Archive | giugno 2008

Vino rosso, caffé e cioccolato? Non solo sono buoni, ma fanno bene alla salute

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ROMA (30 giugno 2008) – Il caffé fa bene al fegato, il cioccolato al cuore e il vino rosso riduce il rischio di problemi cardiovascolari. I golosi possono stare tranquilli. Finalmente buone notizie da medici e scienziati. Anche se, come in ogni cosa, vale la regola del “non abusare”.

Caffè salva-fegato. Secondo uno studio di Alessandra Tavani e Carlo La Vecchia dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, il caffè protegge il fegato da malattie gravi come la cirrosi epatica e il tumore, soprattutto quando la persona è ad alto rischio di queste malattie perchè per esempio è un forte bevitore di alcolici. Tutto grazie alle molecole protettive che esso contiene, antiossidanti come i diterpeni. Il caffè, inoltre, fa bene agli anziani, li aiuta soprattutto a mantenere una mente giovane e fresca, migliorandone memoria, capacità di apprendimento, funzioni cognitive. Addirittura il consumo di caffeina sembra ridurre il rischio di essere colpiti dalla malattia di Alzheimer, la demenza senile secondo i risultati dello studio europeo Fine (Finland, Italy, and Netherlands Elderly) cui ha preso parte anche l’Istituto Superiore di Sanità.

Cioccolato per il cuore. Il cioccolato fondente è ricco di flavonoidi, antiossidanti che tengono pulite le arterie e proteggono il cuore. La buona notizia viene dal Giappone, dove ricercatore hanno dimostrato che la cioccolata fondente tiene in forma le coronarie, migliorandone la capacità di dilatarsi (o di lasciar passare una quantità maggiore di flusso sanguigno). Dalla Germania un’altra buona notizia: secondo gli studi dell’università di Cologne mangiare poco più di sei grammi al giorno di cioccolato fondente, pari a 30 calorie, abbassa la pressione senza far salire l’ago della bilancia. Infine un altro studio ha dimostrato che il cioccolato ha un’azione anti-trombotica un po’ come l’aspirina.

Vino rosso contro l’invecchiamento. Tutto grazie alla molecola semplice ma preziosissima che ormai è una stella del business anti-aging in Usa: il resveratrolo capace di allungare la vita di topolini. Inoltre molti studi dimostrano che un moderato consumo di vino riduce rischio cardiovascolare e mortalità. Infine il vino bevuto nelle giuste dosi – tre bicchieri al giorno – aumenta il piacere sessuale favorendo l’erezione e ritardando lievemente il riflesso eiaculatorio, sostiene una ricerca presentata a Lanciano da Andrea Ledda, docente dell’Università dell’Aquila, al convegno Vino & Salute, promosso dall’associazione Città del vino d’Abruzzo.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=26879&sez=HOME_PIACERI

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Umbria Olii, i sindacati attaccano. Le famiglie: “Sono morti di nuovo”

Flai-Cgil e poi i segretari confederali Cgil, Cisl e Uil condannano la richiesta di indennizzo dell’azienda diretta ai familiari delle vittime di Campello

I quattro persero la vita in un incidente sul lavoro due anni fa
Una delle vedove: “Sono indignata, mio marito ucciso un’altra volta”

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"Sono morti di nuovo"L’incendio all’oleificio di Campello sul Clitunno a Perugia dove nel 2006 morirono quattro operai

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PERUGIA – Sindacati e famiglie delle vittime insorgono contro la Umbria Olii, che ha deciso di chiedere un risarcimento di oltre 35 milioni di euro ai parenti delle quattro vittime dell’incidente sul lavoro avvenuto nel 2006 a Campello sul Clitunno. “E’ un insulto alla dignità umana” attacca il segretario generale della Flai-Cgil, Franco Chiriaco, mentre per la vedova di Maurizio Manili – uno dei quattro rimasti uccisi nell’esplosione – il marito in questo modo “è stato ucciso un’altra volta”.

La condanna dei sindacati. La richiesta dell’azienda “rappresenta – sostiene Chiriaco – un vero e proprio accanimento nei confronti di persone che hanno perso i propri cari mentre stavano lavorando. L’iniziativa dell’amministratore delegato della Umbria Olii, a nostro giudizio, altro non è che l’espressione diretta e più bieca del modo di fare impresa nel nostro Paese, basato su un capitalismo aggressivo che fa del profitto fine a se stesso l’unica sua essenza, anteponendolo perfino al dolore delle famiglie dei caduti sul lavoro”.

Una richiesta “inaccettabile e assurda” gli fanno eco in una nota congiunta i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil Paola Agnello Modica, Renzo Bellini e Paolo Carcassi, aggiungendo che “è indispensabile che venga attuato il testo del recente Dlgs 81, il ‘testo unico sulla sicurezza nel lavoro’ rendendo concrete ed esigibili le norme adottate ed emanando i provvedimenti che sono previsti, indispensabili per dare realtà a quanto è sulla carta”.

La vedova di Manili: “Indignata”.
Alla rabbia e all’indignazione dei sindacati si aggiunge il dolore delle famiglie. “E’ come se mio marito fosse morto un’altra volta” dice Morena Sabatini, vedova di Maurizio Manili, titolare della ditta di impiantistica deceduto insieme ad altri tre operai nell’esplosione del 25 novembre 2006 alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno. Le vittime lavoravano per una ditta esterna impegnata in interventi di manutenzione: per l’azienda che ha chiesto il risarcimento alle famiglie, sarebbe stato un erroneo uso della fiamma ossidrica a provocare l’esplosione.

