Archivio | marzo 17, 2008

Produttore di beni, consumatore di stupefacenti: la condizione del lavoratore nell’era post-industriale

di Martino Mai, Domenica 16 Marzo 2008

Sabatino Annecchiarico intervista Francesca Coin, Sociologa e ricercatrice nell’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia e presso la Georgia State University di Atlanta (USA) 

.

Il consumo di sostanze stupefacenti ha precisamente un triplice scopo: stimolare la produzione, manipolare l’essere umano per renderlo piu’ simile alla macchina e farlo diventare il piu’ possibile docile

.

Con l’entrata della digitalizzazione nella produzione di beni, negli ultimi decenni il mondo capitalista ha subito una trasformazione nella produzione con alti profitti senza precedenti nella storia. Allo stesso tempo, si è verificato un aumento del consumo di sostanze psicotrope e di alcol da parte dei lavoratori che producono questi beni, realizzando con il proprio malessere gli alti profitti del capitale.

Francesca Coin, nel suo recente saggio “Il Produttore Consumato. Saggio sul malessere dei lavoratori contemporanei” (Ed. Il Poligrafo, Padova, 2006. €23,00) delinea questa trasformazione partendo dalla constatazione che, secondo la sociologia “ufficiale” «Nell’era post-industriale i lavoratori non sono più il perno della vita sociale. Essi non sono più al centro né delle fabbriche né delle piazze. Il loro ruolo economico e politico è oramai marginale, e parimenti poco importanti sono diventate le loro storie di vita. Ma, a clamorosa smentita di una tale presunta marginalità, all’alba del terzo millennio i lavoratori sono il bersaglio primo delle riforme economiche e politiche del libero mercato, che avanza precisamente sulle schiene della classe lavoratrice mondiale».

Nella sua ricerca lei si sofferma in modo particolare sul crescente ricorso di droghe che fanno i lavoratori, un uso in risposta alle difficoltà e alle loro sofferenze che il mondo del lavoro infligge. Diversi studiosi hanno già trattato questo argomento. Dov’è la novità della sua ricerca?

Fino ad oggi è stato trattato questo problema prevalentemente in chiave psicologica, osservando il malessere dei lavoratori come un male individuale. La novità di questo saggio è l’approccio collettivo con cui ho affrontato questo malessere. Un malessere inserito dentro il mondo stesso della produzione capitalista.

Lei sostiene che questa produzione di beni è connessa, in modo inestricabile, con la produzione di malessere di chi produce questi beni. Da dove parte per sostenere queste affermazioni?

Nel mondo capitalista abbiamo un mercato del lavoro che richiede sempre un maggiore sforzo da parte del lavoratore, sia nell’aumento delle ore lavorative che nell’intensità propria del lavoro. Osservando i paesi in cui le ore di lavoro variano tra 12 e 72 ore continuative, senza interruzione, ad esempio quelle delle zone di libero scambio commerciale del Centro e un Sud America, spesso le anfetamine sono somministrate direttamente dal datore di lavoro con lo scopo di portare a termine turni di lavoro massacranti. Si è passati da un assenteismo a un iper-presenteismo sul posto di lavoro.

In Europa accade la stessa cosa?

Abbiamo in Europa le testimonianze dei sindacati inglesi, che ci fanno sapere che la gran parte dei lavoratori inglesi hanno problemi di tossicodipendenza e di alcolismo. In Italia la cosa non è molto diversa. Si dice con leggerezza che la tossicodipendenza riguarda prevalentemente i giovani. Giovani studenti: una generazione spesso collegata con le stragi del sabato sera. La realtà è diversa. Il 70% dei consumatori di droghe non è costituito da studenti bensì da lavoratori dipendenti. C’è un forte malessere dei lavoratori in fabbrica, i turnisti ad esempio, compensano questo malessere con l’uso di droghe e farmaci.
Questo fatto è dovuto a due bisogni effettivi della produzione capitalistica: quello di lavorare sempre di più e quello di consumare sempre di più. Da una parte c’è bisogno dell’ iperlavoro, il quale è in continua crescita, utile ad abbassare i costi di produzione. Dall’altra c’è il bisogno di consumare quello che si produce. Siamo paradossalmente in un’epoca della storia in cui la possibilità di consumare è la più alta in assoluto: tanti beni a disposizione. Ma nello stesso tempo, tale consumo non aiuta l’emancipazione dei lavoratori, bensì principalmente la produttività economica e l’obbedienza politica. Il consumo di sostanze stupefacenti ha precisamente un triplice scopo: stimolare la produzione, manipolare l’essere umano per renderlo più simile alla macchina e farlo diventare il più possibile docile. Un esempio di tale “pacificazione” è il modo in cui nel 1968 l’LSD fu somministrata in massa ai contestatori nordamericani quale “antidoto all’attivismo politico”.

