Archivio | giugno 2, 2008

DELIRI DI ONNIPOTENZA – E la festa della Repubblica diventa la festa di Silvio

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Trionfo di folla per il premier lungo i Fori Imperiali. Una ragazza lo convince a scendere dalla macchina. Poi quaranta minuti di delirio a piedi sotto la pioggia

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di CLAUDIA FUSANI

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<B>E la festa della Repubblica<br>diventa la festa di Silvio</B>La marcia di Berlusconi lungo i Fori Imperiali

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ROMA – “Presidente, presidente, una foto…”. La ragazza con i riccioli, accento delle valli bergamasche, si lancia sulla Thema grigia come un kamikaze, un buco nel servizio di sicurezza, voluto, casuale, chissà, arriva alla portiera, la tocca con le mani. “Presidente, una foto con me, Presidente…”. Berlusconi è seduto sul sedile posteriore, aveva già salutato la folla dei Fori Imperiali un attimo prima salendo sul predellino, si era rifugiato all’interno dell’auto per via della pioggia. La ragazza insiste. Dietro di lei, intorno a lei, giovani, bambini, signore. “Silvio, Silvio …”. E come si fa a dire di no. Infatti, non si può.

Il premier scende, sotto l’acqua, appoggia i piedi sui sampietrini e decide che è giusto concedersi a tanto affetto. Sono le 11 e 57 minuti. E la Festa della Repubblica, le festa del Presidente della Repubblica, la parata militare, passa tutto in secondo piano.

Giorgio Napolitano si è appena allontanato sulla Flaminia decappottabile sfidando la pioggia armato di un impermeabile nero, qualche applauso, la mano allungata in segno di saluto. Anche le autorità stanno lasciando la tribuna d’onore rilasciando dichiarazioni distratte. Ma le migliaia arrivati ai Fori vogliono solo lui, Berlusconi. Lo cercano, lo chiamano, alzando telefonini e telecamere e neonati. E la Festa della Repubblica diventa la Festa di Berlusconi.

Sarà perché la parata è stata un po’ sottotono rispetto agli anni passati, più breve, meno tecnologica, una decina di mezzi pesanti in tutto e neppure un aereo o un elicottero, esclusi i caccia della pattuglia acrobatica delle Frecce tricolori. Sarà perché i tagli alla spesa pubblica si sono fatti sentire vistosamente, e perché nella Tribuna autorità sono rimaste vuote almeno una decina di seggiole segno di assenze importanti, da Veltroni a Di Pietro passando per la Lega che non ha schierato neppure uno dei suoi ministri.

Ha provveduto il premier ha ridare colore e vivacità ad una mattinata altrimenti grigia e uggiosa, a cominciare dal meteo. Qualche assaggio di entusiasmo lo aveva già dato durante la parata: Berlusconi si è spellato le mani, ha sorriso, marciato e incitato al passaggio dei reparti più significativi, dai medaglieri alle compagnie delle missioni internazionali. Quasi più partecipe lui di un poco marziale ministro della Difesa Ignazio La Russa in abito blu un poco stazzonato e di un Presidente della Camera Gianfranco Fini finalmente partecipe delle celebrazioni del 2 giugno (era assente il giorno prima al ricevimento al Quirinale).

Insomma, quasi che non potesse finire così, in modo fugace e frettoloso, quando la ragazza arriva al finestrino della macchina del premier, il Cavaliere scende dall’auto e fa segno alla scorta – a dir la verità disperata – di voler procedere a piedi tra quel muro umano che solo lui era in grado di fendere al suo passaggio. Letteralmente un muro di persone che con ombrelli e carrozzine era disposto a tutto pur di vederlo e toccarlo. Il premier impiega quaranta minuti per fare quattrocento metri. Quello che va in scena è il puro trionfo della persona, senza se e senza ma, senza pretese e senza dubbi.

Più che parlare Berlusconi si fa toccare e fotografare, sorride una volta verso il lato destro e una volta verso quello sinistro. “Presidente, mi raccomando, ci pensi lei” dice una signora. “Io voglio solo una casa” dice una bella ragazza con i capelli raccolti nella coda. “Presidente, la sicurezza, è importante” incalza un signore con abito gessato. “Silvio, Silvio…” urla un ragazzino armato di videocamera issato sulle spalle del babbo. E Berlusconi lo prende in braccio. “Presidente, un lavoro per mio figlio…” e regala una stretta di mano. “Ci proverò, ci proverò a risolvere tutti i problemi…” promette.

E’ il Presidente del Consiglio, non un calciatore né un divo di Hollywood. “Silvio santo subito” scandisce un gruppo di giovani. “Un presidente, solo un presidente” ritma un altro gruppo a mo’ di curva da stadio. La folla si muove a gruppi per inseguire il passaggio del suo eroe. E si placa solo quando lo ha toccato, ha ricevuto un sorriso, una promessa, un sogno. E se Berlusconi non ce la facesse a risolvere i problemi? “No, ce la farà, lui ce la farà” replica convinto un signore. “Una foto, una foto” chiedono due ragazze giovani e in assoluto delirio. “Hai visto? Ti ha sorriso, domani lo puoi anche raccontare alla maestra a scuola” spiega la mamma al figlioletto che avrà 7-8 anni. “Presidente, i rifiuti, Napoli…” supplica una donna con accento napoletano. “Questo è sicuro, verrò a Napoli tutte le settimane” rassicura.

Arrivato in piazza Venezia il premier risale sul predellino dell’auto, saluta a 360 gradi e entra in macchina. Destinazione palazzo Grazioli, trecento metri più in là. In via del Plebiscito, sotto casa, la scena si ripete, cori, grida, delirio, pioggia, ombrelli, spinte, non importa. “Sono emozionato, questa folla mi spinge se possibile, a lavorare ancora di più” dice il premier. Di lune di miele Berlusconi ne ha avute tante. Ai bagni di folla ci è abituato, sono il suo alimento. Quella di oggi ha impressionato anche chi lo segue ormai da quattordici anni.

