Archivio | aprile 19, 2008

Paraguay sceglie il suo presidente: favorito Lugo, l’ex vescovo “rosso”

I sondaggi danno vincente l’ex esponente della “teologia della liberazione”, sospeso a divinis dal Vaticano, sugli altri candidati

In difficoltà il partito Colorado che ha sempre governato il paese

di Omero Ciai

<B>Paraguay sceglie il suo presidente<br>favorito Lugo, l'ex vescovo Fernando Lugo

CARACAS (Venezuela) – Ad Asuncion più che gli avversari, nelle elezioni presidenziali di domenica in Paraguay, il candidato favorito dovrà battere la propaganda “sporca” e i possibili brogli di un partito – i Colorado – che in decenni di potere s’è da tempo confuso con lo Stato. Fernando Lugo, un vescovo di 57 anni, sospeso a divinis dal Vaticano un anno fa quando si è candidato, è da mesi in testa ai sondaggi ma nelle ultime settimane, quando la sua vittoria è divenuta una possibilità reale, è stato al centro di una campagna denigratoria nella quale viene accusato di essere un simpatizzante delle Farc, la guerriglia colombiana che tiene in ostaggio Ingrid Betancourt, e di aver ricevuto grossi finanziamenti dal presidente venezuelano Hugo Chavez.

Formatosi nell’alveo di quella che fu la “Teologia della Liberazione” di padre Leonardo Boff, Lugo è un personaggio molto popolare che – come è già accaduto in Bolivia con Morales, in Ecuador con Correa e in Venezuela con Chavez – miscelando promesse populiste e socialisteggianti ha fatto ampiamente breccia nelle fasce più povere del paese (60 percento dei 6 milioni di abitanti) strappando all’elite al potere il bacino popolare di voto di scambio.

Se riuscirà a vincere in uno dei paesi più arretrati dell’America Latina, Lugo non sarà solo il primo ex vescovo presidente, metterà anche fine a sei decenni di supremazia ininterrotta del Partito Colorado che, senza alcuna discontinuità fra dittatura (quella famigerata del generale Stroessner, 1954-1989) e democrazia, governa il paese dal 1947.

Gli altri due candidati sono Blanca Ovelar, 51 anni, una donna proposta dai Colorado nel tentativo di accompagnare l’onda femminile prevalente nella regione dopo le vittorie della Bachelet in Cile e di Cristina Kirchner in Argentina; e Lino Oviedo, un ex generale protagonista di un tentativo di golpe nel 2000, che rappresenta i grandi proprietari terrieri e le tendenze più revanchiste della borghesia locale.
Il voto è ad un turno secco e si può conquistare la presidenza anche con molto meno del 40 percento dei suffragi. Gli ultimi sondaggi resi noti qualche giorno fa attribuivano a Lugo un vantaggio consistente (tra il 34 e il 35 percento dei voti), seguito dalla Ovelar (sotto il 28%) e Oviedo (25-27%).

Chi guarda con maggiore preoccupazione queste elezioni è Washington. Perché se in Paraguay vince Lugo alla Casa Bianca rimarrebbe un solo fedele alleato in tutto il sub-continente: la Colombia di Uribe. Ma anche perché si complicherebbe l’installazione di una nuova base militare nella zona della Triple frontera dove gli Stati Uniti pensano di trasferire gli Awacs e gli altri aerei-spia che, dopo la vittoria di Correa, devono lasciare la base di Manta in Ecuador.

Anche i due grandi vicini del Paraguay, Brasile e Argentina, guardano con qualche ansia la possibile vittoria dell’ex vescovo. Lugo infatti non solo promette ai contadini senza lavoro di espropriare le terre incolte e di ridistribuirle ma vuole anche rinegoziare con Brasilia e Buenos Aires il prezzo dell’energia elettrica generata dalle due grandi dighe sul fiume Paranà, la maggiore risorsa del paese. Mentre il Brasile e l’Argentina hanno un disperato bisogno di energia per sostenere la loro crescita economica, il Paraguay, paese sostanzialmente agricolo con pochissime industrie, consuma meno del 15% di quella idroelettrica che produce. Ma, secondo Lugo, oggi vende tutta l’energia che gli avanza a “prezzo di costo” invece che a “prezzo di mercato”.

(19 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/paraguay-elezioni/paraguay-elezioni/paraguay-elezioni.html

CINA – La drammatica testimonianza di un monaco buddista

La voce interiore
Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero.

