Archivio | aprile 23, 2008

BRASILE – La carta che uccide

.

di Gennaro Carotenuto DA LATINOAMERICA

.
Ottocento donne di Via Campesina, una delle più importanti organizzazioni al mondo di piccoli coltivatori, ha occupato un bosco di eucalipti nell’estremo Sud del Brasile. Lo scopo era abbatterli per sostituirli con piante native compatibili con l’ecosistema. La repressione ordinata da Yeda Crusius, governatrice del Río Grande do Sul, lo stato di Porto Alegre, è stata durissima. Nessuno deve toccare l’albero vampiro.

Almeno 50 militanti sono rimaste ferite dalle manganellate e dalle pallottole di gomma. Tutte le altre sono state rinchiuse in uno stadio. E’ la punta dell’Iceberg di uno dei conflitti coloniali e apparentemente puliti che si combattono in America latina, quello contro la colonizzazione da cellulosa. Se il conflitto per le cartiere tra Uruguay e Argentina ha infatti occupato le prime pagine dei giornali, quello sulla silenziosa occupazione di enormi estensioni di territorio dal Cile all’Uruguay, dall’Argentina al Brasile con alberi di eucalipto, da parte delle più grandi multinazionali della carta, avviene nel silenzio. Eppure tutti gli studi dimostrano la nocività dell’albero che consuma più acqua al mondo, che più ha bisogno di fertilizzanti chimici velenosi, e che intorno a lui per grandi estensioni impedisce qualunque altra coltivazione. E lo sfruttamento del quale, completamente meccanizzato, non crea e anzi distrugge posti di lavoro.

L’azione delle donne di Via Campesina, appoggiata anche dai Sem Terra, non è la prima. Già nel 2006 occuparono un’altra impresa, la Aracruz, per denunciare che per far posto agli eucalipti non solo la vegetazione nativa era stata eliminata, ma migliaia di membri di comunità indigene e di piccoli coltivatori erano stati espulsi dalle loro terre. Un’altra impresa, brasiliana solo di facciata e dietro la quale si celano le grandi multinazionali finlandesi e svedesi del settore, come la Stora-Enso, la Azenglever, possiede 45.000 ettari ma vuole presto arrivare ai 100.000.

La produzione di cellulosa è un vero affare, se è vero quello che denunciano i Sem Terra, che solo nel Río Grande do Sul, le multinazionali del settori hanno finanziato il governo statale con 300 milioni di dollari per potere operare.

Il movimento mondiale in difesa dei boschi (www.wrm.org.uy) denuncia che in meno di mezzo secolo il consumo di carta nel mondo è più che raddoppiato. E che è raddoppiato in maniera diseguale se i finlandesi ne consumano 334 kg per anno (seguiti dagli statunitensi con 312) mentre nel Sud del mondo non si arriva ai venti kg. Quasi tutto l’aumento di consumo è dovuto agli imballaggi per le merci globalizzate. Il paradosso è che tutto ciò viene chiamato “riforestazione”, e gode perfino di ottima stampa.

___________________________________________________________________________________________________

23-04-2008 :: Occhi aperti sulle Ande :: Ojos abiertos en los Andes ::
SELVAS.org
Osservatorio Informativo
Indipendente sulle Americhe

.

L’8 marzo scorso duemila donne di Vía Campesina hanno messo in atto a Barra do Ribeiro, Río Grande del Sur un’azione simbolica nell’ambito della giornata internazionale della donna. In pochi minuti hanno distrutto parte della piantagione di eucalipti della cartiera multinazionale Aracruz, a forte partecipazione di capitale norvegese.
Quasi tre mesi dopo, sono molte le dirigenti contadine brasiliane tenute nascoste in via preventiva per far fronte ad una offensiva politica inqualificabile mascherata da una parvenza di giuridicità. Volevano denunciare la presenza aggressiva delle cartiere nel Paese con i loro “deserti verdi” e le conseguenze disastrose per l’ambiente e per le persone. “Un eucalipto consuma 30 litri di acqua al giorno… inoltre questa variante dell’agrobusiness (enorme sfruttamento agropecuario estensivo) non crea posti di lavoro”, denuncia Margarida Silva
(1) in questa intervista esclusiva sgonfiando i nuovi miti “di sviluppo”.

.
Contadine brasiliane perseguitate dal Deserto Verde
Vía Campesina contro la cartiera Aracruz e l’agrobusiness

.

Per Selvas.org – Sergio Ferrari e Corinne Dobler*

(*Collaborazione E-CHANGER, ONG di cooperazione solidale)



Traduzione di Sonia Chialastri, revisione di Cecilia Silveri dei Traduttori per la Pace

(1) Margarida Silva, nome fittizio usato per proteggere l’intervistata visto lo stato di repressione crescente contro il Movimiento de Mujeres Campesinas e Vía Campesina.



Ecco come si presenta una piantagione di eucalipti; evidente è lo stato di degrado e impoverimento del substrato attuale: una volta era foresta amazzonica.


>> En Español
Campesinas brasileras perseguidas por el Desierto Verde



:: DESERTO VERDE::
Documenti

Reportage e news (in tedesco)
http://www.umwelt.org


Dossier breve (in tedesco)
http://www.paperwatch.info


Gran Dossier di
Accion Ecologica
(in spagnolo)
PLANTACIONES DE EUCALIPTO EN SUDAMERICA:
LAS COMUNIDADES AFECTADAS SE DEFIENDEN
Download>>(276 Kb)


Gran Dossier di
Movimiento Mundial por los Bosques Tropicales
(in spagnolo)
PLANTACIONES DE EUCALIPTO
Y PRODUCCIÓN DE CELULOSA
PROMESAS DE EMPLEO Y
DESTRUCCIÓN DEL TRABAJO
El caso Aracruz Celulose en Brasil

Download>>(236 Kb)


VIA CAMPESINA
http://viacampesina.org/

Silva, 45 anni, vive nella comunità Santa María del municipio di Condor, nello stato di Río Grande del Sur (RS) ed è militante del Movimiento de Mujeres Campesinas (MMC – movimento delle donne contadine), principale bersaglio di questa spirale repressiva in corso.


