Archivio | marzo 24, 2008

Olimpiadi, fiaccola contestata. Proteste in Cina, ucciso poliziotto

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Cerimonia di accensione in Grecia, azione di disturbo di Reportèrs sans Frontieres. Nuove manifestazioni nella provincia di Sichuan: morto un agente, alcuni feriti

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Una tedofora thailandese si ritira “contro la repressione”. Pechino: “La stampa internazionale distorce la realtà”

<B>Olimpiadi, fiaccola contestata<br>Proteste in Cina, ucciso poliziotto</B>La polizia greca
blocca un manifestante
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ATENE – Una fiamma olimpica contestata, quella accesa nel corso di una solenne cerimonia nell’antico sito di Olimpia, in Grecia. Un’occasione, com’era prevedibile, per spostare l’attenzione sulla questione tibetana. A sostenere la protesta anche due membri di Reporters sans Frontières, fra cui il fondatore dell’associazione, Robert Menard, che hanno distratto il servizio d’ordine permettendo a un tibetano di sventolare per qualche istante una bandiera nera, con un paio di manette formate dai cinque anelli olimpici, alle spalle di Liu Qi, presidente del comitato organizzatore di Pechino 2008. Le immagini, in mondovisione, sono state brevemente oscurate dalla tv cinese che, per scongiurare incidenti, le ha trasmesse in differita.

LE FOTO DELLE PROTESTE A OLIMPIAIL VIDEO

VIDEO: IN NEPAL ARRESTATI 250 TIBETANI

Le contestazioni. Proseguiranno fino all’8 agosto, giorno dell’apertura dei Giochi, le azioni di disturbo inaugurate oggi da Rsf. Lo annuncia lo stesso Menard, fermato dalla polizia greca con altri due militanti: “Vogliamo che i capi di Stato stranieri boicottino l’apertura dei Giochi. Non abbiamo niente contro le Olimpiadi o contro gli atleti, ricordiamo agli Stati che la Cina è la più grande prigione del mondo”. E una tedofora thailandese, Narisa Chakrabongse, presidente della Green World Foundation, annuncia che per protesta non porterà la fiaccola: “Voglio mandare un messaggio alla Cina, le sue azioni non possono essere accettate dalla comunità internazionale. La sua politica nei confronti del Tibet va rivista con urgenza”.

Oltre 20 fermati. Oltre al gesto di Menard, circa dieci manifestanti hanno tentato, senza successo, di ostacolare la corsa del primo tedoforo, il greco Alexandros Nikolaidis. La polizia riferisce che in totale sono state fermate 25 persone.

Il viaggio della torcia. La torcia portata da circa quattromila tedofori di tutto il mondo percorrerà, nei prossimi 130 giorni, 137 mila chilometri, fino a Pechino, passando anche per il Tibet. I Giochi si concluderanno il 24 agosto.

Cio: “No al boicottaggio”. Il presidente del Comitato olimpico, Jacques Rogge, torna a escludere qualsiasi ipotesi di boicottaggio: “Nessuno dei grandi leader internazionali lo vuole, rispetto l’opinione delle organizzazioni umanitarie, ma non sono rappresentative dell’opinione dei loro Paesi”. A chi critica il silenzio del Comitato davanti alle violenze tibetane, Rogge esprime la speranza che i Giochi possano rappresentare la leva del cambiamento in Cina: “Sono impegnato in un’attività negoziale silenziosa con Pechino”.

Nuovi scontri in Cina. In Cina non si ferma la protesta. Un poliziotto cinese è stato ucciso e alcuni altri sono rimasti feriti durante una manifestazione nella provincia del Sichuan, ampiamente popolata da tibetani. Secondo le autorità cinesi, 381 persone coinvolte negli scontri si sarebbero arrese alla polizia. Esuli tibetani riferiscono di manifestazioni, sabato, nella contea tibetana di Chentsa, nella provincia del Qinghai e presso il monastero di Makur Namgyaling. Le fonti aggiungono che lo scorso 16 marzo, a Aba, nella provincia del Sichuan, 23 persone sarebbero state uccise dalla polizia, che avrebbe fatto fuoco sui manifestanti. Nuove proteste anche a Kathmandu, in Nepal, dove la polizia ha arrestato circa 400 persone, in gran parte esuli tibetani.

