Archivio | aprile 3, 2008

Il paradosso dei manager italiani: stipendi d’oro, aziende in rosso

<B>Il paradosso dei manager italiani<br>stipendi d'oro, aziende in rosso  </B>

L’inchiesta: le buste paga dei 50 dirigenti più pagati salite del 29%. Boom slegato dai risultati del mercato. Nel 2007 le retribuzioni dei dipendenti +2,3%

.

di ETTORE LIVINI

MILANO – La bolla dei superstipendi a Piazza Affari continua a sfidare la forza di gravità. La frenata degli indici (-7% l’S&P Mib nel 2007) e la bufera subprime non sono bastati a rallentare la corsa delle buste paga dei manager italiani. I 50 dirigenti più pagati del listino milanese si sono messi in tasca l’anno scorso quasi 300 milioni, il 29% in più del 2006 (le buste paga da lavoro dipendente sono cresciute del 2,3%). In dodici mesi la Borsa ha creato 150 nuovi milionari – nel 2003 erano “solo” 53 – con un boom che sembra in molti casi slegato dai risultati ottenuti sul campo dai Paperoni del mercato.

Il caso Telecom, da anni è il Bengodi dei compensi made in Italy, è emblematico. Il titolo è in caduta libera (-7,8% nel 2007), gli utili frenano (-18%), il dividendo è stato drasticamente tagliato. Eppure Riccardo Ruggiero, l’ad uscito di scena con una busta paga di oltre 17 milioni, si è raddoppiato a 3,7 milioni il bonus per le performance aziendali. Benissimo è andata anche a Giulia Ligresti, presidente e ad Premafin. La holding di famiglia, a dire il vero, non ha vissuto un 2007 particolarmente brillante: l’utile è calato del 30%, le azioni del 22%. Lei però si è consolata con un congruo ritocco (+29%) alla busta paga, salita a 4,4 milioni di euro.

Dalle polizze al mattone, la musica non cambia. Prendiamo Luigi Zunino, numero uno e socio di controllo di Risanamento. I subprime e la crisi immobiliare hanno messo alle corde il suo gruppo. Il titolo ha lasciato sul terreno in 12 mesi più del 60%, il bilancio si è chiuso con quasi 100 milioni di rosso. Lui stesso (pressato dalle banche creditrici) ha deciso di fare un passo indietro cercando un manager cui affidare le redini dell’impero. E lo stipendio? Quello non si tocca. Anzi. Nel 2007, malgrado tutto, è stato rivisto al rialzo (+15%) a 4,5 milioni. La stessa busta paga, per dare un’idea di Jeroen Van Der Veer, numero uno di quella Shell che in Borsa capitalizza 2mila volte il valore di Risanamento.

L’elenco di compensi che si muovono in direzione opposta rispetto alle performance aziendali e ai titoli in Borsa potrebbe essere lunghissimo. Giampiero Pesenti ha guadagnato nel 2007 il 70% in più – 5,4 milioni – mentre le azioni e i conti della sua Italmobiliare hanno innestato la retromarcia. In casa Mediaset, invece, Fedele Confalonieri si è regalato un aumento dell’8% malgrado Piazza Affari (-23%) non abbia proprio premiato il Biscione nel 2007. Piersilvio Berlusconi è stato più discreto e ha mantenuto il suo aumento (+2,7% a 1,45 milioni) in linea con l’incremento del costo della vita.

La Cuccagna degli emolumenti made in Italy è ancora più evidente se come pietra di paragone si utilizzano i “740” dei manager europei. Alessandro Profumo con i suoi 9,4 milioni (il 39% più del 2006 malgrado il titolo in frenata) è il secondo banchiere più pagato d’Europa dopo Josef Ackermann (13,9) di Deutsche Bank. Una posizione forse meritata viste le dimensioni e il lavoro fatto da Unicredit. Stupisce invece un po’ di più Aldo Bizzocchi, ad del Credito emiliano che con i suoi 4,7 milioni guadagna più di Francisco Gonzales (1,9) del Bbva e persino di Michael Geohegan della Hsbc (4,5). Il Belpaese monopolizza come accade ormai da anni la classifica delle tlc grazie alla generosità di Telecom.