Può ricordarci i fatti accaduti l’8 marzo a Río Grande del Sur e che sono alla base di questa complicata situazione che stanno vivendo le donne organizzate di quello stato?
L’8 marzo simboleggia storicamente la lotta delle donne lavoratrici. Quest’anno, ancora una volta, questo giorno si è distinto per la nostra lotta di resistenza in difesa della vita, dell’umanità e dell’intero pianeta. Ogni donna che prende coscienza del pericolo che corrono i suoi figli, non si risparmia per difenderli e garantire loro la vita. Siamo molto preoccupate per la grave situazione dell’ambiente, il consumo irreversibile della biodiversità e soprattutto dell’avanzata dell’agrobusiness che favorisce le multinazionali nell’appropriazione delle risorse e delle ricchezze naturali che ci appartengono. L’agrobusiness rafforza le monocolture e la concentrazione della produzione, appropriandosi di terre che potrebbero essere destinate alla riforma agraria. Inoltre, caccia dalle loro terre contadini e contadine, comunità quilombolas (ndr: di discendenza africana) ed indigeni. Per questa ragione, lo scorso 8 marzo, abbiamo messo in atto delle azioni di lotta, al fine di denunciare le conseguenze nefaste di questa prospettiva di sviluppo economico, prendendo di mira le cartiere, che rappresentano probabilmente una delle facce più nuove ed aggressive dell’agrobusiness.

ACQUA PER GLI EUCALIPTI, SICCITÀ PER LA POPOLAZIONE

Lei parla di agrobusiness ed imprese cartiere … Potrebbe spiegarci l’impatto che ha sull’ambiente?
Le conseguenze per la natura e gli esseri viventi sono terribili, potremmo dire quasi mortali. Secondo gli esperti, una pianta di eucalipto consuma circa 30 litri di acqua al giorno. Nella nostra regione, la pioggia di un anno è il 20% inferiore al consumo di acqua degli eucalipti. Le conseguenze sono evidenti e si esprimono/manifestano attraverso siccità molto intense con il rischio ogni volta più forte di non avere acqua da bere. Nel nordest del Brasile, dove si trova anche la Aracruz, si sono già asciugati circa 150 fiumi. D’altra parte le cartiere sono altamente inquinanti. Utilizzano molta acqua. Le acque reflue contaminano i nostri fiumi e i nostri laghi. Così come è provato che l’utilizzo del cloro in grandi quantità per lo sbiancamento della carta è altamente distruttivo per la cappa di ozono, il che provoca un aumento del calore.



Dietro ogni nuova grande cartiera c’è tutto un discorso di crescita rapida dell’impiego e di nuove fonti di lavoro…
La monocoltura dell’eucalipto non crea posti di lavoro. Ad esempio, la Aracruz, crea un posto ogni 185 ettari. È infimo. Con l’aggravante di provocare l’espulsione di massa delle famiglie dai campi e un’invasione sempre meno sostenibile delle città, come accade a Espíritu Santo.

L’industria della carta ha molto peso in Brasile?
Le piantagioni di eucalipto, pini e acacie avanzano velocemente. Il mercato del legno per la carta è in piena crescita. Nei prossimi 50 anni, lo stesso non si confronterà con grandi difficoltà. In base a vari studi nel nostro Paese la domanda di legno è maggiore dell’offerta. Molte multinazionali hanno trasferito le loro attività nei paesi del sud, comprando imprese o creando società. Qui il guadagno è maggiore, in quanto la manodopera è più economica e le risorse naturali abbondanti, potendo contare sulle infrastrutture necessarie di strade, porti, e telecomunicazioni. E soprattutto, al momento c’è acqua in abbondanza. Solo a Río Grande del Sur, esistono, tra gli altri, la Laguna de los Patos, la Laguna Mirim, il Río Uruguay e il Río Ibicuí. Un altro fattore determinante relativo all’industrializzazione delle cartiere è il livello di inquinamento molto alto. Per questo le grandi multinazionali si dirigono nei Paesi del sud. Inoltre, le condizioni del terreno sono favorevoli e permettono una produzione più rapida come anche la meccanizzazione completa di tutto il processo. Nel mio Stato esistono già circa 360 mila ettari piantati ad alberi per la produzione di cellulosa. Tre sono le imprese proprietarie del “deserto verde gaucho”: Aracruz Celulose, Votorantim e Stora Enso, che producono per esportare e generano un grande profitto. Nel 2003, la Aracruz ha registrato un guadagno netto di 870 milioni di reales (ndr: circa 300 milioni di dollari). Non bisogna dimenticare inoltre che la Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale, BNDES, socia dell’impresa Aracruz con il 12,5% di partecipazione in rappresentanza del governo brasiliano, usa risorse del FAT (Fondo de Amparo al Trabajador – fondo di assistenza ai lavoratori), per finanziare la monocoltura di eucalipto.

LA DENUNCIA COME ARMA DI SOPRAVVIVENZA



Qual è stata la reazione dell’opinione pubblica all’azione delle donne dell’8 marzo?
Di fronte a questa drammatica realtà, le donne contadine non potevano rimanere in silenzio. Perciò, hanno messo in atto quella manifestazione in difesa della vita e del pianeta, nonostante sapessero che azioni di quel tipo avrebbero provocato diverse reazioni nella società, incoraggiate dai mezzi di comunicazione privati e da apparati dello Stato, e trovando riparo nelle leggi che proteggono queste industrie anche al prezzo di criminalizzare la lotta dei movimenti sociali. Questa azione delle donne di Vía Campesina ha contato sull’appoggio di tale rete internazionale, della Marcia Mondiale delle Donne, nonché di enti ed organizzazioni ambientaliste, religiose, chiese, ONG, movimenti studenteschi ecc. Comprese alcune autorità, tra cui il governatore dello Stato del Paranà, giudici, parlamentari ed attivisti dei diversi settori sociali.

