Archivio | aprile 16, 2008

ORRIBILE – Povertà, tre donne in difficoltà offrono organi per sopravvivere

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Spinte dalla disperazione tre donne che abitano a Genova, di cui due invalide, sole, e con figli a carico, hanno deciso di donare i loro organi in cambio di un sostegno economico. La vicenda è stata pubblicata oggi dal quotidiano «Avvenire» e confermata dalla portavoce dell’associazione Invalidi civili onlus Rita Erba, della quale le tre donne fanno parte.

Le tre donne, una ecuadoriana di 44 anni, single, con un figlio di 7, cardiopatica e con una pensione di invalidità di 256 euro al mese; una genovese, separata, di 53, con un figlio di 15, invalida e priva di reddito, salvo i circa 150 euro che riesce a passarle mensilmente l’ex marito per il sostentamento del figlio; ed una di 65, vedova, costretta a rimborsare un prestito di 310 euro al mese; offrono rispettivamente un occhio, un pezzo di fegato ed un rene.

L’articolo comparso oggi sull’«Avvenire»

Come spiegato dalla stessa Erba, da mesi sono in corso tentativi per portare la situazione all’attenzione dei servizi sociali degli enti locali, ma senza grandi risultati. E la decisione di offrire gli organi sarebbe nata in modo spontaneo da una delle tre con l’obiettivo di assicurarsi in futuro il pagamento di bollette e cibo.

Contatti sarebbero già in corso con un’organizzazione svizzera per le prime visite delle tre donne che potrebbero essere invitate per gli espianti fuori dall’Italia, dato che la nostra legislazione punisce la vendita di organi con una pena fino anche a due anni di reclusione.

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fonte:http://www.ilsecoloxix.it/genova/view.php?DIR=/genova/documenti/2008/04/16/&CODE=8ab3816e-0bce-11dd-866f-0003badbebe4

Esplosione in fabbrica: due operai morti, due feriti

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Le vittime sono un italiano e uno straniero

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MILANO (16 aprile) – Due operai sono morti e due sono rimasti feriti in un incidente verificatosi poco prima delle 17 alla Masterplast, una fabbrica di materiale plastico a Cornate D’Adda, in provincia di Milano. Le vittime sono un italiano di 47 anni e uno straniero di 27. I feriti, non gravi, sono i figli del titolare ricoverati uno all’ospedale di Monza e l’altro in quello di Vimercate. Anche il genitore, in stato di choc, è stato trasportato al nosocomio.

L’incidente. Secondo una prima ricostruzione un macchinario per la fabbricazione della plastica è esploso causando la morte sul colpo di due operai. I bulloni e le viti del macchinario hanno investito in pieno le due vittime e ferito altri due colleghi. Nella fabbrica al momento dell’esplosione ci sarebbero state una decina di persone.

fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=22618&sez=HOME_INITALIA

Ministre spagnole a Berlusconi: «Ci ha offeso»

VENGHINO SIORE  E SIORI, LO SPETTACOLO VA A COMINCIARE!

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Le nove donne ministro di Zapatero - foto Ansa - 16-04-08 - 220*150

Le nove ministre con Zapatero
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Il governo Zapatero ha una forte presenza femminile? «il presidente del consiglio se l’è voluta e ora dovrà guidarle…». Lui dirà che era una battuta, ma per tutta Europa si tratta della prima gaffe internazionale del Berlusconi Terzo. Una gaffe che ha provocato la reazione delle ministre spagnole.

La titolare delle Infrastrutture, la socialista andalusa Magdalena Alvarez, ha definito «assolutamente inappropriati» i commenti del leader del centrodestra italiano Silvio Berlusconi sulla composizione «troppo rosa» del nuovo governo di Madrid del premier Josè Luis Zapatero.

In dichiarazioni riportate dall’agenzia Europa Press, Alvarez ha detto anche di ritenere che le parole di Berlusconi siano «un’offesa» per tutti i cittadini. «Probabilmente – ha detto ancora a proposito del leader del centrodestra italiano – non avrà mai questo problema, perchè molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne». Noi, ha aggiunto, «in molte non entreremmo mai in un governo presieduto da Berlusconi».

