Archivio | aprile 5, 2008

Fà la cosa giusta.. a Milano

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La fiera sarà aperta al pubblico nei seguenti giorni e orari:

Venerdì 11 aprile:10.00 – 21.00
Sabato 12 aprile: 10.00 – 23.00
Domenica 13 aprile: 10.00 – 18.00

FieraMilanoCity – Porta Eginardo
Viale Eginardo, Milano

Dove siamo?… Consulta la Mappa!

Si entra presentando una copia del catalogo di Fa’ la cosa giusta! Milano 2008, acquistabile alle casse al costo di 4 €
o del libro “Cambio casa, cambio vita” acquistabile al costo di 10€ all’ingresso della fiera o presso la sede di “Terre di Mezzo”.

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Il Percorso

Fa’ la cAsa giusta! è visitabile attraverso un percorso interno dove scoprire le scelte possibili che possono essere compiute da ciascuno di noi e un percorso esterno rappresentativo delle alternative sostenibili applicate alla realtà che ci circonda.


Ingresso

Breve spiegazione della mostra e comunicazione istituzionale (chi siamo, chi sono i partner, gli sponsor, ecc.)

Percorso interno:
1. “Consumo Meno, Consumo Meglio”: stanza dedicata al risparmio, al consumo critico, alla liberazione dai bisogni indotti, con focus sul tema dell’acqua bene comune.
2. “M’illumino di meno”: illuminazione, bio-architettura, alta efficienza
3. “M’informo”: informazione sostenibile
4. “Riduco e Riuso”: no packaging e artisti del rifiuto
5.“e poi Riciclo”: raccolta differenziata, compostabilità e biodegradabilità
6. “Vivo naturale”: cosmesi e pulizia, omeopatia, abbigliamento e arredamento naturali, cibo da filiera corta, biologico\equo
7. “Mi sento a casa”: accessibilità e domotica
8. “Me lo faccio da me”: auto-produzione energeticamente efficiente, coltivazione fai da te, compost, ecc.


Stanze dei Consorzi:

6 stanze dedicate al riciclo di legno, carta, plastica, vetro, alluminio e rifiuti elettronici per mostrare cosa può nascere dai nostri rifiuti. Le stanze saranno progettate insieme ai consorzi per dar vita ad un allestimento artistico e altamente scenografico attraverso l’utilizzo dei materiali riciclati.

Percorso esterno:

1. “La Fucina”: l’ufficio sostenibile
2. “Co-housing”: servizi e spazi collettivi
3. “Energ-eticamente”: edilizia a risparmio energetico
4.”Viaggiare Leggeri”: car sharing, car pooling, due ruote, trasporto pubblico, turismo
responsabile
5. “Il Tempo Liber-ato”: prodotti e servizi per il tempo libero sostenibile (abbigliamento, turismo responsabile, ecc.)
6. “Più si è, …”: esperienze di vita collettiva auto-organizzata come orti cittadini, green guerriglia, officina di quartiere, mercatini dell’usato, biblioteche di comunità, asili nido, mense popolari, book crossing, copy left, gruppi d’acquisto solidale, autocostruzione
7. “La Città di Tutti”: progettazione partecipata
8. “Il Muro Verde”: comunicazione sostenibile

Uscita
Info-point dedicato all’informazione sostenibile.

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Isola Show Room
indice una competizione aperta a tutti per l’elaborazione di una soluzione grafica che comparirà sulla
nuova t-shirt limited edition

di Fa’ la cosa giusta!

[scarica il bando]

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AAA volontari cercansi
Vuoi essere anche tu un volontario di Fa’ la cosa giusta! e partecipare alla realizzazione della quinta edizione della fiera? Scrivi a volontari@falacosagiusta.org per lasciarci i tuoi dati e comunicarci le tue disponibilità di giorni e orari.

[leggi tutto…]

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fonte:http://falacosagiusta.org/milano/home.php

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INTERVISTA A Wolfgang Sachs

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Wolfgang Sachs, sociologo ed economista è autore di oltre venti opere dedicate ai problemi dello sviluppo e della sostenibilità. Attualmente dirige il progetto inetrdisciplinare “Globalizzazione e sostenibilità” presso il Wuppertal Institut ed è responsabile del corso di dottorato “Ecology and Fairness in the World Trade Regime ” presso lo stesso istituto. Dopo averlo incontrato al convegno di Napoli, abbiamo avuto la possibilità(e l’onore) di intervistarlo.

Professor Sachs, qualche anno fa lei ha scritto nel libro “Ambiente e giustizia sociale “: «Tutte le mie ricerche ruotano intorno a un ricorrente sospetto: che il modello di sviluppo occidentale sia in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo, quanto con l’aspirazione a riconciliare l’umanità con la natura.» Oggi questo sospetto si sta forse trasformando in certezza?

Non possiamo mai parlare di certezza, perché tutte queste problematiche sono di grande complessità; tuttavia mi sembra vero che nel frattempo questo sospetto si è ancora più confermato. Il nostro modello di sviluppo è in collisione da un lato con la giustizia globale e dall’altro lato con l’ambiente.

IPCC%20AR4%20p%20895.jpgQuesto è più visibile per quanto riguarda il caos climatico; rispetto al tempo in cui è stato scritto il libro citato prima, i modelli climatici non sono più solo modelli pronostici, ma vengono oggi sempre più confermati nella loro validità. Le prospettive fornite da questi modelli, anche quelle più negative ed amare, hanno trovato conferma negli ultimi anni.