Ma si difende anche sul fronte assicurativo. Antoine Bernheim – contestato dagli hedge fund per la sua busta paga – con i suoi 5,2 milioni è secondo in Europa solo a Don Shepard (7) della Ing. Ma surclassa i concorrenti più diretti Michael Dieckmann di Allianz (4,2) e Andrew Moss di Aviva (3,2), battuti anche da Jonella Ligresti (5) di Fondiaria. Tenendo conto anche dei bonus straordinari, poi, il tricolore torna a sventolare glorioso sul pennone più alto nel business delle polizze: Fondiaria ha premiato nel 2007 Fausto Marchionni per i suoi 40 anni in azienda con un superstipendio da 7,1 milioni.

.
(3 aprile 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/economia/stipendi-manager/stipendi-manager/stipendi-manager.html

SCONVOLGENTE: Benvenuti a Velenitaly & Pane e camorra

DOMANI SULL’ESPRESSO

Benvenuti a Velenitaly

di Paolo Tessadri
.

Concimi, sostanze cancerogene, acqua, zucchero, acido muriatico e solo un quinto di mosto. Con questo miscuglio sono stati prodotti 70 milioni di litri di vino a basso costo. Venduti in tutta Italia

Di vino ne contengono poco: un terzo al massimo, spesso di meno. Il resto è un miscuglio micidiale: una pozione di acqua, sostanze chimiche, concimi, fertilizzanti e persino una spruzzata di acido muriatico. Veleni a effetto lento: all’inizio non fanno male e ingannano i controlli, poi nell’organismo con il tempo si trasformano in killer cancerogeni.

Secondo i magistrati di due procure
e la task force che da sei mesi indagano sulla vicenda, questo cocktail infernale è il protagonista della più grande sofisticazione alimentare mai scoperta in Italia. Perché con la miscela tossica sono state confezionate quantità mostruose di vino. Gli inquirenti ritengono che si tratti di almeno 700 mila ettolitri: sì, 70 milioni di litri messi in vendita nei negozi e nei supermercati come vino a basso costo anche dai marchi più pubblicizzati del settore. Un distillato criminale che ha riempito circa 40 milioni di bottiglie, fiaschi e confezioni di tetrapack d’ogni volume, offerte a un prezzo modestissimo: da 70 centesimi a 2 euro al litro.

L’inchiesta è tutt’ora in corso: solo una parte dei prodotti pirata è stata sequestrata perché è impossibile rintracciare tutte le bottiglie. Ma gli elementi raccolti dagli investigatori mostrano un sistema industriale di contraffazione che nasce dalla criminalità organizzata e alimenta le grandi cantine: le aziende coinvolte nello scandalo sono già 20. Otto si trovano al Nord: in provincia di Brescia, Cuneo, Alessandria, Bologna, Modena, Verona, Perugia. Il resto invece è sparso tra Puglia e Sicilia: le sorgenti del vino contraffatto e dei documenti che gli hanno permesso di invadere le botti. Perché con questo sistema criminale i produttori riuscivano a risparmiare anche il 90 per cento: una cisterna da 300 ettolitri costava 1.300 euro, un decimo del prezzo normalmente chiesto dai grossisti del vino di bassa qualità.