<B>Olimpiadi, fiaccola contestata<br>Proteste in Cina, ucciso poliziotto</B>L’immagine che Rsf
ha scelto per la protesta
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Le vittime. Il sito ufficiale del governo tibetano in esilio afferma che il bilancio dei morti delle scorse settimane, a Lhasa, capitale del Tibet, e in altre province della regione è salito a 140. Il precedente bilancio degli esuli era di 99 vittime, mentre quello delle autorità di Pechino è di 19 morti, di cui 18 civili cinesi “innocenti” uccisi dai manifestanti, e un poliziotto.

Pechino accusa la stampa straniera.
La Cina accusa ancora la stampa internazionale di “distorcere la realtà” nel riferire delle violenze in Tibet. L’agenzia ufficiale Nuova Cina punta l’indice in particolare contro l’americana Cnn, perché ha mandato in onda una foto dell’agenzia France Press dalla quale sarebbero stati “tagliati” i manifestanti tibetani che tiravano pietre contro due veicoli militari. Il Tibet è stato chiuso alla stampa e agli osservatori indipendenti e, alla luce delle ripetute accuse epsresse da Pechino, è improbabile che venga riaperto nel prossimo futuro.

(24 marzo 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa-2/bilancio-scontri/bilancio-scontri.html

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Iraq: 4000 soldati Usa uccisi, centinaia di migliaia i civili morti

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Sono quattromila, secondo l’Associated Press, i soldati americani morti in Iraq dall’inizio della guerra, cinque anni fa dopo l’attentato che domenica sera ha ucciso quattro militari statunitensi di pattuglia a Baghdad. Il Pentagono non conferma la cifra, seguendo una politica di basso profilo per quanto riguarda le vittime del conflitto. I morti dichiarati ufficialmente al 24 marzo sono, secondo il sito icasualties,  3992 ai quali tuttavia debbono aggiungersi 175 militari britannici, 133 di altre nazioni e oltre mille civili “contractors” di varie nazionalità. I morti italiani sono stati 33, il numero più alto dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.

L’attacco, con un cosiddetto IED (Improvised Explosive Device) in pratica una bomba rudimentale, è avvenuto verso le 22 (le 20 in Italia) a chiudere una giornata sanguinosa che aveva già fatto almeno 51 vittime in varie parti del Paese.

Quelli americani in Iraq sono morti invisibili o quasi, visto che le operazioni di rimpatrio delle salme avvengono quasi sempre con grandissima discrezione. Fino a pochi mesi or sono era addirittura proibito fotografare le salme avvolte nella bandiera a stelle e strisce all’interno degli aerei da trasporto militare. Ora si può (i media l’hanno spuntata grazie al primo emendamento della costituzione Usa, quello sulla libertà di espressione) ma le foto rimangono molto rare alla base militare di Dover, nel Delaware, dove le salme continuano a giungere sul suolo americano dall’Iraq.

È vero che articoli sui militari morti
in Iraq continuano a riempire la stampa americana. Ma si tratta soprattutto delle pagine locali dei grandi quotidiani e di quelle dei media regionali: ne parlano quando la vittima viveva (o era nata) nella città alla quale le pagine si riferiscono.

Decisamente molto più numerose
di quelle militari americane sono le vittime civili irachene: spesso invisibili anch’esse, sono soprattutto morti dimenticati, visto che nessuno ne ha tenuto il macabro catalogo, e le stime oscillano tra 82mila (secondo le stime del sito iraqbodycount) e oltre un milione di vittime. La rivista medica britannica The Lancet ha pubblicato qualche tempo fa uno studio dal quale risulta che i morti civili associati alla guerra sono stati almeno 100mila tra il 2003 e il 2004. Un numero che oggi potrebbe essere moltiplicato per tre o quattro se gli assunti dell’articolo restano validi.

In base alle ultime cifre pubblicate i militari Usa morti quest’anno in Iraq sono 96, molti meno rispetto agli anni precedenti, visto che su base annua, se la progressione rimane quella attuale, si sarà al di sotto delle 400 vittime. L’anno più letale è stato il 2007, con 901 morti tra i militari americani. Non era andata molto meglio nel 2004, nel 2005 e nel 2006. Le vittime Usa erano state rispettivamente 849, 846 e 822.

