Archivio | aprile 9, 2008

Sometimes I wonder…

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Davvero: ogni tanto mi domando chi me lo faccia fare… di cercare di essere pluralista e democratica e trovare una possibile alternativa a chi non se la sente di votare SA (più a destra non se ne parla).

Avevo detto che mi sarei fatta un giro per i vari siti ed avrei riportato i diversi programmi, cercando anche (ma questo soprattutto per me) di capire che differenze sostanziali ci fossero tra gli uni, gli altri e gli altri ancora.

Ho iniziato a farlo… poi mi sono imbattuta in questo:

Elezioni politiche del 13 aprile: manca un forte e credibile progetto comunista di alternativa alla società capitalistica di Berlusconi e Veltroni.

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3 marzo 2008, da il pane e le rose

Domenica 17 febbraio si è tenuta a Padova un’assemblea pubblica, promossa dal Coordinamento padovano per l’Unità dei Comunisti, per verificare la possibilità di presentare nel Veneto, in occasione delle prossime elezioni politiche, liste unitarie delle forze comuniste, anticapitaliste ed antimperialiste simboleggiate dalla falce e martello inopitatamente cancellata dal PRC e PDCI confluiti nella Sinistra Arcobaleno.

Una proposta necessaria, anche se limitata sul piano locale, per tentare di dare un segnale di controtendenza rispetto al persistere ed aggravarsi della frammentazione oggi esistente a sinistra dell’Arcobaleno a livello nazionale.
Una frammentazione del tutto incomprensibile in sé e ancor più alle operaie e agli operai e ai lavoratori in generale che in questo modo vengono spinti – a causa dell’assenza di riferimenti credibili a sinistra – verso una deriva di destra.

All’Assemblea hanno partecipato in molti e persino esponenti delle aree critiche del PRC e del PDCI.
Mancavano però dei diretti interessati alla proposta, benché adeguatamente informati ed invitati, e cioè Sinistra Critica, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito di Alternativa Comunista.

La responsabilità che i gruppi dirigenti di queste organizzazioni si sono così assunti è gravissima in quanto hanno dimostrato in questo modo di andare in direzione opposta rispetto all’obiettivo di creare fiducia e dare prospettiva ai lavoratori.
Più grave di quanto non rappresenti l’immobilismo opportunista delle aree critiche presenti negli ex partiti comunisti confluiti nella Sinistra Arcobaleno.

Rifiutando il percorso unitario queste organizzazioni (S.C., PCL, PdAC) rinunciano di fatto ad un progetto che abbia la possibilità di crescere ed essere vincente, incisivo nella realtà italiana, per cambiare davvero lo stato di cose presenti.

Rifiutando il percorso unitario relegano di fatto i comunisti ad un ruolo di testimonianza rendendoli persino “compatibili” con il sistema.

Mentre i comunisti mostrano tutta la loro incapacità nel realizzare un progetto unitario tanto necessario in una fase di crisi acuta della sinistra in Italia, il pateracchio politico riunitosi sotto la bandiera della Sinistra Arcobaleno si prepara a ripetere incontrastato per una seconda volta il percorso seguito negli ultimi anni.
Quello di legittimarsi come rappresentanza politica dei movimenti e delle lotte per poi svendere un’altra volta tutto e tutti in cambio della partecipazione alla mensa de sistema.

Da tutto ciò consegue l’ovvia considerazione che in questa competizione elettorale viene perciò a mancare l’elemento centrale e imprescindibile di un programma comunista quale base importante per la costruzione del “Partito Nuovo” cioè dell’organizzazione politica dei lavoratori e dei movimenti popolari.

Per tutto ciò premesso, posto che il nostro impegno prioritario sarà diretto a sconfiggere i disegni di entrambe le destre: quella berlusconiana e quella veltroniana svelandone la sostanziale identità di obiettivi e di classi rappresentate, posto che nessun appoggio né diretto né indiretto può essere dato alla Sinistra Arcobaleno della quale vanno denunciato l’orientamento socialdemocratico e moderato, va preso atto dell’inesistenza di una alternativa progettuale valida per la quale, in quanto Coordinamento padovano per l’Unità dei Comunisti, valga la pena di impegnarsi.

Riproponiamo, per il periodo successivo alle elezioni politiche, assieme al necessario bilancio, la necessità di un percorso costituente unitario.

Coordinamento padovano per l’Unità dei Comunisti
coordinamento_pd@tiscali.it

Allora…

Una può essere o meno d’accordo sui concetti espressi… ma la cosa più triste è “il dibattito” che si è sviluppato con i commenti (andateveli a leggere perché non ho lo stomaco per riportarli).

Poi mi sono letta svariate dichiarazioni di tutti quanti e ho tratto le mie debite conclusioni: tutto sommato devo ringraziare questi compagni che stanno più a sinistra della SA!

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Infatti, è grazie a loro che i miei dubbi su SA sono diventati accettabili e superabili. Continua a non piacermi il modo in cui il progetto iniziale si è sviluppato, continuo a non approvare la composizione delle liste e la spartizione percentuale, nutro comunque dubbi su alcuni dei candidati presentati… ma vivaddio!, vogliamo continuare a farci male?

Bertinotti insiste a parlare di disoccupazione e precarietà giovanile (problema strategico) e solo timidamente, quasi costretto, affronta il disagio degli over 40 (quelli sono casi umani… già, non gliel’ho perdonata), quindi non sto dicendo che SA è il paradiso e non c’è di meglio.

Sto sostenendo però che… avevano ragione gli avversari con cui mi sono fin qui confrontata? Quelli che sostenevano che noi di sinistra siamo molto preparati e si vede che abbiamo studiato? Probabilmente sì. Abbiamo studiato talmente tanto che ci siamo trovati prigionieri di una torre d’avorio, un po’ come quando da giovane studentessa andavo davanti all’Alfa o all’Innocenti a spiegare agli operai quanto fossero sfruttati, e loro mi guardavano come a dire “ma vai a lavorare, prima…”

Cari compagni: gli anziani vanno sempre più spesso a rubare nei supermercati, gli over 40 si suicidano perché non trovano lavoro, i giovani vengono turlupinati con contratti a termine di vario tipo e l’egoismo regna sovrano nel programma strillato del PDL, mentre Ichino (sarà una mia impressione?) si prepara a fare il salto di barricata in caso di vittoria del PDL appunto – tanto i programmi si possono modificare strada facendo, no? – e noi stiamo qui a rimpallarci accuse? Perché tu hai detto però tu hai fatto ma la falceemartello è mia no l’ho vista prima io…

Basta. L’unica cosa sensata da fare adesso è votare SA e dare alla sinistra tutta la forza possibile. Poi, dopo le elezioni, toccherà rimboccarsi le maniche e FARE le cose, smettendola con i mugugni e le ripicche e anche con i voli pindarici dei duri-e-puri.

Bisogna mettere la gente in condizione di vivere decentemente, bisogna tornare a dare ai lavoratori la forza di opporsi a turni massacranti, a situazioni lavorative insicure, a contratti calati dall’altro, ad elemosine anziché aumenti… e per fare questo le parole non bastano e non servono.

Capisco che il sindacato, piuttosto di lasciare che un lavoratore venga punito per colpe non sue (penso all’Alitalia), decida di cercare di tutelare tutti e comunque… ma non si può e non si deve difendere lavativi, opportunisti e raccomandati, né rincorrere la logica del “meno peggio”. Perché ricordatevelo: la cassa integrazione non è una soluzione, se non per i poveracci che ne usufruiranno . La FIAT insegna… i padroni se ne approfitteranno per tagliare gli esuberi (e farli pagare ai lavoratori) e poi, quando si tornerà a parlare di profitti, quelli saranno loro. Come sempre.

Dobbiamo ricostruire quel tessuto di solidarietà sociale che, solo, consente il miglioramento delle condizioni di vita di tutti.

Poi, se vorremo giocare a chi è più puro, avremo tempo… dopo. Se lo facciamo adesso non avremo più altro che risvegliarci alle prossime elezioni con una scheda elettorale su cui campeggia un unico, tristissimo simbolo egoista.

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elena

TUTTO CIÒ CHE PENSO DI BERLUSCONI

L’ho citato nel post su Bossi e i suoi fucili e finalmente l’ho ritrovato. Non sò se fà ridere o se fà piangere, sicuramente è molto interessante e fà riflettere. Buona lettura 🙂


TUTTO CIÒ CHE PENSO DI BERLUSCONI

di Umberto Bossi, ministro delle Riforme Istituzionali del governo Berlusconi

Silvio Berlusconi era il portaborse di Bettino Craxi. E’ una costola del vecchio regime. E’ il più efficace riciclatore dei calcinacci del pentapartito. Mentre la Lega faceva cadere il regime, lui stava nel Mulino Bianco, col parrucchino e la plastica facciale. Lui è un tubo vuoto qualunquista. Ma non l’avete visto, oggi, tutto impomatato fra le nuvole azzurre?
Berlusconi è bollito. E’ un povero pirla, un traditore del Nord, un poveraccio asservito all’Ulivo, segue anche lui l’esercito di Franceschiello dietro il caporale D’Alema con la sua trombetta. Io ho la memoria lunga. Ma chi è Berlusconi? Il suo Polo è morto e sepolto, la Lega non va con i morti. La trattativa Lega-Forza Italia se l’è inventata lui, poveraccio. Il partito di Berlusconi neo-Caf non potrà mai fare accordi con la Lega. Lui è la bistecca e la Lega il pestacarne.

Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E’ un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. E’ molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio.

Berlusconi è l’uomo della mafia. E’ un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C’è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila giovani del Nord che sono morti a causa della droga. A me personalmente Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini, fondata da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che poi è riuscito a tenersi tutta la baracca.

In quella stessa banca lavorava anche il padre di Silvio e c’erano i conti di numerosi esponenti di Cosa Nostra. Bisognerebbe conoscere le sue radici, la sua storia. Gelli fece il progetto Italia e c’era il buon Berlusconi nella P2. Poi nacquero le Holding. Come potrà mai la magistratura fare il suo dovere e andare a vedere da dove vengono quei quattrini, ricordando che la mafia quei quattrini li fa con la droga e che di droga al Nord sono morti decine di migliaia di ragazzi che ora gridano da sottoterra? Se lui vuole sapere la storia della caduta del suo governo, venga da me che gliela spiego io: sono stato io a metter giù il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l’ho abbattuto.

Quel brutto mafioso guadagna soldi con l’eroina e la cocaina. Il mafioso di Arcore vuole portare al Nord il fascismo e il meridionalismo. Discutere di par condicio è troppo poco: propongo una commissione di inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. In Forza Italia ci sono oblique collusioni fra politica e omertà criminale e fenomeni di riciclaggio. L’uomo di Cosa Nostra, con la Fininvest, ha qualcosa come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano.

Forza Italia è stata creata da Marcello Dell’Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord. Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord.

Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì. Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che ‘pecunia non olet’.

C’è denaro buono che ha odore di sudore, e c’è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Incontrare di nuovo Berlusconi ad Arcore? Lo escludo, niente più accordi col Polo. Tre anni fa pensarono di farci il maleficio. Il mago Berlusconi ci disse: “Chi esce dal cerchio magico, cioè dal mio governo, muore”. Noi uscimmo e mandammo indietro il maleficio al mago. Non c’è marchingegno stregato che oggi ci possa far rientrare nel cerchio del berlusconismo. Con questa gente, niente accordi politici: è un partito in cui milita Dell’Utri, inquisito per mafia.
La “Padania” chiede a Berlusconi se è mafioso? Ma è andata fin troppo leggera! Doveva andare più a fondo, con quelle carogne legate a Craxi. Io con Berlusconi sarò il guardiano del baro.

Siamo in una situazione pericolosa per la democrazia: se quello va a Palazzo Chigi, vince un partito che non esiste, vince un uomo solo, il Tecnocrate, l’Autocrate. Io dico quel che penso, lui fa quel che incassa.

Tratta lo Stato come una società per azioni. Ma chi si crede di essere: Nembo Kid?
Ma vi pare possibile che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini? Quando quello piange, fatevi una risata: vuol dire che va tutto bene, che non è ancora riuscito a mettere le mani sulla cassaforte. Bisogna che Berlusconi-Berluscosa-Berluskaz-Berluskaiser si metta in testa che con i bergamaschi io ho fatto un patto di sangue: gli ho giurato che avrei fatto di tutto per avere il cambiamento. E non c’è villa, non c’è regalo, non c’è ammiccamento che mi possa far cambiare strada… Berluscoso deve sapere che dalle nostre parti la gente è pronta a fargli un culo così: bastano due secondi, e dovrà scappare di notte. Se vedono che li ha imbrogliati, quelli del Nord gli arrotolano su le sue belle ville e i suoi prati all’inglese e scaraventano tutto nel Lambro.

Berlusconi, come presidente del Consiglio, è stato un dramma.
Quando è in ballo la democrazia, a qualcuno potrebbe anche venire in mente di fargli saltare i tralicci dei ripetitori. Perché lui con le televisioni fa il lavaggio del cervello alla gente, col solito imbroglio del venditore di fustini del detersivo.

Le sue televisioni sono contro la Costituzione. Bisogna portargliele via. Ci troviamo in una situazione di incostituzionalità gravissima, da Sudamerica. Un uomo ha ottenuto dallo Stato la concessione delle frequenze tv per condizionare la gente e orientarla al voto. Non accade in nessuna parte del mondo. E’ ora di mettere fine a questa vergogna.

Se lo votate, quello vi porta via anche i paracarri.
Se cade Berlusconi, cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi.
Ma il poveretto di Arcore sente che il bidone forzitalista e polista, il partito degli americani, gli va a scatafascio. Un massone, un piduista come l’arcorista è sempre stato un problema di “Cosa sua” o “Cosa nostra”. Ma attento, Berlusconi: né mafia, né P2, né America riusciranno a distruggere la nostra società. E lui alla fine avrà un piccolo posto all’Inferno, perché quello lì non se lo pigliano nemmeno in Purgatorio.

Perché è Berlusconi che dovrà sparire dalla circolazione, non la Lega. Non siamo noi che litighiamo con Berlusconi, è la Storia che litiga con lui.

(le frasi contenute nel testo sono state pronunciate testualmente da Umberto Bossi fra il 1994 e il 1999, cioè durante le tensioni del primo governo Berlusconi, dopo la rottura fra Bossi e Berlusconi nel dicembre 1994 e prima della loro riappacificazione alla fine del 1999. Le date esatte delle dichiarazioni, tratte da giornali quotidiani e agenzie di stampa, sono le seguenti: 1,7,9,10,13 marzo 1994; 5 aprile 1994; 4,11,23,31 maggio 1994; 1,12,17 giugno 1994; 29 luglio 1994; 6,8,13 agosto 1994; 1 settembre 1994; 6,20,23 dicembre 1994; 14 gennaio 1995; 22 marzo 1995; 13 aprile 1995; 10 giugno 1995; 29 luglio 1995; 25 gennaio 1996; 14,19,25 agosto 1997; 18 giugno 1998; 22 luglio 1998; 13 settembre 1998; 3, 27 ottobre 1998; 24 febbraio 1999; 13 aprile 1999; 10 settembre 1999; 19 ottobre

Fonte: http://www.berluscastop.it

Berlusconi a Napolitano: dimettiti e una Camera va al Pd

Silvio Berlusconi 220x la presse
L’ultima, ma solo in ordine di tempo, è un nuovo attacco al Quirinale. Nei giorni scorsi Berlusconi aveva già fatto capire che con il Colle non c’era feeling, parlando delle «forche caudine» che avrebbe dovuto affrontare il suo potenziale governo. Ora arriva a chiedere le dimissioni di Giorgio Napolitano. Se il Capo dello Stato andasse incontro alle sue strampalate richieste, allora lui sarebbe perfino disposto a lasciare la presidenza di una delle Camere all’opposizione. «Avendo loro il Quirinale – teorizza – se il presidente della Repubblica decidesse di dimettersi per fare un gesto nei confronti della nuova situazione italiana, allora si potrebbe pensare di dare una Camera all’opposizione».

Nessun attacco al Quirinale, ha pure il coraggio di sostenere, perché «credo che la stima che gli porto sia ricambiata». E poi precisa: la sua «è una ipotesi di pura scuola, non vorrei fosse interpretata maliziosamente».

Ma già alle 10 di mercoledì mattina, c’era materiale a sufficienza per raccontare l’ennesima giornata di strafalcioni. Pimpante a Radio Anch’io e a Unomattina, Berlusconi molto prima dell’ora di pranzo ha già sfornato la sua dose quotidiana di proposte-da-ridere.

Comincia con una sparata che è costretto a smentire nel giro di mezz’ora: «Mi piacerebbe regalare agli italiani un mese senza tasse». In perfetta continuità con la sua idea sul che significhi essere libero, lo chiama il «mese delle libertà» e si augura di avere «la fantasia» necessaria per attuarlo. Giusto il tempo di rendersi conto di che ha detto e precisa: «Non si tratta di una promessa».

Ma pure su Alitalia la spara grossa. Del resto la sua credibilità non ha radici istituzionali: «Nei rapporti con i vari leader internazionali come Putin, Bush, Aznar, Blair, non è contato il fatto che io fossi il presidente del consiglio italiano – ricorda – ma è contato quello che ho realizzato nella vita, il fatto che sono un tycoon».

Ma le ricette economiche che propone non si addicono al tycoon che dice di essere: l’ultima è l’azionariato popolare. «Se non la svendono prima delle elezioni la salveremo», minaccia. E sostiene che ci sia «una quantità incredibile di imprenditori italiani» disposta all’acquisto di Alitalia. La conferma Berlusconi l’avrebbe avuto durante un test dall’attendibilità certificata: «Incontrando le varie associazioni di categoria – racconta – ho chiesto alla platea: chi di voi se la sente di sottoscrivere una fiche per Alitalia se ve lo chiedesse il vostro presidente del Consiglio? Hanno alzato tutti la mano».