Retrogusto al metanolo. L’istruttoria è nata partendo da uno dei soliti sospetti: una cantina di Veronella che 22 anni fa venne coinvolta dal dramma delle bottiglie al metanolo. Ricordate? Diciannove persone uccise mentre altre 15 persero la vista per colpa del mix a base di mosto e di un alcol sintetico, normalmente utilizzato nelle fabbriche di vernici: un liquido inodore e micidiale. Una tragedia che cancellò la credibilità della nostra enologia e stroncò l’export. Ma nello stabilimento di Bruno Castagna anche quella lezione sembra dimenticata. Quando nello scorso settembre scatta l’irruzione, gli agenti del Corpo forestale di Asiago e dell’Ispettorato centrale per il controllo dei prodotti agroalimentari trovano subito una situazione anomala: accanto alle cisterne c’erano taniche piene di acido cloridrico, altre con acido solforico e 60 chili di zucchero. Gli ispettori mettono tutto sotto sequestro e fanno esaminare campioni di vino bianco e rosso per capire cosa contengano. I test condotti nell’Istituto agrario di San Michele all’Adige e nel laboratorio di Conegliano Veneto dell’Ispettorato centrale forniscono lo stesso verdetto choc: in quel liquido di uva ce n’è circa un quinto, il minimo indispensabile per dare un po’ di sapore. I test sono concordi: tra il 20 e il 40 per cento, non di più. E il resto? Acqua, concimi, fertilizzanti, zucchero, acidi. Sì, acidi: usati per mimetizzare lo zucchero vietato per legge. L’acido cloridrico e l’acido solforico vengono utilizzati per ‘rompere’ la molecola dello zucchero proibito (il saccarosio) e trasformarlo in glucosio e fruttosio, legali e normalmente presenti nell’uva. Un metodo che consente così di sfuggire ai controlli. Risultato: da una normale analisi non emergerà la contraffazione. I due acidi, assieme alle altre sostanze cancerogene, non uccidono subito, ma lo fanno progressivamente, in modo subdolo. L’acido cloridrico, comunemente chiamato acido muriatico, può provocare profonde ustioni se finisce sulla pelle, se ingerito è devastante.

A Veronella uno degli investigatori è svenuto per i vapori e sono stati chiamati i pompieri per rimuovere le scorte. Il titolare della cantina è stato arrestato per il reato di sofisticazione alimentare con pericolo della salute pubblica: di quel liquido ad alto rischio ne avevano ancora migliaia di litri. Ma il fascicolo aperto dal pubblico ministero di Verona Francesco Rombaldoni poco alla volta si è gonfiato di reati pesantissimi: l’associazione a delinquere per gli imprenditori vinicoli del Nord. Che diventa addirittura associazione mafiosa per i loro referenti meridionali.

Sacra cantina unita. Partendo dai silos veneti gli agenti della Forestale sono arrivati ai fornitori della pozione micidiale. La pista conduce fino a Massafra in provincia di Taranto. Secondo l’accusa, l’intruglio proviene da due stabilimenti: la Enoagri export srl e la Vmc srl, vini, mosti e concentrati. Per gli inquirenti il gigantesco impianto della Vmc è stato costruito non per produrre vino, ma per fabbricare quantità industriali di quel mix velenoso: c’è un vero laboratorio chimico. Da lì l’inchiesta si allarga ancora e si estende in tutta Italia, con squadre di investigatori all’opera anche in Sicilia, mentre il coordinamento per il fronte Sud viene preso dal pm Luca Buccheri della Procura di Taranto. Pochi giorni fa il magistrato ha sequestrato i due stabilimenti, ma gli investigatori sono convinti che i titolari siano solo dei prestanome. Dietro di loro, in realtà, ci sarebbero gli investimenti della Sacra corona unità, il nucleo storico della mafia pugliese. E poiché ogni documento falso richiede altre coperture, altre aziende nelle mani della malavita avrebbero fornito certificati e ricevute per giustificare l’attività delle distillerie di veleno. Tutto finto: vino, forniture, bolle di trasporto, fatture. A Massafra è stata sequestrata la Tirrena Vini, definita dagli inquirenti una ‘cartiera’. E sono spuntati documenti taroccati realizzati pure da ditte di Trapani, che hanno fatto ipotizzare un collegamento operativo con Cosa nostra siciliana. E per questo anche la Direzione investigativa antimafia è scesa in campo per intercettare i movimenti di capitali impegnati nell’operazione criminale.

Cocktail al veleno.
Una volta scoperte le sorgenti, gli specialisti della Forestale e dell’Ispettorato centrale per il controllo dei prodotti agroalimentari si sono messi a studiare tutti gli acquirenti della pozione. E hanno ricostruito la mappa di quella che definiscono la più grande frode mai scoperta in Italia: 70 milioni di litri di vino corretto o fabbricato con liquidi pericolosi per la salute. Viene creata una task force di investigatori e informato il ministero delle Politiche agricole. La miscela è finita nelle cantine di sei regioni: Lombardia, Piemonte, Veneto, Umbria, Puglia e Sicilia. I primi test avrebbero riscontrato lo stesso cocktail di Veronella: solo il 20-30 per cento è vino, il resto è composto dal solito intruglio di fertilizzante, concime, zucchero e acido made in Massafra. Ma a preoccupare ministero e inquirenti è soprattutto l’uso che ne avrebbero fatto due impianti, uno nel Bresciano e l’altro nel Veronese, che sono leader in Italia nell’imbottigliamento e nella vendita di vini a basso prezzo. Solo da questi due stabilimenti sono uscite milioni di bottiglie, di fiaschi e di cartoni destinati in massima parte al mercato nazionale.

