Archivio | aprile 27, 2008

Non più fascismo, non più antifascismo

Non c’è nulla di più superficiale dell’affibbiare etichette.
L’etichetta infatti è la massima sintesi di tutte le idee che per pigrizia non vengono analizzate distintamente ed in profondità, determinando una schematizzazione forzata negatrice di sfumature e differenze e quindi, gioco-forza, totalizzante.

Risulta oramai appurato che nel fascismo confluirono le correnti più disparate, spesso nettamente antitetiche, lo stesso può attribuirsi al fenomeno del neofascismo. Così come l’idea fascista – dai postulati sansepolcristi fino al “cercar la bella morte” agli sgoccioli dell’esperienza repubblicana – ha subito molteplici interpretazioni – talvolta attuate dal regime, tal altre solo teorizzate – anche il movimento dal secondo dopoguerra in poi ha avuto le sue enormi divisioni interne, ingigantite dall’esiguità numerica che tuttora lo caratterizzano. Repubblicani e monarchici, socialisti e capitalisti, integralisti cattolici e pagani, sionisti e terzomondisti – e si potrebbe andar avanti a lungo – è infinita la lista di coloro che hanno adoperato l’appellativo “fascista” dagli albori sino ad oggi senza soluzione di continuità. Oggi il pericolo è ben altro, il nemico è apolide ed il disegno sottile e mistificatore. Per combatterlo bisogna superare le ideologie del ‘900 senza abiurarle, rimodellarle per una società in cui non trovano più spazio né la lotta di classe comunista né il vecchio nazionalismo fascista, ma una sintesi attualizzata che partendo dal basso conduca ad una vera lotta di popolo contro i manovratori delle stanze dei bottoni. Vale la pena, a conferma, di citare lo squallore di certi personaggi del calibro del tristemente famoso Giuseppe Ciarrapico, annoverato nelle fila degli estimatori di quel dato periodo storico. Il personaggio in questione con ogni probabilità, essendo un imprenditore di facili costumi, coccolerà l’eredità del peggior fascismo agrario e di quella frangia – peraltro spesso maggioritaria – compromessa con i poteri forti, la monarchia, la grande industria, la finanza, la massoneria e il Vaticano. Come non pensare anche a Gaetano Saya, massone, filoamericano, filosionista, che sul sito del rinato Movimento Sociale Italiano, da lui rifondato, viene così incensato: “Dio benedica George W. Bush. Dio benedica gli Stati Uniti d’America. Il male sceso tra noi trova in uomini come George Bush in America, in uomini come Gaetano Saya in Italia, un baluardo inespugnabile. Uomini timorati di Dio, uomini duri e puri che illuminati per volontà Divina, sono scesi nella valle oscura della morte per difendere la Fede Giudeo-Cristiana e l’Occidente. Il bene che questi uomini rappresentano sconfiggerà l’Anticristo. Dio è con loro. Il male verrà ricacciato dagli inferi da cui è uscito”. Certo, queste affermazioni somigliano più ad una parodia di un fanatico esaltato eppure tutto è sciaguratamente vero: anche Saya è un convinto fascista al pari di coloro che si richiamano agli ideali socialisti della RSI. L’antifascismo d’altronde è stato durante questi 60 anni di regime democratico il brodo avvelenato in cui diluire ogni velleità rivoluzionaria o anche solo innovatrice: perdurando un clima da guerra civile “fredda” il sistema ha utilizzato tutte le forze contrarie le une contro le altre con il raggiunto scopo di neutralizzarle. Consegnando alla storia il comunismo ed il fascismo si neutralizzeranno invece le spinte reazionarie pronte ad arruolare ed ammansire le istanze contestatrici inglobandole di volta in volta in alleanze a tutto vantaggio del liberal-capitale.

Luca Desideri

fonte: http://www.sinistranazionale.it/

Vivo l’amore dei miei familiari Sono Claudia, domani compio 35 anni. Vorrei tanti messaggi di auguri

Torino, le sofferenze di una cerebrolesa adulta: dopo tante cure vane prevale il coraggio di accettare l’handicap. La Mamma: “Ha una vita serena, ma quelli come lei per la gente comune sono dei fantasmi”

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https://i2.wp.com/www.superabile.it/repository/ContentManagement/information/N224878149/fibrosiCistica_volantinoBimbaP.jpgClaudia bambina

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Torino, 17 aprile 2008 – NEL CUORE della giungla disegnata sulle pareti dell’ingresso dorme il vecchio cane Tobia. Sesto piano di una casa popolare a Mirafiori sud, odore buono di bucato: il confine passa di lì. L’altro mondo è una stanza dai muri senza tempo. Uno si è fermato agli Aristogatti, uno è presidiato da padre Pio e Valentino Rossi. Davanti a Claudia Bottigelli torreggiano i grattacieli di New York. Marina Cometto, la sua mamma, sparpaglia fotografie sul ripiano della carrozzina.

