Archivio | marzo 18, 2008

Aiuto sono allergico al mondo

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di Agnese Codignola
(17 marzo 2008)
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Una sorta di follia dell’organismo che reagisce con violenza a chimici e inquinanti. E obbliga migliaia di persone in completo isolamento. Evitando ogni contatto con sostanze di sintesi, vernici, gas, saponi

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Invisibili. Doppiamente. Perché in Italia, per la medicina ufficiale non esistono, se non in qualche documento rimasto per lo più lettera morta. E perché la natura stessa della loro malattia li costringe a rinchiudersi un gusci adatti alla loro condizione, dove riescono a sopravvivere grazie a rimedi spesso artigianali, messi a punto dopo grandi sofferenze, evitando il contatto con chiunque e qualunque cosa possa inconsapevolmente scatenare una nuova crisi. Perché la loro patologia è, in fondo, un atto d’accusa al nostro mondo, totalmente permeato e plasmato dalla chimica. E, non di rado, la medicina, impotente, lo liquida. Così loro appaiono al mondo come psicopatici, ghettizzati, derisi fino a che non rischiano la pelle, e anche allora semplicemente ignorati.

Questo e molto altro sono
i malati di Sensibilità chimica multipla o Mcs, una sorta d’impazzimento dell’organismo per il quale
, a un certo punto, la sopravvivenza stessa diventa del tutto incompatibile con una quantità enorme di derivati chimici: profumi, deodoranti, creme, detersivi, solventi, insetticidi e pesticidi, vernici, fumi delle automobili e del riscaldamento, inchiostri, alimenti, additivi e conservanti, farmaci, inquinanti fisici come i campi magnetici ed elettrici. La vita di queste persone, di solito normalissima fino a 30-40 anni, viene del tutto sconvolta dalla malattia: non possono più lavorare, frequentare alcun luogo, ospedali compresi, dove siano presenti sostanze chimiche, incontrare altre persone se non dopo lunghe e complicate procedure di ripulitura dallo strato di composti che tutti portiamo addosso. E neppure restare in casa, se non dopo una radicale disinfestazione da tutto quello che può costituire una fonte di pericolo: colle, rivestimenti, prodotti per l’edilizia, per i mobili, per la tinteggiatura, per la casa in genere, tessuti, aria non filtrata e molto altro.

Di questi malati fantasma si è occupata la scrittrice Caterina Serra, che per due anni ha girato l’Italia incontrandone decine e andando a vedere in che condizioni vivono, quante tragedie quotidiane affrontano. Ne ha tratto poi un libro, appena uscito per Einaudi: ‘Tilt’, dall’acronimo dato alla fase iniziale dell’Mcs, Toxicant induced loss of tolerance. Spiega Serra: “Molto spesso i malati vengono descritti come nevrotici, ma le persone che ho visto io non lo sono affatto. Al contrario, sono uomini e donne che fino a prima della malattia erano del tutto normali, e che a un certo punto si sono ritrovati catapultati in una vita fatta solo di privazioni, nella quale ogni giorno, se non si adottano tutte le cautele possibili, può essere l’ultimo. Nessuno di loro può più vivere come prima, quasi sempre devono smettere di fare qualunque cosa che non sia tentare di sopravvivere, in alcuni casi si ritrovano soli, senza neppure il conforto di un medico che li aiuti”. A occuparsi di loro e diffondere informazioni, in Italia, è l’associazione Amica (tel. 06 6629262, www.infoamica.it).

Ma quanti sono gli italiani in Tilt? In Italia si stima che coloro che hanno un’intolleranza verso agenti chimici multipli non riconosciuta sarebbero 50 mila. Negli Stati Uniti, dove l’Mcs è studiata da una quarantina d’anni, e dove le ricerche hanno avuto una grande accelerazione dopo il rientro dei primi reduci della Guerra del Golfo, tra i quali la malattia è molto diffusa (le percentuali emerse negli studi variano dal 5 all’80 per cento dei reduci valutati), le stime ufficiali parlano di un numero attorno all’1,5 per cento della popolazione, pari a milioni di persone, con una tendenza all’aumento. L’incertezza delle cifre nasce dalla scarsa conoscenza della patologia, che ostacola le diagnosi, e dal fatto che essa si può presentare in modi e con intensità diverse. Eppure l’Oms l’ha riconosciuta, indicando alcuni elementi identificativi emersi in una Consensus Conference del 1999 frutto del lavoro, durato oltre dieci anni, di una novantina di esperti.

La malattia, definisce l’Oms, è cronica,
con sintomi che ricorrono in maniera riproducibile, in risposta a bassi livelli d’esposizione a prodotti chimici multipli e non connessi tra di loro. Che migliorano o scompaiono quando gli elementi scatenanti sono rimossi. Per confermare la diagnosi poi, anche se non esiste un test specifico, si possono fare molti esami che, presi nel loro insieme, aiutano ad avere una risposta certa. Spiega Celidonio Cipolla, internista dell’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, tra i primi in Italia ad aprire un ambulatorio per la diagnosi di Msc, e oggi passato ad altro incarico: “Non esiste un test unico, però si possono fare molte valutazioni funzionali e biochimiche, perché l’Mcs è una malattia multi-organo con una sintomatologia definita. Oltre all’esame dei sintomi, quindi, in genere si compiono analisi tossicologiche, immunologiche, di funzionalità cerebrale, respiratoria, intestinale, cardiaca e così via, a seconda della situazione, cercando nel contempo di individuare l’evento scatenante e le sostanze che pongono il malato più a rischio, e di conoscere tutta la storia della persona, che può dire molto su come si è arrivati al cortocircuito”.

