Archivio | aprile 28, 2008

Giro di vite in Amazzonia, la foresta a numero chiuso

Il Brasile vuole frenare turismo e Ong, accusate di biopirateria

Gli ambientalisti insorgono: solo una manovra per impedire la nostra vigilanza

di OMERO CIAI

<B>Giro di vite in Amazzonia<br>la foresta a numero chiuso</B>Una veduta aerea dell’Amazzonia

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Numero chiuso in Amazzonia. Per proteggere la più famosa foresta del mondo il governo brasiliano ha deciso di varare una nuova legge che introdurrà uno stretto controllo sugli accessi e le visite. Chiunque vorrà entrare nella foresta – sia esso un turista o una Ong – dovrà chiedere un permesso speciale del ministero della Difesa e potrà ottenerlo solo dopo un complicato iter burocratico. I trasgressori saranno puniti con una multa da 40 mila euro.

Il saccheggio straniero dell’Amazzonia
è una ossessione brasiliana come la drammatica finale dei mondiali di calcio persa contro l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino nel 1950: sono gli incubi collettivi e fondativi di una nazione giovane come il Brasile. Così, a scadenze quasi regolari, sulle Ong che lavorano nella foreste cade l’infamante accusa di biopirateria al servizio delle grandi multinazionali farmaceutiche. Quanto ci sia di vero non si sa ma i brasiliani sono molto preoccupati per i mille ricchissimi segreti della biodiversità nel polmone del mondo ed è ormai pronta una nuova legge che il governo Lula spera di far approvare entro due mesi che consentirà di controllare e vigilare tutti gli accessi e le visite in Amazzonia.

Il primo a darne notizia è stato il ministro della Giustizia, Tarso Genro (l’ex sindaco della capitale “rossa” del Brasile: Porto Alegre) quando ha detto al quotidiano O Estado de Sao Paulo che molte organizzazioni non governative che seguono progetti di cooperazione nella foresta sono in realtà una copertura per gruppi di biologi e botanici stranieri che cercano piante con proprietà curative da brevettare e sfruttare sul mercato internazionale dei farmaci naturali.

Alle parole di Genro sono seguite quelle di un alto funzionario del suo ministero che ha aggiunto: “Vogliamo che l’Amazzonia sia effettivamente nostra, non ci opponiamo né al turismo né alle Ong ma vogliamo sapere quando vengono e cosa esattamente fanno”.

Il problema dei brasiliani, come quello di altri paesi, tra cui l’India, nasce dal fatto che l’Organizzazione mondiale del Commercio non ha ancora riconosciuto la proprietà intellettuale sui nuovi medicinali – alcuni ancora sconosciuti – nascosti nella flora amazzonica motivo per cui chiunque può estrarli e brevettarli rubandoli al Brasile. La nuova legge prevede che chi voglia recarsi nella foresta debba prima richiedere un permesso speciale che verrà rilasciato dal Ministero della Difesa ed affrontare un complicato iter-burocratico per ottenerlo: turisti compresi.
Per i trasgressori è prevista una multa fino a 40mila euro.

In parte le nuove regole estendono un’altra legge restrittiva che già esiste ma che riguarda solo i territori dove sono presenti tribù indigeni e resuscitano una politica di controllo sulla foresta che venne già tentata senza grandi successi negli anni dei governi dittatoriali. Oggi l’esecutivo di Brasilia spera che grazie ai nuovi sistemi satellitari sia molto più facile individuare i trasgressori.

I critici però temono che
il governo brasiliano voglia in questo modo anche limitare le incursioni delle organizzazioni internazionali (prima di tutte Greenpeace) che vigilano sulla deforestazione e accusano il governo di non fare abbastanza. L’esplosione delle coltivazioni di soia – molto redditizie anche per le esportazioni brasiliane – è stato negli ultimi anni un nuovo fattore di assalto indiscriminato alla più grande foresta pluviale del mondo E, non a torto, Greenpeace e altre Ong ecologiste sostengono che in alcune aree il governo ha chiuso un occhio con lo scopo di aumentare la superficie coltivabile.

Insieme alla biopirateria e al furto
dei brevetti medicinali ci sono, dietro alla proposta della nuova legge, almeno altri due aspetti: uno è nazionalistico, l’altro è una preoccupazione di politica interna. Secondo l’esercito ci sono zone, soprattutto quelle di frontiera, dove si registra una presenza incontrollata di stranieri. Alcuni – dicono le Forze Armate – starebbero fomentando gli scontri armati sempre più frequenti fra le tribù indigene e i coloni bianchi.

28 aprile 2008

fonte:http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/ambiente/amazzonia-greenpeace/numero-chiuso/numero-chiuso.html

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L’organizzazione in difesa dell’ambiente ha presentato oggi il rapporto sulla foresta
“La politica del governo non funziona. Deforestazione in crescita nel 2007”

Greenpeace contro il governo Lula
“Sull’Amazzonia è un fallimento”

<B>Greenpeace contro il governo Lula<br>Legname confiscato frutto della deforestazione illegale dell’Amazzonia

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SAN PAOLO – Dopo tre anni di buone notizie sul calo della deforestazione in Amazzonia, improvvisamente arriva la doccia fredda. Il 2007 ha fatto segnare un nuovo record negativo e l’ambizioso piano d’azione introdotto dal governo Lula nel 2004 per salvaguardare la più grande foresta pluviale del mondo, fa acqua da più parti. Delle 162 attività previste in 32 “direzioni strategiche” il 60 per cento non è stato messo in atto e meno di un terzo di queste “direzioni strategiche” ha visto la luce alla fine dello scorso anno.

LE IMMAGINI

Risultato? Nello scorso anno il tasso di deforestazione dell’Amazzonia ha raggiunto un nuovo preoccupante picco. La dura denuncia viene da Greenpeace, che insiste: nel piano del governo brasiliano c’è una “straordinaria mancanza di coordinamento” e la politica per la protezione di uno dei più importanti polmoni verdi del mondo manca clamorosamente di obiettivi concreti.

