Archivio | giugno 6, 2008

Dietro le case chiuse

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/37/Roemer2.JPG/250px-Roemer2.JPGUn affresco rinvenuto in un lupanare – antesignano delle case chiuse – negli scavi archeologici di Pompei

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PEZZO STORICO, MA SEMPRE VALIDO

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estate 1998

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di Emanuela Scuccato

A 50 anni dalla prima proposta di legge per la chiusura dei bordelli, sulla prostituzione continua ed evidenziare le ipocrisie della “morale” clericale, antifemminile e sessuofobica.

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“… Quanti sifilitici à fatti solo lei? Mettiamo che sono solo 40 al giorno, che codesta bella signorina accontentava, dieci giorni 400 persone. Poi il resto, le conseguenze che vengono dopo”. (Lettera N. 13)

“… La ragazza in un giorno a N. à fatto 42 uomini, e sfinita, al giorno dopo, viene la visita del Dottore e la manda all’ospedale con 4 croci in più di Lue [infezione generalmente trasmessa per contagio sessuale; sinonimo di sifilide n.d.r.], ormai una ragazza rovinata”. (Lettera N. 19)

“… una giornata speciale contai 120 clienti, 120 lavaggi, 2400 scalini saliti e scesi, e poi, come se non bastasse (tralascio i particolari di scurrilità) alcuni clienti quando hanno finito… ci fanno la morale e ci esortano a cambiar vita… dobbiamo salvare l’anima, ci dicono!!! (Lettera N. 68)

Qualche volta mi capita di pensare che se alcuni libri fossero ristampati, divulgati e magari letti, forse qualcosa comincerebbe a cambiare. Poi invece tocco di nuovo terra e mi rendo conto che i libri da soli non bastano, che ci vuole ben altro. Che bisogna ricominciare a parlarne.
Per esempio di prostituzione.
I tre passi citati più sopra sono tratti da una pubblicazione del 1955, un libro delle Edizioni Avanti! curato da Lina Merlin e Carla Barberis. Lettere dalle case chiuse si intitola. Ed è una raccolta di 70 testimonianze pro e contro la chiusura dei casini corredata da una chiara appendice documentaria sulle norme che hanno regolamentato il mere tricio nel nostro Paese fino al 1958, nonché dal progetto di legge che la stessa senatrice socialista Merlin presentò per la chiusura delle case di tolleranza.
Il prossimo 6 agosto saranno passati 50 anni dalla prima proposta di legge in questo senso. Mezzo secolo. Mezzo secolo durante il quale sono accadute molte cose. Anche il femminismo.
Ma la prostituzione continua ad esistere. Come del resto la stessa Lina Merlin e le sue compagne sapevano bene che sarebbe stato.
E allora perché battersi, nel ’48, per chiudere le case di tolleranza? e oggi, 50 anni dopo, perché tornare a ribadire le stesse cose: che i casini non possono essere riaperti; che la si deve smettere, una buona volta, con questa ipocrisia dei cosiddetti “parchi dell’amore”; che…?
Ma quale amore? Di che amore si sta parlando quando si parla di prostituzione? Tutte le donne che hanno scritto alla Merlin e alla Barberis, sia quelle favorevoli che quelle contro le Case, si sono definite dal di dentro “carne da Maciello” (Lettera N.55).
Ci si può credere. Perché al di là della letteratura, del cinema, dell’arte in generale, che hanno fatto spesso del bordello un luogo “mitico”, la realtà raccontata da “quelle signorine” è ben diversa.
“Per difendere il mio intimo, il mio fondo, offrivo agli uomini solo la scorza superficiale”, rivela Firdaus, prostituta egiziana d’alto bordo condannata a morte nel 1974 per avere ucciso il suo protettore. (Nawal al Sa’dawi, Firdaus, storia di una donna egiziana)
“Avevo imparato a resistere in maniera passiva, a mantenermi intatta non offrendo niente, a vivere rifugiandomi in un mondo tutto mio. In altre parole concedevo agli uomini il mio corpo, ma un corpo morto, ed essi non potevano suscitare reazioni o tremiti, né darmi piacere o pena”.
Ma Firdaus rappresentava un’eccezione: lei era una prostituta di lusso, straordinariamente lucida e consapevole di se stessa.
Nelle case di tolleranza dell’Italia del dopoguerra, politicamente “immacolata”, sulle strade dell’Italia di oggi, di tutt’altro orientamento politico, c’erano e ci sono soprattutto donne in mano alle multinazionali della prostituzione.
Ci sono le stesse umiliazioni di sempre, le stesse botte, lo stesso disumano sfruttamento, lo stesso “farsi” per poter vendere il proprio corpo senza stare troppo male. C’è anche la morte, spesso.
In compenso c’è più scelta per i clienti: slave, nigeriane, albanesi… E poi il top della trasgressione: i “trans”.
È curioso come a rileggere vecchi libri e vecchie carte salti sempre fuori, anche a proposito della mercificazione del sesso, l’esercito, la guerra.
“L’origine della regolamentazione [del meretricio n.d.r.] che data dal 1802 in Francia e fu estesa in altri paesi d’Europa negli anni successivi, va ricercata in effetti nel presupposto che essa rappresentasse un mezzo di profilassi antivenerea per preservare gli eserciti”, scrive Lina Merlin nella sua prefazione alle Lettere.
E ancora nel 1913, per esempio, in pieno Futurismo -“Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”-, il “Manifesto futurista della lussuria” di V.Saint Point proclamava:
“La lussuria è pei conquistatori un tributo che loro è dovuto. Dopo una battaglia nella quale sono morti degli uomini è normale che i vincitori, selezionati dalla guerra, giungano fino allo stupro, nel Paese conquistato, per ricreare la vita”.
Come pecore, come maiali razziati dopo la vittoria, anche le donne fanno parte del bottino di guerra. Quando non deciderà di sgozzarle dopo averle violentate in tutti modi possibili, come in Algeria, giusto per restare all’attualità, il “conquistatore” è legittimato a marcare il territorio occupato mediante lo stupro etnico. Che è sempre esist ito. Fino alla barbarie della ex Iugoslavia, solo pochi mesi fa. Fino alle torture e agli stupri delle donne indigene in Messico, mentre sto scrivendo.
Ma che cosa differenzia, nella sostanza, uno stupro etnico dalla prostituzione pro-milizie? Una nascita?
Basterebbe leggere anche solo qualche testimonianza delle cosiddette “donne di conforto” di tutti i Paesi dilaniati dai diversi conflitti per rendersi conto che la radice dello stupro etnico e della prostituzione pro-milizie è la stessa: una feroce volontà di dominio. L’esercizio di un potere assoluto sulle donne.
Vern L. Bullough, autore di una delle poche storie della prostituzione in circolazione nelle biblioteche pubbliche, mette in rilievo come siano rari gli storici seri che accettano di approfondire quest’argomento.
Ciò, sottolinea Bullough, nonostante la prostituzione sia “un’istituzione sociale importantissima e strettamente legata alla condizione della donna, al diffondersi delle malattie veneree, all’andamento della natalità e a un vasto numero di problemi sociali, politici e culturali”.