Essere a conoscenza degli eventi che possono aver determinato l’intossicazione è dunque utile per impostare strategie efficaci a contenere la malattia, anche se finora questo non ha aiutato più di tanto a capire perché, a un certo punto, si vada in Tilt. Quello che gli esperti sanno è che molti pazienti hanno un’eccessiva permeabilità cellulare in organi e tessuti cruciali come il cervello, i polmoni e l’intestino, e che alcuni hanno alterazioni genetiche negli enzimi deputati alla disintossicazione: proprio per questo, in un certo senso, è come se i malati mangiassero gli inquinanti con cui entrano in contatto attraverso la pelle, le mucose nasali, l’intestino, i polmoni e perfino il cervello. E questo, unito a una diminuzione della capacità di disintossicazione, origina situazioni gravissime, con conseguenze quali l’infarto, le crisi epilettiche, l’edema cerebrale, gli scompensi renali, le crisi respiratorie, le reazioni simil-anafilattiche e molto altro. Il tutto senza che si possa intervenire neppure in urgenza, perché i malati, oltre a non tollerate molti farmaci, non possono mettere piede in un ospedale (e neppure in un’ambulanza) a meno che non vi siano camere dedicate e prive di qualunque sostanza chimica, compresi farmaci, anestetici, strumenti chirurgici, disinfettanti.

Il paradosso è che, nella maggioranza dei casi, questo calvario potrebbe essere del tutto evitato, se si cogliessero in tempo le prime avvisaglie. Spiega Roberto Lucchini, medico degli Spedali civili di Brescia, anch’egli tra i primi a interessarsi all’Mcs e anch’egli poi tornato alla medicina del lavoro: “In genere nella storia dei malati c’è sempre un momento in cui, inconsapevolmente, c’è stata un’esposizione acuta a qualcuna delle sostanze incriminate, oppure nel quale l’accumulo di tossici ha condotto l’organismo a un punto di non ritorno. Prima di arrivare alla vera e propria sindrome, il malato manifesta segni di intolleranza, anche se non così spiccati: se si capisse subito qual è il rischio, si potrebbe intervenire efficacemente per riportare la tolleranza a un livello ottimale, allontanare i fattori scatenanti e scongiurare la malattia. Al contrario, di solito a quel punto inizia un percorso che porta la persona a consultare specialisti di vario genere, dall’allergologo all’endocrinologo, dall’internista allo psichiatra ai vari specialisti d’organo, nessuno dei quali capisce che cosa stia succedendo. Nel frattempo, però, la malattia avanza e le soglie di tolleranza si abbassano, fino a quando la situazione precipita di colpo”.

La prevenzione, che pure sarebbe assolutamente efficace, sembra dunque essere nei fatti ancora un miraggio, soprattutto perché la stragrande maggioranza dei medici non ha conoscenze adeguate per identificare la malattia nelle sue fasi iniziali. Ma anche sul versante delle cure c’è poco da essere ottimisti. Non essendo chiarito il meccanismo biologico e molecolare della sindrome, non esistono cure vere e proprie, e anche alcuni dei farmaci tradizionali come i cortisonici, che potrebbero aiutare qualche malato, sono inaccessibili a coloro che non tollerano medicine ed eccipienti: cioè a quasi tutti questi pazienti. Questo, comunque, non significa che non si possa fare nulla (vedi box a sinistra). Spiega Cipolla: “Siccome la Msc è essenzialmente un’intossicazione, la prima cosa da fare è cercare di diminuire il carico tossico. Con miscele di antiossidanti come vitamine e glutatione, con diete speciali, ma anche con soggiorni in ambienti purificati, che sono una sorta di beauty farm ultraspecializzate e molto costose. È molto importante fare la massima attenzione alle speculazioni, perché a volte questi centri praticano protocolli non convalidati e a prezzi assurdi”.

Qualcosa dunque si può fare.
Qualcosa che però spesso è molto costoso. In altri paesi è la comunità a farsi carico di interventi chirurgici, cure disintossicanti, ristrutturazioni di case; a riconoscere l’invalidità civili a persone che non possono più lavorare e, come in Danimarca, finanziare centri di riferimento nazionali per la ricerca e l’assistenza. In Italia tutto è lasciato alla volontà di alcuni amministratori e medici: non c’è una legislazione che tuteli esplicitamente i diritti di questi malati, e allora ogni spazio di sopravvivenza dipende dalla volontà di chi può cercare di fare qualcosa per aiutarli.

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Non si cura ma ci si può difendere

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Le terapie, che anche se non curano, possono salvare la vita e fermare la progressione della Msc, si incentrano su due strategie: l’allontanamento da ogni possibile fonte di inquinanti e la disintossicazione, che consente all’organismo di alleviare il carico tossico che scatena le reazioni di intolleranza. Ecco alcune delle indicazioni più condivise.
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Evitare l’intossicazione

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A casa: l’appartamento deve avere riscaldamento e apparecchiature elettriche, pavimenti non tossici come quelli in legno massello non trattato o mattonelle, muri coperti da calce non trattata; meglio se circondato da un giardino o da uno spazio di terra che possa attutire l’inquinamento (gas di scarico, pesticidi, impianti industriali o commerciali). Nelle stanze ci devono essere finestre facili da aprire e ventilatori. I letti devono avere materassi o futon che non contengano sostanze antifiamma e antiparassitari. Poiché il cotone è spesso coltivato con notevoli quantitativi di antiparassitari, è d’obbligo l’uso di materassi, biancheria (ma anche vestiti) di cotone biologico. Tutti i prodotti per la casa e i detersivi non devono contenere saponi, ma essere a base di sale, bicarbonato e sostanze naturali. Stesse caratteristiche deve avere l’ambiente di lavoro, da cui è bene far scomparire stampanti, fotocopiatrici, inchiostri, a volte telefoni e computer, rivestimenti, moquette e tappeti, impianti di condizionamento che non permettonoil ricambio dell’aria.