La prima comunione, l’estate al campeggio, i fratelli. C’è stato un giorno in cui questa ragazza affondata nel pigiama stava dritta da sola sulle sue scarpette di vernice. E un giorno più lontano, il 28 aprile del 1973, in cui venne salutata per quello che sembrava: una bambina sana.

“L’abbiamo portata a casa senza sapere niente. Poi ho cominciato a fare confronti con la sorella Cristina. Non stava seduta, non gattonava. Oggi l’unica cosa di cui siamo certi è che può sentire e può vedere. Tutto il resto è un enigma. E non è nemmeno tanto importante”.

Non sarà importante, ma è qualcosa di speciale. Il suo sorriso, signora. Questa camera dove si respirano amore e allegria. Suo figlio Mirko che farà il fisioterapista, Cristina l’infermiera. E suo marito Italo in cucina, a preparare la banana schiacciata…

“Nasciamo col diritto di imparare dall’esperienza, di volgere ogni evento in positivo o in negativo. Non abbiamo mai considerato la condizione di Claudia una tragedia. Una grave disabilità non è sufficiente per smettere di amare la vita. E’ il regalo di compleanno che chiedo per mia figlia: faccia sapere a chi si trova nella stessa situazione che si tratta di un impegno enorme, non di un dramma. Bisogna girare pagina ogni giorno”.

Avete un sussidio di 700 euro al mese. Suo marito è operaio in pensione. Lei ha lasciato la fabbrica per Claudia e parla come un avvocato, ha la competenza di un medico e la progettualità di un manager.

“Mi sono data da fare. Quando una tac ti dice che la tua bambina ha una lesione frontale, che non farà mai nulla di volontario dal punto di vista cognitivo, che forse si poteva rimediare al danno della nascita, cominci a guardarti intorno. Ho cercato di capire tutto da sola. Con i fisioterapisti, i neurologi, i big. Ho preso contatto con Glenn Doman a Philadelphia, eravamo pronti per partire. Una logopedista mi ha avvertito: sarà una strada lunghissima, nove ore di terapia al giorno. Dovrà abbandonare il resto della sua famiglia senza la certezza di un risultato. Ho scelto la famiglia. Gli sforzi li fai solo se hanno uno scopo. E non parlo dell’aspetto economico. Ci hanno rubato il camper, i soldi per un camper nuovo non li abbiamo. Ma se uno scopo esiste i soldi si trovano. Quando Claudia aveva 6 anni l’abbiamo portata al Kinder Hospital di Zurigo. La diagnosi è stata: danno da parto. Sono stati chiari, quello che avremmo guadagnato in riabilitazione lo avremmo perso sul piano affettivo. Lì abbiamo deciso di non accanirci”.

E poi?

“Claudia ha avuto un crollo attorno ai 10 anni, sono iniziate le crisi epilettiche. E quando la schiena è diventata storta è cominciata la tortura del busto. Poi due operazioni per calcoli al fegato, polipi intestinali, problemi respiratori. Si spegne poco alla volta. Ma è serena. Serena e invisibile. Per chi sta là fuori, mia figlia e quelli come lei non esistono”.

E’ per questo che ha scritto questa lettera?

“Vorrei tanto che i suoi 35 anni fossero un pretesto per ricordare questi adulti dimenticati, che bevono acqua trasformata in gel perché non sanno deglutire, che un giorno saranno strappati dalla loro casa e chiusi in un istituto. Mi piacerebbe sapere che Claudia resterà in questa stanza anche quando io non ci sarò più”.

Lei non pronuncia mai la parola sacrificio.

“Se mi guardo indietro, sono stata fortunata. Un figlio disabile è un’occasione per riscrivere la vita. Io la chiamo evoluzione”.

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di VIVIANA PONCHIA

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/04/27/84014-vivo_amore_miei_familiari.shtml

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LA LETTERA

Mi chiamo Claudia, il 28 aprile compio 35 anni

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UN APPUNTAMENTO scontato per molte persone ma non per me. Per me è un record raggiunto faticosamente ed è una grande soddisfazione esserci arrivata. Sono nata in una meravigliosa primavera (parole di mamma) attesa con amore e trepidazione, accolta con commozione e felicità da papà, mamma e sorellina ma, l’imprevisto ci ha messo lo zampino e il mio cervellino delicato e fragile è andato in tilt regalandomi un futuro meno roseo del previsto e non privo di difficoltà.