Il rapporto presentato oggi a San Paolo
dal titolo “The lion wakes up” (“Il leone si sveglia”), non fa sconti e sottolinea tutte le falle del piano proposto da Lula come uno dei propri cavalli di battaglia e citato come esempio di successo in più di un’occasione. L’ultima è stata al forum sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuto a Bali lo scorso dicembre, dove il governo brasiliano ha vantato come un proprio successo i dati dal 2004 al 2007, anni che hanno visto la deforestazione amazzonica in diminuzione. Ma l’analisi di Greenpeace mette questi dati in relazione più con altri fattori, come la fluttuazione del prezzo della soia e del bestiame: se calano o crescono, parallelamente cala o cresce la domanda di terreni per il pascolo e la coltivazione, ottenibili deforestando. Fluttuazioni di mercato di cui l’Amazzonia è stata lasciata completamente in balìa, denuncia l’autore principale del rapporto, Marcelo Marquesini, “per scarso coordinamento e un serio fallimento dell’attuazione dei punti chiave del piano d’azione”.

Le nuove, pesanti, cifre sull’aumento della deforestazione nel 2007 cozzano quindi con quell’immagine del Brasile proposta anche a Bali come quella di uno dei paesi responsabili, che stanno facendo la loro parte nella lotta contro il riscaldamento globale. La deforestazione, infatti, è una delle fonti principali delle emissioni di gas serra, seconda solo al settore energetico, e vale circa il 20 per cento delle emissioni globali di gas serra. Per questo, denuncia Greenpeace, il Brasile è oggi al quarto posto fra i paesi mondiali per le emissioni di gas serra.

Nel piano d’azione di Lula mancano
poi obiettivi precisi. “L’iniziativa governativa ha molte virtù” concede Paulo Adario, coordinatore della campagna di Greenpeace per l’Amazzonia, “ma se gli sforzi devono essere efficaci è necessario mettere in atto misure concrete, chiare e misurabili”. Ad esempio, rendere operativa la regolamentazione che fissa al 20 per cento l’area massima della foresta che può essere resa disponibile per l’allevamento.

Non tutto è da buttare, ammette però Greenpeace. Qualche punto di luce nella politica del governo brasiliano c’è. Fra questi spiccano lo sviluppo di un sistema di rilevamento delle aree deforestate in tempo reale, messo a punto dall’Istituto brasiliano di ricerca spaziale, e la distribuzione di immagini satellitari a varie organizzazioni, fra cui ong, che ha aiutato a mettere a fuoco il panorama, permettendo di identificare e analizzare le cause della deforestazione.

6 marzo 2008

fonte:http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/ambiente/amazzonia-greenpeace/amazzonia-greenpeace/amazzonia-greenpeace.html

Ostia, fascisti distruggono la targa commemorativa delle fosse Ardeatine

La targa commemorativa delle vittime delle Fosse Ardeatine, collocata in piazza della Stazione Vecchia ad Ostia, quartiere del litorale di Roma, è stata fatta a pezzi con un grosso martello. Pochi dubbi sugli autori dell’atto di vandalismo: sopra alla targa è stato scritto, con la vernice, «Il popolo di Ostia inneggia al Duce».
«Si tratta di un gesto di inaudita barbarie – ha commentato il presidente di zona Paolo Orneli – uno scempio gratuito e ingiustificato alla memoria dei nostri concittadini che hanno trovato la morte in uno degli episodi più cupi della storia contemporanea di Roma».

Per il responsabile organizzativo del Pd Laziale, Alessio D’Amato, «la distruzione a Ostia della targa che ricorda le vittime delle Fosse Ardeatine è l’ennesima azione di violenza di stampo nazifascista. Occorre punire i responsabili e tenere alto il livello di attenzione»

Cominciamo bene… i TG serali del 25 aprile non hanno mostrato una singola bandiera rossa, stasera il TG1 nemmeno ha dato la notizia… alla faccia dell’informazione e della libertà.
D’altronde, anche una settantina di anni fa è cominciata così…
Ora e sempre RESISTENZA!
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LE FOSSE ARDEATINE : Inchiesta del col. J. Pollock del Comando di Polizia alleata

RELAZIONE SULL’ECCIDIO DI VIA RASELLA E SULLA CONSEGUENTE ESECUZIONE SOMMARIA PER RAPPRESAGLIA DI UN NUMERO IMPRECISATO DI ITALIANI DETENUTI POLITICI, ED ALCUNI COMUNI, DA PARTE DEL COMANDO TEDESCO IN ROMA.

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Da una relazione redatta l’11 maggio dal famigerato dott. Pietro Kock comandante delle squadre di torturatori create dal questore Caruso, ed esistente nel fascicolo intestato “Bombe lanciate contro una colonna di militari tedeschi”. Rivelasi che un giovane, identificato per Calamandrei Franco di Pietro, nato a Firenze il 21 settembre 1917, studente del III anno di lettere, il giorno dell’attentato si trovava all’angolo di Via Rasella, e, all’apparire della colonna tedesca, fece un cenno convenzionale ad uno sconosciuto travestito da spazzino, conosciuto col nome di Paolo. Costui, con la sigaretta, avrebbe acceso la miccia per la esplosione delle bombe depositate su un carettino porta-immondizie.
Un altro individuo, contemporaneamente, da un posto sopraelevato, avreb- be buttato, al momento del passaggio della colonna, alcune bombe a mano ed avrebbe esploso alcuni colpi d’arma da fuoco, onde dare I’impressione che le bombe occorse per I’attentato alla colonna erano partite dall’alto Immediatamente vi fu reazione da parte dei soldati tedeschi, militi della g.n.r e da un gruppo di fascisti capitanati dal Questore Caruso, dal ten. Kock e da altri suoi fidi collaboratori. Tedeschi e fascisti procedettero ad arresti in massa, prelevando dai fabbricati da cui si riteneva fossero partiti i colpi d’arma da fuoco, vecchi donne e bambini.
La stessa sera le SS richiesero i precedenti penali e politici di tutti coloro che erano stati arrestati da loro nel pomeriggio, e per ciascuno i funzionari e gli agenti addetti, dissero che precedenti non ce n’erano, sebbene alla richiesta dei precedenti presenziassero ufficiali delle SS tedesche.

