Archivio | aprile 18, 2008

Gli operai Fiom che votano a destra: “Così protetti da tasse e criminalità”

GLI ILLUSI DELUSI

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Le tute blu lombarde contro i flussi di extracomunitari
E i camalli di Genova accusano il governo Prodi: “Ha messo fuori i delinquenti”

“Votiamo Cgil in azienda e Bossi nell’urna. Che c’è di strano?

La prima ci dà il contratto, la seconda la garanzia che i soldi restino al Nord”

<B>Gli operai Fiom che votano a destra<br>

di Paolo Griseri

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BRESCIA – L’importante è saper rispondere alla domanda: “Mi conviene?”. Paolo, ad esempio, ha capito che gli conviene votare Bossi perché la Lega lo protegge. Ha 22 anni, sta appoggiato al muro insieme ai coetanei durante la pausa mensa alla Innse Berardi, 250 metalmeccanici specializzati alla periferia di Brescia. Da chi ti protegge la Lega? “Dagli extracomunitari”. Ne hai bisogno alla tua età? “Non è bello doversi difendere quando vai alla stazione”. Che cosa vuol dire che la Lega ti difende? “Che, bloccherà i flussi, non li lascerà più entrare in Italia”.

Il capannello aumenta, la discussione si anima,
Enrico contesta: “Tutte balle, ti lasci riempire la testa dalla tv. Non siamo a Chicago, dov’è tutta ‘sta criminalità? E poi i criminali non ci sono in Italia? Prova ad andare in Sicilia”. “Quelli almeno sono nostri e ce li curiamo noi. Ma dobbiamo preoccuparci anche di quelli che esportano gli altri?”. E’ facile sfottere Paolo. Christian scioglie la tensione con la battuta vincente: “Vuoi bloccare l’ingresso in Italia agli extracomunitari proprio tu che sei dell’Inter?”.

Paolo sembra soccombere.
Ma l’aiuto vero gli arriva da Gianni, un ragazzo di 32 anni che a queste elezioni non ha votato. Un grillino adirato con la Casta? “No, non ho votato perché non posso ancora. Sono albanese, sono arrivato nel ’99. Il mio vero nome è Hashim ma siccome è troppo complicato, tutti mi chiamano Gianni”. Quando potrai votare per chi voterai? “Per il partito che sceglieranno la maggioranza degli italiani”. In questo momento è la destra. Ti andrebbe bene la destra? “Perché no?”. Forse perché potrebbe bloccare l’ingresso degli stranieri alle frontiere. “E allora? Io sono entrato, in autunno sono arrivati anche mia moglie e i miei figli. Se non arrivano tanti altri a farci concorrenza è meglio”.

Così, in dieci minuti di chiacchiere da bar, Paolo e Gianni fanno a pezzi quel che resta del concetto di solidarietà, caro alla Dc di Martinazzoli, che ha governato queste terre durante la prima repubblica, come alla Fiom di Giorgio Cremaschi, che continua a governare il sindacato di fabbrica con il 70% dei voti alle elezioni delle rsu.

Votano Fiom in azienda e Bossi nell’urna? “Dov’è il problema? Si vede che la Fiom e Bossi gli servono”. Angelo, delegato a un passo dalla pensione, sa che la sua è una risposta provocatoria. Ma anche profondamente vera. “Da queste parti – spiega – le aziende hanno fame di operai specializzati. Qui i contratti integrativi sono ricchi, arriviamo a strappare aumenti di 2-3 mila euro all’anno”.

Tute blu quasi benestanti,
ben diverse da quelle che, sull’altro lato della strada, costruiscono i camion all’Iveco, la vecchia e gloriosa Om, e portano a casa i salari degli operai Fiat. “Alla Innse – aggiunge Angelo – molti abitano nei paesi delle valli bresciane. Con il passare del tempo si sono fatti la villetta a schiera. Una conquista che adesso hanno paura di perdere con l’aumento del costo della vita”. Qui si chiede ai comunisti di contrattare l’aumento con il padrone, perché loro sono ancora i più bravi nel settore (“tremila euro all’anno, sputaci sopra”), e si chiede a Bossi di realizzare il federalismo fiscale. Il comunista ti porta i soldi ma è la Lega che li difende.