È chiaro che a questo punto l’inchiesta assume una dimensione di alto impatto per l’economia italiana. Con il rischio di un danno d’immagine ben più grave di quello provocato dall’allarme sulla bufala. Per questo il vertice del ministero ha scelto una linea di massima cautela: sia per non compromettere gli sviluppi investigativi sul versante mafioso, sia per non infliggere un nuovo colpo alla credibilità dei nostri prodotti. Il settore basso del mercato è anche quello dove la concorrenza internazionale è più forte, con nuove nazioni che si lanciano con prodotti a prezzi infimi. Ma nonostante i sequestri, moltissime delle bottiglie sotto inchiesta restano in vendita: ‘L’espresso’ ne ha visto un intero stock in un centro commerciale del Nord-est.

D’altronde le quantità contraffatte accertate finora dagli investigatori non hanno precedenti: 700 mila ettolitri. Un record, che può inondare un’altra delle risorse nazionali con un fiume di vino dal retrogusto di acido muriatico.

(03 aprile 2008)
.
________________________________________________________________
________________________________________________________________
ESPRESSO: ANTICIPAZIONE

Pane e camorra

di Claudio Pappaianni
.

Mille forni illegali senza igiene. Dove si brucia ogni genere di scarto nocivo per cuocere pagnotte. Vendute da banchi, negozi e market. Ecco l’ultimo affare dei boss napoletani

GUARDA IL VIDEO
.
Il pane di camorra costa meno e viene spacciato per genuino: “Ha il sapore paesano”. Il pane di camorra costa meno perché viene prodotto fuori da qualunque regola: senza igiene, senza controllo su acqua e farina. E soprattutto usando per cuocerlo ogni genere di scarto: ci sono anche vecchi infissi verniciati e cortecce di nocciole trattate con antiparassitari, che spargono nuvole tossiche sulle pagnotte. In un caso, per fortuna isolato, sono state bruciate persino delle bare dissotterrate.

Il pane di camorra è un grande affare:
in sei mesi, da quando i prezzi ufficiali sono saliti alle stelle, sono stati scoperti e ispezionati oltre 400 forni a Napoli e provincia. Più della metà è stata sequestrata, in tutti gli altri sono fioccate multe per irregolarità multiple: 80 le persone denunciate. “Ci muoviamo per la tutela del consumatore e dei lavoratori, quasi sempre sfruttati e in nero”, spiega a ‘L’espresso’ il colonnello Gaetano Maruccia, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli.

La
capitale del pane nero è Afragola,
60 mila abitanti e un municipio già sciolto due volte per infiltrazione camorristica. Nonostante i forni clandestini siano tantissimi, nessuno li ha mai segnalati: né i vigili urbani, né gli ispettori della Asl. Nel cortile di un palazzo, in quella che tutti chiamano la ‘Zona nuova’, si sfornano filoni in un sottoscala fetido e ammuffito. È tutto abusivo, anche il titolare, un ex affiliato al clan Moccia che si è fatto vent’anni di carcere e oggi si è inventato panettiere. “Sempe meglio c’arrubbà”, dice l’anziana suocera: meglio che rubare.

E mostra ai carabinieri la foto di un figlio assassinato dalla camorra. La cantina-panetteria è un tugurio: al centro il piano di marmo infarinato e una bilancia sotto cui spuntano volantini elettorali. Le mattere, le classiche tavole dove l’impasto lievita, sono accatastate una sull’altra lungo il perimetro delle pareti screpolate dall’umidità. In alcune c’è pane cotto, in altre lievito avariato. È tutto lì, tutto nello stesso locale buio: ci sono gli stracci appesi tra due fornaci, grezzi e cadenti, e perfino una radio appoggiata vicino agli sportellini di ferro arrugginiti. Sono ancora caldi quando, poco dopo le 9 del mattino, i carabinieri del comando provinciale e dei Nas sequestrano tutto. Poche case più in là un cartello annuncia: ‘Prossima apertura panificio’. È un ex forno illegale che, dopo i controlli e le multe, ha deciso di mettersi in regola.

