Archivio | marzo 23, 2008

COVER BOY – Giovani, emigrati e precari, cioè sfruttati

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COVER BOY – da vedere al cinema (ammesso che lo troviate)

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Per essere un film low-budget girato con telecamera digitale, Cover boy si comporta come un piccolo kolossal. Comincia con le sequenze ambientate durante la caduta del regime di Ceausescu, quando il padre di Ioan, il protagonista, viene ucciso sotto gli occhi del bambino. E’ costellato di flashback che allargano il respiro della storia ad una dimensione più corale e, insieme, intima. Rappresenta una delle (non molte) prove tangibili del fatto che il nostro cinema può uscire dall’asfittico circuito due-camere-e-cucina in cui tende ciclicamente a rinchiudersi.

La storia  prosegue con Ioan che, cresciuto, arriva in Italia alla ricerca della proverbiale vita migliore. Non la trova, naturalmente: senza permesso di soggiorno, deve sfuggire ai controlli di polizia, lavare vetri, tirare la cinghia. Un suo connazionale vorrebbe introdurlo alla prostituzione, ma il ragazzo tutela sempre una sua, non negoziabile, dignità. Trova un amico, però: Michele, quarantenne di Lanciano emigrato a Roma e precario da sempre. Inizialmente l’italiano diffida, aggrappandosi ai pregiudizi sugli immigrati come ladri di lavoro; poi offre ospitalità al ragazzo, in cambio di un piccolo contributo alla pigione. I due si arrangiano come possono, mentre nasce un sogno: accumulare qualche risparmio ed aprire insieme un ristorante sul delta del Danubio.

L’idea di migrazione alla rovescia, originale di per sé, trova ostacoli a catena. Michele perde anche il misero impiego da lavapavimenti; Ioan quello, in nero, da meccanico, che pure sa far bene. Un giorno Ioan conosce una fotografa, che lo porta a Milano per sfilate “fashion” di extracomunitari, lo introduce alla bella vita e gli dà soldi, con cui il ragazzo si compra la Mercedes d’occasione che vagheggiava. Sarà mica vero che gli extracomunitari (come dice un personaggio) stan meglio di noi? Ma neanche per sogno.. La fotografa non vuol altro che sfruttare il corpo del ragazzo, nel proprio letto e nella pubblicità fintamente buonista. Frattanto Michele, di nuovo senza lavoro, s’è ridotto ad offrire medagliette in piazza San Pietro.

Se il film sembra più grande del suo budget, è anche perché Carmine Amorso manovra il formato digitale HDV con un occhio non televisivo, ma cinematografico. Ne esce un’operina convincente, che racconta sorie di solitudini (di Ioan e Michele, ma anche della loro padrona di casa, “amichevole partecipazione” di Luciana Littizzetto) mentre aggiorna, in chiave culturale italiana, il repertorio consolidato del film strana-coppia. Fornendone una versione tanto più personale, perché collocata su un preciso sfondo socio-politico.

Non fa meraviglia che, tra i premi vinti in vari festival internazionali, Cover boy abbia ottenuto quello di miglior film al Festival Politico di Barcellona. Non lancia parole d’ordine né declamazioni, beninteso; e tuttavia il messaggio è forte e chiaro. Come testimoniano la voce di papa Ratzinger e quella di Silvio Berlusconi, in uno dei discorsi in cui (fino a qualche tempo fa) smentiva l’esistenza della crisi economica.

Cover Boy visto da: Francesco Giudici. 25 anni, laureato in Scienze della comunicazione, precario dal 2004.

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Mi è piaciuto molto. Un film frizzante, ben scritto e diretto. Ma, sopratutto, un’instantanea necessaria della condizione del precariato oggi. I due amici del film vivono esistenze incerte. Uno di loro, però, straniero, è in svantaggio per il solo fatto di essere tale. Colpisce anche l’affermazione dell’italiano: “Se non hai soldi e famiglia alle spalle, sei straniero anche a casa tua”. Io ho avuto molti contratti, mai un’assunzione. Ho lavorato nella pubblicità, nel mondo della comunicazione, anche in un call center, la peggiore delle occupazioni precarie. Se non avessi i miei genitori non potrei permettermi l’affitto a Roma e neanche quel minimo sindacale di sfizi necessari ad un ragazzo della mia età. Solo ora il cinema comincia ad occuparsi di noi precari che non siamo solo fenomeni sociale, ma esseri umani.