09-04-2008 – Fonte: La Repubblica.it

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“La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità”

Le sue caviglie. “Questa è la cicatrice dei ceppi”. I suoi polsi. “Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene”. La sua bocca. “Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera”.

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Palden Gyatso

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.
A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare.

“Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all’indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all’aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe”.

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver “marginalmente” partecipato all’insurrezione contro l’esercito di Pechino. Dopo l’occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l’ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l’universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. “Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato “schiacciato come un verme”. Durante le “sessioni di studio” dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le “sessioni di lotta”, divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando “Bod rangzen”, Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi – perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso – ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti”.

I cimeli della prigionia

Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. “Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti”.

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: “La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d’ispirazione per tutti noi”.

Chiamato a testimoniare all’Onu, al Congresso statunitense e all’Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell’uomo della stessa Onu: “Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive”, ha scritto nel 1995 l’allora ambasciatore Ma Yuzhens. “Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita”.

La voce interiore

Quest’uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l’India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l’indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

“Accogliendomi, un carceriere mi urlò: “Eccoti l’indipendenza”. E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche – non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere”.

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. “La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008”. La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. “Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s’impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili”.

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all’epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. “Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un’altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue”.

Ma il cambiamento arrivò. “Stranamente subito dopo l’introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama”. Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d’onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello

Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno “adottato” Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.

“La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c’è un’espressione che dice: “Dare i soldi sulla punta del coltello”. È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità”.

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di ANAIS GINORI / foto di JOAKIM ENEROTH

www.repubblica.it

fonte: http://www.promiseland.it/view.php?id=2396

No cluster bomb! Giornata contro le bombe a grappolo

Una cluster bomb - foto Ansa - 160*220 - 26-11-07

Basta con le cluster bomb. Lo dice l´Onu, e l´appello è ancora più forte quando in 90 nazioni nel mondo si celebra la Giornata internazionale sulla consapevolezza dei pericoli e sulle attività d’assistenza contro le mine. È l´occasione per una raccolta di firme per la messa al bando di questi pericolosi ordigni, grazie anche all´impegno di oltre 1400 associazioni ong.

Un rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, dal titolo «Interdire le armi a dispersione: la nostra opportunità per proteggere i civili», sottolinea l’urgenza di firmare un trattato che vieti le armi a grappolo, che rappresentano una minaccia per le popolazioni civili e per lo sviluppo economico. «Il totale – afferma una nota delle Nazioni Unite – le armi a dispersione hanno causato oltre 13mila fra ferimenti e decessi, la maggior parte dei quali si concentrano in cinque Paesi: Afghanistan, Iraq, Laos, Libano e Vietnam”.

Le “cluster bomb” sono bombe a grappolo
che hanno varie cariche esplosive che prima di cadere al suolo esplodono con effetti nell´arco di vari chilometri e contengono centinaia di bombe più piccole che a volte si depositano al suolo, uccidendo o feriscono chi le calpesta, ma anche chi si trova nel loro raggio d’azione. Le bombe a grappolo restano sul terreno potenzialmente attive e pericolose per un tempo illimitato, anche molti anni dopo la conclusione di un conflitto. Circa il 20% degli ordigni resta inesploso, ma rispetto alle mine essi sono più pericolosi, in quanto hanno un raggio d’azione di 150 metri.

Nel rapporto, il programma Onu ricorda gli sforzi fatti per sminare i terreni contaminati da centinaia di migliaia di munizioni inesplose. Le armi dispersione contaminano anche i terreni coltivati, contribuendo all’aggravamento dell’insicurezza alimentare, e compromettono l’accesso all’acqua, ai centri sanitari e ad altri beni primari, ritardando lo sviluppo e la crescita economica. Kathleen Cravero, la direttrice dell’Ufficio per la prevenzione delle crisi del progetto Onu, ha esortato i governi a partecipare ai negoziati, che ricominceranno il mese prossimo a Dublino, al fine di elaborare un nuovo trattato internazionale d´interdizione di questo tipo di armi.

