Archivio | aprile 10, 2008

Brogli? La prima gallina che canta…

… ha fatto l’uovo, diceva sempre mia nonna. Saggezza popolare con sane radici nella realtà… ma si scherza!, come dice Benigni…

Perché ovviamente questa è solo propaganda dei cattivi comunisti e non c’è nulla di vero, intendiamoci. L’unica possibile vittima di brogli, questa volta come due anni fa, è lui, l’unto incompreso (forse perché troppo scivoloso?), il benefattore degli italiani, il paladino degli interessi (suoi), l’uomo dalle battute incomprese.

Altra doverosa premessa, le immagini si riferiscono alla campagna elettorale precedente.

Ultima considerazione: meditate gente, meditate…

Vittorio Agnoletto* riporta, su Liberazione di ieri, una lettera da lui ricevuta, più alcune sue considerazioni.

La lettera è titolata: “Un caso, una denuncia e l’assurdità del voto all’estero «Sono un italiano di Germania. Hanno provato a rubarmi il voto»”
Mi chiamo P.M., sono un calabrese residente in Germania, nella Saar, zona che ha subito negli ultimi decenni un forte flusso migratorio italiano, soprattutto dalla Calabria e dalla Sicilia.
Ho 53 anni, lavoro da 20 sempre nella stessa fonderia in cui produciamo freni per macchine. Desidero rendere nota la conversazione sostenuta l’altra mattina incrociando un mio collega siciliano dopo aver staccato dal turno di notte. Riporto di seguito le testuali parole:
“Ciao, ti sono arrivate le schede elettorali?”, mi chiede il collega.
“Si, ieri è arrivata a me e il giorno prima a mia moglie. Perché?”.
“Me le puoi dare?”. “Come?”.
“Sai, c’è mio figlio che sta chiedendo in giro le schede elettorali per poter dare il voto a Berlusconi e consegnarlo ai rappresentanti della lista del PdL qui in Germania”.
“Cosa? – gli rispondo – Io voto per la sinistra, mica ti posso dare le mie schede e poi quello che sta facendo tuo figlio è contro la legge”. “Ah, tu voti per quei ladri e i delinquenti?”. “Si”.
Non aggiungo altro. Perplesso, rabbioso e preoccupato mi avvio verso l’uscita della fabbrica… Mille dubbi affiorano.

A pagina 4 di Liberazione le sue (di Agnoletto*) considerazioni: “La denuncia dalla Germania e l’assurdità del voto per i nostri connazionali dimenticati dalla politica «Hanno provato a rubarmi il voto»”
Penso a quanti intrallazzi possono celarsi dietro questo voto all’estero e a quanta ignoranza ci possa essere, dovuta anche alla disinformazione che subiamo vivendo comunque lontani dall’Italia.
Augurandomi che il resoconto di questa mia lettera venga ascoltato da più persone possibile perché non si continui a nascondere lo schifo che continua ad esistere anche fuori dai confini italiani, le porgo i miei più distinti saluti .
Questa è la lettera che ho ricevuto pochi giorni fa da un nostro concittadino emigrato in Germania, (le cui iniziali del nome sono state modificate da chi scrive per tutelare l’autore della grave segnalazione). È la storia, è la vita di uno dei tanti ragazzi del Sud Italia che hanno lasciato il nostro Paese anni fa, in cerca di lavoro e di un’esistenza migliore. È la storia di un operaio qualificato, sposato, con tre figli di 3, 11 e 17 anni, che lavora e vive in un paesino di circa 5mila abitanti, nel distretto della Saar. La sua settimana è scandita dai turni in fonderia, un’impresa di proprietà nordamericana, passata da quest’anno ad un proprietario indiano. La ditta sta vivendo un momento di crisi, non relativamente alla produzione, che anzi va benissimo, quanto alla situazione finanziaria. Per questo i dipendenti hanno straordinari del 2007 non ancora pagati.
Vi lavorano in 1600, per la maggior parte immigrati di nazionalità russa, polacca, algerina, turca ed italiana. È un periodo difficile: oltre ai tre turni, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 6, gli operai sono costretti (ebbene sì, non hanno scelta) a lavorare il sabato e la domenica per 80 euro. È il frutto di un accordo tra sindacati ed azienda che sostituisce gli straordinari con questo modello, detto “flexible orario”. La solita beffa della flessibilità come opportunità a senso unico, solo per i padroni, ma questa è un’altra storia… A fine anno riceveranno per questo loro impegno extra un benefit di 300 euro.
P.M. ne guadagna oggi 1900 netti, dopo vent’anni di fonderia, e andrà in pensione a 67 anni. Arriva al pelo alla fine del mese, mi ha raccontato in un colloquio successivo alla sua lettera, perché il costo della vita in Germania non è lo stesso della Calabria. La sua – ci tiene a spiegare – è una famiglia di vecchi socialisti, ben prima dell’avvento di Craxi, e il momento del voto ha sempre avuto un valore particolare per lui. Ora si trova coinvolto in un episodio scandaloso. E legittimamente si chiede se «il figlio del collega siciliano» raccolga le schede elettorali per sua iniziativa personale, ovviamente in ogni caso illegale, o se lo faccia per soldi, per conto di qualche esponente del Popolo delle Libertà. Si sente offeso nel profondo, ancora più solo di fronte a queste manipolazioni. Chiede perché, come accade per le amministrative, gli italiani all’estero non possano votare presso i consolati, invece di dover inviare per posta la loro preferenza alle rappresentanze diplomatiche italiane, che a loro volta inviano le schede al ministero dell’Interno. Sui meccanismi di monitoraggio e garanzia del voto all’estero commentatori, politici, giornalisti hanno più volte espresso i loro dubbi.
Certamente la lettera di P.M. merita una riflessione approfondita. Ai sostenitori del centro-destra, ai paladini della “sicurezza” e della crociata contro gli immigrati, i rom e i mendicanti, potrebbe ricordare che l’emigrazione italiana è stata tra i flussi migratori del Novecento uno dei più importanti e che anche dei nostri concittadini vivono oggi la dimensione di migrante. In Paesi che per fortuna, mi auguro, non cavalcano la deriva xenofoba come il nostro. A sinistra il caso di questo compagno dalla grande etica civile può rappresentare l’occasione per rammentare che ci sono compagni/e lontani/e che non solo votano ma vivono la politica italiana, per quanto possibile, e che non andrebbero lasciati soli.
P.M. e la moglie hanno ricevuto alcuni depliant elettorali da Berlusconi (uno da Veltroni). Ma il resto dell’anno, anzi della legislatura, si sentono abbandonati dai partiti che sostengono. O forse si preoccupano di loro solo i delinquenti che cercano illegalmente di comprarne i voti.
*eurodeputato

10/04/2008

Fonte: http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php

QUEL VINO E’ PERICOLOSO (seguito dell’inchiesta “Velenitaly”)

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ESPRESSO – Anticipazione

Il pm ordina il sequestro di tutte le bottiglie incriminate. Contestando la presenza di sostanze tossiche. Un documento che conferma lo scandalo rivelato da “L’espresso”. E smentisce il ministro. In edicola da domani

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di Emiliano Fittipaldi e Paolo Tessadri

All’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta “Velenitaly” pubblicata da “L’espresso”, il pm di Taranto Luca Buccheri prende carta e penna e firma il decreto di sequestro. Ordina di scoprire dove sono finiti i milioni di litri di «prodotto vinoso», così alterato da non potere essere chiamato vino, venduti alle cantine di tutta Italia.

Buccheri, che coordina le indagini da mesi, non ha dubbi: quel liquido è «pericoloso per la salute », e va rapidamente sequestrato. È il 4 aprile, venerdì mattina. Il documento recita così: «Valutate le emergenze investigative ad oggi, le quali fanno ritenere, dopo i sequestri presso le imprese Vmc ed Enoagri in Massafra, come dette imprese in un “unicum” delinquenziale abbiano allestito un’intensa attività di sofisticazione di prodotti vinosi; sofisticazione attuata mediante plurime e diverse violazioni delle normative di settore, aggiunta e addizioni di sostanze acide e/o estranee alla natura del vino, alcune delle quali di massima pericolosità per la salute umana (ovvero tramite aggiunte di zucchero di barbabietola e acqua, nonché detenendo e verosimilmente utilizzando acido cloridrico, solforico e fosforico, che risultano essere acidi minerali pericolosi perché tossici, corrosivi ed infiammabili nelle quantità elevate in sequestro e quanto alla elevatissima concentrazione con cui erano detenuti gli acidi cloridrico e solforico, nonché acido citrico, acido tartarico, fosfato monoammonico, fosfato biammonico, solfato di ammonio, lieviti, enzimi, glicerina), in modo tale da rendere il prodotto vinoso pericoloso per la salute pubblica».