Ditte come la Umbria Olii “dovrebbero sprofondare per il disonore che le accompagna”, afferma in una nota Gianni Pagliarini, componente della segreteria nazionale del Pdci, ex presidente della commissione lavoro della Camera, a proposito dell’azienda umbra che, scrive, “inscena una ignobile speculazione e utilizza i periti di parte a sostegno di una tesi inaccettabile, per chiedere ai familiari delle vittime addirittura il risarcimento milionario dei danni”.

I legali delle famiglie: “Azione dilatoria”.
L’avvocato Sandro Parroni, che insieme al figlio Dino rappresenta la famiglia Manili, sottolinea che la richiesta di risarcimento danni (che coinvolge anche un’assicurazione) si basa su un accertamento tecnico svolto in sede civile “ancora sub judice”. Da una relazione depositata da un esperto – di cui i legali hanno chiesto la sostituzione – è emerso che l’esplosione di uno dei serbatoi della Umbria Olii sarebbe stata causata dall’uso di una saldatrice per fissare una passerella metallica alla sommità dei silos mentre invece questa attrezzatura, secondo la relazione, non doveva essere impiegata.

Conclusioni opposte – dice l’avvocato Parroni – a quelle alle quali sono giunti gli esperti nominati dal gip di Spoleto che l’11 luglio prossimo dovrà decidere se rinviare a giudizio – come chiede la procura – il titolare della Umbria Olii Giorgio Del Papa per omicidio colposo plurimo, disastro colposo, e violazioni a norme per la sicurezza del lavoro. Il pm gli ha inoltre contestato l’aggravante della colpa con previsione dell’evento.

Anche per i legali Giovanni Bellini e Francesca Di Maolo, che assistono la famiglia di Tullio Mottini, un’altra delle vittime, “l’azione civile promossa da Umbria Olii ha l’evidente finalità di distogliere l’attenzione dal procedimento penale in corso, in cui unico imputato è il signor Giorgio Del Papa, titolare dell’azienda stessa”.

30 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/morti-in-fabbrica-spoleto/sindacati-reazioni/sindacati-reazioni.html

Giapponesi imbrattano Firenze: Pizzicati dai connazionali e puniti

Il duomo è il bersaglio preferito. Sanzioni per tutti al rientro: licenziato un insegnante
Il terzo caso in pochi giorni. Grande eco nei media nipponici. “Italiani, ci dispiace”

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Giapponesi imbrattano Firenze Pizzicati dai connazionali e puniti

Turista giapponese “firma” un muro a Firenze

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FIRENZE – Turisti e “writers”. Un fenomeno crescente tra i giapponesi. Arrivano perfino dalla “Firenze del Sol levante”, Kyoto, per imbrattare la Firenze originale. Sfuggono alla giustizia italiana, ma non all’occhio vigile e alla coscienza civile – evidentemente globale – dei propri connazionali, che li segnalano, nel loro Paese, con conseguenze che vanno fino al licenziamento, se il “writer” svolge una mansione che riveste funzioni di controllo o educazione sociale. Casi che si sono ripetuti con crescente frequenza, fino al punto di scatenare forme di “controllo diretto” da parte della maggioranza nipponica che va in giro per il mondo senza lasciare tracce scritte di sé. Un fenomeno da bollare come una “vergogna”, in una cultura così attenta anche alla componente formale delle relazioni umane e sociali.

Nel capoluogo toscano, è il terzo caso segnalato in pochi giorni. Pizzicati dai concittadini mentre lasciavano ricordi sul Duomo, cinque giovani sono stati prontamente segnalati in patria e sanzionati. L’ultimo a essere scoperto è stato un insegnante trentenne di una scuola superiore che, subito rimosso dalla carica di allenatore di baseball della squadra dell’istituto, rischia ora addirittura il licenziamento in tronco. Nonostante quella dei graffiti, nel Paese del Sol Levante, sia un’arte come e forse più che in Occidente – li chiamano Rakugaki, nello slang giovanile Rackgaki.

Quello del giovane insegnante
è l’ultimo di tre episodi venuti alla luce nell’ultima settimana. Nel primo caso, una studente del primo anno del College femminile della città di Gifu si è “limitata” a scrivere la data, il proprio nome e quello di altri amici sul marmo. La liceale, che studia design contemporaneo, è stata segnalata direttamente al college da altri turisti. Il college le ha impartito un duro “avvertimento” verbale, poi ha contattato l’Opera di Santa Maria: avendo appreso che la direzione della chiesa non intendeva avanzare richieste di risarcimento, ha costretto la studente a inviare una lettera di scuse, cui ha allegato quelle dell’Istituto.

Nel secondo caso, a imbrattare una colonna della chiesa sono stati tre studenti universitari in economia e lingue, tutti del secondo anno, dell’Università Sangyo di Kyoto. Per loro è arrivata una sospensione di due settimane, accompagnata dalle lettere, sia dei protagonisti dell’episodio che del rettorato. “Ho fatto una cosa tremenda, mi vergogno profondamente” ha detto – o è stato invitato a dire – uno dei tre.

Sui media nipponici
si è scatenata una vera e propria “caccia ai vandali” con tanto di speciali televisivi sui principali network. Yomiuri e Asahi, i due maggiori quotidiani del Sol Levante, chiedono nell’edizione odierna scusa per il comportamento a dir poco “scorretto” dei propri connazionali.

