Archive | maggio 2008

Amministratori del sud all’attacco: “Il taglio dell’Ici è una rapina”

Cresce il fronte della protesta degli enti locali di Calabria e Sicilia: “Una tangente pagata alla Lega che penalizza soprattutto noi”

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di GIUSEPPE BALDESSARRO

<B>Amministratori del sud all'attacco<br>Un cantiere stradale in Calabria.
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COSENZA – Va bene il taglio dell’Ici, ma che a pagarlo debbano essere soprattutto Calabria e Sicilia, non piace agli enti locali delle due regioni. Parlano di “banditismo”, di “rapina”, di “tangente pagata alla Lega di Bossi”. Monta la protesta sulle due sponde dello Stretto di Messina. E se i siciliani per il momento affidano le loro “preoccupazioni” a interrogazioni parlamentari e richieste “di chiarimento”, le province e i comuni calabresi si sono incontrati oggi a Sibari, per una manifestazione regionale dal titolo emblematico: “Fondi statale 106 dirottati: uno scippo intollerabile”. Una riunione convocata dai presidenti delle province di Cosenza e Crotone, Mario Oliverio e Sergio Iritale. Voluta, si dice, “per organizzare forme di opposizione civile, ma determinata”. A preoccupare sono i numeri di una decisione che “nei fatti, affonda le mani nelle tasche di territori già in ritardo di sviluppo”.

Secondo le previsioni serviranno complessivamente 2,6 miliardi di euro per rimborsare i comuni dei mancati introiti dovuti all’abolizione dell’Ici. Una cifra che comprende anche lo sgravio già introdotto da Romano Prodi. Per la copertura il governo Berlusconi ha dato una “sforbiciata” a una settantina di norme e micronorme dell’ultima Finanziaria e del decreto mille-proroghe. Ma le somme più consistenti arriveranno dai fondi che erano destinati alle infrastrutture e alla difesa del suolo (ex risorse Ponte Stretto) in Sicilia e in Calabria (1.363,5 milioni di euro).

Dati che hanno reso furioso Oliverio: “E’ grave che il governo carichi all’80% sulle spalle di Calabria e Sicilia la copertura finanziaria del taglio dell’Ici che interessa l’intero Paese”. Solo per dare qualche numero ricorda che “un colpo di spugna ha cancellato un miliardo di euro per il 2008 e il 2009 impedendo alle Province di realizzare i programmi approvati e la loro conseguente progettazione”. Da qui la proposta di una serie di iniziative trasversali agli schieramenti politici. In Calabria nei prossimi giorni si riuniranno contemporaneamente il Consiglio regionale e tutti i Consigli comunali e provinciali. Anche i sindacati confederali e gli industriali calabresi vanno verso una “iniziativa condivisa”. E già da stasera si lavorerà per fare blocco con gli enti locali siciliani.

Contemporaneamente nascerà un fronte di senatori e deputati delle due regioni che tenteranno di bloccare la decisione del governo sul piano parlamentare.
A dimostrazione di quanto il problema sia sentito in Calabria, a Sibari c’erano praticamente tutti, con la sola esclusione dei parlamentari del Pdl evidentemente “imbarazzati”. Amministratori, politici, sindacati e industriali sono intervenuti per “chiedere indietro il maltolto”.

Sono preoccupati per il taglio netto
ai finanziamenti alla viabilità “minore”, ma non solo. I dati più importanti del “furto” sono contenuti in una nota dell’assessore regionale ai Lavori Pubblici Luigi Incarnato: “Un anno fa era stato siglato un Accordo di programma con il ministero delle Infrastrutture riguardante quattro importantissime opere pubbliche sparite dall’agenda del governo”. Invece si sono “volatilizzati” l’intero sistema degli attracchi al porto di Villa San Giovanni (84 milioni di euro) e il megalotto 3 della statale 106 Jonica-Sibari-Roseto (265 milioni di euro). Spariti anche i soldi previsti per la progettazione del megalotto 9-Crotone-Cariati (25 milioni di euro), del megalotto 12 e della tangenziale di Reggio Calabria (15 milioni ciascuno).
Complessivamente 389 milioni di euro, cui vanno aggiunti altri 43 milioni già destinati a interventi per la valorizzazione e la tutela del territorio e del mare.

E se la Calabria piange non ride certo la Sicilia. Il senatore del Pd Costantino Garraffa, vicepresidente della Commissione Industria, ha già presentato un’interrogazione ai ministri delle Infrastrutture e dell’Economia nella quale chiede lumi sui fondi Fintecna (ex Ponte) destinati a coprire i mancati introiti provenienti dall’Ici.

Nell’interrogazione, Garraffa chiede
se “siano state utilizzate anche le somme destinate dal governo Prodi alla realizzazione delle metropolitane di Palermo, Catania e Messina”. E se nel paniere dei tagli vi siano anche quelle del secondo lotto della Agrigento- Caltanissetta, del nuovo attracco per il porto di Messina e per il passante ferroviario di Palermo. nel capologuo siciliano anche un sit-in di protesta organizzato dal Pd.

Il centrodestra tace imbarazzato o tende a minimizzare. Nei giorni scorsi Raffele Lombardo è corso a Roma per incontrare Silvio Berlusconi: “Ho chiesto conferma se i fondi saranno reintegrati e il presidente ha garantito che le opere programmate in Sicilia e in Calabria, da realizzare con i fondi Fintecna, si realizzeranno”. Quando? “Appena ci saranno le condizioni, che non dipendono dal governo ma dagli enti che le devono realizzare”. Una spiegazione che non ha convinto evidentemente neppure lo stesso movimento del governatore siciliano.