2 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/due-giugno-2008/berlusconi-folla/berlusconi-folla.html

Italia, la vergogna del mondo. Anche l’Onu ci accusa: xenofobi

Finocchiaro: «Il governo rifletta»

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carcere cpt migranti ANSA 220
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Ormai ne parlano tutti. L’Italia è sulla bocca di mezzo mondo da quando Berlusconi è tornato al potere. E non per i nostri meriti. Così dopo le critiche arrivate dalla Spagna, dopo il dibattito straordinario voluto dal Parlamento europeo, dopo il rapporto annuale di Amnesty International e perfino le critiche del Vaticano, ora tocca alle Nazioni Unite. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Louise Arbour ha stigmatizato lunedì la «recente decisione del governo italiano di rendere reato l’immigrazione illegale» ed i recenti attacchi contro i Rom.

A Ginevra si sta infatti tenendo in queste ore un Consiglio delle Nazioni Unite proprio sul tema dei diritti umani. E quando ha preso la parola la commissaria Arbour non ha esitato a puntare il dito contro «le politiche repressive, così come gli atteggiamenti xenofobi e intolleranti, contro l’immigrazione irregolare e minoranze indesiderate». Per lei, e per tutto l’Onu, «sono una seria preoccupazione». Come esempio, la Arbour, purtroppo cita proprio il nostro Paese: «Esempi di queste politiche ed atteggiamenti – ha proseguito infatti – sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di rendere reato l’immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro i campi rom a Napoli e Milano».

Tra le altre “maglie nere”
assegnate dalla commissaria Arbour ci sono il Sudafrica ed i recenti attacchi contro gli stranieri, la Somalia e la Birmania. Niente male come compagnia.

Immediata la replica del centrodestra. Per il ministro Calderoli «l’Onu e il suo commissario dovrebbero pensare non ai diritti di chi entra illecitamente in un paese, ma ai diritti dei cittadini di un paese, loro associato, dove questi diritti vengono regolarmente calpestati proprio da parte di chi entra illegalmente e che spesso proviene da paesi che delle Nazioni Unite se ne sono spesso fregati o le hanno dileggiate». Grida al complotto la deputata Pdl Isabella Bertolini: «È molto strano che tutti stiano, dalla mattina alla sera, a controllare cosa succede in Italia: c’è qualcuno – sostiene – che evidentemente soffia sul fuoco, con l’intento di screditare il nostro Paese. Quando finalmente gli italiani, a larga maggioranza, decidono democraticamente di dotarsi di un governo che agisce subito e non si perde in chiacchiere – aggiunge – si scatena la delegittimazione dall’estero». Anche la Farnesina giudica «premature» le valutazioni dell’Onu perchè si tratta di norme «che ancora il Parlamento italiano non ha discusso».

Invita quindi a riflettere la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro: «È necessario fare attenzione a non oltrepassare i limiti di convivenza e di umanità e le parole della Chiesa e delle Nazioni Unite devono servire a tutti da monito. Del resto – aggiunge – già ieri erano venute in tal senso importanti parole da parte del capo dello Stato: è necessario affrontare il tema della sicurezza con serietà e civiltà. Noi pensiamo che il reato di immigrazione clandestina sia sbagliato, se la Chiesa e le Nazioni Unite pensano la stessa cosa, forse – conclude la capogruppo del Pd al Senato – è il caso che la maggioranza compia una riflessione profonda».

Pubblicato il: 02.06.08
Modificato il: 02.06.08 alle ore 19.37

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=75949

Il ‘Precario’ Marchionne e gli ibridi Fiat

MARCHIONNE! NON ABBIAMO DIECI ANNI.. ‘PRECARIO’ DEI MIEI STIVALI!

mauro

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Marchionne: auto ibrida entro dieci anni per combattere l’inquinamento

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dall’inviato Piero Fornara

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TRENTO – Il petrolio? Può arrivare a 200 dollari al barile. Ma per l’auto ibrida bisognerà aspettare ancora 10 anni e 30 per quella a idrogeno. Metti una sera al Teatro Sociale di Trento il “precario” in Fiat Sergio Marchionne (così si è autodefinito lui stesso, «perché la maggior parte del mio reddito è variabile, quindi senza risultati porto a casa zero») a rispondere alle domande del direttore del “Sole 24 Ore” Ferruccio de Bortoli. Fuori dal teatro, in attesa dell’evento che ha chiuso la penultima giornata del Festival dell’Economia domenica 1 giugno, si era formata una fila lunga più di un centinaio di metri. Mentre stava per iniziare l’incontro pubblico con l’amministratore delegato della Fiat, che vestiva l’ormai classico maglioncino blu, dedicato a “L’impresa e le sfide del futuro”, in sala c’è stato un «fuori programma»: un sindacalista della Cgil ha preso la parola dalla platea, per attirare l’attenzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, accusando «le aziende, e in particolare Confindustria, di ambiguità». ll sindacalista ha anche chiesto che venga dato più spazio ai temi del lavoro al Festival dell’Economia.

«La Fiat di oggi è in linea con quello che chiedeva il sindacalista – ha risposto Marchionne in apertura – ma abbiamo avuto incidenti inaspettati. La maggior parte di essi potrebbe essere evitata rimanendo fedeli al sistema di regole presenti all’interno dell’azienda. Il nostro impegno è nel continuare l’educazione dei nostri». Il dibattito, guidato da Ferruccio de Bortoli, è decollato con una serie di domande sulla crisi finanziaria e i rischi dei mutui “subprime” per arrivare a un veloce excursus sull’auto del futuro: «L’ibrida fra dieci anni, quella ad idrogeno fra trenta, perché ci sono da superare enormi problemi infrastrutturali, anche se il pericolo ambientale è gravissimo, il che giustifica la ricerca che si sta facendo sull’impiego di biocarburanti». Peraltro «il discorso energetico non è stato ancora analizzato bene» e in Italia «non ci sono condizioni per creare una rete di distribuzione».
«Abbiamo comunque – ha proseguito – un problema di CO2 che non è solo europeo ma mondiale. Non è soltanto l’auto che crea inquinamento ma – ha concluso – ne fa parte».

