Archivio | aprile 14, 2008

Segreti di Stato, da maggio verranno aperti gli archivi

Aldo Moro

È stato firmato il decreto sul segreto di Stato, si farà nuova luce su molte delle stragi degli anni di Piombo. «Non riguarda esplicitamente il caso Moro, riguarda tutti i segreti di Stato che abbiano superato i trent’anni». Enrico Micheli alza così il velo degli anni più bui della storia d’Italia. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega sui servizi segreti, ha fatto sapere che da maggio sarà possibile chiedere di visionare determinati documenti.

L’atteso regolamento sul segreto di Stato (primo dei regolamenti attuativi della legge di riforma dei servizi varato dal Governo), che aveva già avuto il parere favorevole del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) è stato così definitivamente varato dal Governo e firmato dal Presidente della Repubblica.

«Io personalmente – ha aggiunto Micheli – ho fatto un’azione di coordinamento in vista di questo appuntamento pregando tutti di organizzare ciascuno per le proprie competenze la possibilità di consultazione di questa documentazione per coloro che lo richiedano».

Da quando e con quali modalità si avrà accesso ai documenti? «Il decreto del Presidente del Consiglio – ha risposto Micheli – deve uscire sulla Gazzetta Ufficiale entro il 20, diciamo che il prossimo mese di maggio sarà possibile chiedere di visionare determinati documenti».

Ci saranno degli omissis per celare magari l’identità di persone, di agenti? «Se è stato fissato un termine al segreto – che sono trent’anni – e se i trent’anni sono passati.. gli omissis non si giustificano».

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha risposto anche a una lettera con la quale il giornalista free-lance Gabriele Mastellarini aveva ufficialmente richiesto tutta la documentazione secretata sull’uccisione di Aldo Moro. Nella lettera, resa nota dallo stesso Mastellarini, Prodi scrive che «la completa applicazione della legge n. 124/07», che prevede che il segreto di Stato può durare al massimo 30 anni, «è stato definitivamente approvato ed è in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale». «Ogni valutazione in merito alla sua istanza – ha aggiunto Prodi – è pertanto differita al momento dell’entrata in vigore del citato decreto regolamentare, prevista entro 15 giorni dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale».

Pubblicato il: 13.04.08
Modificato il: 14.04.08 alle ore 15.36

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74635

Terni: un morto alla Thyssen-Krupp

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Aveva 59 anni, originario di Napoli, era dipendente di una ditta esterna che stava eseguendo scavi

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TERNI – Ancora un morto sul lavoro alla Thyssen-Krupp, questa volta nello stabilimento di Terni. Umberto Aloe, 59 anni, originario di Napoli, dipendente di una ditta esterna, stava lavorando alla realizzazione di alcune opere per la sicurezza di uno dei reparti della stabilimento ThyssenKrupp-Ast di Terni quando è stato colpito dal braccio meccanico di un escavatore. Sono in corso accertamenti della polizia e dell’ispettorato del lavoro e un fascicolo è stato aperto dalla procura della Repubblica.

COLPITO – Aloe lavorava per una ditta edile impegnata a realizzare una sorta di sottopasso destinato a essere utilizzato come via di fuga in caso di emergenza. L’operaio si trovava nei pressi del mezzo quando, forse a causa di un guasto, è stato colpito dal braccio meccanico. È stato soccorso dai colleghi e con una ambulanza trasportato in ospedale dove gli sono stati riscontrati un trauma toracico con fratture al bacino e a un femore. Ricoverato nel reparto rianimazione è morto nel primo pomeriggio.

SCIOPERO – Appena saputo dell’incidente, il titolare della ditta edile si è sentito male ed è stato ricoverato in ospedale per lo choc. In seguito alla morte di Aloe, Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Fismic hanno proclamato due ore di sciopero per ogni turno di lavoro nello stabilimento ternano. I vertici sindacali hanno incontrato i responsabili della multinazionale sottolineando che anche se l’operaio non era un dipendente della ditta tedesca, lavorava all’interno dello stabilimento e quindi era necessario un «particolare controllo» da parte dell’azienda riguardo alla sicurezza.