Il Movimento per l’Autonomia ha infatti attaccato frontalmente l’esecutivo Berlusconi, annunciando una pioggia di emendamenti. Per voce dei capigruppo al Senato e alla Camera, Giovanni Pistorio e Carmelo Lo Monte ha ribadito: “E’ grave per i cittadini di Sicilia e Calabria che il dl che elimina l’Ici per la prima casa sottragga risorse già destinate a infrastrutture fondamentali”. Aggiungendo: “Sarebbe un arretramento che viola gravemente il programma di governo sottoscritto con gli elettori e con il Mpa un patto che tra le priorità mette proprio il rilancio del Sud per colmare un divario con il resto del Paese”.

31 maggio 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/economia/conti-pubblici-70/ici-protesta-sud/ici-protesta-sud.html

Nuovo Governo: Baionette per tutti i gusti

di Fabio Mini*

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Il generale Fabio Mini
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Non accadeva da decenni che quattro ministri del nostro governo si occupassero di soldati nello stesso giorno per chiederne e modificarne l’impiego. Ci eravamo rassegnati al dimenticatoio e abituati alle esibizioni d’ignoranza dei politici sulle questioni militari e ai silenzi assordanti dei nostri vertici persino di fronte alle stupidaggini. In questi giorni la rassegnazione lascia il posto alla sorpresa per l’insolita attenzione sui soldati, ma nulla favorisce un cambiamento di abitudine. Il ministro dell’Interno ha proposto l’impiego dei soldati come spalatori e guardiani di rifiuti solidi urbani. Quello della Difesa, visto l’alto significato morale e professionale di questo impiego, ha chiesto che i soldati partecipino alla lotta contro le minacce criminali, i clandestini, i rom e i ladri di bambini (i comprachicos di Victor Hugo). Il ministro degli Esteri ha proposto la revisione delle restrizioni nazionali che i nostri soldati devono rispettare in Afghanistan e quello dell’Economia ha assicurato la copertura finanziaria per tutti.

Le iniziative d’impiego dei ministri prendono ovviamente le mosse dal principio corretto e sacrosanto che i soldati costituiscono una risorsa preziosa e qualificata e quindi devono essere impiegati per l’affermazione della politica nazionale all’estero e nelle emergenze interne. In base a tale principio l’impiego dei soldati non è soltanto giustificato, ma doveroso e come tale da affrontare con militare e militante entusiasmo. Bisogna solo verificare che siano considerati anche alcuni corollari: che l’emergenza sia reale e non ci siano più alternative all’impiego delle forze armate. Non è infatti più valido il criterio che essendo i soldati teoricamente preparati, addestrati ed equipaggiati per affrontare la più grande di tutte le emergenze, la guerra, sono vieppiù idonei ad affrontare emergenze di minore livello e intensità. Ogni guerra è ormai diversa dalle altre e ogni emergenza ha bisogno di strumenti specifici. Se l’impiego richiesto ai soldati non rispetta questi corollari è ancora possibile utilizzarli, ma non come rispettabili professionisti della sicurezza, bensì come manovalanza secondo il principio attribuito a Napoleone: “Le baionette servono a tutto tranne che a sedercisi sopra”. Una massima che da noi è stata già applicata con risultati poco brillanti nonostante fossero disponibili otto milioni di baionette.

Il primo ambito da verificare alla luce del principio e dei suoi corollari è quello dei rifiuti, ormai affettuosamente chiamati ‘monnezza’. Non c’è nulla di degradante per i soldati nel raccogliere la monnezza se questa costituisce un pericolo per la sicurezza, se è una emergenza transitoria, se non c’è nessun altro strumento disponibile, se i soldati non hanno niente di meglio da fare, se ci sono i soldi per pagarli e se hanno gli strumenti e le autorizzazioni giuste per svolgere il loro lavoro. Tuttavia sembrerebbe che una emergenza che dura da 14 anni è più un problema strutturale da risolvere che un’emergenza. Sembra che la militarizzazione delle discariche non risponda ad esigenze di sicurezza pubblica, ma di convenienza politica per imporre con la forza (pubblica) delle soluzioni sulle quali non c’è consenso. Uno Stato che ricorre a tali mezzi rischia di veder etichettare se stesso e le proprie forze armate come autoritario che è sempre l’antitesi di autorevole e quindi di apparire velleitario e debole. Non sembra neppure che i soldati della monnezza siano investiti di una qualsiasi autorità di pubblica sicurezza e rimane incerto quali regole d’ingaggio debbano seguire in caso di attacco delle discariche da parte di facinorosi o di dimostrazioni da parte dei loro stessi familiari visto che i nostri soldati vengono in maggioranza da quelle zone.
Lo stesso problema si pone per l’intervento contro la criminalità o i clandestini. La nostra Marina Militare e le forze di polizia non hanno alcuna autorità di arrestare o perquisire il naviglio in acque internazionali. Anzi di fronte a situazioni di evidente pericolo o disagio degli equipaggi, dei passeggeri, dei naufraghi hanno il dovere di soccorso. In acque territoriali l’esercizio della sicurezza interna è devoluto alle forze di polizia e alla Guardia costiera e comunque l’autorità non prevede l’omissione di soccorso, o la facoltà di impedire l’approdo. Inoltre, nessuno può assicurare l’immunità ai comandanti in caso di danni ai clandestini. Il comandante della nave Sibilla che tentò di fermare un barcone di albanesi causando 81 morti è stato condannato e deve anche risarcire i danni.