A qualche ora di distanza dalla firma del provvedimento, invece, il ministero delle Politiche agricole nega che in quel vino ci siano sostanze dannose. È venerdì pomeriggio. Con un comunicato congiunto con il dicastero della Salute, Paolo De Castro cerca di chiudere lo scandalo, sottolineando che «secondo quanto precisato dagli inquirenti, le analisi di laboratorio effettuate sui campioni prelevati hanno evidenziato il mero annacquamento del prodotto vinoso». Due valutazioni opposte. Il pubblico ministero che conosce tutto della vicenda scatena la caccia a centinaia di migliaia di bottiglie, definendole invece tranquillizza l’Europa e l’Italia: il beverone è innocuo, si tratta solo di una mega frode commerciale.

Cantine fuori legge

Un altro elemento è centrale. Il pm, mentre ordina agli uomini della Forestale e dell’Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari (Icq) di effettuare sequestri in 14 cantine sparse per otto regioni italiane e individuare i responsabili di una delle più gravi sofisticazioni degli ultimi anni, contesta agli indagati di Massafra anche l’articolo 440 del codice penale. Articolo che punisce «chiunque corrompe o adultera sostanze destinate all’alimentazione rendendole pericolose per la salute pubblica».

Gli elementi contenuti nel decreto fanno venire i brividi, e confermano alla lettera l’inchiesta del nostro giornale. «Risulta agli atti», insiste il pm Bucchieri, «che rilevantissime quantità, nell’ordine di migliaia di ettolitri, di tale prodotto alterato sia stato inviato a imprese-cantine terze per la verosimile commercializzazione ed imbottigliamento; che è, pertanto, incontestabile il fumus dei reati indicati, per le circostanze di falsificazione documentale unite a quella della più che verosimile adulterazione in quantità industriale, di un prodotto che (già prima dell’ultimo rinvenimento degli ulteriori acidi tossici) comunque risultava sofisticato con i primi “ingredienti” sequestrati ». “Quantità industriale”, “acidi tossici”: la descrizione di uno scandalo colossale che minaccia la salute di milioni di consumatori. Secondo le ipotesi d’accusa, il vino adulterato potrebbe arrivare a 700 mila ettolitri, pari a 40 milioni di bottiglie e confezioni destinate al mercato di fascia medio-bassa. Si tratta delle confezioni prodotte da 14 cantine nel periodo settembre 2007-febbraio 2008 con il vino proveniente dagli stabilimenti incriminati di Massafra.

Venerdì pomeriggio De Castro non sembra aver letto il provvedimento-choc. Ha, probabilmente, altro a cui pensare. Le notizie dell’inchiesta Velenitaly hanno fatto irruzione nel salone del Vinitaly di Verona, dove sono presenti produttori e giornalisti di tutto il mondo. L’eco arriva fino a Bruxelles, dove interviene il commissario alla Salute dell’Unione europea, che pretende dall’Italia immediati chiarimenti. L’agitazione è tanta, l’impatto della notizia sul mercato interno ed estero potrebbe avere effetti devastanti. Da Berlino e Tokyo chiedono garanzie. È la seconda volta in pochi giorni che Roma si trova nel mirino delle autorità Ue: prima era stata accusata per l’allarme diossina nelle bufale campane. Le regole europee sono chiare: ogni qual volta si scoprono alimenti pericolosi per la salute, bisogna lanciare immediatamente l’allerta. Ma per le mozzarelle prima, e per il “vino al veleno” poi, la Ue è stata spiazzata dalle notizie che giungevano dalla penisola. C’è pure il rischio che scatti un embargo all’export, micidiale per l’economia.

Il governo rassicura quindi a strettissimo giro i partner europei. E Bruxelles lunedì  7 diffonde il comunicato del “cessato allarme”. «Le indagini escludono la presenza di un rischio sanitario, trattandosi solo di un problema relativo all’annacquamento del mosto con aggiunta di acqua e zucchero di barbabietola», scrive l’Italia nella nota. E aggiunge: «La magistratura ha accertato che si trattava di detenzione di taniche contenenti acido solforico e fosforico per uso agricolo, che non sono stati utilizzati nel mosto e nel vino destinato al consumo». Una dichiarazione contraddetta dal provvedimento di sequestro. E in rotta di collisione con tutto quello che i pm titolari dell’inchiesta avevano dichiarato fino a poche ore prima. Acidi e analisi Mentre l’esecutivo tentava di gestire lo scandalo, il procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che coordina il troncone settentrionale dell’inchiesta, rilasciava un’intervista al “Tg 3”, sottolineando la presenza di sostanze tossiche e acidi nel vino sequestrato lo scorso dicembre a Veronella.

«Tra i reati c’è sicuramente quello della contraffazione
con pericolo della salute pubblica, l’associazione per delinquere e altri reati specifici di contraffazione », precisa davanti alle telecamere. Non è una novità. La presenza degli acidi era evidenziata nel comunicato ufficiale della Forestale del 3 dicembre 2007. Lì si legge, senza giri di parole, che nelle migliaia di ettolitri di vino sequestrati a Veronella, «dagli esami chimici eseguiti presso l’istituto agrario di San Michele all’Adige e il laboratorio dell’Ispettorato centrale antifrodi di Conegliano, è stato accertato l’utilizzo di oltre il 40 per cento di zucchero, il 50 per cento di acqua e la presenza di acido cloridrico e solforico nel mosto». Persino l’Ispettorato centrale, in una anticipazione del rapporto 2007, tra le azioni rilevanti dell’anno appena passato parla di aggiunta «in vini bianchi e rossi di acido cloridrico e solforico». Per questo Bruno Castagna, il proprietario della cantina, è ancora agli arresti domiciliari con l’accusa di avere messo in pericolo la salute pubblica. E anche a Massafra, secondo gli esperti consultati da “L’espresso”, la presenza di zucchero rende praticamente certa la presenza di acidi per nascondere l’illecito.

Ma gli investigatori sono convinti
che nel mosto sia finita una lista più lunga di sostanze nocive. Per questo il pm tarantino nel decreto di sequestro sostiene che è fondamentale trovare il vino venduto da Massafra per verificare le altre possibili contaminazioni: «Per l’accertamento dei fatti è assolutamente necessaria l’acquisizione delle forniture di tale prodotto, al fine di effettuare gli accertamenti tecnici: analisi chimico fisiche, indagini isotopiche, cloruri, solfati, saccarosio con indicazione della percentuale di arricchimento, ricerca di eventuale presenza di contaminanti, metalli pesanti in particolare».

Ministro in testa coda

La posizione del governo sulla vicenda è altalenante. Seguire la cronologia degli eventi, forse, può essere illuminante. Il ministro De Castro era da tempo a conoscenza dell’inchiesta, e quando giovedì pomeriggio escono le anticipazioni de “L’espresso”, non smentisce nemmeno una riga. De Castro è all’inaugurazione del Vinitaly, la più grande esposizione mondiale del settore. Legge le agenzie di stampa, e con il suo entourage sceglie di mettere l’accento sul buon funzionamento dei controlli: «L’inchiesta nei confronti di alcuni produttori vitivinicoli nasce da capillari indagini del Corpo forestale e dall’Ispettorato controllo qualità, entrambe realtà riconducibili al ministero. L’operazione “Vendemmia sicura” è un successo». Il fenomeno, dice il ministro, «è circoscritto, non è andata all’estero neanche una bottiglia, si tratta di vino di modesta qualità non destinato ai mercati stranieri ». Per tutta la giornata parla di «banda di criminali». Venerdì la strategia cambia. In mattinata De Castro è in Puglia, l’epicentro dello scandalo, dove è capolista per il Pd al Senato.

A Foggia deve presenziare a un convegno
sull’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ma la sua attenzione è puntata su Bruxelles. Sulla Commissione che chiede informazioni urgenti sul vino adulterato: in ballo c’è la credibilità del made in Italy. Così, in un comunicato, senza fare alcun riferimento al devastante provvedimento di sequestro firmato dal pm solo qualche ora prima, gioca in difesa, sottolineando che il vino pugliese è stato semplicemente «annacquato ». Nessun riferimento nemmeno agli acidi trovati a Veronella, la cui presenza è stata già accertata dai laboratori. Non tutti, però, sembrano d’accordo: se in fondo al testo originale del comunicato c’è la firma dell’Ispettorato, manca quella della Forestale, il corpo che ha scoperchiato il vaso di Pandora e seguito il caso dall’inizio. Una dimenticanza? I vertici del Corpo, i cui agenti lavorano all’indagine da mesi, preferiscono defilarsi e si smarcano, in attesa delle analisi definitive su tutti prodotti sofisticati di Massafra. Il paesino pugliese dove il 7 e l’8 aprile De Castro ha tenuto una serie di appuntamenti elettorali, nel rush finale della sua campagna.