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fonte: laRepubblica, 21 marzo 2008

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COVER BOY: L’ULTIMA RIVOLUZIONE


Augusto Allegra, Giuliana Gamba e Arturo Paglia presentano

Cover Boycover boy di Carmine Amoroso
con
Eduard Gabia
Ioan
Luca Lionello
Michele
Chiara Caselli
Laura
Francesco Dominedo
Mimmo
Gabriel Spahiou
Florin
e Luciana Littizzetto nel ruolo di Luciana

Italia, 2006 – 97′
Colore, 35 mm

Regia Carmine Amoroso
Soggetto Carmine Amoroso
Sceneggiatura Carmine Amoroso, Filippo Ascione
Fotografia Paolo Ferrari
Montaggio Luca Manes
Musiche originali di Marco Falagiani, Okapi
Costumi Alessandro Bentivegna
Prodotto da Augusto Allegra, Giuliana Gamba, Arturo Paglia
Delegato di produzione Massimo Monachini
Prodotto da Filand s.r.l.
Produzione esecutiva Isabella Cocuzza per
Paco Cinematografica

TRAILER

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Cover-boy: l’ultima rivoluzione” di Carmine Amoroso è un film che aveva ottenuto nel maggio 2002 l’Interesse Culturale Nazionale e il conseguente finanziamento. Dopo un anno e mezzo di stallo (blocco delle commisioni ecc.) e mentre il film era in fase di preparazione, attraverso un provvedimento retroattivo (legge Urbani 2004) il finanziamento, regolarmente approvato dalla  commissione credito,  è  stato decurtato del 75%.  Nonostante l’enorme danno produttivo e alla stessa struttura narrativa, è prevalsa comunque l’urgenza di girare  il film. Con grandi sacrifici da parte degli autori, dei tecnici, delle maestranze, e del cast,  il film è stato così portato a termine nel settembre del 2006. Presentato alla prima edizione di Cinema Festa Internazionale di Roma, oggi risulta fra i film che maggiormente rappresentano l’Italia nei festival internazionali.

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fonte: http://www.pacocinematografica.it/content_ita/content/view/20/27/

Der Spiegel: la Germania ha finanziato i sudtirolesi per molti anni e all’insaputa dell’Italia

Attentato ad un traliccio – foto ansa

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BERLINO (22 marzo) – Per anni il governo tedesco ha versato finanziamenti segreti ai sudtirolesi di lingua tedesca all’insaputa del governo italiano: lo scrive il settimanale Der Spiegel nel numero della prossima settimana, in base ai documenti pubblicati recentemente dal ministero degli Esteri. I fondi segreti per milioni di marchi inviati all’Alto Adige, anche nel periodo degli attentati separatisti, sarebbero serviti per finanziare soprattutto provvedimenti formativi, come corsi di aggiornamento per insegnanti o borse di studio per studenti medi e universitari.

Il governo tedesco, con sede a Bonn fino alla fine della divisione della Germania, secondo lo Spiegel vedeva in questa politica di «sostegno etnico» un tardivo risarcimento morale per la politica di Adolf Hitler che si era accordato con Benito Mussolini nel 1939 affinché i sudtirolesi interessati a restare tedeschi tornassero nel Reich (all’epoca comprendente anche l’Austria, dopo l’Anschluss del 1938) oppure si rassegnassero a restare in Italia come italiani. Il settimanale parla di circa dieci milioni di euro al valore attuale, inviati dal 1969 al 1976 dal ministero degli Esteri di Bonn, mentre prima era stato il ministero per le Questioni intertedesche a inviare i finanziamenti per un ammontare non noto. I fondi del ministero degli Esteri, per quella che al settimanale è stata indicata come «una politica a sostegno di una etnia nazionale con mezzi cospirativi» è avvenuta «in maniera strettamente riservata ed evitando i consueti provvedimenti di bilancio».

Ma poiché Germania e Italia
erano alleati della Nato e membri della Comunità europea, dai documenti ottenuti da Spiegel risulta che vari diplomatici tedeschi, in più occasioni, avevano consigliato di sospendere i pagamenti segreti e inserire il sostegno al Sudtirolo nei normali programmi di politica culturale del ministero degli Esteri. «Non ci possiamo permettere di venire scoperti» si legge in una annotazione del 1973. Quando la «politica di sostegno etnico» è diventata la normale politica culturale del ministero degli Esteri tedesco non si sa. La rivista scrive che il governo tedesco non è mai stato scoperto e, anzi, ha preferito rendere pubblica la vicenda trent’anni dopo.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=21109&sez=HOME_NELMONDO

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I funerali di popolo dei Carabinieri de Gennaro e Ariu a Bolzano, vittime del terrorismo degli Anni ’60

La questione altoatesina

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Prima ancora delle Brigate Rosse e dello stragismo più o meno di Stato; quasi dieci anni dopo il termine del Secondo conflitto mondiale.

Fu chiamata impropriamente la guerra ai tralicci, ma oltre ad essi a cadere, uccisi dal tritolo, furono anche 15 rappresentanti delle forze dell’ordine e due civili.

Fu una Guerra civile di circoscritta estensione non certo di limitate proporzioni, quella serie di attentati in Alto Adige che interessò la provincia più settentrionale d’Italia negli Anni Cinquanta/Sessanta; ma fu guerra in tempo di pace fra civili appartenenti allo stesso Stato, anche se non tutti si sentivano figli della stessa Patria[1].

Fu un conflitto fatto di bombe, di trappole, di morti e di feriti che richiamò l’attenzione dei politici di Roma su quella che fu definita la questione alto-atesina[2].

In realtà di quel terrorismo poco se ne doveva parlare, e poco se ne parlò; oltre 30 anni dopo quei fatti e quasi 20 anni dopo gli attentati dinamitardi degli anni Ottanta, della questione alto-atesina poco si parla ancora.[3] Almeno sotto talune prospettive.