I cosiddetti pattuglioni misti per il contrasto o la deterrenza alla criminalità urbana presentano per i militari gli stessi problemi di legittimità e autorità e aggravano il problema della disponibilità delle forze di polizia. Una pattuglia fatta da esercito, carabinieri, polizia, finanza, guardia forestale, guardia penitenziaria e guardia mortuaria è senz’altro rappresentativa dell’impegno dello Stato nella lotta, dà senz’altro visibilità alle diverse forze, giustifica l’incremento dei loro organici, ma è ridondante, rappresenta un obiettivo remunerativo per gli eventuali attacchi, è prevedibile, poco flessibile ed è uno spettacolo ridicolo. Se si vogliono impiegare i militari in compiti di polizia, una volta superate le difficoltà istituzionali e reperite le risorse, si possono risparmiare decine di migliaia di uomini e donne soltanto assegnando compiti e prerogative di polizia anche ai soldati. Se si vogliono recuperare carabinieri e poliziotti per il contrasto attivo alla criminalità basta assegnare all’esercito il compito della sicurezza degli obiettivi sensibili che non sono solo le discariche, ma anche i ministeri, gli edifici pubblici, le stazioni, le centrali, gli aeroporti e così via. O i militari integrano le capacita della polizia a parità di condizioni o diventano un peso. Se poi si ritiene che l’esercito sia necessario perché le misure di polizia si sono rivelate inefficienti, perché le strutture ordinarie di sicurezza e protezione civile hanno fallito o hanno contribuito alla creazione dell’emergenza, allora bisogna avere il coraggio di riconoscerlo, individuare i responsabili, rimuoverli, perseguirli e dare ai militari la competenza della risoluzione. Si tratta però di cambiare lo Stato, di militarizzarlo e di congelare temporaneamente diritti e aspettative democratiche dei cittadini. Significa stabilire in alcune zone la legge marziale, limitare la libertà di movimento, istituire i coprifuoco, riconoscere l’autorità di bando militare, costituire i tribunali speciali e passare per le armi i dissidenti. Forse c’è un retropensiero di questo tipo nella ipotesi da molti blaterata ‘chiamiamo i militari’, c’è la nostalgia del ‘si stava meglio quando si stava peggio’, ma di certo non c’è il coraggio o la capacità di fare sul serio. Non c’è neppure nessuno che sappia tecnicamente come fare. Nessuno che ricordi più i piani chiamati Apam (Assunzione Poteri Autorita Militare) in vigore fino agli anni ’80 la cui sola lettura sollecitava le fantasie golpiste degli spostati e le cui sole simulazioni venivano scambiate per tentativi di colpi di stato. Se quando si parla dell’impiego dei militari in emergenze interne non si tratta di vere emergenze ma di inefficienze croniche, e se la militarizzazione viene sbandierata come esercizio muscolar-dialettico il solo parlarne diventa pericoloso e inutilmente delegittimante per chi la chiede e per chi la esegue. Bisognerebbe pensarci bene perché sulle baionette, alla fine, ci si potrebbe trovar seduti.

*generale, ex comandante della Forza Nato Kfor in Kosovo

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INCHIESTA – Chi soffia sulla spazzatura

su l’espresso

La scommessa politica del governo. L’esasperazione dei cittadini. Gli interessi della camorra. Le inchieste dei giudici. Sui rifiuti si gioca una partita a tutto campo

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di Emiliano Fittipaldi

Guido Bertolaso
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Da martedì una cosa è chiara a tutti: nella partita della monnezza nessuno può pensare di giocare senza fare i conti con la magistratura. Arrestando mezzo Commissariato e indagando il prefetto Alessandro Pansa e l’ex braccio destro del sottosegretario ai rifiuti Bertolaso, i pm sono tornati tra i protagonisti di una guerra la cui posta in gioco diventa sempre più rilevante. Per tutti gli schieramenti in campo.

La discarica di Chiaiano e il cul de sac di via Cupa del Cane sono diventati il crocevia di interessi molteplici, politici, sociali ed economici, che investono amministratori e giudici, governo e opposizione, cittadini e no global, poliziotti e camorristi. In un concentrato di tensioni e speranze che sta trasformando piazza Titanic, la rotonda presidiata giorno e notte dai manifestanti, nel simbolo dell’impasse dell’intero paese. Una partita a scacchi in cui i giocatori sono tanti, e ogni pedone si muove in seguendo proprie logiche e interessi. Mentre decine di migliaia di tonnellate di sacchetti continuano a cuocere sotto il sole bollente.

Il ritorno dei giudici

Davanti alla crisi e al piglio decisionista, Berlusconi e Bertolaso speravano che l’arbitro chiudesse un occhio, o quantomeno che non fischiasse subito un fallo da rigore. I maligni oggi si spingono oltre, affermando che in realtà attraverso il decreto varato ad hoc si è tentato di far giocare le toghe senza fischietto: secondo i pm più arrabbiati la creazione di una superprocura regionale in materia ambientale, unita alla possibilità di depositare nei nuovi siti anche materiali inquinanti, permetterebbe di fatto di aggirare la legge e bloccare le azioni di singoli magistrati che, questa la critica, già in passato hanno rallentato lo smaltimento.