La sirena del federalismo, ad esempio,
è quella che ha attirato Giovanni, contadino cuneese prestato all’industria della gomma. Arriva davanti al bar “Sporting”, il ritrovo degli operai sul piazzale della Michelin di Cuneo, e spiega la sua soddisfazione: “Finalmente abbiamo vinto, adesso si può fare il federalismo fiscale”. Che cosa vuol dire? “Che siamo padroni a casa nostra, che le tasse restano qui e non vanno a Roma. Con tutte quelle che paghiamo io e mia moglie per l’azienda agricola”.

Giovanni ha 49 anni e, come molti
da queste parti, ha iniziato a compiere le sue scelte politiche nel ventre della Balena bianca: “Qui – ricorda – votavano tutti Dc, anzi votavano tutti Coldiretti”, la potente associazione dei contadini democristiani. Rotto quel contenitore, Giovanni è diventato un leghista moderato. Uno che dice: “All’inizio votavo Lega per protesta. Poi mi sono un po’ allontanato quando dicevano che volevano la secessione”.

Ma anche lui, quando si tratta di scegliere
il sindacato, finisce per affidarsi a Cgil, Cisl e Uil. Gaspare e Luigi, delegati di fabbrica, raccontano del flop del SinPa, il sindacato dei leghisti: “Nel 2000 aveva fatto il pieno alle elezioni del consiglio di fabbrica, avevano il 33% dei voti. Poi sono rapidamente spariti. Quello del sindacalista non è un ruolo che si improvvisa. Non basta dire “Roma ladrona” per chiudere un contratto”. Per il momento, comunque, sono i partiti del centrodestra più dei sindacati del Carroccio a mettere in crisi i sindacati confederali. A Brescia, dove lo straordinario è la regola, la detassazione promessa da Berlusconi ha fatto breccia. Aldo, delegato della Fim dell’Innse, ammette sconsolato: “Quello è stato un colpo da maestro”.

La Lega è forte, i messaggi del centrodestra bucano il video, ma la sinistra delle fabbriche dov’è finita? Sam, 35 anni, lavora alla Michelin di Cuneo insieme a un gruppo di altri ragazzi di colore. “Arriviamo tutti dal Benin, siamo in Italia da molti anni, abbiamo preso la cittadinanza. Abbiamo sempre votato Rifondazione”. Ma? “Questa volta non lo abbiamo più fatto. Ci siamo riuniti per parlarne. Una parte ha scelto il Pd perché sperava di bloccare Berlusconi. Ma alcuni hanno proprio deciso di smetterla con la sinistra. Votano Berlusconi perché la sinistra litiga troppo, non si trova mai d’accordo su nulla”.

Per guardare in faccia la delusione della sinistra radicale basta andare a Genova, nel cuore del Porto, roccaforte dei camalli della Compagnia unica dove su sette delegati di area Cgil quattro sono di Rifondazione due dei Ds e due di Lotta Comunista. Mauro spiega la sconfitta dell’Arcobaleno: “A Genova si dice: “Ci hanno presi nella lassa”, ci hanno fregati. Molti hanno votato Pd credendo che tanto il 4 per cento alla Camera si faceva e che Veltroni fosse vicino a Berlusconi nei sondaggi. Invece non era vero niente”.