Un altra delle 9 donne ministro (su 17) del governo “Zapatero Due”, la titolare del nuovo dicastero dell’Uguaglianza uomo-donna, Bibiana Aido, ha detto ai cronisti che «è ovvio che le donne sono preparate quanto gli uomini ad assumere responsabilità politiche». «Questo è più che dimostrato» ha aggiunto.

Prima di Alvarez e Aido aveva già replicato a Berlusconi la segretaria per le relazioni internazionali del Psoe, il partito socialista di Zapatero. «In Italia, come in Spagna, ci sono abbastanza donne qualificate e intelligenti da occupare posti di ministro o per altri impegni di governo», aveva affermato.

Elena Valenciano ha aggiunto che il leader del Pdl dovrebbe rispettare le decisioni dei premier di altri paesi e anzi seguire l’esempio di Zapatero, perch‚ in tal modo «ne beneficerebbero la politica e l’Italia».

Sulla vicenda è intervenuta anche la dirigente del Partido Popular (opposizione di centrodestra) Esperanza Aguirre, presidente della comunità di Madrid. «Questo è il secolo delle donne – ha detto ai giornalisti – ed una delle cose migliori che abbia fatto il presidente (Zapatero) è stato nominare tante donne in questo governo».

Intanto re Juan Carlos di Spagna ha formalmente inaugurato a Madrid la nuova legislatura invitando il paese e le forze politiche a dare prova di «grandezza, dialogo, coesione e solidarietà» nel fare fronte alle «difficoltà e all’incertezza economica».

In un intervento davanti a deputati e senatori riuniti nell’aula del Congresso, in presenza del governo presieduto dal socialista Josè Luis Zapatero, Juan Carlos si è anche pronunciato per una «Spagna moderna, unita, plurale e diversa, che esige di conciliare e armonizzare gli interessi per garantire che la nostra vita collettiva sia un progetto solidale e integratore». La IX legislatura spagnola, nata dalle elezioni politiche del 9 marzo vinte dal Psoe di Zapatero, avrà una durata di 4 anni. Le prossime elezioni legislative regolari sono previste nel 2012. Nel nuovo Congresso dei Deputati il Psoe ha una maggioranza relativa di 169 seggi su 350 contro 154 al Partido Popular (opposizione).
Pubblicato il: 16.04.08
Modificato il: 16.04.08 alle ore 15.36

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74701

Clima, catastrofi prima del previsto

 Smog a Pechino

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Cattive notizie anche dal cielo. Gli scienziati che stanno lavorando su nuovi modelli informatici e satellitari sia in Gran Bretagna che in California per prevedere i cambiamenti climatici stanno arrivando a conclusioni ancora più pessimistiche. Sia per quanto riguarda l’impatto dello scioglimento della calotta artica sia per quanto riguarda le emissioni di gas serra, le previsioni fin qui fatte vanno riviste in peggio, nel senso di una anticipazione delle conseguenze più negative.

La Cina ha superato gli Stati Uniti come Paese che produce più emissioni inquinanti nel mondo: la notizia arriva dalla California, dove alcuni ricercatori hanno rilevato che il sorpasso degli Usa da parte del colosso cinese, che gli esperti prevedevano per il 2020, è già avvenuto nel 2006. Lo studio, realizzato dai professori di economia Maximilian Aufhammer (Università di Berkeley) e Richard Carson (Università di San Diego), che sarà pubblicato il mese prossimo calcola che, monitorando l’uso dei combustibili fossili nelle diverse province cinesi, ci sarà un aumento dell’11% delle emissioni di Co2 dal 2004 al 2010, contro le precedenti previsioni che stimavano una crescita tra il 2,5 e il 5%.La previsione californiana è che entro il 2010 «ci sarà un aumento di 600 milioni di tonnellate di emissioni di Co2 in Cina, rispetto ai livelli del 2000». Uno scenario che, secondo i ricercatori «vanificherà la riduzione di 116 milioni di tonnellate di emissioni garantita da tutti i Paesi industrializzati che hanno rispettato il Protocollo di Kyoto».