L’azione ha ottenuto il risultato sperato?
Le donne hanno dato forza al progetto di agricoltura contadina che lotta per la preservazione della biodiversità, la produzione di alimenti diversificati, l’accesso e la permanenza sulle loro terre… e che cerca di assicurare politiche pubbliche che favoriscano sia la produzione che la stessa vita nell’ambiente rurale (salute, educazione, trasporto, divertimento…). Non si può negare, tuttavia, che le donne non possono scappare da questa congiuntura di repressione che tenta di criminalizzare la lotta che, in generale, i movimenti sociali popolari portano avanti.
Con l’azione si è voluto focalizzare l’attenzione sul nucleo stesso del modello capitalista, mettendo in allerta sul pericolo che stiamo affrontando con il disastro ecologico, l’estinzione della biodiversità e della cultura contadina; l’avanzata dell’agrobusiness delle cartiere nei paesi del Sud.

37 persone, la maggioranza donne, sono state chiamate a rispondere in giudizio per l’azione dell’8 marzo. Cosa accade attualmente, a più di due mesi da quel fatto?

Molti dirigenti e le loro famiglie sono perseguitati. C’è una pressione reale sui movimenti nazionali o locali…con mandati di carcerazione preventiva e processi in corso. Il metodo per incriminare – e reprimere – le donne ha trovato espressione nella maniera arbitraria con cui ha agito il delegato della polizia Rudimar de Freitas Rosales, che il 21 marzo assieme a sei agenti ha perquisito la casa della Asociación de Mujeres Trabajadoras Rurales, a Passo Fundo, Río Grande del Sur. La polizia è arrivata alle 14, buttando giù il portone. Sono entrati con la forza nel terreno dell’Associazione con armi da fuoco alla mano e hanno minacciato sette donne incluso una bambina presenti sul posto. Sono state chiuse in cucina e interrogate con la forza.

Le donne non capivano cosa stesse accadendo, dato che gli agenti non si erano identificati. Solamente in seguito hanno mostrato il mandato di perquisizione emesso dal giudice Dott. Sebastião Francisco da Rosa Marinho. L’arbitrarietà è stata tale che le donne hanno ottenuto il permesso di contattare un avvocato solo 80 minuti dopo l’invasione. La perquisizione non si è limitata alla segreteria dell’Associazione, ma è stata estesa a tutti gli ambienti (cucina, bagno, camere) spargendo tutto sul pavimento. Hanno portato via gli hard disk dei computer, dischetti, documenti di trasporto, denaro, matrici di assegni, tutti i documenti dell’Associazione, archivi con progetti e libri dei conti, quaderni e annotazioni. Inoltre, la polizia è entrata senza mandato giudiziale nella sede della Asociación Nacional de Mujeres Campesinas, che si trova al piano inferiore dell’ente statuale e che ha un’entrata indipendente. Nella sede nazionale i poliziotti hanno umiliato la funzionaria presente e una donna che si trovava nel locale e si sono appropriati di numerosi elementi, pur non avendo alcun mandato del giudice. D’altra parte, il capo della polizia ha minacciato le presenti affinché si presentassero in caserma quella sera stessa per una dichiarazione. Hanno costretto le donne a firmare la suddetta dichiarazione nonostante non fosse presente l’avvocato. È davvero scandaloso. Non solo sono stati violati i diritti umani basilari, ma è stato anche dimostrato il maschilismo dell’istituzione, che solo davanti alla presenza maschile dell’avvocato hanno iniziato a rispettare le donne.

Qual è la situazione attuale dopo questi fatti inimmaginabili in uno Stato di diritto?
La polizia ha passato la denuncia al Pubblico Ministero. Sono state incolpate 37 persone, tra cui 4 stranieri che non hanno partecipato ai fatti. Le accuse sono senza senso: violazione della proprietà privata; distruzione di impianti e di un laboratorio; sequestro; spionaggio industriale; furto; costituzione di banda o associazione illecita; riciclaggio di denaro ecc. C’è da dire che il primo giudice incaricato, alunno di Fray Sergio, deputato statale del Partito dei Lavoratori di Río Grande, è stato già destituito e rimpiazzato da un giudice di destra. Il che anticipa il tono del processo…
Da parte nostra e a prescindere da tutta questa offensiva, riaffermiamo la lotta per i diritti umani, specialmente delle donne lavoratrici, che continuano ad essere aggredite per difendere la vita, la biodiversità, la sovranità alimentare della popolazione brasiliana. Siamo convinte, e lo dimostra la storia, che tutte le forme di lotta a difesa della vita e dell’umanità siano legittime. Non abbiamo il minimo dubbio…



La Mappatura della FAO
Parte del documento dell’agenzia delle Nazioni Unite che dimostra la vastità dell’intervento di piantumazione industriale in Brasile.

http://www.fao.org/DOCREP/004/AC459S/AC459S34.gif

Scarica qui il documento parziale della FAO – Download>>(560 Kb)


….

PATOLOGÍA, PLAGAS Y DISFUNCIONES
A causa de la inmensa extensión en latitud cubierta por el Brasil, el país está afrontando, y debe afrontar, algunos problemas con patógenos vegetales e inconvenientes con plagas de insectos. El país ofrece ejemplos de las dificultades que se derivan de las plantaciones de eucaliptos como especies exóticas fuera de su ambiente de presencia natural.
….


Sergio Ferrari, Colaboración E-CHANGER
ONG di cooperazione solidale promotrice del Forum Sociale Svizzero

E-mail: redazione@selvas.org

fonte:http://www.selvas.org/newsBR0206.html

Quei milionari nullatenenti

SPECIALE – da leggere su L’ESPRESSO

Da Ciarrapico a Tanzi, da Cragnotti alla dark lady Gucci, da Previti a Fiorani. Fanno la bella vita, abitano in ville da sogno ma risultano non possedere nulla. E da anni evitano di risarcire le vittime dei loro misfatti

.

di Paolo Biondani

.

Licio Gelli a Villa Wanda
.