Basta l’ingenuità a spiegare tutto?
“No che non basta. Ne abbiamo parlato martedì tra di noi. Rifondazione ha sbagliato”. Dove ha sbagliato? “Ad esempio con l’indulto”. Ma l’indulto, una volta non era una legge di sinistra? “Lo dici tu. Ma quale sinistra? Ha messo fuori i delinquenti altro che sinistra”. Forse non sarà solo per questo che nei seggi di Crevari, storico quartiere partigiano di Genova, la Lega batte la Sinistra arcobaleno 486 a 358. Sarà anche perché “un partito come Rifondazione non può votare a favore della guerra”, come dice Matteo, operaio all’Iveco di Brescia. O perché “non si raccolgono i voti nelle fabbriche promettendo di cambiare la legge 30 sul precariato per poi non fare nulla”, come rimpiange Luca che scarica container al porto.

Così finisce che la delusione
ti lascia a casa (a Genova l’astensione coincide con i 40 mila voti persi dall’Arcobaleno) o ti getta nelle braccia di Ferrando e Turigliatto: “Almeno loro la guerra non l’hanno votata”, si consola Matteo all’Iveco. Il risultato è che la Lega avrà quattro ministri e l’Arcobaleno non c’è più. “Adesso tocca a Bossi mantenere le promesse”, dice Alberto, della Fiom di Brescia. Ma anche lui sa che è una magra consolazione: “Sai come andrà a finire? Che quando la gente che ha votato Lega si incazzerà verrà da noi a chiederci di fare gli estremisti, la lotta dura e i blocchi stradali”.

(18 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-quattro/operai-fiom/operai-fiom.html

Montezemolo attacca i sindacati: «Casta di professionisti del veto»

Epifani: «Estremista, soffia sul fuoco»

Emma MArcegaglia, neo presidente di Confindustria
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L’addio a Confindustria è avvenuto a Torino, in modo informale e in anticipo rispetto all’assemblea di maggio: Luca Cordero di Montezemolo passa il testimone al nuovo presidente designato, Emma Marcegaglia. E coglie l’occasione per attaccare i sindacati e fare la sua scelta di campo.

«È ormai chiaro – dice – che la trincea dei negoziati infiniti, del rifiuto di guardare con occhi obiettivi la realtà e soprattutto in che direzione va il mondo, serve solo e soltanto a difendere una casta di professionisti del veto». I sindacalisti, per chi non l’avesse capito. «In quattro anni – ha citato a titolo ad esempio Montezemolo, riferendosi alla trattativa sul modello contrattuale – le 3 sigle sindacali non hanno voluto o potuto raggiungere un accordo, badate bene, non con noi ma tra di loro».

«È veramente ora – ha proseguito Montezemolo tra gli appalusi degli imprenditori presenti al Lingotto – che il sindacato apra gli occhi e si confronti con il mondo reale, rinunciando a pratiche vecchie, come quegli scioperi rituali e inutili che ogni due anni accompagnano puntualmente i rinnovi contrattuali. Riti logori e vanamente costosi per i lavoratori e per le imprese». C’è invece bisogno «di un sindacato autorevole, capace di rappresentare gli interessi dei lavoratori e non quelli dei sindacalisti, che come si legge nel libro “L’altra casta”, sono in Italia ben sei volte più dei carabinieri. Abbiamo bisogno – ha concluso – di un sindacato moderno anche per affrontare l’urgenza sociale con cui ci confrontiamo».

E poi, la dichiarazione d’amore verso Silvio Berlusconi: «Il risultato delle elezioni – analizza Montezemolo – conferma quanto andiamo dicendo da tempo: i lavoratori non si sentono più rappresentati da forze politiche e sociali incapaci di dare risposte vere ai loro problemi concreti. E sono molto più vicini alle nostre posizioni che non a quelle dei sindacalisti».