Un’altro studio di un gruppo di scienziati inglesi presentato durante il meeting annuale della società europea di geologia in corso a Vienna stima che i livelli dei mari potrebbero salire di circa un metro e mezzo entro la fine del secolo. Molto di più cioè di quanto previsto finora dall’Intergornamental Panle on Climate Change. Secondo le stime elaborate dall’Ipcc l’innalzamento dei livelli del mare causato dallo scioglimento dei ghiacci antartici e della Groenlandia entro la fine del secolo non dovrebbe superare la soglia dei 43 centimetri. Ma sono sempre di più ormai gli studi che tendono a considerate come sottostimati questi valori. «Il problema – ha spiegato Svetlana Jevrejeva del Proudman Oceanographic Laboratory di Liverpool – è che lo scioglimento dei ghiacci è molto più rapido di quanto si pensasse e le conseguenze per il livello dei mari più consistenti di quanto fino ad oggi pensato».

Ciò che va ricordato è che nell’ultima audizione sulla crisi economica e la recessione in America del Nord, il il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha invitato non solo la politica ma anche le istituzioni economiche e finanziarie mondiali a calcolare fin da oggi l’impatto economico dei cambiamenti climatici che si annunciano, per mettere in conto fin da ora stanziamenti per alleviare catastrofi e danni che incideranno sulle popolazioni e le infrastrutture.
Pubblicato il: 16.04.08
Modificato il: 16.04.08 alle ore 16.29

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74704

Teheran, nudo con sei prostitute: Arrestato il capo della polizia

Donne a Teheran

Blitz in un bordello clandestino. In manette il generale Reza Zarei

Imbarazzato il regime: era responsabile di una campagna di moralizzazione

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TEHERAN – Era il baluardo della moralità in città. A lui era affidata la difesa dei costumi e la lotta alla corruzione. A quanto pare, però, nella vita privata il generale Reza Zarei, capo della polizia di Teheran, non seguiva esattamente alla lettera le leggi. Così, dopo essere stato trovato nudo in compagnia di sei donne in un bordello clandestino, è stato arrestato. Lo scandalo ha messo in comprensibile imbarazzo il regime, da un anno impegnato in un giro di vite nei confronti delle pratiche considerate troppo libertine.

L’arresto risalirebbe a un mese fa, ma le autorità iraniane lo hanno confermato solamente ieri, senza peraltro spiegarne ufficialmente le motivazioni. Secondo varie testate internazionali, tra le quali il sito web del quotidiano israeliano Yedioth Aharonoth, Reza Zarei sarebbe stato sorpreso in atteggiamenti inequivocabili con sei prostitute durante un blitz della polizia in un locale sotterraneo e, dato che nella Repubblica islamica la prostituzione è severamente vietata, è finito in manette.

Allo scandalo dell’arresto di un capo della polizia si aggiunge quello suscitato dal fatto che proprio al generale era stato affidato il compito di reprimere duramente le pratiche ritenute immorali e contrarie ai precetti dell’Islam. Nell’ultimo anno la campagna diretta da Zarei, che è stato ovviamente costretto a dimettersi, ha portato all’incarcerazione di migliaia di ragazze, di solito perché indossavano veli che lasciavano uscire troppo i capelli, indumenti che facevano intravedere il corpo o pantaloni troppo corti.

Non è ancora chiaro se l’arresto del capo della polizia avrà effetti sull’applicazione di queste norme, che rappresentano il più duro giro di vite dai tempi della rivoluzione del 1979. Proprio ieri un portavoce delle autorità giudiziarie ha annunciato che tre studenti sono stati condannati a 22, 26 e 30 mesi di reclusione per aver propagandato la democrazia. I tre erano in carcere da un anno, nonostante una corte di appello avesse ordinato il loro rilascio.

(16 aprile 2008)

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fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/poliziotto-teheran/poliziotto-teheran/poliziotto-teheran.html

Il ponte di Messina? Che c.., c’è già!!