Già! Come spiegare le lunghe file di auto che soprattutto di notte percorrono a passo d’uomo i viali delle nostre città, che transitano sulle innumerevoli superstrade alla ricerca di una donna da “caricare”. Come spiegare le case d’appuntamento più o meno clandestine, certi locali, la strepitosa serie di annunci sui giornali…
Ma soprattutto: come mettere in relazione questo con il ’68; con le battaglie per il diritto d’aborto; con il Movimento del ’77; con le lotte sindacali… Con il femminismo?
Di questa contraddizione – macroscopica contraddizione -, sulla quale gli storici di solito preferiscono glissare, il film di Carlo Mazzacurati, Vesna va veloce, è un’intensa e attualissima rappresentazione.
Per quale ragione Antonio [l’attore A. Albanese n.d.r.], il protagonista, che “in una prima stesura era addirittura un comunista molto arrabbiato nei confronti del cambiamento di questi anni nella sua area politica, che viveva da sconfitto ma con orgoglio, da isolato che non si arrende all’idea che l’egualitarismo non abbia più senso, che l’utopi a comunista non abbia più senso…” (Carlo Mazzacurati), sì, per quale ragione, mi domando, per stare con una donna, Antonio “è uno che deve pagare”?
“… deve pagare, in quanto fuori da un circuito generazionale e sociale eccetera”, dice Mazzacurati.
Eh già!
È per questo che anche molti “compagni” comprano il corpo di una donna? per questo la pagano? perché sono “fuori da un circuito generazionale e sociale eccetera”?
“Vesna ha una dignità superiore – come essere umano e come atteggiamento nei confronti della volgarità che attraversa – a quella del protagonista maschile e di tutti gli altri personaggi”, afferma ancora Mazzacurati.
E gli va dato atto che ha almeno la lucidità di ammettere che “è chiaramente un punto di vista maschile”.
Perché si tratta del solito punto di vista maschile.
Che apre una porta – Mazzacurati con grande maestria cinematografica – senza però entrare. Senza affondare il coltello nella piaga.
Che rimuove, in sostanza.
Il Comitato etico Donna in lotta contro la prostituzione “si ripromette di ridefinire giuridicamente la prostituzione come stupro a pagamento e intende presentare una proposta di legge che, vietando la prostituzione, definisca il cliente reo nella stessa misura dello stupratore”.
Non mi interessa, francamente non mi interessa porre questa questione su un piano giuridico. Però l’idea che la prostituzione possa essere considerata uno “stupro a pagamento” mi fa riflettere.
In definitiva, cos’è che il cliente compra da una prostituta?
Compra un diritto? compra un diritto unilaterale al piacere?
“I soldi ce li hai tu e perciò sei tu che compri ma il piacere ce l’avrai solo tu… “, dice Manila al suo cliente. (Dacia Maraini, Dialogo di una prostituta col suo cliente)
La prostituta non sceglie il suo cliente. Può rifiutarlo, eccezionalmente. Ma non lo sceglie. Esattamente come la donna stuprata.
La prostituta non prova piacere.
E neanche la donna stuprata ne prova. La prostituta non può seguire il suo desiderio. Mai.
Proprio come la donna stuprata, che è considerata un oggetto, la prostituta deve fare quello che ha patteggiato col cliente. Che la pagherà per questo.
L’unica differenza, dunque, sono i soldi.
“… Nei grandi centri lo sfruttamento è massimo: se una signorina guadagna, mettiamo 10 mila lire al giorno, deve dare 5 mila al padrone, 2500 per il vitto e l’alloggio; ma non le restano come crede 2500 lire: da queste deve detrarre le mance, la luce, il riscaldamento, il dottore, i supplementi ecc.. Cosa le resta? Poco o niente! Altro che aman ti, come vogliono sostenere i padroni!” (Lettera N. 21)
A cavallo del ‘900 Alfred Blaschko sosteneva che “è spettato al diciannovesimo secolo di trasformare la prostituzione in una gigantesca istituzione sociale”. (Alfred Blaschko, Prostitution in the Nineteenth Century).
E le ragioni di questo secondo lui, ma non soltanto secondo lui, avrebbero dovuto essere ricercate nel “mercato competitivo”, “nella crescita e congestione delle grandi città”, nell'”instabilità del lavoro”.
Aveva visto giusto.
“Nel nostro Paese, negli ultimi cinque anni, il numero complessivo delle prostitute è aumentato del 45%”, hanno reso noto le donne greche che hanno partecipato alla due giorni di convegno delle Donne d’Europa per l’autonomia economica contro la disoccupazione e la precarietà, tenutosi a Milano il 30 e 31 maggio scorsi.
“Nel 1991 le prostitute greche erano il 70% contro il 30% di straniere; nel 1996 le proporzioni erano invece del 40 e del 60%. I prezzi delle prestazioni sono calati del 25%, mentre il reddito complessivo prodotto dalla prostituzione è cresciuto del 70% e la clientela del 60% (i dati sono tratti da uno studio dell’Università di Atene)”.
“L’hai detto, occhio di serpente, la donna può solo decidere se prostituirsi in pubblico o in privato, per la strada o in casa, chiaro?”, fa dire ancora a Manila la scrittrice Dacia Maraini.
“Tutte le donne sono in qualche modo prostitute. Ma siccome ero intelligente, preferivo essere una prostituta libera piuttosto che una moglie schiava”, racconta Firdaus alla scrittrice e medica Nawal al Sa’dawi.
“Tutte le donne sono in qualche modo prostitute”.
È stato proprio questo uno degli assunti su cui, nei primi anni Ottanta, alcune donne del Movimento femminista hanno discusso a lungo.
Erano gli anni del nascente “Comitato per i diritti civili delle prostitute” e del giornale Lucciola, cofondato da Carla Corso e Pia Covre.
E su questo le donne del Movimento si scontrarono, anche.
Se molte ritennero giusto schierarsi dalla parte delle prostitute sostenendone attivamente le battaglie, altre invece, pur solidarizzando, non se la sentirono di condividere la tesi che “è pertanto solo una questione di quantità, se essa [la donna n.d.r.] si vende a un solo uomo, dentro o fuori del matrimonio, oppure a più uomini”. (Emma Goldman)
Il problema è complesso. Esiste una questione economica e continua ad esistere una questione sessuale.
Le due cose si sovrappongono in modi diversi.
C’è chi, come già Pia Covre e Carla Corso, sostiene che prostituirsi è un lavoro come un altro, che sesso e sessualità possono essere scissi.
C’è chi, invece, non crede affatto che questo sia possibile senza incorrere in gravissime conseguenze per il benessere psico-fisico della donna. Chi, proprio in virtù di quanto è accaduto in questi ultimi tre decenni, desidera e ricerca per sè una considerazione globale, che tenga conto di tutte le componenti della persona: corpo, mente, cuore.
Si tratta comunque sempre di livelli di discussione alti, quasi d’élite. Infatti, “il sommerso della prostituzione, le centinaia, le migliaia che fanno parte della prostituzione, dove davvero il pappa vive… è una multinazionale!” (Atti del convegno Sessualità: parliamo noi)
Ed è con questa realtà che dobbiamo confrontarci.
Nel 1948 Lina Merlin propose di chiudere le case di tolleranza in base a tre articoli dell’allora recentissimo dettato costituzionale: gli articoli 2, 32 e 41 [vedi riquadro].
Per quale ragione si dovrebbe oggi tornare indietro?
Lina Merlin fu deputata e senatrice del Partito Socialista, ma i principi ideali che la ispirarono non sono forse ancora oggi condivisibili nella sostanza, al di là delle divergenze ideologiche?
“… L’igiene pubblica è veramente un pretesto”, scrisse inoltre Merlin facendo piazza pulita, una volta per tutte, delle false ragioni accampate dai benpensanti contro la chiusura delle case di tolleranza
– i “padroni” e lo Stato in queste imprese redditizie ci avevano infatti investito un bel pò di soldi.
“Quelle due visite settimanali, fatte nella casa stessa, senza mezzi adeguati o anche all’ambulatorio comunale per le tesserate non ospiti delle case, non sono meglio che niente, sono il nulla, o il peggio, poiché fingono di dare all’inesperto, o incauto cliente, una sicurezza che il medico serio non può dare […]. D’altra parte, quale garanzia può offrire la donna ai clienti che si succedono a decine in una sola giornata?”
Eccolo lo spettro: il Contagio.
Per evitare il contagio bisognava e bisogna rinchiudere le prostitute. Controllarle.
“Una volta venuto alla luce tanto orrore perché mandare un messaggio di così grave impotenza alla nostra già disorientata pubblica opinione rimettendo puramente e semplicemente in libertà questa disgraziata vittima-killer [un’immigrata clandestina n.d.r.]?”, si domanda il giornalista Guido Bolaffi su la Repubblica dell’8 aprile scorso.
Certo è più facile fare come si è sempre fatto. È più facile puntare il dito sulla prostituta. È lei che deve essere punita, rinchiusa, rimandata al suo Paese d’origine.
Peccato però che questa “disgraziata vittima-killer” abbia avuto dei clienti proprio nel nostro di Paese. Perché credo che anche Guido Bolaffi, una volta ripresosi dallo shock della scoperta dell’esistenza di “tanto orrore”, sarà senz’altro d’accordo che questi uomini – italiani – non sono stati violentati.
E forse anche Bolaffi, magari raccogliendo qualche notizia in più come sarebbe peraltro auspicabile da parte di uno che fa informazione, potrà venire a sapere che certe prestazioni a rischio – quelle senza il profilattico – sono sempre andate e vanno tuttora per la maggiore. È merce rara, che costa di più.
Ma il “brivido”, si sa, ha il suo prezzo.
“… la difesa della salute pubblica va diversamente organizzata… […] … bisogna sviluppare il senso di responsabilità dei propri atti”, scriveva la senatrice Merlin nel ’55.
Vale ancora oggi, credo.
Ed è sconsolante, molto sconsolante, constatare che possiamo ripetere pari pari gli stessi ragionamenti che sono stati fatti mezzo secolo fa. Che Lina Merlin metteva in relazione con la profilassi antivenerea; che noi, 50 anni dopo, possiamo mettere in relazione con l’AIDS. Con la disinformazione e l’ignoranza che in entrambi i casi hanno circond ato e circondano, complice la Chiesa cattolica, un corretto approccio ai problemi.
La questione della prostituzione è molto complessa, si diceva, e i livelli di lettura e interpretazione del fenomeno molteplici.
Di una cosa, però, sono sicura. Che proprio perché “responsabile per la prostituzione è l’inferiorità economica e sociale della donna” (Emma Goldman), lo Stato non può in alcun modo entrarci.
Se non con il controllo e la repressione, come ha sempre fatto [a questo proposito basta leggersi, per esempio, il Testo Unico di P.S. sul meretricio del 18.06.1931, n. 773, e il conseguente Regolamento per l’esecuzione della legge pubblicato con R.D. 06.05.1940, n. 635 n.d.r.].
La soluzione, se soluzione potrà mai esserci, sta in noi.
Nella nostra capacità di parlarne apertamente. Di tornare a riflettere sulla sessualità in modo libero.
Sta nel nostro desiderio di conoscerci. E di ri-conoscerci, reciprocamente.
Sta nella voglia di riappropriarci dei nostri corpi. E del nostro piacere.
Sta in “un rovesciamento completo di tutti i valori accettati comunemente – specialmente quelli morali – unito all’abolizione della schiavitù salariata”. (Emma Goldman)