Disintossicarsi. Un uso attento di antiossidanti quali il glutatione e alcune vitamine riduce la severità delle crisi. Ma la disintossicazione si può favorire anche con un aumento della sudorazione che si può ottenere con le saune, anche se in estate è preferibile ricercarlo con camminate all’aria aperta. Per coloro che hanno danni cerebrali, può essere utile una terapia basata sull’ossigeno in camera iperbarica. Infine, sono raccomandate le passeggiate o una leggera attività sportiva fino a 40 minuti al giorno, in un luogo privo di sostanze irritanti o inquinanti.

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Integrazione alimentare

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Gli esami del sangue dei malati evidenziano quasi sempre carenze di vitamine, sali minerali, aminoacidi e altre sostanze fondamentali, dovute anche al fatto che via via che la malattia progredisce si manifestano molte intolleranze alimentari, che limitano sempre più la dieta normale.

Per questo è spesso necessario, e comunque utile, correggere le carenze. Si procede introducendo una vitamina, un aminoacido o un sale minerale alla volta, per evitare di somministrare un elemento tossico, e nel tempo si definisce un’integrazione dietetica personalizzata. Di solito, comunque, i malati riescono a nutrirsi solo di cibi biologici, per evitare di introdurre e accumulare insetticidi, erbicidi e altre sostanze chimiche pericolose

Crisi umanitarie dimenticate

rapporto di medici senza frontiere che ha monitorato i tg italiani

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Nessuna notizia sulla Repubblica centrafricana. Fuori classifica il Darfur: ma se ne parla per iniziative vip

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MILANO – La più dimenticata è la Repubblica Centrafricana: nemmeno una notizia sui tg nell’ultimo anno. Eppure gli scontri tra forze governative e ribelli hanno provocato nel nord del Paese ondate di profughi stremati da fame e malattie. Poco meno buio sulla vicina Repubblica democratica del Congo: mentre il conflitto continua a infuriare nell’est del paese, alle migliaia di sfollati che lottano con il colera sono stati dedicati cinque servizi in 12 mesi: una media di uno ogni 73 giorni. A stilare la la top ten delle crisi umanitarie che fanno meno notizia ci ha pensato Medici senza frontiere. L’associazione Nobel per la pace nel 1999 attiva in oltre 60 Paesi per soccorrere le popolazioni vittime di guerra, malattie e catastrofi ha monitorato anche quest’anno le realtà più ignorate dai telegiornali. Nel suo quarto rapporto sulle Crisi Dimenticate, la triste pole position spetta alla Somalia, con i suoi sfollati in fuga dalla guerra: in questo Paese, che vive una delle crisi umanitarie più gravi e impegnative a livello mondiale, i tassi di violenza sono stati tra i peggiori degli ultimi 15 anni, eppure gli aiuti umanitari e l’attenzione dei media sono calati. Nell’ombra anche un altro Stato al collasso, lo Zimbabwe, dove disoccupazione dilagante, inflazione alle stelle, carenza di cibo e instabilità politica hanno messo in fuga un abitante su 4. In classifica sono finite piaghe ancora insanate come tubercolosi e malnutrizione infantile. E se grazie alle iniziative di sensibilizzazione il Darfur esce dalla top ten, vi permangono invece Sri Lanka, Colombia, ex Birmania, e Cecenia.

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INTERESSE IN CALO Ma al di là dei dati sui singoli Paesi, stupisce il complessivo calo dell’interesse mediatico per queste tematiche: nei telegiornali Rai e Mediaset le notizie sulle crisi umanitarie nel corso del 2007 passano dal 10% del totale delle notizie (dato 2006) all’8% (6426 notizie su un totale di 83.200). «Non raccontare la sofferenza di milioni di profughi, di bambini che muoiono di fame, di feriti e mutilati, di donne violentate equivale a dire che tutte queste persone e le loro sofferenze non esistono – racconta amaro Kostas Moschochoritis, direttore di Msf Italia -. La nostra speranza è che i media italiani accettino di raccontare le crisi umanitarie, nella consapevolezza che raccontarle sia il primo passo per afffrontarle e risolverle».

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CRISI ALLA RIBALTA Come negli anni scorsi anche questo rapporto mette in luce la tendenza dei nostri media a parlare di contesti di crisi solo quando sono riconducibili a eventi o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, di cui si parla soprattutto in concomitanza di vertici politici con presente il governo italiano o dell’omicidio di Ilaria Alpi. Oppure la guerra in Sri Lanka che conquista spazio esclusivamente in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano. E ancora la Colombia che entra nell’agenda dei notiziari soprattutto per il sequestro della Betancourt. In questo Paese il conflitto tra governo, gruppi guerriglieri come Farc ed Eln e gruppi paramilitari ha provocato la fuga di oltre 3 milioni di persone, portando la Colombia al terzo posto tra i paesi con il più alto numero di sfollati dopo Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Alla tubercolosi, che ogni anno provoca due milioni di vittime, e a cui nel 2006 erano state dedicate solo tre notizie, nel 2007 i TG hanno dedicato 26 notizie, di cui tuttavia ben 15 sulla vicenda di un americano affetto da una forma di tubercolosi resistente ai farmaci che viaggiava in aereo tra Stati Uniti ed Europa. Il Darfur, dove il conflitto tra il governo del Sudan e i diversi gruppi di opposizione armata ha provocato lo sfollamento di oltre due milioni di persone dal 2004, ha visto una copertura mediatica maggiore rispetto al 2006. Le notizie, tuttavia, erano soprattutto relative a iniziative di raccolta fondi e di brevi visite di personaggi celebri del mondo dello spettacolo. Alla malnutrizione, che ogni anno uccide 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, sono state dedicate solo 18 notizie, la maggior parte delle quali in relazione a generici appelli del Papa conto la fame nel mondo. All’Aids, che uccide due milioni di persone ogni anno, 54 notizie. Alla malaria, che ne causa una ogni 3 secondi, solamente 3.