Alla luce di tutto ciò, come reagisce il sindacato in Italia?

In Italia il sindacato reagisce come può, nel senso che in un contesto caratterizzato dalla decentralizzazione produttiva il sindacato è sempre più stretto dalla necessità di garantire il posto di lavoro e mantenere la capacità contrattuale del salario. Schiacciato tra queste due realtà, il sindacato chiude un occhio a tutto il resto. Ed è così che emerge un sindacato senza una autentica forza contrattuale, risorse politiche o motivazioni per affrontare il disagio dei lavoratori.

Ci sono esempi che testimoniano questa debolezza sindacale?

Nell’inchiesta che ho fatto nella zona industriale del Nordest d’Italia, di alta densità produttiva, volevo verificare quanti lavoratori facessero uso di droghe o di antidepressivi. Di fronte alla mia ricerca il sindacato si è tenuto in disparte, non ha preso una posizione esplicita.

E le politiche dei governi, che ruolo hanno?

Le politiche dei nostri governi sono connesse all’economia dello Stato e quindi soggette alle necessità di profitto della produzione capitalistica. In quest’ottica essi fanno leggi che puntano sempre di più alla precarietà e alla flessibilità del lavoro, invece che al benessere dei lavoratori.

A questo punto la soluzione sfuma.

La soluzione al problema? No, non sfuma. La cosa che mi preme sottolineare è che il benessere dei lavoratori non è marginale alla lotta dei lavoratori stessi o del sindacato. È centrale. L’opposizione collettiva è l’unica possibilità d’uscita da quella disperata ricerca di auto-gratificazione dalle dipendenze. Come scriveva Jervis negli anni settanta, la nevrosi operaia si sviluppa nella misura in cui l’operaio non riesce ad inserire in una struttura collettiva di protesta il proprio rifiuto, perché l’unica terapia è l’azione politica dei lavoratori. in questo senso non c’è stato provvedimento in Italia ed in Europa in cui il desiderio governativo di trasformare il lavoro in un processo precario, flessibile e sottopagato non sia stato accolto con una vera e propria lotta nelle piazze. Vi è stata una grande risposta quando si è voluto cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ancora una volta sono stati gli stessi lavoratori a mostrare la soluzione.

Lei fa riferimenti espliciti al coinvolgimento dei governi?

Se guardiamo il mercato delle droghe nel corso della storia vediamo che spesso i governi occidentali sono stati implicati in un modo o in un altro nella somministrazione di sostanze psicotrope alle popolazioni. Se ci pensiamo, il consumo di massa di sostanze psicotrope è cominciato con la rivoluzione industriale prima e con il colonialismo poi, quando questo commercio era considerato non solo uno strumento vantaggioso dal punto di vista economico, ma anche uno strumento di pacificazione politica. Si pensi solo alla politica coloniale dell’impero britannico nei confronti della Cina, o al colonialismo olandese e francese nei confronti dell’Indonesia e del Vietnam, o al ruolo delle droghe nell’aumentare la ferocità conquistatrice dell’esercito statunitense, o allo smercio di massa di LSD tra i manifestanti di San Francisco negli anni Sessanta per ridurne le istanze di mobilitazione politica. Nei ghetti neri degli Stati Uniti, ancora una volta la risposta l’hanno data i lavoratori, che hanno messo in atto una campagna di mobilitazione e denuncia contro il governo nordamericano, dopo che per decenni questo aveva facilitato la diffusione di droghe pesanti nei ghetti così da rispondere al problema dell’elevata povertà delle inner cities con la criminalizzazione dei poveri.