Emanuela Scuccato

Uguaglianza dei diritti

“…Limitandosi al terreno giuridico, coloro che prepararono e approvarono la Costituzione, ebbero come intento di abolire ogni dicsriminazione fra cittadini, di garantire alla donna uguaglianza di diritti con gli uomini e pari dignità sociale. Nell’art. 2 la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, riafferma la precedenza dela persona umana rispetto allo Stato e la destinazione di questo al servizio di quella, e perciò condanna implicitamente la regolamentazione, che giustifica la mortificazione di un gran numero di donne disgraziate nella presunzione di provvedere a un servizio sociale. L’art 32 afferma che la Repubblica deve tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge, ma la legge, in nessun caso, può violare i limiti imposti dal rispetto alla persona umana. I legislatori, che tale articolo approvarono, espressero prima di me l’impegno di abolire la prostituzione ufficiale, che contravviene a quella norma. L’art. 41, stabilendo che l’iniziativa economica privata è libera, ma che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, condanna implacabilmente l’infame mercato dei lenoni.
Dal punto di vista giuridico, la Costituzione conferma i princìpi ai quali deve ispirarsi la riforma della vigente anacronistica legislazione.”

Dalla Prefazione al volume “Lettere dalle case chiuse”

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fonte:http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/247/18.htm

RIFIUTI – A Napoli pure il percolato è oro

di Claudio Pappaianni

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L’inchiesta della procura di Napoli sulla parte più inquinante e pericolosa dei rifiuti. Un liquido sparso deliberatamente nei corsi d’acqua e lungo le strade. A un costo altissimo

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Percolato. È l’ultimo vocabolo del dizionario dei rifiuti finito nel linguaggio comune dei campani. È la parte liquida che la monnezza rilascia con la decomposizione: la sorgente dell’odore di morte che imprigiona interi quartieri. È anche la frazione più inquinante e pericolosa, che infiltra nelle falde le sostanze tossiche. Ma quello del percolato è anche l’ultimo scandalo su cui si concentrano le attenzioni della Procura di Napoli.

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L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Aldo De Chiara, che ha portato all’arresto del braccio destro di Guido Bertolaso, Marta Di Gennaro, ha fatto luce sul destino di questo liquido micidiale. Agli atti dell’indagine ci sono le proteste di un sindaco “perché i camion percolano”, ossia seminano una macchia nera sull’asfalto. La Di Gennaro, sempre lei, lo rassicurava mandando i carabinieri a controllare e a convincerlo che “percolavano poco”. Ma a fare quei controlli erano i militari in forza alla Protezione civile. Gli altri, ‘i nemici’ di cui si parla nelle intercettazioni, erano i carabinieri del Nucleo tutela ambiente guidati dal generale Umberto Pinotti, di cui la Di Gennaro si spinge addirittura a chiedere la rimozione.
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Quei camion non perdevano liquido per errore,
lo scaricavano deliberatamente.
E molti sapevano. Così, il nuovo filone di indagine sui rifiuti condotta dai pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, ancora top-secret, ma che porterà presto a sviluppi di rilievo, è proprio sul destino del percolato in Campania. Un veleno che andrebbe trattato in impianti specializzati e che invece sarebbe stato sistematicamente sparso nei corsi d’acqua, nelle fogne o addirittura lungo le strade e nei campi. Ogni giorno, nelle discariche autorizzate dal Commissariato c’è un via vai di mezzi che aspirano il liquido nerastro dalle vasche per portarlo ai centri di bonifica. Ma lungo il percorso almeno la metà del carico finisce per essere smaltito illegalmente. Così ci guadagna la ditta che trasporta, che paga meno, e quella che smaltisce, che incassa lo stesso. Resta il fiume tossico, che penetra nel terreno e nelle acque e che nessuno si è curato di disinquinare.