30 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/giapponesi-graffiti/giapponesi-graffiti/giapponesi-graffiti.html

Pedofilia, abusi nell’oratorio: Sacerdote arrestato a Roma

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L’ex parroco di una chiesa nella capitale, fermato con l’accusa di pedofilia
La denuncia di sette vittime. Violenze anche nei campi estivi in montagna

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ROMA – Approfittava del suo abito talare per abusare dei bambini che frequentavano l’oratorio o i campi estivi. E’ finito in carcere l’ex parroco della Natività di Maria Santissima a Roma. Cinquantacinque anni, R.C. è stato arrestato con l’accusa di aver violentato almeno sette bambini negli ultimi dieci anni, tra il ’98 e il marzo scorso. All’epoca dei fatti le vittime erano minorenni, provenienti da famiglie povere e disagiate. In precedenza, l’ex parroco era stato sospeso un mese dal suo incarico dopo che alcune voci avevano svelato le sue tendenze pedofile. L’indagine è partita dalla denuncia di un altro prete.

Lo accusano in sette ma gli inquirenti temono che i bambini violentati siano stati molti di più. Li sceglieva tra gli iscritti al catechismo e li invitava a casa sua, nell’appartamento accanto alla chiesa, “per mangiare qualcosa insieme” o per fargli qualche ora di ripetizione. Ma non era l’amicone sorridente e spiritoso che voleva apparire. Rimasto solo con i ragazzini, spaventati e spesso dal carattere fragile, ne abusava per poi “pagarli” con qualche soldo, un cd o una maglietta colorata.

Raccontano le vittime, oggi tra i 16 e i 24 anni, che prima di violentarli li costringeva anche a vedere dei film pornografici. Forse gli stessi che gli agenti hanno trovato in casa del sacerdote prima di arrestarlo.

Ma c’è chi ha denunciato
di essere stato costretto a subire sevizie anche in montagna, durante i campi estivi della parrocchia. La notizia dell’arresto dell’ex parroco non ha sorpreso: nel quartiere molti sapevano. Il sacerdote era stato già sospeso un mese dall’esercizio delle sue funzioni perché tra i fedeli girava la voce che coltivasse un’attrazione inconfessabile verso i bambini.

30 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/pedofilia/arrestato-parroco/arrestato-parroco.html

IMPRONTE AI BIMBI ROM – Famiglia Cristiana: “E’ indecente”

Maroni ribatte: “Vado avanti”

Il settimanale cattolico attacca la proposta di Maroni: “Solo uno Stato di polizia agisce così”. Ma il ministro dell’Interno replica: “Non indietreggio di un millimetro”

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Rilevamento impronte digitali Roma, 30 giugno 2008 – Questa volta tocca al ministro dell’Interno Roberto Maroni a finire nel mirino di ‘Famiglia Cristiana’: prendere le impronte digitali ai bambini rom è una “‘indecente’ proposta”, sostiene il settimanale dei Paolini. “Alla prima prova d’esame – scrive ‘Famiglia Cristiana’ – i ministri ‘cattolici’ del Governo del Cavaliere escono bocciati, senza appello. Per loro la dignità dell’uomo vale zero. Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e l’indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini rom”.

“Avremmo dato credito al ministro – sottolinea il settimanale nell’editoriale di questa settimana – se, assieme alla schedatura, avesse detto come portare i bimbi rom a scuola, togliendoli dagli spazi condivisi coi topi. Che aiuti ha previsto? Nulla”. “Non stupisce, invece – continua ‘Famiglia Cristiana’ – il silenzio della nuova presidente della Commissione per l’infanzia, Alessandra Mussolini (non era più adatta Luisa Santolini, ex presidente del Forum delle famiglie?), perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di Governo. Non sappiamo cosa ne pensi Berlusconi: permetterebbe che agenti di polizia prendessero le impronte dei suoi figli o dei suoi nipotini?”.

“Oggi, con le impronte digitali – prosegue – uno Stato di polizia mostra il volto più feroce a piccoli rom, che pur sono cittadini italiani. Perché non c’è la stessa ostinazione nel combattere la criminalità vera in vaste aree del Paese? La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (firmata anche dall’Italia, che tutela i minori da qualsiasi discriminazione) non conta più niente. La schedatura di un bambino rom, che non ha commesso reato, viola la dignità umana. Così come la proposta di togliere la patria potestà ai genitori rom è una forzatura del diritto: nessun Tribunale dei minori la toglierà solo per la povertà e le difficili condizioni di vita”.

“È giusto reprimere, con forza, chi nei campi nomadi delinque, ma le misure di Maroni non servono a combattere l’accattonaggio (che non è reato). C’è un solo modo – osserva ‘Famiglia Cristiana’ – perché i bambini rom non vadano a rubare: mandarli a scuola. Qui, sì, ci vorrebbe un decreto legge perché, ogni mattina, pulmini della polizia passassero nei campi nomadi a raccoglierli. Per la sicurezza sarebbero soldi ben spesi. Quanto alle impronte, se vogliamo prenderle, cominciamo dai nostri figli; ancor meglio, dai parlamentari: i cittadini saprebbero chi lavora e chi marina, e anche chi fa il furbo, votando al posto di un altro. L’affossa ‘pianisti’ – conclude – sarebbe l`unico ‘lodo’ gradito agli italiani”.

LA REPLICA

Le misure inserite dal governo nelle ordinanze di nomina a Commissari straordinari per l’emergenza rom dei prefetti di Milano, Roma e Napoli che prevedono i rilievi dattiloscopici delle persone che vivono nei campi rom, compresi i minori, “non hanno niente a che fare con gli strampalati accostamenti che qualche giornale europeo ha fatto”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a SkyTg24 Pomeriggio.