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Alessandra Muglia
18 marzo 2008

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_marzo_18/crisi_dimenticate_medici_senza_frontiere_7fa3b022-f4dc-11dc-b66e-0003ba99c667.shtml

TIBET – Le foto del massacro tibetano

Una serie di immagini che testimoniano la violenza del regime cinese contro i manifestanti che, in questi ultimi giorni, hanno chiesto a Pechino più libertà.

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Roma (AsiaNews) – Negata da Pechino, la violenta repressione dei manifestanti e dei monaci tibetani viene illustrata da una serie di foto particolarmente violente, inviate dalla dissidenza tibetana in occidente. Si tratta di immagini particolarmente crude, inviate dal monastero di Kirti al Free Tibet Campaign.
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Le foto sono state scattate il 16 marzo scorso nella provincia tibetana autonoma di Amdo, che attualmente fa parte della provincia settentrionale cinese del Sichuan. Secondo il Free Tibet Campaign, il massacro è iniziato dopo che i religiosi del monastero di Kirti hanno inneggiato al “Tibet libero” ed al Dalai Lama. Ai monaci si sono aggiunte 400 religiose buddiste e gli studenti della scuola media tibetana locale.
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La polizia cinese, che controllava a vista il monastero sin dall’inizio delle proteste (il 10 marzo scorso), ha aperto il fuoco contro la folla. Secondo i dati del governo tibetano in esilio, circa 20mila tibetani del Sichuan hanno protestato in segno di solidarietà con i monaci tibetani. Delle 20 vittime accertate della repressione, 9 sono state identificate: fra questi, ragazzi di 15 e 17 anni.
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Riportiamo di seguito le foto delle vittime (clicca sul numero per vederle).
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E i cinesi dicono: non è successo nulla

Wen Jiabao, primo ministro cinese

Il Governo in esilio: “Altri 19 morti”

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PRONTO A LASCIARE

 Il Dalai Lama, leader spirituale dei tibetani, è pronto a lasciare il suo ruolo di guida se le violenze in Tibet andranno fuori controllo.

L’indipendenza del Tibet è “fuori questione”: lo ha puntualizzato il Dalai Lama, replicando alle accuse mossegli al riguardo dalla Cina, nel corso di una conferenza stampa a Dharamsala, cittadina nello Stato settentrionale indiano dell’Hichamal Pradesh dove vive in esilo dal 1959. Il leader spirituale dei buddhisti tibetani si è offerto di dimettersi qualora precipitasse la situazione nella sua terra, dove ha invitato tibetani e cinesi a continuare a convivere pacificamente “fianco a fianco”.

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DALAI LAMA: NON POSSO INTERVENIRE SU CIO’ CHE SUCCEDE

Il Dalai Lama afferma di non poter intervenire in alcun modo sulle violenze che hanno scosso il Tibet e ha minacciato di dimettersi dalla carica di leader politico e capo di Stato, ma dal ruolo spirituale di Dalai Lama (ha poi precisato), se la situazione peggiorerà. Il premio Nobel per la Pace ha anche chiesto a tibetani e cinesi a vivere “fianco a fianco” e ha detto che la questione dell’indipendenza del Tibet “non è all’ordine del giorno”. Il Dalai Lama ha parlato oggi ai giornalisti da Dharmsala, nel nord dell’India.

“Non commettete violenze, non è giusto. La violenza è contraria alla natura umana, è quasi un suicidio. Anche se un migliaio di tibetani sacrificassero la loro vita, non cambierebbe nulla”, ha detto. “Se le passioni delle due parti si placheranno, potremo lavorare”, ha aggiunto.

Il Dalai Lama ha rinunciato a rivendicare l’indipendenza del Tibet e ha adottato l’approccio della “via di mezzo”, che consiste nel reclamare una semplice autonomia culturale per il suo paese natale.

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DALAI LAMA: STOP ALLA MARCIA DALL’INDIA, A COSA SERVE?

Il Dalai Lama ha chiesto ai tibetani in esilio impegnati in un una marcia dall’India verso il Tibet di sospendere la loro manifestazione. “Otterrete l’indipendenza? A cosa serve?”, ha detto. La marcia è partita da Darmanshala, nel nord dell’India, lunedì 10 marzo in occasione dell’anniversario della rivolta tibetana del 1959 contro l’occupazione cinese. Giunti a Javalamukti, nel distretto di Kangra, un centinaio di manifestanti sono stati arrestati e dovranno scontare due settimane in carcere per aver “minacciato la tranquillità e la pace della regione”.

Se avessero firmato un foglio in cui rinunciavano a qualsiasi attività politica, anche in futuro, sarebbero stati rilasciati subito. Lo scopo dei ‘marciatori’ è quello di raggiungere il Tibet in agosto, quando inizieranno le attese Olimpiadi di Pechino a cui la Cina tiene in modo particolare per rilanciare all’esterno la sua immagine di paese moderno. Ma il Dalai Lama, somma guida spirituale dei tibetani, ha espresso la massima disapprovazione per le manifestazioni, soprattutto quelle violente verificatesi a Lhasa, in Tibet, chiedendo ai tibetani un passo indietro perché se le violenze degenereranno si dimetterà dal suo ruolo di capo di Stato. Ha poi invitato tutti riaprire il dialogo e a vivere “fianco a fianco”.

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PREMIER CINESE ACCUSA IL DALAI LAMA

Il primo ministro cinese Wen Jiabao ha dichiarato oggi che le violenze che agitano il Tibet da quattro giorni hanno causato pesanti perdite umane ed economiche e punta il dito sulla responsabilità dei sostenitori del Dalai Lama.

La protesta dei tibetani, la più dura contro il potere di Pechino da circa due decenni, è stata duramente repressa dalla polizia cinese che ha fornito un bilancio di 16 morti e di decine di feriti. Il governo tibetano in esilio parla invece di oltre 80 morti.