Allora come oggi, insomma; ieri i Governi tacquero sui pericoli di una Autonomia che dava pieni poteri ad un singolo partito che quella Autonomia chiedeva per tutelare la propria Comunità.

Oggi i Governi tacciono su come l’Autonomia alto-atesina si sia lentamente trasformata in un sottile ma tagliente boomerang per la popolazione italiana dell’Alto Adige.

A quel tempo la canzone dei Pooh „Brennero ’66“ – che faceva esplicito riferimento ai finanzieri morti  proprio negli anni Sessanta, uccisi dal tritolo autonomista – subì una censura di Stato; ai giorni nostri – tendendo a dare credito a chi sostiene che gli „italiani di lingua italiana“ dell’Alto Adige vivono e godono l’autonomia al pari dei „cittadini di lingua tedesca“ (chiamarli italiani, sarebbe per molti di loro offensivo) – lo Stato ignora una situazione di apparente e dichiarato disagio materiale e psicologico che la Comunità italiana vive in Alto Adige, per una gestione a senso unico dell’Autonomia stessa da parte della SVP.

Fu così, in definitiva, che nacque la questione alto-atesina; non con l’8 settembre 1943, cioè con l’armistizio quando si fece largo – come conseguenza o reazione ad alcuni avvenimenti che caratterizzarono il Ventennio in Alto Adige – l’idea di „riparare i danni subiti dalla popolazione tirolese“. Non con la formalizzazione di questa idea, concretizzatasi il 5 settembre 1946 con l’Accordo De Gasperi-Gruber, che garantisce alla minoranza di lingua tedesca misure speciali per il mantenimento del carattere etnico e dello sviluppo economico e sociale. La questione alto-atesina si auto-celebra negli Anni Sessanta con gli attentati separatisti quando irrompe all’attenzione italiana il problema della minoranza di lingua tedesca dell’Alto Adige[4].

Un problema, allora, di disagio, materiale e psicologico della minoranza di lingua tedesca in ambito nazionale; né più né meno di quello vissuto oggi da quella fetta di popolazione locale che appartiene ad un’altra minoranza, posta però in un contesto provinciale: la minoranza italiana.

Da allora, da queste parti, i terroristi di quegli anni non sono ”combattenti che sbagliano”, ma ”attivisti per la libertà”. Vengono onorati annualmente[5] con manifestazioni alle quali partecipano anche esponenti di spicco della SVP ed autorità di quello Stato austriaco che da decenni garantisce una sorta di protettorato nei confronti della comunità di lingua tedesca[6]; ed a queste latitudini, l’elemento italiano viene ancora definito offensivamente Walsche: lo straniero.

Le due fasi

Stabilito questo, appare ora opportuno chiarire perchè la questione alto-atesina si dovrebbe dividere in due fasi: una accertata, di fatto riconosciuta anche se non condivisa appieno almeno nelle sue forme risolutive; l’attuale Autonomia, in sostanza. Una seconda ancora in gran parte da riconoscere più che da scrivere e che non può essere considerata subordinata alla precedente.

Si è detto già della prima fase: quella cioè del perio-do che congiunge la data dell’armistizio (1943) a quella dell’entrata in vigore del secondo Statuto di Autonomia (1972), meglio conosciuto come „pacchetto“[7]; un pe-riodo durante il quale si assiste alla rincorsa, anche violenta, all’Autonomia locale da parte di una fetta della cittadinanza di lingua tedesca.

Ma dal 1972 inizia – o sarebbe dovuta iniziare – una seconda fase della questione alto-atesina: molti hanno inteso pretestuosamente individuare questa seconda fase come quella di attuazione delle norme e quindi in qualche modo attuativa; una appendice, insomma, e nulla più. Sbagliando, però.

Contrariamente alle aspettative, la seconda fase della questione alto-atesina dovrebbe essere rovesciata se raffrontata con la prima, come vista allo specchio, ma letta in una prospettiva italiana. Perché essa appare una fase dalla quale, sempre più, emerge la certezza che quelle regole imposte per tutelare un gruppo linguistico di fatto hanno avuto effetti moralmente e materialmente penalizzanti per almeno uno degli altri gruppi linguistici della provincia: per la Comunità italiana.

Solo che, a differenza della prima fase internazionalizzata, la seconda epoca della questione alto-atesina rimane vagamente entro i confini della sola provincia di Bolzano, pressoché – volutamente o meno – occultata un po’ da tutti: da molte forze politiche, da numerosi mass-media nazionali, dai cosiddetti opinion-maker tutti convinti che per il solo fatto di ammirare i gerani copio-si ai balconi, le strade pulite o gli ospedali ordinati, la vita in Alto Adige non può avere risvolti negativi per l’altro gruppo linguistico; che, anzi, dovrebbe beneficiare in qualche modo anch’esso proprio di quegli ospedali, di quelle strade e persino di quei gerani copiosi.

Purtroppo però nessuno accenna alla difficile convivenza fra i gruppi linguistici, sempre in bilico e sostenuta in piedi grazie a complicati esercizi equilibristici.