Lo stavano inseguendo da un ventennio. Una lunga ma inutile caccia al tesoro. Tra residenze di comodo, cavilli procedurali, vecchie bancarotte e nuove aziende che si rivelano fantasmi legali. Ora i creditori di Giuseppe Ciarrapico, sulla carta imprenditore con mille interessi, eppure formalmente nullatenente di fronte alla legge, si preparano a modo loro a festeggiarne l’elezione a senatore.
La sua legislatura rischia di aprirsi con un pignoramento a Palazzo Madama: «Siamo già pronti a bloccare il suo stipendio di parlamentare. Finalmente Ciarrapico non potrà più prendere in giro la giustizia». A preannunciare «con la forza dell’esasperazione» questo attacco finale al portafoglio del neo-senatore berlusconiano, sono gli avvocati di una sessantina di vittime del crac dell’Ambrosiano.

Da quella storica bancarotta è passato più di un quarto di secolo. Ma fra i 38 condannati, almeno cinque sono riusciti a non risarcire neppure un centestimo. Dichiarandosi nullatenenti. Come Ciarrapico. L’imprenditore è stato più volte indicato, senza contestazioni, come titolare di società editoriali, stabilimenti termali, cliniche private, alberghi, ristoranti e aziende di acque minerali. Lo stesso leader di Forza Italia dichiarò di averlo candidato nella convinzione che fosse «utile perché proprietario di giornali». Errore: anche quei quotidiani figurano intestati ad altri. Lui invece, nonostante i costi della campagna elettorale, continua a non avere nulla da offrire ai creditori. E il suo caso, più che l’eccezione, sembra ormai la regola.

Dopo anni di leggi-vergogna (reati aboliti, verbali annientati, prove dimezzate, riforme incostituzionali, nullità a valanga, prescrizioni facili e per finire l’indulto), la giustizia si mostra incapace di far pagare il conto perfino ai condannati con sentenze definitive per reati che hanno fatto storia.

Dal crack Ambrosiano alle bancarotte Cirio e Parmalat, dallo scandalo dei giudici corrotti agli omicidi milionari, in Italia il delitto paga. L’ostruzionismo legale di Ciarrapico fa sensazione, perché riguarda una bancarotta simbolo del passato: un fallimento da 1.193 miliardi di lire del 1982. Dopo l’omicidio di Roberto Calvi, la più grave condanna definitiva ha colpito Licio Gelli, il burattinaio della loggia P2, principale beneficiario della montagna di soldi rubati al Banco. I pm milanesi hanno dimostrato che li aveva nascosti in Svizzera insieme a 250 chili d’oro. Eppure anche lui ne è uscito ricco. Già nel ’96 il Nuovo Ambrosiano, pur di riavere il grosso del maltolto, si è rassegnato a lasciare a Gelli 12,5 milioni di franchi svizzeri e le due ville di Villefranche sur Mer, in Costa Azzurra, e di Castiglion Fibocchi, la splendida residenza aretina dove ha scontato la pena. Qui i creditori hanno potuto pignorargli solo gli ultimi lingotti occultati nelle fioriere. Ora i civilisti Cristina Mordiglia, Gianfranco Lenzini e Alberto D’Aguanno, che

La casina Valadier a Roma
.

rappresentano gli azionisti irriducibili dell’Ambrosiano, stanno reclamando risarcimenti da altri cinque pregiudicati. Ciarrapico è il primo della lista nera. Condannato anche per un’altra bancarotta (Casina Valadier), ha evitato il carcere grazie a due indulti. E continua a sfuggire ai pignoramenti.

Nel maggio scorso, come informava
“Il Sole 24 Ore”, l’ufficiale giudiziario si è presentato nella sua residenza dichiarata, cioè nel capannone accanto alla tipografia di “Ciociaria Oggi”, scoprendovi però «una sola stanza con brandina, tavolo, piccolo armadio e comodino». Niente di pignorabile, insomma. Anzi, le parti civili avvertono che «Ciarrapico ha fatto annullare per motivi procedurali perfino quest’ultimo tentativo di esecuzione forzata». Di qui la soluzione finale: bloccare un quinto del suo nuovo reddito di parlamentare. Vent’anni dopo l’Ambrosiano, il primo dei nuovi choc per i risparmiatori italiani è stato il crack della Cirio. Nel novembre 2002 la gestione di Sergio Cragnotti ha mandato in fumo obbligazioni (i famosi bond) per 1.125 milioni di euro. Ma anche l’ex re dei pelati non ha ancora risarcito nessuno. Gli avvocati Nicola Madia e Giuseppe Niccolini, che rappresentano il fallimento (e indirettamente gli oltre 35 mila danneggiati), confermano di non avergli trovato «nulla di pignorabile».

Il tribunale civile di Roma, il 5 febbraio, ha condannato Cragnotti a un risarcimento immediato di oltre 300 milioni di euro per l’affare Eurolat: un bidone rifilato alla Parmalat con la presunta regia della Banca di Roma guidata da Cesare Geronzi, che dopo due rinvii a giudizio e una condanna in primo grado per bancarotta è diventato presidente di Mediobanca. Ora proprio il suo gruppo Unicredit (con tutti gli azionisti) rischia di subire il maxi-pignoramento. Gli avvocati del crack, infatti, hanno potuto collegare a Cragnotti solo conti lussemburghesi pieni di bondspazzatura. Eppure basta un clic su Internet per verificare che l’azienda agricola Corte alla Flora, 90 ettari di vigneti doc e oliveti a Montepulciano, continua a essere controllata dalla famiglia Cragnotti: come gestore si presenta il figlio Andrea, che è coimputato di papà.

Questa tenuta con maxi-villa, secondo la Procura di Roma, fu comprata da Sergio Cragnotti con almeno 3,5 milioni di euro rubati alla Cirio. In attesa che cominci il primo dei tre gradi di giudizio penale, l’azienda agricola resta intestata alla moglie, Flora Pizzichemi, pure coimputata. Il colmo è che dopo il crack, secondo i pm di Milano, Cragnotti avrebbe tentato di ricomprarsi la Cirio con altri soldi sottratti alla Cirio e nascosti in paradisi fiscali: da 20 a 100 milioni di euro. Un’accusa fermamente respinta dai difensori (ne ha cambiati quattro, tutti di valore) del nullatenente con tenuta.