IL REPORTAGE

Messina, cent’anni nelle baracche

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Esattamente un secolo fa, il sisma devastava la città dello stretto. Le capanne dei terremotati – 3.336 – sono ancora lì: popolate da gente che lavora, paga spazzatura e affitto, e deve ammazzare i topi a cucchiaiate. Senza più la speranza che questa vita «provvisoria» finisca

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Il ponte di Messina, di questo pezzo di Messina che sconcia gli occhi e offende la ragione, è una passerella in legno di tre metri e poco più: ingegneria della povertà per superare uno stretto di liquami, un rigagnolo fognario a cielo aperto di scarichi e urina, che divide due blocchi di baracche. Campata unica d’assi marce, è stato tirato su da chi ha il coraggio e la necessità di campare qui dentro, in case che case non sono: eternit a far da tegola e, dentro, pareti morsicate dalle crepe e soffitti tinteggiati a muffa. Favelas del quartiere Giostra. Neanche la peggiore nella città che delle baracche ha fatto il monumento alla sua trasandatezza, i suoi cent’anni di baracchitudine: da quando, all’alba del 28 dicembre 1908, un terremoto devastante – magnitudine 7,2 della scala Richter – si portò via ogni cosa e quasi ogni casa: un bel po’ della Messina (e della Reggio Calabra) di allora e pure la vita di 80mila persone. Perché queste fatiscenze di Giostra – e quelle di Camaro o di Fondo Fucile – non compongono un villaggio tirato su l’altro giorno da qualche famiglia di rom.

Messina, cent'anni nelle baracche. Esattamente un secolo fa, il sisma devastava la città. Le capanne dei terremotati - 3.336 - sono ancora lì (Elio Colavolpe-Emblema)

Clicca sull’immagine per vedere il reportage fotografico

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Non sono le nuove emergenze dell’emigrazione, ma spettrali residenze italiane: la terza generazione delle baracche, le nipotine delle prime capanne offerte e montate da svedesi e americani, svizzeri e prussiani, all’indomani del terremoto, quando Messina diventò tutta di legno – compreso teatro, municipio e duomo – prima che il Fascismo costruisse baracche in muratura (le madri di quelle di Giostra), e la Repubblica, dopo i bombardamenti dell’ultima Guerra, inventasse queste «casette ultrapopolari a uso provvisorio», con vista sugli scarichi e affaccio su strade-cunicoli che sono tavolozza di ogni puzza, abitate da messinesi che lavorano (quando di lavoro ce n’è); che votano (spesso in cambio di promesse mai mantenute); che pagano la spazzatura (che li circonda), la corrente elettrica (ragnatele di fili volanti, stramate dai corti circuiti) e pure l’acqua del rubinetto (ma è gratis quella che piove dentro gli alloggi).

Generazioni di baracche e generazioni di messinesi che lì dentro ci hanno vissuto e ancora ci vivono, in più di tremila, nell’anno domini 2008, a cent’anni dal sisma: i quartieri dell’Annunziata, del Fondo De Paquale o di Giostra, come le stratificazioni geologiche della storia d’Italia, della sua classe politica siciliana e no, del suo squallore. Ché le baracche di Messina sono, oggi, una lezione di architettura da favelas a cielo aperto, dove l’infiltrazione mafiosa e quella dai soffitti, che si aprono su squarci di cielo, sono tutt’uno. E forse il solo luogo, di questo Paese, dove persino i luoghi comuni si schiodano dalla realtà come le assi di Concetta Albano, le mura della sua baracca: qui non puoi azzardarti a pronunciare una frase da niente, un modo di dire come sarà passato un secolo, senza che ti si torca lo stomaco mentre cerchi di manda giù alla meglio un groppo di indignazione e compassione.

Sembra una trincea, la baracca della signora, il fronte di una catastrofe umana: una sola stanza; un cesso nascosto da una porta di cartone che nulla può contro l’odore; il lavandino di fuori, oltre un cortile di cemento dove passeggiano i topi: «Ieri sera ne ho ammazzato uno dandogli una cucchiaiata in testa». Col suo unico cucchiaio. Ha ottant’anni la signora Concetta e in quella baracca, una di quelle del 1909, finanziata con i trenta milioni di lire sstanziati dal primo ministro Giovanni Giolitti, ci ha passato tutta la vita. «Prima sono morti i genitori, poi mio fratello se n’è andato e non l’ho più visto. Lavoravo come donna delle pulizie nelle famiglie. Ero brava e veloce. E aspettavo che qualcuno mi desse finalmente una casa. Me l’hanno promessa tante volte, ma io sono sempre qui».