Queste pagnotte finiscono sui ‘bancarielli’, banchetti che ricordano quelli delle sigarette di contrabbando. Ma sempre più spesso il pane nero compare nei negozi e nei supermarket. “Tutto ciò che è business attira l’interesse della criminalità che trae profitti sia dalla fornitura di materie prime che dalla distribuzione del prodotto finito”, spiega il colonnello Maruccia. I clan impongono o consigliano la loro merce, creando un mercato parallelo sottocosto che conviene anche ai commercianti: tutti ci guadagnano, tranne il consumatore che rischia di mettersi in tavola un misto di mollica e veleno. Ma il business comanda. L’assessore all’Agricoltura della Provincia, Francesco Borrelli, stima che i panifici non autorizzati siano più di mille: “Secondo i nostri calcoli generano un giro d’affari da mezzo miliardo di euro l’anno”.

C’è poi chi una licenza ce l’ha, ma non rispetta nulla: né l’igiene, né la sicurezza dei suoi dipendenti. A due passi dal cosiddetto ‘Terzo Mondo’, uno degli ultimi fortini del clan Di Lauro protagonista della faida di Scampia, alle sei del mattino lavorano in cinque. L’unico senza precedenti penali è un immigrato clandestino. Ma viene arrestato subito dopo per ricettazione: il suo scooter risulta rubato. Gli altri quattro sono vecchie conoscenze delle forze dell’ordine. Perché intorno al pane si è creata una filiera criminale che va dalle forniture di farina fino alle assunzioni. Denuncia Tommaso Pellegrino, segretario della commissione parlamentare Antimafia: “Lo sfruttano anche così, dando una possibilità di lavoro a chi ha scontato la propria pena in carcere. L’antistato è anche questo”. L’ultimo dossier consegnato da Borrelli e Pellegrino ai carabinieri mostra come il pane sia solo l’apripista di un nuovo commercio alimentare, messo in vendita lungo le strade campane: pesce, carciofi, mozzarelle e fragole. Tutto made in camorra, alla faccia della tracciabilità e della sicurezza.

(03 aprile 2008)
.
acerra_pecoremorte.jpg
 Acerra – pecore avvelenate dalla diossina

.

LEGGETE IL RESTO

________________________________________________________________

Ministro, fuori i nomi

di Letizia Gabaglio

Operazione trasparenza Da tempo le associazioni dei consumatori chiedono che vengano resi noti i nomi di chi produce latte contaminato da diossina, ma più in generale di chi viene scoperto dai Nas a smerciare cibo contraffatto. E questo provvedimento appare davvero l’unico modo per separare il grano dall’oglio, e salvare i produttori che lavorano bene. …

Leggi tutta la scheda
 ________________________________________________________________

Un sorso di diossina

di Giuliano Foschini

Ci sono diossina e dosi elevatissime di pcb, policlorobifenile, nel latte di alcuni allevamenti di Taranto. Veleni che gli animali respirano e ingeriscono pascolando attorno alle fabbriche della città e soprattutto nei terreni che circondano l’Ilva, l’enorme azienda siderurgica che da sola produce quasi il 50 per cento della diossina italiana. …

Leggi tutta la scheda

________________________________________________________________

Medicina e biotech | INQUINAMENTO

Tutti i rischi della diossina

di Nicola Nosengo

 Falso allarme o il ritorno di un incubo? La diossina torna a far paura in Italia, dopo l’incidente di Treviso. Da giorni si susseguono annunci contrastanti da parte delle autorità locali: prime le rassicurazioni che avevano escluso la formazione di questo pericoloso inquinante nell’incendio scoppiato il 18 aprile allo stabilimento De Longhi. Poi i rilievi dell’Arpav (l’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale del Veneto) secondo cui invece diossina in quei fumi c’era eccome: tre volte la quantità prodotta da un inceneritore di rifiuti, almeno nelle immediate vicinanze dell’incendio. Gli esperti ora cercando comunque di rassicurare la popolazione: la diossina si è dissolta nell’aria, e l’effettiva esposizione della popolazione non è preoccupante. Sarà. Ma basta quella parola a suscitare molti brutti ricordi.