E poi c’è stato un altro segnale illuminante: «La lettera di un artigiano – annuncia Berlusconi – che mi ha inviato un assegno di 150 euro per partecipare con la sua fiche». Insomma, se fallisce la trattativa con AirFrance e Berlusconi strappa una vittoria, c’è da stare tranquilli. Centocinquanta euro sono già lì pronti.

Pubblicato il: 09.04.08
Modificato il: 09.04.08 alle ore 17.38

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74507

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Santanché: “Sono l’ossessione di Silvio. Ma stia tranquillo, non gliela do”

Botta e risposta fra la candidata premier de La Destra e il leader PdL. Berlusconi: “E’ la destra Billionaire che cerca di portarci via i voti, ma che fa soltanto il gioco della sinistra. Non entrerà in parlamento”

… UAU!

Setta in una grotta da cinque mesi “Il mondo finirà”. Morte due donne

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Succede a Penza, qualche centinaio di chilometri da Mosca, in Russia

Alcuni sono riemersi per il timore di crolli. Sottoterra sono ancora in 11

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di BRUNO PERSANO

<B>Setta in una grotta da cinque mesi<br>Pjotr Kuznetsov

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ROMA – Da cinque mesi sono chiusi in una grotta a Penza nella Russia centrale, qualche centinaio di chilometri da Mosca. Attendono la fine del mondo prevista per il 27 aprile, giorno della Pasqua ortodossa. Sono barricati in un cunicolo freddo e buio insieme ai loro figli, indottrinati da un santone che si fa chiamare svjatoj Pjotr, nuovo san Pietro. E che ha scelto di restare in superficie.

Erano in 29 all’inizio dell’avventura, poi un gruppetto è riemerso terrorizzato, più che dalla fine del mondo, dalle frane che sono seguite all’inizio del disgelo. Ieri uno dei membri della setta millenaristica che ha preferito uscire dal rifugio, ha riferito che due donne sono morte durante il ritiro. “Tamara è morta di cancro; l’altra fedele, una donna bielorussa, è crollata durante il digiuno. Le abbiamo sepolte nella grotta”.

Nel rifugio restano in undici:
alcuni di questi sono bambini. A farli uscire non è riuscito neppure il loro leader, Pjotr Kuznestov, che nella grotta non ha mai messo piede. Accusato di propaganda dell’odio religioso, da qualche settimana è rinchiuso in un ospedale psichiatrico per un trattamento medico dopo che ha tentato il suicidio sbattendo la testa contro un ceppo di legno. Sembra che soffra di schizofrenia e, in passato, ha dormito quattro mesi in una bara. La Polizia lo ha accompagnato all’imboccatura del rifugio ma dall’interno, i suoi seguaci hanno risposto esplodendo colpi di pistola contro gli agenti.

“Minacciano un suicidio di massa”,
spiega un funzionario governativo. “Dicono che si daranno fuoco con il cherosene che si sono portati in grotta per alimentare le stufe. Preferiamo non intervenire con un blitz”. Il ricordo corre a quell’aprile del ’93 quando carri armati federali invasero la fattoria di un santone nel Texas, a Waco, dove si erano raccolti un centinaio di accoliti della setta Davidiana Avventista. Furono sparate bombe lacrimogene e un serbatoio di gas prese fuoco. Morirono arsi vivi 78 fedeli tra cui 18 bambini.

La Chiesa ortodossa ha preso le distanze dalla setta millenaristica. Il Patriarca di Mosca Alessio II ha inviato un messaggio ai seguaci di svjatoj Pjotr perché la smettano di “credere agli pseudopredicatori che spaventano annunciando la fine del mondo”. Il “numero due” del Patriarcato, il metropolita Kirill di Smolensk fa risalire le istituzioni delle sette in Russia alla mancanza di cultura religiosa dopo decenni di ateismo: “Il tema religioso viene strumentalizzato. Qualcuno lo utilizza per fini privati, per neutralizzare le proprie fobie malsane. La setta di Penza – ha detto il metropolita – è l’esempio lampante di ciò che può accadere in un Paese e in una società se sono private dell’istruzione religiosa”.

Pjotr Kuznestov, il nuovo san Pietro,
è un architetto di 43 anni che proviene dalla Bielorussia. Si è trasferito nel villaggio vicino alla grotta, non più di due anni fa ma subito è riuscito a crearsi un gruppo di accoliti che crede fermamente nelle sue profezie. Per i seguaci della “Vera chiesa ortodossa russa”, ogni comodità – il denaro, la tv, le auto e persino il codice a barre sui prodotti – sono opere del demonio. Ai bambini è vietato andare a scuola. Vivono da novembre nella grotta vicino alla chiesa che utilizzavano per radunarsi e ascoltare le parole del loro santone. Nel rifugio si sono trascinati stufe, coperte, candele e cibo. Alcuni sfiatatoi consentono il ricambio dell’aria. La temperatura esterna è ancora rigida ma all’interno della grotta sembra ci siano 17 gradi. All’esterno della caverna, la polizia ha allestito un posto di pronto soccorso. Tutto è pronto per accogliere gli evacuati mentre nell’ospedale psichiatrico dove è ricoverato, il loro santone trascorre le notti intonando, in un’incomprensibile “lingua sacra”, canti che annunciano la fine del mondo.

(9 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/russia-setta/russia-setta/russia-setta.html

L’ALITALIA DEI PRIVILEGI/ DOSSIER ESPLOSIVO

Ecché, siamo fessi?

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Tutti i segreti della Casta hostess e piloti

Volano solo 98 minuti al giorno
Costano 45 milioni l’anno di soli alberghi

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Grazie al libro di Livadiotti “L’altra casta” si entra in una impressionante giungla di benefit, difesi con le unghie e con i denti: nel loro contratto tutti i mesi durano quanto febbraio e il giorno di riposo comprende due notti

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Da “Il Riformista”

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Pubblichiamo un brano su Alitalia tratto dal libro di Stefano Livadiotti “L’altra casta”. L’inchiesta sul sindacato, in uscita per Bompiani mercoledì 9 aprile.

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Piloti e hostess lavorano molto meno dei loro colleghi di altre compagnie. Però costano tanto di più. Grazie a una giungla di benefit, difesi con le unghie e con i denti e puntigliosamente elencati in un contratto degno di Harry Potter, dove tutti i mesi durano quanto febbraio e il giorno di riposo comprende due notti.

Un giorno è un giorno. Dal Circolo polare artico fino alle isole di Tonga, è uguale per tutti. Ma non per i piloti dell’Alitalia. È scritto nero su bianco a pagina 2 del Regolamento sui limiti dei tempi di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante approvato, con la delibera n. 67 del 19 dicembre 2006, dal consiglio di amministrazione dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile. Il terzo comma dell’articolo 2 disciplina il «giorno singolo libero dal servizio».

Che viene così descritto: «Periodo libero da qualunque impiego che comprende due notti locali consecutive o, in alternativa, un periodo libero da qualunque impiego di durata non inferiore a 33 ore che comprende almeno una notte locale». Un giorno di 33 ore o con due notti? Quando si tratta del personale di volo della ex compagnia di bandiera italiana, e dei relativi regolamenti di lavoro, bisogna abbandonare ogni convenzione, dal sistema metrico decimale all’ora di Greenwich: per loro non valgono.

Vivono in un mondo a parte, dove tutto è dorato. Da sempre veri padroni dell’azienda, piloti e assistenti di volo si sono dati delle norme di lavoro consone al loro status (a proposito: i capintesta dei sindacati degli autisti dei cieli hanno una speciale indennità economica che percepiscono anche se se ne stanno incollati a terra tutto l’anno). Secondo il regolamento dell’Enac, dove è specificato che hanno diritto a riposare su poltrone con una reclinabilità superiore al 45% e munite di poggiapiedi regolabile in altezza, non devono volare più di cento ore nel corso del mese.

Anzi nei 28 giorni consecutivi, come hanno preferito scrivere: e si vede che per loro è sempre febbraio. Nell’intero anno, cioè nei dodici mesi (se non hanno modificato a loro uso e consumo pure il calendario) il tetto non è, come da calcolatrice, mille e 200 ore (100 per 12) ma 900, e vai a sapere perché. Nel contratto, che l’azienda si rifiuta di fornire ai giornalisti, come del resto qualunque altro dato sulla produttività dei dipendenti, l’orario però si riduce. Nel medio raggio, la barriera scende a 85 ore al mese. Che nel trimestre non diventano 255, ma 240. E nell’anno non arrivano, come l’aritmetica sembrerebbe suggerire, a mille e 20, ma a 900.

Ma non è neanche questo il punto: fosse vero che volano così tanto (tra gli assistenti di volo l’assenteismo è all’11%). I numeri tracciano un quadro un po’ diverso e dicono che nel medio-corto raggio gli steward e le hostess (alla fine del 2007, 480 di queste ultime su 4300, cioè l’11%, erano praticamente fuori gioco perché in maternità o in permesso in base alla legge che consente di assistere familiari gravemente malati) restano tra le nuvole per non più di 595 ore l’anno. Vuol dire 98 minuti al giorno, il tempo che molti Cipputi impiegano per fare su e giù tra casa e fabbrica. A titolo di raffronto, un assistente di volo della Lufthansa vola 900 ore, uno della Iberia 850 e uno della portoghese Tap 810. Restando in Italia, una hostess di AirOne si fa le sue belle 680 ore.