Inoltre, non si tratta solo di modelli, dal momento che ormai il cambiamento climatico è entrato nell’ esperienza quotidiana di tante persone: il tempo, le piogge, la siccità, gli uragani e così via.

Sul versante della giustizia, tutto sommato non abbiamo visto grandi cambiamenti per quanto riguarda la povertà globale. Oggi come oggi ci sono forse un po’ meno poveri nel mondo, nel senso di persone che vivono al di sotto di 2 $ al giorno, grazie in particolare all’ascesa della Cina e di altre nazioni. Se alcuni paesi un po’ avanzano e riescono a fare diminuire la povertà, altri invece rimangono ancora più indietro e vedono una certa accentuazione della povertà.

E’ possibile spiegare in poche battute perché questo nostro modello di sviluppo è insostenibile?

Come abbiamo già detto prima, occorre guardare ai due versanti della giustizia e dell’ambiente.

Siamo sempre di fronte a questo scandalo, questo paradosso: il mondo nel suo insieme diventa sempre più ricco, l’economia globale sta crescendo, mentre ci sono enormi disuguaglianze. La miseria è con noi come sempre, e mai come prima nella storia umana ci sono state così tante persone in situazione di miseria.

4erden_200px_01.jpgQuesto tipo di sviluppo cerca di fare aumentare il potere d’acquisto, di allargare i mercati di consumo e di offrire opportunità di profitto al capitale finanziario. Tuttavia esso tende ad autonutrirsi e non riesce a espandersi abbastanza: non viene incontro ai bisogni delle persone, ma alla domanda monetaria. Per questo motivo esiste una forbice tra il bisogno di vita da un lato e il desiderio di lusso dall’altro.

Questo modello di sviluppo contraddice un futuro sostenibile anche per quanto riguarda l’ambiente. Qui la situazione è ancora più chiara: ormai tante persone sanno che questo sviluppo si alimenta dall’uso a dismisura della natura.

La natura viene utilizzata in due modi: da un lato come miniera, da cui si possono estrarre metalli, petrolio, acqua, suolo e così via e dall’altro lato come una grande, immensa discarica, dove si possono rilasciare plutonio, sostanze chimiche, CO2, il rumore e così via. Questo uso della natura come miniera da un lato e come grande discarica dall’altro è andato oltre, ed è eccessivo.

Stiamo estraendo troppo e questa miniera sta esaurendosi, almeno per alcune risorse. Dall’altro lato la discarica sta traboccando. La più grande discarica è l’atmosfera per quanto riguarda le emissioni di CO2.

L’umanità ogni anno utilizza il 20% in più di ciò che la natura è in grado di rigenerare. Noi quindi viviamo già in credito e questo è un problema in particolare per le generazioni future.


Quando è stato assegnato il Nobel per la Pace ad Al Gore e all’IPCC, molti si sono chiesti cosa c’entri la pace con l’ambiente. Lei cosa risponderebbe?

Cosa c’entra la pace con l’ambiente? Oh, c’entra sempre di più!

Tanti conflitti piccoli e grandi nel ventunesimo secolo avranno come sfondo anche la scarsità di risorse. Spesso si sente parlare di conflitti etnici locali, come è ad esempio accaduto qualche giorno fa in Nigeria dove in un villaggio sono state uccise una ventina di persone.

E’ molto probabile che dietro a questi conflitti ci sia la scarsità di terra, oppure che la fertilità della terra si sia ridotta o che l’acqua scarseggi. Questa penuria ha portato alcuni gruppi a spostarsi, per cui si sviluppa uno scontro tra migranti e locali; tutto questo si alimenta poi con conflitti religiosi, politici e etnici.

Noi sappiamo anche che il grande genocidio che è in corso in Darfur ha molto a che fare con la crisi ambientale. La siccità ha giocato un ruolo importante per fare infiammare questo conflitto. Sullo sfondo c’è anche il fatto il Sudan è diventato un paese produttore di petrolio.

Questo vale anche per i grandi conflitti. Tutti oggi sanno che la guerra in Iraq è stata anche una guerra per difendere i giacimenti petroliferi e per mantenerli sotto controllo dell’occidente, così come tutti sanno che la polveriera del Medio Oriente puzza di petrolio.

Interpolazione%252Be%252Bproiezione%252Bprezzi%252Bpetrolio.gifSappiamo che il petrolio è il succo vitale del sistema industriale e quindi la domanda cresce, non solo dagli USA, ma anche dall’Europa e da altri paesi; sappiamo anche che ne avremo sempre di meno perché il famoso picco di produzione forse è stato già superato l’anno scorso (altri invece dicono che abbiamo davanti a noi ancora alcuni anni). Aver oltrepassato questo picco significa che il prezzo del petrolio si alzerà sempre di più, perché ogni anno ci sarà meno produzione. Oggi abbiamo già un grande conflitto: la domanda sale e c’è sempre meno offerta.

Ci sono nuovi aspiranti come la Cina, l’India e il Brasile che dicono “tocca noi accedere alla nostra parte della biosfera”.