Il rovescio della medaglia

Questa diffusa ignoranza della questione alto-atesina ha di fatto prodotto un lento ma graduale abbandono o distacco da parte dei Governi succedutisi in questi anni – trasformatisi in vere e proprie concessionarie politiche nei confronti di chi ha sempre rivendicato una Autonomia politica per l’Alto Adige – dalle radici del problema alto-atesino.

L’attuazione rigida di certe normative in materia di proporzionale e bilinguismo; l’eccentricità nel controllo dell’economia; l’egoistica visione sociale; uno sconcertante controllo sulla cultura passata e presente che vuole usare il colpo di spugna pure a riguardo della toponomastica italiana; i mai sopiti sfrenati desideri di ricongiungersi geo-politicamente all’area tirolese mirando a minare i contenuti e le competenze della Regione Trentino-Alto Adige; in breve: l’esasperante gestione monolitica della Autonomia da parte della SVP spinge la Comunità italiana fin dentro un labirinto di specchi nel quale è complesso trovare una uscita.

Per questo si deve fare largo l’idea della necessità che alla politica del carciofo[8] perseguita dalla SVP si risponda con l’apertura di una questione alto-atesina capace di mettere definitivamente e chiaramente in evidenza l’irrinunciabilità e l’inderogabilità di adottare strumenti in favore di quella minoranza locale che si individua e si riconosce nella Comunità italiana. L’assenza di questi provvedimenti infatti giustifica l’insorgere di quella insofferenza del gruppo italiano che viene definita il disagio degli italiani.

Non quindi – come si vorrebbe sostenere in certi ambienti – solo la denatalità, molto forte fra la popolazione italiana, o i decessi fra le cause del calo della Comunità italiana in Alto Adige; alla base di questo dato c’è un malessere, non solo psicologico, circa la limitazione delle opportunità offerte alla popolazione di lingua italiana da regole – anche troppo restrittive – dell’Autonomia alto-atesina: esiste in breve quella sensazione che è molto di più di una semplice apprensione; esiste quel disagio – che e’ costantemente causa di migrazioni da parte di molti cittadini di lingua italiana verso altre Province del Paese – dovuto ad esempio ad una occupazione che non si trova se non si conosce la seconda lingua: è evidente che tale fenomeno colpisce soprattutto i giovani, che sono in misura maggiore in cerca di occupazione. Quindi il futuro di ogni Comunità umana.

Un seconda fase della questione alto-atesina insomma che deve tenere conto sia di questo diffuso disagio sia delle prospettive e delle soluzioni adottando le quali si scongiura l’esistenza del disagio stesso; e soprattutto deve saper tenere conto dello stato in essere della popolazione di lingua italiana, affinché quella che viene definita correttamente l’integrazione fra i gruppi linguistici in Alto Adige non diventi l’assimilazione di una intera Comunità; nella fattispecie, quella italiana.

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[1] Il terrorismo in Alto Adige si è articolato in due periodi: un primo, quello avviato il 20 settembre del 1956 con un attentato ad un traliccio a Settequerce, alle porte di Bolzano e conclusosi sul finire degli Anni Sessanta. Ci fu poi una seconda ondata di attentati fra il 1986 ed il 30 ottobre del 1988. Attraverso questi due periodi passano 361 azioni terroristiche, di cui 46 negli Anni Ottanta, con esplosivi, mitragliate e mine antiuomo. Furono 21 i caduti fra cui 4 terroristi dilaniati dagli ordigni che stavano confezionando, 57 feriti (24 rappresentanti delle forze dell’ordine e 33 privati cittadini). Tristemente nota rimane ancora oggi la notte dei fuochi dell’11/12 settembre 1961 quando si registrarono 37 attentati (ed una vittima a Salorno) ed altrettanti sventati. 157 condanne, poche in realtà scontate in quanto i terroristi spesso hanno trovato adeguato rifugio e protezione in Austria e Germania; taluni di essi, peraltro, recentemente graziati dal Presidente della Repubblica Scalfaro, attraverso quello che per il Presidente della Giunta provinciale Luis Durnwalder ha rappresentato „un atto di giustizia“. E’ singolare, inoltre, come nonostante i danni subiti dal territorio e dalla popolazione negli Anni del terrorismo autonomista, i Governi provinciali non abbiano mai ritenuto doveroso ed opportuno costituirsi parte civile ai processi relativi.

 [2] In una intervista di qualche anno fa, lo stesso Silvius Magnago, ex Obmann (cioè Presidente) della SVP disse che ”gli attentati dinamitardi hanno chiaramente portato alla trattativa ed alla fin fine anche al nuovo Statuto“.