I piloti, poi, alla cloche sembrano quasi allergici: la loro performance non va oltre le 566 ore, che significano 93 minuti al giorno. I loro pari grado riescono a pilotare per 720 ore all’Iberia, per 700 alla Lufthansa e all’AirOne, per 680 alla Tap e per 650 all’Air France. I nostri, insomma, non sono esattamente degli stakanovisti: in media fanno, tra nazionale e internazionale, 1,8 tratte al giorno, contro le 2,4-2,75 dei colleghi di AirOne. In compenso, sono molto più cari di tutti gli altri. Un assistente di volo con una certa anzianità può arrivare a costare ad Alitalia 86 mila e 533 euro, contro i 33 mila che deve mettere nel conto la compagnia di Toto (AirOne, ndr ).

Il comandante di un Md80 dell’azienda della Magliana ha un costo del lavoro annuo pari a 198 mila e 538 euro. Per la stessa figura professionale i concorrenti italiani non sborsano più di 145 mila euro. Sempre restando allo stesso tipo di aereo, per pagare il pilota Alitalia ha bisogno di 108 mila e 374 euro, tra i 28 e i 33 mila in più di AirOne o di un’altra azienda italiana. Il mix di orari da impiegati del catasto e stipendi da superprofessionisti crea un cocktail che risulterebbe micidiale per qualunque azienda: facendo due conti viene infatti fuori che alla fine dell’anno Alitalia spende per ogni ora volata da un suo comandante qualcosa come 350,8 euro. Contro i 207,1 di AirOne. Una differenza del 69,4% che manderebbe fuori mercato chiunque. Soprattutto se si considera anche che un aereo della ex compagnia di bandiera viaggia con un equipaggio superiore di un buon 30% rispetto alla media dei concorrenti.

Il risultato finale è che in Alitalia il tasso di efficienza per dipendente è pari, secondo i calcoli dell’Association of European Airlines, a poco più della metà di quello che può vantare la Lufthansa. Che i passeggeri trasportati sono 1.090 per dipendente, contro i 10 mila e 350 di Ryanair. E che nel 2004 il ricavo medio per ogni lavoratore impiegato non andava oltre i 199 mila euro, poco più di un terzo rispetto a quanto registrava ad esempio Ryanair (513 mila euro).

In Alitalia comandano i sindacati (che nel solo primo semestre del 2005 hanno proclamato scioperi per 496 ore: quasi 3 ore ogni 24). E si vede. Il contratto in vigore dal 1° gennaio 2004 dice che, nel medio raggio, una hostess o un pilota non possono essere utilizzati per più di 210 ore al mese (che, con il solito giochino, diventano 600 nel trimestre e 1.800 nell’anno). Ebbene, se uno di loro parte da Roma per andare a prendere servizio a Milano la metà della durata del viaggio che lo vedrà impegnato nelle parole crociate viene considerata servizio.

La tabella dell’Enac che stabilisce, a seconda dell’orario di inizio del turno, su quante tratte continuative può essere impiegato il personale navigante prevede cinque diverse ipotesi. Che salgono a diciassette nell’accordo sottoscritto da azienda e sindacato. Dove è stabilito per il personale navigante il diritto a 33 giorni di riposo a trimestre (ad AirOne sono 30), che aumentano fino a 35 per chi è impegnato nel lungo raggio. In base al contratto, al termine di ogni volo deve essere garantito un riposo fisiologico di 13 ore, che sul lungo raggio deve risultare invece pari al numero dei fusi geografici attraversati moltiplicato per otto, con un minimo però di 24 ore. Boh.

Semplicemente geniale è poi il nuovo sistema retributivo, in vigore dal 1° gennaio 2005. Sono rimasti, ovviamente, lo stipendio base (quattordici mensilità) e l’indennità di volo minimo garantito: quaranta ore, che uno le faccia o meno. Le dieci voci che componevano la parte variabile della retribuzione di un pilota (compreso il cosiddetto «premio Bin Laden» corrisposto, dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, a tutti quelli che viaggiano in Medio Oriente e dintorni) sono state tutte sostituite da un’unica indennità di volo giornaliera (per un comandante è pari a 177 euro se è impegnato sul lungo raggio e a 164 se vola sul medio, cifre alle quali va sommata la diaria, che sono altri 42 euro, per un totale che può quindi arrivare a 219 euro). Indennità che scatta tutta intera anche se il pilota sta alla cloche solo per mezz’ora o semplicemente si trasferisce all’aeroporto da dove prenderà servizio. E perfino se il suo volo viene cancellato dopo che lui ha già raggiunto quello che doveva essere lo scalo d’imbarco. Per di più, aumenta se c’è uno spostamento dei turni rispetto al calendario originale.

Siccome poi lavorare stanca, il contratto prevede l’istituzione di una Banca dei riposi individuali dove confluiscono i crediti che si ottengono per esempio quando l’aereo viaggia con personale ridotto (un riposo ogni due giorni) e dalla quale hostess e piloti possono attingere pure degli anticipi. Non è invece dato sapere se le parti hanno raggiunto un accordo su una nuova indennità graziosamente prevista nell’ultima intesa: il premio di puntualità, che per i passeggeri assume davvero il sapore della beffa. Mentre è alla direttiva dell’Enac che bisogna tornare se si vuole conoscere la dettagliatissima disciplina della cosiddetta «riserva», i periodi di tempo nei quali il personale navigante deve essere pronto a rispondere a un’improvvisa chiamata.

Premesso che si può essere messi in riserva solo dopo aver goduto di un riposo, si stabilisce che la metà del tempo trascorso a casa con le pantofole ai piedi va considerata come servizio. Bingo. Di più: che se l’attesa si consuma inutilmente perché il telefono non trilla, e dev’essere proprio per lo stress, scatta un successivo periodo di riposo di almeno otto ore, che in alcuni casi salgono a dodici. Ed è sempre il premuroso Enac a stabilire che a piloti e hostess, una volta a bordo, deve essere dato da mangiare una volta ogni sei ore, come ai pupi, e adeguatamente, «in modo da evitare decrementi nelle prestazioni».

Di alcuni privilegi o istituti incomprensibili nessuno ricorda neanche l’esatta origine. Ci sono e basta. Così, le hostess continuano ad avere una franchigia di ventiquattr’ore al mese, che in pura teoria dovrebbe coincidere con l’inizio del ciclo mestruale, ma si racconta del caso di una di loro che ha chiesto la giornata del 31 come permesso per il mese di dicembre e quella del 1° per il mese di gennaio: misteri del corpo femminile. Sempre le assistenti di volo, quando vanno in maternità vengono retribuite per tutto il tempo con lo stesso stipendio guadagnato nell’ultimo mese di servizio, che, guarda un po’, svolgono regolarmente sul lungo raggio, per far salire l’importo della busta paga. I piloti, invece, non possono atterrare due volte nello stesso scalo in un solo giorno. La logica della regola, che pare non sia neanche scritta ma frutto della consuetudine, è imperscrutabile.

La conseguenza, però, è chiara: la crescita delle spese per le trasferte. A partire da quelle per gli alberghi, che in Alitalia vengono scelti da un’apposita commissione dopo attento esame dei loro requisiti: con il risultato che l’importo medio è superiore del 45% a quello sostenuto dagli altri vettori. Solo per le 300 stanze prenotate tutto l’anno per i dipendenti che, anziché essere trasferiti a Malpensa, vanno su e giù da Roma, la compagnia ha in bilancio 45 milioni. Nella babele dei benefit, per un certo periodo tutto il personale viaggiante ha poi goduto di una speciale indennità per l’assenza del lettino a bordo di alcuni 767-300: alcune centinaia di euro che venivano corrisposte anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione.

I lavoratori più coccolati d’Italia quando viaggiano per piacere godono di una politica di sconti davvero generosa. Argomento sul quale l’azienda ha di nuovo una tale coda di paglia da rifiutarsi di fornire chiarimenti. Ma è il segreto di Pulcinella: i dipendenti (e con loro i pensionati) hanno diritto ad acquistare (anche per i loro cari: figli e coniugi o conviventi) i biglietti con una riduzione del 90% sulla tariffa piena, se rinunciano al diritto alla prenotazione. Il taglio scende invece al 50% se vogliono il posto garantito, magari perché vanno a festeggiare l’ultima promozione, che in Alitalia non si nega davvero a nessuno. Nel 2007 la direzione per la finanza dell’azienda della Magliana poteva contare su 152 persone: 20 dirigenti, 52 quadri e 80 impiegati. In quella per il personale i soldati semplici (61) prevalevano di una sola unità sui graduati (60: 25 dirigenti e 35 quadri).