“Il rispetto del dolore di tanti morti – ha aggiunto Maroni, con riferimento alle forti critiche che il provvedimento ha suscitato non solo in Italia – dovrebbe comportare maggiore sobrietà di giudizio” da parte di chi pensa di esprime queste sentenze. “Queste polemiche – ha ribadito Maroni – non mi faranno indietreggiare di un millimetro: continueremo fino a che tutti i campi saranno censiti e tutte le persone che vivono nei campi saranno identificati”.

Il censimento, ha sottolineato, avviene “nel rispetto di tutte le regole” ed è un modo per tutelare i minori spesso utilizzati dagli adulti per attività illegali. In questi casi, ha aggiunto Maroni, conoscendo “chi sono, qual è la loro nazionalità, potrebbe subito essere tolta la potestà a quei genitori che non meritano questo nome”. Con la disponibilità dei dati biometrici “tutto sarebbe più facile”, ha concluso Maroni.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/06/30/100998-famiglia_cristiana_indecente.shtml

Ustica, Cossiga e la verità

Ricevo e pubblico con colpevole ritardo alcune considerazioni di Mario su quanto in oggetto. Ricordate che nel suo sito (linkato come Mario: impossibile pentirsi) o in quello di Ustica potete trovare molto più materiale su cui riflettere… e, ovviamente, potete diffondere, grazie.

Vorrei rappresentare alcuni degli interrogativi più stringenti che andrebbero sollevati dopo le generali reazioni alle ultime esternazioni del senatore Cossiga in merito alla strage di Ustica. E non me ne vogliano Daria Bonfietti ed altri se la mia posizione e convinzione è assolutamente lontana dalla loro fiduciosa speranza che simili esternazioni possano davvero offrire spazi e collaborazioni per riaprire gli scenari di una inconfessabile scelleratezza tutta nostrana. Vediamo insieme.

Quando il senatore Cossiga si sbracciava per confermare l’ipotesi “bomba a bordo”, per la strage di Ustica, cosa gli impediva di ricordare le confidenze che oggi afferma di aver ricevuto in tempi ancora “utili alle indagini in corso”, da uomini del SISMI oggi defunti, come il Gen. Santovito o l’Ammiraglio Martini, che non possono più confermare? Nulla, se non la sua natura becera e la sua propensione a ritenersi un “esperto” di questioni militari e di ruoli dei servizi, e quindi a sentirsi autorizzato ad usare a proprio piacimento principi di “legalità” correlati, nel suo immaginario, a criteri di opportunità e legittimità non soggetti ad altro sindacato che la propria univoca valutazione.

Quando il presidente emerito maltrattava i componenti della Commissione Parlamentare di Inchiesta, umiliandoli con l’offerta di tazze di cioccolata e aggredendoli con la cinica affermazione: “Ustica? Se ne occupino gli storici!”, cosa gli impediva di comunicare le informazioni di cui sarebbe stato in possesso da “sempre” e che rivela solo oggi? Nulla se non forse l’urgenza di voler dimostrare, prima di abbandonare anch’egli la scena per ovvi limiti naturali, di essere stato lui il vero e grande servitore – non riconosciuto, suo malgrado, con gratifiche ufficiali – di quel meccanismo di potere e dominio che e’ stata ed e’ la Alleanza Atlantica detta NATO.

Lui, vero responsabile della predisposizione del piano Ustica e della decisione operativa della sua esecuzione in funzione di interessi statunitensi inconfessabili e non realizzabili con l’impiego diretto di loro uomini e reparti, ha oggi l’evidente necessità di proporsi come l’ultima rocciosa barriera alla possibilità che qualche Giudice, piu’ curioso e più coraggioso del Magistrato Priore, possa spingersi a rianimare una indagine per strage.

Una indagine per strage che, sia detto subito e con chiarezza, non “si riapre” oggi in virtù delle esternazioni Cossighiane, ma che era rimasta comunque pendente in un fascicolo aperto davanti alla Procura Romana. E che dunque lasciava pericolosi margini di accertamento efficace sulle reali responsabilità politico militari della preparazione ed esecuzione della strage, quelle cui riferiva con coraggiosa limpidezza il comunicato del Co.Ce.R Aeronautica il 17 Gennaio 1992 all’indomani della incriminazione di uomini dei vertici militari, oggi tutti assolti da imputazioni un po’ forzate e malamente costruite, e subito dopo la secca dichiarazione di solidarietà con gli imputati formulata irritualmente dallo Stato Maggiore Aeronautica. Ma quei rappresentanti eletti della Forza Armata non vennero mai richiesti di esplicitare il senso di quella auspicata individuazione delle “responsabilità politico-militari”.

Fu comunque lo stesso Ammiraglio Martini a ridimensionare la favola metropolitana “dell’esperto militare” Cossiga deponendo davanti alla cd Commissione “Stragi”, dove egli diceva “Cossiga un esperto di cose militari? Direi piuttosto un amateur”. Ricordava bene l’Ammiraglio come il senatore e presidente emerito si fosse disinvoltamente attribuito gradi crescenti della Marina durante i suoi mandati ministeriali. Conosceva bene (e nessuno di noi dovrebbe ignorarle) le sue nostalgie per non aver mai potuto indossare la divisa (per quali motivi di esenzione dovrebbe essere il senatore a spiegarlo, l’età infatti non era sufficiente ad esimerlo dal servire la “Patria fascista”) e gestire armamenti. Cosa per cui avrebbe confessato egli stesso di aver avvertito un senso di invidia e gelosia per quei fascisti che in Sardegna, nel 1948, avrebbero dovuto gestire le mitragliette gentilmente concesse dai Comandi dei CC in caso di vittoria elettorale del PCI, unito al PSI nella esperienza fallimentare del Fronte Popolare. Eravamo alle prime performance e prove d’esordio della incostituzionale formazione detta “Gladio”.