Abbiamo parlato del mondo di produzione capitalista, dove esiste un padrone, che è il proprietario della produzione e dei lavoratori. Esistono tuttavia esperienze di lavoro dove sono gli stessi lavoratori a gestire la produzione senza i padroni proprietari. Un esempio di riferimento sono le fabbriche occupate in Argentina. Secondo lei, qui accade la stessa cosa? Si verificano gli stessi malesseri e lo stesso consumo di droghe?

Non ho fatto un’accurata ricerca nelle fabbriche recuperate in Argentina, ma ho visto che, laddove il lavoratori si autorganizzano, laddove il lavoratori si realizzano come persone nell’ambito della stessa produzione di beni, laddove i lavoratori sono liberi di decidere, essi non hanno bisogno dei psicofarmaci per poter lavorare. Per cui, quello che ho visto nelle fabbriche in cui la dignità e la responsabilità del lavoratore diventa protagonista della stessa produzione, il sogno del benessere dei lavoratori non ha bisogno di appagarsi con le droghe.

/A cura di Sabatino Annecchiarico/

sabalatino { chiocciolina } libero(.)it

fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/2076-produttore-di-beni-consumatore-di-stupefacenti-la-condizione-del-lavoratore-nellera-post-industriale

Il produttore consumato: un saggio di Francesca Coin

“il malessere dei lavoratori del mondo contemporaneo: un disagio che sembra destinato ad aumentare  dentro e fuori i luoghi di lavoro….” queste righe a commento di un libro scritto da Francesca Coin, sociologa all’Universita’ di Ca’ Foscari di Venezia. Linea diretta all’interno del palinsesto di Radio Base popolare network  l’ha intervistata il 18 gennaio 2008.ascolta la  trasmissione

Base s.a.s – via torino 156 – 30172 mestre (VE)

 …

Il produttore consumato. Saggio sul malessere dei lavoratori contemporanei

di Coin Francesca

  • Prezzo: € 23.00

 Questo libro ha diritto alla spedizione gratuita. Leggi i dettagli.

Disponibilità: Normalmente disponibile in 1/2 giorni lavorativi

 pagina dove ordinare il libro (clicca qui)

Ecomafie, minacce di morte al senatore Tommaso Sodano del Prc

 

Otto proiettili e una lettera con minacce di morte: è l’inquietante contenuto della busta recapitata al presidente della Commissione Ambiente al Senato, Tommaso Sodano, di Rifondazione Comunista. Il plico è stato ritrovato nella sede del comitato elettorale della Sinistra Arcobaleno a Pomigliano d’Arco (Napoli), cittadina natale del senatore.

Solidarietà al senatore è arrivata
da tutta la Sinistra Arcobaleno. La senatrice Loredana De Petris ha voluto esprimere la sua vicinanza a Sodano: «Si tratta – ha detto – dell’ennesima intimidazione nei confronti di chi si è sempre battuto contro le ecomafie e i comitati d’affari che operano a danno della salute dei cittadini». «Tommaso Sodano è l’espressione di una lunga battaglia contro la mafia, la camorra, il malaffare e la tutela della salute e dell’ambiente dei cittadini campani – le fa eco il capogruppo del Prc alla Camera Gennaro Migliore – A lui non va solo la solidarietà ma il riconoscimento per un lavoro straordinario che ha dato avvio alle più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi anni in Campania. Voglio testimoniare, a nome di tutto il gruppo parlamentare di Rifondazione, l’importanza di respingere inequivocabilmente ogni intimidazione».

Interviene sulla vicenda
anche il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Francesco Forgiane: «Questa minaccia – ha commentato – è l’ennesimo tentativo di far tacere una delle poche voci che in Campania si sono sempre battute, con costanza e coerenza, contro la presenza della camorra e le tante illegalità nella gestione dei rifiuti».

Pubblicato il: 17.03.08
Modificato il:
17.03.08 alle ore 12.39

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73851

Kosovo, spari dai nazionalisti serbi La Nato: “Risponderemo a violenze”

Gli incidenti durante il tentativo di sgombero di un tribunale delle Nazioni Unite. Contro le forze multinazionali lancio di pietre, molotov e colpi di arma automatica

.

 Kosovo, spari dai nazionalisti serbi. La Nato: “Risponderemo a violenze”

.