Passa qualche minuto e il segretario della Uil Luigi Angeletti prova a buttarla sull’ironico: «Se fosse così – dice riferendosi alla tesi di Montezemolo – saremmo tutti contenti. Gli industriali – aggiunge – trattassero meglio i lavoratori, così questi saranno ancora più vicini». Commenta le parole del presidente uscente degli industriali anche Raffaele Bonanni, leader della Cisl: «Si tratta di un attacco ingeneroso e generico – dice – Chi è senza colpa scagli la prima pietra. Così facendo si bloccano solo i necessari processi di riforma e si fa il gioco di chi non vuole cambiare nulla. Non è con il populismo o peggio cavalcando le campagne strumentali contro il sindacato – conclude – che si risolvono i problemi del paese e delle imprese».

E infine arriva la dura reazione del segretario della Cgil Guglielmo Epifani: «Con le sue dichiarazioni – spiega – il presidente di Confindustria sta soffiando sul fuoco di una condizione sociale molto pesante con un linguaggio estremista e, come spesso gli capita in quest’ultima fase, senza alcun rispetto per il ruolo degli altri soggetti sociali: atteggiamento, questo sì, di casta. La Cgil – prosegue Epifani – lo lascia solo in questo esercizio di estremismo e non si fa trascinare sul terreno della rissa ma lavorerà, come sempre, per migliorare le condizioni retributive e i diritti dei lavoratori italiani, a partire dai temi della sicurezza sul lavoro. Lo lasceremo solo anche nella scelta di campo politica che ha prontamente assunto».

Pubblicato il: 18.04.08
Modificato il: 18.04.08 alle ore 21.19

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74779

Cina, arrestati oltre 100 monaci. Domenech: “In agosto spegnere la tv”

La torcia intanto è stata portata in un lussuoso albergo in Thailandia. La principessa Sirindhorn presiederà la cerimonia di benvenuto. Il ct francese propone il suo boicottaggio.

Un manifestante pro Tibet in India

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Bangkok, 18 aprile 2008 – La fiaccola olimpica è arrivata oggi in Thailandia sotto rigide misure di sicurezza per l’ultima parte del giro del mondo della staffetta ed è stata subito portato in un lussuoso albergo ad attendere il benvenuto ufficiale dei reali del paese.

Esercito e migliaia di poliziotti sono stati mobilitati per consentire domani alla staffetta olimpica di muoversi a Bangkok in piena sicurezza, prevenendo le incursioni dei manifestanti che protestano per i diritti umani in Cina.
La fiaccola olimpica è giunta all’aeroporto militare di Bangkok questa mattina prima dell’alba, scortata da responsabili della sicurezza cinesi. All’aeroporto è stata accolta da un gruppetto di thailandesi di origine cinese che hanno sventolato bandierine cinesi e olimpiche.

La principessa Sirindhorn nel pomeriggio presiederà la cerimonia di benvenuto. Domani la staffetta partirà dalla Chinatown di Bangkok, per un giro di circa 10,5 chilometri.


IL NO DEL TEMPIO BUDDISTA

Uno dei principali templi buddisti del Giappone, che doveva essere il punto di partenza della staffetta della fiaccola olimpica nel paese, ha rifiutato di accogliere l’avvenimento, secondo quanto riferisce oggi l’agenzia Kyodo.
I responsabili del tempio Zenkoji, nella regione montagnosa di Nagano, hanno preso la decisione di non accogliere la cerimonia dopo la divulgazione di voci che riferivano di una possibile partecipazione dei monaci ai movimenti di protesta contro le autorità cinesi.

NUOVI ARRESTI

Oltre 100 fra monaci e laici di etnia tibetana sono stati arrestati in nuove proteste avvenute nella provincia occidentale cinese di Qinghai, ha denunciato oggi il Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, un centro d’informazioni degli esuli tibetani basato a Dharamsala, in India.

Tutto è cominciato domenica con l’arresto di tre monaci buddisti che avevano partecipato ad una marcia per la pace. Ieri, al mercato della contea di Rebkong, 22 monaci del monastero di Rong Gonchen sono stati arrestati subito dopo aver inscenato una manifestazione per la scarcerazione dei tre religiosi. Poco dopo altri 80 monaci dello stesso monastero sono arrivati al mercato chiedendo che tutti fossero liberati e a loro si sono aggiunti molti laici.