Ma la sola passione, credetemi, difficilmente riesce a costruire un “vero esperto”.

Oggi piuttosto che accodarci alla lunga teoria di speranzosi poco lucidi che si augurano che dalle recenti dichiarazioni di Cossiga possa ritrovarsi il filo di una indagine, pur meritoria, svolta dal Giudice Priore (ma smorzatasi sul confine estremo della attribuzione delle responsabilità politiche), bisognerebbe organizzare una serie articolata di domande da porre al senatore Cossiga, in qualità di “persona informata sui fatti”, chiedendo al Magistrato che non si limiti all’accertamento della sola fondatezza delle sue affermazioni.

Esse infatti, essendo destituite di qualsiasi fondamento e di qualsiasi possibilità di avere riscontri oggettivi nei fatti, sono già destinate a cadere, per realizzare l’ennesimo e definitivo depistaggio pensato dal senatore. La polpetta avvelenata ha infatti in se’ una doppia caratteristica: un po’ di carne “buona” destinata a suscitare le golosità di potenziali “avventori”, ed il veleno necessario ad ottenere un duplice risultato. O determinare la morte di chi abbia abboccato avidamente all’amo ed abbia inghiottito il boccone avvelenato, o il riconoscimento della adulterazione venefica con il risultato di abbandonare comunque il boccone, buttando via con la porzione venefica anche la ciccia buona che vi era stata intrisa.

Attribuire la responsabilità dell’abbattimento ai francesi, in queste condizioni, significa lanciare il Magistrato su piste avvelenate (descritte in modo efficacissimo dallo storico De Lutiis nella sua “Storia dei Servizi segreti in Italia”) sulle quali è destinata a naufragare qualsiasi indagine e dalle quali ritrarsi infine con il riconoscimento della circostanza che il “fatto non sussiste”. Il che, nella fattispecie di Ustica, realizzerebbe in pieno le intenzionalità del senatore Cossiga e toglierebbe una nuova speranza a tutti gli ingenui mentre umilierebbe il diritto di sempre dei familiari all’accertamento della Verità per la affermazione della Giustizia.

Quali domande dunque andrebbero e dovrebbero essere formulate al senatore? E’ necessario comunque che prima delle specifiche domande un qualsiasi Magistrato accerti inequivocabilmente i criteri e le previste responsabilità dei diversi apparati chiamati in causa dalla strage, procurandosi le normative specifiche per ogni aspetto e servizio delle strutture militari. E non cadendo nelle mistificatorie risposte ricevute dal Giudice Priore a qualsivoglia interrogativo o richiesta venissero da lui posti, risposte che egli ha trangugiato a volte con sconcertante passività.

Esempio dei percorsi proponibili: Il Controllo del Traffico Aereo e la garanzia di Sicurezza (per avere una esaustiva conoscenza di questo specifico aspetto basterebbe andare sul sito della Aeronautica). Le normative prevedono comunque che nulla, neppure uno spillo, possa decollare da una base italiana, entrare dall’esterno nel territorio spazio aereo italiano o atterrare sul suo suolo, compiere manovre in tale territorio spazio aereo, senza la preventiva autorizzazione del controllo radar o senza la intercettazione tempestiva ad opera di caccia italiani (5 minuti per il decollo scramble dalle basi caccia a partire dalla individuazione radar di un traffico non autorizzato o potenzialmente pericolo in quanto renitente a stabilire contatto radio con il controllo ovvero eseguirne le disposizioni, 15 minuti per l’intercettazione in qualsiasi punto del territorio spazio aereo, e conseguente costrizione del bersaglio ad assecondarne le disposizioni a rischio di abbattimento in caso di ulteriore resistenza).

Tutti ricorderanno il velivolo tedesco che riuscì ad atterrare sulla piazza rossa e la fine che fecero i responsabili del Controllo Aereo sovietico. Destituzione dei massimi responsabili del servizio e ben più gravi per quanto sconosciute conseguenze per gli operatori d’area. Da noi per Ustica, ed indipendentemente dalle responsabilità penali, non è accaduto nulla di tutto ciò.

Ciò premesso, ed avendo a disposizione ogni documentazione necessaria per contestare le dissonanze e le incongruenze di qualsiasi teste, un Magistrato potrebbe chiedere al senatore (pretendendo risposte limpide e gravide di responsabilità, e non accontentandosi delle note affermazioni affabulatorie come è nella caratteristica del Presidente emerito) come ritenga allora che sia stato possibile che velivoli francesi (decollati presumibilmente da una portaerei) abbiano potuto agire impunemente nei nostri cieli senza essere individuati dal controllo radar, e senza essere stati interdetti dal condurre la propria attivita’ non autorizzata, ben prima che essa potesse concretizzarsi nell’attacco al DC9.