Cosa succederà con i paesi che non hanno né soldi né petrolio? Quando si alzerà il prezzo, questi paesi verranno strangolati, dal momento che non potranno più importare il petrolio vitalmente necessario.

[Un ringraziamento a Terenzio Longobardi di ASPO per il grafico ]

Il World social Forum afferma che “un altro mondo è possibile”. Quanto può giocare in questo “altro mondo” la rilocalizzazione dell’economia e in particolare dell’agricoltura, rispetto all’attuale tendenza alla globalizzazione?

A mio avviso sarà un elemento importante. Riallacciandoci a quello che abbiamo detto prima, andiamo verso la fine dell’era del petrolio a basso prezzo. L’agricoltura industriale globalizzata si basa sull’uso del petrolio; ha bisogno del petrolio per i processi chimici per la produzione di pesticidi e fertilizzanti, per i trattori e gli altri macchinari e per il trasporto su lunga distanza, come nel caso delle mele dalla Nuova Zelanda, del vino dal Cile e così via. Se il prezzo del petrolio si alzerà, prima ancora di essere un problema ecologico, si tratterà di una grande minaccia economica per la vita dell’agricoltura industriale.

Sachs1.jpgLa situazione delle risorse fossili ci suggerisce di pensare per il futuro a un ridimensionamento dei mercati agricoli e ad una riduzione del grado di globalizzazione; è assurdo portare le patate dalla Germania alla Croazia per farle sbucciare per poi riportarle indietro! L’Europa è attraversata da un sacco di questi trasporti inutili che incrementano solamente la congestione del traffico.

Esiste poi anche il punto di vista molto importante della qualità. La qualità ha molto a che fare con la freschezza degli alimenti, con l’uso degli ecosistemi di una particolare regione o località, e con una certa possibilità di tracciare la provenienza degli alimenti.

Un’agricoltura che cerca di fiorire senza questi input di petrolio e di acqua e di basarsi molto di più sui cicli locali e regionali sarà un elemento importante per un mondo diverso.


Possiamo quindi pensare che l’agricoltura biologica, o organica come è chiamata in altre parti del mondo, non sia soltanto un lusso, uno sfizio per raffinati, ma possa rappresentare una parte della soluzione?

346964322_41eaeea377.jpgSu questo non ci sono dubbi. Oggi molte persone cercano i prodotti biologici per lo più per considerazioni di salute. E’ giusto; tuttavia mi preme di dire che la cosa più importante non è la salute della gente, che certo non è da trascurare, ma la salute della natura. La produzione agricola industriale fa molto male a lungo termine all’acqua, al suolo, alla biodiversità.

E’ un compito centrale per l’agricoltura prendersi cura della salute della natura. Non è una cosa romantica, ma molto economica, perché a lungo termine questa è la base dell’agricoltura. Segare il ramo sul quale si è seduti non è una buona idea. Ecco perché l’agricoltura organica vede come obiettivo di aumentare la salute della natura. Questo è un obiettivo molto importante.

Professore, se questo modello di sviluppo non può essere sostenibile, quali altre strade è possibile percorrere per raggiungere la sostenibilità, oltre alla agricoltura?

E’ importantissimo, anche perché è una cosa che si dimentica facilmente, aumentare l’efficienza degli impianti di produzione e di trasmissione dell’energia.

E’ importante tenere conto degli edifici in cui viviamo e lavoriamo, perché costano e utilizzano un sacco di risorse per essere riscaldati o raffreddati.

pannelli%20solari.jpgGli edifici sono anche importanti perché hanno una pelle. Questa pelle, cioè il tetto e le facciate, possono essere man mano utilizzate come siti per produrre energia con installazione di pannelli solari .

Un altro settore è quello dei trasporti. Abbiamo bisogno di macchine molto diverse, che forse si accontentano di minori prestazioni, ma che consumano meno di 2 litri per 100 km. E non parlo solo di alcune, ma di tutte le macchine! Il parco auto andrebbe ridimensionato nel consumo, nel livello della prestazione e nel numero complessivo. Ci devono essere meno macchine.

Le città soffocano per il traffico; abbiamo impiegato decenni per trasformare le nostre città in vie di passaggio per le auto e ora dobbiamo prendere altri decenni per renderle più vivibili, contenere l’uso della macchine e fare prevalere l’uso dei piedi, della bicicletta , del trasporto pubblico. Occorre imparare anche a vivere su distanze corte o medie piuttosto che su distanze lunghe ogni giorno.

Sono tutti aspetti di una ristrutturazione, una riconversione ecologica verso una economia leggera di risorse e verso stili di vita che sono capaci di futuro.


Quindi, si tratta tutto sommato di una bella sfida. Lei pensa che abbiamo la possibilità di vincere questa scommessa?

Non direi così. Non so se abbiamo buone possibilità. La scommessa c’è, ma tutto sommato, guardando il mondo, i paesi europei e anche l’Italia non c’è grande spazio per troppo ottimismo.

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fonte: ecoalfabeta.blogosfere.it/interviste/

`LIBERACI DAL MALE`, IL DOCUMENTARIO SHOCK SUI SACERDOTI PEDOFILI USA

Esce in Francia il documentario choc sul prete pedofilo

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di Laura Putti

Parigi – Era il 1973 quando padre Oliver O’Grady, giovane prete di origini irlandesi, si installò nella sua prima parrocchia: Lodi, California del Nord. I parrocchiani furono molto ospitali. Come non esserlo? Mite, gentile, premuroso, “father Oliie” aveva in un attimo conquistato le loro anime.