Come è fragile il confine tra “normalità” disabilità . Sono bastati una manciata di minuti perché la mia vita cambiasse, ancora non avevo aperto gli occhi e non ero più la bimba tenuta avvolta dall’abbraccio protettore del pancione di mammà. Ero diventata (ma ancora nessuno di noi lo poteva sapere) una persona destinata a dipendere da altri per il resto della mia vita. La mia mamma che mi sta dando voce virtualmente attraverso queste sue parole (io non ne sono capace data la mia grave disabilità) il mio papà, la mia sorellina non si sono persi d’animo e per loro non cambiava molto, ero cresciuta nel loro cuore per mesi e dal loro cuore non sono uscita mai, ero “diversa” , diversa da come mi immaginavano, diversa da come ero stata concepita , ma per loro ero io Claudia , tanto bastava.

Gli anni sono passati , ci sono stati “i viaggi della speranza” e cure a volte, ora lo sappiamo, illusorie, ma non ci sono stati né miglioramenti né possibilità di recupero, non cammino, non parlo, non mi alimento da sola, ho problemi respiratori , per vivere ho bisogno di avere qualcuno a fianco, ma vedo ciò che mi circonda e sento la musica meravigliosa della vita come la voce della mamma, del papà, di mia sorella, le risate di mio fratello, gli schiamazzi dei nipotini, le grida dei bimbi ai giardinetti, il sorriso di chi mi vuole bene. Siamo cresciuti insieme, io con le mie difficoltà, sofferenze, momenti tragici, incontrando in vari campi sociali enormi difficoltà per accedere alle cure, alla riabilitazione, all’inclusione sociale, loro i miei tre, poi diventati, con la nascita del mio fratellone, quattro ‘moschettieri’ che mai hanno pensato a una vita lontano da me che pure ho limitato di molto la loro libertà di movimento, di accesso alle varie opportunità a cui tutti possono ambire, siamo sempre insieme ‘‘nella buona e nella cattiva sorte’’, ho avuto più arditi difensori io che il più ricco degli uomini e questo mi ha permesso di arrivare a raggiungere il bel traguardo dei 35 anni. Sono contenta di essere qui e con me sono contenti i miei cari a cui ogni giorno, dal momento del mio risveglio che avviene tra coccole e sorrisi, io regalo la voglia di vivere, e da questa voglia di vivere che nasce anche questa mia richiesta.


Vorrei ricevere tanti messaggi d’auguri
che la mamma appenderebbe nella mia stanza per ricordarci ogni giorno che siamo dei grandi, anche senza avere l’attenzione dei media, grandi perché la vita ci ha destinato un modo diverso di concepire l’amore, il diritto, il dovere, l’essenza stessa di come concepire l’esistenza e noi l’abbiamo fatto nostro semplicemente con amore e condivisione. Un saluto e un abbraccio a tutti.

Claudia Bottigelli

combot@alice.it

www.claudiabottigelli.it

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LA LETTERA DI MASCAMBRUNO

Cara Claudia, buon compleanno

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Un paio d’anni fa irruppe nel sempiterno e, a volte anche surreale, dibattito sui giornali accusati di inseguire solo la cronacaccia, il gossip, morbosità varie e avariate, l’iniziativa di un editore inglese che decise di investire sogni e soldi in un settimanale di sole buone notizie. Durò qualche mese, poi la pur lodevole iniziativa crollò sotto il peso insostenibile dei debiti. Che, si sa, non vanno d’accordissimo con i fioretti.

I giornali, come ricorda il pragmatismo del saggio, non sono mai peggiori della realtà che raccontano. Anzi. Ma Dio solo sa quale brivido ci ha fatto provare la Tua lettera. E devi anche sapere che, durante la riunione di redazione in cui si è discusso e deciso di aprire il giornale con la Tua storia, tutti abbiamo provato la stessa emozione. Di quelle forti, che producono poche parole e molta azione, voglia di fare, di spendersi, di esserci. Di usare il privilegio di questo mestiere e dello straordinario strumento che maneggia quotidianamente per offrire ai lettori, a cominciare da noi stessi, la testimonianza di una parola, Amore, che si ha sempre più paura anche solo a pronunciare.