Ed ancora perché i tracciati radar, pur ottenuti e decriptati dopo decennali richieste, non rilevino aerei in salita (intorno ai 5000 piedi, quota al di sopra della quale ogni oggetto volante viene comunque agganciato, volendo che si tratti di velivoli decollati da una portaerei in pieno mare) ma solo due velivoli già stabilizzati a 27.000 piedi? Cosa potrebbe aver determinato, a giudizio “dell’esperto militare” Cossiga la assenza di qualsivoglia rilevamento radar nei minuti di salita, per quanto pochi ma pur sempre necessari anche ad un velivolo a reazione, per giungere fino ai 27.000 piedi dove si disposero ad assumere una posizione di attacco?

Ma soprattutto perché, messo a parte di simili circostanze egli, nelle e per le funzioni istituzionali che rivestiva, ancor prima che accusare i francesi della eventuale responsabilità di strage (ancora da accertare nelle sedi competenti che andavano comunque tempestivamente coinvolte nella conoscenza di tali rivelazioni), non avesse chiesto conto ai responsabili militari e politici del tempo dell’incredibile ed inaccettabile “buco” nelle responsabilità vincolanti del Controllo del Traffico Aereo e ritenuto doveroso segnalare tali responsabilità agli organismi giudiziari ed amministrativi competenti. I controllori infatti non sono o non dovrebbero essere degli “uscieri” compiacenti del nostro “condominio-Paese”, liberi di poter fare entrare – pur dietro lauta mancia – chiunque lo chieda o chiunque lo pretenda senza averne titolo e autorizzazione.

E perché al tempo stesso egli non avesse presentato il conto “istituzionale e giudiziario” a chi lo avvertiva solo troppi anni dopo la strage, quando rivestiva le funzioni di Presidente della Repubblica, dopo aver omesso di farlo quando era Presidente del Consiglio, nella immediatezza degli avvenimenti cioè e quando egli era dunque direttamente responsabile sul piano politico dell’accertamento di responsabilità per la strage.

Poi il Magistrato, preso atto delle normative e disposizioni che regolano la concessione delle autorizzazioni (clearence), nazionali ed internazionali – al decollo, al volo ed al sorvolo del territorio spazio aereo e delle specifiche figure funzionali responsabili di tali rilasci (SIOS in raccordo con Ministero degli Esteri e Ministero per la Difesa) – potrebbe porre “all’esperto militare” senatore Cossiga interrogativi più stuzzicanti e stimolanti.

Egli infatti afferma che i francesi sarebbero stati intenzionati ad abbattere non il DC9 (altra forma raffinata di depistaggio per la strage) ma il velivolo di Gheddafi (che avrebbe dovuto transitare in quello stesso tratto di cielo italiano; ma in senso opposto alla direzione di marcia del DC9!), per ragioni legate alla tensione che si era determinata tra Francia e Libia a causa del recente conflitto nella repubblica del Ciad.

Potrebbe essere dunque inizialmente richiesto di spiegare, il senatore Cossiga, come fosse possibile che i Francesi fossero a conoscenza di quel volo di Gheddafi, il quale aveva richiesto una autorizzazione al sorvolo del nostro territorio spazio aereo con destinazione Varsavia. E dunque una simile informazione, non interessando minimamente il territorio spazio aereo francese ed essendo la Francia estranea al sistema combinato di controllo dei Paesi della Nato, non avrebbe dovuto essere nella disponibilità dei Francesi se non per delazione di Paesi terzi, e segnatamente dunque dell’Italia stessa.

E poi ancora: come ritenga possibile il senatore Cossiga, esperto (questa volta sì) di cose militari e dinamiche diplomatiche, che proprio in quel giorno potesse venire autorizzato un sorvolo dell’Italia del leader libico con destinazione Varsavia, quando proprio in quei giorni (riallacciandosi al conflitto perduto in Ciad dalle Forze Francesi contrapposte alle Forze libiche, ed alle minacce reciproche che le diplomazie dei due Paesi si erano scambiate, dopo la chiusura della Ambasciata Francese di ‘Ndjamena, nella conferenza stampa internazionale tenutasi al Cairo appena pochi giorni prima) il Ministro della Difesa Francese era ospite ufficiale del Ministro per la Difesa Polacco, il Gen Jaruzelski.

Le autorizzazioni internazionali di sorvolo non sono infatti rilasciate autonomamente dai singoli Paesi interessati da una rotta di volo, ma solo in accordo con il placet finale del Paese di destinazione di un qualsiasi volo.

Era improbabile dunque, se non impossibile, che la Polonia autorizzasse il leader libico a volare a Varsavia proprio in concomitanza con la presenza ufficiale del suo avversario politico più ostile del momento: il Ministro della Difesa Francese. A meno di non aver costruito, proprio in accordo con l’ospite francese, una astuta trappola diplomatica nella quale attrarre Gheddafi; ma questo dovrebbe essere Cossiga a spiegarlo, ovvero i responsabili militari e politici del rilascio di quella clearence.

Per quanto mi riguarda questo aspetto è stato ampiamente e argomentatamente trattato nello specifico testo su Ustica che ho curato e reso di pubblica conoscenza, ma il Magistrato ha comunque il pieno diritto di non acquisire conoscenza di un testo redatto da chi è stato “astutamente” definito dal Giudice Priore come un “tramite inconsapevole di elementi inquinanti”. Mentre il Magistrato ha forse un dovere assoluto di porre stringenti interrogativi, senza nessuna soggezione di casta o di ruolo, ad un uomo che ha rivestito funzioni altissime dello Stato ed oggi sembra volersi permettere di tornare a dileggiare impunemente la natura Democratica dello Stato, la sua Giustizia, ed il diritto dei Familiari delle vittime alla piena Verità e non all’ennesimo depistaggio.