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Quello della mancata bonifica della Campania è uno scandalo nello scandalo. Per rimettere in sesto un territorio ammorbato da rifiuti, anche quelli tossici interrati per anni dalla camorra, nel 2001 il governo aveva istituito l’ennesimo commissariato. L’incarico fu affidato ad Antonio Bassolino, che era già commissario ai rifiuti. Un anno dopo, veniva siglato un accordo di programma con la Jacorossi Spa sponsorizzata dal ministero del Lavoro (allora retto da Roberto Maroni, ndr): 140 milioni di euro per rimuovere i veleni da 80 comuni. L’incarico fu affidato senza gara, grazie all’impegno della società di assumere 380 lavoratori socialmente utili. Lo prevede una legge dello Stato, che garantisce pure la gran parte degli stipendi per i primi tre anni. Una manna, che ha permesso alla Jacorossi di affidare senza alcun vincolo lavori in subappalto e tenersi, allo stesso tempo, gran parte di quegli operai fermi a giocare a carte, come loro stessi hanno denunciato.
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Alla scadenza dei tre anni, il licenziamento e la cassa integrazione: paga sempre lo Stato. A Jacorossi, intanto, sono stati liquidati i primi lavori, ma a un prezzo troppo caro, specie per l’ambiente.oltre un milione di tonnellate di monnezza sarebbe finita sepolta sotto strati di terreno in luoghi non certo idonei L’incarico aveva scadenze ben precise e un rimborso garantito solo a operazioni eseguite. C’era poco tempo da perdere. Così, le scorie raccolte sarebbero state spacciate per scarti di edilizia per poi finire, sistematicamente, in cave della provincia di Caserta e Napoli non molto lontano da quelle di Chiaiano. Andavano separati, trattati, smaltiti ognuno secondo le procedure previste: la plastica con la plastica, i copertoni di auto con i copertoni, l’amianto con l’amianto. E invece, e, anche lì, il percolato ha fatto la sua strada infiltrandosi fin dove ha potuto. Hanno documentato tutto gli uomini del Noe di Napoli guidati dal Maggiore Giovanni Caturano e nei giorni scorsi la Procura ha notificato il provvedimento di chiusura indagini a 12 tra ex dirigenti della Jacorossi e delle ditte subappaltatrici.

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Secondo gli inquirenti, l’imperativo per i vertici della società romana era solo uno: ‘Fatturare! Fatturare! Fatturare!’. I rifiuti andavano rimossi e portati ovunque, purché il Commissariato pagasse. Anche più del doppio di quanto dovuto: “Non valgono così tanto, lei lo sa: valgono la metà. Ma al Commissariato non facciamo conoscere le quotazioni al ribasso, sennò le royalties su cosa le prendiamo?”, dicono tra di loro al telefono. Dei circa 60 milioni di euro già versati alla Jacorossi, almeno 46 sarebbero frutto di quello che per i carabinieri è stata una ‘gestione illecita’. In pratica: frutto di uno smaltimento di rifiuti che in realtà sono stati solo spostati e di una bonifica dei terreni mai effettuata.

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Le indagini si sono concluse nel 2006, ma ci sono voluti due anni per i provvedimenti. Un periodo durante il quale per la Jacorossi è arrivato anche un premio: un nuovo incarico da 101 milioni, oltre a 20 milioni come risarcimento per il mancato rispetto del contratto da parte del Commissariato. E quando all’inizio dell’anno Palazzo Chigi ha deciso di togliere a Bassolino l’autorità sulla bonifiche, la Jacorossi ha affidato il timone delle attività a Ciro Turiello, considerato un fedelissimo del governatore che lo volle accanto a sé nel Commissariato, salendo tutti i gradini fino a diventare vice di Bertolaso nel 2007. Nell’ultimo anno, Turiello è stato amministratore delegato di Asia, la società napoletana per i rifiuti con 2.200 dipendenti e una percentuale di raccolta differenziata di poco sopra il 10 percento, nonostante spenda 1,5 milioni all’anno solo per il leasing degli automezzi (parte dei quali forniti dalla Oram srl di proprietà di sua cognata, ndr). L’uomo giusto per il piano della Jacorossi: entrare nel mercato degli appalti comunali per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. In Campania si ricicla tutto, tranne che la spazzatura.

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05 giugno 2008
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“Tracce di radioattività nei rifiuti” Amburgo chiede garanzie all’Italia

ECOBALLE
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BUFFO, TUTTI AL GOVERNO A MINIMIZZARE: RIFIUTI RADIOTTIVI Sì, MA GLI ITALIANI NON SONO AEREI E NON VOLANO A 10.000 MT DI QUOTA, DOV’E’ IL PERICOLO?. E POI, PERBACCO, SE E’ PER QUESTO RICONTROLLEREMO I CARICHI. PECCATO CHE FINO A OGGI I CARICHI LI HANNO CONTROLLATI SOLO I TEDESCHI, NOI LI SPEDIVAMO E BASTA. ADESSO I TEDESCHI ‘PRETENDONO’ CHE I CONTROLLI VENGANO FATTI IN ORIGINE DALL’ITALIA, SOTTO LA ‘SUA’ RESPONSABILITA’: SE SCOPRIRANNO ULTERIORI ‘MERCI AVARIATE’ SARANNO C… PER TUTTI. FORSE.
mauro
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Immediate le rassicurazioni: «E’ tutto a posto, tutti i carichi in partenza verranno ulteriormente controllati»

BERLINO
La città-regione di Amburgo ha trovato in un carico di rifiuti tracce di radioattività superiori ai normali livelli riscontrati nell’ambiente. Il portavoce della società di nettezza urbana che smaltisce l’immondizia proveniente dalla Campania, dopo aver confermato la notizia, ha chiesto all’Italia garanzie.

Il portavoce Fiedler ha però minimizzato i rischi per la popolazione. Le tracce di radioattività sono state infatti riscontrate in appena un metro cubo di rifiuti in cui erano presenti liquidi contaminati con lo iodio 131 che dovranno essere smaltiti separatamente. «Il caso dello iodio non è un fenomeno tipicamente italiano – ha sottolineato Fiedlier – si verifica ad Amburgo almeno 10 volte all’anno e i rischi per chi vi sta vicino sono equivalenti a quelle che si subirebbero volando in aereo a 10mila metri di quota». La radioattività rilevata in un carico di rifiuti campani proveniva da «materiale sanitario». Lo ha detto il portavoce della società di nettezza urbana spiegando che il livello di radiottività riscontrato nel carico in questione «è paragonabile a quello delle radiazioni cosmiche a cui sono esposti gli aerei che volano a una quota di diecimila metri di altezza».