Dev’essere anche per questo che il consiglio di amministrazione dell’azienda ha sentito la necessità di garantirsi l’ombrello di una polizza assicurativa a copertura di possibili azioni di responsabilità nei confronti di chi ha guidato la baracca. E si è reso così complice dei sindacati. Ai quali invece nessuno potrà mai presentare il conto.

fonte:http://qn.quotidiano.net/2008/04/09/79226-tutti_segreti_della_casta_hostess_piloti.shtml

Dell’Utri: “Mangano un eroe”

Marcello Dell’Utri a un comizio del Popolo della Libertà

Dell’Utri: il fattore mafioso “ha taciuto nonostante le pressioni dei pm”

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Il senatore azzurro attacca “il professionismo dell’antimafia”
E promette: “Se vince il Pdl riscriveremo la Resistenza sui libri”

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ROMA – Berlusconi chiede “perizie psichiatriche sui pm” e attesta che il Pd è “l’ultimo trasformismo del partito comunista”. Ma la vera perla della giornata è un’altra: “Il fattore Vittorio Mangano (ergastolo per mafia e addetto alle scuderie di casa Berlusconi ndr) è un eroe”, parola di Marcello Dell’Utri, senatore uscente, candidato e condannato per tentata estorsione. Che già che c’è se la prende anche con i professionisti dell’antimafia e con i libri di storia, tutti “da rivedere”.

Che negli ultimi giorni si sarebbe alzato il tono della campagna elettorale era un dato atteso e acquisito. Un po’ meno atteso era che il Cavaliere e il suo staff tornassero a spingere, a quattro giorni dal voto, su argomenti consumati. Ma a pochi giorni dal voto certi messaggi sono cruciali, per chi se li aspetta e per chi deve ancora decidere come votare.

Così, a Savona, città del ponente ligure decisiva per l’assegnazione della Liguria, Berlusconi alza il livello di scontro con la magistratura. “Il pubblico accusatore – annuncia col tono di chi promette – dovrebbe essere sottoposto periodicamente a esami che ne attestino la sanità mentale”. Insomma, secondo il Berlusconi pensiero, nei tribunale dovrebbero girare meno tabulati di intercettazioni e più psicologi.

Il leader della Pdl riparte dallo stop alla riforma dell’ordinamento giudiziario firmata dall’allora Guardasigilli Roberto Castelli che prevedeva “test psico-attitudinali” per entrare in magistratura. Polemiche feroci, iter parlamentare complesso e pieno di stop&go. Ma alla fine quel test divenne obbligatorio per legge. Una legge mai applicata in verità, perchè cassata prima ancora di entrare in vigore dalle modifiche messe a punto dal governo Prodi.

Ora Berlusconi rilancia. Non solo test, ma un vero esame medico. E non solo all’inizio, ma periodicamente. Una prospettiva che supera anche l’origine prima della questione: il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli, il gran maestro della P2 che negli anni settanta aveva chiesto l’introduzione di “esami psico-attitudinali preliminari” per le aspiranti toghe.

Il Guardasigilli in carica, l’ex magistrato e presidente del tribunale di Roma Luigi Scotti accusa Berlusconi di “creare sfiducia” e di “recare un danno al paese”. Un altro ex pm come il deputato di An Alfredo Mantovano invita invece a non bocciare la cosa per partito preso: “I piloti e molte altre categorie professionali che hanno la responsabilità della vita delle persone sono sottoposti periodicamente a test di verifica del loro equilibrio fisico e psichico”.

L’attacco alla magistratura e alla legalità firmato Pdl arriva anche dal web. Sul sito di Klaus Davi, infatti, KlausCondicio, in onda su YouTube il senatore dice la sua sulla lotta alla mafia, sull’allarme della politica e sui pentiti. L’antimafia, commenta Dell’Utri condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo per tentata estorsione, “è importantissima, ma quando diventa una sorta di brand non è un fatto positivo. Dopotutto, lo aveva già detto Sciascia…” quando inventò la categoria dei professionisti dell’antimafia. L’allarme mafia, aggiunge, “spesso serve ai partiti per coprire la loro mancanza di contenuti”. Quanto ai pentiti, poi, Dell’Utri dice di “conoscere quasi tutti i pentiti di mafia, ma oggi faccio fatica a individuarne uno sano, anche se ce ne saranno”.

In questo contesto arriva la quasi santificazione di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore condannato nel 2000 all’ergastolo per associazione mafiosa. “Il fattore Vittorio Mangano, condannato in primo grado all’ergastolo – afferma Dell’Utri – è morto per causa mia. Era malato di cancro quando è entrato in carcere ed è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e il presidente Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. A modo suo è un eroe”.

Non finisce qui.
Noto bibliofilo, collezionista di testi rari nonchè con velleità pedagogiche (Dell’Utri ha ideato una sorta di scuola di politica per i giovani), il senatore aggiunge anche che “se eletto farà di tutto per avviare la revisione dei libri di storia”, a cominciare dal periodo della Resistenza.

Appena le agenzie rilanciano il Dell’Utri-pensiero, scattano le reazioni del Pd e della Sinistra, raramente concordi in questa campagna elettorale. Anna Finocchiaro e Rosi Bindi attaccano il senatore che “denigra la resistenza e difende la memoria dei mafiosi”. Il verde Angelo Bonelli bolla quelle di Dell’Utri come parole “allucinanti”, “fuori dal contesto democratico” e “in contrasto con la Costituzione”. Di Pietro ragiona da ex pm e dice: “Quel riconoscimento post mortem nasconde qualcosa d’altro”. Un messaggio? Francesco Forgione, presidente della Commissione Antimafia, candidato in Calabria per la Sinistra e chiamato direttamente in causa da Dell’Utri, replica: “Per noi gli eroi possono essere solo le vittime della mafia”.

(8 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/verso-elezioni-18/berlusconi-toghe/berlusconi-toghe.html

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PER RINFRESCARSI LA MEMORIA..

Vittorio Mangano – Lo stalliere

Inviato da krdesignOttobre 26, 2005, 1:07 pm
in Satira e Politica Attualità ( KRDESIGN.iT BLOG)

tratto da Societa civile

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Era un uomo metodico, puntuale fino all’ossessione. Maurizio Pierro, consulente finanziario, usciva dalla sua bella villa appena fuori Varese ogni mattina alle 7, imboccava l’autostrada dei Laghi, arrivava a Milano, si sedeva alla scrivania nel suo ufficio in zona Fiera, due interi piani in una palazzina elegante, cinquanta dipendenti ai suoi ordini. Ogni sera, alle 18.45 in punto, usciva, si buttava nel traffico dei viali che portano all’autostrada, alle 19 con il cellulare dall’auto avvisava la moglie («Sto arrivando»), attorno alle 20 rientrava a casa.

La sera di martedì 11 febbraio 1997, a casa lo aspettavano la moglie, i due figli di 18 e 20 anni, i suoceri e una torta con le candeline. Era il suo cinquantaseiesimo compleanno. Puntuale come sempre, Maurizio Pierro lasciò il suo studio alle 18.45. Ma non chiamò la moglie, alle 19, per dirle «sto arrivando». Lo trovarono nella notte in via Gattamelata, a meno di un chilometro dal suo ufficio. Era seduto nella sua auto, al volante, rivolto verso destra, come se stesse parlando con qualcuno seduto al suo fianco. Aveva in corpo quattro proiettili calibro 7.65, sparati da molto vicino: un colpo in mezzo agli occhi, un colpo al cuore, un colpo in mezzo al petto; il quarto colpo, dopo avergli sfiorato lo stomaco, si era conficcato nella portiera della sua monovolume giapponese. Il portafoglio era al suo posto, nella tasca della giacca, il computer portatile sul sedile posteriore.

Con chi aveva appuntamento, Maurizio Pierro, quella sera in via Gattamelata? Chi fu il suo ultimo interlocutore, seduto accanto a lui in auto?
Pierro era nato a Tripoli ed era diventato un uomo di successo. Ragioniere, guadagnava più di un commercialista, giro d’affari miliardario, presenza in una miriade di società. Tra i suoi clienti vi era anche la Chanel. Splendida villa in Sardegna, grande passione per il golf, nutrito parco auto, in cui spiccava una bella Porsche. Per la sua società principale, la Selma, aveva scelto un nome furbo: esiste infatti una Selma Leasing legata nientemeno che a Mediobanca. Pierro invece si era legato alla finanza d’assalto, tanto da restare invischiato in una storia da anni Ottanta, il crac di una società che raccoglieva risparmi e piccoli capitali promettendo alti rendimenti, aveva convinto 3 mila persone ed era finita con una bancarotta da 120 miliardi.

Dopo la notte di via Gattamelata, per un paio d’anni tutti si sono scordati di Maurizio Pierro e di quel colpo sparato in mezzo agli occhi, nella civilissima Milano. Il caso, irrisolto, dell’uomo che non arrivò puntuale alla sua ultima festa di compleanno è tornato d’attualità nella primavera 1999. I fascicoli di quell’omicidio senza colpevole sono stati ripescati dagli archivi e sono arrivati sulle scrivanie dei magistrati antimafia di Milano: Pierro infatti era consulente finanziario anche di una galassia di società che facevano capo a due imprenditori, Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati martedì 9 marzo 1999 a Milano e imputati di rapporti mafiosi insieme a un più noto imprenditore e politico che li conosceva bene: Marcello Dell’Utri.