[3] Nel suo ”monitoraggio sulle zone di confine” redatto nel febbraio del 1996, il medesimo Ministero degli Interni parla solo ”di scoppio di decine di cariche esplosive ai tralicci di energia elettrica esistenti nella zona di Bolzano e dintorni che diede il via ad una ondata di attentati terroristici” sorvolando sui 15 militari e 2 civili rimasti uccisi da questi eventi. Lo stesso atteggiamento è peraltro sostenuto anche dalla Provincia Autonoma di Bolzano. Nelle prime pagine del Manuale dell’Alto Adige – una pubblicazione redatta nelle lingue italiana, tedesca e ladina, distribuita a scolaresche, alla popolazione ed a delegazioni di ogni genere – si raccontano gli avvenimenti che hanno portato l’Alto Adige alla attuale Autonomia, sorvolando però su quegli episodi gravissimi che, attraverso il terrorismo, hanno segnato la vita di alcune famiglie di lingua italiana. E’ indubbiamente singolare come la Provincia racconti la storia dell’Alto Adige negli Anni Sessanta riducendo l’eversione terroristica  – che, come sostenne anche Magnago contribuì a portare l’Autonomia alto-atesina (cfr. nota 2) – ad una sola „notte di fuoco, quando dozzine e dozzine di tralicci furono fatti saltare in aria. Gli attentatori (…) cercavano comunque di non colpire vite umane“, dimenticando inoltre di aggiungere che proprio in uno di quei 37 attentati rimase ucciso un cittadino di lingua italiana a Salorno.

[4] 4 Rimane ancora un mistero il ruolo dell’Austria negli attentati degli Anni Sessanta. Secondo il suo testamento regolarmente registrato in uno studio notarile, il terrorista Luis Amplatz (considerato uno dei più attivi e pericolosi dinamitardi) testimoniò che fra i personaggi austriaci di primo piano coinvolti nel collaborazionismo, ci fu anche l’allora Ministro degli Esteri austriaco Bruno Kreisky; Amplatz affermò inoltre di aver ricevuto ottime armi  ed anche assicurazioni di immunità. Qualche tempo dopo Amplatz morì in un agguato e si imputò ai „servizi“ italiani la sua morte. Ma era certo divenuto un personaggio scomodo anche per ”i servizi” austriaci. Ancora di recente, inoltre la provincia del Tirolo ha consegnato una croce al merito a Rosa Klotz,  moglie di colui che ebbe un ruolo di spicco nel terrorismo di allora: Georg Klotz.

[5] Nel contempo, ogni qual volta la popolazione italiana intende onorare martiri come Battisti, Chiesa e Filzi, divampano le polemiche perché si offenderebbe la sensibilità della popolazione di lingua tedesca ricordando chi volle l’Alto Adige ed il Trentino riunito al territorio italiano.

[6] L’8 dicembre del 1999 alla cerimonia ad Appiano organizzata dall’Heimatbund, è stato presente anche il Presidente del Tirolo (Austria) Wendelin Weingartner, personaggio che già in passato aveva avuto parole di benevolenza nei confronti dei terroristi altoatesini. In merito alla questione l’on. Mitolo di AN ha presentato una interrogazione urgente in Parlamento. La presenza di Weingartner, ha rappresentato una provocazione per gran parte della Comunità di lingua italiana alto-atesina ed un atto di ingerenza straniera in fatti interni allo Stato italiano.

 [7] Dal complesso di misure (137) previste nel 1969 ed attuate nel 1972 ad integrazione e sostanziale modifica del primo Statuto concordato ed accordato nell’immediato Dopoguerra.

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fonte: http://www.golpeinaltoadige.com/golpeinaltoadigeintroduzione.htm

Sorpresa: la ‘casta’ in Europa si arricchisce con gli extra

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Studio di un ricercatore de La Sapienza: grazie a rimborsi, bonus e benefit, gli stipendi dei parlamentari degli altri Paesi sono in linea con quelli italiani

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di Claudia Marin

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ROMA, 23 marzo 2008- DIMEZZARE gli stipendi dei parlamentari e portarli a livello della media europea. L’ultima proposta di Walter Veltroni, lanciata e ripetuta in tutte le salse, ha riaperto (se mai si era chiusa) la partita dei costi (eccessivi) della politica e delle ricette per tagliarli. Ma quanto sono pagati in Francia o in Germania (o negli Usa) i politici? Quale sarebbe, insomma, la decurtazione alla quale andrebbero incontro i nostri?

A offrire un quadro aggiornato sulle ‘onorevoli retribuzioni’ è Carlo D’Ippoliti, un giovane ricercatore della Sapienza e della Luiss, che su incarico del capogruppo della RnP, Roberto Villetti, ha fatto i conti in tasca agli inquilini del Palazzo nei principali Paesi europei e negli Stati Uniti.

Così, dalla comparazione delle retribuzioni monetarie in senso stretto percepite dalle più importanti ‘figure’ politiche e istituzionali, si scopre che esiste una certa omogeneità tra i maggiori Paesi europei, sia pure con evidenti e significative eccezioni. Balza agli occhi il dato che i parlamentari italiani ‘guadagnano’ (come vera e propria indennità) il doppio o quasi di quelli inglesi e molto più di quelli francesi. Rispetto alla Germania, però, l’Italia presenterebbe parlamentari meno pagati e ministri meglio retribuiti. I rappresentanti italiani al Parlamento europeo, peraltro, stanno meglio di tutti.

A conti fatti, su valori non troppo distanti si collocano anche le retribuzioni negli Stati Uniti, con la comprensibile eccezione del Presidente, che, a fronte di responsabilità ben superiori alla maggior parte dei capi di Stato europei, riceve una retribuzione quasi doppia. La Francia, invece, sembrerebbe essere il Paese in assoluto dalle più basse retribuzioni dei politici a livello nazionale, con l’eccezione dei ben pagati Primo ministro e Presidente della Repubblica (che però fino a ottobre 2007 aveva una retribuzione di soli 85.000 euro annui).