In termini assoluti,
ha proseguito, «se il normale livello di radiattività riscontrato nell’ambiente è di 0,1 unità, il livello che abbiamo trovato nel container era di otto unità». Il contenuto di questo particolare container, ha precisato il portavoce, è stato già smaltito, ma in uno speciale impianto utilizzato per le sostanze radioattive. Una procedura, questa, ha aggiunto, che costerà «qualche migliaio di euro in più all’Italia».

L’Italia ha già inviato
«tutte le rassicurazioni necessarie alla Germania» dopo il ritrovamento, in un carico di rifiuti proveniente dalla Campania, di tracce di radioattività. Lo si apprende da fonti del commissariato dei rifiuti secondo le quali «non c’è alcuno stop» ai trasferimenti visto che lunedì sono previsti in partenza alcuni treni per la Germania. Nelle lettera di rassicurazioni inviata alle autorità tedesche dopo il rilevamento di tracce di radioattività in un carico di rifiuti campani, l’Italia – si apprende da fonti del commissariato – spiega che «tutti i carichi in partenza saranno ulteriormente controllati» anche con l’impiego di «nuclei speciali dei vigili del fuoco».

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Mistero fitto sull’immondizia: sparite 26 milioni di tonnellate

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La Dia sospetta che lo smaltimento sia solo fittizio e che i materiali di risulta vengano nascosti. La nuova area individuata sarebbe il subappennino dauno: proprio in questa zona non coltivata, difficilmente raggiungibile, la malavita locale può offrire una buona base logistica alle famiglie camorristiche
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di Giuliano Foschini
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Chi, nella sua vita, una volta almeno è stato a Roccaraso può capire. La punta dell´Aremogna è alta duemila metri. Esattamente quanto la montagna di rifiuti spariti dalla Puglia negli ultimi dieci anni. La stima è semplice da fare: basta rapportare i dati – forniti dai singoli comuni e messi insieme da Legambiente – sulla quantità di rifiuti prodotti con il numero di quelli smaltiti. All´appello mancano circa 26 milioni di tonnellate di immondizia, sparite e smaltite nel nulla. Dove? Spalmate sui campi, nascoste nelle cave, buttate in mare. Questo dicono le decine di indagini che in questi anni sono state avviate dalle procure pugliesi. Ultima in ordine di tempo, quella della procura di Trani sulla discarica di Grottelline di Spinazzola, quella cioè che dovrebbe ospitare i rifiuti che prima finivano ad Altamura. Il sostituto procuratore, Michele Ruggiero, ha chiesto a un consuletne di capire se effettivamente ci sia in zona uno scavo neolitico. Nell´indagine si ipotizzano una serie di reati amministrativi nel rilascio delle concessioni ma almeno per il momento non ci sono indagati.

Quello che sembra però certo
è il rapporto diretto che c´è tra il business illegale dei rifiuti e la malavita organizzata. Scrive la Direzione investigativa antimafia: «In alcuni casi le investigazioni hanno dimostrato che le società preposte allo smaltimento dei rifiuti pericolosi si limitano a una trasformazione degli stessi in modo puramente nominale e cartaceo, formando falsi certificati di analisi, e lo smaltimento finale avviene su terreni non adibiti a discarica o addirittura in mare, come registrato, nel primo caso, in provincia di Caserta e, per la seconda ipotesi, in Puglia».

Proprio lo sversamento in mare
sembra una delle novità offerte dai clan agli imprenditori. A testimoniarlo alcuni valori anomali registrati dall´Arpa in zone storicamente inquinate ma che recentemente stanno segnalando la presenza particolarmente elevata di alcune sostanze pericolose. A Taranto poi due anni fa furono arrestate 16 persone e denunciate 62 con l´accusa di aver smaltito in acqua 90mila tonnellate di rifiuti altamente inquinanti. Il pericolo arriva poi anche via mare: sempre a Taranto una serie di inchieste hanno testimoniato un commercio di immondizia che – impacchettata nei container – viene spedita in Cina e a Hong Kong. A Bari alcuni mesi fa ha la guardia di Finanza ha scoperto il contrario: sono state sequestrate 120 tonnellate di rifiuti speciali diretti in Italia dal Kosovo. La documentazione parlava di scarti di piombo, invece sui tir sono state scoperti frigoriferi e batterie piene zeppe di liquidi e gas inquinanti. Le indagini sono ancora in corso: si sospetta un giro di rifiuti internazionali gestito dalla malavita italiana che lucrerebbe anche sui fondi comunitari.


È il metodo della Camorra
che qui in Puglia, dicono gli investigatori campani, avrebbe messo da tempo gli occhi sul sub appennino dauno: terreni incolti e lontani dai controlli. Proprietari compiacenti e morfologia perfetta per nascondere quello che non si deve vedere: tanti gli anfratti e le cave abbandonate. Infine c´è sempre la possibilità di spalmare sui campi i fanghi tossici: è successo, prima che intervenisse la magistratura, per tanti anni nella Murgia, avvelenando le coltivazioni di grano con ferro e nichel. Poi i terreni sono scattati i sequestri ma «di quello che è rimasto tutti si stanno dimenticando» denuncia Enzo Colonna da Altamura, «a partire dall´amministrazione comunale che non fa niente per il risanamento».
«Non è vero – risponde però l´assessore regionale all´Ambiente, Michele Losappio – La bonifica è partita e gli esperimenti che stiamo facendo per il risanamento stanno funzionando. Ci vorrà tempo ma la strada intrapresa è quella giusta».
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22 maggio 2008
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https://i2.wp.com/www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/rifiuti-campania/rifiuti-monito-ue/ansa_11929639_24130.jpg
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251 MLN di FONDI UE SPARITI nel NULLA

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Una montagna di soldi letteralmente buttati. Per l’emergenza rifiuti sono stati circa 251 i milioni di euro dell’Unione Europea a disposizione della Regione Campania dal 1994 fino al 2006. Fondi in gran parte stanziati, impegnati e spesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, oggi più che mai.
L’ultima misura, il Por (programma operativo regionale) 2000-2006, ne stabilisce 170. Alla Regione precisano che sono stati tutti già programmati e stanziati; ne sono stati spesi 110, anzi 110.414.294,52, con tanto di certificazione aggiornata al 31 dicembre 2007 e presentata a Bruxelles. Poi, entro quest’anno saranno liquidati i 60 milioni rimanenti. «Non sarà perso un solo euro di fondi comunitari», assicurano alla Regione Campania.

Ma all’insospettabile efficienza finanziaria si contrappone il disastro di linee raccolta, impianti, discariche e condizioni ambientali ormai da Terzo Mondo. Sorge allora un dubbio inquietante: che uso è stato fatto, di queste risorse? Ci sarà mai qualcuno chiamato a rispondere di finanziamenti diventati virtuali, se non surreali? In realtà somme sostanziose, in passato, sono andate anche perse. Il contributo Ue del piano precedente (1994-1999) alla fine ne ha previsti 81, dai 200 iniziali: una riduzione a causa dalla mancata approvazione del piano regionale rifiuti e il conseguente commissariamento. Lo stesso istituto del commissario, pesantemente censurato dalla Corte dei Conti, ha causato perdita di fondi europei. Nell’ultima relazione dei magistrati Antonio Mezzera e Renzo Liberati, aggiornata al 2005, si stigmatizza il fatto che su otto bandi di gara per la realizzazione di impianti di compostaggio o di valorizzazione dei rifiuti provenienti da raccolte differenziate, solo uno è stato alla fine sottoscritto. Mentre le altre sette gare sono saltate anche per i ritardi e le lungaggini della gestione commissariale, che hanno comportato la «perdita, per decorso dei termini, dell’utilizzazione dei fondi comunitari». Va peraltro sottolineato che dal 2000 a oggi il flusso di fondi comunitari destinati al problema rifiuti è stato anche limitato perché la Commissione europea ha posto, come condizione per il loro utilizzo, la fine del commissariamento.