Ma ai morti si debbono aggiungere i feriti: ufficialmente sono circa 30 mila, ma fonti non ufficiali arrivano a stimarne anche centomila. Ma almeno un terzo dei feriti resta mutilato o invalido. Pesantissima, tra i reduci, l’incidenza delle turbe mentali che sfociano spesso in violenza, contro se stessi o conto gli altri. Ufficialmente i suicidi nei cinque anno di guerra sono stati 151, ma si calcola che siano ben oltre il migliaio quelli tra i reduci rientrati in patria.
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Pubblicato il: 24.03.08
Modificato il:
24.03.08 alle ore 19.26

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=74034

Luce e gas, dal 1° aprile nuove tariffe: aumenti del 4% in vista

Rincari in arrivo del 4% per gas ed elettricità (foto Luciano Sciurba)

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ROMA (24 marzo) – Conto alla rovescia per l’aggiornamento delle tariffe della luce e del gas che – secondo le prime stime degli esperti del settore – potrebbero veder scattare dalla prossima settimana una nuova stangata sulle tariffe elettriche e del metano, spinte dalle fiammate del greggio. Entro lunedì 31 marzo l’Authority per l’energia comunicherà l’andamento delle tariffe nel prossimo trimestre aprile-giugno. Tariffe che – secondo le stime di Nomisma energia, basate sulle quotazioni del petrolio negli ultimi mesi – potrebbero veder salire, dal primo aprile, il conto delle famiglie italiane di quasi 60 euro su base annua: 17 euro in più per la luce (per la quale si profila un ricaro del 3,9%) e circa 40 euro in più per il metano (+4,1% le attese di rialzo da parte degli esperti tariffari).

Il petrolio come uno tsunami.
Dall’Authority per l’energia, cui spetta l’ultima parola in materia di aggiornamento tariffario, non è trapelata finora alcuna indicazione sui possibili rincari. Sottolineando che i dati arriveranno entro fine mese – probabilmente sabato prossimo – il presidente dell’organismo, Alessandro Ortis nei giorni scorsi ha però parlato di uno «tsunami» riferendosi all’andamento del greggio. E ha spiegato di «continuare ad essere preoccupato delle quotazioni mondiali degli idrocarburi: i prezzi di petrolio e gas persistono su valori assai elevati e, considerato che il sistema energetico italiano dipende molto dalla loro importazione, essi hanno purtroppo ancora notevole influenza sui costi inclusi nelle nostre bollette». Lo tsunami-greggio rischia così di travolgere – ha spiegato Ortis – «anche i benefici per i consumatori derivanti da una continua riduzione delle tariffe da noi amministrate, come quelle di trasporto e distribuzione, e i vantaggi iniziali ottenuti grazie alle prime liberalizzazioni».

Sessanta euro d’aumento. Se le prime stime dei centri di ricerca dovessero comunque trovare conferma nell’entità degli aumenti stimati, la spesa complessiva degli italiani per le bollette della luce e del gas potrebbe lievitare di altri 60 euro su base annua. Il rincaro si andrebbe ad aggiungere a quelli già scattati – sempre in seguito al caro-petrolio – nei trimestri precedenti: dal 1° ottobre 2007 alla fine dell’anno, le tariffe sono salite dell’1,6% per la luce e del 2,3% per il gas, con un impatto sulla spesa annua della famiglia tipo di 30 euro; dal 1°gennaio, poi, sono rincarate ultriormente del 3,8% per l’elettricità e del 3,4% per il metano, comportando un ulteriore aggravio di 48 euro sui bilanci degli italiani. Dalla fine del 2004 a oggi, quindi la spesa annua di ogni famiglia italiana registrerebbe così, solo per la voce luce-gas, un aggravio di circa 340 euro su base annua.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=21161&sez=HOME_NOSTRISOLDI

E’ morto Gino Donè, l’unico italiano tra gli eroi del “Desembarco” del Granma

 

 

 

 

 

 

E’ morto Gino Donè

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Scrive Giuliana Grando,che guida l’Associazione Italia – Cuba di Venezia al suo rientro da Cuba:  

“Sono appena arrivata a Milano, dopo un buon viaggio, però ho ricevuto la notizia della morte di Gino Doné Paro, avvenuta nella notte tra il 22 e il 23. Si è spento dolcemente nel sonno e la sua ultima conversazione è stata ieri sera su Fidel. Vi prego di dare la comunicazione al Poder Popular, ai Granmisti a Fidel stesso, nel caso non gli sia ancora giunta la notizia.