Cara Claudia, su queste pagine vedi esaudito il tuo desiderio, per noi facile da realizzare. Tua madre ci ha già ringraziato. Credici, hai fatto tu un gran dono, a noi e ai nostri lettori, scrollandoci di dosso, almeno per una volta, il timore ipocrita della retorica che ormai sembra voler vietare, come una censura dell’anima, la rappresentazione pubblica del più necessario dei sentimenti privati.

Grazie a te e ai tuoi “moschettieri”, cara Claudia.
E buon compleanno. Di vero cuore.

Giuseppe Mascambruno

Avant Pop, le canzoni del ’68: la colonna sonora è militante

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Nuovi libri e cd in uscita aiutano a rimettere i ricordi di quella stagione nella giusta prospettiva. Una chitarra per “strofe incendiarie”: “Contessa”, “Che”…

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<B>Avant Pop, le canzoni del '68<br>la colonna sonora è militante</B>

di EDMONDO BERSELLI

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Prima di dire che il Sessantotto è stato un’esplosione di libertà e creatività, di immaginazione e fantasia, di questo e di quello, e che la società a quel tempo si diede una mossa, e che nacquero fermenti e si svilupparono tendenze, bisogna fare mente locale e controllare a puntino i documenti. Tecnica di San Tommaso, metterci il dito. Quindi si può prendere con una certa fiducia il libro di Riccardo Bertoncelli e Franco Zanetti, Avant Pop ’68, titolo difficile da pronunciare davanti a qualsiasi libraio, che sta per uscire in questi giorni per la Rizzoli Bur, con il sottotitolo fortunatamente più evocativo che recita Canzoni indimenticabili di un anno che non è mai finito.

La fiducia deriva dal fatto che la coppia di autori composta da Bertoncelli e Zanetti è un marchio di fabbrica eccellente: basta non lasciarsi fuorviare dal vecchio ricordo di Bertoncelli motteggiato ai tempi dei tempi da Francesco Guccini (per ritorsione dopo una recensione ispida) in una delle strofe dell’Avvelenata (“tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate”), e considerarne soltanto la lunga carriera di critico, collezionista e musicofilo; e poi avere presente per benino la vicenda di agitprop culturale di Zanetti, animatore della rivista online Rockol (www. rockol. it), ma soprattutto inventore di iniziative pazzesche come le canzoni di Battisti-Panella eseguite in una bellissima forma oratoriale, e come il concerto battistiano per le 172 bande che in tutta Italia eseguirono contemporaneamente La canzone del sole, a sette anni giusti dalla scomparsa del “maestro solitario”.

È sufficiente quindi aprire il libro di Bertoncelli e Zanetti per accorgersi che per parlare decorosamente delle canzoni del Sessantotto, e magari degli “anni Sessantotto” (come cita Anna Bravo nel suo recentissimo e serissimo saggio laterziano sulla cultura dell’anno fatale, A colpi di cuore), occorre in primo luogo spogliarsi dei pregiudizi e di un’intera fila di luoghi comuni. Almeno per quanto riguarda le canzoni popolari, infatti, il Sessantotto ci ha messo molto tempo a ingranare. Se si scorrono le classifiche della hit parade di allora, si deve prendere nota di un elenco che comincia con Affida una lacrima al vento di Salvatore Adamo, il languoroso italo-belga emigrato nel 1947 da Comiso di Ragusa, e di cui si favoleggiò a lungo sui rotocalchi un flirt presunto con Paola Ruffo di Calabria, alias Paola di Liegi, cioè la bionda e affascinante cognata di Baldovino e attuale regina. Lui le dedicò una canzone, Dolce Paola, in cui dopo qualche apprezzamento alla sua dimensione regale (“mi offrì il suo sguardo… nella sua maestà”), le rivolgeva apprezzamenti dal lato ornitologico (rivelando che in lei “ho visto in verità una colomba fragile”). Vola colomba, insomma, parole d’antan. E difatti il Sessantotto ci mette un po’ a farsi sentire. Le top ten sono tutto un tripudio di Fausto Leali, con il dramma da zio Tom di Angeli negri, “Pittore, ti voglio parlare, mentre dipingi un altare”, e giù a scendere con i Camaleonti, Mino Reitano che aveva un cuore che ti amava tanto, Adriano Celentano, Don Backy che aveva litigato con Celentano, Marisa Sannia, Gianni Morandi, Maurizio ex New Dada (quello di Cinque minuti e poi, con l’aereo che si porta via per sempre la ragazza e lui quasi piange, praticamente singhiozza, esulcerato com’è per la perdita della morosa, e piange comunque molto meglio e con più credibilità che non nella tarda versione di Claudio Baglioni).