Il premier serbo Kostunica avvia consultazioni con la Russia per iniziative comuni

Un’auto dell’Onu data alle fiamme dai manifestanti

.

BELGRADO – S’infiamma il Kosovo a un mese esatto dalla dichiarazione d’indipendenza dalla Serbia. Dopo un crescendo di tensione, la situazione ha rischiato di precipitare questa mattina quando colpi di armi automatiche sono stati esplosi contro truppe Nato della Kfor a Kosovska Mitrovica, città etnicamente divisa nel nord dello stato balcanico. L’attacco è partito mentre i militari dell’Alleanza tentavano di sgomberare il tribunale della Nato occupato da una cinquantina di nazionalisti serbi. Feriti 18 agenti (13 polacchi e cinque ucraini) dell’Unmik, la missione Onu nel paese, e otto soldati della Kfor.

La Nato risponderà con fermezza alle violenze, ha detto il portavoce dell’Alleanza, James Appathurai, in linea con il mandato delle Nazioni Unite che le è stato assegnato. “La Nato condanna nella forma più dura la violenza che abbiamo visto oggi nel Kosovo”, ha aggiunto il portavoce.

Intanto il premier serbo Vojislav Kostunica ha avviato consultazioni con la Russia su iniziative comuni per fermare la violenza in Kosovo “contro i serbi”. Nella nota, diffusa dall’ufficio del primo ministro dimissionario, si “condanna l’uso della forza contro i serbi che si stanno opponendo all’introduzione di un falso Stato sul territorio della Serbia” e si accusa la Nato di perseguire “la politica della forza contro la Serbia”. Secondo Kostunica il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha la piena responsabilità di far osservare la Risoluzione 1244 che garantisce sicurezza ai serbi nel Kosovo e per questo deve prendere tutte le misure necessarie.


Durante il tentativo di liberare i locali dagli occupanti, i manifestanti hanno scatenato una fitta sassaiola, sparando petardi all’indirizzo delle forze dell’ordine multinazionali e dando alle fiamme alcune automobili. Otto militari francesi della Kfor sono rimasti colpiti in maniera non grave dal lancio di pietre e molotov, mentre i feriti tra i manifestanti sarebbero almeno una ventina.

Subito dopo gli scontri la polizia dell’Unmik ha ricevuto l’ordine di ritirarsi dalla città non essendo più in grado di controllare la situazione. “E’ stato dato l’ordine alla polizia Unmik di ritirarsi a causa delle rivolte in corso”, ha detto una fonte ufficiale.

Il ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic, in visita nel nord del Kosovo, ha dichiarato che perché si calmi la situazione a Kosovska Mitrovica devono essere “immediatamente rilasciati” i serbi kosovari arrestati stamani dall’Unmik, la polizia internazionale dell’Onu. Il politico ha aggiunto che “non è accettabile questo modo di reagire da parte dell’Unmik, soprattutto perché era stato concordato che non si facesse nulla prima del mio arrivo a Mitrovica”.

Sugli scontri è intervenuto con una nota anche il presidente della Serbia, Boris Tadic, invitando la polizia dell’Unmik e la Kfor in Kosovo ad astenersi dall’uso della forza contro i manifestanti serbi per non provocare un’escalation di violenza in tutto il Kosovo.
Ai serbi kosovari Tadic ha chiesto di non provocare le forze internazionali, invitando i leader serbo-kosovari a fare di tutto per calmare la situazione.

Un portavoce dell’Unmik, Djordji Kakuk, ha detto a una radio serbo-kosovara che tutte le persone arrestate stamattina saranno processate per direttissima e saranno rilasciate presto in quanto i reati loro ascritti sarebbero di minore entità. Il portavoce ha chiesto quindi ai serbi di desistere dalle manifestazioni per non esacerbare la tensione.

(17 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/esteri/kosovo-indipendenza-1/kosovo-indipendenza-1/kosovo-indipendenza-1.html

«Centinaia di morti in Tibet»

 

amnesty: indagine onu. le autorita’ cinesi: no a osservatori, bloccato youtube

.

Gli esuli: «Aiutateci. Napolitano: intervenga la Ue. Rice: la Cina apra al dialogo. La protesta sbarca a Pechino

.