I 25 arresti sono la risposta dei giudici. Almeno così dicono da Palazzo Chigi. L’indagine sul Commissariato per reati pesantissimi (si va dalla truffa allo Stato al traffico illecito di rifiuti) è iniziata nel gennaio del 2007, l’informativa dei carabinieri del Noe è di ottobre, le richieste del pm dello scorso gennaio, la firma del gip sugli ordini di cattura è del 22 maggio. Bertolaso, l’uomo a cui Berlusconi ha dato l’incarico di chiudere con le buone o le cattive l’affaire spazzatura, non ha fatto nemmeno in tempo a festeggiare la tregua e l’entrata dei tecnici a Chiaiano.

La strategia del bastone e della carota nei confronti dei rivoltosi aveva funzionato egregiamente, e gli esperti dell’Arpac erano riusciti a piazzare le trivelle per i test e i carotaggi senza colpo ferire. “La tempistica del giudice non è casuale, vogliono fermarci. C’è un complotto, come si può lavorare così?”, sbottano dallo staff del capo della Protezione civile. Poteri contro e nervi scoperti, uno scontro in cui tutti, se la crisi non verrà superata presto, hanno solo da perdere. Da un lato i pm, che indagano su un organismo che da tre lustri brucia miliardi di euro tra scandali e clientele, ma vengono già additati come i veri ‘rompiballe’ (questa il nome dell’inchiesta) che impediscono di risolvere il dramma campano.

Dall’altro Bertolaso e i suoi,
che rivedono lo spettro del fallimento del primo mandato: la delegittimazione del commissariato sarebbe un colpo mortale per le negoziazioni con sindaci e popolazioni, e il rischio di fare la fine di predecessori illustri, da Pansa a De Gennaro, è improvvisamente meno remota.

Porcherie epiche

Gli atti dell’inchiesta sono, in effetti, gravissimi. Nelle ecoballe si celano tante balle e nulla di ecologico: montagne di scorie non selezionate dove si accumula qualsiasi cosa, spazzatura e sostanze pericolose. ‘Mucchi di merdaccia’, come li chiamano al telefono i responsabili dello smaltimento, invocando una ‘polverina magica’ che li renda meno puzzolente. Per i pm persino nei termovalorizzatori tedeschi sono finite sostanze che “giammai” dovevano essere bruciate, in un gioco di squadra tra tecnici e vertici del Commissariato “deplorevole”. Nelle intercettazioni Marta De Gennaro, al tempo il numero due di Bertolaso, chiederebbe a Guido “una discarica da truccare, voi ci dovete aiutare a farlo”.

L’idea è quella di scaricare monnezza non a norma a Terzigno, nel Parco nazionale del Vesuvio. Nelle telefonate si parla di scempi e disastri ambientali, di “porcherie epiche”, a dimostrazione che gli imputati sapevano di commettere, in nome della risoluzione dell’emergenza, reati. Difficile che l’inchiesta non influisca sul destino della discarica di Chiaiano. “Ieri ho levato le barricate con le mie mani”, dice Mario Romani, 30 anni, uno dei leader della protesta che aveva dato credito a Bertolaso: “Ma ora cambia tutto: anche il Commissariato ha fatto illeciti, i rischi di infiltrazioni criminali ci sono sia da una parte che dall’altra: con che autorevolezza vengono ora a dirci che qui non ci saranno veleni?”.

Proteste contro la discarica a Chiaiano
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I politici

Insieme al capo della Protezione civile, Berlusconi a Chiaiano si gioca la faccia e parte consistente della grande credibilità accumulata nel dopo elezioni. L’intransigenza e le cariche davanti alle telecamere sono state una scelta mediatica. Un segnale forte mandato a chiunque, nei prossimi mesi, conti di bloccare con metodi illegali l’azione del governo.

Dalla Tav ai rigassificatori, dal Ponte sullo Stretto alle centrali nucleari promesse dal ministro Scajola, il fronte del ‘No’ è avvertito. Perdere la guerra della monnezza e cedere davanti a 2 mila persone sarebbe una catastrofe. Ma a Chiaiano sguazzano anche i peones. Se il Pd sta alla finestra, le barricate napoletane per personaggi borderline (s’è visto anche Oreste Scalzone) e parlamentari di ogni colore si sono trasformate in una vetrina nazionale dove sfilare per ottenere visibilità e qualche consenso personale. Alessandra Mussolini ha subito fiutato l’aria ed è corsa a dare man forte ai manifestanti. “Vuole fare il sindaco o il governatore”, sospetta qualcuno.

A Marano e Chiaiano alle politiche il Pdl ha preso percentuali bulgare, ma se si tornasse alle urne in pochi rivoterebbero “i traditori”: sul territorio bisogna recuperare voti. E se la nipote del duce ha chiesto la liberazione di tre fermati, telefonando direttamente al capo della polizia Manganelli, anche l’assessore rifondarolo Corrado Gabriele ha fatto il diavolo a quattro per entrare nelle grazie della gente, ottenendo il rilascio di altri tre ragazzi: i fratelli Schiattarella, proprietari di una rivendita di scooter, ma soprattutto cugini di secondo grado dell’assessore regionale. Salvatore Perrotta, sindaco di Marano, da quando si è autosospeso dal Pd è di certo il politico più accreditato: eletto un anno fa, prima ha pesantemente apostrofato Iervolino e Bassolino poi ha attaccato Prodi, infine ha sparato sul loft. Per tutti, un eroe.