La sera dello stesso 23 marzo
il questore Caruso ebbe dal comando tedesco la richiesta di consegnare cento nominativi di persone arrestate; il Caruso ridusse la richiesta a cinquanta e, prima di aderire, volle recarsi da Buffarini Guidi per farsene autorizzare. La mattina del successivo 24 tenne nel suo gabinetto una breve e segreta riunione con i suoi più fidi e diretti collaboratori, comandanti delle varie squadre speciali, Kock, Tela, Bernasconi, Occhetto e qualche altro non conosciuto, con i quali preparò una nota di 50 detenuti da consegnare sollecitamente al comando tedesco per la fucilazione. Nell’elenco furono inclusi tutti i nomi degli esponenti e gregari del partito d’azione e di altri arrestati dalle squadre speciali e dai fascisti. L’elenco, sottoscritto dal Caruso, venne inviato all’Ufficio Matricola delle carceri dal dott. Alianello, il quale giunse sul posto con mezz’ora di ritardo provocando l’inconveniente che i tedeschi, recatisi a ritirare gli uomini loro assegnati dal Caruso, non avendo trovati quelli, prelevarono un gruppo di dieci pregiudicati comuni che dovevano essere, invece, rimessi in libertà. Pertanto dall’elenco firmato dal Caruso vennero sostituiti dieci nomi di ebrei con quelli arbitrariamente prelevati dai tedeschi.

Su tali circostanze non possono sorgere dubbi perché il questore Caruso sottoposto ad interrogatorio nelle locali carceri, ha sostanzialmente confermato quanto innanzi è detto.
Il comando tedesco prelevò dal terzo braccio e da Via Tasso, complessivamente altre 270 persone fermate dalle SS che, ammanettate ed a mezzo di autocarri coperti, vennero condotte in zona che non fu fatta conoscere a nessuno e che solo in seguito si è saputo essere le Fosse Ardeatine.
Come rilevasi da una relazione esistente nel fascicolo sopraindicato, tutti i fermati sarebbero stati trascinati ammanettati in una galleria, che militari tedeschi fecero poi saltare con mine.
Negli atti non si rinviene l’elenco degli uccisi che pure si sarebbe dovuto rinvenire in un fascicolo riservato, evidentemente distrutto prima che i tedeschi si allontanassero da Roma.

Da un sopralluogo fatto eseguire
da un funzionario alle tragiche grotte, è risultato quanto segue:
Il desolato campo nel quale sorgono le tragiche grotte di Domitilla si trova a poche centinaia di metri dal luogo dove la Via Appia Antica si tripartisce per proseguire in tre diverse direzioni: l’una verso l’Appia Pignatelli; l’altra verso Via Ardeatina e la terza in prosecuzione dell’Appia Antica. Le tristi fosse che accolgono le spoglie di più che 320 martiri sorgono in una zona sottostante alla Via Ardeatina e sono costituite da tre cunicoli longitudinali e paralleli, lunghi circa 100 metri, coperti in un ricco terrapieno e congiunti alla loro estremità superiore da un braccio trasversale nel quale si può ora ficcare lo sguardo attraverso un grande foro circolare, al sommo del terreno, delle dimensioni di circa tre metri di diametro.
Ai tre cunicoli si accede attraverso due aperture delle dimensioni di circa 4 metri.
Tale D’Annibale Nicola fu Antonio, nato a Ceccano (Frosinone) il 24-2-1899, abitante in Piazza Casal Maggiore n.3, int. 6, occupato quale porcaro nel terreno sito in Via Ardeatina prospiciente alle fosse Domitille poté assistere non visto all’eccidio da un campo che si trova a cavaliere delle fosse.
Egli ha dichiarato che il 24 marzo 1944 verso le ore 14 vide giungere alla cava di Via Ardeatina situata a circa 70 metri dal luogo dove egli si trovava, due furgoni tedeschi, del tipo di quelli in uso per il trasporto delle carni macellate, completamente chiusi e con sportelli apribili dalla parte posteriore.

Detti automezzi dinanzi alla cava
eseguirono una manovra circolare, in modo da far capitare all’imboccatura di essa la parte munita di sportelli, con una piccola marcia indietro I’auto veicolo penetrava addirittura per qualche metro nell’interno del cunicolo destro. La cava nel suo insieme permetteva agevolmente la manovra dei furgoni. Compiuta tale operazione, le persone che si trovavano nell’automezzo ne discendevano e venivano avviate nell’interno e propriamente in fondo alla cava, dove venivano mitragliate a mezzo di un fucile mitragliatore.
È opportuno notare che la zona era stata all’uomo completamente isolata da soldati tedeschi che si erano situati ai vari blocchi.
I colpi rimbombavano cupi nella solitudine circostante e non lasciavano dubbi circa la loro tragica natura, ma le grida giungevano soffocate.
Lo spettacolo destava terrore e raccapriccio.
Secondo il D’Annibale in ogni automezzo potevano stare alla rinfusa dai 70 agli 80 uomini e gli automezzi, scaricato il loro triste carico tornavano indietro a rifornirsene e così,a quanto ricorda il D Annibale, per tutta la giornata, e fino alle ore 14 del giorno successivo.

Secondo tale versione, pertanto,
il numero delle vittime sarebbe ben superiore di 320 e si confermerebbe la voce popolare, che le fa ammontare a circa 700.
I primi due automezzi trasportarono persone prelevate dalle prigioni tristemente famose di Via Tasso,mentre gli altri trasportarono detenuti prelevati dal carcere di Regina Coeli.
Ai detenuti prelevati dalle prigioni di Via Tasso fu dato ad intendere che sarebbero stati inviati a lavoro nelle retrovie di Anzio; si ignora che cosa sia stato detto agli sventurati provenienti dalle carceri, ma i giornali pubblicarono che si disse loro che dovevano affrontare un lungo viaggio.
I tedeschi, dopo un paio di esecuzioni facevano esplodere, sempre nell’interno della galleria delle mine il cui terriccio copriva,di volta in volta,le decine di cadaveri di patrioti ammucchiatevi alla rinfusa. I tre bracci della galleria verso il fondo furono così in breve sommersi sotto l’azione delle mine. Nel braccio di sinistra che si colloega nel mezzo delle due porte, i patrioti venivano colpiti a misura che entravano da una mitragliatrice posta all’angolo sinistro dell’ingresso. I cadaveri veniva poi trascinati a braccia dagli assassini in fondo al cunicolo ed ivi ammassati .
Nessun’altra persona delle vicinanze è stata in grado di riferire alcunché intorno al criminoso episodío, che ricorda cosi da vicino le fosse di Kathyn.

Roma, lì 13 luglio 1944.

