenti delle singole organizzazioni.

Ma le domande non finiscono qui. C’è da chiedersi in che rapporto stia questa «riforma» della contrattazione con quanto bolle nella pentola della politica italiana, scossa da rivolgimenti che puntano a chiudere la transizione alla seconda repubblica. Del buonismo veltroniano si suole cogliere l’aspetto più superficiale, in controtendenza rispetto alla canea bellicosa della destra. Ma esso cela un cuore altrettanto violento, poiché mira a criminalizzare il conflitto sociale e l’idea stessa della trasformazione. Nel progetto «democratico» tutto (le ipotesi di revisione decisionistica e «federalistica» della Costituzione; il rifiuto di distinguere tra destra e sinistra; il bipartitismo; l’interclassismo; la concezione del lavoro come parte integrante dell’impresa capitalistica) rimanda a un’idea della politica come amministrazione dell’esistente nel segno del consolidamento delle logiche e delle gerarchie date. Questa è la realtà. L’unica di cui abbia senso e sia lecito parlare. Anche per questo il sindacato deve cambiare ruolo e natura. Cessando una volta per tutte di concepire il lavoro come un soggetto e di volerne rappresentare in autonomia istanze e progettualità. Di tutto ciò si tratta in questa partita. Forse – finché siamo in tempo – varrebbe la pena di discuterne.

 

 

Riporto anche un appello di economisti ed intellettuali, che ho trovato qui:

http://attacfoggia.wordpress.com/2008/02/25/bassi-salari-cosa-serve-e-cosa-noappello-di-economisti-e-intellettuali/

 

Bassi salari cosa serve e cosa no:Appello di economisti e intellettuali

Contro un approccio solo fiscale al problema e perché le detassazioni in discussione non ricadano sui lavoratori deboli e sul contratto nazionale.

È un bene che la questione salariale sia oggi al centro del dibattito pubblico. A causa dell’inflazione e di retribuzioni del tutto inadeguate (in Europa solo il Portogallo si colloca sotto l’Italia quanto a livello dei salari), la condizione del lavoro dipendente nel nostro Paese è ormai insostenibile. Va detto tuttavia con chiarezza che non si tratta di una novità. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza attribuita ai redditi da lavoro è diminuita di oltre 15 punti di Pil, mentre la quota attribuita ai profitti è balzata dal 2 al 16%. Dopo gli accordi del 1992-93, che abolirono la scala mobile e vararono la concertazione, circa il 3% del Pil (45 miliardi di euro in valori correnti) è passato dal monte-salari ai redditi da capitale. Non stupisce che nel corso di questo periodo il valore reale delle retribuzioni non sia cresciuto e per molte categorie sia addirittura diminuito.

E’ dunque positivo che il tema dei bassi salari e dell’impoverimento delle classi lavoratrici sia al centro del confronto tra governo e parti sociali avviatosi dopo la pausa festiva. Meno positivo appare il modo in cui si intende affrontarlo affidandosi a misure di natura fiscale, quasi che controparte del lavoro non siano più l’impresa e le pubbliche amministrazioni, ma il Tesoro.

Sono state avanzate proposte diverse, che vanno tenute ben distinte tra loro.

Si è parlato di ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente e sulle pensioni attraverso un aumento delle detrazioni a beneficio dei percettori di redditi medio-bassi. Siamo favorevoli a tale ipotesi, fermo restando che la copertura degli oneri che essa comporta non potrà certo gravare sul lavoro e che di analoghe agevolazioni dovrà beneficiare anche la vasta platea dei lavoratori «dipendenti mascherati» (co.co.co., co.co.pro., associati in partecipazione e partite Iva), sinora esclusa da tutte le misure di tutela del lavoro dipendente. Ulteriori tagli alla spesa rischierebbero di tradursi in nuove riduzioni dell’offerta pubblica di beni e servizi, in ulteriori tagli allo Stato sociale, cioè in un’ulteriore diminuzione del salario reale. Per le detrazioni andranno pertanto impiegati i notevoli risultati ottenuti sul fronte della lotta all’evasione e le risorse che deriverebbero da una revisione del profilo ingiustificatamente restrittivo della politica di bilancio. Ma va altresì previsto un aumento del peso fiscale sui redditi da capitale (profitti e rendite, a cominciare dalle plusvalenze, che in Italia godono di un intollerabile regime di privilegio).