Mosto fantasma

L’inchiesta durerà ancora mesi. La Forestale sta entrando nelle 14 cantine indicate nel box qui a sinistra, tutte aziende che secondo le indagini avrebbero comprato il vino adulterato. La bevanda può essere ancora nei silos, può giacere nei magazzini già imbottigliata; ma i lotti più vecchi, quelli di settembre, potrebbero essere finiti sul mercato da un pezzo. Sia in Italia che all’estero: tra le cantine qualcuna esporta anche in Europa. Sia vini rossi che bianchi. La Forestale imporrà che il prodotto “incriminato” già distribuito venga richiamato attraverso le indicazioni di tracciabilità, entro 15 giorni. Non è escluso, però, che gli agenti vadano di persona, una volta identificati i supermarket, a sequestrare le confezioni sotto accusa. Che però potrebbero essere già finite nel bicchiere dei consumatori. Alle 14 cantine non vengono contestati illeciti. Gli inquirenti hanno accertato che dagli impianti di Massafra il “mosto mostro” si muovesse spesso con documentazione falsa. È possibile che gli acquirenti ignorassero le sofisticazioni o persino l’origine del vino a basso costo. Saranno gli sviluppi futuri dell’inchiesta a stabilire eventuali responsabilità dei distributori. Di sicuro, questa indagine sta mettendo in luce la fragilità del sistema: un solo produttore fraudolento può determinare un effetto a catena che mette in crisi stabilimenti di otto regioni. Ditte spesso famose, che hanno confezionato un liquido misterioso.

Come scrive il pm, non si sa nemmeno
da dove venga quella “sostanza vinosa” scoperta a Massafra che non merita nemmeno di essere chiamata vino. Le aziende fornitrici indicate nei documenti sono risultate quasi sempre inesistenti: vigneti fantasma. Ed ecco l’ipotesi «in corso di investigazione» che provenga dall’estero, che possa essere stato importato clandestinamente da un altro continente. Non può essere chiamato vino e forse non è nemmeno italiano. Ma rischia di compromettere l’immagine di uno dei tesori del nostro Paese

(09 aprile 2008)
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Le quattordici cantine

L’elenco delle ditte che secondo il pm hanno acquistato il vino sotto inchiesta

Vinicola Marseglia
Ortanova (Foggia)
Cantina Sgarzi
Castel San Pietro (Bologna)
Cantine Soldo
Chiari (Brescia)
Cantine Borgo San Martino
La Morra (Cuneo)
Morettoni Spa
Santa Maria degli Angeli (Perugia)
Acetificio Pontiroli
San Felice sul Panaro (Modena)
Nuova Commerciale
Ovada (Alessandria)
Coppa Angelo & f. snc
Dogliani (Cuneo)
Vinicola Santa Croce
Monteforte d’Alpone (Verona)
Azienda Agricola Rizzello spa
Cellino San Marco (Brindisi)
Cantina Campi
Seclì (Lecce)
Cooperativa tre produttori
Latiano (Brindisi)
Casa Vinicola Poletti
Imola (Bologna)
Sarom Vini srl
Castel Bolognese (Ravenna)

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Il segretario dell’Onu Ban Ki-moon non sarà all’apertura dei Giochi

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Il Cio sollecita Pechino a rispettare l’impegno per i diritti umani
La keniota Maathai, premio Nobel per la pace, rinuncia a portare la torcia

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Le Nazioni Unite parlano ufficialmente di “problemi di calendario”

Il Dalai Lama: “I tibetani hanno diritto a protesta non violenta”

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<B>Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon <br>non sarà all'apertura dei Giochi</B>La riunione del Cio a Pechino

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PECHINO – Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha fatto sapere che non parteciperà alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Pechino 2008 per “problemi di calendario”, di “sovrapposizione di appuntamenti in agenda”. Lo ha annunciato la portavoce Marie Okabe, specificando che questa è la situazione al momento e che una decisione definitiva sarà presa più avanti. In ogni caso la Okabe ha sottolineato che non si tratta di una decisione politica. Poco dopo la keniana Wangari Maathai, premio Nobel per la pace 2004, ha fatto sapere di aver annullato la sua partecipazione alla staffetta per la fiaccola olimpica prevista per domenica a Dar es Salaam, in Tanzania, in segno di solidarietà con il popolo tibetano.

Il Dalai Lama, che è in viaggio verso gli Stati Uniti,
oggi ha fatto una breve sosta in Giappone dove ha detto che i tibetani hanno diritto a una protesta non violenta (IL VIDEO). “L’espressione dei loro sentimenti è cosa loro, nessuno ha il diritto di zittirli. Uno dei problemi del Tibet è che non c’è libertà di espressione”, ha detto il Dalai Lama tornando a chiedere autonomia per il Tibet, pur riconoscendo che il popolo cinese merita le Olimpiadi.

Intanto il Cio ammette la crisi in corso
ma ribadisce che malgrado le proteste la torcia olimpica andrà avanti nel suo giro intorno al mondo. Il presidente del Cio, Jacques Rogge, ha esortato gli atleti a non perdere la fiducia, e ha rivolto un appello alla Cina perché rispetti l’impegno “morale” a migliorare i diritti umani prima dell’Olimpiade. Invito che ha suscitato subito una risposta risentita da parte di Pechino. Il Comitato Olimpico Internazionale, è stata la replica cinese con evidente riferimento al tema dei diritti umani, pensi a mantenere distinti dallo spirito olimpico “le questioni politiche irrilevanti”.

Tokyo, nuovo appello del Dalai Lama. Il leader spirituale tibetano è arrivato oggi in Giappone, per una breve sosta nel suo viaggio alla volta di Seattle, in Usa, dove ha in programma una serie di conferenze sulla spiritualità. “La mia visita negli Usa non ha alcun valore politico” ha detto il Dalai Lama durante la conferenza stampa in un albergo presso l’aeroporto Narita, a pochi chilometri da Tokyo. Il Dalai Lama ha poi lanciato un nuovo appello per l’autonomia del Tibet dichiarando che il popolo cinese merita le Olimpiadi ma che i tibetani hanno diritto di protestare in maniera non violenta.

Senza incidenti la marcia a San Francisco. Si è conclusa senza incidenti ma con un significativo cambiamento di programma la tormentata tappa americana della fiaccola olimpica. Le autorità di San Francisco, che avevano deciso di modificare più volte il percorso della staffetta, hanno annullato la prevista cerimonia di chiusura organizzata nella Baia, sostituita da un’altra all’aeroporto, prima della partenza per Buenos Aires, settima tappa in programma domani. Intanto, dopo l’appello di Hillary Clinton, anche Barack Obama ha detto che il presidente George W. Bush dovrebbe boicottare la cerimonia d’apertura dei Giochi se la Cina non rivedesse la sua posizione sia per quanto riguarda il Tibet, sia per il sostegno cinese al Sudan in relazione alla situazione in Darfur. Interattivo: il viaggio della fiaccola.

“Olimpiadi in crisi ma ne usciremo”. Al termine di un incontro tra l’Associazione dei comitati olimpici nazionali e il consiglio esecutivo del Cio, Rogge ha ammesso che le Olimpiadi sono “in crisi”, ma ha invitato i dirigenti sportivi a rassicurare gli atleti sul successo delle prossime Olimpiadi. “Dite loro – è stato l’appello di Rogge, – che, a dispetto di quanto hanno visto e sentito, i Giochi saranno bene organizzati. Dite loro di non perdere la fiducia, ci riprenderemo da questa crisi”.

Cio: la Cina rispetti impegni sui diritti civili. La Cina ha preso solo un “impegno morale” sui progressi nel campo dei diritti umani al momento dell’assegnazione dei Giochi Olimpici del 2008 a Pechino. Il presidente del Cio, Jacques Rogge, ha ricordato che il governo cinese, quando chiese di poter ospitare le Olimpiadi, assicurò che avrebbe “migliorato la situazione sociale, compresi i diritti umani”. “Direi che si tratta di un impegno morale più che giuridico” ha precisato, “ma chiediamo davvero alla Cina di rispettare questo suo impegno etico”. Impegno che è stato “sostanzialmente rispettato”, ha detto Rogge citando come esempio la nuova e relativamente liberale legge sulla stampa straniera varata all’inizio del 2007. Il numero uno del Cio ha aggiunto di “essere al corrente del fatto che oggi la legge non viene applicata e che quattro province cinesi, tra cui il Tibet, sono chiuse alla stampa e a tutti gli osservatori indipendenti. Lo abbiamo fatto presente al governo cinese”, ha dichiarato, “che ha risposto che risolverà il problema il più preso possibile”.

Pescante chiede a Cio “parole chiare”. Secondo Mario Pescante, uno dei due membri italiani del Comitato esecutivo, il Cio deve dire una parola chiara sulla situazione dei diritti umani in Cina. “Non si tratta di boicottaggio, al quale sono contrario ma se ci sono comportamenti non conformi a un evento sportivo della portata delle Olimpiadi il Cio dovrebbe dire qualcosa”. L’orientamento del presidente del Cio Jacques Rogge, appare diverso. Nelle riunioni preparatorie, ha sottolineato Pescante, solo i rappresentanti dei Comitati olimpici europei hanno sollevato il problema. “Non possiamo fare molto, possiamo solo dire delle parole, ma le parole hanno un peso. E questo silenzio – ha concluso Pescante – è rumoroso”.