In Italia situazione diversa da regione a regione

In quanto all’Italia, la situazione è troppo diversa da regione a regione. «Sono appena stato a Pescara, dove abbiamo uno stabilimento assieme alla Peugeot, che ha lavorato per quattro mesi di fila, domeniche comprese. Siamo passati da una produzione di 4mila auto a 7mila. Non è che l’Italia non sia capace di fare certe cose, ma a Termini Imerese, ad esempio, abbiamo cercato un accordo con tutti gli attori, per espandere la produzione, passando da 90mila a 200mila auto. Non ci siamo riusciti. Se il sistema, per ragioni di potere o conservazione dei ruoli, mette tutti gli ostacoli possibili, la multinazionale si sposta, perché il mercato non aspetta».
« Ci sono troppi problemi da superare, accordi da fare. Abbiamo cercato un accordo sindacale per mesi, in Piemonte. Impossibile. Siamo venuti a Verona, abbiamo fatto l’accordo con la Provincia. Parliamo di una fabbrica che passerà da 400 a mille posti di lavoro. I 400 pian piano andranno in pensione, mille saranno i posti di lavoro nuovi creati. A Verona le cose si fanno, a Torino no. Questa è l’Italia. Una realtà molto disomogenea». Comunque «nel 2007 la Fiat ha assunto 6.400 persone in Italia, 30mila in tutto il mondo ed ha convertito 2mila persone da precarie a tempo indeterminato»

Giovani talenti da formare in azienda

A margine del dibattito, l’ad della Fiat ha risposto anche a un paio di domande del “Sole 24 Ore.com”: per Sergio Marchionne il ruolo del sindacato è «utile» ma per il dialogo con le aziende «ci sono strumenti antiquati. Parlo di un’azienda – ha spiegato – che deve creare le condizioni per la competitività, mentre qui si parla di mantenere accordi firmati nel 1993, quando la situazione dei mercati era completamente diversa da oggi».
In tema di precarietà, «reclamare che solo l’industria si assuma la responsabilità, non è un discorso che possa andare avanti. Va protetto il lavoratore, creando strutture sociali e infrastrutture per gestirla». Per Sergio Marchionne i giovani escono dal mondo delle università e dei politecnici sono «convinti di sapere tutto (e lo ero anch’io alla loro età» ma «il mondo dell’industria è completamente diverso: il mio lavoro – ha ricordato – è quello di affinare talenti giovani, e di cercare nei dirigenti la capacità di guidare il cambiamento.».

Petrolio a 200 dollari? C’è il potenziale

Passando ai temi dell’economia internazionale, per Sergio Marchionne «c’è il potenziale per cui il petrolio vada a 200 euro al barile», aggiungendo che, sul tema dei biocarburanti «è insensato usare prodotti che servono a sfamare mondo» e precisando che «è importante selezionare prodotti che possano dare un risultato positivo. Ad esempio – ha spiegato – il Brasile è capace di fare tre raccolti l’anno di canna da zucchero. È quel tipo di sviluppo – ha precisato – che va incoraggiato». Sergio Marchionne, in risposta a un’altra domanda di de Bortoli, ha detto che preferirebbe investire in Russia e non in Cina, dove «si stanno creando gli stessi problemi di burocrazia che in Italia».

«Per il ribasso del dollaro – ha specificato – stiamo arrivando ai limiti del possibile. Questo non significa che non meriti un valore più basso perchè quella americana – ha sostenuto – negli ultimi sette-otto anni è stata un’amministrazione non da testo di economia pura: “criminale”» ha perfino detto.
Gran parte del problema dei mutui subprime, per l’amministratore delegato di Fiat, è stato smaltito, «la maggior parte di quel risanamento è stato concluso». Solo Ubs, di cui Marchionne è vice presidente, «da sola ha ricacciato 28 milioni di franchi svizzeri». Condivide Marchione quanto affermato da Guido Rossi, presente in sala al Teatro Sociale di Trento: «La realtà finanziaria è molto più complessa del subprime: non voglio terrorizzare nessuno, ma servono regole ben chiare sui bilanci delle banche».

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/festival-economia-2008/festival-giorno-per-giorno/Marchionne-fiat-debortoli-trento_2.shtml

Terrorismo, la denuncia di una ong “Gli Usa hanno 17 navi-prigione”

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La denuncia nel rapporto dell’organizzazione Reprieve: “Sono Guantanamo galleggianti”

Verrebbero usate per detenere, spostare e forse torturare prigionieri della “guerra al terrore”

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ROMA – Prigioni galleggianti, come una Guantanamo in mezzo al mare, per detenere, interrogare, forse anche torturare e poi spostare in giro per il mondo prigionieri catturati durante la “guerra al terrore”. Questo il ruolo di alcune navi militari americane, sembra diciassette, usate fin dal 2001 come carceri secondo quanto denuncia l’organizzazione non governativa Reprieve in un rapporto che sarà pubblicato abreve e del quale riferisce il quotidiano britannico The Guardian.

Sarebbero almeno duecento, secondo il rapporto, i casi di “rendition”, ovvero trasferimenti occulti in prigioni segrete dislocate in Paesi nei quali possibile praticare la tortura, attuati dal 2006, l’anno ciè in cui il presidente americano George W. Bush aveva assicurato la fine di pratiche di questo genere.

“Hanno scelto le navi per tenere le loro malefatte lontano dagli occhi dei media e degli avvocati delle associazioni umanitarie – ha detto a The Guardian Clive Stafford Smith, responsabile legale di Reprieve – ma alla fine riusciremo a riunire tutti i ‘detenuti fantasma’ e a far valere i loro diritti”.

Secondo Smith, gli Stati Uniti al momento detengono nelle prigioni segrete, per loro stessa ammissione, ventiseimila persone, “mentre le nostre stime dicono che almeno ottantamila, a partire dal 2001, sono passate tra gli ‘ingranaggi’ del sistema. E’ ora che l’amministrazione americana mostri un impegno concreto a rispettare i diritti umani – insiste Smith – rivelando chi sono queste persone, dove sono e che cosa è stato fatto loro”.

Nel rapporto si può leggere la testimonianza di un prigioniero di Guantanamo che riporta l’esperienza del suo ‘vicino di gabbia’: “Mi disse che in quella nave erano in 50, chiusi nel profondo della stiva, e che venivano picchiati più forte che a Guantanamo”. Vi è poi il sospetto che alcuni di questi prigionieri segreti possano essere transitati dalle strutture della base militare britannica “Diego Garcia” nell’oceano indiano. A questo proposito, dopo anni di smentite, è toccato al ministro degli Esteri David Miliband, lo scorso febbraio, ammettere che due velivoli americani in missioni di tipo ‘rendition’ fecero scalo a Diego Garcia.