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Wen Jiabao ha detto in occasione di una conferenza stampa che le autorità cinesi hanno agito con la più grande moderazione di fronte ai manifestanti, desiderose di rassicurare la comunità internazionale a soltanto cinque mesi dai Giochi Olimpici di Pechino sui quali pendono minacce di boicottaggio.

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A questo propostito, il primo ministro cinese ha accusato i tibetani di vole sabotare gli sforzi di Pechino nell’organizzare l’evento sportivo planetario.

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TIBETANI VOGLIONO MINARE I GIOCHI

Il premier cinese Wen Jiabao ritiene che i manifestanti tibetani vogliamo minare i Giochi Olimpici.
Intervenendo davanti al Parlamento, Wen ha dichiarato che le proteste vanno contro il desiderio del popolo cinese di tenere Giochi Olimpici di successo il prossimo mese di agosto.

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“I Giochi di Pechino saranno un importante raduno per le persone di tutto il mondo – ha detto Wen – dobbiamo rispettare i principi olimpici e la carta olimpica e non politicizzare i Giochi”. Wen ha quindi definito le Olimpiadi “un sogno condiviso da persone di diverse generazioni in questo Paese”.

Ieri, i ministri per lo Sport dell’Unione Europea e gli Stati Uniti si sono detti contrari al boicottaggio dei Giochi, invocato da più parti di fronte alla repressione cinese delle proteste dei tibetani. La Cina ha investito 40 miliardi di dollari (25,4 miliardi di euro) per costruire le infrastrutture dei Giochi che si terranno dall’8 al 24 agosto.
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I GIORNALISTI POTRANNO ENTRARE NEL PAESE
Il primo ministro cinese Wen Jiabao ha detto oggi che i giornalisti stranieri potranno recarsi in Tibet “per costatare la situazione” dopo le proteste, ma non ha specificato quando.
“Studieremo la possibilità per i media stranieri di recarsi sul posto per costatare la situazione” ha detto il premier senza dare altre precisazioni.
Il Tibet è talvolta accessibile ai giornalisti stranieri con un permesso speciale. Dall’inizio delle manifestazioni, una settimana fa, c’è il divieto di accesso nel paese.
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IN DIFESA DELLA 194 – Legge dell’uomo e legge di Dio

di Davide Ferrari

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Le problematiche legate all’aborto e quindi alla definizione dell’essere umano sono arrivate al centro del dibattito politico. A prescindere dal come e dal chi, stiamo assistendo ad una vera e propria controffensiva sui temi morali portata avanti con argomentazioni chiaramente ideologiche: la richiesta di una ‘moratoria’ sull’aborto ne è un esempio lampante. Si richiede che venga accettata come universalmente vera una visone religiosa dell’essere umano. In questo articolo voglio direttamente esaminare quella che è la dottrina della Chiesa su queste questioni. Vorrei mostrare cosa dovremmo accettare in uno stato laico se prendessimo per buone le indicazioni della dottrina cattolica a proposito e mostrare quali siano le concezioni di essere umano collegate

I presupposti. Per la Chiesa l’essere umano non è ciò che viene definito essere umano, come un’automobile è ciò che viene definito automobile (ha quattro ruote, un motore, sedili, etc..) ma esiste una verità intrinseca alla natura. Questo è un passaggio fondamentale, sottolineato dalla seguente affermazione: “La trasmissione della vita umana è affidata dalla natura ad un atto personale e cosciente e, come tale, soggetto alle santissime leggi di Dio: leggi immutabili ed inviolabili che vanno riconosciute ed osservate. E’ per questo che non si possono usare mezzi e seguire metodi che possono essere leciti nella trasmissione della vita delle piante e degli animali” (Giovanni XXIII, Encicl. Mater et Magistra). L’essere umano è costituito da una parte corporea ed una parte spirituale, a differenza di qualsiasi altro animale. Il problema è che da nessuna parte dei testi sacri viene detto quando e come la parte spirituale viene  far parte dell’uomo. Uno dei padri della Chiesa, San Tommaso, per esempio credeva che nei primi mesi della gestazione la parte corporea non fosse abbastanza sviluppata per sostenere l’anima (parte spirituale). Ancora oggi le “leggi immutabili ed inviolabili” di Dio nessun cattolico, neppure il Papa, le conosce, si è dovuti così ripiegare su di un’argomentazione che può apparire “laica”. L’essere umano inizia quando la parte maschile e la parte femminile (ovulo e spermatozoo) si fondono dando vita ad un individuo nuovo e del tutto originale, unico ed irripetibile (se escludiamo la clonazione). In realtà questa granitica certezza nasconde una situazione di dubbio data dal fatto che non si conosce “l’agire” di Dio a proposito. Afferma Ignazio Sanna, teologo prorettore dell’Università Lateranense: “In realtà, agire nel dubbio circa il fatto che nel frutto del concepimento ci sia o non ci sia una persona umana, significa esporsi al rischio di sopprimere un essere umano, il che si configura in se stesso come disordine morale”. L’essere umano come genotipo di uomo. Ora discutiamo della concezione secondo la quale l’ovulo fecondato è fin da subito essere umano. Si considera che la vita di una sola cellula sia già la vita umana, già l’individuo, già essere umano. L’essere umano è dunque concepito inizialmente come una “cosa”: una cellula non ha nessuna coscienza di essere cellula ma è destinata a formare un organismo umano. Come fa un “oggetto” a divenire “soggetto”, cioè Uomo? mistero della fede. L’essere umano è dunque il proprio corpo? L’affermazione è ancora più radicale: l’essere umano è il progetto dell’organismo umano. In biologia esistono due termini per definire gli organismi: genotipo e fenotipo.Il genotipo è l’insieme delle informazioni genetiche che sono prorpie di un individuo, il enotipo è l’espressione completa delle informazioni che si concretizza nello sviluppo dell’organismo. L’essere umano, per la Chiesa, si può definire come il genotipo di un uomo. La socializzazione, la cultura, la famiglia, le esperienze non sono necessarie per definire un  uomo. Se volessimo usare una metafora, l’uomo si potrebbe immaginare come un bicchiere di vino. Il corpo dell’uomo, il suo organismo, garantisce il bicchiede id vetro, permette che il liquido venga raccolto. Il vino è il sentire dell’uomo. la parte razionale, la parte irrazionale, la psiche, la cultura, le emozioni, le esperienze, la coscienza. Il vino non può essere versato se non c’è un bicchiere e ogni bicchiere può ospitare qualsiasi tipo di vino, buono o scadente che sia. La Chiesa è come se dicesse che il disegno su carta di un bicchiere i vetro ha lo stesso statuto di esistenza di un bicchiere di vino pieno. Si arriva così all’assurdità  di affermare che una cellula fecondata è già Uomo.