In occasione della prima Giornata internazionale, l’Unicef ha ricordato che sarebbe possibile liberare il mondo da mine e altri residuati bellici esplosivi nel giro di pochi anni, piuttosto che nell´arco di decenni, salvando migliaia di bambini da gravissime ferite e dalla morte. I bambini affrontano la minaccia quotidiana di esplosioni in ogni regione del mondo. Quasi la metà dei villaggi della Cambogia sono infestati da mine e circa un quarto di quelli del Laos da residuati bellici esplosivi. «Le guerre non sono realmente concluse fino a quando i bambini non hanno la possibilità di giocare e andare a scuola in condizioni di sicurezza, senza il timore delle mine, bombe a grappolo e di altri residuati bellici esplosivi”, ha dichiarato il Direttore Generale Unicef Ann Veneman. “Non possiamo permetterci passi indietro rispetto ai risultati raggiunti, che hanno fatto della battaglia contro le mine un successo».

La Giornata Mondiale di mobilitazione contro le bombe cluster. È stata anche l´occasione per lanciare in Italia la Campagna Italiana Contro le Mine. “Una bomba fritta, perché queste sono le uniche bombe che ci piacciono” è il titolo della manifestazione, promossa dal Comune di Roma e dalla Regione Lazio, ha visto protagonista la bomba fritta, un tipico dolce romano offerto gratuitamente in cambio di una firma per la messa al bando delle cluster bomb. «Il nostro obiettivo – spiega Tibisay Ambrosini, responsabile giovani e scuole della Campagna italiana contro le mine – è raccogliere 2mila firme come accaduto durante la Notte Bianca e sensibilizzare più persone possibile».

Nel 2006-2007 sono state 473mila le vittime di mine anti-uomo
nel mondo, spesso si tratta di bambini. «In molte nazioni – ha proseguito Tibisay Ambrosini – gli aiuti umanitari lanciati dagli arerei avevano lo stesso colore giallo degli ordigni e questo confondeva i ragazzini che li raccoglievano, trovandosi poi tra le mani pericolosi ordigni». L´Italia è tra i 32 Paesi al mondo che produce cluster bomb. «Ci proponiamo di raggiungere la soglia di 200mila firme da presentare al Presidente Giorgio Napolitano – ha concluso Tibisay Ambrosini – con la speranza che, a breve, in Italia venga promulgata una legge nazionale per la messa la bando delle cluster bomb».

Pubblicato il: 19.04.08
Modificato il: 19.04.08 alle ore 17.42

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74802

Sinistra Arcobaleno, Vendola: «Non cerchiamo capri espiatori»

Il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero - foto Ansa - 188x250
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Al Palacongressi di Firenze assemblea dell’ associazione per la sinistra unita e plurale alla quale prendono parte, tra gli altri, Giovanni Russo Spena, Paolo Cento, Paolo Ferrero, Gennaro Migliore, Piero Sansonetti e Niki Vendola. Nella grande aula sono confluite da buona parte dell’ Italia del nord e del centro circa un migliaio di persone.
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Vendola: no alla resa dei conti

Assemblea in piedi e un minuto di applausi per Niki Vendola, presidente della regione Puglia. È necessario «sorvegliare le parole delle prossime ore» essere «cauti» avere «amore e attenzione per questa comunità e consentirle di rialzarsi in piedi», ha esordito Vendola. «Bisogna ripartire da qui – ha detto – dall’ analisi della sconfitta. E ci sono due modi: uno che è nella tradizione della peggiore storia sinistra ovvero la ricerca di capri espiatori e colpevoli». A questo, Vendola non vuole «partecipare».

«Anzi – spiega – mi iscrivo alla lista dei colpevoli perchè credo che qualunque dirigente a qualsiasi livello si debba sentire colpevole». «Io – ha proseguito – vorrei partecipare alla discussione sulle cause, bisogna sorvegliare le parole nelle prossime ore, essere cauti, avere cura e amore per questa comunità per consentirle di rialzarsi in piedi».

Il dolore, ha proseguito Vendola nel suo intervento, può essere «una lente di ingrandimento per capire di più e cominciare un altro percorso. Non è vero che chi cade può solo rialzarsi, ci sono anche quelli che si divertono a spezzarsi le gambe e questo io non lo voglio». «Nella società – ha aggiunto – c’è stato un sommovimento straordinario, un cambiamento grande rispetto al quale abbiamo strumenti analitici e strategici asfittici, desueti, poveri e ce la caviamo solo con un pò di sociologia della catastrofe. L’impressione è che il nostro discorso sia sempre un po’ artificiale ed esteriore, un discorso di chi non capisce più il territorio del lavoro non per snobismo radical-chic, ma perché quei territori del lavoro hanno subito una trasformazione grande».