(10 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa-4/fiaccola-10apr/fiaccola-10apr.html

Nasce in Puglia l’Italia ad idrogeno: Con Rifkin per l’energia pulita

Il profeta americano della rivoluzione industriale “verde” è a Roma per presentare un progetto della Regione con il ministero dell’Ambiente

Dal prossimo mese parte la costruzione di cinque distributori di idrometano

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di ANTONIO CIANCIULLO

<B>Nasce in Puglia l'Italia ad idrogeno<br>Con Rifkin per l'energia pulita</B>
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ROMA – “Questo è un grande momento per l’Italia: adesso l’obiettivo idrogeno è più vicino. Nascerà una rete di energia diffusa che alleggerisce il peso del trasporto, l’impatto inquinante e la bilancia commerciale. Si potrà viaggiare leggeri, con un carburante regalato dal sole e dal vento”. Jeremy Rifkin, il profeta della rivoluzione industriale verde, è a Roma per presentare un progetto messo a punto in tre anni grazie ai 5 milioni di euro investiti dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Puglia e al contributo tecnico dell’Università dell’idrogeno. Il prossimo mese partirà la costruzione di cinque distributori di idrometano, una miscela composta dal 70 per cento di metano e dal 30 per cento di idrogeno. In ogni provincia della Puglia sarà così possibile fare il pieno scegliendo fra tre opzioni: idrogeno puro, idrometano e metano.

In Italia circolano 600 mila auto a metano: almeno quelle omologate negli ultimi due anni possono utilizzare la nuova miscela senza dover fare alcun intervento sul motore e senza controindicazioni sul piano della sicurezza secondo le relazioni tecniche preparate dall’Università di Pisa e dai vigili del fuoco. Questa scelta inoltre consentirà di abbattere le emissioni inquinanti del 20 per cento e di guadagnare in potenza.

Nel mondo esistono una quindicina di distributori di metano per automobili, ma la filiera dell’idrogeno pulito, quello ottenuto da fonti rinnovabili, sta nascendo in Italia. E anche per l’idrometano è un debutto su scala mondiale. Particolarmente importante perché l’idrogeno ha una doppia funzione: fa da accumulatore, perché permette di immagazzinare l’energia che viene dal sole, dal vento, dalle biomasse, dall’acqua, e da vettore per il settore dei trasporti, un settore che in Italia è basato per oltre il 96 per cento sul consumo di prodotti petroliferi.

“Daremo a tutti la possibilità di fare il pieno con una miscela a base di idrogeno”, continua Rifkin, “e costruiremo anche un servizio pubblico di taxi basato sul sistema idrogeno, fuel cell, motore elettrico. Le auto pubbliche a idrogeno aspetteranno i loro clienti negli aeroporti pugliesi e, visto che in ogni città ci sarà un distributore a idrogeno, potranno fare il pieno su tutto il territorio regionale e tornare alla base. Voglio sottolineare che tutto l’idrogeno utilizzato sarà ricavato dall’acqua utilizzando fonti rinnovabili locali.

E’ questa la terza rivoluzione industriale: un modello di energia pulita e decentrata che segue il modello flessibile del web. Come le informazioni, l’energia deve essere presa e data in milioni di luoghi, in tutto il mondo, creando un sistema più democratico, più sicuro e più affidabile. Non è un sogno utopico: in Puglia abbiamo dimostrato che si può partire e che conviene”.
Inoltre, sottolinea Rifkin, costruendo le autostrade dell’idrogeno ci si può avvicinare all’obiettivo ambizioso fissato dall’Unione europea al 2020: 20 per cento di energia dalle fonti rinnovabili. Per l’Italia la strada è in salita visto che in 12 anni dobbiamo triplicare la nostra capacità di fornire energia pulita e che rischiamo di arrivare ancora una volta in ritardo, come è già accaduto per i tagli di gas serra previsti dal protocollo di Kyoto.

“La rete di distributori a idrogeno dimostra che la Puglia può diventare la California dell’Italia”, propone il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. “E non è un caso isolato: con le centrali solari ideate da Carlo Rubbia abbiamo già posizionato un altro tassello dell’energia verde. E’ questa la strada per far crescere il paese utilizzando le tecnologie più avanzate e spendendo i soldi in opere pubbliche che siano veramente utili. Noi lo chiamiamo l’ambientalismo del fare bene”.

(10 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/ambiente/rifkin-idorgeno-italia/rifkin-idorgeno-italia/rifkin-idorgeno-italia.html

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La “Terza rivoluzione industriale”: ne ha parlato a Torino Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin, economista di fama mondiale, è stato ospite d’onore all’inaugurazione dell’Anno accademico 2007-2008 dell’Università di Torino, lo scorso 3 dicembre

Jeremy Rifkin «Entro i prossimi 25 anni determineremo la sopravvivenza della nostra stessa specie. Se non riusciremo a tirare il freno di emergenza, bloccando l’innalzamento delle temperature a +2°C, la sesta estinzione di massa nella storia della Terra, la prima prodotta dall’uomo, spazzerà via in pochi decenni buona parte della biodiversità accumulata dal pianeta in miliardi di anni di evoluzione». L’allarme ha avuto l’effetto di un pugno nello stomaco tra chi assisteva all’inaugurazione dell’Anno accademico 2007-2008 dell’Università di Torino lo scorso 3 dicembre. Anche perché a lanciarlo era un personaggio autorevole come Jeremy Rifkin, economista di fama mondiale, e proprio nel giorno in cui a Bali iniziava la 13ª Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e sul futuro del Protocollo di Kyoto.

Abbiamo incontrato Rifkin subito dopo la sua lectio magistralis.

Professore, come si fa a “tirare il freno”?

Passando alla Terza rivoluzione industriale. I grandi cambiamenti economici che hanno segnato la storia dell’umanità sono avvenuti nel momento in cui nuovi regimi energetici convergevano con nuovi sistemi comunicativi. Allorché si produce questa sinergia, la società si ristruttura in modalità del tutto inedite. Per esempio, l’avvento del motore a vapore, alimentato dal carbone, fu simultaneo all’introduzione della stampa e produsse la Prima rivoluzione industriale. Se fossimo rimasti alle vecchie forme comunicative e allo scambio orale delle informazioni, non avremmo potuto progettare e soprattutto attuare quello sviluppo vertiginoso fatto di ritmi, velocità, flussi, densità dell’attività economica, reso possibile appunto dai motori a vapore. Analogamente, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’avvento del telefono coincise con l’introduzione del petrolio e del motore a combustione interna: insieme costituirono il meccanismo di comando e controllo che portò alla Seconda rivoluzione industriale. Infine, negli anni Novanta del secolo scorso, si è verificata una nuova rivoluzione nel campo delle comunicazioni. I personal computer, Internet, il World wide web e le tecnologie per comunicare in modalità wireless (senza fili) hanno messo in contatto tra loro i “sistemi nervosi” di oltre un miliardo di persone in tutto il globo e alla velocità della luce. Sebbene i cambiamenti delle comunicazioni abbiano già iniziato ad accrescere la produttività in ogni settore industriale, il loro potenziale è lungi dall’essere pienamente realizzato.

energia eolica Come attuare dunque la Terza rivoluzione industriale?

Sviluppando e integrando tre “pilastri” fondamentali. Il primo è il ricorso massiccio a fonti energetiche rinnovabili (solare, eolica, idroelettrica, geotermica, da moto ondoso e biomasse): occorre investire soprattutto nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie che permettano di sfruttare le nuove fonti in modo efficiente. Nel marzo 2007 l’Unione Europea è stata la prima superpotenza ad assumere un impegno vincolante per arrivare a produrre il 20% della propria energia attraverso le fonti rinnovabili entro il 2020. Il secondo pilastro è sviluppare metodi di accumulazione che facilitino l’erogazione di un servizio continuo e affidabile. Una società basata sull’energia rinnovabile è possibile solo nella misura in cui quell’energia può essere accumulata sotto forma di idrogeno. L’energia rinnovabile, infatti, è di per sé intermittente: il sole non splende sempre, il vento non soffia con regolarità, l’acqua non scorre quando c’è siccità, i raccolti agricoli possono avere anni di magra. Ma se un po’ dell’elettricità generata quando le energie rinnovabili sono abbondanti viene utilizzata per creare idrogeno dall’acqua e dunque “accumulata” per un uso successivo, la società potrà contare su una fornitura continua di elettricità. L’idrogeno, d’altronde, ha un enorme vantaggio rispetto ad altre soluzioni: quando è “bruciato” per produrre energia dà come scarto solo acqua e calore.

E il terzo pilastro?