A cominciare da quello di Seveso, il comune del milanese investito il 10 luglio del 1976 da una nube tossica uscita dallo stabilimento Icmesa: un nube che uccise piante e animali, provocò malattie della pelle e paura in migliaia di cittadini, è che è probabilmente all’origine di molti casi di tumori (L’eredità della diossina, Le vittime dell’Icmesa).

Ma, seppure in concentrazioni minori, quell’inquinante (noto anche come Tcdd) viene prodotto quotidianamente anche da molti inceneritori di rifiuti, di cui le associazioni ambientalista hanno spesso chiesto la sostituzione con impianti più moderni (Non bruciate quei rifiuti). Ed è, altro brutto ricordo, il componente principale del temibile agente Orange, il diserbante utilizzato dall’esercito americano durante la guerra del Vietnam (Impunità per l’Agente Orange, Defolianti sottostimati).

Sui pericoli della diossina si sa molto, dagli studi sugli animali come da quelli epidemiologici sugli esseri umani. É un distruttore endocrino, cioè una sostanza che interferisce con i meccanismi di segnalazione ormonali, provocando tumori, infertilità, difetti nel nascituro (nel caso di donne in gravidanza). Sul suo reale meccanismo di azione, però, la scienza ha ancora poche certezze. Proprio poche settimane fa ha fatto un po’ di chiarezza uno studio su Nature, curato da Fumiaki Ohtake e colleghi della Japan Science and Technology Agency. I ricercatori giapponesi hanno dimostrato che la diossina forma degli enzimi atipici che si inseriscono nel meccanismo dell’ubiquitina, il cosiddetto “spazzino” delle cellule, che regola la distruzione e il riciclo delle proteine, e la cui spiegazione è valsa il Nobel per la medicina del 2004 (Un nobel per tre): in pratica, fa sì che i recettori degli ormoni estrogeni e androgeni passino erroneamente come “spazzatura cellulare” e vengano distrutti, innescando una catena di eventi negativi.

.

fonte: http://www.galileonet.it/il-punto/8312/tutti-i-rischi-della-diossina

Giorgio Cremaschi: La Fiat si riprende i soldi dati in autunno

Nota stampa da rete 28 aprile
Un’autentica vergogna della Fiat, del suo Amministratore delegato Marchionne, e anche del sistema informativo che su questo scandalo non sta dicendo nulla.

“La Direzione della Fiat fa come nella canzone popolare «Santa Caterina de’ Pastai», che racconta che dopo la festa aziendale organizzata per dimostrare ai lavoratori la bontà del padrone, sulle buste paga dei dipendenti c’è una trattenuta corrispondente al costo esatto della festa.”


Dopo aver distribuito la meravigliosa cifra di 30 euro mensili, esaltata da tutta la stampa come il nuovo sistema di relazioni sindacali, la direzione della Fiat ha deciso di trattenere a tutti i dipendenti del gruppo 120 euro, pari ai 4 mesi di elargizione, togliendoli dalla una tantum del Contratto nazionale. Stupefacente il silenzio dei grandi giornali, che a suo tempo tanto avevano pompato la modernità della misera elargizione aziendale.”

Che dire di questa vergogna da padroni paternalisti ed avari, che viene praticata il giorno stesso in cui l’Assemblea degli azionisti Fiat, e quella dell’Ifi e Ifil, le finanziarie della famiglia Agnelli, registrano lauti guadagni per i padroni, per i manager, per le banche. Si può solo dire che la Fiat è sempre la stessa: priva di rispetto reale per chi lavora.”
“Altro che le dichiarazioni dell’Amministratore delegato Marchionne a favore dei lavoratori, che insopportabile ipocrisia!”