Anche Calisto Tanzi è uno strano nullatenente, con villa e moglie milionaria
.

Calisto Tanzi nella sua villa di Parma
.

All’ex patron della Parmalat va riconosciuto di aver confessato le sue colpe nella storica bancarotta da 15,5 miliardi di euro, sacrificando subito le società personali, la sua flotta di jet privati, due yacht e una tenuta agricola. La Guardia di finanza gli ha sequestrato altri 816 mila euro su 12 conti italiani, 9,3 milioni in titoli alla Popolare di Lodi, 129 mila dollari alle Isole Cayman, due Balilla e una Range Rover, che Calisto però conserva come «custode». Il problema è che Tanzi e i suoi manager, dal 1990 al 2003, hanno sottratto alle casse della Parmalat l’incredibile cifra di 928 milioni di euro. E altri 1.346 milioni di dollari sono scomparsi in Sudamerica. «Non esiste alcun tesoro di Tanzi, che ha già pagato con tutti i propri beni», insiste il suo avvocato Gianpiero Biancolella. Dopo tre mesi di carcere e sei ai domiciliari, il cavalier Calisto attende in libertà la fine dei processi e ha già ottenuto il primo patteggiamento. A cinque anni dal crack, vive sempre nella villa di famiglia, tra Parma e Collecchio, che le parti civili confermano di «non poter pignorare». Tirando le somme, Tanzi ha risarcito circa due millesimi del buco nero di Parmalat. Continua a vivere in un grande rustico ristrutturato con un vasto giardino. E, a differenza dei risparmiatori, non ha problemi economici:sua moglie, Anita Chiesi, è contitolare di una grossa industria farmaceutica. Cambiando l’ordine dei reati, il prodotto non cambia.


Tra i delitti di sangue,
il sostituto pg milanese Laura Bertolé Viale, che ottenne le condanne definitive, cita come «scandaloso» il caso Gucci. Ultimo proprietario italiano della grande casa di moda, Maurizio Gucci fu assassinato il 27 marzo 1995 a Milano. Prima di scappare, il killer si trovò di fronte il custode del palazzo, Giuseppe Onorato, 64 anni, che al processo diventò il primo testimone d’accusa. «L’assassino mi ha puntato la pistola a un metro dalla faccia e ha sparato due colpi», ricorda Onorato: «Ho alzato un braccio, d’istinto, e l’osso ha deviato la pallottola che poteva uccidermi. Guardi qui le cicatrici… Ho dovuto operarmi più volte, ma il braccio non è più quello di prima. I medici dicono che devo rassegnarmi a un’invalidità permanente ».

Come mandante è stata condannata a 26 anni (ridotti a 23 dall’indulto) Patrizia Reggiani, la moglie separata di Gucci. Nella sentenza il giudice Ferdinando Pincioni dimostra che la signora decise di far uccidere «il padre delle sue figlie» anche per un «movente economico». «La stessa Reggiani non ha negato né il particolare attaccamento ad alcuni beni dell’ex marito, come il panfilo Creole e la villa di Sankt Moritz, né il risentimento e l’esasperazione per la somma che le veniva corrisposta da Maurizio Gucci: 160-170 milioni di lire al mese». Dallo stesso processo il custode Onorato è uscito con l’etichetta di «vittima di un tentato omicidio ». In un paese normale sarebbe diventato ricchissimo. Già nel ’98 i giudici gli avevano assegnato una «provvisionale immediata» di 100 milioni di lire. «Ma dopo 13 anni non ho ancora visto un soldo », lamenta Onorato. L’ex signora Gucci non aveva faticato a pagare la banda di killer con 600 milioni prelevati a Montecarlo. Ma dopo la condanna si dichiara «nullatenente». Tutta l’eredità è finita alle figlie, che d’accordo con la nonna materna comunicano ai tribunali di «non avere alcun obbligo di risarcire Onorato », perché questo grava «sulla sola Reggiani». Per rimborsare il custode ferito, sarebbe bastato vendere «un solo armadio » del lussuoso appartamento di corso Venezia dove viveva l’assassina. Ma Onorato non ha potuto pignorare nemmeno quello: «Perfino l’armadio è risultato intestato a una società svizzera», allargano le braccia i suoi civilisti dello studio Pizzocaro.

Patrizia Reggiani ha già beneficiato dei primi permessi-premio: 45 giorni all’anno fuori dal carcere, libera di fare shopping nelle vie della moda milanese. E Onorato? «Io e mia moglie continuiamo a vivere con le nostre pensioni: 1.100 euro in due». Tra i 1.408 condannati di Tangentopoli, i maggiori risarcimenti erano arrivati da imprenditori e politici “pentiti”: non più di 150 miliardi di lire. «Abbiamo dovuto restituire i soldi a parecchi condannati», testimonia il pm Francesco Greco, ricordando che allora non esisteva la legge 231, che dal 2000 incrimina direttamente le aziende con i loro patrimoni sociali. L’effetto di questa legge è stato un boom dei rimborsi: solo l’inchiesta Bpl-Antonveneta ha portato a confiscare 350 milioni di euro. Ma il principale imputato, l’ex banchiere Gianpiero Fiorani, pur avendo patteggiato una prima condanna a tre anni e tre mesi, ha finora restituito «meno di un centesimo» del suo presunto bottino personale: almeno 45 milioni di euro occultati a Singapore e quasi il doppio tra appartamenti e terreni in Italia. E il suo ex braccio destro, Gianfranco Boni, ha patteggiato due anni e mezzo (azzerati dall’indulto) senza risarcire nulla. Gli eventuali rimborsi, infatti, potrà reclamarli la loro ex banca, alla fine di un processo civile che in media dura otto anni, che salgono a tredici con le esecuzioni immobiliari.