Il danno e la beffa, insomma. La Ue ha ridotto comprensibilmente i fondi, poiché la presenza di un commissario permette l’assegnazione di contratti senza rispettare le regole europee sugli appalti. Una deroga che Bruxelles ritiene giustificabile per situazioni d’emergenza molto limitate nel tempo, ma dal 2004 ha deciso di non accettare più durante programmi di spesa pluriennale. Poi, è toccato alla Corte dei Conti far notare che questo tanto indispensabile commissario ai rifiuti non è servito proprio a un bel niente.


Oggi, per il periodo 2007- 2013 la Regione Campania dispone di un miliardo di fondi Ue da destinare a progetti ambientali, non necessariamente solo per rifiuti, che potrebbero diventare due miliardi con il co-finanziamento nazionale. Per l’utilizzo di questi fondi nel campo dei rifiuti, Bruxelles è per ora orientata a mantenere la condizione della fine del commissariamento e della messa in atto di un piano rifiuti efficiente. Con questo scenario, è il minimo che possa chiedere.

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Dott. FRANCESCO RUSSO WEB JOURNALIST

russofrancesco
Nome: Dott. Francesco Russo
Giornalista Informatico in lotta per la LIBERTA’ D’INFORMAZIONE

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fonte: http://russofrancesco.splinder.com/post/15423066/251+MLN+di+FONDI+UE+SPARITI+ne

Clandestini, norma anti prostitute “Soggetti pericolosi da allontanare”

I nuovi nemici pubblici: lavavetri, accattoni, zingarelli, prostitute, piccoli spacciatori. E i pesci grandi nuotano felici e indisturbati, ringraziando. D’altronde basta trovare un nemico qualsiasi per ottenere il consenso, e se questo nemico è debole, inoffensivo e disperato tanto meglio.

Sono un po’ preoccupata per la categoria “oziosi”, cui temo d’appartenere: bere una birretta al parco seduta su una panchina può portarmi all’arresto?

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Nel testo in discussione al Senato ‘lucciole’ inserite con oziosi e vagabondi
sfruttatori, spacciatori, delinquenti abituali e chi pratica traffici illeciti

Il Consiglio Giustizia e Affari esteri Ue approva il testo sui limiti di permanenza nei Cpt
Maroni minimizza la polemica con Berlusconi e rilancia. “L’Europa rafforza la nostra linea”

 

LUSSEMBURGO – La direttiva Ue sugli standard minimi per i rimpatri degli immigrati clandestini varata oggi dai Ventisette a Lussemburgo conferma che l’introduzione del reato di immigrazione clandestina è “la via giusta”. Lo sostiene il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che a margine del Consiglio Giustizia e Affari esteri puntualizza: “I dubbi di Berlusconi riguardano solo l’applicazione”. E intanto nel ddl in discussione al Senato, spunta un emendamento anti prostitute, definite ‘soggetti pericolosi’, che in questo modo possono essere anche espulse.

La Lega. Proprio sulle ultime prese di posizione del Cavaliere il titolare del Viminale sostiene che “la sua dichiarazione, anche se fatta a titolo personale, ha un peso assai rilevante e pone una questione politica non di poco conto”. Maroni comunque si dice “sorpreso” per non essere stato informato “di questa sua posizione personale”.

Maroni minimizza. Ma il ministro cerca di minimizzare: “Mi è parso di capire che Berlusconi abbia espresso le sue perplessità sull’efficacia, sul modo in cui questa norma possa essere applicata: sovraffollamento delle carceri, l’azione dei magistrati. Se l’obiezione del premier è questa – dice – può stare tranquillo e vedrà che sarà risolto il problema”.

E in ogni caso “per evitare incidenti diplomatici – aggiunge – ho deciso di seguire personalmente l’iter del decreto e del disegno andando sia in commissione, martedì, sia in aula nei giorni successivi per esprimere la posizione del governo”.

L’emendamento anti prostitute. Intanto un emendamento dei relatori al decreto sicurezza inserisce le prostitute nell’elenco dei soggetti pericolosi per la sicurezza e la pubblica moralità. La proposta di modifica presentata dai presidenti delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali del Senato, Filippo Berselli e Carlo Vizzini, prevede che nella legge del 1956 (la n. 1423) sulle “misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e la pubblica moralità” venga inserita anche la categoria delle prostitute accanto a quelle degli oziosi e vagabondi, di chi pratica traffici illeciti, dei delinquenti abituali, degli sfruttatori di prostitute e minori, degli spacciatori. Nell’emendamento si legge che deve essere considerato soggetto pericoloso per sicurezza e moralità anche chi vive “del provento della propria prostituzione e venga colto nel palese esercizio di detta attività”.


Soggetti pericolosi.
I ‘soggetti pericolosi’, secondo la legge in vigore, possono essere diffidati dal questore e, se trovati a delinquere fuori dei luoghi di residenza, possono essere allontanati con foglio di via obbligatorio e inibiti dal ritornare per un periodo massimo di tre anni. Per i disobbedienti scatta il carcere fino a sei mesi. Nella sentenza di condanna poi dovrà essere disposto che, una volta scontata la condanna, il “contravventore” dovrà essere rimpatriato.

Le pene. Se, nonostante la diffida del questore, il soggetto pericoloso non si ravvede cambiando vita, scatta la sorveglianza speciale che può essere accompagnata anche dalla misura del divieto di soggiorno in uno o più comuni o in una o più province. Fino all’obbligo di soggiorno in un determinato comune. La misura di prevenzione, che dovrà essere decisa dal giudice, non potrà essere inferiore a un anno e superiore a cinque.

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-7/maroni-immigrazione/maroni-immigrazione.html

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Ecco chi è il nuovo nemico pubblico:

Quelle 70 mila schiave del sesso
Per il racket affari per un miliardo

 

di CATERINA PASOLINI

ROMAIrina, sedici anni, comprata per 200 euro in Romania, picchiata dal protettore con una mazza da baseball se non guadagnava almeno 5 mila euro lungo i viali romani. Una schiava, umiliata e trattata come un animale: con le iniziali del suo aguzzino incise sulla pelle con un pezzo di vetro come un marchio di proprietà. Se passa il ddl anche lei verrebbe considerata un “soggetto pericoloso” come le oltre 70mila prostitute che si vendono ogni giorno in Italia, cercate ogni mese da ben nove milioni di clienti di cui il 70 per cento è regolarmente sposato.

Settantamila persone in vendita: 50% lucciole, 30% viados, 20% minorenni – gli uomini sono in minoranza, un migliaio a Milano e altrettanti ragazzi di vita a Roma calcola l’Arci gay – in un mercato del sesso a pagamento che ha un giro di affari presunto di novanta milioni di euro al mese, oltre un miliardo l’anno. Lavorano soprattutto in strada e per la maggior parte sono straniere – di oltre sessanta nazionalità dicono le statistiche della Caritas che ha raccolto il racconto di 4mila donne, soprattutto romene e nigeriane.