Il terzo pilastro è in fase di sperimentazione presso alcune aziende europee: si tratta della riconfigurazione delle reti energetiche secondo gli schemi di Internet, per permettere alle imprese e all’utenza privata di produrre la propria energia e di scambiarla. Il nuovo piano energetico dell’Ue, ad esempio, prevede che le reti attuali siano scorporate o per lo meno rese progressivamente indipendenti dai produttori di energia, così che nuovi attori (specialmente piccole e medie imprese e singoli cittadini) abbiano l’opportunità di vendere energia alla rete con la stessa facilità e trasparenza con cui oggi produciamo e distribuiamo informazioni su Internet. Un simile sistema di reti “intelligenti”, pienamente integrato su scala continentale, permetterà a ogni Stato membro dell’Ue sia di soddisfare il proprio fabbisogno interno sia di condividere l’eventuale eccedenza produttiva con il resto del mondo. Il risultato sarà la piena sicurezza energetica, grazie alla totale indipendenza dal petrolio e dal gas. Si passerà dalla geopolitica alla politica della biosfera. In realtà, l’impatto più significativo della Terza rivoluzione industriale si avrà sulle nazioni in via di sviluppo. È quasi incredibile, ma oltre la metà della popolazione mondiale non ha mai visto un telefono e un terzo della razza umana non ha accesso all’elettricità. La disponibilità di energia, d’altronde, è condizione indispensabile per lo sviluppo economico: in Sudafrica, per esempio, ogni 100 nuove abitazioni elettrificate si creano da 10 a 20 nuove imprese. L’elettricità libera l’uomo dal bisogno di dedicare la maggior parte del proprio tempo a quotidiane operazioni di sopravvivenza. Passando all’energia rinnovabile generata localmente si potranno dunque aiutare milioni di persone a uscire dalla povertà. Questa è la quintessenza della politica per lo sviluppo sostenibile e per la ri-globalizzazione del mondo dal basso verso l’alto.

Nel suo discorso all’Ateneo torinese, in realtà, lei ha aggiunto un quarto pilastro: l’istruzione…

Sì, è fondamentale anche la mobilitazione del sistema scolastico, a ogni livello. Negli anni Sessanta il presidente John Kennedy dichiarò di voler portare l’uomo sulla Luna e invitò le agenzie formative americane a formulare nuovi programmi per preparare le giovani leve a conseguire tale obiettivo: nell’arco di dieci anni gli Usa sbarcarono sul suolo lunare. Il modulo di atterraggio dell’Apollo 11 mentre si allontana dalla Luna. La missione della scuola nel XXI secolo sarà salvare il pianeta e la specie umana. Le nuove tecnologie potranno essere efficaci solo se cambieremo il nostro modo di concepire la realtà. Dobbiamo cominciare a pensare da veri “homo sapiens” e acquisire la consapevolezza della nostra vulnerabilità, della nostra dipendenza dagli altri e dalla biosfera. Per troppo tempo abbiamo vissuto nella convinzione di essere “isole” indipendenti. Le neuroscienze ci stanno insegnando che non è così: fin dalla nascita abbiamo bisogno degli altri esseri umani. I primati hanno neuroni specifici («neuroni specchio») per stabilire un legame empatico con altri soggetti della stessa specie: siamo legati gli uni agli altri da una sorta di cablaggio sinaptico. Questo dovrebbe aprire i nostri orizzonti, proprio come accadde con le immagini della Terra scattate dalla navicella spaziale Apollo: per la prima volta passammo da una visione prospettica al pensiero “olistico”. L’età rinascimentale ci aveva abituati a osservare il mondo solo dal nostro punto di vista; quando l’Apollo scattò quelle fotografie, ci vedemmo dal di fuori e cominciammo a renderci conto di essere inseriti in un sistema più ampio. Ora dobbiamo acquisire la consapevolezza di essere tutti parte di una rete globale e interdipendenti.

Il 24 ottobre scorso l’Europarlamento ha approvato la risoluzione (non vincolante) del popolare tedesco Herbert Reul, secondo cui «l’energia nucleare è indispensabile per garantire a medio termine il fabbisogno energetico dell’Ue» e rispettare gli impegni di Kyoto. Cosa ne pensa?

Il nucleare è una tecnologia figlia della Guerra fredda, non ha futuro. Bastano quattro punti per dimostrarlo. Primo: per ottenere un rallentamento visibile del riscaldamento climatico bisognerebbe costruire due impianti nucleari ogni 30 giorni per i prossimi 70 anni, al costo di 2 miliardi di dollari a centrale. Sono consulente di molte industrie che producono energia: nessuna di queste crede realmente che potremo costruire migliaia di nuove centrali nucleari. Secondo punto: dopo decenni di ricerca e miliardi di spese non sappiamo ancora come eliminare le scorie radioattive e non possiamo pensare di rinviare il problema alle generazioni future. Terzo: due anni fa il governo australiano ha fermato in extremis un attacco terroristico all’impianto nucleare di Sidney. La proliferazione delle centrali è una manna per i fanatici malintenzionati. Quarto: non c’è abbastanza acqua per fare raffreddare gli impianti nucleari. In Francia, ad esempio, il 40% di tutta l’acqua consumata annualmente è usato per raffreddare i reattori. Nell’estate torrida del 2003 gli impianti atomici si sono dovuti fermare.

Ma c’è chi punta ai reattori di “quarta generazione”…

È una sciocchezza. Questa tecnologia potrebbe forse essere matura tra 20 anni. Ma sarà troppo tardi. Noi dobbiamo agire adesso. Non abbiamo tempo da perdere dietro alle vecchie tecnologie del XX secolo. Dobbiamo concentrare i nostri sforzi e le nostre risorse sulle nuove fonti a emissioni zero.

Riepilogando: nella migliore delle ipotesi abbiamo 15 anni di tempo, ma il nucleare non è una soluzione e da qui al 2020 produrremo solo il 20% dell’energia da fonti rinnovabili. Da dove ricaveremo il restante 80%?

Di fatto, per un certo periodo, vivremo a cavallo di due rivoluzioni industriali: fino al 2050 saremo ancora nella Seconda e ricorreremo a uranio, gas e petrolio. Non a caso l’obiettivo dell’Unione europea entro il 2020 è migliorare del 20% l’efficienza energetica dei vecchi combustibili. Nello stesso periodo però, come s’è detto, l’Ue si impegnerà a coprire il 20% del mix energetico con le energie rinnovabili e a ridurre i gas serra del 20% (rispetto ai livelli del 1990). Per un certo lasso di tempo dunque vivremo entrambe le rivoluzioni, proprio come quando siamo passati dai motori a vapore a quelli a scoppio: i due sistemi hanno convissuto per almeno mezzo secolo.

Cos’altro si può fare per contenere il riscaldamento globale?

Qualcosa di cui nessuno parla. Il surriscaldamento terrestre, infatti, non è solo dovuto all’incremento di CO2, ma anche al metano, che ha un effetto climalterante venti volte più potente dell’anidride carbonica. Tutti ormai sappiamo che le fonti principali di CO2 sono l’edilizia e i trasporti. Ma pochi sanno che la prima causa dell’emissione di metano nell’atmosfera è l’allevamento di animali. mucca Uno studio delle Nazioni Unite dello scorso dicembre ha dimostrato che la produzione di carne è al secondo posto nella classifica generale delle cause del riscaldamento globale, subito dopo gli edifici e prima dei mezzi di trasporto. Già nel libro «Ecocidio» (2001) spiegavo che un terzo di tutta la terra coltivabile del pianeta serve a produrre cereali destinati all’alimentazione degli animali, che a loro volta forniranno cibo per le persone. È un ciclo estremamente dispendioso: richiede enormi quantità di pesticidi e fertilizzanti, che contribuiscono all’effetto serra. Ma soprattutto aumenta l’immissione di metano nell’atmosfera attraverso la flatulenza fisiologica degli animali. Purtroppo nessun leader politico ne parla. Non ci sono proposte. Ho consultato personalmente diversi capi di Stato, ma si passano la responsabilità dall’uno all’altro. La buona notizia è che l’Italia ha già una valida soluzione ed è la dieta mediterranea, che prevede il consumo di grandi quantità di ortaggi e piccole porzioni di carne: se ci convertissimo tutti a questo regime alimentare (o a quello asiatico, altrettanto valido), riusciremmo a incidere in modo significativo sul riscaldamento globale. Certo non si possono fare sempre leggi ad hoc, ma ci sono comunque altri modi per essere incisivi: si possono modificare, ad esempio, abitudini consolidate attraverso l’educazione alimentare, ma si può anche penalizzare chi consuma troppa carne, proprio come si fa con i fumatori.

A che punto è l’Italia lungo il percorso che porta alla Terza rivoluzione industriale?

L’Italia è l’Arabia saudita delle energie rinnovabili: avete sole in abbondanza soprattutto al Sud, mare che bagna tutta la penisola, energie idriche sulle montagne, depositi geotermici in Toscana… Nessun altro Stato europeo ha un potenziale di fonti rinnovabili altrettanto elevato e così poco sfruttato. Sono consulente del governo italiano da alcuni anni: è ora di passare dalle parole ai fatti. Non è una questione di governo, ma di partiti. Le varie fazioni devono arrivare a un accordo. L’Italia era leader nella Prima e nella Seconda rivoluzione industriale: deve esserlo anche nella Terza.