PESCARA – Lunedì c’è stato un altro incidente sul lavoro. Un operaio pescarese di 40 anni infatti è rimasto gravemente ferito cadendo da un’altezza di cinque metri all’interno di un cantiere edile allestito per la ristrutturazione di uno stabile.


14 aprile 2008

fonte:http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_14/morto_thyssen_terni_60c91e6e-0a4c-11dd-bdc8-00144f486ba6.shtml

ECONOMIA – Perché non possiamo non dirci ‘americani’. Purtroppo

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Aumenta il prezzo del ‘barile’, pagato in dollari, si apprezza enormemente l’euro sullo stesso dollaro ed il prezzo della benzina va alle stelle.. Qualcosa non torna. Quante volte, e quanti di voi, ci siamo fatti questa semplice domanda? Eppure la risposta non è secondo la nostra logica, ma secondo una logica molto più perversa. E che i nostri ‘governanti’ o ci hanno sempre nascosta, o l’hanno minimizzata.

Leggetevi l’articolo seguente e verrete illuminati, sul predetto perché e su tanti altri che ci hanno tormentati negli anni.. Concluderete con me che, davvero, non possiamo non dirci americani.

mauro

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Perché gli Stati Uniti non pagano mai dazio

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la lettera

di FRANCESCO ARCUCCI
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La definizione di Impero ottenuta sulla base di un’inchiesta fra studiosi a livello internazionale è quella di uno statonazione che domina altri statinazione presentando quasi tutte le seguenti caratteristiche: 1. sfrutta le risorse delle terre su cui esercita il suo potere; 2. la sua popolazione consuma una quantità di risorse in proporzione molto maggiore di quella delle altre popolazioni; 3. mantiene un esercito in molti altri Paesi per fare accettare la sua politica nel caso altre misure più morbide non siano sufficienti; 4. è capace di diffondere la sua lingua, letteratura, arte, cultura, modelli di vita in tutta la sua sfera di influenza; 5. esercita una tassazione, non solo sui suoi cittadini, ma anche in qualche modo sugli abitanti di altri paesi; 6. impone il primato della sua moneta nei territori sotto il suo controllo.

Poiché gli Stati Uniti rappresentano circa il 5% della popolazione mondiale, ma consumano grosso modo il 25% delle risorse di cibo, di acqua, di energia, etc. ovviamente a spese di minore consumo altrui, essi corrispondono ai requisiti 1 e 2. Gli Usa non solo dispongono del più grande e avanzato esercito del mondo, ma le loro basi militari sono dislocate in circa 130 paesi: il punto 3 è quindi soddisfatto. L’inglese è la lingua più importante del mondo e la cultura americana è diffusa ovunque: gli esempi sono innumerevoli: dalla CocaCola, alla discomusic, alla CNN, al cinema, alle scienze, alla ricerca, alla corsa allo spazio, etc. (punto 4). I punti 5 e 6 richiedono invece un’analisi più sottile. Il dollaro è diventato moneta di riserva, cioè di denominazione dei crediti sull’estero accolti nei bilanci delle banche centrali di tutti i Paesi alla fine della Seconda guerra mondiale per tre motivi.

Il dollaro era l’unica moneta in cui venivano denominati tutti i beni, servizi, materie prime e manufatti, perché gli Usa alla fine della guerra erano l’unico grande Paese con un sistema economico intatto e capace di produrre ogni cosa. Gli Usa, inoltre, godevano di una capacità esportativa illimitata e disponevano allora di un grande avanzo nella bilancia dei pagamenti correnti. Il dollaro, nel caso in cui le banche centrali degli altri Paesi detentori di quei dollari allora lo desiderassero era convertibile, in ultima istanza, in oro.

Queste tre caratteristiche, che hanno determinato allora l’acquisizione dello status del dollaro come moneta di riserva internazionale, non ci sono più. Anzi, la terza caratteristica è stata eliminata da un decreto del Presidente degli Stati Uniti, il 15 agosto del 1971, e la seconda è stata capovolta: gli Stati Uniti sono il Paese avente il più grande deficit della bilancia dei pagamenti del mondo. Non solo, ma questo deficit è intrattabile. Si ritiene intrattabile un deficit che non migliora nel medio termine, nemmeno a fronte di una netta svalutazione del cambio contro le altre principali monete. Questo è uno dei grandi incubi dei banchieri centrali: svalutare il cambio della propria moneta e non vedere migliorare il deficit dei conti con l’estero.