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fonte:http://www.romacivica.net/anpiroma/resistenza/resistenza1a.html

28 aprile: giornata mondiale vittime dell’amianto

Riprendo da Movimento Anti Suv (http://mas-movimentoantisuv.blogspot.com/2008/04/28-aprile-giornata-mondiale-vittime.html) e rilancio:

Dal 1907 al 1986 a Casale Monferrato ha operato la multinazionale Eternit, specializzata nella produzione di prodotti in cemento amianto per l’edilizia.
L’esposizione alle fibre aerodisperse dell’asbesto (amianto) provoca, oltre all’asbestosi, diverse tipologie tumorali fra le quali la più frequente é il mesotelioma pleurico, privo di cura, la cui incubazione può variare dai 15 ai 45 anni.
In Italia l’impiego dell’amianto é stato messo fuorilegge solo nel 1992; a Casale Monferrato l’amianto, secondo l’indagine del Procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello, ha già ucciso, ad oggi, 1.400 persone fra le quali 900 ex lavoratori dello stabilimento Eternit e 500 cittadini.
L’amianto é stato utilizzato nella fabbricazione di materiali isolanti, nella sostituzione di freni e frizioni, per alcune plastiche rinforzate e vernici, nei prodotti di cemento amianto per l’edilizia (condutture dell’acqua, tetti, canne fumarie): solo nella città di Casale oggi si stimano ancora 800.000 metri quadri di coperture da bonificare.
Recentemente è stato valutato che i casi di mesotelioma pleurico e malattie derivanti dall’amianto aumenteranno progressivamente fino a raggiungere un picco che vedrà il suo culmine fra il 2015 ed il 2020.

NON LASCIATELI SOLI.

Per maggiori informazioni cliccate qui

Se invece volete un filo diretto con i diretti interessati e con chi potrà darvi maggiori informazioni ecco l’elenco dei blogger

http://www.canateam.net/
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La sconfitta non ferma i comunisti

Testo integrale della relazione di Oliviero Diliberto alla direzione del PdCI

Voglio iniziare senza ipocrisie. Quando c’è una sconfitta e quando c’è una sconfitta di queste proporzioni trovo assolutamente necessario che colui che ha guidato il partito, il sottoscritto, chieda al gruppo dirigente fondamentale, cioè la Direzione del partito, se ritiene utile che io continui a fare il segretario.

Lo dico nel modo più diretto possibile perché è giusto che sia così. In un momento del genere vi assicuro che tirare la carretta è complicato. E credo di avere dimostrato, anche alla vigilia di questa campagna elettorale, di essere – forse tra i non molti – sicuramente non attaccato alla poltrona, visto che avevo deciso di lasciare il Parlamento. Per cui con assoluta serenità e laicità nella discussione, se ci sarà un giudizio negativo da parte dei compagni su quello che io dirò, su quello che abbiamo fatto e su quello che faremo, la proposta politica insomma – che alla fine ovviamente voteremo – , posso garantire sin d’ora, e sapete che è la verità, che io continuerò a fare semplicemente, e con immutato orgoglio il militante di questo partito e nulla di più. Se invece i compagni riterranno utile che io continui a svolgere il ruolo di segretario, lo farò, e lo farò con rinnovata passione, anche se, come è del tutto evidente, in una situazione molto più complicata di prima. C’è però una cosa che io mi chiedo e chiedo a tutti, qualunque sia la scelta: il rispetto delle persone, che viene prima della politica. Anche la critica politica, la più feroce, deve tener conto del rispetto tra i compagni, senza il quale è la barbarie. E purtroppo abbiamo assistito, in questi ultimi periodi, da parte di alcuni, ad una preoccupante degenerazione in tal senso. Piccoli, isolati, marginali episodi. Ma che vanno stroncati prima che la degenerazione si diffonda.

L’esito di queste elezioni come è chiaro a tutti è disastroso. E’ disastroso complessivamente, al di là della sinistra. E’ disastroso perché il Parlamento che è stato eletto è il più a destra della storia della Repubblica italiana. Berlusconi ha la più grande maggioranza da quando è sceso in politica – altro che pareggio, ha 40 senatori in più. La Lega è vertiginosamente aumentata – sembrava finita – anzi sta sfondando anche nelle regioni ex, molto ex, “rosse”. Il Partito democratico non è aumentato affatto rispetto alle sue previsioni, è al di sotto della soglia del 35% che era stata prefigurata come la soglia di una accettabile, ancorché modesta, vittoria. La sua vocazione sarebbe dovuta essere quella di contendere i voti ai moderati, invece non ne ha preso neanche uno. Il risultato delle scelte di Veltroni è che Berlusconi governerà 5 anni – questa è la previsione più facile – e rischia – drammaticamente – di governare anche dopo, se non si inverte la rotta. C’è una sola cosa che è riuscita al Partito democratico ed è stata “schiantare la sinistra”. Certo, anche per colpa della sinistra medesima (come dirò tra breve), ma la campagna mediatica micidiale sul voto utile, sulla bipolarizzazione “Berlusconi contro Veltroni”, Berlusconi che invitava a votare per sé o altrimenti per Veltroni e viceversa, la logica di un bipartitismo sempre più americanizzato che prevede l’alternanza tra simili e non una vera e propria alternanza come c’è in paesi anche europei, tutto ciò ha portato a ché gran parte dei voti della sinistra – sono quantificati dai flussi intorno al 55% – siano stati sottratti alla lista della Sinistra Arcobaleno per andare verso il Partito democratico.

Tuttavia la disfatta della sinistra, evidentemente, non può essere spiegata solo con questa pur importantissima circostanza. Perché io credo che ci siano stati un combinato disposto di diversi fattori. Il primo è l’astensione di sinistra: la delusione della pratica del Governo Prodi, 2 anni di aspettative eluse che hanno portato ceti popolari e lavoratori a non andare a votare. Penso alla grande manifestazione di ottobre e al fato che dopo è bastato Dini a renderci del tutto ininfluenti. Poi c’è stato il fenomeno dell’aumento di Di Pietro, secondo me corroborato da voti di sinistra. Gente che non voleva votare Partito democratico ma voleva concorrere alla vittoria possibile, potenziale, contro Berlusconi, gente che ha votato la coalizione di Veltroni. ma votando per Di Pietro. Ancora una volta, dunque, voto utile.