L’avvocato Paola Severino, che fu parte civile per l’Eni a Tangentopoli, si chiede: «Quante piccole società o persone fisiche possono permettersi questi tempi e spese di recupero?». Come caso-limite, i pm di Mani pulite citano la sparizione del tesoro di Craxi. Le condanne definitive documentano che sui conti esteri personali di Bettino (non del partito) finirono almeno 60 miliardi di lire. Ma in Italia sono rientrati meno di tre miliardi e 15 chili d’oro. Soldi tuttora sotto sequestro, ma formalmente intestati al suo ultimo tesoriere, Maurizio Raggio. Che ora potrebbe vedersi ridare anche quelli. In un caso analogo, infatti, una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che la legge dell’epoca non ammetteva la confisca di somme «equivalenti » alle tangenti. Un verdetto che ha già costretto la Procura a restituire i soldi a due banchieri napoletani che confessarono di essersi fatti corrompere nel ’91 dalla Fininvest.

Ancora più sconcertante
è il bilancio economico delle «più gravi corruzioni giudiziarie della storia d’Italia», secondo la polemica definizione del più onorevole condannato, Cesare Previti. L’ex ministro di Forza Italia e i suoi complici Attilio Pacifico e Giovanni Acampora sono stati riconosciuti colpevoli di aver corrotto il giudice civile di Roma, Vittorio Metta, che nel novembre 1990 regalò la Mondadori a Berlusconi e che due mesi dopo, con un’altra sentenza comprata, obbligò la banca statale Imi a versare 978 miliardi di lire agli eredi del petroliere andreottiano Nino Rovelli. Nonostante le condanne definitive, i tre avvocati corruttori e il giudice corrotto non hanno ancora risarcito i danneggiati. Acampora, secondo le parti civili, non ha «né beni né redditi pignorabili». Pacifico si è visto sequestrare 35 milioni di franchi svizzeri a Vaduz, ma i giudici locali hanno escluso che i soldi del colpevole vadano restituiti ai danneggiati. L’Imi si è appellata alla Corte Suprema del minuscolo paradiso fiscale, dove però anche i due penalisti italiani di Pacifico ora rivendicano i loro onorari: 8,3 milioni di euro. Nel ’96, prima della bufera, Previti si dichiarava proprietario di un attico a Roma, una villa all’Argentario, altri cinque immobili, uno yacht e un veliero. Nel successivo decennio ha denunciato al fisco redditi per 6 milioni e 434 mila euro. Oggi, dopo le condanne che lo hanno fatto restare in carcere per quattro giorni, Previti rimane intestatario, stando ai pur agguerriti creditori, di un solo bene. «Una porzione di immobile nel grossetano», probabilmente il 50 per cento della villa al mare che nessuno pignora, perché è arduo vendere una casa indivisa che per l’altra metà è della moglie di Previti.

Totalmente nullatenente è Metta: il giudice corrotto non ha pagato neanche le spese processuali. Appena più generosa la famiglia Previti: il figlio Stefano ha pagato ai danneggiati, al posto del padre, almeno le spese legali per circa 200 mila euro. Nel silenzio degli interessati, fonti indirette ma molto autorevoli precisano che in questi giorni lo studio dell’avvocato Angelo Benessia, che assiste l’Imi, sta preparando le azioni revocatorie per far annullare le cessioni patrimoniali dei condannati. Previti deve averlo intuito, tanto che per la prima volta ha offerto una transazione anche per Pacifico e Acampora. Le posizioni restano lontane: da 20 a 40 milioni. Ma la trattativa prosegue sulle cifre. Nel ’94 i tre avvocati corruttori intascarono personalmente 67 miliardi di lire dai Rovelli. A questo punto l’Imi (oggi del gruppo Intesa) si accontenterebbe di metà di questa somma, purché rivalutata per 14 anni. In tal caso ai tre corruttori resterebbe in tasca, questa volta legalmente, metà della tangente. Uno schema analogo di transazione è stato già firmato dai Rovelli (la vedova e i quattro figli), che l’anno scorso hanno formalizzato l’impegno di risarcire 200 milioni all’Imi. La famiglia si è decisa a pagare solo quando i magistrati di Monza hanno bloccato 110 milioni di dollari a Miami. Calcolando la rivalutazione, anche i Rovelli sono usciti dallo scandalo trattenendo più di metà del bottino. Ultima avvertenza. Un sacro principio del nostro diritto stabilisce che, se i colpevoli non risarciscono, è lo Stato a dover pagare per i reati commessi dai giudici corrotti. Morale: se Previti e soci continueranno a non rimborsare le vittime dei loro illeciti, a dover versare circa due miliardi di euro saranno tutti gli italiani che pagano le tasse.

__________________________________________________________________________________________________

Buco da 720 milioni

Lo Stato subisce ogni anno una perdita di almeno 720 milioni di euro a causa dell’incapacità di recuperare le spese di giustizia, cioè i costi dei processi e le sanzioni pecuniarie che i condannati in teoria dovrebbero rimborsare subito: nell’ultimo decennio, oltre 7 miliardi. «Le spese di giustizia concretamente recuperabili sono stimate in 800 milioni all’anno, ma gli incassi effettivi non superano gli …

Leggi tutta la scheda

___________________________________________________________________________________________________

Povero padrino, paghiamogli l’avvocato

In virtù del gratuito patrocinio la difesa dei boss mafiosi è a carico dello Stato

Se le vittime dei reati non riescono a farsi risarcire i danni, in compenso centinaia di mafiosi, assassini e narcotrafficanti non hanno alcun problema a farsi pagare le spese legali dallo Stato. Riassume amaro il procuratore aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato: «Siamo in balia di un sistema legislativo che …

Leggi tutta la scheda

___________________________________________________________________________________________________

(23 aprile 2008)

Marcegaglia: «Meno soldi ai contratti nazionali; maggioranza chiara, ora le rifome»

Il presidente designato punta a un negoziato per la revisione dei contratti. In linea con Montezemolo, al sindacato chiede di “interpretare con chiarezza il mutato contesto sociale”. E subito “un forte alleggerimento economico e normativo del contratto nazionale”

.