Atto e potenza. Altra argomentazione molto usata (da Ferrara, per esempio) è quella dell’atto e della potenza. Questa argomentazione è una derivazione di concetti aristotelici. Per fare un esempio: un girino (atto, momento presente) è già una rana perché rana in potenza (può diventare solo una rana e nient’altro). Allo stesso modo la cellula uovo fecondata essendo uomo in potenza è già uomo poiché può divenire solo uomo, il suo divenire è univoco. Anche questa concezione parte dal presupposto che tramite il linguaggio si possa pervenire a scoprire una realtà intrinseca alle cose: esiste realmente una “ranità, così come una “umanità”: I concetti hanno una corrispondenza reale con le cose, non sono solo strumenti o “etichette”. Attraverso il linguaggio si arriva a definire una realtà che è contenuta nelle cose, è questa una concezione filosofica superata da secoli. Per comprendere la questione intuitivamente basterebbe pensare all’esperienza concreta: le cose dimostrano sempre un grande disinteresse nei confronti di quello che pensiamo. Ammettiamo però che questo sia vero, facciamo come se “atto” e “potenza” siano realmente categorie della realtà (la fisica quantistica in questo caso non starebbe in piedi). Qualsiasi uomo adulto è allora anche un morto in potenza, il suo divenire è univoco, non potrà mai infatti vivere per sempre. Essendo l’uomo morto in potenza, è come se fosse già morto, poiché la potenza implica l’atto. Quindi si arriverebbe alla conclusione che se qualcuno uccidesse un altro uomo non cambierebbe in nulla la sua essenza di “morto che cammina”. Uno dei paradossi della riduzione della potenza all’atto.

La legge 194. Quindi qual’è il criterio? Il criterio adottato dalla 194 appare corretto: esiste un limite temporale (tre mesi) oltre al quale non è possibile eseguire un aborto. Non viene detto quando un embrione possa venire considerato uomo, semplicemente si assume che un feto non sviluppato non lo sia. Non ci può essere coscienza se le cellule cerebrali non hanno appieno dispiegato le loro potenzialità, il contenitore non può ancora raccogliere il vino. Non esiste ancora nessun soggetto che sia in grado di emergere dal mondo “delle cose”, quindi nessum uomo. Un uomo virtuale non è da considerare uomo.

Se accettassimo un principio religioso come legge dello stato, imposteremmo le fondamenta della convivenza civile su un argomento di fede. Non saremmo più in una “repubblica democratica” ma in una teocrazia. Oggi nessuno sognerebbe di cancellare la 194, nemmeno la destra, ma qualcuno potrebbe provare a dire che la legge ha bisogno “di un tagliando”, che va “migliorata”, o cose di questo genere. Di fronte a questi tentativi bisogna tenere alta l’attenzione per evitare l’erosione graduale della laicità dello stato.

Per quanto riguarda la visione religiosa, poi, non si riesce ad essere d’accordo di fronte ad affermazioni come questa: <Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Maschio e femmina li creò” (Gen. 1, 27) affidando loro il compito di “dominare la terra” (Gen. 1, 29ì8). La ricerca scientifica di base e quella applicata costituiscono un’espressione significativa di questa signoria dell’uomo sul creato>  (in “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione”, a firma di Joseph Card. Ratzinger). Vediamo oggi negli effetti disastrosi della dominazione dell’uomo sul globo la conseguenza di questo tipo di pensiero. La grandezza dell’Uomo sta nel farsi piccolo di fronte alle cose e non nell’immaginarsi grande.

fonte: LaFabbrica, marzo 2008

visita anche il sito: LaFabbrica [ Periodico informativo di carattere culturale ]

Caso Sandri, Manganelli: ”Gabriele non apparteneva a estremismo eversivo”

Far emergere la verità è l’unico modo per onorare la memoria di Gabriele, ucciso in modo assurdo ed ingiustificato da un appartenente a un corpo di polizia. Nulla può giustificare una violenza così estrema come togliere la vita ad un uomo, quali che siano le sue colpe. Vere o presunte che siano.

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Nella foto Infophoto Gabriele Sandri

 Gabriele Sandri

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”Il nostro dovere è preservare la sua memoria da attacchi indebiti”

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Il capo della Polizia all’Adnkronos, in seguito a quanto sarebbe emerso nelle indagini legate alla morte del giovane dj: ”Il mondo delle tifoserie è un mondo di passioni, colori e voglia di stare insieme ed è a quel mondo che lui apparteneva”. Il fratello della vittima: ”Non risulta da nessun atto”


Roma, 17 mar.- (Adnkronos) – ”
Io ho grande rispetto per il mondo delle tifoserie. E’ un mondo di passioni, di colori, di voglia di stare insieme. Gabriele (nella foto) apparteneva a questo mondo, non all’estremismo eversivo. Questo è il mondo che Gabriele frequentava ed è ben noto che qui si annidino anche gruppuscoli di violenti e di facinorosi, a volte ideologicamente caratterizzati”. Così, all’ADNKRONOS, il capo della Polizia Antonio Manganelli, in seguito a quanto sarebbe emerso nelle indagini legate alla morte del giovane dj, il tifoso laziale ucciso l’11 novembre scorso nell’area di servizio Badia al Pino Est dell’A1.