Il business della camorra

“Ora abbiamo sbaraccato, ma tra 20 giorni se aprono la cava faremo come gli spartani di ‘300’. Dobbiamo usare il tempo che ci rimane per prepararci alla battaglia”. Fabrizio parla calmo, due vecchietti annuiscono. Gli altri, un gruppetto di ragazzi tra i 20 e i 30, ipotizzano trappole, agguati, vendette. L’ingresso della discarica che verrà è un imbuto simile a quello delle Termopili, e i duri e puri che presidiavano l’ultimo baluardo sognano la gloria di Leonida e compagni. ‘Problemi con la legge li teniamo, ma qua la camorra non esiste’.

Eppure tra cani sciolti e ultras venuti da altri quartieri per menare le mani, a denti stretti in molti ammettono infiltrazioni malavitose. “In piazza credo che uno su cinque sia legato al Sistema, ma li abbiamo isolati subito”, spiega uno dei leader della protesta. Inevitabile, la zona è calda: Poggio Vallesano è un luogo simbolo nella geografia criminale, da qui il boss Lorenzo Nuvoletta emanava sentenze di morte, incontrava Totò Riina. La Dia sta indagando sugli scontri, riscontri ufficiali ancora non esistono. Ma c’è chi ipotizza che ci sia anche lo zampino dei Lo Russo, che fanno affari con eroina e cocaina, e soprattutto quello dei Polverino-Simeoli. Affiliati che hanno enormi interessi nel mattone e nel commercio: sono in molti a giurare siano anche loro a soffiare sul fuoco del malcontento. “A fianco delle cave dovrebbe sorgere un centro residenziale di 450 appartamenti, un progetto inserito già nel piano regolatore”, racconta un avvocato. Un megacomplesso che con la discarica perderebbe più della metà del suo valore.

La rivolta di Chiaiano

Ma nel chilometro che divide piazza Titanic dall’ingresso della discarica i pregiudicati sono mosche bianche. Sotto gli alberi spennacchiati si incontrano mamme e studenti, professionisti, medici e grillini, operai e disoccupati. La posta in gioco per loro è altissima. Sanno che se i tecnici dovessero dare il via libera li aspettano anni difficili. Temono il tanfo di 700 mila tonnellate di rifiuti accatastate “in mezzo a uno dei quartieri più densamente popolati d’Europa”. Non solo. “Per le piccole strade di Marano e Chiaiano passeranno centinaia di camion al giorno. Insieme al traffico si bloccherebbe la nostra vita”.


ha collaborato Claudio Pappaianni

29 maggio 2008

Chiaiano, ricominciano le proteste. Dalla Ue dubbi sul decreto rifiuti

Le parole del premier riaccendono gli animi nel quartiere già teatro di scontri

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Quaranta incendi di immondizia nel Napoletano. Avellino scende in strada per protesta

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<B>Chiaiano, ricominciano le proteste<br>Dalla Ue dubbi sul decreto rifiuti</B>

Il vessillo della protesta a Chiaiano

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NAPOLI – L’Ue ha molti dubbi sul decreto rifiuti, e si prepara a respingerlo. Lo scrive in esclusiva la rivista di banca Etica “Valori”, che specifica anche i punti sui quale Bruxelles si opporrà. Una riunione decisiva in tal senso si è svolta ieri sera alla Direzione Generale Ambiente.

Scrive infatti la rivista: “Le obiezioni dell’Ue riguardano soprattutto gli articoli che contengono deroghe: alla Commissione non sono andati giù, in particolare, l’articolo 9 (relativo alle deroghe sulla valutazione di impatto ambientale per i siti che saranno adibiti a discariche) e l’articolo 18 (che prevede un lungo elenco di deroghe alla normativa vigente in materia ambientale, igienico-sanitaria, di prevenzione incendi, sicurezza sul lavoro, urbanistica, paesaggio e beni culturali).

I tecnici avrebbero sollevato le loro obiezioni direttamente ai rappresentanti del governo italiano a Bruxelles, indicando i punti critici del decreto. Va detto che il parere della Commissione europea non è vincolante per il governo di un Paese membro. Naturalmente, però, qualora Berlusconi e suoi ministri decidessero di andare avanti e di non ascoltare i rilievi dell’Ue, si aprirebbe una procedura d’infrazione contro l’Italia. E sarebbe la seconda volta: il nostro Paese è già in procedura d’infrazione, e sempre per lo scandalo dei rifiuti”.

Chiaiano, torna la protesta.
Dopo le parole pronunciate da Berlusconi a Napoli si riaccende la tensione a Chiaiano, quartiere scelto per aprire una discarica da 700 mila tonnellate. Le analisi per verificare l’idoneità della cava ancora non sono concluse ma il premier ieri ha annunciato che a Chiaiano “la discarica si farà. Tutte le nostre relazioni tecniche ci indicano che la cava è adeguata”.

Affermazioni che sono detonate come bombe tra la popolazione del quartiere che si prepara a una nuova prova di forza con la polizia dopo gli scontri dei giorni scorsi. Al presidio sulla piazza la voce comune è una sola: “E’ una dittatura. A che servono i rilievi dei tecnici se hanno già deciso?”