I magistrati di Palermo Antonio Ingroia,
Domenico Gozzo, Mauro Terranova e Umberto De Giglio nel marzo 1999 chiedono per Dell’Utri addirittura l’arresto. Accusa: aver tentato di convincere un paio di “pentiti”, grazie a generose offerte di denaro, a testimoniare a suo favore. I due, Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo, avrebbero dovuto raccontare di essere stati avvicinati da altri collaboratori di giustizia, che li volevano spingere ad aggiungersi agli accusatori di Dell’Utri, inventandosi falsi addebiti a suo carico. Se l’operazione fosse andata in porto, l’effetto sarebbe stato dirompente: sarebbe crollata la credibilità di tutti i testimoni anti-Dell’Utri, sarebbe passata l’ipotesi di un complotto, di un accordo tra “pentiti” ai danni del collaboratore di Berlusconi.

I magistrati di Palermo e gli agenti della Dia scoprono il piano. Gli agenti della Direzione investigativa antimafia filmano addirittura alcuni incontri tra Dell’Utri e Chiofalo, uno dei due falsi pentiti. Questi poi racconta: «Dell’Utri mi disse: “Confermi le accuse di Cirfeta e io farò ricco lei e la sua famiglia, avrà per sempre la riconoscenza mia, del dottor Berlusconi e quella di tutte le persone che ci vogliono bene”». Il Parlamento, malgrado avesse ricevuto un’imponente documentazione dei fatti, respingerà la richiesta d’arresto.

Ma c’è una parte tutta milanese
di questa indagine, passata in secondo piano a causa del turbine di polemiche seguite alla richiesta d’arresto per Dell’Utri. È l’indagine che ha messo a fuoco le attività di Sartori e Currò. Quasi tutta l’attenzione è stata catturata, per forza di cose, dal braccio destro di Silvio Berlusconi, ieri presidente di Publitalia, oggi deputato di Forza Italia, accusato dalla procura palermitana di voler comprare una pattuglia di «pentiti» al fine di affondare l’inchiesta sulle sue relazioni pericolose con Cosa nostra. Ma le indagini del sostituto procuratore di Milano Maurizio Romanelli e della Dia hanno scoperto ben altro: gli affari, legali e illegali, di un gruppo di persone che secondo gli investigatori sono i nuovi colletti bianchi di Cosa nostra a Milano, i manager in giacca e cravatta della mafia siciliana. In rapporto diretto con figli e nipoti di due vecchi boss, Gerlando Alberti e Vittorio Mangano. Insomma: Cosa nostra, seconda generazione.

Un quarto di secolo è passato da quando i due comparvero sulla scena: il primo, Gerlando Alberti, con fragore: il più grande raffinatore di eroina in Sicilia in tempi in cui si pensava che gli stupefacenti fossero un affare dei marsigliesi; il secondo, Mangano, in punta di piedi e inosservato: devoto “stalliere” nella villa di un costruttore emergente che era l’essenza della milanesità.
Nella Milano delle grandi trasformazioni finanziarie, dei grandi giochi per costruire i nuovi colossi bancari, assicurativi, delle telecomunicazioni, nella città dei soldi – danée e piccioli insieme – si sono rese visibili altre trasformazioni, in un settore più piccolo ma non meno vivace. Quello della finanza “grigia”.

«Il consorzio Cisa ha come missione il coordinamento armonico degli associati, fondendoli in un Gruppo omogeneo ed organizzato, fornitore di Risorse e di servizi a terzi, teso costantemente al raggiungimento di sempre nuovi obiettivi di Progresso e di Qualità, al fine di offrire ai propri Clienti elevati livelli di servizio, ottenendo soprattutto la loro primaria soddisfazione, per un reciproco e durevole vantaggio economico. Il Cisa è una Impresa di servizi al servizio delle Imprese». Firmato: «Il Presidente, Natale Sartori».

All’americana, la missione, l’obiettivo del Cisa, con tutte le sue maiuscole, è incorniciata in un quadretto nella sede dell’azienda, in via Ripamonti a Milano. Il Cisa è la capogruppo di una rete di società e cooperative che offrono servizi alle imprese: soprattutto pulizie, facchinaggio, trasporti. Terziario flessibile, molto flessibile: come numero di dipendenti (da 800 a 2 mila), come numero di aziende (nove sono le cooperative consorziate al Cisa, ma le imprese che ruotano attorno alla galassia di Sartori e del suo socio Currò sono molte di più), come rapporto di lavoro (chi è impiegato nelle cooperative del gruppo formalmente non è dipendente, ma socio).

Certo è che il giro d’affari,
per Sartori e Currò, è miliardario. Forniscono servizi a imprese di primo piano come la Esselunga supermercati e la Bartolini trasporti. Un bel risultato, per due messinesi arrivati a Milano nei primi anni Ottanta e che hanno cominciato da zero (una vecchia relazione di polizia li segnala come occupanti abusivi di appartamenti dell’Istituto Case Popolari di Milano). In una decina d’anni sono diventati imprenditori di successo, hanno uffici ben arredati, begli appartamenti, auto di grossa cilindrata. Sartori possiede una splendida villa in Sardegna, a San Teodoro.
«Ci hanno preso di mira. Solo perché siamo siciliani, siamo mafiosi», spiega, appena un po’ imbarazzata, Provvidenza (detta Enza) Giargiana, una signora quarantenne, bionda, moglie di Sartori. «Volevano rompere le scatole a Dell’Utri, così sono venuti a romperle anche a noi, perché lo conosciamo, perché lavoriamo per la società di Dell’Utri, Publitalia. Sì, forniamo il servizio di pulizia negli uffici di Publitalia, come lo forniamo a tante altre aziende. Tutte private, s’intende, non lavoriamo con gli enti pubblici», si affretta a puntualizzare mentre attorno trillano i telefoni e gli impiegati si danno da fare. «Lo hanno arrestato, mio marito, ma noi dobbiamo andare avanti a lavorare: abbiamo nove cooperative consorziate, 800 dipendenti, e alla fine del mese dobbiamo dare uno stipendio a tutti».

Ma che rapporti, privati e d’affari,
ha Sartori con la famiglia Mangano? Alla parola «Mangano» Enza Giargiana smette di parlare, cerca con gli occhi gli occhi di un collaboratore dai modi più bruschi. L’incontro è finito.
Mangano? Vittorio Mangano è ormai noto alle cronache come “lo stalliere” o “il fattore” di Berlusconi, perché nel 1974 abitò nella villa di Arcore del Cavaliere. In realtà è un boss di Cosa nostra inviato negli anni Settanta a Milano con l’incarico di tenere i contatti con gli imprenditori del Nord; poi fu reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova, una delle più importanti di Palermo; infine fu arrestato e recluso nel carcere di Pianosa. È del febbraio 1980 la famosa telefonata tra Mangano e Dell’Utri in cui i due parlano di «cavalli» da «consegnare in albergo»: Paolo Borsellino, nella sua ultima intervista prima di essere ucciso, si disse convinto che il termine «cavalli» era riferito al traffico di stupefacenti e così fu accettato dal tribunale di Palermo, in una sentenza diventata per Mangano ormai definitiva.

Il rapporto tra i Mangano e il gruppo di Sartori
è strettissimo. La moglie di Mangano, quando viene a Milano, dove vivono anche le sue figlie, è ospitata non da queste ma dalla moglie di Sartori, nella bella casa di Caleppio di Settala alla periferia della città. Delle tre figlie di Mangano, due, Cinzia (30 anni) e Loredana detta Lory (33 anni), si sono trasferite a Milano e vivono in una palazzina a tre piani nel verde, a Peschiera Borromeo, ai confini est di Milano. Sono state immediatamente assunte alla Ecosea, una delle società di Sartori (La terza figlia di Mangano, nata nel 1975, è stata chiamata Marina, ha raccontato il padre, proprio come la figlia di Berlusconi e in onore di un datore di lavoro tanto squisito).

Daniele Formisano (25 anni),
nipote di Vittorio Mangano, è anch’egli arrivato a Milano nel 1997 ed è subito stato assunto dal gruppo. «Bisognerebbe parlargli per motivi di lavoro», dice Sartori a un suo collaboratore, «ma con rispetto, perché è il cugino di Loredana»: i rapporti di parentela, se si tratta di Mangano, valgono più dell’età, dell’esperienza, della professionalità. Il «rispetto», in questo caso, si trasforma in uno stipendio di 3 milioni al mese. Poi Formisano, da vero «figlio d’arte», arrotonda con altri affarucci. Nel febbraio 1998, per esempio, dimostra di avere stoffa e buoni contatti mettendo in piedi un traffico di 300 chili di marjuana di ottima qualità, trattando alla pari con fornitori albanesi. È in contatto con Maniola Prifti, un’albanese che l’11 luglio 1998 è stata arrestata nell’operazione “Africa”.