DHARMASALA (INDIA)Sono centinaia le vittime della repressione cinese in Tibet. E’ il bilancio del parlamento tibetano in esilio che avverte: il genocidio dei tibetani non è più solo culturale ma reale. Quando mancavano poche ore dallo scadere dell’ultimatum di Pechino ai dimostranti (ultimatum scaduto alla mezzanotte di oggi, le 17 in Italia) decine di tibetani in esilio sono scesi in piazza a Delhi e in altre città indiane per chiedere un intervento della comunità internazionale. E mentre il presidente Giorgio Napolitano invoca un’iniziativa dell’Unione europea, il segretario di Stato Condoleezza Rice sollecita le autorità cinesi ad aprire un dialogo con il Dalai Lama: «Da parte cinese non è stata colta l’occasione di coinvolgere l’autorità morale del popolo tibetano, spero che trovino il modo per poter rimediare» ha dichiarato la Rice in volo per Mosca, precisando di voler affrontare la questione con l’omologo cinese Yang Jiechi.

CENSURAE mentre Amnesty International sollecita un’indagine indipendente dell’Onu, Pechino rifiuta categoricamente l’idea di osservatori internazionali in Tibet, ribadendo che i disordini nella regione autonoma «sono un affare completamente interno». Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Liu Jianchao, è tornato a difendere l’operato delle forze dell’ordine cinesi sostenendo che hanno risposto ai disordini «in modo civile: non è stato sparato un solo proiettile e non sono state usate armi letali». Del resto il bilancio delle vittime fatto da Pechino è di soli 13 morti. E se i filmati diffusi su Internet raccontano altro, ecco che la censura prova ad imbavagliare anche il Web: dopo la diffusione di video che mostra le sanguinose manifestazioni a Lhasa, l’accesso a Youtube è stato bloccato in Cina. Le uniche immagini ampiamente diffuse da due giorni dalla televisione cinese mostrano soltanto tibetani a Lhasa che danno l’assalto a negozi gestiti da cinesi e che danno fuoco alle auto della polizia. Il governo di Pechino ha fatto filtrare con molta parsimonia le notizie da Lhasa: vietato l’accesso ai giornalisti stranieri (tranne a quelli che erano riusciti a entrare con un permesso speciale prima dell’inizio delle manifestazioni, lunedì a Lhasa, per il 49/o anniversario della partenza forzata del Dalai Lama), espulsi dalla città i turisti; solo ieri la televisione di Stato ha diffuso qualche immagine dei disordini, mentre una voce fuori campo accusava «la cricca del Dalai Lama» di aver orchestrato le violenze. In ogni caso la tv non ha mostrato immagini della polizia. Nessuna scena degli scontri o delle reazioni di protesta all’estero era presente su siti web cinesi quali 56.com, youku.com e tudou.com.

A PECHINO Intanto la protesta è approdata anche a Pechino: per la prima volta dall’inizio dei disordini a Lhasa, un gruppo di dimostranti ha manifestato nella capitale cinese. Una cinquantina di persone si sono raccolte in silenzio e hanno acceso alcune candele davanti all’Università delle minoranze cinesi nel quartiere di Haidian, nella parte occidentale della capitale. La polizia, subito accorsa ha sbarrato le entrate dell’ateneo con un cordone di uomini, evitando l’accesso agli stranieri e controllando ogni studente cinese. Gli agenti hanno sgomberato i manifestanti.

A DELHI Nel centro di Delhi almeno un migliaio di esuli si sono riuniti davanti al monumento Jantar Mantar per esprimere solidarietà alle proteste in patria. Con una lettera consegnata alla sede locale dell’Onu e indirizzata al segretario generale Ban ki-Moon hanno chiesto di intervenire presso il governo di Pechino per fermare «l’inumana oppressione dei tibetani in Tibet». «Le massicce dimostrazioni iniziate il 10 marzo nella capitale Lhasa e nelle altre regioni del Tibet, che hanno provocato la morte di centinaia di tibetani, e il successivo uso della forza… richiedono di essere portati all’attenzione delle Nazioni Unite e della comunità internazionale», si legge nel comunicato diffuso in India dal Parlamento tibetano in esilio.