Nuove forze di sicurezza sono arrivate e hanno iniziato a picchiare e arrestare i dimostranti. Le autorità impediscono ora ai monaci di Rong Gonchen di uscire dal monastero o ricevere visite.
Intanto l’International Campaign for Tibet ha denunciato una serie di arresti nella vicina provincia cinese di Gansu avvenuti luendì nel monastero di Labrang dove il 9 aprile i monaci si sono lamentati della respressione anti tibetana con i giornalisti giunti in un viaggio organizzato dalle autorità di Pechino. Non è chiaro quanti monaci siano stati arrestati e dove siano detenuti.

Secondo quanto riferito, le forze di sicurezza cinesi hanno perquisito le celle dei monaci, distruggendo gli arredi sacri e strappando le immagini del Dalai Lama, leader spirituale dei tibetani.


IL BOICOTTAGGIO DI DOMENECH

Il ct della Francia Raymond Domenech ha annunciato che non guarderà le Olimpiadi di Pechino in televisione per manifestare il suo disaccordo con la politica del governo cinese, invitando tutti i francesi a fare altrettanto.
“Tutto il mondo dice oggi che bisognerebbe boicottare i Giochi – ha detto Domenech in un’intervista che Le Monde pubblicherà domani – se uno non vuole i Giochi, ha un buon modo per dimostrarlo: spegnere la tv nel mese di agosto!”.

Domenech chiede ai suoi connazionali un atto di coerenza. “I francesi dicono che non vogliono questi Giochi perché è scandaloso in rapporto ai diritti umani in Cina. Io allora dico alla gente: ‘se siete contro i Giochi in Cina allora non guardateli e spegnete la televisione’. Questo – ha sottolineato il tecnico – è un atto coraggioso e civile. Invece di criticare gli altri, si fa qualcosa di concreto. Io non li guarderò”.

Il ct transalpino ha voluto lanciare anche un appello ai media a non recarsi in Cina per coprire l’evento olimpico. “Voi criticate però poi inviate giornalisti e spendete soldi per qualcosa che definite scandaloso. Direte – ha aggiunto Domenech – che andate lì per fare informazione, ma non non avrete il diritto di uscire, di fare reportage”. Anche il tecnico della nazionale francese, tuttavia, si schiera contro il boicottaggio degli atleti. “Se fossi un atleta, andrei a Pechino per le Olimpiadi. E’ un avvenimento che appartiene loro e che preparano da quattro anni”.

fonte:http://qn.quotidiano.net/2008/04/18/81559-cina_arrestati_oltre_monaci.shtml

Troppo povere: sfrattate dalle case popolari

Case popolari nel centro storico di Genova

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Una donna di 78 anni, sua figlia di 50 e i figli di lei – di 6 e 19 anni – che vivono a Genova in una casa popolare dell’Arte (l’ente ligure di edilizia pubblica) rischiano di finire in mezzo a una strada.

Lo sfratto dovrebbe essere esecutivo dal 29 di aprile e il Difensore Civico della Provincia di Genova, Pietro Gambolato, parla di una situazione allucinante: il reddito complessivo della famiglia è di 460 euro al mese, troppo pochi per sfamare quattro persone e pagare anche i 100 euro al mese di affitto; non solo: la ragazza di 19 anni è gravemente malata, ha un tumore allo stomaco.

Secondo Gambolato – che parla di «applicazione inumana della legge» e ricorda come l’Arte abbia detto in passato di prestare «particolare attenzione alle domande (di casa, ndr) che arrivano da fasce sociali più deboli» – sarebbe urgente costituire un fondo, fra Comune, Provincia e Regione e altri enti, cui poter attingere in casi come questi.