“Passo dopo passo – commenta Andrew Tyrie, presidente della commissione parlamentare sulle missioni-tortura – la verità sulle ‘rendition’ sta venendo fuori: è solo una questione di tempo. Il governo farebbe meglio a fare subito chiarezza”. Ma un portavoce della marina militare americana ha smentito il rapporto: “Non ci sono prigioni sulle navi americane”, ha detto il comandante Jeffrey Gordon a The Guardian.

Ma è ormai un fatto che il meccanismo delle missioni-tortura Usa fosse consolidato e di pratica comune: basi segrete della Cia, dice il quotidiano britannico, operavano in Romania, Polonia, Thailandia e Afghanistan. “Tutte fanno parte di una rete globale in cui le persone vengono detenute a tempo indeterminato, senza che le accuse vengano formalizzate, e sono sottoposte a tortura in netta violazione della convenzione di Ginevra e della carta sui diritti dell’uomo dell’Onu, aveva detto Ben Griffin, ex dello Special Air Service britannico. Griffin venne poi messo a tacere dal ministero della Difesa che ottenne, ai suoi danni, una diffida dal tribunale.

2 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/terrorismo-usa/terrorismo-usa/terrorismo-usa.html

I pregiudizi contro gli zingari spiegati al mio cane

di Lorenzo Monasta

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Si intitola così il libro che le edizioni BFS propongono, destinato non ai cani ma ai loro padroni. È nato pensando al fatto che alcune cose, alcuni concetti, siano molto semplici. E che in realtà non c’è nulla di complicato nella questione “zingara”, se non le barriere mentali che noi stessi costruiamo. Ne pubblichiamo qui l’introduzione.

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Chiariamo subito una cosa. Questo libro non è destinato ai cani, ma ai padroni dei cani. È importante dirlo. Non è scritto pensando che chi vuol capire qualcosa in più sull’antiziganismo – ossia sui pregiudizi contro rom e sinti – sia un cane. Anzi. Questo libro è nato pensando al fatto che alcune cose, alcuni concetti, siano molto semplici. E che, in realtà, non c’è nulla di complicato nella “questione zingara” se non le barriere mentali che noi stessi costruiamo. Questo scritto, quindi, affronta alcuni luoghi comuni sugli “zingari” e cerca di spiegare perché non hanno senso.

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Gli “zingari”

Finora abbiamo scritto “zingari” tra virgolette. Cominciamo dai termini corretti. Non si può, infatti, parlare di qualcosa e usare termini sbagliati. Perché è sbagliato usare la parola “zingari”? Prima di tutto perché si tratta di un eteronimo. Cioè di un termine attribuito dall’esterno, imposto. Se vogliamo ragionare insieme e dialogare, dobbiamo chiamarci con il nostro nome.
La parola “zingaro” di per sé non è dispregiativa, come non lo sarebbe la parola “negro”. Negro, una volta, non era un dispregiativo. Ora lo è diventato. E se il termine “zingaro” non avesse un carattere negativo? Potrebbe pure essere corretto se nella trattazione ci si riferisse ad un insieme di gruppi molto eterogenei tra loro per lingua, cultura, valori, modi di vita. Se si vuole invece far riferimento a gruppi particolari, è appropriato utilizzare termini più specifici. Se poi desiderassimo essere aperti alla comunicazione, ancora di più dovremmo rispettarci e chiamarci con il nostro nome. Se invece vogliamo esprimere dei pregiudizi, va benissimo.
Se vogliamo riferirci ai gruppi presenti storicamente in Italia, dovremo parlare di rom e sinti. Ogni gruppo ha poi denominazioni specifiche. Ci sono i rom napulengre (di Napoli), i rom abruzzesi, i sinti piemontesi, lombardi, veneti, teich (tedeschi), marchigiani, emiliani. E poi ancora ci sono i roma harvati, detti anche istriani o sloveni, anch’essi cittadini italiani dal secondo dopoguerra. Rispetto a questi ultimi, infatti, va considerato che il rimescolamento geografico dei rom e sinti europei a causa delle due guerre mondiali è stato forte. Durante il nazifascismo, poi, sono stati deportati e sterminati, per non essere infine riconosciuti come vittime di persecuzione razziale neppure al processo di Norimberga.
Negli ultimi anni ci sono anche state nuove migrazioni. Non stiamo parlando di nomadismo, ma di migrazioni. Molti rom sono giunti da diversi paesi dell’ex Jugoslavia, sono scappati dalle persecuzioni e dalle guerre. Recentemente molti rom sono giunti dall’Est Europa, principalmente dalla Romania, ma anche dalla Bulgaria e dalla Slovacchia. Migrano perché in questi paesi, oltre ad esservi meno ricchezza economica, vi è molta discriminazione nei loro confronti. Non che in Italia non ce ne sia, ma almeno c’è qualche opportunità in più di rifarsi una vita.

I “nomadi”

Il termine “nomadi” andrebbe usato solamente nel caso in cui si stia parlando di gruppi che effettivamente praticano il nomadismo. Pare un concetto nient’affatto complicato. Eppure è un argomento difficile. Oltre il 95% dei rom e sinti presenti in Italia non pratica il nomadismo. Anni fa i gruppi sinti si spostavano molto di più, giravano per i paesi, praticavano vecchi mestieri. Ma le cose cambiano.
Se non sono nomadi, perché i rom e i sinti vengono sempre etichettati come nomadi? È uno dei temi interessanti da affrontare. Una delle ragioni dell’odio nei confronti di rom e sinti è dovuto alla loro presunta non integrabilità. Il nomadismo calza bene con questo concetto. In uno stato-nazione fondato sul territorio, sulla sua difesa, sull’identità territoriale, uno che non è legato al territorio è pericoloso. Più o meno inconsciamente il nostro ragionamento si alimenta del fatto che questi “nomadi” non sono integrabili, che non lo sono perché non sono legati ad un territorio. Quindi sono asociali. Sono infatti asociali in quanto, si legge nelle carte del III Reich che giustificavano il loro internamento e sterminio, possiedono il gene del nomadismo, il Wandertrieb.
Come accennavamo prima, durante il processo di Norimberga non venne riconosciuto il fatto che lo sterminio di quasi un milione di rom e sinti sia stato dovuto a ragioni razziali. In fondo, si disse, erano stati perseguitati in quanto asociali. Certo, ammisero i giudici, tutti gli “zingari” sono asociali per vocazione innata. Razzialmente asociali allora? No, ma in fondo tutti sappiamo che gli “zingari” sono asociali e non integrabili. Questa logica fa acqua da tutte le parti, ma si comprende benissimo dove vada a parare.
È qui che lo “zingaro” cade a fagiolo. Perché in qualche modo ci fa comodo identificarlo con il nostro peggior nemico. Sono i nomadi coloro che mettono in pericolo il nostro ordine, coloro che ci derubano, che ci rapiscono i bambini, che stuprano le nostre donne. Li odiamo. Oppure li vogliamo normalizzare, rieducare. Ecco allora che siamo noi a voler portare via loro i bambini per educarli, integrarli nelle leggi di ordine, proprietà e uniformità. Il termine “nomade” è difficile da combattere per queste ragioni.
Ma forse i rom e sinti non si riconoscono in questo ruolo. Forse non sono i razziatori. Forse non agiscono per danneggiare qualcosa o qualcuno. Insomma: e se, invece, tutto fosse solo nella nostra testa?