Se il confronto si fermasse qui, sarebbe, però, monco. E per questo il condizionale è d’obbligo. Una parte non trascurabile degli ‘stipendi’ dei politici è costituita, infatti, da benefici accessori, monetari e non. Per questi ultimi, in particolare, è difficile effettuare una comparazione ragionevole. Basti osservare, per esempio, che negli Stati Uniti i membri del Congresso dispongono di mezzi ben superiori ai colleghi europei, in termini di beni e servizi utilizzabili per l’attività parlamentare.

IL CONFRONTO, invece, può essere esteso alle integrazioni monetarie all’indennità di base. E allora, come emerge dai dati della tabella, sommando tutte le diverse voci monetarie, avremmo un sostanziale allineamento degli stipendi dei parlamentari in Europa.Scendendo nel dettaglio, la più rilevante voce di compenso monetario non incluso nella retribuzione è generalmente il rimborso spese per l’assunzione di collaboratori, che varia dai circa 50.000 euro l’anno in Italia ai 160.000 euro in Germania.

È molto rilevante notare che tale compenso è pagato direttamente (ed esclusivamente) ai collaboratori in Germania, mentre è trasferito al parlamentare o al gruppo, senza obbligo di rendicontazione, in Francia. In quest’ultimo caso — si osserva nello studio di D’Ippoliti — è difficile non considerare le relative voci tra le retribuzioni del parlamentare e/o il finanziamento del pruppo parlamentare e, dunque, del partito.

In Italia, la voce è stata ormai definitivamente trasformata in un «rimborso per mantenere il rapporto tra eletto ed elettori», forse anche per aggirare l’imbarazzante problema delle retribuzioni effettive dei collaboratori parlamentari e del loro numero, largamente inferiore a quello ipoteticamente riconosciuto dal rimborso.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/03/23/74692-sorpresa_casta_europa_arricchisce_extra.shtml

COLPO D’OCCHIO

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“L’idea del film – racconta Rubini, alla conferenza stampa di presentazione – è nata così: sapevo che Riccardo, pugliese come me, aveva una certa simpatia e stima nei miei confronti, ma non avevo ancora trovato un ruolo adatto a lui. Così una volta l’ho invitato a casa mia. E mentre lo aspettavo, mi sono chiesto: cosa succederebbe se questo ragazzo che viene da me pensando di trovare un amico, un punto di riferimento, trovasse invece un nemico, qualcuno disposto perfino a ucciderlo, che invidia il suo talento e la sua giovinezza? E cosa succerebbe, dall’altro lato, se in questo ragazzetto ci fosse la volontà di portarmi via tutto, pur di raggiungere i suoi scopi? Da questo doppio pensiero negativo, è nato Colpo d’occhio“.

 E in effetti la pellicola – in uscitarub.jpg il 20 marzo – si concentra esclusivamente sull’incontro-scontro tra i due personaggi principali. Tutto comincia quando, a una mostra, Adrian Scala (Riccardo Scamarcio), giovane scultore praticamente sconosciuto, incontra una bella esperta d’arte, Gloria (Vittoria Puccini): tra i due, inevitabilmente, scoppia la passione. Il problema è che lei è, da dieci anni, la compagna inseparabile del re dei critici d’arte, Lulli (Sergio Rubini). Che viene scaricato, con Gloria che va a vivere col nuovo compagno.

Ma Lulli non si arrende. Si trova un’altra compagna (Paola Barale) e riesce a entrare nella vita di Adrian, sfruttandone l’ambizione, plasmandolo a sua immagine e somiglianza. Provocando la crisi del rapporto tra il ragazzo e la sua partner, e svelando il lato senza scrupoli della sua volontà di raggiungere la fama. Un gioco del gatto col topo, a cui la donna assiste impotente, e che porterà a conseguenze estreme… non diremo di più, per non rovinare il finale.

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Quanto alla storia, il regista spiega che “ruota intorno all’idea del successo: non quello ignorante della tv, ma il riconoscimento di quello che vali. Ma la vicenda ruota anche intorno all’ambiguità dei personaggi: in fondo, Adrian e Lulli rappresentano ciascuno la zona d’ombra dell’altro. Uno incarna l’istintività, la leggerezza dell’artista; l’altro la razionalità dell’intellettuale”.

Certo che, sullo schermo, entrambi sembrano, in molti momenti, dare il peggio di sé. Ma le simpatie di Rubini, tra i due, “vanno tutte allo scultore: perché è uno che comunque sa commuoversi, sa cambiare idea. Invece la ragione è più profonda, ma non ha mai un cambio di marcia. In questo senso, il film è contro di voi (critici, ndr) e contro di noi: contro questa ragione che ci attanaglia. Siamo tutti super-intelligenti, ma super-tristi”.