Tesi, quest’ultima, contestata con forza dal fratello, Cristiano Sandri: ”Gabriele era estraneo a qualunque tipo di estremismo”, ha detto Cristiano all’Adnkronos. ”Non risulta da nessun atto che fosse vicino a qualsiasi ambito estremistico”, ha spiegato il fratello di ‘Gabbo’ contestando con forza il provvedimento del gip di Roma nel quale il nome di Gabriele viene accostato a quello dell’estremismo politico e calcistico.

Cristiano Sandri ha parlato di un fatto di ”una gravità estrema”, perché, ha spiegato, ”in questo provvedimento di qualche giorno fa, che ha coinvolto alcune persone sia per alcuni fatti avvenuti dopo l’uccisione di ‘Gabbo’ sia per altri fatti, si è fatto indebitamente il nome di mio fratello, accostandolo ad estremismi”. Si tratta, ha aggiunto, di ”cose che non stanno né in cielo né in terra, perché Gabriele, come abbiamo avuto modo di ripetere, amava il calcio, amava la Lazio ma certo non era un estremista, come invece è stato paventato addirittura in un provvedimento di un magistrato”. Per questo, ha annunciato Cristiano Sandri, ”avremo la possibilità di rivalerci nelle sedi opportune”. D’altra parte, ha tenuto a sottolineare, ”Gabriele era amato da tutta Roma” e ”il nostro dovere è preservare la sua memoria da attacchi indebiti. Far sì che il suo ricordo gli sia fedele per sempre. Mio fratello era un ragazzo così bello – ha proseguito – che non è possibile che debba morire così”.

”Io ho fatto vent’anni di curva nord prima di spostarmi in tribuna – ha proseguito – Ecco, persone come me e mio fratello sono l’espressione del tifo sano”, che esiste nelle curve. ”Mio fratello amava la musica, era una persona positiva – ha aggiunto ancora Cristiano Sandri – Nessuna sentenza potrà riportarcelo indietro ma la giustizia gli è dovuta, per questo chiedo che tutti si assumano le loro responsabilità, senza figli né figliastri”.

Sandri poi ha messo l’accento sulle iniziative di cui la sua famiglia si sta facendo portatrice proprio in onore di ‘Gabbo’. Oltre alla fondazione dedicata alla memoria di Gabriele, mercoledì, in occasione del derby Lazio-Roma, il padre del dj romano sarà ospite nella curva sud, la curva dei romanisti. E un omaggio speciale alla memoria di ‘Gabbo’ e alla ‘pace’ tra tifosi sarà reso dal capitano giallorosso, Francesco Totti, che martedì sera depositerà un fascio di fiori sotto la curva nord, quella dei supporter laziali.

”Sento forte il dovere di rappresentare alla famiglia e al fratello di Gabriele un pensiero di grande rispetto per come stanno conducendo la loro battaglia”, ha detto nel corso della trasmissione di Sky Roberto Massucci, segretario dell’Osservatorio nazionale manifestazioni sportive, che ha aggiunto di voler ”testimoniare la responsabilità che l’amministrazione della polizia di Stato sente forte, come una ferita profonda per un fatto che non trova alcun tipo di giustificazione”. E’ stato lo stesso capo della Polizia ”personalmente”, ha voluto ricordare Massucci, a dare ”indicazione agli uomini della polizia giudiziaria affinché gli accertamenti e la raccolta degli indizi avvenisse nella maniera più trasparente e più celere possibile, così da arrivare nella maniera più tempestiva a un accertamento delle responsabilità che naturalmente compete alla magistratura”.
fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Lazio.php?id=1.0.1982742423

Roma la Repubblica.itla Repubblica.it

Il derby nel ricordo di Sandri

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Giallorossi e biancocelesti uniti in nome di Gabriele, il giovane ultrà amante del calcio e della musica, ucciso l’11 novembre nella stazione di Badia al Pino dal proiettile esploso da un agente di polizia
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Non sarà il solito derby. Sarà – nelle intenzioni delle società e dei protagonisti – il derby dell’amicizia, dell’intesa tra i tifosi, del ricordo. Il ricordo di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio morto l’11 novembre nella stazione di Badia al Pino, sull’A1, vittima di un colpo di arma di fuoco esploso da un agente di polizia. E così, mai come stavolta, le tifoserie giallorosse e biancocelesti saranno vicine in nome di “Gabbo”, l’ultrà amante del calcio e della musica.

L’appuntamento all’Olimpico è per mercoledì 19 alle 21,15. Un orario condizionato dagli obblighi dei diritti televisivi. Ma che, a dimostrazione di una tensione pre-partita che si prevede meno drammatica del solito, ha ricevuto anche il via libera del ministero degli Interni. I capitani di Roma e Lazio, Francesco Totti e Tommaso Rocchi, deporranno i fiori in curva Nord – culla della tifoseria biancoceleste – in memoria di Sandri. E saranno proprio il papà e il fratello dell’ultrà morto che seguiranno la partitissima uno in Curva Sud, circondato dai supporter romanisti, e l’altro in Curva Nord, e che scambieranno poi i posti nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo.