Si parla anche di detassare gli aumenti contrattuali a partire dalla contrattazione di secondo livello. Questa proposta – non per caso avanzata in passato da forze del centrodestra – è a nostro parere sbagliata e pericolosa, e tale da comportare seri rischi anche sul terreno dei diritti del lavoro. Essa lascerebbe intatta la condizione lavorativa e retributiva di quanti lavorano in situazioni di apparente autonomia e di quanti vivono di pensione. Inoltre si inscrive nel contesto di una campagna volta a privilegiare la contrattazione di secondo livello (dalla quale resta oggi escluso circa il 70% dei lavoratori), in modo da collegare i salari alla produttività, incentivando attraverso la detassazione proprio la parte variabile e aleatoria del salario o, peggio, quella legata a non controllabili indici di bilancio. Ne deriverebbe la marginalizzazione di quel fondamentale strumento di redistribuzione e di solidarietà per il mondo del lavoro che è il contratto collettivo nazionale. Si realizzerebbe così il sogno del padronato: individualizzare il rapporto di lavoro e scaricare sui lavoratori i rischi d’impresa. Tutto ciò contribuirebbe a mutare anche la natura del sindacato, che – fatti propri gli obiettivi della competizione di mercato – cesserebbe di concepire se stesso quale autonoma rappresentanza del lavoro e quale controparte del capitale.
 
Potremmo aggiungere altre osservazioni critiche. Riteniamo tuttavia che quelle sin qui svolte bastino suggerire la necessità di cercare altre soluzioni. La questione salariale nel nostro Paese discende dalla scelta del padronato italiano di ridurre al minimo costi, diritti e capacità conflittuale del lavoro. Non è la conseguenza delle presunte rigidità del modello contrattuale vigente né della scarsa produttività del nostro apparato produttivo. Che è un problema reale e di prima grandezza. Ma che consegue alla scelta di una parte cospicua delle imprese di destinare i profitti alla speculazione finanziaria piuttosto che agli investimenti in ricerca e innovazione.

Sul governo incombe la responsabilità primaria di tener fede alle promesse (a cominciare dalla restituzione strutturale del fiscal drag e dall’innalzamento delle aliquote fiscali sulla rendita); di varare misure efficaci contro il carovita e la precarietà; di rinnovare in tempi rapidi il contratto dei dipendenti pubblici e di operare affinché vengano chiusi al più presto anche i contratti dei meccanici e del commercio. Occorre invertire la tendenza (che ha ispirato anche il Protocollo sul welfare) a premiare il salario di rischio e a favorire il ricorso agli straordinari. È necessario soprattutto smettere di incoraggiare le imprese nella ricerca di profitti facili, che prendono poi sistematicamente la strada della speculazione finanziaria.

Al sindacato chiediamo di continuare a svolgere la propria funzione di autonomo rappresentante degli interessi di chi lavora e di controparte dei datori di lavoro, dai quali va preteso il rispetto dei diritti dei lavoratori, a cominciare dal diritto costituzionale a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Alla sinistra tutta, infine, compete l’onere di dimostrarsi all’altezza dei propri compiti e obiettivi. È necessario ottenere dal governo il rispetto degli impegni assunti e mettere in campo efficaci iniziative contro la precarietà e per il salario, a cominciare da nuovi meccanismi che garantiscano il recupero del potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Di questo dovrà trattare il confronto con il governo, se non si vorranno nuovamente deludere le aspettative del mondo del lavoro e le stesse necessità del Paese.

Mario Alcaro, Emiliano Brancaccio, Alberto Burgio, Bruno Casati, Paolo Ciofi, Aurelio Crippa, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Galli, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Claudio Grassi, Dino Greco, Paolo Leon, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Gianni Pagliarini, Felice Roberto Pizzuti, Marilde Provera, Enrico Pugliese, Riccardo Realfonzo, Marco Revelli, Tiziano Rinaldini, Massimo Roccella, Rossana Rossanda, Ersilia Salvato, Massimo Serafini, Bruno Steri, Antonella Stirati, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Katia Zanotti, Stefano Zuccherini
 
 
per adesioni: bassisalari@gmail.com

 

 

I salari al primo posto

 

Intervista a Giorgio Cremaschi

su Il Manifesto del 13/03/2008

Sinistra sindacale

Domani si riunisce l’assemblea nazionale della Rete28aprile, l’«area» della Cgil coordinata da Giorgio Cremaschi. Quali temi al centro della discussione?
Tre cose. La prima è l’indipendenza del sindacato dalla politica; il che vuol dire della Cgil dal Pd. La scena triste dell’abbraccio tra Nerozzi e Calearo non è solo un danno di immagine per la Cgil, ma anche il segno di una cultura che non può che invadere il sindacato. Noi non daremo alcuna indicazione di voto. Il secondo è la questione salariale, su cui chiediamo la rottura con 20 anni e più di moderazione nelle rivendicazioni. C’è un bilancio per i lavoratori che è catastrofico; che corrisponde a un bilancio paradossalmente positivo per il sindacato. L’Italia è l’unico paese occidentale in cui c’è stata questa dinamica negativa per salari e condizioni di lavoro, ma il sindacato ha aumentato gli iscritti. C’è qualcosa che non va. E’ evidente che lo scambio vero della concertazione è stato tra il peggioramento della condizioni dei lavoratori e il mantenimento del peso politico del sindacato. Occorre una strategia diversa e diciamo no al documento unitario sulla contrattazione.

