Archivio | giugno 7, 2008

Roma, «meglio froci che fascisti». Il GayPride al tempo della Destra

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Anche quattro matrimoni gay

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di Alessia Grossi

 Annalisa e Susi, spose in piazza della Repubblica, Roma, 7 giugno 2008

Susi e Annalisa che si sono simbolicamente sposate al GayPride romano
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«Sì, siamo d’accordo». Con questo rituale si apre il Roma GayPride 2008. A pronunciare il rito che li unisce in matrimonio Jeff e Domenico, Susi e Annalisa, Luciana e Susanna e, ultime a salire sul carro matrimoniale, le giovanissime Erica e Ornella. «Vogliamo celebrare qui, con la testimonianza di tutta la comunità omosessuale presente le prime unioni simboliche», apre la cerimonia Anna Paola Concia, unica deputata, del Pd, lesbica dichiarata a sedere in Parlamento. Accanto a lei sul carro dell’Arcigay di Roma pronto a partire per la sfilata in piazza della Repubblica, il giornalista del Tg1 Stefano Campagna che ufficia per metà il rito. Così secondo la formula istituita da Massimo Consoli, storico militante dell’Arcigay, le quattro coppie si promettono «amore libero» con tanto di scambio degli anelli e lancio di bouquet.

«Siamo 100mila – dichiara Fabrizio Marrazzo, presidente dell’Arcigay di Roma all’inizio del corteo – per ora, ma il numero dei partecipanti è destinato ancora a salire», dice.

«Quello di quest’anno è il pride più faticoso e senza dubbio il più osteggiato: abbiamo ricevuto due schiaffi, il «no» a piazza San Giovanni e il «no» al patrocinio del Comune ma, come potrete vedere tutti, anche quest’anno sarà una festa». A ricordarlo Rossana Praitano, Circolo di Cultura omosessuale, che ci tiene a precisare che «nonostante le motivazioni dell’evento di quest’anno sono le stesse degli scorsi anni il motto scelto: «Testardamente manifestiamo» sta a significare che nonostante gli ostacoli, «siamo riusciti a portare a termine l’organizzazione. Arriveremo nel cuore della città con caparbietà e con la ragione dei giusti». Niente patrocinio per il Pride romano ma tanti i politici di centrosinistra che prendono parte al corto. A sostenere lo striscione, tra gli altri, Franco Grillini e Vladimir Luxuria, a capo del corteo anche Vittoria Franco.

Ad accompagnare la parata le note della canzone «Tutta mia la città» e il lancio di coriandoli colorati dal carro fucsia che apre la manifestazione e che «è la risposta migliore a tutte le polemiche» come sottolinea Massimiliano Smeriglio, assessore alle politiche del lavoro e alla formazione della Provincia di Roma. «I tratti di ironia molto azzeccati sono il modo migliore per rispondere ai tentativi di chiusura di questa città. Non si vogliono alzare i toni ma ribadire che la città è di tutti» ha continuato Smeriglio. A rappresentare la Provincia di Roma c’è anche l’assessore alla cultura Cecilia D’Elia che ha sottolineato come questa sia «una grande manifestazione per la laicità e i diritti. È importante – ha concluso – che nessuno sia discriminato per i suoi orientamenti sessuali».

E a proposito di ironia sono decine gli striscioni che richiamano sarcasticamente alle polemiche intorno al pride di Roma. «Meglio froci che fascisti» portano scritto sulle magliette i ragazzi dell’Arcigay. «Lieta di concedervi il patrocinio, e di non essere la ministra», dichiara a chiare lettere una delle tante etero sostenitrice del corteo. «Carfagna, tu nuda sul calendario, noi spogliati dei diritti», parla chiaro un altro striscione. E quando il corteo di 500 mila partecipanti- dalle ultime stime degli organizzatori – tra il traffico che non ha subito limitazioni, sfila pacificamente per via Cavour dal carro in fucsia dal megafono i partecipanti rispondono allo striscione «contro» che la Militia Christi ha affisso sabato mattina in via Cavour. «Loro sono contro di noi, noi non siamo contro nessuno, ma, nonostante tutto, nessuno ci azzittisce, siamo tantissimi».

E i carri variegati con a bordo ogni «tipo di coppia possibile» prosegue la sua sfilata fino all’arrivo a piazza Navona alle 21. Nel frattempo, alle 20,30 i radicali si fermeranno in segno di protesta a piazza San Giovanni per manifestare contro la negazione della piazza dove contemporaneamente si terrà un concerto nella Basilica.

Il GayPride di Milano. Aperto da uno striscione con la scritta «Ma non togliamo il disturbo» anche a Milano il corteo parte in forma polemica contro la negazione del patrocinio da parte del governo. La sfilata, che da Corso Venezia arriverà a piazza Castello è partita festosa, chiassosa e colorata come ogni parata degli omosessuali e delle lesbiche.