Per una volta, così, l’attenzione
sul big match cittadino non avrà soltanto un risvolto sportivo. La rincorsa della Roma sull’Inter, l’obiettivo posto Uefa per la Lazio saranno temi e aspettative che terranno alta l’attenzione dei tifosi insieme alla nuova, drammatica riflessione sull’emergenza della violenza nel mondo del calcio.

fonte: http://roma.repubblica.it/dettaglio/Il-derby-nel-ricordo-di-Sandri-inviate-lo-striscione-del-match/1434879

“BOLZANETO – Io, l’infame della caserma che ha denunciato quelle torture”

di GIUSEPPE D’AVANZO

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Marco Poggi.

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. “Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro”. “Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il “gruppo operativo mobile” e il “nucleo traduzioni” della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della “penitenziaria”. Gli dicevano: “Devi pisciare, vero?”. Una volta arrivati nell’androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio…”.

Marco Poggi dice che sa che cos’è la violenza. “Ci sono cresciuto dentro. Ho “rubato” la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l’avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: “Sei una brigatista?””.

Marco Poggi è “l’infame di Bolzaneto”.
Così lo chiamavano alcuni agenti della “penitenziaria” e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo – Io, l’infame di Bolzaneto – ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo – tra chi era dall’altra parte – a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. “Delle violenze nelle strade di Genova – dice – c’erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l’ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c’era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato – l’ho detto – ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa – nella giustizia – e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch’io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l’ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l’ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria – e sono la stragrande maggioranza – che non menano le mani”.

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. “Beh! – dice – un po’ sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato – vivamente, per dire così – di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: “Te la faremo pagare”. Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l’infame di Bolzaneto”.

Dice Marco Poggi che “se i reati non ci sono – se la tortura non è ancora un reato – non è che te li puoi inventare”. Dice che lui “lo sapeva fin dall’inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione”. Dice Poggi che però “quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli – una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro – ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell’autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa – tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi – in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere – lo capisco anch’io e non ho studiato – che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c’è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d’inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo”.


(18 marzo 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/infame-bolzaneto/infame-bolzaneto.html

Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i “luoghi della vergogna”
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

Le violenze impunite
del lager Bolzaneto

<B>Le violenze impunite<br>del lager Bolzaneto  </B>

di GIUSEPPE D’AVANZO
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C’ERA anche un carabiniere “buono”, quel giorno. Molti “prigionieri” lo ricordano. “Giovanissimo”. Più o meno ventenne, forse “di leva”. Altri l’hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di “sospensione dei diritti umani”, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell’amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere “buono” diceva ai “prigionieri” di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell’acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato – contro i 45 imputati – che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 “fermati” e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista…). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che “soltanto un criterio prudenziale” impedisce di parlare di tortura. Certo, “alla tortura si è andato molto vicini”, ma l’accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.


Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo – né avvertito il dovere in venti anni – di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d’uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l’abuso di ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa “degli altri”, di quelli che pensiamo essere “peggio di noi”. Quel “buco” ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che – per tre giorni – ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta – 1225 – c’era scritto: “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese”. Nella nostra Costituzione, 1947, all’articolo 13 si legge: “La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà”

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un’accorta gestione, si sono voluti cancellare i “luoghi della vergogna”, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l’idea di farne un “Centro della Memoria” a ricordo delle vittime dei soprusi. C’è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i “carcerieri” accompagnavano l’arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come “Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!”, cori di “Benvenuti ad Auschwitz”.

Dov’era il famigerato “ufficio matricole” c’è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come “Morte agli ebrei!”, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio,
l’ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l’ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta
e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: “Allora, non li vuoi vedere tanto presto…”. A un’altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l’avvocato. Minacciano di “tagliarle la gola”. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: “Vengo a trovarti, sai”. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti – gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra – e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni “per accertare la presenza di oggetti nelle cavità”.

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i “prigionieri” di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono – 55 “fermati”, 252 “arrestati” – sono approssimativi. Meno imprecisi i “tempi di permanenza nella struttura”. Dodici ore in media per chi ha avuto la “fortuna” di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia “media” – prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera – è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all’ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le “posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa”. La “posizione del cigno” – in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro – è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell’attesa di poter entrare “alla matricola”. Superati gli scalini dell’atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della “posizione” peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella “posizione della ballerina”, in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati.
Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”; agli uomini, “sei un gay o un comunista?” Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: “viva il duce”, “viva la polizia penitenziaria”. C’è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un “trauma testicolare”. C’è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone
con una frattura al piede. Non riesce a stare nella “posizione della ballerina”. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. “Comunista di merda”. C’è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata
della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?”. S. D. lo percuotono “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”, “Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua
“posizione vessatoria di transito”, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C’è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l’altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: “I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone”. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia,
lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: “E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci”. Poi un’agente donna gli si avvicina e gli dice: “È carino però, me lo farei”. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell’unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all’accompagnatore. Che sono spesso più d’uno e ne approfittano per “divertirsi” un po’.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, “arrangiandosi così”. A. K. ha una mascella rotta. L’accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto “se è incinta”. Nel bagno, la insultano (“troia”, “puttana”), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: “Che bel culo che hai”, “Ti piace il manganello”.

Chi è nello stanzone osserva
il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché “puzzano” dinanzi a medici che non muovono un’obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato “strattonato e spinto”.

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con “questo è pronto per la gabbia”. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di “trofei” con gli oggetti strappati ai “prigionieri”: monili, anelli, orecchini, “indumenti particolari”. È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante.
Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un’iniezione. Chiede: “Che cos’è?”. Il medico risponde: “Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!”. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All’arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c’è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due “fino all’osso”. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede “qualcosa”. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, “i medici erano consapevoli
di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria”.

Non c’è ancora un esito per questo processo
(arriverà alla vigilia dell’estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un’osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che – ha ragione Marco Revelli a stupirsene – l’indifferenza dell’opinione pubblica, l’apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare
– le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato – che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la “dimensione dell’umano” di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre “con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza”?

(17 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html