Gli assetti contrattuali sono al primo punto nell’agenda di lavoro di Emma Marcegaglia. Entro pochi giorni incontrerà il presidente del Consiglio in pectore, Silvio Berlusconi, per discutere delle diverse questioni che interessano il mondo produttivo. Lo ha annunciato lo stesso presidente designato aggiungendo che lei e la sua squadra si impegneranno subito, di concerto con il presidente uscente Luca di Montezemolo, per portare all’attenzione delle istituzioni le principali questioni collegate allo sviluppo e alla crescita del Paese.

SINDACATO Confindustria gli chiede  “di cambiare profondamente, di interpretare con chiarezza il mutato contesto sociale reso più evidente e ineludibile dal voto del 13 aprile”.  Il presidente designato di Confindustria torna così sulle polemiche sollevate dal suo predecessore Luca di Montezemolo che ha criticato pesantemente i sindacati per i continui veti al tavolo delle trattative.

RELAZIONI INDUSTRIALI “Il sistema attuale delle relazioni industriali – secondo Emma Marcegaglia- è obsoleto e inadeguato rispetto alle esigenze di un paese industriale moderno. È assolutamente necessario cambiare gli assetti e le relazioni sindacali. Il sindacato ha un ruolo importante ma chiederemo una immediata convocazione di un tavolo per discutere della riforma”. “Vogliamo immediatamente e silenziosamente lavorare con il sindacato e mi sembra che oggi ci siano le condizioni per farlo”.

SICUREZZA “Chiederò al prossimo governo la modifica delle norme restrittive appena introdotte. Ritengo che la soluzione non sia nell’inasprimento delle sanzioni ma nella diffusione della cultura della sicurezza”. “Io credo – ha detto Marcegaglia – che l’emotività dell’opinione pubblica non debba provocare reazioni demagogiche. Dopo gli incidenti alla Thyessen e a Molfetta il governo uscente è intervenuto irrigidendo norme e sanzioni. Credo – ha puntualizzato – che sia una scelta profondamente sbagliata e per questo chiederò al prossimo governo una modifica delle norme”

CONTRATTI “Chiediamo al sindacato – ha detto la presidente che sarà eletta all’assemblea di maggio – di negoziare subito con noi un forte alleggerimento economico e normativo del contratto nazionale. Chiediamo di semplificare drasticamente il numero e il contenuto dei contratti di primo livello e di cambiare le regole di impiego del lavoro che sono troppo rigide e scoraggiano gli investimenti. Noi riconosciamo un ruolo importante al sindacato – ha aggiunto la Marcegaglia – ma gli diciamo con chiarezza che ora serve un cambiamento radicale. C’è un esempio in questi ultimi mesi sotto gli occhi di tutti. Non entro nel merito della vicenda Alitalia – ha chiarito la Marcegaglia – ma il peso del sindacato in questa sfibrante privatizzazione è percepito dall’opinione pubblica come esagerato e privo di senso”.

23/04/2008 18:40

fonte:http://www.unionesarda.it/DettaglioCategorizzato/?contentId=23753

Destra al potere, primo: «Negare la festa del 25 aprile»

https://i0.wp.com/www.iacopovenier.it/upload/rte/25aprile.jpg

.

di Eduardo Di Blasi

Festa della Liberazione, 25 aprile - foto Ansa - 153*220 - 23-04-08
Titolo: «Il 25 aprile che divide». Primo svolgimento, a cura di Giordano Bruno Guerri: «Un italiano su due non la considera una festa nazionale» (articolo a commento di un sondaggio somministrato a mille persone). Seguono intervista al sindaco di Alghero «che ha vietato Bella Ciao», e non da ora (e per questo si appunta una medaglia sul petto), un altro pezzo sul sindaco di Milano che quest’anno diserta il corteo («e anche il primo maggio» perché non sarà in città, ma, assicura, ci sarà una rappresentanza della giunta), e due articoli contro l’Anpi, l’associazione dei partigiani.
Nel primo l’attacco è al manifesto unitario delle associazioni combattentistiche e partigiane, reo di contenere l’appello: «A sessant’anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento. Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati». Il secondo descrive i circoli dell’Anpi come «circoli ricreativi, veri e propri dopolavori con annessi ristoranti, club sportivi, scuole di arti orientali», e annota, mentre spiega il tesseramento dei ragazzi che tengano alta la memoria della Resistenza una volta che i partigiani non ci saranno più: «Salvare l’Anpi significa salvare i fiumi di euro che arrivano dalle casse pubbliche».

Sono due pagine de «Il Giornale», il quotidiano di Paolo Berlusconi (il fratello del primo ministro che mai si è visto ai festeggiamenti del 25 aprile), andato in edicola ieri. Due pagine che andavano sotto l’ambiguo titoletto: «L’Italia degli irriducibili». Dove non si comprendeva se fossero «irriducibili» (termine terroristico-curvaiolo) coloro che si ostinano a festeggiare la Liberazione o il sindaco di Alghero che alla domanda: «E se qualcuno nel corteo intona Bella Ciao?», risponde: «Non succede assolutamente nulla, a meno che non ci sia qualche estremista di sinistra che cominci ad alzare i pugni al cielo. Ma non sono io a giudicare, se ci sono gli estremi della provocazione interverranno le forze dell’ordine». Intanto Gustavo Selva, senatore uscente del Pdl (quello che ha adoperato un’ambulanza per presenziare in una trasmissione tv in un giorno di blocco del traffico), propone «l’abolizione della festa nazionale del 25 aprile» in quanto, dal suo punto di osservazione “privilegiato” («ho vissuto dal 1943 al 1945 a Riolo Terme in provincia di Ravenna dove è finita la seconda guerra mondiale») osserva: «L’attività dei partigiani è emersa solo dopo il 25, ma sul piano militare hanno fatto solo dei danni. Per esempio l’uccisione di un soldato tedesco che stava magari pascolando qualche animale, ucciso da quelli che dopo il 25 aprile sono stati definiti eroi della Resistenza, a cominciare da Arrigo Boldrini che io ho conosciuto nella sua attività».