Forse, ha concluso Vendola, «noi dovremmo umilmente, piuttosto che parlare di precari, ascoltare i precari. Il punto non è la domanda politica e sociale di cambiamento, il punto è la nostra offerta politica che è apparsa rinsecchita, povera, un’improvvisazione elettorale. Così è apparso l’Arcobaleno». E «a chi chiedeva come è potuto accadere – ha sottolineato Vendola – bastava vedere tutti i commenti della sinistra arcobaleno dopo la disfatta. Era la controprova che la Sinistra Arcobaleno era stata materia gassosa, non c’era dietro un progetto, un convincimento, una storia, qualcosa che entrasse nell’immaginario».

«Siamo in una fase di transizione, bisogna evitare qualsiasi show down da qui al congresso che dovrà essere l’occasione di aprire il partito ai militanti e a tutto quel popolo che vuol rimettere in piedi la sinistra», ha detto Vendola a margine dell’assemblea. A chi gli ha fatto notare che se ci fosse stato lui alla guida della Sinistra arcobaleno la sconfitta non ci sarebbe stata, Vendola ha risposto di non condividere «questa specie di emozione ingenerosa, questa ingratitudine e anche ferocia che c’è nel cercare in Bertinotti e nei dirigenti della sinistra arcobaleno l’immagine di tutte le colpe. Non penso che il mio volto avrebbe risolto il problema che non è un problema di leadership ma di linguaggio».

Ferrero: non mi candido a segretario Prc

Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, ha annunciato di non essere candidato a segretario di Rifondazione comunista. «Il partito – ha detto – deve fare una discussione e decidere chi deve dirigerlo. Sono il primo responsabile di questa sconfitta e non cerco capri espiatori. Non se ne può più di campagne di stampa in questo senso». Penso che sia assolutamente necessario ripartire dalla discussione collettiva che credo vada allargata nei prossimi giorni: riaprire una discussione politica larga e non sequestrarla negli apparati ristretti». La riorganizzazione del partito «deve riguardare come si valorizzano tutte le militanze che ci sono, di come si ridiventa un punto di riferimento per la gente che soffre». «Il fatto che dentro un partito in cui si apre una discussione – ha aggiunto – ci debba essere una gestione che tenga conto di tutte le opinioni e di tutti i punti di vista è semplicemente un passaggio di democrazia».

«È evidente che abbiamo fallito al governo e nella maggioranza – ha spiegato – e abbiamo fallito perché questo governo ha riprodotto la logica dei due tempi, prima si riduce il deficit e poi si vede, ma quando c’è stato da redistribuire non l’ha fatto. Non penso che abbiamo perso perché non abbiamo avuto l’accordo col Pd, avevamo già perso prima, nell’incapacità in questi due anni di rispondere alle speranze che nel 2006 c’erano state».

Una delusione che ha pagato soprattutto la sinistra radicale: «Noi abbiamo perso più di tutti – ha aggiunto Ferrero – perché su di noi c’erano le maggiori aspettative, e la gente ci ha detto che non si capiva a cosa servivamo, e ha votato Veltroni dicendo che almeno serviva a battere Berlusconi, oppure è stata a casa dicendo che sono tutti uguali».

Se il nodo è quello dell’ utilità sociale della sinistra, «penso che il problema che abbiamo davanti è come riuscire a dar corso all’azione che abbiamo cominciato, dando conto alla fortissima esigenza di unità che c’è, evitando di ripetere gli errori fatti». Così il ministro della Solidarietà sociale ed esponente del Prc Paolo Ferrero a Firenze nel suo intervento all’assemblea della sinistra unità e plurale. «La costruzione dall’alto e lottizzata tra forze politiche – ha detto Ferrero – non è un buon modo di procedere».

Migliore: parola agli iscritti

Per il capogruppo alla Camera del Prc Gennaro Migliore «sicuramente il gruppo dirigente è dimissionario ed è chiaro che non può essere riproposto da qui al congresso e che il congresso deve essere una fase di discussione vera». «Anticipare questa discussione – ha aggiunto – significherebbe fare del congresso una vuota rappresentazione di ciò che si è compiuto prima. Io penso che la parola debba essere data agli iscritti; per questo non si riparte dagli organismi dirigenti ma si riparte dalla base».