E poi Sylvie Vartan, Dalida, Dino, Franco IV e Franco I che scrivevano “t’amo sulla sabbia”, Giuliano e i Notturni, la bambola di Patty Pravo, l’angelo blu dell’Equipe 84, “che se fischio torna giù”, e tutti gli altri, famosi e dimenticati, italiani e stranieri, i Pooh di Piccola Katy (che pure risale alla fine dell’anno precedente) e gli Iron Butterfly dell’irripetibile In-A-Gadda-Da-Vida. Fino a Vengo anch’io, di Enzo Jannacci, che forse contende ad Azzurro il titolo di inno nazionale del Sessantotto all’italiana.
Il merito di Bertoncelli e Zanetti è di avere preferito la documentazione, anche quando è un pochino paranoica, alla teoria astratta. Bertoncelli si è occupato della natura più o meno politica della musica di allora: e allora è il caso di aggiungere che al volume è allegato un cd che documenta “l'”altra” canzone di quel periodo, quella dei circoli operai, delle sezioni, delle prime manifestazioni, quella diffusa principalmente per via orale con rari sbocchi e riscontri discografici” (il disco, prodotto da Ala Bianca di Toni Verona, comprende fra gli altri brani di Giovanna Marini, Sergio Liberovici, Fausto Amodei, tratti dal repertorio dei Dischi del Sole, un giacimento culturale depositato nell’archivio sonoro dell’Istituto Ernesto De Martino).

Ma sarebbe un fraintendimento limitare la musica del Sessantotto a quell’insieme di canzoni o inni che vanno da Contessa di Paolo Pietrangeli a Hasta siempre! (Comandante Che Guevara) di Carlos Puebla. E difatti per riequilibrare l’operazione c’è la minuziosa ricostruzione di Zanetti, tutta dedicata alla più spudorata canzone commerciale, e soprattutto una formidabile enciclopedia di 68 canzoni più una: quest’ultima, vedi caso, è Quarantaquattro gatti, inno nazionale degli infanti d’Italia, “l’unica vera canzone di protesta del 1968 che abbia avuto davvero un successo duraturo”, con il suo resoconto di un’assemblea di rivendicazione di “diritti felini”. Per la cronaca, la canzone, scritta dal musicista modenese Pippo Casarini, venne presentata allo Zecchino d’oro dalla udinese-goriziana Barbara Ferigo, quattro anni e mezzo, e superò altre canzoni epocali, Il torero Camomillo e Il valzer del moscerino, eseguita dalla precocissima star Cristina D’Avena (come si vede erano tempi in cui la musica per bambini non scherzava, se è vero che pochi mesi dopo fu addirittura Mina a interpretare Quarantaquattro gatti in un duetto con il pupazzo Provolino). Ecco, se si vuole sapere come sono nate quelle canzoni che fanno parte di un frammento mitologizzato di storia patria, vale la pena di leggere, golosamente, tutte le curiosità citate in questo sublime repertorio. Maniacali annotazioni, frutto di archivi fantastici, che raccontano tutte le cover, i titoli, le versioni, le date, i precedenti, e segnalano tutte le curiosità, sottolineano tutto ciò che si sa e si credeva di sapere sui Rokes, su Jimmy Fontana, su De Andrè, sui Moody Blues, ma sempre aggiungendo con insolenza filologica un particolare sconosciuto, un indizio in più, un elemento che era sfuggito finora. Si possono così trovare “voci” deliranti come la seguente, ripresa da documenti d’epoca (l’Enciclopedia dei cantanti e delle canzoni di Tullio Barbato, De Vecchi Editore, 1969): “Capellone barbuto dell’ultima leva, che ha da poco abbracciato l’attività di cantante in senso professionale, ottenendo buoni risultati con vari complessi e incidendo il suo primo disco con la Jolly. Pieno di belle speranze, è convinto di percorrere molta strada con i suoi stivaletti. Dicono che lo meriterebbe. Il suo genere è il folk”. Per chi non l’avesse riconosciuto, si parla di Franco Battiato, segnalato anche come esecutore della versione italiana di Rain and Tears degli Aphrodites Child. Che dire? In effetti se n’è fatta di strada, dal Sessantotto a La cura, stivaletti o no.