Peccato che le anime dei frequentatori della chiesa fossero soltanto un tramite: attraverso di esse, padre O’Grady voleva arrivare alla carne. Quella dei loro figli. Era ai bambini che il parroco puntava: in vent’anni di carriera religiosa (tanti gliene lasciarono fare), ne molestò (e abusò, e violentò) una cinquantina. Il più piccolo aveva nove mesi; la più grande (consenziente) più di venti: la madre di un ragazzino al quale O’Grady voleva arrivare (ci riuscì). Non è cosa nuova, lo scandalo della padofilia nella chiesa americana. Nuovo è, invece, il fatto che un prete parli liberamente di un’esperienza personale tanto scabrosa.

Amy Berg, giornalista della CNN e della CBS impegnata sul fronte dei diritti umani e sociali, vincitrice di Emmy  Awards per le sue inchieste nel 2003 e nel 2004, è andata a scovare Oliver O’Grady ed ha girato un documentario sconvolgente. Uscito negli Stati Uniti nell’ottobre di due anni fa, candidato all’Oscar del miglior documentario nel 2007, soltanto adesso ‘Deliver us from evil’ (liberaci dal male) arriva in Francia dove è uscito mercoledì. Il film è stato venduto in tutta Europa, tranne che in Germania e in Italia.

Amy Berg è riuscita ad avere il numero di telefono di O’Grady attraverso uno dei magistrati che aveva condotto l’inchiesta negli Stati Uniti. Per telefono l’ha convinto a testimoniare. E’ corsa a Dublino, dove l’ex prete vie da libero cittadino dopo soli sette anni di reclusione. “Le riprese sono durate dieci giorni” dice Amy Berg. “Ho ascoltato cose molto difficili, cose che mi hanno dato la nausea. E’ stata un’esperienza sconvolgente”. I suoi sentimenti diventano esattamente quelli dello spettatore. Man mano che il film scorre sul grande schermo ci si chiede se sia una finzione, se quelle due donne e quel ragazzo che raccontano scene di pedofilia, sodomia e carezze, siano attori che recitano una parte. Allora si cerca di proteggersi: sono attori, non possono essere altro che attori. Ma poi arrivano le testimonianze dei padri, delle madri: all’inizio posati, razionali, tranquilli. Raccontano i fatti quasi con distacco. Ma alla fine di di ‘Deliver us from evil’ gli uomini e le donne che hanno subito gli inganni di ‘father Ollie’ vanno in pezzi e crollano. Si sbriciolano in diretta.

Chi invece resta impassibile sono due testi del processo: monsignor Roger Mahoney (che negli anni 90 era vescovo di Stockton, ad un’ottantina di chilometri, dove O’Grady era stato trasferito, sempre come parroco, dopo che a Lodi la situazione cominciò a complicarsi) ed il suo vice con il profetico nome di monsignor Cain. Nel film si vedono le loro testimonianze, drammatiche per accidia e menzogna, piene di “non ricordo”, silenziose negazioni dell’evidenza. Tanto che, subito dopo il caso O’Grady, Mahoney venne nominato cardinale ed è attualmente a LOs Angeles.

In ‘Deliver us from evil’ Amy Berg -che ha scelto la storia di O’Grady su 550 casi di preti pedofili dei quali si era a lungo occupata come giornalista, aiutata dallo Snap (Survivor Network for Abused by Priests)- formula un’accusa precisa contro l’allora monsignor Ratzinger, colpevole di essere al corrente di tutto.

Ma la parte più sconvolgente è quella dell’intervista al pedofilo. Gentile, posato, perfino dolce, O’Grady ammette tutto. Parla in una chiesa. Ad un certo punto, candidamente, dice: “Se mi chiede se mi piacciono le donne direi di no. Se mi picciono gli uomini ancora no. Se mi piacciono i bambini, forse. Se mi piacciono i bambini in costume da bagno, si. Nudi, si”. Ammette tutto, e di più. Per esempio di essere stato violentato da suo fratello da bambino e di aver poi abusato per anni di sua sorella.

Davanti alla cinepresa scrive una lettera e la spedisce a tutte le sue vittime. Come se, a distanza di più di trent’anni, fosse la cosa giusta da fare. Chiede loro perdono e le invita ad incontrarsi a Dublino per poter parlare dell’accaduto e potersene infine liberare. Ma sui volti (e nelle biografie) di Marie Jyono e di Nancy Sloan, arrivate a 40 anni senza un amore e senza un figlio, si legge chiaramente che dello sguardo di Oliver O’Grady sui loro corpi di bambine non si libereranno mai.