Migliore, rispondendo a chi gli ricordava l’invito di Diliberto a ripartire dal simbolo comunista, ha osservato che «quello che non possiamo fare è tornare sic et simpliciter a Rifondazione pre 1998. Quella è una scadenza che per noi ha segnato un processo di autonomia: nel ’98 abbiamo scelto l’autonomia della sinistra rispetto al quadro del governo e abbiamo investito nei movimenti. Diliberto propone di tornare a prima del ’98 e non capisco questo cosa c’entri con il percorso di ricostruzione della sinistra».

Ginsborg attacca i dirigenti di Prc

«Dobbiamo rispondere a questa domanda: chi rappresenta ora la sinistra? Penso che ci sia un grande spazio a sinistra del Pd e se siamo umili e intelligenti possiamo, con tenacia, riempirlo. Non sono pessimista, possiamo farcerla ma dobbiamo subito risolvere i problemi di chi ci rappresenta». Lo ha detto Paul Ginsborg intellettuale e anima del movimento della Sinistra unita e plurale intervenendo all’assemblea a Firenze. «Non posso stare – ha aggiunto – in un’aggregazione politica in cui la democrazia non c’è. Dico a quegli esponenti di Rifondazione che oggi saranno al comitato nazionale che io non voglio che i nostri destini siano decisi da loro, non è possibile». Quindi, smettete di «litigare e di radicalizzare le posizioni che vi dividono. Abbiamo bisogno di Rita Borsellino, di Paolo Ferrero, di Fulvia Bandoli, di Niki Vendola e tutti insieme non vogliamo sentire che vi siete divisi».

«Oggi – ha proseguito Ginsborg – ho visto negli occhi dei dirigenti di Rifondazione il veleno della parte, del risentimento, della radicalizzazione. Bisogna in qualche modo, pur sapendo che veniamo da tante tradizioni, saper lavorare insieme. Nessuno dalla società civile vi direbbe mai: dovete sciogliervi. Dovete decidere voi, ma dovete aprire subito uno spazio di decisione nostra tutta e non possiamo aspettare».

Tortorella si sente male

Momenti di paura per Aldo Tortorella, esponente storico del Pci, che è stato colto da malore subito dopo aver terminato il suo intervento. Scendendo dal palco per tornare a sedersi in platea, l’81enne Tortorella si è sentito male, ed è stato sorretto da due compagni mentre stava per cadere a terra; è stato quindi soccorso sul posto da personale sanitario, ed è tuttora sotto osservazione nei locali del Palacongressi. Secondo quanto appreso, lo storico membro della Resistenza e del Pci, ha sofferto un piccolo problema cardiaco.

Nel pomeriggio poi Tortorella è rientrato tra gli applausi e ha ripreso a seguire i lavori dell’assemblea.

Pubblicato il: 19.04.08
Modificato il: 19.04.08 alle ore 16.10

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74796

Salute di tutti… o interessi di pochi?

Riceviamo… e pubblichiamo volentieri:

SABATO 19 APRILE – ORE 17

QUARTIERE FERROVIERI, VICENZA
c/o SALA della CIRCOSCRIZIONE
VIA VACCARI, 107 angolo Via Rismondo, 2

Assemblea pubblica
No ai rifiuti tossici e nocivi nel quartiere ferrovieri

Saranno presenti

DELEGATI e LAVORATORI
delle OFFICINE TRENITALIA di VICENZA

FULVIO AURORA
Vice-presidente di Medicina Democratica (MD)
Segretario dell’Associazione Esposti Amianto (AEA)

VALENTINO TAVOLAZZI
Ingegnere, Medicina Democratica di Ferrara

Trenitalia ed Enel vogliono costruire nel quartiere Ferrovieri di Vicenza un impianto per il trattamento e lo smaltimento di rifiuti pericolosi, classificato come “industria insalubre di 1° classe”, cioè molto pericoloso per la salute.

Perché? Perché alcuni studi hanno dimostrato che il settore vale 90 milioni di tonnellate annue di rifiuti pericolosi derivanti da lavorazioni industriali e cresce annualmente di circa il 10%, mentre il mercato dello smaltimento, il cui giro d’affari vale circa 600 milioni di euro con tassi di crescita costanti nell’ordine dell’8% annuo. E’, insomma, una torta gigantesca di cui Trenitalia ed Enel vogliono spartirsi una fetta.