Gambolato, infine, sottolinea un paradosso: se lo sfratto divenisse davvero esecutivo, la donna più anziana verrebbe presumibilmente destinata a una casa di cura, la 50enne e il figlio di 6 anni a una residenza protetta e la ragazza di 19 anni a una struttura ospedaliera; alle fine, insomma, l’operazione costerebbe allo Stato ben più di 100 euro al mese.

La replica del Comune di Genova
Interpellato in proposito, Bruno Pastorino, assessore comunale alle Politiche Abitative, sembra disarmato nello spiegare che, incredibilmente, gli inquilini dell’edilizia pubblica sono meno tutelati rispetto a quelli del privato dove, per esempio, non è possibile sfrattare alcune categorie di residenti, come i malati terminali. «L’unica facoltà che i Comuni hanno – chiarisce Pastorino – è intervenire economicamente per coprire i canoni che le famiglie in difficoltà non possono pagare; peccato che nessun bilancio spieghi dove prendere questi soldi». Anche lui, insomma, spera che istituzioni e privati diano vita a un fondo di solidarietà. Sconfortante, alla fine, la risposta di Pastorino su questo specifico caso: «Non abbiamo possibilità di interrompere queste azioni (lo sfratto, ndr), anche se sappiamo che sono indecenti».

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fonte:http://www.ilsecoloxix.it/genova/view.php?DIR=/genova/documenti/2008/04/18/&CODE=1f19c5c0-0d32-11dd-a18f-0003badbebe4

I sindaci del Nord: «Facciamo un Pd “padano”»

cofferati, chiamparino, pd, torino, bologna
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I sindaci del Nord, da Cacciari a Chiamparino, l’avevano buttata là subito dopo la discesa in campo di Veltroni. E ora dopo il boom della Lega tornano alla carica. «Serve un Pd tagliato per il Nord», dicono. E sono in parecchi a pensare che i democratici, pur rimanendo federati a livello nazionale, dovrebbero mettere in piedi la loro costola padana autonoma.

«Un Pd del Nord? È un progetto giusto, lo dico da anni – ricorda il sindaco di Venezia Massimo Cacciari – Ed è certamente realizzabile, basta volerlo». A volerlo, è il sindaco di Bologna Sergio Cofferati: «Io penso a un Pd federale e non confederato – spiega – che guardi a una dimensione macro-regionale». Ma Cacciari mette già i paletti: «l’Emilia Romagna – dice – non c’entra nulla con il Pd del Nord, è un problema del lombardo-veneto». Chiude il cerchio Sergio Chiamparino, primo cittadino torinese: «Autonomia e decentramento servono non a chiudersi nelle ridotte valligiane ma per fare, realizzare, stare nella competizione».

Ma quella di un Pd del Nord
non è solo un’idea dei sindaci. Anche chi sta a Roma sente che è arrivato il momento di una svolta. «Non c’è dubbio – spiega il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti – che ci sono delle peculiarità territoriali che non possono non condizionare l’offerta politica e la domanda di federalismo sta crescendo in termini molto forti». D’accordo anche Marina Sereni, vicecapogruppo uscente del Pd alla Camera: «Ci sono – spiega – somiglianze su tematiche economiche, sociali e infrastrutturali che giustificano una scelta di questo tipo e conseguentemente una maggiore autonomia di elaborazione e di organizzazione al Pd sul territorio».

I segretari regionali del Pd si incontreranno
per la prima volta dopo le elezioni il prossimo lunedì. Non a caso, a Milano.