Prima della partenza sono stati distribuiti centinaia di foglietti bianchi adesivi con una X rossa che i manifestanti dovranno attaccare sulla bocca passando in piazza Duomo. «È la nostra forma di protesta – ha detto Aurelio Mancuso, presidente Arcigay – per ribellarci a chi vorrebbe ridurci al silenzio». Il corteo è formato cinque carri addobbati di palloncini e festoni e motivi luccicanti. Molte le bandiere della sinistra democratica, di sinistra critica, Prc, e dell’Arcigay. Tra gli slogan più urlati: «Attenta Italia, altro che alzati Italia» parafrasando una delle parole d’ordine della campagna elettorale del Pdl. Molti hanno urlato «Meno cardinali più staminali» e «meno preti più prati». Tra le maschere, invece, una delle più usate è stato il volto del sindaco di Milano Letizia Moratti. «Gli italiani ci obbligano a prostituirci – noi vogliamo un lavoro diurno» è il cartello portato da un transessuale della Fenice, associazione nazionale Transex e Transgender al corteo dei gay pride milanese. «Siamo tra le categorie più discriminate e prese in giro – hanno detto – ci trattano come delle caricature, ma noi siamo solo delle persone normali che vogliono un lavoro normale».

Pubblicato il: 07.06.08
Modificato il: 07.06.08 alle ore 19.58

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76095

La scure di Bernabè: cinque mila licenziati in Telecom

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Marco Ventimiglia

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telecom
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Riassetto. La sostanza fa impressione, ma anche la forma non scherza… Stiamo parlando delle decisioni che sono state comunicate ieri da Telecom Italia: sotto l’ineccepibile «ombrello» di un piano di efficienza triennale, viene annunciata con algida contabilità «una riduzione del personale in Italia di circa cinquemila unità entro il 2010 con una conseguente riduzione dei costi a regime per circa 300 milioni di euro all’anno».

Al momento non c’è ancora nessun dettaglio sulle modalità di questa imponente fuoriuscita di dipendenti, ma anche nell’ipotesi più soft, ovvero con un massiccio ricorso ai pensionamenti e prepensionamenti e senza alcun licenziamento, è facile capire che si tratterà di un percorso assai doloroso.

«Dietro i movimenti annunciati da Telecom ci sono tagli al personale per 5.000 persone e l’annuncio di ulteriori tagli oltre un’esclusiva attenzione al mercato domestico», ha dichiarato il segretario generale dell’Slc Cgil, Emilio Miceli, che dicendo no agli esuberi ha affermato: «L’azienda è sotto tutela, probabilmente questo è il primo prezzo che si paga a Telefonica». Il piano annunciato dal maggior gruppo di telecomunicazioni del Paese comporterà oneri di ristrutturazione aggiuntivi per circa 250 milioni di euro, rispetto ai 100 già previsti nel piano 2008, che si prevede impatteranno principalmente sui risultati dell’anno corrente e i relativi target comunicati il 7 marzo scorso. Tali oneri, a detta della compagnia, «saranno comunque più che compensati da risparmi di costi già nel corso dei prossimi 2 anni».

Telecom ha anche varato il nuovo assetto organizzativo e, con la costituzione di una nuova direzione per il mercato domestico affidata a Oscar Cicchetti, si avvia ad abbandonare la suddivisione per aree di business e ad adottarne una per clientela: Consumer, Business e Top Client.

Intanto l’amministratore delegato
Franco Bernabè in un’intervista al Financial Times apre a possibili intese con fondi in operazioni all’estero e annuncia l’obiettivo a cui sta lavorando, un taglio del 40% ai costi del business domestico.

Per quanto riguarda le possibili
alleanze «possiamo affiancare fondi di private equity o fondi sovrani per condurre più efficientemente operazioni in altri Paesi», ha dichiarato il manager al quotidiano inglese. Sugli oneri, invece, «dobbiamo ripensare globalmente la nostra struttura di costi una società come la nostra nel lungo termine dovrebbe ridurla del 40 per cento». I conti del gruppo saranno fermi quest’anno ma Bernabè punta i riflettori sulla trasformazione che intende imprimere al colosso telefonico italiano: «Non crescere non significa stagnazione, non crescere equivale a un’enorme trasformazione».

In questo solco prosegue la riorganizzazione annunciata a marzo con la presentazione delle linee guida per il prossimo triennio. La nuova direzione “domestic market” avrà il compito di integrare la gestione e il controllo delle attuali strutture fisso e mobile che, come detto, progressivamente si trasformeranno in area business e area consumer, con quella già esistente Top client. Ed anocora, le attività internazionali restano affidate a Cicchetti mentre le funzioni Strategy e National Wholesale Services vengono collocate alle dirette dipendenze dell’amministratore delegato. Resta invariata la direzione Technology & Operations affidata a Stefano Pileri.

Intanto, sempre nella giornata di ieri, si è appreso da Telecom Italia che Giovanni Ferrario si è dimesso dalla carica di amministratore delegato di Olivetti e che ha contestualmente lasciato il gruppo Telecom per assumere altri incarichi professionali. Al suo posto sarà nominato Francesco Forlenza che assumerà la carica di vice presidente esecutivo.