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fonte: laRepubblica, 4 aprile 2008

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E’ uscito negli USA uno splendido documentario opera della regista Amy Berg dal titolo “Deliver us from evil“, ossia “Liberaci dal male”.
Si tratta della vita di uno dei più noti preti pedofili della storia recente, padre Oliver O’Grady, colpevole di aver violentato e sodomizzato un centinaio di bambine e bambini compreso un bebè di nove mesi. Le famiglie dei bambini si contendevano il sacerdote O’Grady, così cortese e gentile, e lo invitavano a cena e a dormire nelle proprie case, pensando che fosse una benedizione divina avere un prete in casa. O’Grady si alzava la notte ed entrava nelle camere da letto delle bambine, indisturbato. Il documentario mostra passo per passo la incredibile spirale di violenza e tutti gli sforzi  dalla Chiesa Cattolica Romana degli Stati Uniti per proteggerlo.

https://i0.wp.com/images.usatoday.com/life/_photos/2006/10/13/deliver.jpg O’Grady

Impressionante nel suo realismo, il documentario ci dà una immagine di O’Grady per quella che è, una persona malata e non un delinquente, mentre mette in luce l’azione decisa operata dalla diocesi di Stockton, dove l’allora vescovo Mahony continuava a trasferire il suo sacerdote ad ogni segno di denuncia di abuso. Mahony diventerà cardinale e O’Grady ora passeggia tranquillamente per le strade di Dublino con una pensione direttamente dalla chiesa. La Berg suggerisce che questa pensione è proprio opera di Mahoney, come ringraziamento per il silenzio da parte di O’Grady che, non denunciando le coperture ricevute, gli avrebbe permesso di raggiungere la tanto sospirata carica di cardinale.
“Deliver us from evil” mostra un ex prete quasi alieno dai delitti che ha commesso, delitti che l’uomo spiega come semplice forma di affetto verso i bambini: “Volevo solo abbracciarli perchè li amavo”. Un contrasto agghiacciante affiora affiancando le sue spiegazioni di uomo malato, a quelle delle vittime che crudamente parlano delle penetrazioni vaginali e anali, senza lasciare nulla alla fantasia.

Una straziante testimonianza reale documentata da ‘Deliver us from evil’. La produzione del film sta lavorando ad una distribuzione utile per presentare la pellicola alle candidature per gli Oscar.

La testimonianza più dolorosa è quella del padre di una delle vittime, la piccola Anna che fu abusata dal sacerdote dall’età di 5 anni fino ai 12. Le lacrime scendono copiose sul volto di un padre divorato dai sensi di colpa per aver aperto la porta a quel prete mostro e avergli consegnato sua figlia.

James Ellison, vittima di abusi, fu ucciso dal suo stesso abusatore, un prete cattolico, insieme a Dan O’Connell, l’uomo che indagò e scoprì le violenze. LA STORIA »

Ma le accuse della regista non si fermano qui. Nello svolgimento del documentario mostra come fu il cardinale Ratzinger che apportò modifiche alla dottrina cattolica per impedire ogni investigazione sui preti pedofili. Poco tempo dopo, il papa Ratzinger chiese immunità legale al Presidente degli Stati Uniti come capo di stato, in conseguenza di una incriminazione piovutagli in testa da parte dello Stato del Texas. La domanda fu presentata direttamente al Dipartimento di Stato, anche se non ce n’era alcun bisogno. Gli avvocati dichiararono che lo facevano per esserne sicuri. È utile ricordare che il Texas è in maggioranza protestante: dunque indifferente che un accusato sia un operatore ecologico o un papa.

in questa cartina sono segnalate tutte le diocesi dove sono stati denunciati casi di pedofilia ad opera di sacerdoti cattolici.

Il documentario chiude con alcune cifre drammatiche: sono almeno 100.000 il numero delle bambine e dei bambini violentati da sacerdoti nei soli Stati Uniti, ma il dato più sconvolgente è che solo 2 bambini su 10 riconoscono di essere stati abusati. Non bisognerebbe dimenticare inoltre che ci sono preti pedofili in ogni parte del mondo e ovviamente sono più attivi dove c’è maggior povertà e dove possono agire indisturbati. Uscito all’ultimo festival di Toronto, la distribuzione sta proiettando il documentario nelle città che gli permetteranno di partecipare agli Oscar (infatti è stato candidato agli Oscar nel 2007, n.d.m.). In Italia? Sarà mai distribuito?

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A fondo pagina trovate il download del documento (in formato PDF) emanato nel 1962 dalla Chiesa Cattolica, rimasto segreto fino al 2002, con il quale si istruivano i Vescovi su come comportarsi di fronte alle accuse di moleste sessuali verso sacerdoti delle proprie diocesi.

Il sito del documentario »
Il blog della regista Amy Berg »
In questa pagina molti documenti al riguardo »
National Catholic Reporter: elenco di link a siti inerenti »
Lo scandalo più grande, quello della diocesi di Boston »

Valerio Bartolucci
redazione@gay.tv

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Allegati
Documento emanato nel 1962 dalla Chiesa Cattolica, pubblicato da CBS News (1770 Kb)
Scarica il file .pdf

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fonte: http://www.gay.tv/ita/magazine/we_like/dettaglio.asp?i=3371&pg=2

Cambia sesso e diventa suora: adesso veglia per i gay

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«Sono francescana e vetero-cattolica. La castità non mi pesa, la solitudine sì». No della Curia

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TORINO — Cristina ha 40 anni, l’abito lungo e nero, il velo che le incornicia il viso. Si sveglia all’alba per le Lodi e prega molto, fino a sera, alternando il raccoglimento con l’assistenza e il lavoro. È suora francescana, castità, obbedienza e povertà, ma ha dovuto cercarsi una chiesa che la accogliesse perché la sua, quella cattolica romana, le ha «chiuso le porte»: quando è nata, Cristina era maschio, Marco, ma a 20 anni ha cambiato sesso, per poi trovare la sua vocazione. Un caso unico, difficile da accettare per i vescovi fedeli al Papa.