Negli ultimi sette anni, mentre il dollaro si fletteva di prezzo, passando da 0,83 a 1,58 dollari per acquistare 1 euro e lo stesso avveniva, più o meno, contro molte altre monete come la sterlina, il dollaro canadese, il franco svizzero e in parte lo yen e lo yuan, la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti non ha dato segni di miglioramento, ma, seppur con qualche oscillazione, è peggiorata. Per qualsiasi altro Paese questo fatto avrebbe costituito una tragedia nazionale. Ma non per gli Stati Uniti.

Come mai? Perché il sistema monetario internazionale adottato agli inizi degli anni 1970 sulle macerie del gold exchange standard è basato sul dollaro inconvertibile: esso prevede meccanismi di riaggiustamento (spesso molto dolorosi, imposti con modi spicci dal Fondo Monetario Internazionale) degli squilibri delle bilance dei pagamenti di tutti Paesi, ma non per gli Stati Uniti che possono finanziare automaticamente il loro deficit per il fatto che gli altri Paesi detengono il dollaro come moneta di pagamento internazionale. Ma tale fatto non è null’altro che un modo di catturare risorse altrui non pagandole e cioè di esercitare una tassazione sugli altri Paesi. In questo modo si dimostra che gli Stati Uniti sono un Impero: ne hanno tutte e sei le caratteristiche.

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fonte:http://www.repubblica.it/supplementi/af/2008/04/14/finanza/024letters.html

Povertà, la Banca mondiale: un miliardo di persone vive con meno di 1 dollaro al giorno

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WASHINGTON (13 aprile) – Sono ancora più di un miliardo le persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. Lo ha detto, davanti all’International Monetary Financial Committee, il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick, sottolineando che nel corso dei prossimi sette anni è necessario «recuperare il terreno perso». Progressi più rapidi nella riduzione della povertà «sono certamente possibili», ha sottolineato il presidente della Banca Mondiale.

Dimezzare il numero dei poveri.
Il Millenium Development Goal fissa al 2015 la data per dimezzare il numero degli estremamente poveri nel mondo. «I paesi in via di sviluppo – constata Zoellick – hanno continuato a crescere a un tasso medio del 7% negli ultimi cinque anni. Ma nell’Africa sub-sahariana, i 18 paesi sono cresciuti di circa il 5,5% negli ultimi dieci anni. Altri 20 paesi dell’area, molti dei quali con conflitti in corso o appena terminati, non crescono e registrano un continuo aumento della povertà estrema».

Boom dei prezzi alimentari. Zoellick ha ricordato nei giorni scorsi che il boom dei prezzi alimentari sta mettendo in ginocchio i paesi sottosviluppati: se si calcola che i poveri spendono in media il 75% del proprio reddito per il cibo, e che solo il riso negli ultimi due mesi è salito del 75%, si constata come per i più deboli andare avanti e sopravvivere è sempre più duro. Il rischio è di ribaltare le conquiste ottenute nella lotta alla povertà globale, tagliando sette anni secchi di progresso in questo senso: per questo Zoellick ha rilanciato la necessità di un new deal sulle politiche mondiali alimentari. «I prezzi del riso – ha sottolineato il presidente nei giorni scorsi – sono cresciuti a livello globale del 75% in soli due mesi, quelli del grano nell’ultimo anno del 120%». Ciò significa, ad esempio, che il costo di un filone di pane è più che raddoppiato, e che in Yemen una famiglia media spende più di un quarto delle sue entrate esclusivamente in pane.

Redistribuire gli aiuti. «Noi come Banca Mondiale – ha precisato Zoellick – stiamo avviando una redistribuzione degli aiuti, le riserve di cibo nel mondo sono molto basse, c’è una emergenza che non può essere affrontata solo con analisi, parole, convegni». Per il presidente della Banca Mondiale «c’è anzitutto bisogno che la comunità internazionale si impegni concretamente per recuperare i 500 milioni di dollari necessari per colmare il gap di necessità alimentari individuate dalle Nazioni Unite».