 

 

Il sindacato ha accettato la «legge bronzea dei salari», per cui finché non aumenta la ricchezza non si può redistribuire.
Noi diciamo l’esatto contrario: per aumentare la ricchezza bisogna partire dalla redistribuzione e dalla lotta alla precarietà. Questo è un terreno di lotta politica in Cgil. Non sarà una lotta di breve momento… Ci costituiamo come opposizione in Cgil, non più come dissenso. Non crediamo sia possibile un’«autoriforma dall’alto». Occorre costruire una forza organizzata in grado di pesare nella vita interna. Lo facciamo come Rete, ma naturalmente lo proponiamo a tutte le sinistre sindacali in Cgil, per contrastare un deriva moderata. Per fare questo ci vuole una forza di massa, in grado di fare battaglia non solo nei direttivi o nelle strutture, ma un po’ dappertutto. Noi chiederemo che il congresso si faccia il prima possibile, perché di fatto è già iniziato; e lì presenteremo un documento alternativo, perché le differenze sono troppo grandi. Occorre marcare una rottura di continuità tra il sindacalismo della concertazione e quello del conflitto.

Servono nuove regole di dibattito in Cgil, in vista del congresso?
Sì. Ma stavolta non aspetteremo, noi il congresso lo cominciamo già. Andando nei luoghi di lavoro e organizzando un’opposizione di massa a quello che si prepara per dopo le elezioni; dove la pressione bipartisan -benedetta dalla Chiesa – per un nuovo patto sociale a danno dei lavoratori sarà enorme.



C’è un problema di sponda politica: se ci sarà o no una sinistra in parlamento…
Il problema politico esiste. Destra e Pd dicono che per aumentare i salari bisogna aumentare la produttività… Però oggi la priorità dei movimenti e delle organizzazioni sociali è la loro indipendenza. Dopo il governo Prodi e la distruzione delle speranze provocata nella parte più combattiva dei movimenti, primum vivere. Poi si vedrà. Oggi il nostro avversario principale è chi lega il salario alla produttività. Una sciagura sociale e anche sul piano delle condizioni di vita.

 

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=16991

 

 

Finimondo a Manhattan: crolla una gru, morti e feriti, edifici abbattuti

NEW YORK (15 marzo) – Almeno quattro persone sono morte e numerose altre sono rimaste ferite oggi nel centro di Manhattan quando una gigantesca gru si è staccata da un grattacielo in costruzione precipitando su un isolato residenziale a pochi isolati dal Palazzo di vetro. La tragedia ha creato il caos nell’area di Midtown, il cuore pulsante dell’isola dei grattacieli in un sabato soleggiato dal clima semi-primaverile. I morti sono operai del cantiere, ha detto il presidente del borough (distretto) di Manhattan, Scott Stringer. Altre persone, almeno cinque, sono rimaste intrappolate quando la gru, alta l’equivalente di una ventina di piani e che molti residenti della zona hanno definito instabile, si è spezzata in due ed è crollata al suolo.

Una parte della gru si è schiantata sulle terrazze al 18° e 19° piano di un grattacielo all’angolo tra 51ª e Second Avenue. Un’altra parte della gru è precipitata su una serie di palazzine anni Trenta di pochi piani. Un edificio sulla 50ª strada che ospita il bar Fubar è stato raso al suolo. Il bar era chiuso al momento del disastro, ma altri piani della palazzina potrebbero essere abitati. «E’ crollato come un castello di carte», ha detto Greta Welkhammer, una testimone: altri edifici sono crollati come in una reazione a catena. I testimoni hanno descritto una forte esplosione, una nube di fumo giallo e hanno detto di aver sentito subito dopo un forte odore di gas, la cui erogazione è stata sospesa in diversi edifici della zona a scopo precauzionale.

Nelle ultime settimane il cantiere dove è avvenuto il crollo aveva ricevuto ben nove ammonimenti per gravi violazioni ai codici di sicurezza. «E’ una terribile disgrazia. Abbiamo bisogno di migliori ispezioni e di maggiori risorse» ha detto Stringer visibilmente sconvolto. Il sindaco, Michael Bloomberg, e il capo della polizia, Ray Kelly, sono accorsi nella zona, dove il traffico è rimasto paralizzato. Second Avenue e le altre strade della zona erano affollate al momento dell’incidente, poco dopo le 14 locali, in una giornata dalla temperatura mite: molte persone vestite di verde – questo è il fine settimana della festa di San Patrizio – si preparavano a celebrare la festa nei pub del quartiere.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=20728&sez=HOME_NELMONDO