“Un dato positivo c’è tuttavia: il comportamento della Fiat fa chiarezza su cosa vuol dire la posizione dei padroni che vogliono ridimensionare o eliminare il Contratto nazionale. I padroni vogliono risparmiare soldi sul Contratto nazionale, per dare mancette qua e là ai lavoratori, senza rimetterci un centesimo, anzi guadagnandoci qualcosa. Chi vuole ridimensionare il Contratto nazionale ora sa, grazie alla Fiat, che cosa succederà se questo disastro per i lavoratori si dovesse realizzare.”
“La vergognosa decisione della Fiat di assorbire la già scarsa una tantum contrattuale, mentre i prezzi salgono alle stelle, chiarisce altresì che è sbagliato offrire collaborazione, disponibilità e sacrificio delle lavoratrici e dei lavoratori, a un’azienda che non è disposta a pagare davvero il lavoro che la fa arricchire. Tanti anni fa i nostri nonni, di fronte al supersfruttamento del lavoro, lanciarono proprio nella Fiat uno slogan che diceva: «a salario di merda lavoro di merda». Facciamo fischiare le orecchie a tutti coloro che in Fiat pretendono qualità, efficienza, ordine e lavoro in cambio di niente.”

Roma, 1° aprile 2008

Maurizia Paradiso tenta di baciare Umberto Bossi, fermata in tempo

– I BOSSI NON VANNO IN PARADISO –

.

Al comizio della Lega Nord di Padova fuori programma per il leader del Carroccio quando la showgirl transessuale ha fatto irruzione nella sala tentando di baciarlo. La bionda è stata prontamente bloccata dalle Forze dell’ordine e portata fuori a forza

.

maurizia paradiso Padova, 2 aprile 2008  – Siparietto inatteso al comizio di Umberto Bossi, leader della Lega Nord a Padova. Maurizia Paradiso, la showgirl transessuale ha fatto irruzione nella sala tentando di baciare il senatur.

 La bionda protagonista delle calde notti televisive è stata prontamente bloccata dalle Forze dell’ordine e portata fuori a forza dal centro congressi Carraresi di Padova all’interno del quartiere fieristico e allontanata.

Maurizia Paradiso aveva affermato nei giorni scorsi di essere tesserata della Lega Nord e probabilmente ha voluto incontrare il leader del Carroccio per scambiare un gesto d’affetto.

.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/04/02/77286-maurizia_paradiso_tenta_baciare_umberto_bossi_fermata_tempo.shtml

Il governo ricorre contro Pizza: “Non si possono rinviare le elezioni”

 NO PIZZA? NO PARTY!

.

La decisione in serata dopo che l’ipotesi del rinvio era stata fatta balenare dallo stesso Amato. L’esecutivo: “Non si può bloccare il processo avviato”

.

Si chiede alla Cassazione di respingere l’ammissione cautelare della Dc e di ristabilire le competenze in materia che non sono chiare

Una scheda elettorale

.

REGGIO EMILIA – Il governo cerca di evitare il rinvio delle elezioni. L’ipotesi è stata scatenata dalla sentenza del Consiglio di Stato che ha riammesso nella competizione la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza, che chiede “l’esecuzione immediata dell’ordinanza e il differimento della data del voto onde consentire il ripristino della violata legalità”. Questa mattina il ministro Amato aveva annunciato che il rinvio era tra le cose possibili. Nel tardo pomeriggio, però, il governo ha deciso di ricorrere in Cassazione contro la decisione di riammettere la Dc incaricando l’Avvocatura dello Stato di chiederne la revoca “essendo ormai iniziato il procedimento elettorale”. Con una seconda azione parallela, il Viminale si è rivolto alla Suprema Corte perché sia risolta “una volta per tutte la questione della competenza a giudicare sul processo elettorale.

L’esecutivo scegli così la strada dello scontro di competenze con il Consiglio di Stato che si è inserito con la sua decisione in una situazione giurisdinazionale molto fluida e complicata. La competenza, infatti, sarebbe della Giunta per le elezioni che, però, aveva recentemente “ridotto” i suoi stessi poteri lasciando così uno spazio di cui ha approfittato la Dc di Pizza per rivolgersi al Consiglio di Stato.