L’incubo dei loro viaggi della speranza finiti sui marciapiedi con l’inganno, di chi a casa aveva fatto liceo o università (28%) ed è arrivata sperando in un lavoro regolare ed è stata costretta, tra stupri, ricattati e minacce di riti woodoo, a mettersi all’asta per mantenere la famiglia all’est o in Africa. Ragazze in vendita alla luce del sole, sulle consolari, o invisibili come le cinesi, sfruttate come schiave in case d’appuntamento solo per connazionali nascosti nelle chinatown e scoperti solo dopo alcuni casi di aborti clandestini.

Straniere in strada, sempre più numerose, sempre più a prezzi stracciati – si parla ormai di 30 euro a rapporto – e le italiane a casa visto che appena possono si organizzano, hanno l’appartamento di proprietà che consente di scegliere i clienti e magari non avere il protettore. Le più tecnologiche si affidano ad internet e tra finte escort che offrono “solo” compagnia a 400 euro l’ora e altre che garantiscono sogni a luci rosse con foto esplicite nei loro siti, il mercato si amplia: si parla di altre 300mila i risultati su Google alla voce escort Italia.

Vendute, minacciate. I dati del ministero parlano di un 10% vittima del racket, costretto a prostituirsi perché minacciata o hanno minacciato i parenti, i figli rimasti in patria. Parole che si trasformano in realtà nella maggior parte dei casi: ogni anno sono una ventina le lucciole uccise, il 14 per cento è stato ingannato e violentato prima di essere sbattuto sulla strada, negli ultimi sei anni 37mila sono state accompagnate ai servizi medici o sociali.

Clandestine soprattutto, e per questo schiave senza diritti: obbligate a prostituirsi senza preservativo per far pagare di più i clienti – (l’80 per cento degli uomini chiede di farlo senza condom), costrette a vendersi anche incinte, lasciate sul marciapiede 12 ore al giorno con la pancia che cresce perché il loro corpo frutta dai 5.000 ai settemila euro. Sette le regioni con la maggiore presenza di prostitute di strada: Lazio, Lombardia, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Abruzzo.

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-7/scheda-prostitute/scheda-prostitute.html

5 giugno: iniziative del Pdci in tutta Italia in difesa del lavoro pubblico

Il lavoro pubblico non si minaccia, valorizziamolo per difendere i diritti dei cittadini

Il neo ministro della Funzione Pubblica Brunetta ha scelto una espressione violenta ed infelice «colpirne uno per educarne cento» per proseguire la campagna mediatica di questi ultimi anni contro il lavoro pubblico

fondata sull’immagine di dipendenti fannulloni e sulla spettacolarizzazione di episodi di inefficienza. L’obiettivo è sempre lo stesso: aumentare la distanza tra i cittadini ed i lavoratori per ridurre e privatizzare i servizi pubblici. I Comunisti italiani sono impegnati a contrastare questo disegno. I servizi pubblici vanno fatti funzionare attraverso la valorizzazione dei lavoratori pubblici.

Le lavoratrici ed i lavoratori pubblici, spesso in condizioni disagiate, svolgono compiti di interesse primario per tutti i cittadini. Servizi per l’infanzia, di cura e assistenza, pensioni, istruzione, giustizia, acqua,prevenzione e sicurezza: questo è il cuore del lavoro pubblico.

Una società giusta non è immaginabile senza servizi pubblici.

Per i Comunisti italiani il lavoro pubblico è “fabbrica dei diritti”.
Su di esso occorrono investimenti politici ed economici per riorganizzarlo, migliorarne la qualità, ridurre gli sprechi e assicurare più trasparenza nella gestione.

Chi vuole colpire il lavoro pubblico finge di non sapere che troppo spesso le risorse umane, tecnologiche ed economiche vengono utilizzate in maniera inadeguata per l’irresponsabilità e l’incapacità di chi amministra e dirige: in questo modo l’efficienza scade, i costi lievitano, la qualità e la quantità dei servizi peggiorano e si alimenta la sfiducia dei cittadini verso l’amministrazione pubblica e quella dei lavoratori verso chi decide.

Per i Comunisti italiani bisogna stabilizzare il lavoro precario, dire basta ad esternalizzazioni e privatizzazioni, tutelare ed estendere i diritti, valorizzare le professionalità interne, promuovere la formazione continua e percorsi di crescita professionale trasparenti, rinnovare puntualmente i contratti nazionali, incrementare il potere d’acquisto delle retribuzioni.

I Comunisti italiani sono vicini alle lavoratrici ed ai lavoratori pubblici per qualificare i servizi e garantire a tutti i cittadini prestazioni efficaci ed uno stato sociale che assicuri i diritti di cittadinanza.

fonte: http://www.larinascita.org/

Non vi stupisca la pubblicazione di questo articolo dopo quanto da me asserito in post precedenti: continuo ad essere contraria alla difesa di lavativi, tesserati-in-quanto-tali e “nepotes”, senza se e senza ma. Non solo in questo momento, quando in prima persona mi trovo a subire le conseguenze della mancanza di responsabilità di certi “colleghi”.

E’ però innegabile che non è togliendo diritti a tutta una categoria di lavoratori – o permettendo che ciò venga fatto – che si tutelano gli interessi di tutti. D’altra parte, chi farebbe la cernita tra lavoratori e lavativi? Confindustria? I datori di lavoro? I manager incapaci che vengono “allontanati” con liquidazioni faraoniche? Questo governo? Possiamo farne a meno: non toccherebbero i LORO protetti e renderebbero ancor più precarie le condizioni di lavoro di tante persone degne. L’ho già visto succedere nel privato. L’unico risultato certo sarebbe il mettere un lavoratore contro l’altro con sistemi di monitoraggio di tipo spionistico. NO GRAZIE. Siamo già abbastanza divisi…

elena

220 detenuti trasferiti da Regina Coeli per la visita del presidente americano

«Servono celle da usare per i manifestanti anti-Bush». E’ la prima volta che avviene in Italia

Si fa spazio nel carcere romano di Regina Coeli, ma non per risolvere l’annoso problema del sovraffollamento. Si fa spazio in previsione della vista del presidente degli Stati Uniti George W. Bush

In questi giorni, in queste ore sono ben 220 i detenuti trasferiti o in attesa di trasferimento per lasciare liberi almeno due piani della settima sezione. E’ il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Angiolo Marroni, a denunciare l’esodo forzato «per consentire al carcere romano di far fronte agli eventuali fermi legati a possibili disordini e contestazioni».
Regina Coeli, come molti altri carceri italiani, è sovraffollato potrebbe contenere al massimo 800 detenuti ma spesso si sfiora la soglia dei mille. «E’ da tempo che andiamo dicendo che Regina Coeli è un carcere sovraffollato. Visto quanto sta accadendo, basterebbe che un capo di stato venisse a Roma una volta al mese ed ogni problema sarebbe risolto» continua ironico Marroni.