Poi, ancora, c’è la faccenda clamorosa del simbolo. Aver voluto, pervicacemente e scelleratamente, togliere il simbolo più forte, più riconoscibile, più tradizionale, cioè la falce e il martello è stato un errore micidiale. Non certo di questo partito. Ad un giornalista che nei giorni scorsi mi ha detto «ma non è anacronistico insistere con il simbolo?», io ho risposto «guardate che 2 anni fa, mica un secolo fa, nel 2006, in Italia le due falce e martello presenti hanno preso 3 milioni e 800mila voti. L’Arcobaleno ne ha preso 1 milione e mezzo, quindi evidentemente è anacronistico l’Arcobaleno, non la falce e martello». Noi abbiamo cercato – come i compagni sanno – di spiegarlo disperatamente ai nostri alleati, ma in quella coalizione, ormai largamente defunta, perché sono stati gli italiani a stabilirlo, c’era un’egemonia culturale sostanzialmente a-comunista.

A tutto questo si deve aggiungere che non ci ha giovato la presenza di alcuni dei nostri alleati e che è stata sbagliata la campagna elettorale da parte del candidato leader. Non apparteniamo alla schiera degli sciacalli che si accaniscono contro chi ha perso: anzi, ringraziamo Bertinotti per essersi speso in campagna elettorale. La critica è tutta e solo politica. Noi siamo stati, infatti, gli unici che nelle settimane prima del voto hanno attaccato il Pd. Ma siamo stati totalmente oscurati durante la campagna elettorale. Al contrario c’è stato un assoluto predominio da parte di Bertinotti che da parte sua non diceva nulla contro il Pd, quasi come prefigurasse un patto successivo. Errori che si sono susseguiti l’uno all’altro sino ad alcuni clamorosi infortuni che certo non hanno aiutato, non hanno spronato i comunisti ad andare a votare: l’ultimo dei quali a tre giorni dal voto dichiarare che il comunismo sarebbe rimasto una “tendenza culturale” nel nuovo soggetto.

Detto tutto questo, ognuna di queste concause ha contribuito, tuttavia avverto un problema di fondo: è venuto meno l’insediamento sociale della sinistra. Se di colpo si possono spostare milioni di voti da una parte all’altra, vuol dire che quei voti erano semplici voti di opinione. Per carità i voti di opinione sono sempre esistiti e il Pci largamente ne fruiva, ma c’era in quel caso, anche e largamente, una base sociale di insediamento forte che garantiva un radicamento indipendente dall’opinione, che naturalmente poteva cambiare, aumentare e spostarsi. Insomma c’era un radicamento che oggi non c’è più. E appunto oggi occorre proprio ripartire dal radicamento e dall’insediamento sociale.

Rispetto a tutto ciò una domanda viene spontanea: si sarebbe potuto fare diversamente? Sarebbe stato meglio, o meno peggio, scegliere di andare da soli? Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere. Dove siamo andati da soli, nelle comunali, non è andata bene. E se in luoghi dove noi abbiamo un insediamento vero, prendiamo il due per cento, nazionalmente quanto avremmo preso? La controprova su quanto avremmo potuto prendere se fossimo andati da soli alle politiche non ci sarà mai, ma alcuni elementi per ragionare ci sono. Il rischio quale sarebbe stato? Temo che avremmo avuto un consenso del tutto residuale come è capitato allo Sdi, cioè sotto all’uno per cento. Un disastro. Saremo stati vittime del doppio voto utile, verso il Pd e verso l’Arcobaleno. E se, avendo fatto la scelta di andare da soli, fossimo qui a commentare un dato del genere, allora sì che non ci resterebbe che la consegna al tribunale fallimentare dei libri contabili di questo partito. Credo di non aver sottovalutato affatto la disfatta, né di aver sottovalutato gli errori, ma nella disfatta noi oggi possiamo riprovare a ripartire, gli altri forse no.

Il nostro Partito complessivamente rispetto agli altri partner dell’alleanza è quello che ne esce meglio. Tutti i commentatori dicono che il Pdci tiene. Ed è vero. Ora però proviamo a ricominciare. La voglio dire con un titolo: “un nuovo inizio”. Ma voglio essere sincero, sarà una lunghissima traversata nel deserto. Una difficilissima traversata nel deserto.
L’Arcobaleno è finito, è del tutto evidente. Quel che resta? Una bizzarra riunione promossa a Firenze dal professor Ginsborg, orfano del professor Pardi, che in cambio di un seggio in Parlamento ha mollato tutti, dai girotondi a Grillo… Tutti. A dimostrazione che la società civile può essere di gran lunga peggio della società politica. L’Arcobaleno non c’è più: i Verdi veleggiano verso il Pd, o ne rimane una piccola enclave autonoma, che probabilmente sta cercando collocazione in un nuovo soggetto che però non c’è nel panorama politico e rischia di non esserci neppure in futuro; Sinistra democratica si è liquefatta, Alfiero Grandi ha dichiarato che guardano ad una nuova alleanza con i socialisti residui, che come noto hanno preso lo 0,9 per cento e con la sinistra del Partito democratico; Rifondazione è nella estrema difficoltà e lacerazione che tutti quanti stiamo vedendo.

Ed allora che fare? E’ apparso ieri su molti giornali un appello – rivolto anche a noi Pdci – di pezzi di movimenti di lotta, i NoTav, i No dal Molin, il comitato sardo “Gettiamo le basi”, quelli contro il ponte di Messina, pezzi di movimenti veri, rappresentanze di luoghi dei lavoro e illustri esponenti dell’intellettualità comunista. Questo appello chiede che per ricostruire la sinistra si inizi da noi comunisti. Rivolge l’appello a noi, a Rifondazione e a tutti i comunisti e le comuniste, comunque collocati in Italia. Ma chiede innanzitutto l’unità fra i due partiti comunisti, ossia fra le due cose che ci sono. Quello che è rimasto in campo dopo lo tsunami. Noi e loro, e tutto l’arcipelago variegato di compagni e compagne che magari hanno lasciato il Pdci e Rifondazione o che non ci sono mai stati e che comunque si riconoscono in un progetto di trasformazione della società in senso socialista. In parole semplici, si chiede l’unità di quello che è rimasto della sinistra. Bene, a questo nuovo inizio, e cioè concorrere, mettere a disposizione il Pdci, per un progetto più grande di costruzione di un Partito comunista in Italia, a questo appello noi, la segreteria del Partito ha risposto di sì. Ora attenderemo la risposta di Rifondazione comunista.