Che cosa fanno i nostri colletti bianchi di Cosa Nostra? Innanzitutto affari, con le cooperative di Sartori e con i mille traffici (molti con i Paesi est-europei) di Currò. Ma non solo: si danno da fare per tirar fuori di galera il loro boss di riferimento, Vittorio Mangano; danno supporto a un mafioso latitante, Enrico Di Grusa, che ha sposato la figlia di Mangano, Lory; organizzano un’incredibile rete di rapporti con alti ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di finanza.
Per migliorare la situazione carceraria di Mangano s’incontrano con Dell’Utri, che vedono più volte a Milano, alla presenza di Di Grusa e di un altro “figlio d’arte”, Vincenzo La Piana, marito di Maria Alberti (la nipote del boss Gerlando Alberti) e dunque nipote acquisito del mitico U Paccaré, che cascò dalle nuvole quando gli chiesero della mafia e rispose: «E che è? Una marca di formaggi?».
La Piana, che alla fine degli anni Settanta era uno degli addetti alla raffineria d’eroina di Trabia (una delle più grandi d’Europa, capace di produrre miliardi al giorno), nel 1997 comincia a collaborare con i magistrati e nei mesi scorsi ha raccontato a Romanelli anche gli incontri a cui è stato presente tra Dell’Utri e i colletti bianchi milanesi.

Il primo incontro avvenne nel 1995 al ristorante “Al Timeout 4” di via Benaco. Dell’Utri non mangiò, si fermò soltanto una ventina di minuti, il tempo di un aperitivo, e s’informò sulle mosse già compiute per «far volare la quaglia», cioè per ottenere il trasferimento di Mangano da Pianosa. Concluse: «Datemi qualche giorno di tempo, ci teniamo in contatto».
Promessa mantenuta: due giorni dopo, nuovo incontro al ristorante “Da Luigi” in via Marcona, buon pesce e frutti di mare. Lì Dell’Utri assicurò che «si stava interessando non solo per ottenere il trasferimento di Vittorio Mangano, ma addirittura per ottenere la sua scarcerazione». Ma attenti, disse ai suoi commensali: «Il Cavaliere sta nelle acque sporche e brutte, ci dobbiamo tenere abbottonati».
Poco dopo, l’8 novembre 1995, Mangano uscì da Pianosa e fu ricoverato nel centro clinico di Pisa. Missione compiuta.

Ma Sartori incontra Dell’Utri
anche altre volte. L’ultima, il 12 ottobre 1998, nel suo ufficio di via Senato 14. «Sono stato là e gli ho spiegato», racconta poi Sartori parlando al telefono (intercettato dalla Dia) con il socio Currò e il dipendente (da trattare con «rispetto») Daniele Formisano. «La parola che mi ha detto lui è: ma mi sembra impossibile, però verifico e poi le faccio sapere. (…) Son tutte chiacchiere, la gente chiacchiera».
Che cosa ha «spiegato» Sartori a Dell’Utri? Di che cosa aveva paura? Che «verifica» si è impegnato a fare l’ex presidente di Publitalia oggi deputato di Forza Italia? Sartori aveva mangiato la foglia: aveva ormai forti sospetti che qualcuno del giro (Vincenzo La Piana: era lui, il “Giuda”) stava spifferando tutto alla polizia.

L’incontro precedente, quello più cinematografico,
era avvenuto in un capannone di Rozzano, dove Di Grusa si era recato con La Piana e aveva trovato Sartori e Currò già in compagnia di Dell’Utri. Argomento discusso, secondo La Piana, il finanziamento di un’importazione di cocaina dalla Colombia: 100 chili, 25 milioni al chilo, pagamento metà alla consegna, metà a 30 giorni. Erano dunque necessari 1 miliardo e 2 o 300 milioni. La Piana ammette però di essere salito nell’ufficio dove si è svolta la trattativa con Dell’Utri soltanto a discorsi conclusi, per il caffè e i convenevoli finali; della richiesta di finanziamento a Dell’Utri e della sua disponibilità a concederlo ha saputo soltanto in seguito, dal racconto di Enrico Di Grusa.
«Io alla fine», racconta La Piana, «feci la battuta: “Dottore mi scusi, capisco che lei ci tiene più di me, ma ce lo portiamo a casa o no?”, riferito a Vittorio Mangano. E Dell’Utri rispose: “Ci stiamo pensando”». Poi dell’affare della cocaina non si fece più niente, perché alcune difficoltà e alcuni arresti consigliarono ai protagonisti di sospendere l’operazione. Ma i colletti bianchi continuarono il loro lavoro “pulito”.

Vincenzo La Piana, da buon nipote, periodicamente va a visitare in carcere il vecchio Gerlando Alberti. Lo tiene informato su ciò che succede fuori, gli chiede indicazioni e segue i suoi saggi consigli. Ebbene: Sartori e Currò, confessa il boss al nipote, «sono amici buoni e sono tenuti stretti». Cioè, interpretano i magistrati, «pochi sono a conoscenza dei loro nomi o li conoscono personalmente».
All’origine della loro carriera i due sono probabilmente coinvolti in traffici di droga, tanto che già nel 1993 l’uomo d’onore Rosario Spatola, diventato collaboratore di giustizia, aveva definito Sartori «un trafficante d’eroina»; e nel 1994 un altro siciliano fattosi “pentito”, Luigi Sparacio, aveva dichiarato che Currò era «pregiudicato messinese trafficante di stupefacenti su Milano». Ma con il tempo le attività legali avevano preso il sopravvento. Il business innanzi tutto. Competition is competition. L’elenco delle società controllate da Sartori e Currò (in alcuni casi con la presenza anche di Enrico Di Grusa) è lungo e intricato. Oltre alla capogruppo Cisa, vi è una lunga catena di cooperative e società di cui è difficile seguire le continue metamorfosi: Mistral, Euroappalti, Ucfp, Coas, Polysystem, Polyservice, Meridiana, Smile, Euras, Finproget, Cgs, Full Time, Italsipi, Ecosea, Italgest, Bolero, Delta…
E poiché gli affari sono affari, i colletti bianchi non disdegnano di avere rapporti anche con i “colleghi” di altre holding: così Sartori e Currò sono in contatto con Pasquale Latella, uomo della ’Ndrangheta di Reggio Calabria, che è socio nella Italsipi, poi trasformata in Ecosea.

Natale Sartori, cinquantenne, è il più autorevole
del gruppo. Capelli chiari ondulati, occhi chiari, sempre elegante, porta occhiali da vista Cartier e al polso un vistoso Rolex Submarine d’oro. La sua famiglia è tanto “vicina” a Mangano da andarlo spesso a trovare a Palermo, prima del suo ultimo arresto. Secondo una testimonianza, i Sartori e i Mangano hanno festeggiato insieme il Capodanno 1995 nella villa siciliana di Mangano, a Carini.
Antonino Currò è più “zanza”. Continua fino all’ultimo a dedicarsi a mille traffici. Tra questi, la produzione di jeans nella ex Iugoslavia («Ci costano più o meno 5 mila lire l’uno», dice al telefono), poi importati e venduti in Italia con marchio Levi’s («Ogni jeans viene venduto a 50 mila»). Tarocca, cioè realizza con marchi contraffatti, anche giubbotti Levi’s («Fatti bene, adesso va forte il nero»). Nel suo capannone di Rozzano, ora posto sotto sequestro, sono depositati perfino scatoloni contenenti lampadari. Currò, del resto, si è costruito una rete di relazioni d’affari in Serbia, Ungheria, Polonia, Bulgaria, dove periodicamente si reca.

Gli affari dei nuovi siciliani a Milano
sono molteplici e numerosi sono i loro luoghi d’incontro. In viale Lucania 19, vicino a un’ottima salumeria-gastronomia, aveva sede una ditta in cui erano in esposizione batterie da cucina; era controllata da Enrico Di Grusa ed era, racconta La Piana, «luogo di ritrovo di alcuni palermitani a Milano». Di Grusa, Sartori e Currò a pranzo vanno spesso o al “Timeout” di via Benaco (dove hanno incontrato anche Dell’Utri), o in un bar vicino, in via Bessarione. Oggi l’insegna gialla dice: «Antica Cafeteria», sulla lavagnetta all’ingresso è scritto: «Primo, secondo e contorno, 11 mila lire» e sulla parete di fondo è incollata una struggente gigantografia di New York al tramonto. La gestione, dice la signora gentile al banco, è cambiata dal Natale 1999. Ma il bar di via Bessarione, a un passo da piazzale Corvetto e dall’imbocco dell’Autosole, resta un luogo storico per Cosa nostra a Milano: aperto tanti anni fa con i soldi di Gerlando Alberti e gestito per lungo tempo da Vincenzo Citarda e Lia Stassi, vecchie mani di Cosa nostra a Milano.