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I figli del vento

Il pregiudizio non è solo negativo. Quello positivo può essere altrettanto dannoso. Infatti, non ci aiuta certo nella comprensione. Lo “zingaro” libero, figlio del vento, l’artigiano nomade che lavora il rame, l’allevatore di cavalli, appartenente al popolo anarchico per eccellenza, che balla e canta melodie struggenti al chiaro di luna, che dorme sotto le stelle e vive alla giornata. Sono in genere nient’altro che luoghi comuni dell’esotismo, proiezioni romantiche di ciò che vagamente vorremmo essere. In ogni caso, sono costruzioni arbitrarie e unilaterali.
L’idea del Wanderer (“viandante”) era centrale nel romanticismo tedesco di inizio Ottocento. La fuga come desiderio poetico statico – desidero la fuga perché sono incapace di realizzarla – è però ben diversa dalla fuga reale o immaginaria, ma creativa e ricombinatoria, di chi ricerca e persegue la trasformazione.
L’attrazione astratta ed asettica verso colui che è capace di lasciare tutto (gli affetti, la casa, le proprietà) per mettersi in viaggio verso l’ignoto rischia di essere il contraltare dell’odio e del desiderio di annientamento nei confronti di chi incarna questa capacità. La staticità monolitica del III Reich, apice dello sforzo omologante ed identitario sorge, non a caso, in seno alla stessa società che ha generato l’idea romantica del Wanderer, a suo modo nutrendosene. Da Wanderer a Wandertrieb il passo può essere breve.

Gli “zingari” vogliono integrarsi?

Se gli “zingari” vogliano integrarsi è una delle domande più comuni che circolano. A chi chiede una cosa simile mi è capitato di rispondere di sì, che in realtà la stragrande maggioranza dei rom e sinti che vivono in Italia vogliono integrarsi. Ed è un dato di fatto. Se solo fossimo capaci di ascoltare, ci verrebbe detto da loro stessi.
Se inoltre fossimo capaci di vedere, ci accorgeremmo che quelli che noi etichettiamo come “zingari” sono solo una parte dei rom e sinti presenti in Italia. Molti rom e sinti sono assolutamente “integrati” e mai si sognerebbero di andare a dire in giro di essere “zingari”. Hanno una casa, un lavoro, le donne non portano le gonne lunghe. Nessuna di queste caratteristiche in realtà è fondamentale per essere rom o sinti.
Ma torniamo all’“integrazione”. Cosa intendiamo con “integrarsi”? Non facciamo confusione. Non vuol dire assimilarsi. Se per un attimo prendiamo in considerazione il fatto che in una società integrarsi significhi convivere civilmente ed essere rispettati nella propria diversità, allora può andare bene. Purtroppo le società aperte a questo tipo di integrazione sono rare. Assimilare, invece, vuol dire pretendere dall’altro l’omologazione: un atteggiamento molto più diffuso.
Pur essendo ottimista e considerando l’integrazione possibile in una società aperta, quando sostengo che i rom e i sinti vogliono integrarsi provo sempre un forte disagio. Proviamo anche solo un momento a dircelo da soli: “Sono integrato”, “Mi sento pienamente integrato”. Deprimente. L’integrazione, insomma, è una fregatura. Non prevede l’apertura verso l’altro, il diverso. Al massimo lo tollera, se è disposto a sottomettersi alle leggi civili.

Famiglia e famiglie

Il nostro concetto di famiglia, poi, raggiunge il suo apice quando finalmente le istituzioni cercano di dare risposte alle situazioni più critiche, spesso create da loro stesse. Esempio. Un campo viene sgomberato per accorgersi solo dopo, stranamente, che intere famiglie con bambini piccoli sono state lasciate per strada, magari in pieno inverno. In tali casi, le istituzioni “cattive” che hanno messo in strada le famiglie fanno un passo indietro, e subentrano quelle “buone” – loro stesse, a volte – che per necessità devono intervenire. I bambini vanno tutelati. Come se i bambini non fossero parte della famiglia. Come se la tutela dei bambini non passasse attraverso i diritti dei genitori. Come a voler dire che in realtà sarebbe meglio, per il bene dei minori, separarli dai loro padri e madri incapaci, che forse li maltrattano e li sfruttano pure. In queste circostanze imbarazzanti, spesso viene offerta una “soluzione” assistenziale solo ai bambini e alle loro mamme. I nuclei familiari vengono in pratica smembrati. I padri restano tagliati fuori e si trovano, da un giorno all’altro, per strada. Riempiamoci la bocca di famiglia, allora, per usarla come randello e strumento di coercizione e ordine, da tirare fuori quando è utile per poi riporlo quando intralcia.
L’idea di integrazione di rom e sinti che coviamo nel profondo passa proprio da questo. Dall’annullamento di ogni legame con i genitori, con il passato, con una cultura rom e sinta che giudichiamo irredimibile.