ALTRI SCONTRI Mentre Lhasa rimane sotto la stretta sorveglianza delle forze cinesi, nuove poteste si sono svolte nel Tibet orientale, riferisce il sito del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd) di Dharamsala, in India. Questo pomeriggio una settantina di monaci del monastero di Kagya ad Amdo Mangra hanno marciato sventolando la bandiera tibetana, al grido di «Indipendenza per il Tibet». Circa 500 cittadini si sono riuniti ai monaci e assieme si sono diretti verso verso la sede del governo della contea. Anche un abitante della prefettura di Aba, nella zona di Sichuan, ha riferito di nuove proteste in due scuole tibetane, dove centinaia di studenti in ciascun istituto hanno affrontato la polizia e l’esercito. Il testimone – che ha preferito restare anonimo – ha detto anche che 18 persone, tra cui monaci buddisti e studenti, sono stati uccisi quando i militari hanno aperto il fuoco ieri. In precedenza un poliziotto era stato bruciato vivo.

DOPO L’ULTIMATUM Ma il vero timore, scrive il Times, è per quello che accadrà quando scenderanno le tenebre: l’ultimatum potrebbe essere seguito da colpi alle porte, rastrellamenti, grida e arresti indiscriminati. «Molti tibetani hanno immagini del Dalai Lama nelle loro abitazioni. Immagino – riferisce il corrispondente – che verranno rapidamente nascoste in qualche angolo delle loro case».


17 marzo 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_marzo_17/tibet_morti_parlamento_esilio_c52c1888-f3ff-11dc-827d-0003ba99c667.shtml

The story

Live video showed scores of Chinese police searching door to door in a section of Lhasa Sunday as part of a crackdown following violent protests in the Tibetan capital that may have left as many as 100 dead.

Video Watch CCTV’s images of the violence »

Video provided live by CNN affiliate Hong Kong Cable showed armed police, dressed in riot gear, walking through Tai Yan Dao — near the Potala Palace where the Dalai Lama lived before going into exile 49 years ago.

There was no sign of violence between the police or residents. Read full article »

/asia

Il mistero degli 800 ebrei salvati da Eichmann

 I superstiti della Schindler list rivedono Cracovia

Una scena del film Schindler List di Steven Spielberg

 .

ROMA (16 marzo) – E’ il mistero degli 800 ebrei trovati dai militari dell’Armata Rossa nelle cantine di un ex ospedale ebraico nel centro di Berlino e risparmiati da Adolf Eichmann e da altri esponenti del regime nazista. Forse perché amici di importanti gerarchi del regime. Una vicenda poco chiara a oltre sessant’anni di distanza su cui torna il giornale britannico Sunday Times. Non solo infatti questo gruppo di ebrei sfuggì all’Olocausto, ma lo fece con la piena consapevolezza dei vertici nazisti.

Poco si sa di questi superstiti, perché i documenti che li riguardavano furono bruciati dalla Gestapo pochi giorni prima dell’arrivo dei sovietici. Tuttavia, il Sunday Times scrive che in molti casi si trattava di ebrei in maggioranza sposati con tedeschi non ebrei. Ma non tutti. E poi, come e perché furono scelti? E perché Eichmann rimandò la loro uccisione nelle camere a gas?

La storia è conosciuta solo grazie a Hilde Kahan, segretaria del direttore dell’ospedale che ebbe accesso ai documenti segreti dei sopravvissuti. Walter Lustig, il direttore, scappò dalla struttura e si persero le sue tracce, anche se pare che si stato trovato e ucciso dai russi. In passaggi del suo diario citati dal giornale, Kahan racconta che «in molti casi questi erano amici di importanti personalità del Terzo Reich». Per Aubrey Pomerance, responsabile degli archivi del Museo ebraico di Berlino, molte di queste persone riuscirono a restare in vita pagando gli alti gerarchi nazisti.

Pomerance spiega parlando col Sunday Times
che «mazzette pagate da ebrei che avevano contatti con i nazisti furono decisamente parte della storia dell’Ospedale ebraico. È una storia molto, molto strana, e nessuno la conosce pienamente». Quello che è certo è che la sopravvivenza di queste persone avvenne per decisione di Eichmann e di altri alti gradi del regime. L’architetto della «Soluzione Finale», cioè dello sterminio degli ebrei, nel processo in Israele, ricorda il Times, non fu mai interrogato sulla vicenda perché la mostruosità dei suoi crimini rendeva secondaria questa oscura storia della Seconda guerra mondiale.