Ma sul Prc vorrei spendere qualche parola. Il disastro viene da lontano: nel 1996, dodici anni fa, non un secolo, Rifondazione aveva l’8,6 per cento dei voti, e nel primo anno di governo Prodi i sondaggi le attribuivano percentuali tutte al di sopra delle due cifre. Chi c’era si ricorda. Successivamente, il gruppo dirigente di Rifondazione decide di far cadere Prodi, immaginando una fuoriuscita da sinistra, le trentacinque ore…, cade Prodi, c’è la nostra scissione, e nell’99 Rifondazione prende il 4% alle europee e noi il 2 per cento. Si sono persi, anche solo considerando i consensi presi due anni prima, il 2,5% di voti. Uomini e donne che non sono venuti né da noi, né da loro. Poi nel 2001 il Prc non fa l’accordo con il centrosinistra, consegnando a Berlusconi di nuovo il governo – se al Senato ci fosse stato l’accordo si pareggiava – infine nel 2006 pur partendo da una posizione che sino a pochi anni prima diceva «per me centrodestra e centrosinistra pari sono», il Prc sigla l’accordo più “unitario” e arrendevole, Bertinotti va a fare il presidente della Camera, una scelta istituzionale che riduce gli spazzi di battaglia politica anche dentro il Parlamento, e nel 2008, infine, siamo in questa condizione.

Beh io credo che noi dovremmo provare a ritornare al ’96.
Non ci riusciremo in toto, sia ben chiaro, però proviamo a ripartire da lì. Da qualche parte, infatti, il bandolo dobbiamo provare a riprenderlo. L’Appello è rivolto a noi, a tutti i compagni e le compagne di Rifondazione comunista, a tutti. Non è un appello rivolto semplicemente alle minoranze del Prc. Anche se non si può escludere che alla fine lo raccolgano solo le minoranze stesse, e tuttavia la discussione interna a Rifondazione non è ininfluente rispetto a questo progetto. Anzi.
Ho l’impressione nettissima che sia in atto, tanto più dopo questo risultato, una operazione politica che mira ad aggregare una sorta di forza cuscinetto, chiamiamola così di “sinistra buona”, magari guidata da Vendola, come auspica Francesco Merlo su La Repubblica, dove possano confluire i reduci dell’Arcobaleno che non vogliono il progetto comunista. Ho l’impressione che Bertinotti stia lavorando a questo. A noi non ci vogliono. Questo agglomerato cuscinetto, come io lo ho definito, nel breve periodo andrà a fare la sinistra del Pd. Cosa resta? Restiamo noi. Noi e coloro che dentro Rifondazione rifiuteranno questa deriva, più tanti che fuori dai due partiti esistenti ancora si sentono comunisti. Vedremo il dibattito che si svolgerà entro al Prc, però spero solo una cosa, che la scelta che faranno sia non equivoca. E cioè che non ci sia ancora una scelta in mezzo al guado. Sarà il congresso naturalmente a sciogliere questo eventuale equivoco, tuttavia dentro Rifondazione ci sono forze sicuramente disponibili e noi dobbiamo con chi ci sta provare a ricominciare. Ovviamente, ripeto, rivolgendoci potenzialmente a tutti.

Giusto a questo punto domandarsi con che caratteristiche dovrebbe nascere questo nuovo soggetto. Intanto fuori dal Parlamento. Non è una scelta, non abbiamo deciso di diventare un partito extra parlamentare, ci hanno cacciato dal parlamento gli elettori con il loro voto e Veltroni che non ha voluto l’apparentamento. Questa nostra non è quindi una vocazione extraparlamentare, come è evidente: è una condizione. Io non sono di quelli che pensano che anche la sconfitta può avere lati buoni, una sconfitta è una sconfitta, tuttavia proviamo dalla sconfitta a trarre qualche insegnamento e ripartiamo dall’opposizione. Ripartiamo dal conflitto sociale. Ho programmato per questa settimana due incontri con i lavoratori nelle fabbriche, uno a Bari e uno a Milano alla Magneti Marelli. Dobbiamo ricominciare da li, e dobbiamo dislocare i dirigenti di partito nei territori. E’ il tentativo di ricostruire un insediamento sociale e ci vorrà lo sforzo di una intera generazione. Ci vorrà un sacco di tempo compagni, tanto tempo.

Non vedremo noi i risultati del nostro lavoro. Però questa lunga attraversata nel deserto dobbiamo pur incominciarla, e dobbiamo almeno sapere in quale direzione andare. Se sbagliamo, infatti, nel deserto ci si perde irreparabilmente.
L’altro aspetto è quello della diversità. Che abbiamo praticato poco. Vedete, quando io ho scelto di non stare in Parlamento l’ho deciso solitariamente, senza convocare organismi, e l’ho fatto per più di un motivo. Innanzitutto, per mettere fine alla polemica sull’operaio escluso. Però c’era anche un altro aspetto: ancorché meno che in passato – nel 2006 abbiamo perso mezza segreteria nazionale alle elezioni sulle candidature – tuttavia quando c’è la fase delle candidature si scatenano i peggiori istinti, anche dentro i partiti comunisti più “puri e duri”. Io ho fatto una scelta che nelle intenzioni, non so negli esiti, era anche e soprattutto pedagogica: se può stare fuori dalle istituzioni il segretario nazionale del partito, può stare chiunque fuori dalle istituzioni. Ne sono convinto: si può fare politica anche fuori dal Parlamento. La diversità riguarda tuttavia anche un altro aspetto. Siccome andiamo incontro ad una fase di grande ristrettezza economica, non vi saranno più i soldi che entravano dai gruppi parlamentari e dai parlamentari medesimi – una bella cifra vi assicuro – e dunque dovremmo chiedere a tutti i compagni e le compagne che sono rimasti nelle istituzioni, a tutti i livelli, di darsi una regolata diversa da quella che fin qui è stata tenuta. Ovvero di autogestione dei propri emolumenti. Con delle regole che decideremo tutti insieme, non saranno regole imposte, ma regole che una volta prese dovranno valere per tutti.