Veltroni: aberrante l’assalto al Quirinale di Berlusconi

Walter Veltroni, foto lapresse

Ultime battute, ultimi comizi, ultimi annunci prima delle elezioni. Giovedì a Milano e a Roma, a piazza del Popolo, venerdì, si conclude il giro per le cento – anzi 110 città – del pullman di Walter Veltroni. Nel frattempo il leader del Partito Democratico si concede alle telecamere di Uno Mattina e risponde alle bordate del suo avversario “il principale avversario dello schieramento avverso”, come continua a chiamarlo. Veltroni non lo nomina ma lo giudica «aberrante». Per il nuovo attacco al presidente della Repubblica che, ha detto Berlusconi, «se si sfilasse si potrebbe dare la presidenza di una Camera all’opposizione». Affermazione «di una gravità enorme», replica Veltroni, che fa il paio con quella sulle «forche caudine» del Quirinale inteso ancora come parte in causa e non come garanzia istituzionale per tutti.

«Uno che dice queste cose non può essere un uomo di stato, ma al più un uomo politico». Berlusconi ha poi rettificato dicendo che l’ultima affermazione sul Quirinale è solo «un’ipotesi di scuola». Ma anche l’attacco precedente era stato parzialmente smentito a poche ore di distanza, seguendo la solita prassi, ricorda il segretario del Pd. Il fatto è che Berlusconi, “il principale avversario”, continua a seminare il clima di «stress, odio, contrapposizione che ha paralizzato il Paese da 15 anni». Del resto è riuscito ad essere anche «ambiguo» sulla mafia, con l’esaltazione di Mangano. Mentre per Veltroni Falcone e Borsellino restano gli eroi e ripete «io i voti di mafia e camorra non li voglio, mi sarei aspettato che anche altri lo dicessero ma non è successo». A Napoli tantissima gente lo ha applaudito, alcuni con cartelli di denuncia dei clan malavitosi.

Veltroni dice di essere riuscito a guardare il Paese con sguardo nuovo durante il suo tour elettorale, i suoi pranzi in casa della gente. Di aver trovato un popolo «smarrito di fronte a questo dibattito politico che parla al passato, a sé stesso e non ai problemi reali». E di voler uscire da questo «collo d’imbuto». Compreso da questo «sistema istituzionale pesante, seduto e stanco» che tiene frenato il Paese. Così Veltroni ribadisce che se vincerà le elezioni di domenica prossima vorrebbe dare all’opposizione la presidenza di un ramo del Parlamento. Vorrebbe anche avere un leader dell’opposizione «con cui discutere, ad esempio di politica estera», anche se – ammette – vede difficile la realizzazione di questo desiderio «visto che non si fa che invelenire il confronto».

Da parte sua il candidato premier del Pd conferma l’annuncio di due donne nella sua squadra di governo. La bionda Anna Maria Artoni, ex presidente dei giovani imprenditori dentro Confindustria, e la mora Ileana Argentin, già consigleira del sindaco di Roma per i problemi della disabilità e ora indicata da Veltroni come prossima sua sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, praticamente con lo stesso incarico ad un livello più alto. Legata alla sua battaglia – la Argentin vive su una sedia a rotelle – è l’idea che Veltroni si è fatto di voler far uscire «dalle periferie della politica i problemi dei disabili». Uno dei temi che Walter sostiene di aver studiato durante la sua peregrinazione elettorale nelle case degli elettori, come pure quello dell’assicurazione obbligatoria e gratuita per le casalinghe o il bonus per le famiglie incapienti.

A piazza del Popolo, venerdì, per la chiusura della campagna elettorale, spera di fare il bis con Napoli, dove meno vasta piazza del Plebiscito era straboccante di folla.

Pubblicato il: 10.04.08
Modificato il: 10.04.08 alle ore 17.33

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74543

Discariche e rifiuti pericolosi: l’Europa condanna Berlusconi

L’Italia viola la direttiva comunitaria

Rifiuti discarica 220x Ansa
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La corte di giustizia europea condanna l’Italia. Nel 2003, quando Berlusconi era presidente del consiglio ed Altero Matteoli ministro dell’Ambiente, il governo ha applicato male ed in grave ritardo la normativa europea sulle discariche, violando, in particolare, le regole per i rifiuti pericolosi.

In sostanza, l’Italia, contraddicendo quanto previsto dalla direttiva, ha applicato alle discariche nuove il trattamento, più favorevole, previsto per le discariche preesistenti. Stesso problema anche per i rifiuti pericolosi: le regole transitorie previste dalla normativa comunitaria non sono state applicate alle discariche preesistenti, ma solo a quelle nuove.

La direttiva prevede che gli Stati dell’Unione elaborino una strategia nazionale per la riduzione dei rifiuti, stabilisce regole sui costi dello smaltimento, prevede la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle preesistenti a misure particolari. L’Italia di Berlusconi non lo ha fatto, e per questo è stata condannata.

Pubblicato il: 10.04.08
Modificato il: 10.04.08 alle ore 12.38

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74547

C. V. D.

Veramente non volevo dimostrare alcunché… ma ci ha pensato l’ineffabile Bertinotti a darmi una mano. Ho pubblicato meno di ventiquattrore fa, in “Sometimes I wonder…”, la dichiarazione che in SA non tutto mi piace. Puntualmente, per non smentirmi…

Orbene: Veltroni è stato democraticamente eletto dal suo popolo, Berlusconi non ha bisogno di simili mezzucci perché lui è l’unto… ma Bertinotti chi crede di essere? Per come la vedo io, è stato messo a capo di SA per scelta verticistica e non partecipata (non dico che non ci fossero motivi validi, ma da qui a fargli ritenere di rappresentare omogeneamente tutta la sinistra…).

Ecco il fatto ed alcuni commenti – strano, da Verdi ed SD non ho trovato nulla… ma sicuramente è perché io sono una frana informatica (e non solo!):

Bertinotti: «nel nuovo soggetto unitario comunismo solo una tendenza»

«Una tendenza culturale», questo sarà in futuro il comunismo nella Sinistra l’Arcobaleno, almeno nell’idea del candidato premier

«Tendenze culturali e un solo soggetto politico, unitario e plurale» spiega il presidente della Camera, che preme l’acceleratore su quello che da sempre è il suo sogno. Il suo, appunto.
Nel corso di una videochat Bertinotti ha così argomentato la sua affermazione: «L’Italia ha bisogno di una sinistra, di una sinistra del futuro. E io immagino un soggetto unico, democratico e partecipato, fondato come un’organizzazione politica unitaria con le sue regole, una sua democrazia, un suo gruppo dirigente» e ancora, «questa Sinistra arcobaleno dovrà essere innovativa anche nelle forme, abbandonando leaderismo e personalizzazione, secondo un principio di collegialità. In ogni caso, spezzando la logica verticistica del leader e dando luogo a una costruzione della partecipazione, oppure non vive». All’interno di questo soggetto unitario, dice il candidato premier della Sinistra l’Arcobaleno, «ci saranno tendenze politico-culturali: vivrà la tendenza comunista, quella ecologista, quella femminista; fintanto che non si costruiranno nuove tendenze».

Marx diceva: «Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente»…
E infatti non tutti sono d’accordo con Bertinotti, e non si parla solo dei Comunisti italiani che hanno sempre rivendicato la propria identità. All’interno della stessa Rifondazione comunista si sono levate voci in opposizione alle parole del leader storico, che rischiano di anticipare le tensioni interne, messe in stand by per la campagna elettorale e pronte a riemergere con il congresso d’autunno.
Claudio Grassi, coordinatore nazionale Area Essere comunisti del Prc non ha evidentemente gradito: «Che i comunisti diventino una tendenza culturale dentro la Sinistra Arcobaleno è una delle tante idee che sta esprimendo Bertinotti in questa campagna elettorale. Peccato che non se ne sia mai discusso da nessuna parte, per lo meno in Rifondazione comunista.»
Grassi ribadisce la posizione sua e dell’area che rappresenta, ribadendo  che «abbiamo sempre sostenuto, tutti, che la costruzione del soggetto unitario e plurale a sinistra va di pari passo con il mantenimento e il rafforzamento di Rifondazione comunista. Questa resta la posizione della grande maggioranza degli iscritti di Rifondazione, che non hanno nessuna intenzione di sciogliersi in un contenitore genericamente di sinistra. In ogni caso, subito dopo le elezioni, si dovrà tenere il congresso e quella sarà la sede per discutere del futuro del Prc. L’area Essere comunisti – conclude Grassi – si batterà contro qualsiasi ipotesi di scioglimento di Rifondazione».

Anche Paolo Ferrero non appoggia le affermazioni di Bertinotti. Il ministro di Rifondazione comunista si dichiara «assolutamente d’accordo sul fatto che occorre dar vita ad un processo partecipato e democratico di costruzione di una Sinistra l’Arcobaleno unitaria e plurale. Proprio perché‚ deve essere un processo partecipato, le caratteristiche della Sinistra Arcobaleno saranno definite da una discussione politica larga e partecipata che coinvolgerà tutti i compagni e le compagne impegnati in questo progetto.
Anche per questo Rifondazione Comunista terrà il suo congresso nei prossimi mesi. Per quanto mi riguarda non so immaginare il comunismo come tendenza culturale; l’unico comunismo che conosco è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».