Emergenza campi

L’assunzione dello stato di emergenza è un classico nella gestione del “problema zingaro”. Così come sono dei classici le promesse fatte e non mantenute dalle istituzioni. E anche la collocazione dei campi in “nonluoghi”, in prossimità di frontiere, vicino ai cimiteri, accanto alle discariche, tra gli svincoli autostradali. E, infine, l’utilizzo fallimentare del privato sociale per la realizzazione di percorsi di scolarità e rieducazione.
Gli “zingari” vengono spesso trattati alla stregua di spazzatura. Nessuno li vuole sul proprio territorio. I soldi spesi per i campi vengono buttati senza controllo, senza alcun monitoraggio, vengono dati dalle istituzioni pubbliche al settore del privato sociale per scaricare un problema, mai per risolverlo. Puntualmente va a finire che la situazione non migliora per i rom, mentre il privato sociale tende non a risolvere i problemi ma a campare di quello che ne ricava, gestendo luoghi infami e badando bene a non criticare l’istituzione che fornisce i finanziamenti.
Esiste un problema di logica elementare nelle politiche di “delocalizzazione” dei rom. O si trova un luogo isolato da tutto e da tutti, oppure ci sarà sempre qualcuno per cui la delocalizzazione è in realtà una localizzazione “a casa propria”. Per questo si finisce sempre per destinare i campi a nonluoghi. Andiamo al punto: chi non vuole gli “zingari” a casa propria dovrebbe ammettere chiaramente che l’unica soluzione è sterminarli. O vogliamo ipocritamente pensare che chi non li vuole a casa propria trovi qualcuno che li accolga altrove?

Buone azioni o cattive pratiche?

Con queste premesse, come si può chiedere ai rom e sinti di “rispettare le regole” in cambio della presunta concessione di diritti? Quali diritti? L’idea di sedersi ad un tavolo e discutere con i diretti interessati per uscire da condizioni spesso drammatiche, mettendo in gioco tutte le energie vitali possibili, a nessuno passa nemmeno per la testa. La pianificazione nel sociale (ovvero in ciò che ha a che fare con la dimensione della socialità, della relazione) in Italia è quasi sempre un fallimento. Gli “zingari” rappresentano, in questo ambito, una cartina di tornasole.
Insomma, questi esperimenti privi di strategia complessiva sembrerebbero puntare alla rieducazione. Anche tralasciando il cupo retroterra di questo concetto, che quantomeno rimanda ai gulag – sempre di campi si tratta – non è possibile tacere sul fatto che la rieducazione, esplicita o implicita, è nemica del coinvolgimento diretto. E se questo non viene perseguito è perché manca il riconoscimento di base, quello al diritto di esistenza. Esisti, ti riconosco, parlo con te, ti ascolto.
In questo vuoto comunicativo succede spesso che gli operatori impreparati si fidino, per tenere sotto controllo i rom giustamente incazzati, di quei rom che sui campi come terra di nessuno ci fanno affari. I furbi e i delinquenti che tengono a bada coloro che si sentono schiacciati. Con il passare del tempo, i campi diventano luoghi ingestibili, pieni di miseria e frustrazione, in cui l’apatia è un peso che spinge sempre più in basso, là dove comandano i furbi.
Nel constatare un riprodursi perenne di problematicità, l’istituzione si indigna. Vorrebbe che i derelitti che sta salvando fossero riconoscenti, e vorrebbe vedere secoli di emarginazione svanire davanti ad una buona azione caritatevole. Invece rom e sinti non accolgono la rieducazione e nemmeno ringraziano. Magari sfasciano tutto. Nel frattempo, in genere, crescono le pressioni da parte della “gente” e di chi alimenta l’odio per professione e, con queste, anche l’astio e l’impotenza in chi pensava di poter risolvere il problema. A questo punto si abbandona la via assistenzialista e si passa alla repressione, all’espulsione, allo sgombero.

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Il sospettabile mostro

Il semplice fatto di essere “zingaro” e di vivere in un campo fa cadere una persona nella categoria dei sospettabili. Se poi un rom o un sinto infrange le regole, i giornali, il sistema politico e l’opinione pubblica si scatenano.
Fa strano vedere come l’opinione pubblica sia scossa e spiazzata davanti al gioco dei sospettabili. Gli “zingari” sono sospettabili. Anzi, colpevoli. Ma quello, quello era uno dei nostri. Il marito che picchia la moglie, la signora che uccide il figlio che frigna troppo, il figlio che uccide la madre e il fratello, i pedofili che agiscono negli asili e tra le mura di casa. Stranamente, mentre in Italia crescono i fatti di sangue e la violenza in famiglia, la gente ha sempre più paura dell’altro, di chi appartiene alla categoria dei sospettabili. Il cittadino integrato non si vuole chiedere perché la nostra società partorisce crescente frustrazione e violenza, non si ferma a ragionare sul tessuto sociale che si disgrega, sull’incertezza del lavoro e del futuro, sulla banalità del successo dei meccanismi di potere che dividono i cittadini integrati in coloro che fottono o sono fottuti, in winners or losers. Se la paura rimane, lo sfogo si focalizza sul sospettabile, su colui che temo possa rubarmi i privilegi accumulati, con o senza merito, o che possa rendermi ancora più precaria ed insicura la vita.

Il nostro giudizio universale

Qualche anno fa ho lavorato ad uno studio sulla relazione tra la salute dei bambini e le condizioni di vita in cinque campi di rom kosovari e macedoni. La decisione di approfondire questo tema non era una mia idea, ma nasceva dal confronto con le famiglie che vivevano nei campi: la questione della salute dei bambini era la loro maggiore fonte di ansia. I genitori erano preoccupati per la salute dei loro figli. Lo studio dimostrò che gli effetti di tali condizioni sono devastanti. Non certo per colpa dei genitori. Quelle famiglie che vivevano in campi regolari, messi in piedi dalle amministrazioni locali di cinque capoluoghi di provincia, non potevano fare di meglio. I colpevoli erano e sono le istituzioni, sole responsabili di un danno al futuro dei bambini rom che non pagheranno mai.
Siamo sinceri. Possiamo dire che vi sono bambini (non necessariamente rom) sfruttati dai loro genitori e/o da organizzazioni criminali. È tragicamente vero. Ma attaccare i rom e i sinti su questo piano è operazione subdola e razzista. I rom e i sinti amano i propri figli come ogni genitore. Con chiare eccezioni, come ovunque nel mondo. Che vi siano rom e sinti che rubano è innegabile. Il furto è sempre esistito (da sempre sanzionato) in tutte le società e tanto più in quelle in cui è accentuato il divario tra benessere e miseria. Poi ci sono anche gli insospettabili che rubano ben protetti in alto, delle istituzioni (pubbliche o private) e che a molti possono persino fare invidia per la facilità con cui accumulano successo e denaro.
La questione non è negare che vi siano rom e sinti che delinquono. Il problema è quello di parlare di rom e sinti come dei delinquenti. Questo equivale a stravolgere la realtà, a raccontare menzogne. I rom e sinti che vivono nei campi sono le prime vittime di questo pensiero.