Parla a fatica e cammina a piedi nudi tra i topi perché le scarpe sono ancora più insopportabili per i suoi piedi gonfi. Però si assesta di continuo i capelli grigi e appiccicosi e alla fine, tra due lacrime da sfinimento e una risata esagerata, di quelle per non piangere, apre uno dei sacchetti di plastica che le fanno da armadi e mostra una foto di quando era giovane e bella. E la baracca di legno, come il futuro, non faceva ancora paura. Siamo all’Annunziata, quartiere nord con vista sullo Stretto. Appena sopra, sul limitare della vergogna, ecco i nuovi palazzoni dell’Università e poco più in basso la metropolitana di terra conosce il capolinea, giusto in faccia al nuovo museo della città dove sono esposti Caravaggio e Antonello da Messina. E quella di Concetta Albano e della sua baracca, tirata su mentre a Palermo la mafia uccideva Joe Petrosino, sembra la perfetta metafora del «terremoto infinito» – delle false promesse, degli aiuti a fondo sperduto, del provvisorio che diventa per sempre – e di una città, regione, nazione sfinite. Solo che la vita di Concetta, dentro al suo tugurio – i pasti assicurati dalle suore del convento vicino, l’emergenza sanitaria dall’assistenza sociale – non è una metafora. E nemmeno quella di Orazio Giuseppe Andronaco e degli altri invisibili delle baracche, uomini e donne dimenticati da ogni lista di assegnazione ma segnati da un’età che non è la loro: i visi che non corrispondono all’anagrafe, invecchiati prima del tempo, prosciugati da alloggiamenti insalubri e rugati dall’umidità.

Dice Orazio Giuseppe, due blocchi di baracche più in là: «Ho 73 anni, raccoglievo ferro vecchio, e qui dentro ho tirato su la mia famiglia: mia moglie, che qualche anno fa è morta, e i nostri dieci figli». E qui dentro sono due stanze, una invasa di barattoli e stracci e robivecchi e l’altra rimpicciolita da un monumentale matrimoniale: «Ci dormivamo tutti insieme, uno sopra l’altro, come animali». E arredata con sei ventilatori e la bombola per l’ossigeno: «D’estate si muore dal caldo». E non solo per il caldo: soffitto opprimente con tettoia d’amianto. «E dire che a me basterebbe una mini-casa se me l’assegnassero. Anche se, per fortuna, due dei miei figli, guardi un po’ qui dietro, mi hanno costruito un bagno decente». Chissà cosa doveva essere prima, quando la famiglia cominciò ad allargarsi, nel 1951. «Ha visto? Case per cani, non per umani», si sfoga Eleonora, da mezzo secolo dentro alloggi di sfortuna che sembrano scatole da scarpe che hanno preso l’acqua.

È come se fossero appena passati, il terremoto e la guerra, in questi angoli di Messina di cui la città si vergogna. E non ama parlarne, salvo mandare a dire, quando c’è da votare, che presto ognuno avrà la sua casa. Certo, anche Domenico, che ha 20 anni ma non un lavoro, e la sorellina che fa la seconda elementare e adora «High School Musical e Zac Efron ma vorrei saper cantare come Gabrielle». Non puoi accettare che possa vivere lì, a un metro e mezzo dalla casa di Oronzo, dirimpettaia di baracca, con la madre Gaetana, 42 anni, che adesso va «a servizio», dopo due anni al Nord, «in un pastificio di Mantova, con contratto a termine, finché c’è stato lavoro». Eppure anche Gaetana, quando aveva l’età di sua figlia – come la signora Concetta negli anni Trenta – era sicura di andarsene un giorno o l’altro, convinta che la baracca non sarebbe stata per sempre la sua vita.