Altro discorso per il Pdci che che non ha mai messo in discussione appartenenza o identità, e bene lo spiegano Manuela Palermi e Marco Rizzo.
«Quel che sarà la nuova formazione della Sinistra l’Arcobaleno lo decideranno assieme, con pari dignità, senza improvvisazioni leaderistiche, i quattro partiti che ne fanno parte», spiega Manuela Palermi che ribadisce: «Il Pdci è il partito che rivendica, per oggi e per domani, la sua identità e la sua pratica comunista. Per questo  considero praticabile una confederazione all’interno della quale i quattro partiti mantengano la loro autonomia in una pratica unitaria».
Per Marco Rizzo «senza un partito comunista non esiste una sinistra» e punta l’accento sul fatto che il Pdci non si è sciolto, «il problema della presenza dei comunisti è ineludibile: non credo ad una nuova Bolognina, in sedicesimo peraltro».

(9.4.08) da La Rinascita online

e poi:

BERTINOTTI PROPONE UNA NUOVA BOLOGNINA.
NO ALLA LIQUIDAZIONE COMUNISTA. CONGRESSO SUBITO.

Dichiarazione di Leonardo Masella, capogruppo del Prc Regione Emilia-Romagna, dell’Esecutivo dell’Area dell’Ernesto.

Fausto Bertinotti rompe la moratoria del dibattito interno al Prc decisa per non danneggiare la campagna elettorale e afferma pubblicamente la sua personale posizione con dichiarazioni molto pesanti e gravi sia per il danno alla campagna elettorale che per il destino del Prc e del comunismo italiano. Bertinotti dichiara oggi, in una video chat del sito internet del quotidiano La Stampa, che quella comunista sarà soltanto una tendenza culturale nella cosiddetta “Sinistra Arcobaleno”. Propone dunque apertamente lo scioglimento del Prc, cioè una seconda Bolognina, dopo quella fallita di Achille Occhetto, per costruire un nuovo partito della sinistra, una sorta di Pds bonsai.

Bertinotti sbaglia clamorosamente, come sbagliò Achille Occhetto nel 1991 nonostante avesse il sostegno dei poteri forti. Questo progetto liquidatorio fallirà nuovamente. Non ha funzionato l’idea di una tendenza comunista nel Pds di Occhetto che aveva il 25%, figuriamoci dentro un partito del 7-8% ! Quella comunista non sarà solo una tendenza culturale della Sinistra Arcobaleno, coalizione elettorale che non esisterà più dopo le elezioni del 13 e 14 aprile, ma sarà una forza politica organizzata autonoma e di massa del nostro Paese, di cui c’è sempre più bisogno per combattere le ingiustizie sociali crescenti prodotte dal capitalismo.

Dopo le elezioni ci sarà il congresso del Prc. Invito tutti gli iscritti del Prc a mettere in minoranza queste posizioni liquidatorie di Bertinotti, per salvare il partito e rilanciare il processo della rifondazione di una forza comunista in Italia.

Dichiarazione dell’On.le Gianluigi Pegolo Deputato PRC- dell’esecutivo nazionale dell’Ernesto:

Bertinotti liquida Rifondazione Comunista ( da, videochat di “La Stampa”)

Le dichiarazioni di Bertinotti circa il futuro dell’Arcobaleno sono chiare e non lasciamo dubbi circa l’intenzione che ha una parte rilevante dell’attuale maggioranza di Rifondazione. L’idea è quella di costruire un partito superando definitivamente ogni resistenza tesa a conservare l’autonomia politica ed organizzativa del PRC. Ogni ipotesi di strutture federate o confederate viene esclusa e le singole identità politiche si riducono a tendenze culturali interne al partito unico. Questa impostazione liquidatoria segna la pietra tombale per la storia dei comunisti, oltre ad essere fallimentare nell’ipotesi di un più generale rilancio della sinistra italiana, ed è per questo che va respinta nel modo più fermo.

Roma, 8 aprile 2008

Da l’Ernesto online

Se gli togliamo il basco con la stella rossa, il ritratto di Stalin, la bandiera rossa e (soprattutto) la falce ed il martello (che, forse non a caso, porta al collo quasi fosse un peso)… cosa resta?

POST SCRIPTUM: gli indecisi ed i delusi, prima di risolversi, sono pregati di passare da Sam, qui: http://noncontromaper.splinder.com/ e di leggere attentamente… per il vostro bene, oltre che per il nostro! 😀

San Francisco blindata per la torcia. Gordon Brown non andrà a Pechino

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Foto choc diffusa dagli esuli tibetani: i militari cinesi si travestono da monaci prima degli scontri di Lhasa. Il premier inglese non andrà alla cerimonia di apertura dei Giochi.

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falsimonaci

Roma, 9 aprile 2008 – L’immagine che vedete è stata diffusa dagli esuli tibetani ed è stampata sull’annuario del comitato che tutela i diritti umani dei deportati politici. ”I cinesi l’hanno già fatto nel 2003 e adesso ci riprovano”.

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IL BOICOTTAGGIO

Il premier della Gran Bretagna, Gordon Brown, non sarà presente alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino il prossimo 8 agosto. E’ quanto riferito dalla Bbc. La decisione di Gordon Brown è stata confermata dall’ufficio del primo ministro, al numero dieci di Downing Street.

Secondo la Bbc, nonostante la scelta di non esser presente alla cerimonia dell’8 agosto Brown avrebbe intenzione di assistere comunque alla serata conclusiva dei Giochi. Dal mese scorso, dopo la sanguinosa repressione di una serie di proteste di piazza in Tibet, la Cina è oggetto delle critiche di molti governi e ong occidentali impegnate nella difesa dei diritti umani.

In molti Paesi si discute dell’ipotesi di un boicottaggio delle Olimpiadi a livello politico. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha dichiarato che deciderà se presenziare o meno alla cerimonia inaugurale dei Giochi sulla base degli sviluppi della situazione in Tibet. Nei giorni scorsi il passaggio della fiaccola olimpica a Londra e Parigi è stato accolto dalle proteste e dalle contestazioni degli attivisti, tibetani ma soprattutto militanti di ong impegnate nella difesa dei diritti umani.

Un portavoce del primo ministro britannico ha sottolineato che la presenza di Brown alla cerimonia dell’8 agosto “non è mai stata in discussione”. Nella “posizione” del premier, dunque, non ci sarebbe “alcun cambiamento”.

Sabato scorso Brown aveva ribadito la decisione di recarsi a Pechino per le Olimpiadi. Paese organizzatore dei prossimi Giochi, nel 2012, la Gran Bretagna ha finora sostenuto la necessità di considerare in modo distinto sport e politica e si è così opposta a un boicottaggio di Pechino 2008.

Nel Regno Unito, come in altri Paesi europei, parti consistenti dell’opinione pubblica sembrano guardare con favore a una qualche forma di boicottaggio dei Giochi cinesi.

Occupato dall’esercito di Mao Tse-Dong nel 1950, il Tibet gode almeno formalmente di uno status di autonomia. I vertici della Repubblica popolare accusano il Dalai Lama, leader spirituale della regione, di aver organizzato i disordini del mese scorso con l’obiettivo di screditare Pechino e favorire un progetto di tipo separatista.

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SAN FRANCISCO

In conseguenza delle proteste contro il governo di Pechino e a sostegno dell’indipendenza del Tibet, il percorso della torcia olimpica, al suo arrivo a San Francisco, unica tappa nordamericana in vista dei Giochi dell’8 agosto, è stato ridotto in maniera significativa rispetto ai 10 chilometri previsti. Lo ha reso noto la polizia della città californiana. Inoltre tre dei corridori che avrebbero dovuto partecipare alla manifestazione, hanno dato forfait.

Alla vigilia della staffetta della fiamma olimpica, centinaia di manifestanti hanno invaso le strade di San Francisco in segno di protesta contro la repressione in Tibet. Dopo i disordini di Londra e Parigi, il corteo della città californiana è stato pacifico.

Alcuni dimostranti erano avvolti nella bandiera tibetana, altri portavano striscioni con slogan come ‘Vergogna Cinà. Un gruppo di manifestanti ha poi protestato sotto il consolato cinese di San Francisco, l’unica città statunitense dove è previsto il passaggio della fiaccola olimpica. Molte organizzazioni umanitarie e associazioni che si occupano della tutela dei diritti umani hanno annunciato manifestazioni per domani, quando la fiamma attraverserà la città. Alla mobilitazione ha partecipato anche Richard Gere, da anni impegnato nella causa tibetana, e del Premio Nobel per la Pace Desmond Tutu.

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GLI ARRESTI A LHASA

Il presidente del Tibet, Qiangba Puncog, ha reso noto che sono 953 le persone arrestate a Lhasa, in Tibet, in seguito alle proteste anticinesi delle scorse settimane. Mandati di arresto, di solito preludio all’ apertura di un procedimento giudiziario, sono stati spiccati contro 403 dei detenuti.

Chi ha partecipato alle violenze è  ”una piccola minoranza”, spiega il presidente annunciando che esiste una lista di 93 persone considerate ”responsabili” delle violenze, ma che solo 22 di queste sono state arrestate.