(27 aprile 2008)

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/spettacoli_e_cultura/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli.html

Napolitano: “Non si rinneghi la lotta di Liberazione”

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La parte più rilevante delle celebrazioni ufficiali del 25 Aprile si è tenuta a Genova, dove si è recato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Accolto da lunghi applausi (mentre fischi sono stati rivolti al cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana), Napolitano ha parlato nel Palazzo Ducale genovese. Un discorso forte, rivolto al richiamo ai valori permanenti della resistenza e al suo significato. «Le ombre della Resistenza non vanno occultate, ma guai a indulgere a false equiparazioni e banali generalizzazioni; anche se a nessun caduto, e ai famigliari che ne hanno sofferto la perdita, si può negare sul piano umano un rispetto maturato col tempo. Insomma: è possibile e necessario raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, smitizzare quel che c’è da smitizzare; ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell’indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana», ha detto il Presidente.

«Sappiamo quel che significa per l’Italia la data del 25 aprile : essa segna la Liberazione piena del Paese dalla dittatura e dall’occupazione straniera, la riconquista su tutto il territorio nazionale di una condizione di libertà, d’unità e d’indipendenza. Ma dobbiamo ogni volta sentirci impegnati a trasmettere nella sua interezza, a ripercorrere nella sua complessità, l’esperienza vissuta nel drammatico periodo in cui l’Italia era tagliata in due: esperienza tradottasi in una straordinaria prova di riscatto civile e patriottico. Questo fu la Resistenza, dai primi giorni seguiti alla firma dell’armistizio e al crollo dell’8 settembre 1943 fino ai gloriosi momenti conclusivi della liberazione delle nostre città e della nostra terra». Per questo motivo, «essa non può perciò appartenere solo a una parte della Nazione, ma deve porsi al centro di uno sforzo volto a ricomporre, in spirito di verità la storia della nostra Repubblica. Dobbiamo giungere sempre più decisamente a questa condivisione, a questo comune sentire storico. E credo che in tal senso si siano compiuti nel corso degli anni – da una celebrazione all’altra del 25 aprile – importanti passi avanti, importanti progressi». Napolitano ha ricordato che «ci fu solo nel tempo una saldatura tra i giovani e i giovanissimi che ingrossarono le fila della Resistenza e il patrimonio ideale e politico degli uomini dell’antifascismo. Fu decisiva e abbracciò tutti la riscoperta, la riconquista di un senso sicuro della patria. In quella guerra patriottica, e nella difesa dell’Italia anche nelle sue strutture materiali e nelle sue possibilità di futuro, si univano naturalmente partigiani e militari fedeli ai loro doveri nazionali».

La storia della Resistenza è storia di «fatti, non retorica, non mito -ha avvertito il Presidente della Repubblica- e c’è stato in tempi recenti un gran parlare dell’esigenza di smitizzare la Resistenza. Ora, è giusto – proprio per rendere più credibile la valorizzazione della Resistenza – non tacere i suoi limiti, sia o no accettabile che la si presenti come realtà ed esperienza minoritaria; ma bisogna ben distinguere quel che è cresciuto come mito sulla base di un’analisi oggettiva, al di là della grande onda emotiva della liberazione, e quello che è stato tutt’altro. E a questo proposito vorrei dire che in realtà c’è stato solo un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto: quello della cosiddetta Resistenza tradita, che è servito ad avvalorare posizioni ideologiche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell’ordine democratico-costituzionale scaturito proprio dai valori e dall’impulso della Resistenza». Ecco allora che «è possibile e necessario raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, smitizzare quel che c’è da smitizzare ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell’indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana. E a cui dobbiamo anche il contesto di rispetto della nostra sovranità entro il quale fu elaborata la Costituzione repubblicana». Infatti, «le idealità e le aspirazioni dei nostri combattenti per la libertà poterono così tradursi in un essenziale quadro di riferimento per l’elaborazione della Carta costituzionale nell’Italia divenuta Repubblica per volontà di popolo. Quelle aspirazioni appaiono pienamente recepite nella limpida sintesi dei »Principi fondamentali« della Costituzione repubblicana e nell’insieme dei suoi indirizzi e precetti».