Ecco come Roma si prepara all’arrivo, l’11 giugno, di Bush e come, chi di dovere, si appronta a gestire le manifestazioni (Genova purtroppo insegna) ovvero lasciando libere un po’ di celle. Una notizia due volte allarmante innanzitutto perché lede la dignità e i diritti di detenuti trattati alla stregua di pacchi, «un’operazione assurda che non tiene conto di processi, famiglie e affetti» continua Marroni. Come se non bastasse, «per la maggior parte dei casi ad essere trasferiti sono detenuti appellanti o giudicabili, che dovranno dunque tornare a Roma per i processi che li riguardano, con inevitabili costose spese di trasferimento a carico dello Stato». In secondo luogo perché è un provvedimento “preventivo” nei confronti di manifestazioni e disordini presupposti.

5.6.08

fonte: rinascita

Fao, delegati divisi su bozza finale. Ok al testo dopo ritardi e rinvii

L’opposizione di Cuba, Argentina, Venezuela. Frattini: “Documento deludente”
Le Ong: “Queste decisioni non riempiranno i piatti di chi soffre la fame”

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<b>Fao, delegati divisi su bozza finale<br/>Ok al testo dopo ritardi e rinvii</b>

Jacques Diouf
direttore generale Fao

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ROMA – Dopo oltre due ore di rinvii, litigi e veti incrociati, il comitato plenario della Fao è riuscito finalmente ad approvare la bozza finale del vertice sulla “Sicurezza alimentare”. E’ il documento che contiene le linee guida da seguire nei prossimi due anni per combattere la piaga della fame nel mondo, 864 milioni di persone che non hanno da mangiare. O almeno che dovrebbe contenere quelle linee guida.

In realtà aumentano coloro che parlano di fallimento del vertice che invece deve dare risposte urgenti alla crisi alimentare e agli 860 milioni di affamati che potrebbero diventare presto un miliardo. E sembrano cadere nel vuoto gli appelli del segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon e del direttore della Fao, il senegalese Jacques Diouf. “Bisogna fare presto, dare una risposta, non possiamo fallire” avevano detto. Il fallimento invece, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sembra dietro l’angolo.

Dichiarazioni generiche. “Ribadiamo che il cibo non può essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. Così si apre la dichiarazione finale del vertice Fao, un messaggio per dire che nessun Paese possa utilizzare il cibo per rafforzare il suo potere, sia in campo politico sia in campo economico. Allo stesso modo, nella dichiarazione finale si definisce senza mezzi termini “inaccettabile” che “862 milioni di persone nel mondo siano ancora oggi denutrite”.

Il no di Argentina, Cuba e Venezuela. Il via libera alla dichiarazione finale della conferenza Fao sulla sicurezza alimentare, i cambiamenti climatici e i biocarburanti è arrivato per acclamazione ma con la ferma opposizione di Argentina, Venezuela e Cuba. Ecuador, Nicaragua e Bolivia hanno combattuto fino in fondo per via delle “conclusioni un po’ generiche del compromesso raggiunto”.

Tanti soldi, ma la politica non sceglie. I soldi, tutto sommato, era ciò di cui i paesi, le associazioni dei contadini dei paesi più poveri e le varie ong sentivano meno bisogno. “Chiediamo un diverso approccio politico al problema, un coinvolgimento dal basso e dall’alto” hanno ripetuto in questi tre giorni di incontri. Invece di stanziamenti ne sono arrivati: è la cosa più facile ma è dimostrato che non riempie i piatti di chi ha fame. Comunque la Fao ha annunciato l’erogazione di 17 milioni di dollari e il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha detto che sarà necessario un impegno finanziario continuativo che ammonterà a 15-20 miliardi di dollari all’anno.

Compromessi sul biofuel. E’ stato ribadito l’impegno di fronte alle liberalizzazioni commerciali in ambito Wto nonostante la contrarietà del Venezuela. Solo posizioni mediane sui punti più spinosi, dai biocarburanti ai cambiamenti climatici. Gli Stati Uniti hanno spinto e ottenuto che non ci fosse alcun riferimento alla Convenzione quadro delle Nazioni Uniti. Morale: del biofuel (il carburante che deriva da biomasse ricavate cereali, canna da zucchero, barbabietole e legumi) si parla solo al dodicesimo punto con una “semplice raccomandazione” a studi più approfonditi sul loro impatto nella crisi alimentare. Il fatto è che le coltivazioni per il biofuel, molto redditizie, stanno scacciando le altre coltivazioni solo alimentari. Così aumentano i prezzi e la fame. Ai governi dei paesi più poveri sarebbe bastato solo l’annuncio di una limitazione dei sussidi per il biofuel. E’ arrivata la proposta di un approfondimento su vantaggi e svantaggi dei biocarburanti.

Questa mattina sono stati resi noti i risultati della tavola rotonda sul tema che ha visto confrontarsi tecnici e delegati dei Paesi. Risultati scarsi, per la verità, che consistono nell’avvio di un progetto Fao in Tanzania, Cambogia, Perù, ai quali l’agenzia fornirebbe assistenza per l’elaborazione di un piano energetico. I biocarburanti diventano un’opportunità, invece, per Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale “anche se occorre valutarne prima l’ecocompatibilità”.

Le accuse al vertice, da Frattini alle Ong. “Il documento finale è assai deludente rispetto alle premesse. Purtroppo è stato molto diluito rispetto alle ambizioni iniziali”. Il ministro degli Esteri Gianfranco Frattini è stato categorico fin dal pomeriggio leggendo la bozza finale che poi non è più stata emendata.

Le Ong presenti al summit
alla fine bocciano il documento finale “perchè non è in grado di risolvere il problema della fame”. Secondo il forum Terra Preta due sono le accuse principali alla conferenza: non aver coinvolto direttamente i governi e le associazioni locali dei contadini nel processo decisionale scegliendo invece di delegare tutto alla task force Onu; nella bozza del documento conclusivo sono ripetuti gli stessi impegni del passato. E’ servita a poco dunque la notte di veglia per i circa cinquecento delegati presenti a Roma in rappresentanza di 183 Paesi e gli intensi contatti tra i delegati.

La difesa di Diouf. Il direttore della Fao, il senegalese Jacques Diouf non può fare altro che dire: “Credo che oggi siano stati raggiunti risultati all’altezza delle nostre aspettative. Non è stato facile mettere d’accordo i rappresentanti di 183 paesi diversi”. Sono stati “riconfermati gli obiettivi del millennio (tra cui dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati ndr)”, ha aggiunto Diouf, specificando anche che la Dichiarazione riprenderà i “punti essenziali e salienti dei precedenti accordi”. L’obiettivo principe è “raddoppiare la produzione alimentare mondiale entro il 2050”. Il problema è che non è specificato come farlo. Poi l’elenco dei contributi: gli Stati Uniti daranno 1,5 miliardi di dollari; stessa cifra quella della Banca islamica per lo sviluppo, mentre dalle Nazioni Unite arriveranno 100 milioni. Il Giappone contribuirà con 50 milioni di dollari, il Kuwait con 100 milioni, i Paesi Bassi con 75 milioni, la Nuova Zelanda con 7,5 milioni, la Spagna con 773 milioni, la Gran Bretagna con 590 milioni, il Venezuela con 300 milioni, la Banca Mondiale con 1,2 miliardi di dollari di cui 200 milioni in forma di sovvenzioni. Tanti soldi appunto. Ma da spendere come?

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5 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/vertice-fao/bozza-finale/bozza-finale.html