Pubblicato il: 18.04.08
Modificato il: 18.04.08 alle ore 16.42

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74770

Berlusconi difende Putin: “minacce” a giornalista russa

“Gestaccio” contro gossip sentimentale

berlusconi, putin

La giovane giornalista russa, quando ha visto il gesto, è scoppiata in lacrime. Natalia Melikova, della Nezavsinaya Gazeta, aveva rivolto al suo presidente Vladimir Putin una domanda scomoda. Gli aveva chiesto conferme sulla sua relazione con l’ex olimpionica di ginnastica artistica Alina Kabayeva, neoeletta deputata a soli 24 anni, e se fosse imminente un divorzio dalla moglie. Il futuro premier italiano Silvio Berlusconi ha anticipato la risposta del leader del Cremlino mimando il gesto che vedete nella foto. Un mitra. Peccato che in Russia i giornalisti, a cominciare da Anna Politkoskaja, vengano uccisi. Davvero.
E così, dopo il “gestaccio”, si assiste ad una doppia scena. Da una parte Berlusconi che scherza sulla giovane e minuta cronista indicando a Putin un noto «retroscenista» italiano e dicendogli: «Tu mi lasci questa giornalista e io ti mando lui». Dall’altra la giornalista, visibilmente scossa, che cerca di tranquillizzarsi ripetendo: «Ho visto il gesto di Berlusconi ma so che il vostro presidente è abituato agli scherzi. Non avrà alcuna conseguenza».
Putin, meno incline agli scherzi, mette intanto in chiaro con i giornalisti, quello che gli preme. Ovvero di «non mettere il naso» nelle sue faccende private. Un addetto all’informazione del governo russo si affretta ad assicurare alla Melikova e ai giornalisti italiani che il monito del presidente «non era rivolto a lei personalmente ma alla stampa in genere».
Pubblicato il: 18.04.08
Modificato il: 18.04.08 alle ore 16.14

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fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74766

Detassazione straordinari. Ichino: “Si penalizzano le donne”

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Detassare gli straordinari?
Per un operaio vale uno stipendio

lavoro in fabbrica

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Roma, 18 aprile 2008 – L’azzeramento delle imposte sul lavoro straordinario, annunciato da Silvio Berlusconi, vale quasi quanto uno stipendio. A fare i conti è il Sole 24 Ore che sostiene che un operaio metalmeccanico che guadagna 1.300 euro lordi al mese se effettua tutte le 250 ore di straordinario previste dal contratto potrà guadagnare 580 euro in più, per un impiegato dell’edilizia con 1.500 euro al mese il beneficio netto annuo può arrivare a 700 euro.

Un ulteriore vantaggio, scrive il quotidiano, si avrà dalla tassazione locale: il metalmeccanico preso in esame se vivesse a Roma dovrebbe pagare lo 0,50% di addizionale comunale sommato a uno 0,90% di addizionale regionale. Avrebbe, quindi, circa altri 30 euro in più, sommati ai 580 risparmiati sull’Irpef.

LA CRITICA DI ICHINO

La detassazione degli straordinari annunciata dal prossimo governo Berlusconi non viene salutata favorevolmente dal giuslavorista Pietro Ichino, neo sentaore del Pd, in un’intervista a ‘Il Sole 24 Orè. “La riduzione dell’Irpef, cominciando dai redditi di lavoro – spiega Ichino – è una scelta molto opportuna. Ma fatta in questo modo, mi sembra che abbia un difetto strutturale e un incoveniente. Il lavoro straordinario lo fanno in netta prevalenza gli uomini: quindi la detassazione degli straordinari favorisce di fatto il lavoro maschile. Per questo aspetto potrebbe addirittura configurarsi una discriminazione indiretta, vieteta dal diritto comunitario. Ma soprattutto l’incentivo va nella direzione sbagliata sul piano macroeconomico”.

E proprio per non svantaggiare le donne il giuslavorista propone incentivi la lavoro femminile “perchè il suo tasso è gravemente al di sotto dello standard europeo. La detassazione selettiva a favore delle donne avrebbe un impatto maggiore sulla crescita dell’economia nazionale”.