Per Napolitano, «possiamo con buoni motivi dire che il messaggio, l’eredità spirituale e morale della Resistenza, vive nella Costituzione : in quella Costituzione in cui possono ben riconoscersi anche quanti vissero diversamente gli anni 1943-45, quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi acquisiti. La Carta costituzionale – di cui stiamo celebrando il sessantesimo anniversario – costituisce infatti la base del nostro vivere comune e della nostra rinnovata identità nazionale». E allora «nessuna delle forze politiche oggi in campo -tiene a ribadire il Presidente quel che aveva già detto dinanzi al Parlamento- può rivendicarne in esclusiva l’eredità. È un patrimonio che appartiene a tutti e vincola tutti. Quanto alla Costituzione, »contano nella nostra Carta – a sessant’anni dalla sua entrata in vigore – non solo i principi, i diritti e i doveri, ma le istituzioni. Queste sono certamente perfettibili e riformabili rispetto al disegno che ne fu definito nel 1946-47, ma esse costituiscono, nell’essenziale, pilastri insostituibili dello Stato di diritto e della democrazia repubblicana«. Proprio »alla vitalità di queste istituzioni è ugualmente affidato il retaggio della Resistenza, la trasmissione della drammatica esperienza vissuta dall’Italia fino alla piena liberazione dal fascismo e dall’oppressione straniera. In questo spirito celebriamo oggi congiuntamente l’anniversario del 25 aprile e quello della Costituzione e delle istituzioni repubblicane, cui va il rispetto non formale ma effettivo e coerente degli italiani di ogni parte politica per garantire un degno avvenire democratico al nostro Paese«, conclude Giorgio Napolitano.

Pubblicato il: 25.04.08
Modificato il: 26.04.08 alle ore 17.40

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=74939

Idrocarburi nell’olio di semi dall’Ucraina: partite ritirate in Emilia, Piemonte e Lombardia

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ROMA (26 aprile) – Dopo l’olio extravergine d’oliva, questa volta è l’olio di semi di girasole a far scattare l’allarme, e a differenza del prodotto contaminato a casa nostra, ora è l’Italia ad essere coinvolta come paese importatore, l’olio infatti arriva dall’Ucraina. L’allarme è scattato in cinque Paesi Europei: Francia, Spagna, Italia, Olanda e Gran Bretagna. Le prime analisi – sottolinea una portavoce della Commissione – hanno segnalato la presenza di idrocarburi ma a livelli talmente bassi «da non rappresentare un rischio per la salute umana».

La contaminazione – ha spiegato Bruxelles – è stata segnalata mercoledì dalle autorità francesi su un carico di olio di girasole dell’Ucraina, arrivato il 23 febbraio in Francia. Tutti gli Stati membri sono stati avvertiti e ad oggi sono nove i container scoperti in Francia, Spagna, Italia, Olanda e Gran Bretagna. Da Bruxelles sono partite richieste di chiarimenti alle autorità ucraine che dovrebbero avere una risposta lunedì, per consentire poi controlli negli Stati membri, in vista di possibili misure nazionali.

Le partite contaminate sono arrivate in Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia. Lo ha confermato il direttore generale del Dipartimento alimenti e nutrizione del ministero della Salute Silvio Borrello. Il dirigente del ministero della Salute ha precisato che la situazione è «sotto controllo» e che è stato avviato il blocco della commercializzazione e il ritiro delle partite di olio contaminato.

Ieri, un allarme sul consumo di olio di girasole proveniente dall’Ucraina è stato lanciato dall’Agenzia spagnola per la sicurezza alimentare. Il ministro della Salute spagnolo, Bernat Soria, ha però tranquillizzato oggi la popolazione dicendo che «La situazione è sotto controllo e stiamo per ritirare l’invito a non consumare l’olio di girasole».

In Italia era già scattato l’allarme
delle organizzazioni agricole e dei consumatori. L’Aduc che avevano invitato il ministro della Salute a intervenire e indicare in quali marche è presente questo olio.

fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=23202&sez=HOME_INITALIA

La Germania spierà le abitudini sessuali dei tedeschi per informarne gli Usa

lo rivela «der spiegel». ma il provvedimento deve essere ancora approvato dal parlamento

Accordo tra Berlino e Washington sullo scambio dei dati personali, inclusi quelli più intimi

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BERLINO (GERMANIA) – Una specie di ritorno a quanto raccontato nel film premio Oscar «Le vite degli altri» di Florian Henckel von Donnersmarck, che narrava dello spionaggio meticoloso effettuato ai danni di migliaia di cittadini della Germania Est ignari di esssere spiati anche nelle loro abitudini in camera da letto. Ora le abitudini sessuali dei tedeschi saranno nuovamente spiate al fine di informare l’intelligence Usa.

LOTTA AL TERRORISMO Nella lotta al terrorismo le autorità tedesche hanno infatti siglato un accordo per lo scambio di dati riguardanti la vita privata e intima dei cittadini: preferenze sessuali, scelte religiose, orientamenti politici e adesioni sindacali. Lo rivela il settimanale tedesco «Der Spiegel», secondo cui l’intesa, siglata dal ministro dell’Interno, Wolfgang Schaeuble (Cdu); dalla titolare socialdemocratica della Giustizia, Brigitte Zypries e dai loro rispettivi colleghi americani l’11 maggio scorso, prevede all’articolo 12 la messa a disposizione, oltre che del Dna, anche dei dati dei cittadini riguardanti «razza o provenienza etnica, opinioni politiche, religiose, convinzioni di altra natura o l’appartenenza sindacale». Il settimanale di Amburgo precisa che possono essere comunicati anche «lo stato di salute e la vita sessuale» delle persone.