Domani 5.000 in piazza.
Per domani la gente di Chiaiano ha organizzato una manifestazione a cui è annunciata la presenza di cinquemila persone. Davanti al palco allestito per gli oratori, un cartello con una croce nera è appeso ad un balcone. C’è scritto: “Scendiamo tutti in piazza se non vogliamo finire così”.

Quaranta roghi di immondizia.
Nonostante gli appelli, anche del presidente della Repubblica, continuano i roghi della spazzatura. Oltre quaranta cumuli di immondizia sono stati dati alle fiamme nella notte tra Napoli e provincia, a Casoria, Afragola, Giugliano e Secondigliano.

Avellino in corteo per protesta. Anche Avellino dice “no” alle discariche. Stamane circa 500 manifestanti, insieme ad una decina di sindaci della provincia, sono scesi in strada per respingere l’ipotesi di aprire una discarica da 700 mila metri cubi sull’altopiano del Formicoso, tra i comuni di Bisaccia, Vallata e Lacedonia. “L’Irpinia non può diventare la pattumiera della regione”, dicono i manifestanti che hanno concluso la protesta davanti all’impianto di trattamento dei rifiuti di Pianodardine. “Le scelte del governo – osserva un leader del corteo – penalizzerebbero definitivamente il futuro di comunità che molto ha investito su ambiente, zootecnia e prodotti alimentari”.

31 maggio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/rifiuti-10/protesta-pronta/protesta-pronta.html

GENOVA – I Rom all’ex Miralanza, viaggio nel degrado dei disperati

di Vincenzo Galiano

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Una carcassa d’auto, piena di spazzatura, è abbandonata a pochi metri dall’ingresso della vecchia Miralanza in via Lepanto. Sul marciapiede della breve strada che collega via Rivarolo con via Argine Polcevera, due bambini vanno avanti e indietro coi loro tricicli. Indossano abiti sporchi e consunti. Spingono al massimo sui pedali, apparentemente spensierati. Forse neppure sanno che, tra una decina di giorni, cambierà ancora una volta lo scenario dei propri giochi. Dovranno lasciare l’enorme “casa” dove vivono con la propria comunità. Quella dei “rom dell’ex Miralanza”: gli zingari venuti dalla Romania e che, da mesi, si sono insediati nell’ex fabbrica di detersivi tra Rivarolo e Teglia. Senza acqua per lavarsi né corrente. Candele per illuminare le stanze, bombole di gas per cucinare, materassi, stracci e arredi di fortuna a dare una parvenza di dimora.

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Il degrado, che già si coglie nella desolazione e nella sporcizia di via Lepanto, una volta varcato il cancello dell’ex Miralanza ti colpisce come un pugno allo stomaco. Prima aggredisce l’olfatto: il primo fabbricato accanto all’ingresso è un’immensa pattumiera che spande odore di marcio e di escrementi. Eppure da lì esce fuori sorridente un giovane dalla pelle scura. «Quanti siamo? Non lo so con precisione. Molti sono andati via». Sì, molti rom sono spariti in vista dello sgombero, largamente annunciato, che il Comune dovrebbe portare a termine tra il 12 e il 16 giugno. Mercoledì prossimo è fissata la riunione in prefettura per definire gli ultimi dettagli. Ma l’operazione dovrebbe essere più facile del previsto. Questione di numeri. Sino a pochi giorni fa nella Miralanza di Rivarolo – un sterminata distesa di cemento ed erba incolta circondata da fatiscenti capannoni in calcestruzzo – si contavano circa 300 rom. Qui si erano concentrati i nomadi romeni fatti sloggiare dai vari campi abusivi di Cornigliano, smantellati uno dopo l’altro.

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«Dal censimento eseguito mercoledì scorso dalla polizia – informa l’assessore alla Sicurezza, Francesco Scidone – risulta che nell’ex Miralanza siano rimasti 74 rom». Dove sono finiti tutti gli altri? Chissà. Qualcuno, forse, è tornato in Romania. Di sicuro, hanno fatto perdere le tracce una decina di pregiudicati destinati all’espulsione. La linea dura del governo su immigrati e rom crea allarme tra gli emarginati della Miralanza. Chi può scappa. Chi non ha alternative resta. E chiede: «Perché ci mandano via? Stiamo bene qui. Non facciamo nulla di male». «Meglio chiedere l’elemosina che rubare», si accalora Rosanka Jordan, una donna sulla cinquantina, il capo coperto da un foulard: «A mia figlia lo dico sempre: se rubi ti ammazzo. La gente cattiva è dappertutto, anche tra voi italiani». Costantin Alin, 20 anni, è un ragazzone con moglie e due figli: il più piccolo ha otto mesi, il più grande due anni. Siede sui gradini di uno stanzone-pattumiera attorniato da una decina di connazionali, molti giovanissimi. È preoccupato Alin: «Quanto tempo ci vuole perché entri in vigore il pacchetto sicurezza? Comunque non ci possono mandare via: non è una colpa chiedere l’elemosina. E poi siamo cittadini europei, non siamo clandestini». Alin avrebbe il fisico per lavorare, invece alle 15,30 del pomeriggio è completamente inattivo: «Non c’è lavoro, qui, come non c’era in Romania. Solo che qui mi basta l’elemosina per campare: 10-15 euro al giorno». Il governo di Bucarest non perde occasione per far sapere ai rom presenti in Italia che, in Romania, c’è molto da fare. «Finché non firmo un contratto, per una assunzione in regola, indietro non torno», taglia corto Alin, che fa il muratore. Al Comune i rom della Miralanza chiedono casa e lavoro. Oppure di chiudere un occhio. «Qui si vive bene», ripete Sau Jon, 55 anni, venuto a Genova con una figlia ventenne alla quale «la polizia ha ritirato il passaporto». «Abbiamo bisogno di quel documento per poter rientrare in Romania», dice Jon.