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LA TORCIA IN TIBET

Il governo cinese ha inoltre confermato la decisione di far passare – il 20 e 21 giugno – la fiaccola olimpica da Lhasa la capitale del Tibet, nonostante i morti e i disordini della rivolta iniziata il 10 marzo.  Qianba Puncog dice di essere ”personalmente responsabile” del ”tranquillo procedere” della fiaccola nella tormentata regione.

Per il presidente le proteste all’estero per il trattamento dei tibetani e per la situazione dei diritti umani in Cina sono condotte ”da un pugno di individui” seguaci della ”cricca del Dalai Lama: la maggioranza del popolo tibetano – ha aggiunto Puncog – e’ orgogliosa delle Olimpiadi di Pechino e sara’ felice di accogliere la fiaccola”.

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BUSH E SARKOZY

La fiaccola dell’Olimpiade si trasforma in un cerino acceso per i leader dell’Occidente, impegnati a non farsi scottare dalle polemiche interne, sollevate da chi rimprovera loro di non fare valere i valori della democrazia e di piegarsi al gigante cinese. Alla vigilia della staffetta olimpica a San Francisco e delle attese proteste, George W. Bush e Nicolas Sarkozy hanno fatto sapere di non escludere la loro assenza alla cerimonia di apertura dei Giochi.

Nella città californiana, sesta tappa del tour mondiale, già si pensa a cambiare itinerario alla staffetta olimpica per evitare le proteste anti-cinesi. Il sindaco, Gavin Newsom, si è detto fiducioso che non si ripeteranno gli incidenti di Londra e Parigi ma ha dovuto ammettere che è stato mutato il percorso della staffetta, circa dieci chilometri sul lungomare: “Non sono così ingenuo da pensare che questo evento non sia sentito intensamente da entrambe le parti”, ha detto, riferendosi ai manifestanti e alla comunità cinese locale, la più grande negli Stati Uniti”. “Il percorso non è fissato – ha aggiunto Newsom – continuerà a cambiare finchè la torcia non sarà passata. E cambierà, se necessario, anche durante la staffetta”.

Dopo gli incidenti in Europa, Pechino è passata al contrattacco e ha avvertito: “Nessuna forza potrà fermare la staffetta della torcia olimpica. Il suo percorso andrà avanti – ha detto il portavoce del comitato organizzatore Sun Weide – con l’inarrestabile sostegno dei popoli di tutto il mondo”. Il ministero degli Esteri ha usato toni più formali: “Condanniamo con forza la volontaria interruzione della staffetta da parte di forze separatiste al servizio della cosiddetta indipendenza tibetana”.

La staffetta si è colorata di giallo quando ha cominciato a circolare la voce di un annullamento delle tappe successive a quella americana. In un’intervista al Wall Street Journal il presidente del CIO l’ha escluso: “Non è in questione un annullamento delle tappe”, ha precisato Jacques Rogge. Al vertice di giovedì a Pechino si tratterà solo di “valutare il percorso fatto finora”.

Per Nicolas Sarkozy gli incidenti di Parigi sono stati “uno spettacolo triste per tutti” e il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha affermato che gli assalti potrebbero essere controproducenti per la causa tibetana. Lo stesso presidente francese però, ha collegato la sua presenza alla cerimonia inaugurale dei Giochi di Pechino al dialogo tra la Cina e il Dalai Lama. “Sulla base della ripresa di questo dialogo deciderò le condizioni della nostra partecipazione”, ha spiegato ai giornalisti a Cahors, nel sud-ovest della Francia.

E più tardi la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, ha fatto sapere che Bush potrebbe “ripensare” alla propria partecipazione alla cerimonia di apertura.

L’INTERVISTA Pietro Mennea: “Il vero problema è la casta del Cio”

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fonte:http://qn.quotidiano.net/2008/04/09/79125-francisco_blindata_torcia.shtml

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Alla ricerca del cibo perduto

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dal banco alimentare al last minute market, tutte le iniziative antispreco

Ciascun italiano butta via ogni anno 584 euro di alimenti. C’è chi li recupera e li porta a chi ne ha bisogno

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MILANO – Nelle discariche italiane finiscono ogni giorno ben 4 mila tonnellate di avanzi ancora consumabili. Non solo: nel corso del 2008 ogni italiano produrrà qualcosa come 27 kg di avanzi di cibo, che corrispondono a 584 euro buttati, se si calcola il costo del cibo sprecato. Secondo alcune stime, finiscono nel pattume il 15% del pane e della pasta, il 18% della carne e il 12% della frutta e verdura che gli abitanti del Belpaese acquistano quotidianamente (dati contenuti nel rapporto 2007 della Siticibo). Ma non ci sono soltanto gli scarti che finiscono direttamente nei cassonetti o nei raccoglitori dell’umido. C’è anche da chiedersi che fine fanno per esempio gli yogurt dal bancale del supermercato non ancora scaduti. Oppure le lasagne non consumate di un ristorante, di una mensa scolastica, o i mandarini invenduti dell’ortolano all’angolo. E le casse di verdura con ortaggi leggermente ammaccati del supermarket.

RECUPERO DEL CIBO SPRECATOCosa c’è dietro alle quinte dei magazzini della grande distribuzione? Dove finiscono tutti gli scarti, gli alimenti non ancora scaduti, ma tolti dal commercio per gli errori più svariati e grossolani, come il cambiamento del packaging, errori di trascrizione delle etichette, misure non conformi alla vendita, vicinanza della data di scadenza ecc…? Una risposta l’hanno provata a dare alcune organizzazioni che hanno fatto del recupero del cibo ancora utilizzabile la loro missione. Cibo che, anziché finire in discarica, grazie al loro contributo finisce dove ce n’è maggiore bisogno, ad esempio nei refettori pubblici o presso enti caritatevoli. «Non c’è dubbio che con un po’ più di coscienza etica si potrebbe trasformare l’ avanzo in risorsa e lo spreco in sviluppo sostenibile» dice Giuliana Malaguti, responsabile del progetto Siticibo di Milano.

BANCO ALIMENTARE Una delle realtà consolidate in questo campo è il Banco Alimentare, uno dei promotori verso il Parlamento di quella che oggi è comunemente conosciuta come la legge del Buon Samaritano, vale a dire la normativa che disciplina la distribuzione dei prodotti alimentari ai fini della solidarietà sociale. «Nel 1989 è nato il Banco Alimentare Onlus grazie alla grande intuizione del presidente della Star, Danilo Fossati, e di don Giussani – dice ancora Malaguti –. L’idea di partenza è stata che con i 6 milioni di tonnellate di alimenti scartati ogni anno in Italia si potrebbe riuscire a sfamare 3 milioni di persone. Dal dicembre del 2003 al 2007 abbiamo servito qualcosa come 340.500 porzioni di piatti pronti, 186 tonnellate di pane, 194 tonnellate di frutta agli enti caritatevoli». I numeri del successo del Banco alimentare, sono la risultanza di un lavoro mastodontico partito con Siticibo nel dicembre di cinque anni fa. «Non potrò mai dimenticare quel 2 dicembre del 2003 – racconta Giuliana Malaguti – quando siamo partiti per la prima raccolta degli avanzi di cibo cotto. Accompagnati dall’autista di un furgoncino, un volontario albanese, siamo andati a ritirare 3 crocchette e 1 cotoletta alla milanese».

IL PROGETTO LAST MINUTE MARKET Se a Milano il Banco Alimentare è una certezza acquisita, da Bologna arriva un’altra risposta alla riconvertibilità della eccedenza alimentare, grazie ad uno studio scientifico che si è concretizzato nella realtà. «La richiesta di cibo è potenzialmente infinita – spiega il professor Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria di Bologna e ideatore del progetto Last Minute Market” – e solo nel 2007 abbiamo “salvato” 283 tonnellate di rifiuti, al lordo degli imballaggi, oltre a beni alimentari ancora perfettamente idonei al consumo, riuscendo ad offrire gratuitamente 504.671 pasti, sostenendo così l’alimentazione di 2.206 persone». La prima pietra del progetto LMM è stata posata nel 1998. Il Last minute market permette il recupero dei prodotti alimentari invenduti, ancora idonei per l’alimentazione L’attività che Last Minute Market svolge, consiste nello studio e nell’attivazione di procedure fiscali, igienico-sanitarie, operativo-logistiche sino alla realizzazione di un prototipo operativo. Il servizio di consulenza di LMM è rivolto alle Asl, ai comuni, alle provincie, oltre che ad imprese piccole e grandi e mercati all’ingrosso. «L’obiettivo è quello far sì che il sistema si espanda il più possibile e funzioni nella continuità – afferma Segrè -. Si basa tutto su un principio elementare: raccolgo, distribuisco e consumo tutto nel raggio di pochi chilometri, senza costi di conservazione e trasporto e senza inquinamento».

Ambra Craighero
08 aprile 2008(ultima modifica: 09 aprile 2008)

fonte:http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_08/cibo_spreco_principale_5c008838-056d-11dd-8738-00144f486ba6.shtml