Eppure non basta mai

Intanto, comunque, i rom e sinti arrancano. Sfangarsi non è facile. La strada per liberarsi dal peso del pregiudizio è in salita. Si può vivere come se non esistesse? La letteratura scientifica è piena di studi sulle implicazioni negative dell’appartenenza a gruppi emarginati, sulla difficoltà di credere nelle proprie forze al di là dei meccanismi di oppressione. È facile chiedersi perché i rom non escono dai campi e non trovino delle soluzioni alternative.
Ho visto un’opera di suore rifiutarsi di accettare donne rom in corsi per collaboratrice domestica che avrebbero dato loro accesso al permesso di soggiorno ed a un’eventuale occupazione. Le suore hanno una paura fottuta degli “zingari” come chiunque altro. Figuriamoci un datore di lavoro medio. Un’amica che fa la bidella ha una paura tremenda che si venga a sapere che è sinta. Perché dovrebbe avere paura? Ha un lavoro regolare, paga le tasse. Eppure non basta mai. Se non hai un lavoro è perché sei un disadattato, se lo hai sei automaticamente sospettato di combinare guai. Non fa differenza se lavori, se hai una casa, se i tuoi figli vanno alle superiori. Lo stigma dell’essere un non integrabile continua a perseguitarti.
I rom e i sinti sono belli e brutti, intelligenti e stupidi, modesti e arrivisti, sinceri e falsi, aperti e chiusi come tutti noi, come i nostri parenti e i nostri vicini di casa. E si trasformano e si adattano al mondo. Ogni volta che ho una certezza, le nuove conoscenze la spazzano via. Più vado avanti e più mi accorgo che alle domande che mi pongono sui rom e i sinti rispondo: «dipende». L’uomo nero è una nostra invenzione, è frutto del nostro sistema e delle nostre proiezioni. Tocca a noi, e non a rom e sinti, comprendere cosa lo genera e lo alimenta.

Lorenzo Monasta

Lorenzo Monasta è nato ad Embu (Kenia) nel 1969. Si è dottorato in epidemiologia con una tesi sulla relazione tra salute dei bambini e condizioni di vita in campi di rom macedoni e kosovari in Italia (vedi in www.osservazione.org). È tra i fondatori di OsservAzione, centro di ricerca azione contro la discriminazione di rom e sinti. Sulla loro condizione ha pubblicato: Vite Costrette (con B. Hasani, Ombrecorte 2003); Note sulla mappatura degli insediamenti di Rom stranieri presenti in Italia (In Italia Romaní, Vol. IV., a cura di C. Saletti Salza, L. Piasere, CISU 2004); Cittadinanze imperfette (con N. Sigona, Spartaco 2006).

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

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E’ NATA LA FEDERAZIONE ‘ROM E SINTI INSIEME’

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Si sono concluse verso le ore 12,00 con un grande successo le due giornate d’incontro del comitato “rom sinti insieme” del 17 – 18 maggio 2008, un importante incontro per stabilire e costituire una federazione fra le Associazioni di Sinti e Rom, Italiani e Stranieri presenti su tutto territorio Italiano.

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Preambolo allo Statuto

L’Europa ospita numerose culture differenti che tutte, ivi comprese quelle minoritarie, concorrono alla sua diversità culturale. Le minoranze Rom e Sinte occupano un posto particolare fra le minoranze e costituiscono una vera minoranza europea.In seguito all’allargamento dell’Unione Europea ai nuovi Stati membri la presenza dei Rom e Sinti vi è considerevolmente cresciuta.
Il rispetto dei diritti fondamentali della persona e dei loro diritti in quanto membri di una minoranza dovrebbe configurarsi quale il punto di partenza per il miglioramento delle condizioni sociali, culturalifigurarsi qualeritorio nazionale italiano, politiche ed economiche dei Rom e Sinti italiani, e dei Rom immigrati, attualmente presenti sul territorio nazionale italiano.
È importante garantire alle minoranze Rom e Sinte il godimento dei diritti e delle libertà definiti nell’articolo 14 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, perché ciò permette loro di far valere i propri diritti.Considerato che il fine del Consiglio d’Europa è di realizzare un’unione più stretta tra i suoi membri al fine di salvaguardare e di promuovere gli ideali e i principi che costituiscono il loro comune patrimonio;
considerato che uno dei mezzi per realizzare tale fine è la salvaguardia e lo sviluppo dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali;
desiderando che la Dichiarazione dei capi di Stato e di governo degli Stati membri del Consiglio d’Europa adottata a Vienna il 9 ottobre 1993 abbia un seguito;
considerato che gli sconvolgimenti della storia europea hanno mostrato che la protezione delle minoranze nazionali è essenziale alla stabilità, alla sicurezza democratica e alla pace del continente;
considerato che una società pluralistica e veramente democratica deve non solo rispettare identità etnica, culturale, linguistica e religiosa di ogni persona appartenente a una minoranza nazionale, ma anche creare delle condizioni adatte a permettere di esprimere, di preservare e di sviluppare questa identità;
considerato che la creazione di un clima di tolleranza e di dialogo è necessaria per permettere alla diversità culturale di essere una fonte oltre che un fattore, non di divisione, ma di arricchimento per ogni società;
considerato che lo sviluppo di un’Europa tollerante e prospera non dipende solo dalla cooperazione tra Stati, ma si fonda anche su di una cooperazione transfrontaliera tra collettività locali e regionali rispettosa e della costituzione e dell’integrità territoriale di ogni Stato; considerato gli impegni relativi alla protezione delle minoranze nazionali contenuti nelle convenzioni e dichiarazioni delle Nazioni Unite nonché dei documenti della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, specialmente quello di Copenaghen del 29 giugno 1990;
vista la Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e i suoi Protocolli;
vista la convenzione-quadro del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 10 Novembre 1994 per la protezione effettiva delle minoranze nazionali e dei diritti e delle libertà delle persone appartenenti a queste ultime;
vista la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie;
visto l’articolo 6 della Costituzione Italiana
vista la Raccomandazione n. 1557 del 25 Aprile 2002 adottata da l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa;
vista la risoluzione del Consiglio d’Europa del 28 Aprile 2005;
riconoscendo che per porre rimedio alla posizione svantaggiata dei Rom e dei Sinti e per il pieno godimento dei diritti occorre garantire un ruolo attivo e propositivo ai Rom e ai Sinti a tutti i livelli;
riconoscendo che la partecipazione diretta di Rom e Sinti a tutti i livelli della vita sociale, culturale e politica deve costituire una priorità delle politiche nazionali condotte in favore di queste minoranze;
determinati a costituire in Italia un organismo rappresentativo a livello nazionale ed europeo delle diverse organizzazioni Rom e Sinte
determinati a sostenere nella programmazione politica e nella strategia organizzativa le organizzazioni Rom e Sinte ed incrementare la loro costituzione per una reale partecipazione diretta si approva il seguente Statuto della Federazione “Rom e Sinti Insieme”