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fonte: http://www.ilsecoloxix.it/genova/view.php?DIR=/genova/documenti/2008/05/31/&CODE=ce6a6866-2edb-11dd-b647-0003badbebe4

LETTERA A NAPOLITANO: “Signor presidente, dall’estero non riconosco più la mia Italia”

Dall’Inghilterra lettera a Napolitano di una giovane ricercatrice italiana

“La sicurezza è un problema, ma perché emerge solo la paura dello straniero?”

“Da anni vivo in paesi multietnici, ma non ho mai visto
tanta intolleranza come quella che nasce e viene alimentata da noi”

di MARIA VINCI

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Carissimo Presidente,
sono un’italiana residente all’estero ormai da diversi anni, ma nonostante questo sono sempre stata attaccata alla mia cara Italia. I suoi colori, la creatività, la vivacità, genuinità e ospitalità della nostra gente sono tutte cose che fino a pochi giorni fa venivano decantate all’estero come marchio dell’essere italiano e che tanto mi rendevano orgogliosa.

Come può ben immaginare, continuo a seguire tutti i fatti di attualità, di politica, di cronaca che riguardano il nostro Paese, e mi creda, mi rattrista dover confessare a Lei e prima ancora a me stessa che mi vergogno dell’Italia ritratta in questi giorni su tutte le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali.

Signor Presidente, ma che succede? Dove è finita la succitata “ospitalità” degli italiani? E’ davvero possibile che il sentimento più forte che emerge nella popolazione sia ormai la paura dello straniero, del migrante, dell’immigrato?

La sicurezza è certamente un problema serio, ma non penso che il modo giusto di risolverlo sia quello di alimentare la paura e l’intolleranza nei confronti di persone comunitarie ed extracomunitarie. Piuttosto penso che una più attenta politica di integrazione sociale sia la soluzione al problema dell’Immigrazione che a mio avviso, non coincide (come il governo vuole far credere) con il problema della Sicurezza.

Siamo in EUROPA e credo sia assurdo leggere ancora sui giornali, titoli come “ragazza italiana violentata da un romeno”. Con questo non voglio sminuire affatto la bruttura del reato, mi auguro soltanto che la giustizia faccia il suo corso indipendentemente da chi lo ha commesso. Quindi mi chiedo quale sia il bisogno di sottolineare la diversa nazionalità?

Sono una ricercatrice e il mio lavoro mi ha dato la possibilità di uscire fuori dai “nostri confini” e mi creda non ho mai trovato tanta intolleranza come quella che sta nascendo e che si sta alimentando negli ultimi tempi in Italia.

Adesso sono in Inghilterra e come lei sa qui di immigrati (comunitari ed extra comunitari) ce ne sono tanti, ma così tanti che non si può più fare una distinzione. Per farle solo un esempio, a Pasqua ero ad Oxford e in Chiesa ho assistito ad uno spettacolo meraviglioso: c’era tutto il mondo rappresentato in quella piccola Chiesa Cattolica. Mi colpì e mi commosse la diversità dei colori della pelle, dei costumi, ma al tempo stesso l’omogeneità e la coralità di tutte quelle persone.

Mi chiedo quando in Italia sarà possibile respirare quella stessa atmosfera di integrazione che si trova ormai nel resto d’Europa?

Signor Presidente spero tanto che Lei non permetterà al presente governo di inasprire i rapporti tra gli italiani e gli immigrati, spero che Lei alzi la voce davanti a ministri che giustificano e incitano alla pulizia dei campi rom, spero che Lei faccia tutto quello che è in suo potere per rendersi portavoce della necessità di migliorare la politica di integrazione sociale di cui l’Italia ha oggi bisogno per confrontarsi alla pari con il resto del mondo e d’Europa.

Fiduciosa nella sua persona e nell’importante carica istituzionale che lei ricopre, la ringrazio per la sua attenzione e le auguro buon lavoro.
Cordiali saluti,

Maria Vinci

(Pugliese, 34 anni, da 5 o 6 si dedica alla ricerca sul cancro. Ha studiato e lavorato a Milano (Ifom) e a Heidelberg in Germania. Ora si trova in Inghilterra)

31 maggio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-6/lettera-ricercatrice/lettera-ricercatrice.html

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https://i0.wp.com/www.brianzapopolare.it/sezioni/vignette/assets/2007/20070518_sicurezza_biani_468x409.jpg

Il popolo pronto alla sfida: “Berlusconi irresponsabile”

Chiaiano sarà discarica anticipa il premier. Una sorpresa per la gente

“Governo come i black block”. Domani la festa per presidiare le strade

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di CONCHITA SANNINO

<B>Il popolo pronto alla sfida<br>Silvio Berlusconi insieme al sottosegretario per l’emergenza rifiuti Guido Bertolaso

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NAPOLI – Contrordine, comitati. La Chiaiano che si preparava alla festa di domani si ricompatta sulla sfida allo Stato. “Il governo è sicuro della idoneità della discarica”, sancisce il premier. Bastano quelle parole per spezzare una tregua.