Ma almeno altre due domande potrebbero essere poste al senatore Cossiga. La prima potrà apparire banale, ma servirebbe a capire fin dove la intenzionalità degli attaccanti fosse realmente quella di abbattere il velivolo di Gheddafi, nel frattempo sparito dai cieli italici con deviazione su Malta (grazie alla tempestiva confidenza di “amici dei servizi italiani” del leader libico di uscire dai cieli italiani immediatamente), ovvero se tale intenzionalità non fosse piuttosto il preordinato abbattimento di un velivolo di civili in concomitanza con il passaggio del Tupolev libico.

Infatti se davvero, come è stato detto dal senatore – riferendo quanto gli venne “rivelato”, a suo dire -, l’obiettivo dei francesi fosse stato il velivolo di Gheddafi e non il DC9 come sarebbe stato possibile (o come lo spiega il senatore) che sia stato confuso da piloti militari di altissima professionalità (quali debbono necessariamente essere quelli cui può, in ipotesi, essere affidata una simile missione) un velivolo che procedeva su una rotta Nord-Sud (il DC9) con uno (quello di Gheddafi e dunque il vero bersaglio) che, se non si fosse sottratto alla “aggressione”, avrebbe dovuto volare su una rotta Sud-Nord?

Risulta forse al senatore che durante una missione di intercettazione ed abbattimento sia previsto di sparare comunque contro un qualsiasi bersaglio (quasi per rabbioso scarico di tensione) e non sul solo bersaglio predestinato come obiettivo della missione?

E non sarebbe male, e forse neppure indelicato, chiedere allora se il tutto non corrispondesse al più scellerato e vasto complotto organizzato nel secondo dopoguerra, coinvolgendo, in vari stadi e modi, le responsabilità di Paesi terzi quali la stessa Francia e la stessa Polonia, al solo scopo di rovesciare “con una apparenza di legittimazione” il regime libico di Gheddafi. Forse si potrebbero meglio comprendere, chiedendone conto al senatore, anche particolari sfumature, come la vicenda Sigonella o la consegna di non intervento occidentale nella presa di potere in Polonia del Generale Jaruzelski con un golpe militare nell’immediatamente successivo 1981. Così sembra di poter leggere infatti la dichiarazione in Parlamento rilasciata dal senatore Spadolini il 14 Ottobre 1981 dove egli, parlando di quel colpo di Stato e richiamandosi ad un suo pubblico intervento a Milano, affermava: “In questo grave momento – dicevo – il Governo italiano riafferma la propria solidarietà alla nazione polacca e richiama l’impegno di tutti i paesi firmatari dell’atto finale di Helsinki a non interferire negli affari interni della Polonia

Ed ancora potrebbe venire chiesto come mai, pur essendo stato informato di questo scenario “francese”, egli non abbia esitato a continuare negli anni a farsi sostenitore della tesi “bomba a bordo”.

Infine, detto della sua naturale posizione atlantista e dunque “antilibica” (seppur a comando di terze volontà eterodirette), si potrebbe chiedere al senatore Cossiga come mai non ritenne di intervenire (quantomeno sui servizi italiani o sugli apparati e rappresentanti politici interessati) quando Gheddafi rivelò in una intervista a Rete4 di essere stato “avvisato” ed invitato a deviare su Malta da “amici dei servizi italiani” (dunque certamente dell’anima andreottiana e filoaraba di quei servizi) e perché non ritenne di esternare in accordo con il suo sentire e le sue conoscenze quando avvennero i fatti di Sigonella ed il rifiuto di basi italiane ai velivoli statunitensi in funzione di un successivo attacco aereo a Tripoli.

Perché o Ustica la si legge nella completezza del quadro interno ed internazionale del momento storico in cui la strage si consumò (anche a costo di volerla giustificare se qualcuno avesse sufficiente cuore e spudoratezza per farlo) o non si riuscirà certamente a renderla intelligibile seguendo le “rivelazioni” progressive e le “mezze verità” di personaggi come il senatore Cossiga.

Come ben si vede infatti sarebbe sciocco ed illusorio pensare che il senatore Cossiga abbia voluto davvero favorire la riapertura dell’indagine su Ustica. Si può contrastare il suo progetto destabilizzante ed eversivo, come lo è sempre una qualsiasi forma di depistaggio, per quanto raffinato esso possa essere, solo riuscendo ad aggregare consapevolezza sociale e fare pressione presso l’Ufficio del Magistrato, perché non torni a cadere nelle astute trappole avvelenate pensate dal Presidente emerito e perché qualsiasi Magistrato sappia esigere che la piena Verità sia ancora un aspetto inerente e qualificante della Giustizia Italiana, per qualsiasi crimine venga consumato e da chiunque esso sia compiuto, e non la sola storia, come piacerebbe invece al senatore.

Perché insomma il Magistrato, consapevole della storia delle vittime e dei loro familiari, avendo tutti gli strumenti per accertare e contestare responsabilità non torni a rifugiarsi, pur con le lacrime agli occhi, nella affermazione sconcertante riservata dal giudice scimmione di collodiana memoria al Pinocchio depredato dal Gatto e dalla Volpe: “Guardia, questo povero burattino è stato truffato. Sia messo in galera!”. Al punto che, per uscire da quella galera, usufruendo della amnistia per i veri farabutti, il povero burattino dovette convincere la guardia di essere davvero un manigoldo anch’egli e non solo un povero truffato.