Una recente foto di Gino Donè alla Casa dell’Amicizia de L’Avana

Il Circolo di Venezia che è stato spesso onorato dalla sua presenza come compagno e come amico è in lutto e lo ricorda come un comunista che ha lottato per la libertà del popolo cubano e italiano.

Un abbraccio, Giuliana

La redazione di Granma Internacional in italiano è ugualmente in lutto.

Chi scrive voleva molto bene a quell’uomo così vivo, forte, simpatico, pieno d’entusiasmo, che era stato decorato con la Medaglia 50º del Granma nel 2006, occasione in cui aveva rivisto Fidel dopo cinquant’anni e gli aveva detto abbracciandolo: “A Fidel fidelidad”.

I funerali di Gino Donè si svolgeranno giovedì 27 marzo presso la Sala Cimiteriale di Spinea (VE).

fonte: http://www.granma.cu/italiano/2008/marzo/lun24/gino.html

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Tra gli 82 patrioti a bordo del famoso battello ‘Granma’

Gino Donè, l’italiano che fece la rivoluzione con Fidel e il ‘Che’

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Ex partigiano 84enne di Monastier, in provincia di Treviso, è l’unico europeo che nel 1956 partecipò alla spedizione castrista dal Messico a Cuba. Ma lui dice: “La mia vita non è straordinaria”. La sua vicenda ora raccontata in un documentario. Il regista: “Una testimonianza storica importantissima”
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Roma, 19 feb. (Ign) – Insieme a lui Ernesto ‘Che’ Guevara fumò il suo primo sigaro. Fidel Castro lo scelse come corriere per aggirare i servizi segreti di Batista. E al loro fianco, nel 1956 partecipò alla spedizione del mitico battello ‘Granma’ dal Messico a Cuba. Eppure, nei libri di storia non c’è traccia di Gino Donè, 84enne di Monastier, in provincia di Treviso: dopo aver combattuto da ragazzo come partigiano nella laguna veneziana, fu l’unico europeo che partecipò alla Rivoluzione cubana. Modesto e riservato, a Ign, testata on line del Gruppo Adnkronos, Doné afferma: “La mia non è una vita straordinaria”. Ma in realtà si tratta di una vicenda assolutamente fuori dal comune, rimasta sconosciuta fino a poco tempo fa e ora narrata nel documentario “A secret life with Fidel”, scritto e diretto da Enrico Coletti.

“Abbiamo raccontato la storia di un uomo qualunque che segretamente ha vissuto una vita da eroe”, commenta a Ign il regista. Alcuni anni fa il regista si trovava a Cuba per girare un altro documentario, quando scoprì che nella lista degli 82 rivoluzionari che nel 1956 parteciparono alla celebre spedizione castrista dal Messico a Cuba a bordo del mitico battello ‘Granma’ si trovava anche il nome di un’italiano, Gino Donè Paro.

Dopo complesse ricerche, Coletti riuscì a rintracciare l’ormai anziano signore di origini venete, che nel frattempo si era traferito in Florida, da dove aveva continuato a collaborare con i vertici cubani. “Era talmente riservato – ricorda Coletti – che non voleva parlare della sua vicenda, ma pian piano siamo diventati amici e così ci siamo immersi in un racconto che è una testimonianza storica importantissima“.

Di due anni più anziano di Fidel Castro Ruz, Donè nasce il 18 maggio del 1924. A 20 anni diventa partigiano combattente nella laguna di Venezia. Finita la guerra, emigra nel continente americano, stanziandosi a Cuba. Nel 1952, si fidanza con Norma Turino Guerra, giovane cubana rivoluzionaria dell’antica città di Trinidad, che sposerà l’anno dopo e con la quale nel 1954 entrerà nel nuovissimo movimento rivoluzionario castrista “26 Luglio”, definito con la sigla “M-26-7”, dalla data dell’assalto alla Caserma Moncada del 26 Luglio 1953. Norma è amica di Aleida March, futura seconda moglie del ‘Che’.