LA PROTESTAA protestare in modo energico contro l’adozione di questa prassi è Michael Sommer, presidente dell’Associazione dei sindacati tedeschi (Dgb), secondo il quale «il fatto che il governo possa comunicare agli Usa l’appartenenza sindacale dei cittadini tedeschi costituisce il colmo della sfrontatezza». La portavoce del partito liberale per i problemi di politica interna, Gisela Piltz, ha definito l’accordo «uno scherzo di pessimo gusto» e si è chiesta cosa abbiano a vedere con il terrorismo le tendenze sessuali della gente. Nel frattempo il ministero dell’Interno, che sta formulando una proposta legislativa dell’accordo siglato, conferma quanto rivelato dallo ‘Spiegel’, non escludendo che nella comunicazione di dati privati riguardanti le persone sospettate di attività criminali o terroristiche siano contenute anche «la provenienza etnica, le opinioni politiche o le convinzioni religiose». «Per dati particolarmente sensibili come questi», aggiungono le fonti ministeriali, sono state tuttavia adottate «speciali misure protettive». Per poter entrare in vigore, l’accordo sullo scambio dei dati personali dei cittadini richiede l’approvazione da parte del presidente della Repubblica, Horst Koehler, e successivamente l’approvazione della legge da parte del Bundestag e del Bundesrat, la Camera Alta dei Laender.

26 aprile 2008

fonte:http://www.corriere.it/esteri/08_aprile_26/accordo_antiterrorismo_germania_usa_f317105e-1376-11dd-a656-00144f02aabc.shtml

Marocco, incendio in una fabbrica almeno 55 morti tra gli operai

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E’ successo a Casablanca, in un’azienda che produce materassi

Dodici feriti. Cento vigili del fuoco e tre ore per spegnere le fiamme

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<B>Marocco, incendio in una fabbrica<br>almeno 55 morti tra gli operai</B>L’incendio nella fabbrica di Casablanca

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CASABLANCA – Un incendio divampato questa mattina in una fabbrica di materassi a Casablanca, in Marocco, ha provocato la morte di almeno 55 persone. Altre 12 sono rimaste ferite. Stando a quanto riferito dall’agenzia Map, le fiamme si sono propagate dal piano terra dell’azienda ‘Rosamor Ameublements’ agli altri tre piani dell’edificio. Erano circa le 10, e in quel momento in fabbrica erano presenti circa 100 dei 150 dipendenti. Sarà un’inchiesta ad accertare le cause dell’accaduto, che al momento sono sconosciute.

Il rogo, secondo la Map,
è stato alimentato anche dai prodotti chimici altamente infiammabili utilizzati nei processi di lavorazione. Sono intervenuti circa 100 vigili del fuoco che hanno impiegato più di tre ore per domare l’incendio. I soccorsi, secondo l’agenzia marocchina, sono stati immediati ma il bilancio è stato ugualmente pesantissimo.

“Le vittime sono morte
o carbonizzate o per asfissia”, ha detto ai mezzi di informazione un portavoce della protezione civile marocchina. Secondo un comunicato del Palazzo reale, tutti gli ospedali del paese con a disposizione strutture contro le grandi ustioni sono stati mobilitati.

La fabbrica colpita dall’incendio, la ‘Rosamor Ameublemets’, è situata nel quartiere di Lissasfa, nella zona industriale della città. Con quasi 3 milioni di abitanti, Casablanca è la più popolosa città del Marocco ed è situata sull’Oceano atlantico a un centinaio di chilometri dalla capitale Rabat.

La tragedia di oggi richiama
alla memoria un altro grave incendio che, nel novembre 2002, provocò la morte di 50 reclusi nel carcere della cittadina di Al Jadida, a 190 chilometri a sud di Rabat. Il rogo si scatenò in piena notte. Fu provocato da un corto circuito nell’impianto elettrico e anche in quel caso hanno avuto un ruolo i materassi: secondo il governatore della provincia erano di materiale sintetico e presero subito fuoco mentre i detenuti stavano dormendo.

26 aprile 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/marocco-fabbrica/marocco-fabbrica/marocco-fabbrica.html