vai al sito..

È la Festa della Repubblica. La Lega non c’è, resta in Padania

Schifani: «maquillage» alla Carta

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la russa, ministro difesa
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È la Festa della Repubblica, e la Lega non c’è. Sessantadue anni fa nasceva, con il referendum, la Repubblica Italiana, «una e indivisibile»: ma i leghisti, nemmeno quelli “di governo” aprtecipamno alla tradizionale parata dei Fori Imperiali a Roma. Non è un’assenza annunciata, nessuno ha detto niente, ma, come fa notare il deputato dell’Italia dei Valoti e portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti, «guardando i servizi televisivi non ho visto nessun ministro della Lega, ma anche leggendo i dispacci di agenzia non trovo traccia della Lega».

Giulietti però vuole risposte: «Si può decidere di andare o non andare – dice a proposito della parata – ma nel caso della Lega la questione è particolarmente delicata perché hanno spesso polemizzato sulla patria, sulla bandiera e sulle grandi feste nazionali, questioni tenute sotto traccia da Berlusconi e Fini perché creano un imbarazzo di tipo istituzionale. Quando il presidente della Camera Fausto Bertinotti – ricorda ancora Giulietti – presenziò alla sfilata del due giugno con la spilletta con il simbolo della pace dicendo che sarebbe stato presente per dovere istituzionale non rinunciando però a segnalare la propria opposizione ad ogni forma di guerra e violenza, si aprì un dibattito ferocissimo, decine di editoriali e speciali televisivi su questo. Voglio capire – conclude – se su questo tema si aprirà una discussione seria, o se la luna di miele prevede anche la censura, l’omissione, il girarsi dall’altra parte».

La Lega non c’era, in compenso
Silvio Berlusconi ha approfittato della sfilata per uno show in pieno stile: è in macchina ma cerca il bagno di folla. Così scende e dice alla scorta: «Si va a piedi». Passano 45 minuti prima che concluda la sua personalissima parata sui Fori Imperiali, si fa prendere dall’entusiasmo e dice alla folla: «Risolveremo tutti i problemi».

Soddisfatto della giornata il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si è complimentato «per la superba prova di entusiasmo, serietà e preparazione dei militari di ogni grado e specialità delle Forze Armate che hanno partecipato alla manifestazione. Dobbiamo essere fieri – ha aggiunto – del legame saldo fra popolo e Forze Armate; una testimonianza di affetto e di apprezzamento che ci stimola a guardare con fiducia verso sempre più ambiziosi traguardi di efficienza e affidabilità del nostro strumento militare. Gli risponde a stretto giro il presidente Napolitano che gli ricorda che, «in piena coerenza con il dettato costituzionale e con le esigenze della complessa fase storica che viviamo» la missione dell’esercito italiano è quella di «ripudiare la guerra con i fatti, lavorando concretamente per costruire la convivenza pacifica tra i popoli, attraverso la sicurezza, la certezza del diritto e un più equilibrato sviluppo mondiale».

Infine, una chicca dal presidente del Senato
Schifani. Ha colto l’occasione del 2 giugno per spiegare che c’è bisogno di un’operazione di «maquillage» per la seconda parte della Costituzione «che avvicini di più i cittadini alla politica».

Pubblicato il: 02.06.08
Modificato il: 02.06.08 alle ore 15.11

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=75945

Ahmadinejad: “Israele criminale sparirà dalle carte georgrafiche”

Il presidente iraniano alla vigilia della partenza per il vertice Fao di Roma: “Il regime sionista è ormani alla fine. E lo stesso accadrà agli Stati Uniti”

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Berlino contraria all’ingresso dell’Italia nel gruppo dei 5+1

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"Israele criminale<br>sparirà dalle carte georgrafiche"</B>
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TEHERAN – Domani sarà a Roma, dove lo attendono il vertice Fao e le polemiche sulla condotta internazionale del suo Paese. Ma il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad non placa la sua furia oratoria e torna all’attacco di Israele: “E’ alla fine e verrà presto eliminato dalle carte geografiche”.

“Il regime sionista criminale e terrorista – continua Ahmadinejad – ha una storia di 60 anni di saccheggi, aggressioni e crimini”. Poi, nello stesso discorso, profetizza la fine della potenza americana: “Il tempo delle potenze tiranniche è finito e con la vigilanza e la solidarietà tra i popoli, gli Usa e tutte le potenze sataniche se ne andranno e la giustizia arriverà”.

Il presidente parlava agli ospiti stranieri arrivati a Teheran per assistere, domani, alle cerimonie per il 19/o anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, ayatollah Ruollah Khomeini.

Intanto, sul fronte delle complesse trattative sul nucleare, arriva uno stop al desiderio dell’Italia di entrare a far parte del gruppo dei 5+1 (ovvero i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania). Il governo tedesco non appoggia la proposta di Roma di partecipare direttamente.

2 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/nucleare-iran2/contro-israe-e/contro-israe-e.html