Al di là dei contenuti, resta il fatto che si tratta di un film difficile da interpretare. E se Rubini si muove sullo schermo col consueto carisma, Scamarcio a volte sembra fare un po’ di fatica: “Questo tipo di recitazione così non naturalistica, così poco improvvisata e tirata via, per me è stata una sfida – racconta l’attore – avevo molta voglia di fare un percorso del genere. Una novità anche nel rapporto col regista: di solito io resisto ad affidarmi completamente a chi mi dirige, ma stavolta Rubini mi ha fregato…”.

Quanto alla protagonista femminile, la Puccini sullo schermo si fa notare anche per alcune sequenze di nudo integrale frontale: “Avevo già spogliato Vittoria in un altro film, Tutto l’amore che c’è – racconta Rubini – e avevo voglia di rifarlo: la sua nudità non ha nulla di volgare. E comunque non è stato facile trovare una ragazza di 25 anni credibile, nel ruolo di una intellettuale”.

Ultima annotazione: nel film vediamo tante suggestive sculture contemporanee, tutte realizzate dal consulente del film, l’artista Gianni Dessì. Che oggi, in conferenza stampa, ammette che la pellicola, nel suo ambiente, un po’ di maretta l’ha già creata: “Percepisco una leggera irritazione – rivela – per essere usciti dal recinto protetto in cui ci muoviamo”. L’ultima parola, anche su questo, spetta però al regista: “Se qualcuno nel mondo dell’arte si incazza, a noi non fa che piacere…”.

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/rubini-scamarcio/rubini-scamarcio/rubini-scamarcio.html

Bruxelles, pacifisti protestano davanti alla Nato: 450 fermati

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Manifestazione davanti alla sede della Nato a Bruxelles: centinaia di pacifisti provenienti da tutto il mondo si sono ritrovati sabato, in occasione del quinto anniversario dall’inizio della guerra in Iraq. I manifestanti hanno tentato di «chiudere» la sede della Nato, superando le barriere che circondano l’edificio. La protesta si è trasformata in veri e propri scontri, con cariche degli agenti che, armati di idranti, cercavano di far indietreggiare i contestatori.

Secondo Hans Lammerant, uno degli organizzatori, «c’erano circa 700 manifestanti» e alcune decine sarebbero riusciti a penetrare nel recinto della sede Nato. «Volevamo chiudere la Nato con dei sigilli o con carta adesiva – ha spiegato il portavoce – ma i militanti che sono riusciti a entrare sono stati subito fermati, così come altri che stavano manifestando di fuori». Secondo Lammerant, la polizia ha usato manganelli e un ragazzo è stato ferito dopo l’assalto di un cane poliziotto.

A fine giornata i fermati sono circa 450. Stando alla polizia citata dall’agenzia Belga, sono stati identificati e successivamente rilasciati. Attorno all’edificio della Nato sono stati rilevati danni materiali non gravi.

Pubblicato il: 22.03.08
Modificato il:
22.03.08 alle ore 20.03

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=74021

Pasqua: «Galline libere»

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di Giovanna Nigi

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allevamento di galline Italia, foto Ansa
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Via internet e nelle piazze la Lega Antivivisezione è tornata per la seconda settimana consecutiva a raccogliere le firme per chiedere al nuovo governo che uscirà dalle urne di aprile di rispettare il 2012 come data per il bando delle gabbie di batteria.
La battaglia animalista in Italia interessa circa 40 milioni di galline. E vede sul fronte opposto gli avicoltori italiani, cioè una vera potenza industriale: quello dell’avicoltura è infatti tra i comparti più forti del settore agroalimentare, che a sua volta è il secondo per importanza economica dopo l’indutria metallurgica. Imprenditori capaci di “produrre” 4 miliardi di “pezzi” all’anno. Uova, naturalmente. Prodotte, a ben vedere dalle galline. Ma in quali condizioni? Secondo l’Europa in condizioni che andrebbero migliorate. Mentre gli allevatori in batteria contestano le obiezioni, sostenendo che se le galline stessero male nelle loro gabbie non produrrebbero uova.

La sensibilità dei consumatori- questo lo ammettono anche gli avicoltori – sta però cambiando. Ed è lo conferma il successo della “campagna di Pasqua” degli animalisti.

«Abbiamo trovato tanta sensibilità fra la gente -dichiara soddisfatto Roberto Bennati, vicepresidente della Lav e autore della campagna “Mai più galline in gabbia”– e siamo stati molto lieti per l’apprezzamento dimostrato nei confronti della nostra guida pratica all’acquisto. Abbiamo raccolto oltre 40 mila firme, e le sottoscrizioni per finanziare la nostra campagna sono state 20mila, tante quante le uova di cioccolato equo e solidale che abbiamo venduto».

I dati della Lav indicano che sono fuorilegge in Italia gran parte delle uova di gallina prodotte dai nuovi impianti in funzione dal febbraio del 2006. Nonostante la censura della Commissione Europea, infatti, nel nostro Paese sono sistematicamente violati gli standard di arricchimento delle gabbie delle galline (nido, lettiera, dispositivi per accorciare le unghie) e la densità d’allevamento, con gravi conseguenze per il benessere di questi animali. Per di più, è stata chiesta dall’Italia una moratoria per posticipare il termine ultimo del 2012 come data per la messa al bando degli allevamenti in gabbia. Per gli animalisti si tratta di «un regalo fatto agli allevatori che in nessun modo hanno lavorato in questi anni per adeguarsi in tempo alle direttive dell’Unione Europea». L’iniziativa della Lav si conclude proprio a Pasqua, davanti ai supermercati dove già oggi si vendono anche uova non di batteria.