L’aspetto forse più incredibile di tutta questa storia è la squadretta di alti ufficiali che i siciliani avevano al loro servizio. Un colonnello dei Carabinieri, Andrea Benedetti Michelangeli, era a disposizione del gruppo praticamente a tempo pieno e utilizzava le strutture periferiche dell’Arma per procurare contatti e clienti al gruppo, mobilitava i marescialli sul territorio per portare a casa nuovi appalti. In cambio, riceveva uno stipendio mensile. Quando si sente dire dall’uomo incaricato da Sartori delle “pubbliche relazioni” che «bisognerebbe un attimino rivedere quel discorso nostro», Benedetti Michelangeli si inalbera: vuole mantenere il suo fisso mensile, anche impegnandosi a non chiedere aumenti e a non pretendere provvigioni da grossi affari. «Quando ha bisogno di un passaporto, di un rinnovo di porto d’armi, di un cazzo cinese, eh, dove vanno?», grida il colonnello al telefono. «Digli che l’aumento Istat non mi interessa, eh, però cazzo, un minimo così, anche per tutte le altre esigenze che si possono venire a creare, tipo informazioni sulle persone. (…) Tutto si può fare se c’è un minimo di comprensione, io parlo di fisso, eh. (…) Anche se dovessi ottenere, non so, 2 miliardi per una cosa, gestiteveli, non mi interessa. (…) Se poi lui ha bisogno di qualche altra cosa, a livello di informative eccetera, sono a dispositivo, io».

Benedetti Michelangeli la spunta e mantiene
il suo secondo stipendio. Ma legati al gruppo restano anche il colonnello delle Fiamme Gialle Michele Adinolfi, il colonnello Guglielmo Petrantoni, sua sorella Angela Petrantoni, in servizio al palazzo di Giustizia di Milano.
I colletti bianchi cadono nel panico una sola volta, nell’ottobre 1998, quando una verifica fiscale della Guardia di finanza, casuale, rischia di scoprire i segreti del gruppo. Nei giorni della verifica i colloqui telefonici dei siciliani si fanno drammatici. Sartori: «Vediamo se riusciamo a fermarli. (…) Ecco, se possiamo chiuderla lì, sennò diventa un casino, diventa. (…) Io c’ho un’ultima maniglia, eh, eh, non posso spararla ora, devo spararla ora, devo spararla alla fine, devo spararla per forza quando arrivano a noi, alla Cisa».

Allora scende in campo il colonnello Adinolfi, che manda Sartori da un ex collega, Michele Leggiero, che ha lasciato la Guardia di finanza e ha aperto uno studio di commercialista a Monza. Miracolosamente i conti tornano in ordine. Tutto in una notte. Un collaboratore il 30 novembre telefona a Sartori: «Minchia che nottata… a preparare tutti i documenti, Natale, tutte le lettere, tutte le contestazioni, tutti i giustificativi delle ore fatte da Full Time…». La Guardia di finanza contesta al gruppo, è vero, false fatture per un miliardo e mezzo, ma i siciliani sono contenti, festeggiano lo scampato pericolo: c’era ben di peggio da scoprire…

Il lato più oscuro di tutta questa faccenda è la pista “stragista” che qualcuno ha indicato. La bomba mafiosa scoppiata la notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 al Padiglione di arte contemporanea di via Palestro a Milano resta la più misteriosa tra le bombe del ’93, quella di cui meno si sa: chi sono i basisti, chi ha fornito i “materiali” necessari, chi sono gli esecutori?
È il Giornale, giovedì 11 marzo, a sparare in un titolone a pagina 2: «Fra le accuse spuntano le stragi del ’93». L’articolo spiega che gli imprenditori messinesi Currò e Sartori sarebbero ritenuti «vicini agli ambienti in cui sarebbero maturati quegli attentati. Currò, in particolare, è zio di Rosa Currò, al cui cellulare nel 1993 sarebbero arrivate chiamate provenienti dall’utenza telefonica di Antonio Scarano, oggi collaboratore di giustizia, condannato a Firenze proprio per gli attentati».
Pista interessante, ma tutta da verificare. Anzi, gli investigatori milanesi invitano alla cautela: non è affatto dimostrato il rapporto tra Rosa Currò e Antonino Currò.
Il secondo elemento della pista “stragista” parte da un night club milanese, il Top Town. Durante un controllo di polizia, nel night furono trovati sia Currò, sia Elio Boi, il proprietario del ristorante milanese “Gigi il cacciatore” dove furono arrestati i fratelli Graviano, boss di Cosa nostra ritenuti gli organizzatori delle stragi del ’93. Anche questa è una pista interessante, ma non ci sono le prove che i Boi e Currò fossero insieme al Top Town, né che Elio fosse non solo il ristoratore, ma anche il complice dei Graviano.

Restano gli affari, sporchi e puliti, del gruppo dei siciliani a Milano, Cosa nostra seconda generazione. Girandola di sigle e di aziende, appuntamenti in capannoni di periferia, cene al ristorante, incontri al bar di fiducia o in ufficio. Sembra di essere tornati ai bei tempi di via Larga, negli anni Settanta, quando in pieno centro di Milano il siciliano Ugo Martello detto Tanino fu mandato da Cosa nostra ad aprire una succursale al Nord, nella capitale dei piccioli. L’ufficio di via Larga divenne un punto di riferimento, fu frequentato da personaggi come Mimmo Teresi e Tanino Cinà. Ci passò perfino Stefano Bontate in persona, allora numero uno di Cosa nostra, quella volta che venne a Milano per parlare d’affari con un siciliano trapiantato a Milano: Marcello Dell’Utri.

Quella volta, racconta il boss Francesco Di Carlo, Bontate incontrò Dell’Utri, che gli presentò Berlusconi. Bontate esortò l’imprenditore «a investire in Sicilia», ma Silvio gli rispose che «già temeva i siciliani che al Nord non lo lasciavano tranquillo», aveva paura di essere sequestrato. Allora Bontate rispose: «Non avrà più nulla da temere, vicino a lei c’è già Marcello Dell’Utri, e comunque le manderò uno dei miei in modo da non farle avere più alcun problema con i siciliani». Poco dopo, a Milano arrivò Vittorio Mangano, ufficialmente a lisciare la criniera dei cavalli di Arcore.
Vent’anni dopo, sono gli “uomini nuovi” di Mangano, «amici buoni e tenuti stretti», a essere attivi su piazza. Cosa nostra, inabissata a Palermo dopo la sconfitta della furia corleonese, a Milano è alla seconda generazione.

fonte:http://www.krdesign.it/krdesign_blog/index.php?print=28

Internet, allarme aumento virus: Roma, Milano e Cagliari tra le più colpite d’Europa

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MILANO (8 aprile) – Allarme rischio infezione telematica. In Italia la diffusione di internet e delle connessioni flat a banda larga sta portando all’aumento esponenziale dei rischi di virus. E in Europa, secondo i dati presentati da Symantec nel suo Internet security Threat Report, Cagliari, Roma e Milano sono nei primi posti per numero di macchine contagiate da virus informatici. «Siamo di fronte a un’escalation di infezioni», spiega Elia Florio, Senior security response engineer del centro Symantec di Dublino. Secondo i dati disponibili per l’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) è Madrid, la capitale del cosiddetto boom spagnolo, a registrare il maggior numero di infezioni. La segue Ankara, altra città in grande espansione. Al terzo posto, poi, c’è Cagliari. Roma è sesta e Milano ottava. Ben tre città italiane nei primi dieci posti. Secondo il monitoraggio costante della rete effettuato da Symantec, nel solo ultimo semestre del 2007 si sono verificate circa 500 mila infezioni. Più che nell’intero periodo dal 2002 alla metà del 2007.

Oltre al fenomeno, ormai noto, dello spamming di mail, e al phishing, con cui si cerca di sottrarre dati personali e bancari di ignari utenti della Rete, altri sistemi, sempre più sottili, ci minacciano. «Ad esempio – spiega Florio – alcune pagine web vengono infettate e poi, quando noi salviamo la pagina sul nostro pc, per usarla come promemoria, ci portiamo dentro il virus. E molti hacker immettono trojan nei plug-in, ovvero in quei programmi scaricabili gratuitamente che i siti chiedono se vogliamo per meglio aprire un file o un video».

Gli obiettivi dei pirati del web
vedono al primo posto gli account bancari, con il 22% delle richieste sul mercato nero. Al secondo i numeri delle carte di credito, con il 13%. E al terzo le cosiddette “full identities”, ovvero quell’insieme completo di dati che comprende nome, cognome, telefono, indirizzo etc., con il 9%. I più costosi, naturalmente, sono gli account bancari, che permettono di fare bonifici e di sottrarre soldi agli ignari correntisti: un account può valere da dieci a mille dollari, a seconda di quanto denaro contenga. Di numeri di carte di credito, invece, ne girano talmente tanti che possono costare anche meno di un euro l’uno.

«L’hacker cui ci troviamo davanti oggi
– spiega Antonio Apruzzese, dirigente del Compartimento di Polizia Postale dell’ Emilia-Romagna – non è più il romantico antagonista che voleva dimostrare di essere più bravo del firewall o che ce l’aveva con la tale multinazionale. Oggi abbiamo a che fare con vere e proprie organizzazioni criminali che si avvalgono di esperti, spesso giovanissimi, e di manovalanza per le spese. Operano contemporaneamente in molti Stati con legislazioni diverse e questo rende particolarmente complesso contrastarli». «Ma serve anche un maggiore senso di responsabilità da parte delle banche – spiega un esperto – che solo oggi si stanno accorgendo che il problema non va coperto, ma condiviso. E una maggiore attenzione di tutti. È inutile applicare rigidi sistemi di sicurezza, se poi le password vengono appiccicate con lo scotch sul video del pc».

fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=22083&sez=HOME_SCIENZA