Ora è una religiosa della Riconciliazione, la piccola comunità monastica nata in Italia dalla chiesa vetero-cattolica, vicina a quella anglicana. È stata sua, ieri sera, la testimonianza più toccante alla veglia di preghiera torinese per le vittime di omofobia e transfobia. La serata avrebbe dovuto svolgersi nella chiesa cattolica di San Pietro a Cavoretto, ma ieri alle 18 è arrivato il contrordine: «Mi hanno comunicato che l’appuntamento era annullato — dice don Paolo Fini —. Avevo dato volentieri la chiesa, poi le stesse persone hanno preferito rinviare, non era più opportuno. Volevano che tutto avvenisse nella discrezione ma questa condizione è mancata». La veglia si è svolta nella chiesa vetero-cattolica. «Sono nata a Sezze e cresciuta dalle suore — dice Cristina — perché mamma e papà lavoravano. Fin da piccola mi sono sentita femmina. Il ricordo più brutto? Quando mi hanno sequestrato la Barbie. A 13 anni ho parlato a mia madre, mi ha accettato. Appena maggiorenne mi sono operata». Cristina si commuove di fronte alle immagini di San Francesco: «Il Cantico delle Creature è il primo testo che ho imparato, e non lo dimentico. Ma la mia vita da cattolica è diventata un inferno. Ho seguito un corso ad Assisi per le vocazioni, ho frequentato le Clarisse, poi mi hanno indirizzata al mio vescovo, a Latina. Saputa la verità ha detto parole terribili: “Sei nata uomo, non potrai né sposarti né prendere i voti”. Sono scappata in Inghilterra, in un monastero anglicano. Oggi sono suora francescana e vetero-cattolica. Parlo con Dio, assisto, nel mio cuore resta il sogno di contemplare il Signore in monastero. La castità non mi pesa, la solitudine sì».

Vera Schiavazzi
05 aprile 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_05/suora_sesso_gay_veglia_37b63f8e-02e0-11dd-a6a3-00144f486ba6.shtml

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https://i2.wp.com/gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_suora.jpg

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VATICANO: NO AI TRANSESSUALI IN CONVENTO /ANSA

E I CAMBI DI SESSO NON SI ANNOTANO SU REGISTRI PARROCCHIALI

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(ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 31 GEN – No del Vaticano ai religiosi transessuali: non possono entrare in convento, se cambiano sesso una volta ordinati devono essere espulsi, non possono chiedere che il cambio di sesso sia annotato sui registri parrocchiali.

E il divieto di modificare i registri parrocchiali sembrerebbe valere anche per i transessuali laici, per esempio nel caso in cui volessero sposarsi: non potendo modificare il certificato di battesimo relativamente al sesso i trans non potrebbero celebrare il matrimonio religioso.

Il ”no” e’ motivato con il fatto che i trans mostrano una ”situazione patologica della personalita”’, con la ”dissociazione” tra aspetto fisico e aspetto psichico, che li rende invalidi alla vita religiosa.

La pronuncia e’ contenuta in una nota riservata della Congregazione della dottrina della fede. Secondo Adista, che ne ha anticipato una sintesi, la nota sarebbe stata indirizzata solo alla Congregazione per i religiosi. Secondo invece fonti statunitensi, Ratzinger l’avrebbe inviata a tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo, e sarebbe collegata anche ai dubbi sollevati dalla richiesta di una decina di transessuali degli Usa di potersi sposare in chiesa.

Premesso che la dissociazione tra aspetto fisico e psichico costituisce una ”situazione patologica della personalita”’, la nota della Congregazione per la dottrina della fede risponde negativamente al quesito se un transessuale possa essere ammesso alla vita religiosa, e prescrive che ”dopo una accurata visita medica e psichiatrica”, ”nel caso risulti una patologia grave e irreversibile di transessualismo” il candidato non puo’ essere ammesso ”validamente”, e ugualmente in caso di dubbio, visto che parimenti ”viene a mancare nel candidato una chiara e piena idoneita”’.

”Ugualmente – prosegue la nota della Congregazione per la dottrina della fede – il fedele membro di un Istituto religioso o di una Societa’ di vita apostolica o Istituto secolare, che volontariamente si sottopone all’intervento di cambiamento di sesso, per il bene delle anime deve essere espulso dalla casa religiosa,…”. La Congregazione precisa inoltre che i superiori, qualora avessero difficolta’ a ”districarsi in situazioni tanto gravi e delicate” hanno l’obbligo di affidare la soluzione di questi casi alla Congregazione stessa, per evitare che ”l’applicazione di criteri di giudizio non coerenti ed uniformi” diventi motivo di scandalo. In una lettera circolare riservata con cui la Congregazione per i religiosi ha trasmesso ai superiori e superiore di tutto il mondo la nota di Ratzinger, si osserva che visto che il transessualismo pone ”non solo problemi di lecita’ nella ammissione al noviziato e ai voti, ma anche di validita’, nei casi certi”, ”e’ necessario distinguere chiaramente i casi di vero transessualismo da altre forme, concomitanti o meno, di intersessualita’ e di altre patologie psicologiche”.