Già oggi attraverso le loro scelte d’acquisto i consumatori possono sostenere la fine dell’allevamento delle galline nelle strette gabbie di batteria, dove lo spazio a disposizione di una gallina è ridotto ad appena 25 cm, e non supera i 35 cm (550 cm2) circa per le gabbie “arricchite”, impedendo movimenti e comportamenti naturali. A differenza delle galline allevate con sistemi alternativi alle gabbie (a terra, all’aperto o bio). Perciò la Ue prescrive di etichettare le uova secondo il metodo di allevamento delle galline, identificato con un codice impresso su ciascun uovo e con diciture sulle confezioni. Seguendo queste tipologie:
Codice Zero o Allevamento biologico: le galline possono godere di spazi all’aperto e densità minime d’allevamento maggiori e, cosa importante, mai in gabbia. Le galline in questo caso sono anche alimentate con mangimi di provenienza biologica.

Codice Uno o allevamento all’aperto: le galline possono razzolare en plein air per alcune ore al giorno in un ambiente esterno protetto dal contatto con altri animali. Le uova in questo tipo di allevamento possono essere deposte sul terreno o nei nidi. La densità all’esterno di questo allevamento sono di 1 gallina ogni 4 m2.

Codice Due o allevamento a terra: le galline vengono allevate in capannoni all’interno dei quali possono muoversi liberamente ma non hanno l’accesso all’esterno. Le uova sono deposte sul terreno o sui nidi. La densità di questo allevamento sono di 4 galline su ogni 1 m2.

Codice Tre o allevamento in gabbia:
le galline sono rinchiuse in gabbie disposte in file da 4 a 6, all’interno di capannoni chiusi, con ventilazione forzata e luce artificiale. La densità di questi animali è di circa 16-18 galline per metro quadrato. Le uova sono deposte su un nastro trasportatore che automaticamente le raccoglie. Di quest’ultimo “codice”gli animalisti farebbero volentieri a meno. E ne chiedono la messa al bando definitiva.

Per informazioni:

www.lav.it

e sul versante allevatori: www.unionenazionaleavicola.it

Giovanna Nigi
339.52.64.933
gionigi@yahoo.it

Pubblicato il: 18.03.08
Modificato il:
22.03.08 alle ore 16.27

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73895

Galline ovaiole: aboliamo le gabbie!

18/03/2008- Mai più galline allevate in gabbia: invia anche tu un’email di protesta al Ministero della Salute e firma la petizione della LAV con cui si chiede al Governo di rispettare il bando del 2012. Guarda il video.

Contro Sarkozy a Parigi sfilano prostitute e prostituti

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Uomini, donne e transgender hanno sfilato partendo dalla famosa Place Pigalle per reclamare l’abrogazione della legge che proibisce l’adescamento passivo e chiedere la creazione di uno statuto per i lavoratori del sesso

. gay parade a mosca, proteste in germania

Parigi, 22 marzo 2008  – Un centinaio di persone, in maggioranza “lavoratori del sesso” uomini e donne, hanno manifestato oggi per le strade della capitale francese per reclamare l’abrogazione della legge che proibisce l’adescamento passivo e chiedere la creazione di uno statuto per i lavoratori del sesso.

Protetti da ombrelli rossi, uomini, donne e transgender hanno sfilato partendo dalla famosa Place Pigalle, luogo del commercio del sesso per eccellenza, dietro la scritta “Ridateci i nostri marciapiedi”, scandendo slogan come “La prostituzione è un mestiere, lasciatecelo esercitare” o “Prostitute, siamo belle, siamo ribelli, siamo puttane professioniste”.
Chiediamo che venga abrogata la legge sulla sicurezza interna del 2003 e vi sia uno statuto per le lavoratrici del sesso” ha dichiarato la maitresse Nikita, parrucca nera e tacchi alti, dell’associazione ‘Le Puttane’ e del collettivo ‘Diritti e prostituzione’, organizzatori della manifestazione.

“Siamo obbligati a lavorare su internet, a nasconderci mentre esiste un’ipocrisia di fondo a livello legislativo perché la prostituzione non è repressa, ma sono repressi i mezzi per esercitarla” ha aggiunto.
“La legge del 2003 ha aumentato l’insicurezza sviluppando la rete del prossenetismo e rendendo più difficile accedere alle cure” ha sottolineato Sabrina, jeans aderenti, giacca rosa e parrucca bionda.

“La legalità allontana il prossenetismo, cosa che non fa la repressioneassicura Claudette (71 anni), francese e prostituta dall’età di 14 anni, che lavora in un salone in Svizzera dove la prostituzione è invece legalizzata.
La manifestazione, intitolata “Pute pride”, si è tenuta a Parigi per i terzo anno consecutivo.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/03/22/74560-contro_sarkozy_parigi.shtml