È la stessa riscrittura della storia di cui parla l’appello dell’Anpi. Confondere la Liberazione con qualcosa di diverso dalla fine della guerra mondiale e del giogo fascista sull’Italia. Lo afferma chiaro il segretario del Pd Walter Veltroni: «Il 25 Aprile è la festa di tutti gli italiani, per ricordare il giorno in cui è stata restituita la libertà di dire ciò che si pensa, la libertà di votare, la libertà di stare in un partito, di fare un sindacato e di essere ebrei senza finire in un campo di sterminio. Non ci deve essere nessun italiano che considera questo giorno altro che una festa di tutti gli italiani, la festa della Liberazione».

Pubblicato il: 23.04.08
Modificato il: 23.04.08 alle ore 19.40

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74877

I City Angels: “Ronde? No, grazie” Borghezio: “Gruppi in ogni paese”

Mario Furlan, fondatore a Milano dei volontari col basco azzurro, prende le distanze: “Dal ’94 abbiamo sedato risse e sventato furti, ma anche servito 3milioni di pasti ai senzatetto”

.

criminalità, una ronda padana Milano, 23 aprile 2008 – L’emergenza sicurezza non esiste e le ronde sono inutili. Parola di Mario Furlan, fondatore dei City Angels, i volontari col basco azzurro e la giubba rossa che presidiano stazioni ferroviarie e altri luoghi poco sicuri di Milano, Roma, Torino, Bologna, Varese e Terni.

Dal 1994 hanno “sedato 600 risse, sventato 300 furti, 250 borseggi e 120 scippi – spiega Mario Furlan- ma abbiamo anche servito 3milioni di pasti ai senzatetto e distribuito 900mila vestiti”. Solidarieta’ e sicurezza, insomma. “L’emergenza sicurezza e’ molto esagerata.
Non e’ vero che oggi le citta’ italiane siano piu’ insicure rispetto ad alcuni anni fa -sottolinea in un comunicato il fondatore dei City angels-. La situazione non e’ peggiorata, ma rimane sostanzialmente invariata”.

Ogni giorno a Milano una decina di donne chiede ai City Angels di essere “scortata” perche’ deve attraversare una zona della citta’ poco sicura. “Spesso si tratta di timori ingiustificati, che sconfinano nella psicosi collettiva -spiega Mario Furlan-. Perche’ un conto e’ prestare la dovuta attenzione quando si va per strada, un altro e’ essere inutilmente terrorizzati”.

“Se per ronde si intendono persone che segnalano situazioni sospette alle forze dell’ordine – spiega Furlan – si tratta di cittadini benemeriti che fanno cio’ che chiunque dovrebbe fare, e non si puo’ nemmeno parlare di ronde nel senso etimologico della parola. Se invece per ronde si intendono persone che intendono pattugliare zone delle citta’ sostituendosi alle forze dell’ordine, sono non solo inutili, ma anche pericolose. Perche’ si tratta di persone impreparate che rischiano di trovarsi in situazioni pericolose e di dover essere soccorse, anziche’ soccorrere”.

LA PROPOSTA DI BORGHEZIO

“La grande disponibilità che la società civile padana ha dimostrato nella partecipazione alle ronde, non soltanto leghiste, deve essere valorizzata dal nuovo Governo”.

Lo dichiara l’eurodeputato del Carroccio Mario Borghezio. “In ogni comune, utilizzando anzitutto ex appartenenti alle Forze dell’Ordine, si potrà istituire una ‘guardia civica’, a base volontaria, con il compito di controllo del territorio e prevenzione dei reati, ovviamente in stretta collaborazione con le competenti autorità. Qui in Padania – dichiara -, siamo già pronti. Per di più c’è da noi una grande e nobile tradizione storica di ‘guardie civiche’ che può e deve essere recuperata, restituendo ai cittadini l’orgoglio di partecipare direttamente e fattivamente a ristabilire ordine e sicurezza, soprattutto nelle aree infestate dalla criminalità extracomunitaria”.

fonte:http://qn.quotidiano.net/2008/04/22/82678-city_angels_ronde_grazie.shtml

Il prezzo di 84 prodotti con un sms: “Bloccheremo le speculazioni”

<B>Il prezzo di 84 prodotti con un sms<br>

Iniziativa del ministero delle Politiche agricole contro il carovita

Positivo il commento delle associazioni consumatori: “Strumento formidabile”

.

ROMA – Un sms gratuito per conoscere il prezzo giusto di 84 prodotti alimentari. Un messaggino al 47947 e sul display del cellulare comparirà il prezzo medio di carne, pesce, formaggi, frutta e verdura. Un’iniziativa del ministero delle Politiche agricole che tende a rallentare le speculazioni e a far risparmiare i cittadini.

Il progetto era stato avviato in via sperimentale l’anno scorso ma da oggi funziona su un paniere allargato che comprende tutti i prodotti alimentari più acquistati. Facile l’accesso al servizio: si invia un sms al numero del ministero scrivendo il nome del prodotto di cui si vuole conoscere il costo e nel giro di pochi secondi si ottiene la risposta con il prezzo dall’origine al dettaglio, suddivisa per macro aree di distribuzione, Nord, Sud e Centro.

Collegandosi poi al sito www.smsconsumatori.it è possibile simulare una spesa al mercato per conoscere quale sarebbe il giusto costo se i negozianti rispettassero margini di ricarico contenuti. Ai maniaci delle statistiche poi è riservato un capitolo pieno di grafici e percentuali suddivise per ognuno degli 84 prodotti inseriti nel paniere.

“Un modo per consolidare il dialogo tra istituzioni e cittadini”, ha detto il ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro. Positivo il commento delle associazioni dei consumatori: “Si tratta di uno strumento formidabile – ha affermato Rosario Trefiletti, presidente della Federconsumatori – Il servizio di messaggini consentirà, oltre a evitare e denunciare eventuali speculazioni, anche di far risparmiare i consumatori”.

(22 aprile 2008)

fonte:laRepubblica.it