La circolare firmata dal prefetto della Congregazione per i religiosi, cardinale Eduardo Martinez Somalo fa quindi ”presente che circa la condizione sessuale del fedele agli effetti canonici, cio’ che conta e’ la trascrizione fatta inizialmente nei registri parrocchiali diocesani, per cui anche in caso di mutamento di sesso per mezzo di intervento chirurgico e di conseguente cambiamento anagrafico nell’ambito civile nulla e’ cambiato rispetto alla condizione iniziale” e nei registri non puo’ venire annotato il cambiamento di sesso di una persona consacrata.

Il ”no” ai trans in convento segue di alcuni mesi una pronuncia, altrettanto riservata, del prefetto per il Clero, cardinale Medina Estevez, contro l’ammissione al sacerdozio delle persone omosessuali.

Anche se i casi in questione sembrano essere pochi, e limitati a una particolare zona dell’Occidente, la nota di Ratzinger indica che la Chiesa comincia a porsi il problema dei transessuali al suo interno, sia religiosi che laici. (ANSA).

31-GEN-03 17:28 NNNN

fonte: http://www.arcigaymilano.org/stampa/dosart.asp?ID=20894

Sindacati, la casta in crisi

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Diritto di veto e iscritti insofferenti. Il caso Alitalia e la difesa dei privilegi

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(Emmevi)

Nella remota eventualità che riescano a mettersi d’accordo, le ultime quattro sigle delle 43 organizzazioni sindacali scolastiche potrebbero perfino convocare un tavolo di scopone scientifico, in virtù del loro solitario iscritto. Piano con lo stupore. Perché nel mondo parallelo delle confederazioni, le dimensioni non contano. Nel settore ippico ci sono il contratto di base e quello per i cavalli da corsa, anzi, quelli, al plurale perché le normative sono differenti per il trotto o il galoppo. Le imprese che producono ombrelli e ombrelloni godono di un’unica intesa, che però differisce da quella delle aziende che forniscono il manico del manufatto. Per stare sull’attualità: nel 2007, la più piccola delle 13 sigle dell’Enav, ente controllori di volo, cinque tesserati, uno zoccolo duro di sostenitori che starebbe largo in un monolocale, riuscì a far cancellare 320 voli in un solo giorno.

Domanda d’obbligo: queste giornate sono la riproduzione riveduta e corretta dell’autunno Ottanta? C’è la sensazione diffusa che rappresentino comunque un passaggio delicato nella vita del sindacato, che segnino una svolta nella sua credibilità. Sta arrivando un libro che si chiama L’altra casta, e sembra essere un Atlante della crisi, o almeno un suo sintomo. Naturalmente, c’è un capitolo dedicato ai fasti di Alitalia, l’azienda più sindacalizzata d’Italia, nel quale si apprende — tra le altre cose — dell’esistenza sancita per contratto di una Banca dei riposi individuali, della speciale indennità riservata al personale viaggiante per la temporanea assenza del lettino a bordo di alcuni Boeing 767-300, centinaia di euro che per non creare odiose discriminazioni sono stati corrisposti anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione. D’accordo, così è troppo facile. Basta aneddoti. Ce ne sono tanti, troppi. Il problema è un altro. Alcuni libri hanno la fortuna o la capacità di cogliere lo spirito dei tempi, di intercettare uno stato d’animo comune, giusto o sbagliato che sia.

L’altra casta, scritto da Stefano Livadiotti, giornalista de L’Espresso, è uno di questi libri. Un pamphlet, che opera una dissezione da autopsia dei sindacati italiani, definiti «macchina di potere e denaro». Ne elenca in modo analitico le storture, gli organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dal contribuente, lo sterminato e parzialmente detassato patrimonio immobiliare, i vantaggi, i privilegi che autorizzano l’autore a usare il termine ormai negativamente iconico di «casta». Ma soprattutto, questo è forse l’aspetto più controverso, ne mette in luce la perdita di identità, le debolezze e i limiti nel recitare il ruolo importante che dovrebbero avere nel Paese. Nel mare di cifre, storie e statistiche forniti da Livadiotti, è questa accusa, la più empirica, che ferirà i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. L’autore enuncia la tesi con una certa ruvidezza: «L’immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del Paese, agli occhi degli italiani si è dissolta ormai da tempo».