18 ANNI FA: L’ULTIMA LEGGE PER IL RISANAMENTO
Sì, certo. C’è una legge regionale del luglio ‘90, l’ultima in ordine di tempo, che prevede il risanamento di Messina: una legge speciale dove si annuncia lo sbaraccamento e la riqualificazione urbana e sociale, mettendo a disposizione, ai tempi, 500 miliardi di lire. Peccato che ne siano stati usati solo 150, gli altri perduti chissà come e finiti chissà dove. I piani particolareggiati sono stati approvati solo nel 2002 (e nel 2004 la regione Sicilia ha stanziato altri 70 milioni di euro) ma gli espropri, le demolizioni e le nuove costruzioni hanno il freno a mano tirato dei ritardi e delle burocrazie, tanto che – secondo un censimento di Legambiente – sono ancora 3336 i nuclei baraccati presenti in città. Così, alla fine, per disperazione certe famiglie ormai fanno le terremotate a vita. Ottenuta una nuova casa popolare, lasciano ai figli la baracca nelle favelas, in un’interminabile catena-di-sant’antonio della povertà: ma è ’unica eredità consentita a chi – nel ’61, i giorni del boom, erano ancora 30mila i baraccati di Messina – ha vissuto dove è indegno vivere e solo quel tesoro ha da offrire.

E se accenni al Ponte sullo Stretto si mettono a ridere e indicano il loro, con vista sul liquame. Fondo De Pasquale e Fondo Basile, Giostra e Annunziata, Camaro e Fondo Saccà. Ecco le colline dove riposano le baracche, le spoonriver dei vivi-malgrado-tutto con il loro catalogo di storie come quella della signora Lilla di Giostra, in baracca dal ’27, una di quelle tirate su dal Fascismo, e ancora lì ottant’anni dopo, anche lei in compagnia di insetti e topi, il tetto che sta su per miracolo. O quella di Maria T. di Camaro, 70 anni e stesso alloggiamento, che lo scorso autunno è andata a stare qualche giorno dal figlio, a Parma, e al ritorno ha trovato la baracca occupata, tanto che, minacciata dai «nuovi terremotati», ha dovuto rivolgersi all’avvocato, per iniziare un’altra guerra tra poveri; o quella della signora Letteria di Villa Lina, che nel 2006, a 92 anni – sì, insomma, una quasi coetanea del terremoto –, dopo aver cresciuto quattro figlie in una stanza ed essere diventata nonna e bisnonna, ha fatto in tempo a vedersi assegnata una vera casa.

Oppure quella di Francesco Assenzio, classe 1911, che per cinquant’anni, ogni anno, fece domanda di una casa – senza successo, naturalmente – fino a quando se ne andò per sempre nel ’98, quattro anni prima di diventare trisnonno di un altro Francesco Assenzio, nato pure lui tra il legno, le lamiere e il provvisorio infinito. Commento di Maria A., 55 anni di Giostra, un’unica stanza divisa in tre, un vecchio televisore per stanza: «Non ce n’è di travaglio qui e adesso il Comune ci chiede il fitto arretrato per queste baracche: 3500 euro. E io dove li trovo?». Epigrafe di un’altra Maria, 43 anni, vicina di casa: «Ha visto quanto è largo il vicolo? Se si ingrassa non si passa, ma non c’è rischio. Ma non ci passa neppure la cassa da morto quando si va al cimitero. E di solito arriva prima quello dell’assegnazione. Non c’è da sperare qui»

Qui, dove nell’inverno del 1909, a poco più di un mese dal terremoto, la città era sì pura maceria, ma dava anche l’idea del cantiere, tanto che Luigi Barzini, sul Corriere, regalò da quaggiù – era il 4 febbraio 1909 – la speranza che «un grande avvenire si preparerà per Messina». Ma durò poco, quando gli aiuti, giunti da mezzo mondo, se ne tornarono a casa, l’illusione s’imbarcò con loro: già il 9 maggio la baracca – una parola durata un secolo e ancora in piedi nei resoconti – prendeva possesso delle cronache, ché «per l’assegnazione delle baracche, contro soprusi e favoritismi, la polizia sparò contro la folla lasciando sul terreno 5 morti». Da allora, sul terreno, Messina ha lasciato le baracche: sopravvissute al re e al fascismo, a due guerre mondiali e pure ai 61 governi della Repubblica. Monumenti (con) viventi a un secolo d’Italia.

Cesare Fiumi

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15 aprile 2008(ultima modifica: 16 aprile 2008)

fonte:http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_15/magazine_messina_cento_anni_di_baracche_5a181f44-0af0-11dd-98e1-00144f486ba6.shtml

Sismicità dello stretto di Messina

Cassazione: “Vanno assunti i precari dei call center”

"Vanno assunti<br>i precari dei call center"</B>

Per la Corte suprema, il lavoro delle centraliniste è di tipo subordinato

Chi osserva un orario, utilizza strumenti del datore, ha diritto ad un contratto stabile

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ROMA – La Cassazione dà una mano ai precari dei call center: chi svolge lavoro in un centralino con l’obbligo di osservare un orario, utilizzando strumenti e l’ambiente messi a disposizione dal datore, ha diritto ad un contratto stabile.