Nel 1954 Donè riceve l’ordine dal “M-26-7” di portare clandestinamente gruppi di giovani cubani (e pacchi di dollari) a Città del Messico, dove è atteso da Castro, qui esiliato dopo l’assalto alla Moncada di Santiago e due anni di prigione all’Isola dei Pini. “Fu lo stesso Fidel – racconta Coletti – a richiedere l’intervento di Gino come corriere per aggirare i servizi segreti di Batista, tanto che in un messaggio ai suoi sostenitori a Cuba scrisse: ‘Mandatemi l’italiano'”.

E in Messico Gino condivide l’abitazione con il giovane medico argentino Ernesto ‘Che’ Guevara de la Serna. I due diventano grandi amici e dai racconti di Doné emergono i tratti umani di un personaggio che appartiene ormai al mito. “Gino – riferisce Coletta – ricorda spesso come il ‘Che’ fosse un pessimo cuoco. Inoltre, cantava e ballava malissimo. Ma era una persona di grande generosità, tanto che una sera diede in elemosina a una povera donna tutto il denaro raccolto dal gruppo per una cena in osteria. E fu proprio insieme a Gino che il ‘Che’ fumò il suo primo sigaro!“.

Con alle spalle l’esperienza combattente partigiana, Donè collabora negli addestramenti militari in Messico. E alla fine di novembre del 1956 parte dal Porto di Tuxpan tra gli 82 patrioti del famoso battello Granma. Sulla barca, il suo grado militare è quello di tenente del Terzo Plotone comandato dal capitano Raúl, fratello di Fidel. “Il barcone, che poteva trasportare al massimo 23 persone – racconta ancora Coletta – era stracolmo. Durante il viaggio, che durò sette giorni invece dei tre previsti, uno degli uomini, Roche, cadde in mare. Gino racconta che Fidel non volle proseguire nella traversata finché non lo avesse ritrovato. E così, alla fine, Roche venne ripescato ancora vivo”.

Dopo lo sbarco presso Niquero, vicino al Pico Turchino, nella Sierra Maestra Orientale Cubana, e la decimazione subita ad opera dei soldati dell’esercito batistiano, Gino torna clandestinamente a Santa Clara, dove nel Natale 1956 partecipa ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari assieme ad Aleida March. Ma nel gennaio 1957 riceve l’ordine di andare in clandestinità all’estero salpando con una barca da Trinidad. La destinazione è New York. Non rivedrà più l’amata moglie Norma, dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza. Negli Usa sposa la portoricana Tony Antonia, conosciuta proprio attraverso Norma, con la quale successivamente si trasferisce in Florida. Da lì, come abbiamo detto, continua a collaborare segretamente con le autorità cubane.

Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 Gino vive con la nipote Silvana a Noventa di Piave, vicino a San Donà, in provincia di Venezia. In questi anni si è racato diverse volte a Cuba dove ha potuto riabbracciare Fidel Castro, con cui è sempre rimasto in contatto. E nel 2006 ha partecipato alle celebrazioni del 50esimo del ‘Desembarco del Granma’.

fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1893225271

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La biografia di Gino Donè Paro

• Uno dei protagonisti della storica spedizione del Granma, con Fidel

GIANFRANCO GINESTRI

Nel 1956, all’età di 32 anni, fu l’unico europeo a partecipare alla spedizione cuabana dal  Messico a Cuba. Dal 2003 Gino, vedovo e senza figli, abitava a Noventa di Piave, in provincia di Venezia, con la  nipote Silvana.

A Cuba, nell’archivio storico delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie) c’è un dossier su Gino Donè Paro, l’unico europeo partecipante al “Desembarco del Granma” del 1956.

Di due anni più vecchio di Fidel Castro, Gino era nato da genitori braccianti il 18 maggio 1924 a Monastier di Treviso, vicino a Venezia.

Dopo le scuole andò militare e l’8 settembre 1943 a Pola. Tornò a casa e diventò partigiano con la Missione Nelson e con il Comandante Guido, un ingegnere milanese italo-americano operante nell’area della laguna veneziana.  Alla fine della guerra ricevette un encomio dal Generale Alexander e poi emigrò a Cuba passando dal Canada.

Nel 1951 lavorava all’ Avana come carpentiere nella grande Plaza Civica : l’attuale Plaza de la Revoluciòn.  