Sempre più autoreferenziali, le confederazioni hanno perso il contatto con la vita vera, per diventare un soggetto autistico, abiurando alla loro storia, alla loro vera missione. «Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisone di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi ». L’altra casta, è bene dirlo, è un’opera brutale, una specie di libro nero del sindacalismo, e in quanto tale destinato a dividere, a far discutere. Ma le frasi citate qui sopra non vanno controvento, perché rappresentano davvero un sentimento di insofferenza verso il sindacato, questo sindacato, che nell’Italia del 2008 si respira a pieni polmoni, e negarlo sarebbe stupido, persino autolesionistico. Nel cittadino medio, la percezione diffusa del sindacato è questa, piaccia o no. E una vicenda più di ogni altra contribuisce a cementarla. «Dove comandano loro», è il titolo programmatico del capitolo dedicato ad Alitalia, azienda che ha un tasso di sindacalizzazione bulgaro, il 77,9% tra gli assistenti di volo e l’87,1% tra i piloti. Le scoperte sono varie, indubbiamente sconfortanti, sempre istruttive. Si apprende ad esempio che grazie al Regolamento sui limiti di tempo di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante, il giorno di riposo, «singolo libero dal servizio», per i piloti Alitalia comprende due notti e non deve essere mai inferiore alle 33 ore, Keplero e Copernico se ne facciano una ragione. Si viene a sapere inoltre dell’esistenza di un Comitato nomi, invenzione che sarebbe piaciuta tanto al compianto Beppe Viola, fondatore con Enzo Jannacci dell’Ufficio facce. Trentasei dipendenti per suggerire come battezzare i nuovi aerei, finché ci sono stati soldi per comprarli. Più seriamente, nel 2007, mentre il governo cercava col lanternino un compratore disposto a salvare la nostra compagnia di bandiera dal fallimento — ha perso 364 milioni di Euro in 365 giorni, di ventiquattro ore — piloti e hostess si sono fatti un giro di valzer sul Titanic sommando scioperi che hanno causato mancati introiti per un totale di 111 milioni di Euro. E gli ultimi eventi, il cestinamento dell’offerta di Air France, la penosa rincorsa ai suoi dirigenti per riportarli al tavolo delle trattative, portano acqua alla tesi di chi, Livadiotti è tra questi, vede in Alitalia il punto critico che fissa l’incapacità conclamata di conciliare gli interessi dei propri iscritti con quello generale.

Che brutta questa immagine di un sindacato privo di autorevolezza ma sempre pronto ad esternare su qualunque aspetto dello scibile umano. Nell’ultimo anno solare il capo della Cisl ha collezionato 607 titoli sul notiziario Ansa, una media di 1.7 esternazioni al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto. Leggermente attardato Epifani (539), segue a ruota Angeletti (339). Nello stesso arco di tempo, annota Livadiotti, la percentuale di coloro che vedono i sindacati come il fumo negli occhi è volata dal 67,9% al 78,3%, dati Eurispes, mentre lo zoccolo duro che ancora si dichiara molto fiducioso nel loro operato è passato dal 10,1 al 4,1%. Ecco, ne L’altra casta c’è quasi tutto per chi cerca conferme alla propria disistima verso i sindacati, compresi certi toni davvero duri. Per gli altri, mancherà sicuramente un capitolo dove si dia conto dei meriti storici del sindacato italiano, anche senza prenderla troppo da lontano, Portella della Ginestra, le lotte del dopoguerra, cose che stanno nei libri di storia, o della sua capacità — intermittente — di essere una delle ultime istituzioni che porta i propri iscritti a ragionare anche di temi elevati, di ideali. Manca l’onore delle armi all’avversario. Ma forse, come le pipe di Magritte, un pamphlet è un pamphlet, null’altro che questo.

Marco Imarisio
05 aprile 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_aprile_05/sindacati_casta_crisi_15902b52-02d8-11dd-a6a3-00144f486ba6.shtml

Gratis nelle Marche i farmaci a base di cannabis

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ANCONA (4 aprile) – Nelle Marche i farmaci a base di cannabis verranno somministrati gratuitamente. La decisione, che ha già suscitato le critiche di An, è stata accolta dal supporto incondizionato di malati e associazioni. La procedura odierna prebede che i farmaci a base di cannabis, non prodotti nel nostro Paese, siano importati per pazienti affetti da determinate patologie secondo una procedura rigorosamente definita da una delibera di giunta.

Il primo a scendere in campo contro le Marche è stato Maurizio Gasparri: quella della Regione è una decisione che va contro la legge e che «denunceremo nelle sedi opportune», ha affermato, perché «non ci sono dati scientifici certi sui benefici dell’uso della cannabis e lo stesso mondo medico è fortemente combattuto».
I consiglieri regionali di An Guido Castelli e Franca Romagnoli annunciano mozioni per chiedere la revoca della delibera incriminata, assunta – sostengono – per accontentare la sinistra radicale, mentre l’onorevole Carlo Ciccioli, già responsabile del servizio tossicodipendenze della Asl di Ancona, denuncia i rischi di «un messaggio sbagliato ai giovani».

Indignata la riposta di associazioni e malati: «Ci vuole proprio un bel coraggio a complicare la vita a persone come me, malate di sclerosi multipla che si curano con la cannabis» afferma Pino Cucci, candidato indipendente per la Sinistra Arcobaleno al Comune di Roma e gravemente malato. Il giornalista Lucio Martino, socio dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Aism), invita senza mezzi termini i politici «a dire qualche sfrondone in meno e girare di più gli ospedali per ascoltare i malati». «Nessun sì alla droga», sottolinea dal canto suo l’assessore regionale alla salute Almerino Mezzolani: «i cannabinoidi, utilizzati solitamente per patologie neurologiche degenerative come la sclerosi multipla, o dolorose come alcune forme tumorali o per cure palliative e in generale nelle fasi terminali, sono già accessibili ai malati, che dietro prescrizione specialistica possono chiedere l’autorizzazione al ministero della Salute e devono poi cercarsi da soli i farmaci all’estero».

Nel 2007 sono stati meno di 200 i casi di questo genere in tutta Italia, qualche decina nelle Marche. Secondo la Regione questo è un percorso «tortuoso» per persone già provate dalla malattia, che va eliminato.

fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=21848&sez=HOME_INITALIA