Lo ha stabilito la Suprema corte che ha respinto il ricorso di una società del settore pubblicitario che aveva citato in causa l’Inps sostenendo che le ragazze impiegate nel call center all’interno dell’azienda veneta, erano lavoratrici autonome. L’istituto di previdenza sociale, al contrario, aveva accertato la natura subordinata del rapporto fra l’impresa e le dipendenti. Per questo, in prima battuta, il datore di lavoro si era rivolto al Tribunale di Padova che, nel 2001, gli aveva dato ragione affermando la natura autonoma del lavoro prestato dalle giovani.

La Corte d’appello di Venezia era invece pervenuta ad una decisione opposta dichiarando che il lavoro svolto dalle 15 ragazze aveva natura subordinata. Contro il secondo verdetto l’azienda aveva presentato ricorso in Cassazione ma ha perso. I giudici della sezione lavoro hanno ritenuto corretta la sentenza della corte d’appello. Ciò perché, ha spiegato la Cassazione, “il giudice di merito ha ritenuto elementi qualificanti della subordinazione delle dipendenti, le circostanze che seguivano le direttive impartite dall’azienda, avevano un preciso orario di lavoro e utilizzavano attrezzature e materiali della società”.

(15 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/cassazione/cassazione-call-center/cassazione-call-center.html

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“Specchietto Retrovisore”

Usare gli strumenti finanziari per l’immediata nascita di due movimenti l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra.

Occorrerà redigere un elenco di almeno due o tre elementi per ciascun quotidiano e periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro. Ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici come sopra. Poi bisognerà acquisire alcuni settimanali di battaglia, coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso un’agenzia centralizzata, coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale, dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna; punto chiave è l’immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.

La giustizia va ricondotta “alla sua tradizionale funzione di equilibrio della società e non già di eversione”. Per questo, è necessaria la separazione delle carriere del pubblico ministero e dei giudici, l’istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti, la riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento.

“Molto è già stato realizzato. Per il resto si vedrà”

Licio Gelli – Piano di Rinascita Democratico (estratto)


Estratti da “La Soffitta di Licio Gelli” di Silvia Resta (Effetto Reale)

“La riforma sulla giustizia è prevista nel piano di Gelli, più di una volta l’hanno citato sui giornali, questo per quanto riguardava [anche] la riforma della scuola, la riforma dei sindacati… Quello non era un piano eversivo. Dopo tanto tempo hanno passato la riforma sulla giustizia, cioè sulla divisione delle carriere. E’ ovvio, il giudice, il PM, i pubblici ministeri, il giudice giudicante, dovrebbero fare concorsi diversi, si dovrebbero odiare fra loro due per poter garantire una giusta giustizia al condannato. Tutto qua.”

– E la riforma della Costituzione, visto che ci siamo?

“Anche quella era una riforma… noi abbiamo bisogno di una repubblica presidenziale…”

– Quello che ancora manca è questo gradino… Per il resto qualcosa è stato “preso” [dal programma di Gelli].

Gelli sorride soddisfatto e aggiunge:

“Penso di sì”


“Il famoso piano di rinascita democratica… è stato quasi completamente attuato ormai… nel senso che le riforme che lui voleva in larga misura sono state realizzate, non ultima la recente riforma della Costituzione che, è vero, è soggetta al giudizio del popolo, ma comunque queste riforme che all’epoca destarono tanto scalpore (quando fù trovata la valigetta nelle mani della figlia) oggi in pratica sono state quasi tutte realizzate”.

Renato Risaliti – Storico

“Il cappuccio nero è un fatto negativo di per sè, indipendentemente se è massonico, non massonico… qualsiasi cosa sia nasconde qualcosa. La democrazia, quella vera, […] non ha cappucci, bisogna guardarsi nelle palle degli occhi.”

Roberto Barontini – Istituto Storico della Resistenza di Pistoia