Staremo a vedere. Vigileremo ancora con la solita consapevole responsabilità e con la piena ed amara coscienza che i tempi politici sempre più imbarbariti rispetto alla originaria vocazione di Civiltà pensata dalla nostra Costituzione potrebbero invece coadiuvare il disegno depistante “dell’esperto militare” Cossiga, piuttosto che mettere in moto ed agevolare la ricerca dell’unica Verità, come è caratteristica di ogni Verità, a fini di piena e sostanziale Giustizia.

Mario Ciancarella.

Maroni costringe i commissari. Al Viminale: schedate i rom

Dissenso del prefetto di Roma, Mosca

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impronte per schedatura dei bambini rom voluta da Maroni, foto Ansa
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Prima le impronte digitali, poi l’idea delle foto segnaletiche, adesso si dice che portano le malattie e quindi vanno schedati anche con una apposita tessera sanitaria. Solo loro, naturalmente: i bambini rom. L’ultima proposta, quella dello screening obbligatorio con tanto di vidimazione sanitaria per andare a scuola, viene dalla Lega. In particolare dal capo delegazione della Lega Nord nella giunta regionale lombarda, Davide Boni, che per giustificare questa nuova discriminazione prende a giustificazione un caso di Tbc rilevato in una scuola d’infanzia milanese. Secondo Boni: «Il caso di Tbc accertato in una scuola d’infanzia milanese dimostra che, oltre ad identificare tutti coloro che vengono a vivere sul territorio italiano, occorre accertare anche le loro condizioni sanitarie». «Per questo – ha aggiunto l’esponente leghista – è importante che sia reso obbligatorio il passaporto sanitario, dove siano correttamente riportare le vaccinazioni effettuate. Un documento importante che tutti i bambini italiani e stranieri devono potere esibire. In questo modo non solo verrebbero garantiti il diritto alla salute e la protezione sanitaria di tutti i bambini, ma si eviterebbero anche contagi e il diffondersi di epidemie».

Maroni non vuole retrocedere neanche di un passo, «neppure un millimetro» sulle schedature dei piccoli rom. E convoca i prefetti delle grandi aree urbane, ufficialmente per coordinare le ordinanze, di fatto per rintuzzare le possibili resistenze. Già espressa quella del prefetto di Roma, Carlo Mosca. All’incontro al Viminale Maroni non c’è. Ne fa le veci il suo capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. Con lui oltre al prefetto della capitale, anche il collega di Napoli Alessandro Pansa e Gian Valerio Lombardi, da Milano, quello che ha lanciato l’idea delle foto segnaletiche rispolverando una legge fascista del ’41. I tre prefetti, sono stati nominati lo scorso 30 maggio commissari straordinari di governo per l’emergenza rom.

La riunione doveva servire a chiarire che tutti e tre i commissari ora sonon tenuti ad applicare per conto del governo un punto contenuto nell’ordinanza di nomina che prevede (all’articolo 1, comma 2, lettera c) cioè l’identificazione e censimento delle persone, anche di minore età, e dei nuclei familiari presenti nei campi nomadi attraverso rilievi segnaletici. Proprio ciò che il prefetto Mosca aveva annunciato di non poter fare.

Il ministro invece utilizza la tribuna dell’Anci per ribadire la sua strategia razzista, già oggetto di avvertimenti da parte di Bruxelles, e per bollare le critiche dell’opposizione di strumentalità, ideologismo e quant’altro. Scordandosi, appunto, o facendo finta, che di norme discriminatorie ha parlato sia l’Autorità Garante della Privacy sia il Consiglio d’Europa sia infine il portavoce della Commissione europea.

Per Maroni «c’è un’emergenza definita dal precedente governo, emergenza nomadi, che noi vogliamo affrontare e risolvere, naturalmente nella salvaguardia di tutte le norme di diritto italiano, europeo e internazionale, ma vogliamo affrontarla e risolverla una volta per tutte». E lui trova che ci sia una «ipocrisia immorale» che, dice , «deve finire», in chi difende i bambini ma poi «accetta che vivano come topi». «Noi- continua il ministro leghista – interveniamo con la Croce Rossa, tutelando i diritti di tutti, ma vogliamo sapere chi c’è, chi abita le nostre città, chi abita le nostre regioni e chi ha diritto di stare e chi non ha diritto di restare». Ma a parte il «censimento» – o schedatura di massa che dir si voglia – il ministro non cita nessun provvedimento da mettere in campo per evitare che i bambini rom «vivano come topi» e dare loro «una opportunità». Anzi, a ben ricordare proprio il suo partito – la Lega Nord – è arrivata a presidiare a Mestre l’area dove il sindaco Cacciari e la sua giunta avevano deciso di localizzare un campo attrezzato e con servizi e scuole per una comunità di sinti residenti a Venezia da decenni e ben integrata nel tessuto cittadino.

Allora chi non vuole un miglioramento delle condizioni delle comunità zingare di stanza in Italia? Proprio sabato scorso Maurizio Gasparri, presidente del gruppo del Pdl al Senato, accompagnato dal capogruppo di An a Venezia Raffaele Speranzon, si è recato nel gazebo del quartiere di Favaro dove si raccolgono le firme per bloccare il progetto che il comune ha finanziato con 2,8 milioni di euro. E ha dato man forte all’iniziativa leghista sostenendo che la giunta di Venezia e la sinistra vuole solo «costruire ghetti». Per Gasparri la schedatura dei bambini rom serve per combattere il fenomeno del traffico degli organi «che –ne è sicuro – spesso riguarda piccoli che vivono nei campi nomadi».

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Pubblicato il: 29.06.08
Modificato il: 29.06.08 alle ore 20.11

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