Per attuare tutte queste cose è evidentemente necessario un congresso, perché cambia la strategia. Perché mettiamo a disposizione di questo processo il partito. E il congresso io credo che lo dobbiamo fare subito. Propongo perciò che si svolga parallelamente a quello di Rifondazione comunista, cioè entro l’estate. Attueremo così una interlocuzione, ma al contempo incalzeremo Rifondazione. E quindi propongo che venga convocato il Comitato centrale entro 15 giorni affinché quell’organismo indìca il congresso. Lì discuteremo di come impostarlo e le regole. Sono per dare una accelerazione.
Quello che vi propongo è difficilissimo. Estenuante. Dagli esiti tutt’altro che scontati. E’ un percorso che ho definito “la traversata del deserto”. Ma può anche essere entusiasmante, riaccendere passioni, avvicinare giovani generazioni. Voglio tuttavia dirvi che, qualunque sarà il mio ruolo, voglio provarci con assoluta determinazione.
Perché io mi sento certamente sconfitto. Ma non mi sono arreso.

COSE DA POVERI – Effetto domino sui raccolti

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di Marco Magrini

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LONDRA.
Il Natale scorso, Kona Haque
è volata fino al suo Paese natale, il Bangladesh, per far visita alla famiglia. «La prego, mi dia anche una mancia», le ha chiesto l’uomo del risciò al momento di pagare. «Da sei mesi, il prezzo del cibo è aumentato e non riesco a sfamare né me, né i miei figli». La supplica non poteva raggiungere orecchie più attente. Kona Haque, che dai 4 ai 18 anni ha vissuto a Roma per seguire i genitori che lavoravano alla Fao, è analista di materie prime alla banca australiana Macquarie. «Il guaio – racconta lei stessa – è che, da Natale a oggi, tutti i prezzi dei prodotti alimentari di base sono saliti ancora di più. E ci vorranno tre anni, per tornare alla normalità». Ma a quel taxi umano di Dhaka, capitale di un Paese che è quasi simbolo planetario di fame e carestie, non si è sentita di dirglielo.

Tre anni di prezzi alti e magari crescenti potrebbero innescare la più grave crisi alimentare dell’epoca moderna, con potenziali effetti collaterali: dalle stabilità politiche interne, fino alle tensioni diplomatiche fra Paesi. Si dirà che è l’inviolabile legge della domanda e dell’offerta. Da un lato, ci sono 6,5 miliardi di bocche da sfamare e la crescita economica asiatica, che ha consentito a centinaia di milioni di aspirare a meno riso e più bistecche. Dall’altro, la congiunzione astrale di due anni di pessimi raccolti, di un costo del greggio che da inizio secolo è quintiplicato e di quella sventurata competizione fra prodotti agricoli e biocarburanti, ha ridotto le scorte alimentari al lumicino. Ma questa è solo una parte della storia. Perchè forse mai, prima d’ora, l’interdipendenza delle vite umane – l’ultima frontiera della globalizzazione – sta mettendo così crudamente in luce gli squilibri dell’ineguale, ed esagerato, sfuttamento delle risorse.

«Il battito delle ali di una farfalla in Brasile può innescare un tornado in Texas», diceva Edward Lorenz, il pioniere della Teoria del caos scomparso appena dieci giorni fa. Oggi si sente il battito di tutte le farfalle del mondo. «Negli ultimi 12 mesi – racconta Haque – il prezzo del mais è salito del 58,3%, quello della soia del 90 e quello del grano del 71. Ci vorranno almeno due anni, prima che vengano ricostituite le scorte. Mentre quelle attualmente in surplus, come lo zucchero, dall’anno prossimo saranno in deficit. Inoltre, alla Macquarie, prevediamo un ulteriore aumento della domanda di proteine animali, che porterà a tensioni anche sui prezzi della carne e quindi delle uova e del latte». E qui non si parla del Bangladesh. In questi giorni, nel ricco Giappone, non c’è burro nei supermercati.

Tutto è cominciato nel 2005, con una serie di raccolti disastrosi – presumibilmente complice il riscaldamento globale – in Australia e altrove. La rendita per ettaro, cresciuta del 2,4% all’anno fra il 1960 e il 1990, ha cominciato a scendere dell’1% all’anno. Poi è arrivata la concorrenza dei biocarburanti, con i sussidi americani alla produzione di etanolo, che sono arrivati a inghiottire il 20% del grano del Midwest. Intanto, solo in Cina, fabbriche, case, aeroporti e strade si sono portati via il 6,6% dei campi da semina. «Finora – osserva l’analista di Macquaire – la teoria di Malthus, che la crescita della popolazione avrebbe portato alla scarsità di cibo, è stata smentita da un semplice fattore: il commercio». Senonché, dal Kazakhstan al Vietnam, dalla Thailandia al Messico, cominciano a spuntare i primi casi di protezionismo alimentare: il taglio delle esportazioni.

E poi c’è il petrolio, il motore del mondo globalizzato. «Il carburante e i fertilizzanti, che pure si ricavano dal greggio – commenta Leonidas Drollas, vicepresidente del Center for Global Energy Studies di Londra – rappresentano il 25-30% dei costi di un agricoltore. E non vedo imminenti probabilità che il prezzo del petrolio scenda». Così, non scenderanno neppure i costi delle spedizioni, dei macchinari e di tutta l’infinita catena che discende dal greggio.

Infine, a suggellare l’immagine della farfalla di Lorenz, c’è il Chicago Mercantile Exchange. Quel tempio arcano dove uomini in divise colorate si scambiano ordini d’acquisto per tonnellate di grano, oceani di soia e orde di suini, senza nessuna intenzione di comprarli per davvero. Proprio come succede al petrolio del New York Mercantile Exchange, il prezzo dei futures è basato sulle aspettative. E le aspettative sulla produzione di greggio e di mais sono tutt’altro che sovrabbondanti. «Sicuramente la speculazione ha un impatto – ammette Haque – ma non può essere la sola causa, perché il trading sul riso è quasi inesistente, eppure il prezzo è andato ugualmente alle stelle».

Ne sa qualcosa quell’uomo del risciò, nella remota Dhaka. La globalizzazione gli aveva promesso una ciotola di riso in più. L’interdipendenza del genere umano e delle sue finite risorse – almeno per un po’ – gliel’ha tolta di bocca.

fonte:http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/04/materie-prime-caro-raccolti.shtml?uuid=a692e8bc-1361-11dd-822e-00000e251029

Cose da pazzi? No, cose da ricchi.