Che poi questo venga fatto sulla pelle dei lavoratori o dei cittadini, questo, a lor signori, importa poco.
I lavoratori delle Officine di Trenitalia si stanno già mobilitando contro la costruzione di questo impianto la cui pericolosità, come al solito, come per l’amianto, ci verrà confermata tra 20 anni, quando saranno evidenti i danni per la salute.
Alla metà di aprile ci sarà uno sciopero e una manifestazione dei ferrovieri contro la costruzione dell’impianto a cui tutti dobbiamo dare il nostro contributo, come lavoratori, come cittadini, come abitanti del quartiere.

L’assemblea sarà un importante momento di approfondimento sui rischi di questo impianto e sulle ragioni del nostro no alla sua costruzione. Saranno presenti esperti e lavoratori; sarà possibile confrontarsi e discutere assieme come portare avanti questa lotta per la salute nel territorio e nei luoghi di lavoro.

PRIMOMAGGIO
Redazione del Veneto
Piazzetta San Gaetano 1, SCHIO (VI)
EMAIL: primomaggio.veneto@libero.it
TEL: 348.2900511 – 340.4063172

http://xoomer.virgilio.it/pmweb
http://xoomer.alice.it/pmweb


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Il volantino distribuito dai lavoratori delle Officine da cui abbiamo ripreso il titolo dell’assemblea


NO AI RIFIUTI TOSSICI E NOCIVI NEL QUARTIERE FERROVIERI

La società WISCO (controllata al 51% da ENEL – HYDRO e per il restante 49% da TRENITALIA S.p.A) è intenzionata a costruire nel quartiere FERROVIERI del Comune di Vicenza un impianto polifunzionale per il trattamento e lo smaltimento di rifiuti pericolosi, classificato ai punti B.100 e B.101 dell’allegato del Decreto del Ministero della Sanità del 05/09/1994 quale “industria insalubre di 1ª classe”.

La prima classe comprende quelle industrie che dovrebbero essere costruite in zone isolate e lontane dai centri abitati, essendo molto pericolose per la salute pubblica.

La suddetta struttura verrebbe costruita dentro l’area dell’Arsenale di proprietà di TRENITALIA S.p.A., utilizzando, ampliando ed adeguando l’esistente impianto di depurazione per il trattamento delle acque sporche dell’officina di manutenzione ferroviaria e dovrebbe trattare, secondo il progetto, 250 tonnellate al giorno di liquami tossici e nocivi derivanti in gran parte da lavorazioni industriali.

I rifiuti pericolosi proverrebbero dai seguenti comparti produttivi: industria petrolchimica e raffinazione del petrolio, chimica di base, processi chimici organici ed inorganici (pesticidi, fertilizzanti, catalizzatori, materie plastiche e gomme, detergenti e cosmetici ecc.), farmaceutica, galvanica, metalmeccanica, produzione di pitture, vernici, solventi ecc.

I lavoratori dell’ex Officina Grandi Riparazioni di Vicenza si schierano contro questa realizzazione, perché la sua messa in opera condannerebbe non solo gli oltre 400 lavoratori dell’Arsenale (ferrovieri e dipendenti di ditte appaltatrici), ma anche i lavoratori e gli abitanti della zona circostante, ad una forte e costante esposizione di sostanze volatili di varia natura, tra le quali agenti patogeni generati dalla trasformazione microbiologica che provocano malattie tumorali, rilasciate nell’atmosfera con inevitabili gravi danni per la salute pubblica. Altre problematiche ad esso connesse sarebbero le esalazioni nauseabonde e maleodoranti nonché la proliferazione d’insetti e roditori. Ulteriori situazioni pericolose per la salute pubblica possono verificarsi, per il tipo d’impianto in esame, quando s’inviano liquidi nello stesso serbatoio che miscelati tra loro interagiscono con formazione di sostanze gassose altamente pericolose e sprigionate nell’aria.

Il trasporto di questi rifiuti, inoltre, comporterebbe un notevole aumento del traffico derivante dalla circolazione di mezzi pesanti e causerebbe un enorme inquinamento per lo sversamento accidentale ed incontrollato di reflui, quindi infiltrazione attraverso il suolo ed il sottosuolo, con inevitabili impatti negativi sull’ambiente e sulla catena alimentare a causa dell’inquinamento delle falde idriche superficiali e profonde sottostanti il depuratore, in un’area già pesantemente interessata da fenomeni d’inquinamento ambientale.