Gli ebrei di Schindler list rivedono Cracovia. Intanto, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, si sono ritrovati oggi a Cracovia, in Polonia, 11 dei 60 sopravvissuti ebrei della Schindler list, gli operai della fabbrica dell’imprenditore nazista tedesco Oskar Schindler che salvò 1.200 di loro dalle camere a gas. A 87 anni, Ludwig Kutscher ha affrontato il lungo viaggio da Karmiel, nel nord di Israele dove vive, per tornare a Cracovia, la sua città natale. «Presto noi moriremo. Ho paura che la gente dimentichi. Adesso, il mio lavoro è raccontare. Dire quello che è successo», spiega in tedesco, la sua lingua madre. Insieme a altri dieci ebrei sopravvissuti grazie a Schindler – la cui storia è stata raccontata in un film da Steven Spielberg – Kutscher è venuto a Cracovia per commemorare la liquidazione finale del ghetto, il 13 marzo 1943.

Dopo aver occupato la Polonia, i nazisti chiusero gli ebrei delle grandi città nei ghetti. Progressivamente, portavano nei campi di sterminio quelli che sopravvivevano alla fame e alle malattie. Solo il 10% dei tre milioni e mezzo di ebrei polacchi sopravvisse. «Laggiù mi sono sposato», ricorda Kutscher, indicando un piccolo edificio. «Era il 9 novembre 1942, nel ghetto, e il nostro matrimonio è durato 60 anni». È stata sua moglie a salvarlo: lavorava per Schindler, i cui operai avevano il diritto di far venire con loro la famiglia. Secondo Skotnici, nel mondo restano 60 ebrei dei 1.200 salvati dall’industriale tedesco.

Oskar Schindler, tedesco
della Cecoslovacchia, membro del Partito nazista, che voleva arricchirsi in fretta con la guerra, fece di tutto per salvare gli ebrei che lavoravano per lui. Verso la fine del conflitto mondiale consumò la fortuna che aveva accumulato facendo affari con le forze armate di Hitler per dare da mangiare ai suoi dipendenti e per sottrarli alla morte corrompendo le SS. Nel 1944 spostò la fabbrica con i suoi operai ebrei a Brunnliltz, (oggi Brnenec, nella Repubblica ceca) dove dopo un anno furono liberati dalle forze alleate. Morto nell’anonimato in Germania nel 1974, a 66 anni, povero e alcolizzato, è stato sottratto all’oblio prima dallo scrittore australiano Thomas Keneally e poi, soprattutto, dal film del 1993 di Spielberg. «Non era forse l’uomo più corretto del mondo. Ma resta il fatto che lui fece quello che ben poche persone fecero: salvare un migliaio di vite», commenta Jan Dresner.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=20756&sez=HOME_NELMONDO

Elezioni Francia, batosta per Sarkozy: La sinistra vince anche i ballottaggi

I primi exit poll danno il Psf al 49,5% contro il 47,5% della destra
Affermazione socialista a Caen, Amiens, Reims, Perigueux, Lille e Pau

.

L’Ump cade a Tolosa e Strasburgo ma tiene a Marsiglia. A Parigi confermato Delanoe
Alto l’astensionismo. Al secondo turno è rimasto a casa il 35 per cento degli elettori

<B>Elezioni Francia, batosta per Sarkozy<br>La sinistra vince anche i ballottaggi</B>I socialisti francesi festeggiano i risultati delle elezioni

.

PARIGI – E’ un due a zero secco quello che la sinistra francese ha inflitto alla destra del presidente Sarkozy. Il Psf ha ottenuto il 49,5 per cento contro il 47,5 per cento dell’Ump, confermando così al ballottaggio delle elezioni amministrative la vittoria del primo turno e l’arretramento della maggioranza di centrodestra. Lo scrutinio di oggi, per il rinnovo dei consigli municipali e cantonali, era considerato una prova importante per la destra e per lo stesso Sarkozy.