Costa 300.000 dollari l’orologio che non ti dice l’ora, ma solo se è giorno o notte

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Il Day & Night è diventato un must per i super-ricchi. Venduti tutti gli esemplari a pochissime ore dal lancio

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MILANO – Un’orologio da polso da 300 mila dollari? Per questa somma il potenziale acquirente si aspetta perlomeno che indichi l’ora esatta. Ma non è così. Ciononostante, dal giorno del lancio è già «sold-out».

Il Day e Night (da http://www.romainjerome.ch)

Cose da pazzi, verrebbe da dire. L’orologio da polso «Day & Night», prodotto dalla casa di lusso svizzera Romain Jerome, e presentato al recente Salone Mondiale dell’Orologeria di Basilea, non indica ore, minuti o secondi, ma soltanto l’alternarsi tra la notte e il giorno. Per i milionari che hanno tutto, una vera e propria chicca d’altri tempi.

OROLOGIO PARTICOLARE«Una nuova interpretazione del tempo», si legge sul sito dell’azienda ginevrina. «L’orologio offre un nuovo modo di misurare il tempo, spezzando l’Universo in due fondamentali sezioni opposte tra l’oro; il giorno e la notte», appunto. Se per i comuni mortali questo particolare accessorio segnatempo può sembrare pressochè inutile, è diventato invece un vero e proprio «must» tra i super-ricchi. Tanto che i 9 esemplari presentati alla fiera sono stati venduti nel giro di appena 48 ore. Queste le caratteristiche principali della costosa provocazione elvetica: un esclusivo doppio Tourbillon che ruota in modo sequenziale (in pratica la gabbia rotante dell’orologio a carica manuale funziona per le 12 ore del giorno, quindi si ferma e parte l’altro – il ciclo si ripete ogni 24 ore). La cassa è in titano e in acciaio 46 millimetri, lo stesso del relitto del leggendario transatlantico Titanic, affondato nel 1912; è impermeabile fino a 50 metri mentre il cinturino è in pelle di coccodrillo. «C’è tanta di quella gente ricca che compra orologi incredibilmente complicati senza capire come funzionano», ha spiegato Yvan Arpa, direttore generale della società. «Se chiediamo alla gente quale sia l’ultimo dei lussi, l’80% risponde che è il tempo», dice Arpa, citando alcune statistiche. «Altri studi indicano che il 67 per cento delle persone non guardano neppure il proprio orologio per sapere l’ora, ma lo indossano semplicemente come ‘status symbol’». Il singolare prodotto, che ha avuto una grande eco anche online, è stato definito con un unica parola (e forse un po’ ironicamente) «geniale», dal blog del Wall Street Journal. «Al giorno d’oggi tutti possono comprare un orologio che indica l’ora, ma solo pochi ed affezionati clienti possono permettersene uno che l’ora non c’è l’ha affatto», afferma infine Yvan Arpa.

Elmar Burchia
27 aprile 2008

fonte:http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_27/orologio_giorno_notte_11b17090-1476-11dd-b006-00144f02aabc.shtml

Austria, reclusa in cantina 24 anni Violentata dal padre, ha avuto 7 figli

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La verità emersa quando l’uomo ha accompagnato la figlia-nipote in ospedale
Fu il genitore a rinchiuderla nel 1984. Le analogie con il caso di Natascha

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<B>Austria, reclusa in cantina 24 anni<br>Violentata dal padre, ha avuto 7 figli</B>

La casa ad Amstetten dove la donna è rimasta segretata 24 anni

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VIENNA – Ritorna alla luce dopo un sequestro lungo 24 anni. Nel 1984 suo padre l’aveva segregata nella cantina di casa ad Amstetten, in Austria, a 120 chilometri da Vienna. Da allora, nessuno aveva saputo più nulla di lei, della sua reclusione, delle violenze sessuali cui veniva sottoposta, dei bambini nati dalla relazione incestuosa. L’orrore è emerso quasi per caso, dopo il ricovero in ospedale di una delle ragazze nate durante il sequestro. Arrestato il padre-nonno, oggi 73enne. Sua figlia, che ha compiuto 42 anni, e i sei nipoti, sono stati affidati a una equipe di psicologi.

LE IMMAGINI: LA CASA DEGLI ORRORI

Fuori dal mondo, come Natascha Kampusch.
Ventiquattro anni senza sapere cosa accadeva fuori da quelle quattro mura. Sepolta viva insieme ai suoi bambini. Schiava di un padre che abusava di lei in cambio di cibo, acqua e vestiti, che le portava di nascosto dalla moglie, convinta che la figlia fosse scomparsa. Il caso ricorda molto da vicino quello di Natascha Kampusch, anche lei tenuta segregata in una cantina di una casa alle porte di Vienna. Si liberò dopo 3.079 giorni, quando il suo carceriere morì suicida. Elisabeth in “prigione” c’è rimasta 8.760 giorni.

I figli. La donna ha messo al mondo sette figli: uno è morto quando era ancora neonato. Gli altri, tre maschi e tre femmine, hanno tra i cinque e i 19 anni. Sono figli del loro nonno. Il test del Dna, già disposto dal magistrato, accerterà quanto il capo della polizia del Land Bassa Austria, Franz Polzer, ha già dato quasi per certo: “Durante i 24 anni di prigionia l’uomo ha abusato di sua figlia più volte. E questo ha portato alla nascita forse di sette figli

La scoperta. La vicenda è emersa dopo che il padre-nonno ha accompagnato presso l’ospedale della città una delle figlie nate dal rapporto incestuoso, una ragazza di 19 anni affetta da una grave malattia. “L’ho trovata per strada davanti a un palazzo. Neppure riesce a parlare”. La storia è crollata quasi subito, dopo l’insistenza dei medici preoccupati per le condizioni disperate della ragazza. “Lotta fra la vita e la morte”, ha detto il capo della polizia. E’ stata ricoverata nel reparto di terapia intensiva mentre i fratelli minori e la madre sono stati affidati a un gruppo di psicologi che tenteranno di aiutarli a dimenticare gli abusi che hanno subito per più di vent’anni.


27 aprile 2008

fonte:http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/austria-segregata/austria-segregata/austria-segregata.html