I lavoratori dello Stabilimento OMC di Vicenza condannano la politica di TRENITALIA S.p.A., finalizzata ad abbandonare la manutenzione dei materiali rotabili, la sicurezza nelle carrozze e dell’intero comparto ferroviario, a favore di attività dove ricavare profitto sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini, come lo smaltimento di rifiuti tossici e nocivi dove si calcola che il giro d’affari valga circa 600 milioni di euro, con tassi di crescita costanti nell’ordine dell’8 % annuo. La società Wisco ritiene che lo spazio a sua disposizione, 2500 mq di area, per la realizzazione dell’impianto sia scarso per soddisfare la domanda inevasa di smaltimento di rifiuti pericolosi, la cui produzione regionale cresce annualmente del 14%, condizionando negativamente la capacità di trattamento dello stesso. In questo modo verrebbe messa in discussione l’esistenza stessa dello stabilimento.

La stessa politica con la quale, negli anni passati, il gruppo Ferrovie dello Stato ha condannato un’intera categoria di lavoratori alla morte (una quindicina i morti accertati, una decina i malati e quanti si ammaleranno, purtroppo, in futuro), costringendo gli ignari ferrovieri a lavorare in reparti “mattatoio”con un materiale, l’amianto, la cui nocività era già nota dal 1935 e nulla ha fatto per tutelarne la salute e per difendere quella degli abitanti della zona circostante lo stabilimento, perché le necessarie misure di prevenzione e di tutela rappresentavano un aumento dei costi che per l’azienda andavano contenuti.

I lavoratori dell’Arsenale intendono unirsi con gli abitanti del quartiere FERROVIERI, per costruire assieme forti iniziative di lotta per tutelare la salute dell’uomo e per salvaguardare il proprio posto di lavoro ed i beni ambientali.

Invitiamo tutti gli abitanti e non a mettersi in contatto con noi ai seguenti recapiti per avere informazioni dettagliate sul progetto, per esprimere la propria solidarietà e per partecipare alle iniziative di lotta dei lavoratori dell’ex Officina Grandi Riparazioni, a partire dalla manifestazione a Venezia (che indicativamente si terra a metà aprile, dopo le elezioni politiche), dove ci recheremo al Palazzo della Regione per chiedere che non venga autorizzata la costruzione di quest’impianto altamente pericoloso.

Alcuni lavoratori dello Stabilimento OMC di Vicenza

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Comunicato di solidarietà dei lavoratori delle Officine Grandi Riparazioni di Voghera ai lavoratori e cittadini di Vicenza

Ai colleghi dell’Officina Ferroviaria di Vicenza

Ai cittadini di Vicenza

Le maestranze e le rappresentanze sindacali dell’Officina Ferroviaria di Voghera insieme agli abitanti del quartiere Medassino, dove è sito il nostro impianto, vogliono partecipare con queste poche righe di solidarietà alla vostra battaglia per la salute.

Due anni fa le due Officine si trovavano nella stessa situazione e, grazie alla collaborazione dei lavoratori di Vicenza che ci hanno instradato, siamo riusciti, tutti insieme, a scongiurare (speriamo per sempre!) la realizzazione nello stabilimento di Voghera degli impianti di stoccaggio e depurazione di liquidi contenenti sostanze estremamente pericolose per la salute.

Sapendo che fra voi ci sono persone che già conoscono nel dettaglio la grave situazione in cui vi trovate, vi chiediamo di ascoltare, imparare e capire che bisogna proseguire compatti, per tutelare il diritto alla salute che tutti indistintamente abbiamo, partecipando alle riunioni, intervenendo con le Istituzioni e mobilitandosi, ognuno di voi personalmente, per non permettere che altri scempi si compiano sulla vostra pelle e su quella delle future generazioni.

Vi ringraziamo per essere stati solidali con noi e ricambiamo con altrettanta forza la stretta di mano e l’abbraccio che voi per primi ci avete indirizzato.

Siamo con voi.

Non fatevi spaventare e andiamo avanti tutti insieme.

Le maestranze e le rappresentanze sindacali dell’Officina Ferroviaria di Voghera e agli abitanti del quartiere Medassino

Voghera, 16 aprile 2008

Chi desidera i materiali ufficiali relativi alla costruzione dell’impianto può contattare la redazione veneta.

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