IL TESTO DELL’ORDINANZA DEL CONSIGLIO DI STATO


L’annuncio di Amato
. Per effetto dell’ordinanza del Consiglio di Stato, dunque, la Dc di Pizza può tornare a ‘correre’, ma se si votasse come previsto il 13 e 14 aprile non avrebbe a disposizione i 30 giorni di campagna elettorale previsti per legge. “A noi – ha spiegato il responsabile del Viminale a margine di una manifestazione a Reggio Emilia – stamane viene comunicata una decisione cautelare che potrebbe essere modificata dal giudizio di merito per la riammissione di un simbolo e quindi la presentazione di una lista – ha sottolineato Amato – questa è una procedura non prevista dalla legge elettorale che può avere tempi indefiniti, alla quale tuttavia bisogna conformarsi, e quindi al momento non posso escludere che essa comporti un rinvio della data delle elezioni”.

L’iter. Un’eventualità sulla quale la decisione, ha precisato il ministro, “spetta a chi ha fissato la data delle elezioni, quindi a governo e capo dello Stato”. Il ministro ha spiegato ancora che, dopo il via libera del Consiglio di Stato, “la decisione finale di merito deve essere ancora espressa dal Tar Lazio”. “Poi – ha chiarito – è possibile che su questo si innesti un regolamento di giurisdizione da parte della Cassazione per valutare se i tribunali amministrativi sono o no competenti a intervenire nel procedimento elettorale”.

Ma dal governa arriva la prima netta presa di posizione: “Mi sembra che si debba fare di tutto, nei limiti della legge, per evitare qualsiasi rinvio delle elezioni” taglia corto Romano Prodi.

Il comunicato della Dc. “Vogliamo l’esecuzione immediata dell’ordinanza e il differimento della data del voto onde consentire il ripristino della violata legalità” afferma il capolista al Senato della Dc in Campania Paolo Del Mese che si dice perplesso “circa le affermazioni del Ministro Amato sulla necessità di attendere la decisione definitiva del Tar”. Slittamento e richiesta di sequestro del simbolo dell’Udc “che viene ancora usato illegittimamente nonostante la sentenza che autorizza solo la nostra formazione politica ad utilizzare lo scudo crociato”. Secca la replica di Casini: “baggianate”.

I leader politici.
La notizia ha messo subito in allarme i leader politici impegnati nella campagna elettorale. Un tema sul quale si registra sintonia tra Veltroni e Berlusconi. “Sarebbe un dramma per il paese perdere ulteriore tempo – ha commentato Silvio Berlusconi -, faccio un appello alla Dc, affinché abbia senso di responsabilità e rinunci alla richiesta di avere altri giorni in più per la campagna elettorale”.

“Sono assolutamente contrario alla possibilità che si rinviino le elezioni che sarebbe per il nostro Paese un colpo di immagine gravissimo e, nella sostanza, una cosa inaccettabile – ha detto Walter Veltroni – Ci manca solo che ci mettiamo a cambiare la data. Spero proprio che si riesca a risolvere il problema”.

Francesco Storace,
segretario de La Destra, parla di “clamoroso autogol” del Cavaliere. “Sono settimane – ha detto Storace – che Berlusconi offende gli italiani dicendo che si vota per lui o per Veltroni e adesso si deve inginocchiare di fronte a un simbolo che ha inventato per dar fastidio a Casini, per evitare il rinvio delle elezioni. E’ proprio vero dopo Mortadella, arriva Pizza”.

Il vice-segretario del Pd, Dario Franceschini, sottolinea che “si potrebbe cercare una soluzione che consenta, nel rispetto della legge, di non rinviare le elezioni”. “E’ sotto gli occhi di tutti che quel che sta accadendo è assurdo – ha detto il leader dell’Udc Pierferdinando Casini -, basta guardare i simboli per capire. Comunque noi siamo sereni”.

La decisione che rischia di stravolgere il calendario elettorale è stata presa ieri, quando la quinta sezione dell’organo supremo di giustizia amministrativa ha accolto il ricorso proposto da Raffaele Colucci (che la Dc di Pizza intende candidare al Senato), ribaltando la precedente ordinanza del Tar della Campania che aveva confermato l’inammissibilità del simbolo dello scudocrociato sancita a suo tempo dall’ufficio elettorale del Viminale.

(2 aprile 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/verso-elezioni-16/verso-elezioni-16/verso-elezioni-16.html