Inoltre Ichino paventa che questa misura possa incentivare l’evasione fiscale. “Il rischio è di una forma di evasione fiscale molto facile – afferma- ogni aumento retributivo potrà essere facilmente sottratto all’Irpef fingendo lo svolgimento di lavoro straordinario”.

fonte:http://qn.quotidiano.net/2008/04/18/81566-detassare_straordinari.shtml

Il pane loro

Dopo il successo al Porto di Taranto e a Bologna

Centro Mediterraneo delle Arti Fillea Cgil

Provincia di Roma , Presidenza del Consiglio Provinciale

e Assessorato alle Politiche del Lavoro e Qualità della Vita

Regione Puglia Assessorato al Lavoro Cooperazione e Formazione Professionale

e Assessorato al Mediterraneo

e

CGIL

ROMA LAZIO

Hanno il piacere di invitarla allo spettacolo

Il pane loro

Storie da una Repubblica fondata sul lavoro

da un testo di Stefano Mencherini

regia di Ulderico Pesce

unica replica Venerdì 18 aprile 2008 ore 21.00

all’interno della manifestazione Q44 la primavera della resistenza romana

Officine Marconi

Via Biagio Petrocelli, 147

Zona Tuscolana Romanina

metro fino ad Anagnina poi autobus 504

Roma

Un lungo impegno di inchiesta giornalistica e un testo di Stefano Mencherini

In scena una forte denuncia sociale attraverso storie realmente accadute

raccontate da Ulderico Pesce

Poesie scritte appositamente da Roberto Roversi Franco Loi Alda Merini Marisa Zoni

Gianni D’Elia Attilio Lolini

Musiche composte per lo spettacolo ed eseguite da Rodolfo Maltese

Poesie trasformate in canzoni da Francesco Di Giacomo

Con il Patrocinio del Comune di Roma

Assessorato alle Politiche Culturali

In collaborazione con Peacelink Art.21

www.ilpaneloro.org

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Ufficio Stampa fiammetta baralla e marialuisa giordano – Ufficio Stampa Fillea Cgil mercedes landolfi

3332015944 – 3383500177

fiammettabaralla@alice.itteatro@marialuisagiordano.it

ECOSOSTENIBILE – Minerv® pha, la bioplastica che viene dalla barbabietola

https://i1.wp.com/www.sadesign.it/images/NovitaMese/Maggio/bioshopper.jpg

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Un brevetto italiano

Un nuovo biopolimero che ha ottenuto la certificazione “OK Biodegradable Water” dalla belga Vinçotte, che garantisce la sostenibilità ambientale al 100%

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Bologna, 17 aprile 08

Polyhydroxyalkanoato (Pha): il nome non è facile da pronunciare, ma ci si deve fare l’abitudine, perché è così che si chiama la molecola di base di Minerv® pha, il nuovo biopolimero, messo a punto dalla ricerca italiana. Si tratta di un poliestere lineare che – come si legge nel comunicato di Bio on – per la prima volta è stato prodotto dalla fermentazione batterica della barbabietola da zucchero e non da oli o amido di cereali come la maggior parte dei biopolimeri oggi in commercio. Minerv® pha nasce dal progetto di ricerca, avviato nel 2007 da Bio on, azienda attiva nel settore delle moderne biotecnologie e Co.pro.bi, Cooperativa produttori bieticoli di Bologna ed ora finalmente ha ottenuto la certificazione “OK Biodegradable Water”, dalla belga Vinçotte, attestato della completa biodegradabilità in acqua e a temperatura ambiente. “L’utilizzo di questo biopolimero può dare vita a oltre cento differenti monomeri – si legge nella scheda di presentazione – e ad altrettanti materiali con proprietà estremamente differenti. Può essere impiegato per creare materiali termoplastici o elastomerici, con il punto di fusione che varia da 40 a 180°C, che potranno quindi sostituire, oggetti plastici rigidi ottenuti dal petrolio come Pet, Pp, PVC con i quali si producono bottiglie, packaging alimentare, componentistica auto, arredamento, fibre, pellicole per imballaggio, elettronica”.

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fonte:http://www.rinnovabili.it/minerv-pha-la-bioplastica-che-viene-dalla-barbabietola-701012