A Strasburgo il socialista Roland Ries
è stato eletto con il 58 per cento sindaco, sconfiggendo l’uscente dell’Ump Fabienne Keller. E’ quanto scrive il sito web di Le Figaro. Per il primo canale della tv, Tf1, l’Ump ha perso il controllo anche di Tolosa. Secondo le proiezioni dell’istituto Tns-Sofre, il socialista Pierre Cohen ha ottenuto il 51% contro il 49% del rivale Jean Luc Moudenc.

Conferma ampia a Parigi per il sindaco uscente, il socialista Bertrand Delanoe, che già al primo turno aveva largamente battuto l’avversaria presentata dalla destra, Francoise de Panafieu. In attesa dei risultati finali, il vantaggio nell’insieme degli arrondissement parigini da parte dei candidati delle liste di Delanoe è talmente netto da poter considerare il sindaco certamente riconfermato.

Stando all’istituto Csa,
la gauche avrebbe strappato alla destra diverse città di oltre 30.000 abitanti, da Perigueux a Reims, da Amiens a Caen, da Metz a Saint-Etienne. Per il presidente francese c’è la consolazione di tenere Marsiglia, dove l’ha spuntata di misura il sindaco uscente Jean-Claude Gaudin.

Per quanto riguarda i big della politica d’Oltralpe il ministro dell’Educazione nazionale, Xavier Darcos, candidato sindaco a Perigueux, sarebbe battuto dal socialista Michel Moyrand, che otterrebbe il 50,4% contro il 49,6% di Darcos.

A Lille la socialista Martine Aubry è stata riconfermata sindaco al ballottaggio. E’ quanto sostiene il sito web di Le Figaro che assegna la vittoria all’inventrice delle 35 ore, figlia dell’ex presidente Cee Jacques Delors.

Amara sconfitta a Pau nei Pirenei per il leader centrista Francois Bayrou che secondo il sito web del conservatore Le Figaro è stato battuto per appena 450 voti dal candidato socialista.

Altro dato importante è l’astensione, molto alta al primo turno, con un elettore su tre che ha rinunciato al voto. In questa seconda tornata, secondo le prime proiezioni, il 35% degli elettori sarebbe rimasto a casa.

“Paghiamo il prezzo delle divisioni”, è stato il primo commento di Xavier Bertrand, ministro del Lavoro francese. Il voto di oggi non ha valore nazionale e quindi “non va strumentalizzato”, ma invia messaggi di cui il governo terrà conto, ha dichiarato il primo ministro francese. Francois Fillon ha preannunciato che il governo intende andare avanti sulla via delle riforme. Il governo, ha in particolare preannunciato Fillon, intende ora “accentuare la battaglia per l’occupazione e il potere d’acquisto” per far fronte “alla cattiva congiuntura internazionale”. Le sfide del momento inoltre, secondo il capo del governo richiedono di far fronte comune e di lavorare insieme “nell’interesse generale”.

Di tutt’altro tono, ovviamente, le dichiarazioni dei leader della gauche. Il segretario del Partito socialista francese, Francois Hollande, ha detto su Tf1 che “se la sinistra è maggioritaria” il presidente Nicolas Sarkozy dovrà “correggere la politica che sta conducendo”. Secondo Hollande, la sinistra sarebbe infatti “maggioritaria in voti, in numero di città e di dipartimenti” al secondo turno dell’elezione municipale.

La sua ex compagna, Ségolène Royal, ha parlato di “voto puntivo” per Sarkozy e ha affermato che il Psf dovrà essere all’altezza delle attese espresse dagli elettori “per trasformare questo voto di protesta in un voto per il futuro. Dobbiamo riparare ciò che il governo ha distrutto o danneggiato in questi mesi”, ha affermato l’ex candidata all’Eliseo che ha cominciato ad avanzare le prime richieste: “Chiedo che il governo rinunci alle misure fiscali ingiuste, che aumenti pensioni e salari, ripristini l’accesso alla sanità senza ticket”.

“Se la sonante vittoria di stasera sarà anche un segno premonitore della vittoria di Walter Veltroni in Italia – ha aggiunto l’ex ministro socialista, oggi deputato, Jack Lang -, allora i socialisti francesi sono oggi doppiamente contenti”.

(16 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/francia-amministrative/ballottaggio-francia/ballottaggio-francia.html