La tensione riaffiora dopo sette lunghi giorni di guerriglia, di barricate, mediazioni, di aut-aut della polizia e riunioni-fiume in prefettura. I più cauti la definiscono una sortita “irresponsabile”. Gli estremisti della lotta la chiamano “pura provocazione: questo è un governo black block”.

Chiaiano sarà discarica, anticipa dunque il Presidente del Consiglio. Una certezza scagliata a sorpresa sulla gente che aspettava i risultati delle analisi su terreni e pareti del sito, i cosiddetti “carotaggi”, per avere un verdetto finale. Amaro e negativo magari, ma finale. Chiaiano si farà, svela Berlusconi, e accanto al governo c’è tutta la compattezza degli enti locali. Chi era presente al vertice con il premier ed i ministri, aggiunge che gli stessi amministratori locali, il governatore Bassolino e il sindaco Iervolino, “hanno chiesto al governo di andare avanti”. Notizie che esplodono come micro-bombe a quindici chilometri di distanza dal tavolo della prefettura di Napoli. Parte la mobilitazione: centinaia di persone attivate via sms alla periferia nord di Napoli.

L’annuncio spezza la calma faticosamente raggiunta nell’inferno di via Cupa del Cane. Conferma l’esistenza di indagini che erano evidentemente alla base dell’ordinanza di apertura per quella cava, già firmata dall’allora commissario Gianni De Gennaro. Chiaiano, raccontano ora intellettuali e giovani dei centri sociali che abitano nei paraggi, si preparava a una festa con i “compagni della mobilitazione” di Val di Susa e di Vicenza, una manifestazione fissata per domani, partecipazione prevista almeno 5mila persone.

I più cauti definiscono “le dichiarazioni di Berlusconi sconcertanti e irresponsabili”. Gli altri, i no-global e i professionisti della mobilitazione contro la discarica a Chiaiano, puntano il dito contro “la presa in giro degli accertamenti in corso in queste ore a Chiaiano: evidentemente, una farsa”.

“Se il premier ci voleva rovinare la festa, sappia che non ci è riuscito”. Invece sì. Invece i sorrisi si dileguano di nuovo e riaffiorano facce tese, domande dure, clima grigio. L’improvvisata kermesse di Chiaiano, la “festa della primavera” era stata autorizzata l’altro giorno dal Comune di Marano a tempi record in seduta straordinaria. Durata prevista sette giorni: un espediente politico-sociale per presidiare le strade della rivolta con canti, musica, dibattiti e soprattutto assemblee. Invece la speranza si infrange.

La polizia torna ad aumentare il presidio in zona. Intanto i cittadini lanciano un appello extra lotta, insieme al sindaco di Marano, Salvatore Perrotta. “Sono giorni che chiediamo di liberarci dai cumuli di rifiuti che infestano le nostre strade – spiega il primo cittadino – tonnellate e tonnellate di immondizia aspettano di essere rimosse, ma lo staff di Bertolaso non ci dà l’ok ad uno sversamento eccezionale di rifiuti “tal quale”. Come si fa in queste condizioni a chiedere fiducia e collaborazione ai cittadini?”

E sui cumuli inevasi, ora scende la delusione rabbiosa. Pietro Rinaldi, 30 anni, cittadino di Chiaiano, ma soprattutto attivista del centro sociale occupato “Insurgencia”, chiede provocatoriamente: “C’è stato per caso un commissariamento del commissario o sottosegretario Bertolaso?”. La tesi dei no-global è questa: “Se è vero che solo domenica scorsa il capo della Protezione civile firmava insieme a noi, comitati di protesta, un atto in cui assicurava che la decisione della discarica a Chiaiano era vincolata all’esito degli accertamenti che stavano per cominciare, perché d’un tratto apprendiamo che il nostro Presidente del Consiglio è già sicuro della “idoneità del sito”?”

Intorno a Pietro, applausi, risate, rabbia. “Allora due sono le cose – prosegue lui – o Berlusconi ignora quello che dice; oppure aveva già la risposta dei rilievi nel cassetto, mentre il sottosegretario ci lasciava intendere cose diverse. Da queste ipotesi discende che allora è il governo a comportarsi da vero black block. Da parte nostra abbiamo trasformato la tensione della lotta in una energia per la festa”. Antonio e Vincenzo, operatori sociali, promotori del comitato per Chiaiano, aggiungono: “Quella di domenica già doveva essere una festa per cinquemila persone: rumorosa, incavolata e pacifica. Vorrà dire che noi dimostreremo più senso di responsabilità di quanto ne abbia mostrato il governo Berlusconi. Dopo queste nuove dichiarazioni sul futuro di Chiaiano, sarà una giornata più rumorosa, molto più incavolata, ma ancora più pacifica”.

Ma la vicenda Chiaiano presenta anche altri aspetti, esaminati eri al tavolo della Prefettura, dal premier Berlusconi e dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Sarebbe già allo studio un piano di bonifica integrale per la periferia a nord di Napoli, sostenuto da almeno 30 milioni di fondi. Il ministro Prestigiacomo si è già concentrata sulla necessità di una intervento di bonifica su Chiaiano. Ma rivela: “Non capisco perché su 150 milioni già previsti per tali iniziative nulla del genere sia stato fatto. Qui non si tratta di bypassare gli enti locali. Ma di responsabilizzarli. Ecco perché martedì prossimo mi incontrerò con il governatore Bassolino”.

31 maggio 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/rifiuti-10/popolo-rivolta/popolo-rivolta.html