Nel 1952 Gino si fidanzò con Olga Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria di ricca famiglia cubana, abitante nella città coloniale di Trinidad, amica di Aleida March di Santa Clara, futura 2.a moglie del Che.

Entrò poi nel “Movimento 26 Luglio”, chiamato con la sigla “M-26-7”, dalla data dell’assalto dei ribelli (il 26 Luglio 1953) alle caserme di Bayamo e Santiago di Cuba.

Nel 1954 Gino si sposò. Poi nel 1955 e 1956, diventato tesoriere del “M-26-7” di Santa Clara, fu incaricato dal dirigente Faustino Perez di portare reclute e soldi in Messico, dove lo attendeva Fidel che doveva comprare il battello Granma. Gino così divenne amico del medico asmatico Che Guevara, che gli confidò che se non avesse incontrato Fidel  sarebbe emigrato in Italia per specializzarsi  contro l’asma, nella facoltà di medicina di Bologna. Gino diventò amico anche di Fidel e di Raul e, come ex partigiano, collaborava agli addestramenti militari.

Il 25 novembre del 1956  partì dal porto messicano di Tuxpan tra gli 82 patrioti del battello Granma.  A bordo il suo grado era quello di Tenente del Terzo Plotone comandato dal Capitano Raúl, fratello di Fidel. Gli 82 sul Granma erano: 78 cubani, più un argentino (Che), più un messicano (Alfonso), più un domenicano (Ramon), più Gino (detto El Italiano).

Sul passaporto italiano c’era scritto Gino Donè, ma all’anagrafe cubana, quando si è sposò, fu registrato col nome di Gino Donè Paro, cioè anche con il cognome materno.

Dopo lo sfortunato sbarco del 2 dicembre 1956 nell’Oriente Cubano, ai piedi della Sierra Maestra, e dopo la decimazione subita ad Alegria de Pio dai soldati batistiani, Gino tornò clandestinamente a Santa Clara, dove nel Natale 1956 partecipò ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, assieme all’amica Aleida March. Ma nel gennaio 1957 ricevette l’ordine dal “M-26-7” di andare all’estero salpando da Trinidad.

Dopo mezzo secolo Gino ha detto che: “Dopo il Desembarco del Granma, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare. C’era necessità di collegamenti, di notizie, d’informazioni, di soldi, di armi, e di molte altre cose. Chi con le armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io”.

Nel 1996, alla Fiera Turistica di Varadero, a Cuba, il Comandante Jesús Montané Oropésa, “moncadista-granmista” da sempre assistente di Fidel, durante una intervista con Gianfranco Ginestri, disse: “Gino era il più adulto, il più serio, il più disciplinato; e dopo la nostra vittoria non ha mai cercato privilegi; e ogni tanto ci telefoniamo”.

L’ultima volta che Gino fu ospite di Montanè a Cuba avvenne in occasione del 40° dello sbarco del “Granma”, nel dicembre 1996.  Jesús Montanè è morto nel 1999.

Gino, nel 2003  (senza figli e vedovo due volte: della cubana Olga Norma e della portoricana Tony Antonia) era andato a vivere a Noventa di Piave, vicino a San Donà, in provincia di Venezia, dall’amata nipote Silvana.

All’Avana è in contatto con il suo compagno “granmista” Arsenio Garcia Davila, con il quale  andò alla sfilata del 1° Maggio 2004 (dove fu decorato) : poi il 18 maggio  tornò a Venezia dove fu festeggiato nel suo 80° compleanno dai Circoli di Italia-Cuba del Veneto, da diverse organizzazioni amiche di Cuba, e dall’Anpi.

Per il suo 81° compleanno, nel 2005, è stato ospite a Firenze della Fondazione Italiana Ernesto Guevara. Per l’ 82° compleanno, nel 2006 a Bologna,  divenne socio onorario del locale circolo dell’Ass-Italia-Cuba.

Nel 2006 si è recato spesso a Cuba, per partecipare alle celebrazioni del 50° del Desembarco del Granma.

Nel 2007 a Cuba, “Mundo Latino”  ha presentato un dvd sul tema: “ Gino: dalla Resistenza alla Revoluciòn ”.

fonte: http://www.granma.cu/italiano/2008/marzo/lun24/biografia.html