Sostegno allo sviluppo. Il sostegno all’agricoltura e al suo sviluppo nei Paesi sottosviluppati è per Zoellick, «una priorità che potrà, se correttamente sostenuta, creare in realtà nuove opportunità». La Banca Mondiale, per parte sua, inizierà raddoppiando a 800 milioni di dollari gli aiuti all’agricoltura nell’Africa sub-sahariana.

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fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=22412&sez=HOME_NELMONDO

Gaza, ancora chiuso il terminal: Nella Striscia si teme il black-out

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Il governo israeliano assicura che effettuati i controlli di sicurezza
necessari dopo l’attentato di mercoledì, ci sarà la riapertura

Le scorte attuali permetterebbero al massimo altri due-tre giorni di autonomia

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<B>Gaza, ancora chiuso il terminal<br>Nella Striscia si teme il black-out</B>La centrale elettrica di Gaza
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GAZA – Resterà chiuso ancora per alcuni giorni il terminal dei combustibili di Nahal-Oz (fra Israele e Gaza) dove mercoledì un commando di miliziani palestinesi ha compiuto un raid in cui sono rimasti uccisi due civili israeliani. Le conseguenze per i palestinesi potrebbero presto rivelarsi drammatiche: Jamal al-Khoudari, presidente del Comitato popolare contro l’assedio, ha detto che se il terminal non riaprirà al più presto entro pochi giorni l’intera Striscia di Gaza (dove abita circa un milione e mezzo di palestinesi) rischia di trovarsi in un completo black-out di corrente elettrica.

“Dobbiamo dire al mondo – ha detto al-Khoudari alla stampa palestinese – che siamo sul punto di crollare, e che questa è una responsabilità del mondo intero. Occorre esercitare pressioni immediate per mettere fine alla crisi”. La centrale elettrica di Gaza è stata già chiusa una volta quando gli isareliani hanno bloccato i rifornimenti di fronte all’intensificarsi del lancio dei missili Qassam.

Ma l’allarme non turba gli israeliani: “Chi spara al terminal non si illuda che poi esso resterà aperto a tempo indeterminato” ha replicato oggi Zahi Hanegbi, presidente della Commissione parlamentare per gli Affari Esteri e la Difesa.

“Dobbiamo adesso rivedere
i sistemi di difesa del terminal – ha detto ancora Hanegbi. “Non si tratta di una politica strategica, ma solo di (una chiusura di) alcuni giorni che sono necessari per raccogliere i dati e prendere decisioni che impediscano in futuro attentati analoghi”.

Fonti israeliane assicurano che a Gaza ci sono scorte di centinaia di migliaia di litri di gasolio. Gli appelli allarmati giunti ieri da Gaza sono dunque, secondo Hanegbi, “una propaganda menzognera il cui scopo è quello di raccogliere sostegni internazionali”.

Il rischio black-out non è
tuttavia il solo al quale si andrà incontro, secondo i palestinesi, se il terminal non verrà riaperto. Le difficoltà create dal prolungato isolamento della striscia di Gaza “hanno creato uno stato di ebollizione” fra i suoi abitanti, ha denunciato il portavoce dell’esecutivo di Hamas, Taher al-Nunu. Di conseguenza “un’esplosione popolare allo scopo di rompere l’assedio avrà luogo di sicuro: potrebbe avvenire in ogni momento o anche nei prossimi due giorni”.

“La situazione rischia di uscire di controllo”,
ha avvertito ancora al-Nunu, secondo il quale prevedibilmente la collera popolare si dirigerebbe verso il confine con Israele e non verso quello con l’Egitto. Hamas si attende comunque dal Cairo la riapertura immediata del valico di Rafah, fra Gaza e il Sinai.

Continuano intanto gli scontri
tra israeliani e palestinesi. Tre persone sono morte in un’esplosione nella città di Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza. Secondo fonti sanitarie palestinesi le vittime erano membri di Hamas.

(13 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/medio-oriente-40/terminal-chiuso/terminal-chiuso.html