Pubblicato il: 05.06.08
Modificato il: 06.06.08 alle ore 10.31

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76030

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L’AFFAIRE TELECOM

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Telecom Italia è una delle aziende più indebitate, con l’azione precipitata a 1,391 euro, una prospettiva di crescita zero nei prossimi due anni, il peggiore andamento di borsa del settore.

Nel 1999 Telecom avrebbe potuto comprarsi Vodafone e forse anche Telefonica, la sua probabile futura padrona. Bernabè, l’attuale amministratore delegato, fu cacciato da D’Alema che regalò ai capitani coraggiosi la più grande azienda del Paese usando lo strumento del leveraged buyout. Suonava bene. Voleva dire che Telecom veniva comprata a debito. Colaninno e Gnutti i soldi non li avevano e indebitarono l’azienda per poterla comprare. Il merchant banker D’Alema si fumò così il più grande asset del Paese.

Telecom si poteva ancora salvare se nel 2001 non fosse arrivato il tronchetto dell’infelicità. Se i capitani coraggiosi avevano le pezze al culo, lui disponeva solo di un tanga usato dall’Afef. Il tronchetto diventò padrone di Telecom con la complicità delle banche con solo lo 0,11% di proprietà. La sua gestione ricorda Attila. Esternalizzare, vendere. Vendere parti dell’azienda, da Telespazio alle consociate estere (mentre i concorrenti investivano nei Paesi emergenti) e tagliare servizi per distribuire utili, stock option e i più alti stipendi in Europa nel settore.

La security Telecom è finita in galera per spionaggio (uomini fidati del tronchetto), mentre Adamo Bove, che stava collaborando con la Procura di Milano, scivolava da un cavalcavia. Ma questa è un’altra storia su cui ritornerò. Ieri siamo arrivati a un primo epilogo di questa colossale distruzione di valore con l’intervista di Bernabè al Financial Times e l’annuncio di 5000 licenziamenti come antipasto. Il pranzo sarà ben più consistente. Bernabè ha dichiarato che taglierà i costi di struttura del 40% nei prossimi anni. A quanti dipendenti corrispondono? Diecimila? Ventimila? Bernabè ha una patata bollente in mano. Se non licenzia fa la fine dell’Alitalia. Ma le decine di migliaia di famiglie che finiranno, e in parte sono già finite, in mezzo a una strada chi devono ringraziare?

Quando il tronchetto chiuse la sua straordinaria avventura in Telecom disse: “Se si guarda i risultati per Pirelli, forse non valeva la pena correre l’avventura Telecom. Ma il bilancio professionale è positivo”. Il bilancio professionale è quello del management, da Ruggiero (17,277 milioni/€ 2007) a Buora (11,94 milioni/€ 2007), ora consigliere di Impregilo (sic), e a quello del tronchetto in particolare. Pirelli-Telecom gli hanno infatti versato, dal 99 al 2007, 295 milioni/€ di stock option e stipendi.

Buora, ad una domanda sulla sua maxi retribuzione, ha risposto di essere del tutto indifferente: “Non mi interessa”. A me invece interessa e credo che interessi a tutti coloro che sono stati licenziati e verranno licenziati. Credo che interessi alle loro famiglie, ai mutui che non potranno più pagare, ai figli da mantenere. Credo che ci sia un grande, grandissimo interesse, da parte di migliaia di italiani sui motivi dell’arricchimento dei manager Telecom che hanno distrutto la società. Un interesse tale da meritare una class action contro il precedente consiglio di amministrazione di Telecom. Ogni persona licenziata che vuole aderire può scrivere al blog. Non può piovere per sempre!

da: www.beppegrillo.it

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fonte: http://www.lasberla.net/?p=1044

Berlinguer, con il discorso sull’austerità, c’era andato molto vicino alle teorie di Serge Latouche

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28.03.2008

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Autore:

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Una intervista al teorico della “decrescita”, che chiarisce la saggezza della sua proposta

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Berlinguer, con il suo discorso sull’austerità, c’era andato molto vicino alle teorie di Serge Latouche. «Ma a quei tempi predicava come un profeta nel deserto. Oggi però lo scenario è maturo. Il mondo rischia la catastrofe ambientale. Non ci sono alternative: o abbandoniamo la fede in una crescita illimitata o sarà la barbarie».
Latouche è un intellettuale eclettico: economista, sociologo e filosofo, autore di libri che hanno avuto fortuna, ad esempio Giustizia senza limiti e Come sopravvivere allo sviluppo ma anche militante appassionato, partecipe in prima persona di lotte e movimenti locali. In Italia esce proprio in questi giorni il suo nuovo libro, Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri, pp. 135, euro 9), appena presentato a Siena con Giacomo Marramao, Ugo Pagano e Pier Giorgio Solinas.

La tesi è più o meno nota. Siamo a un passo dal baratro. L’economia capitalistica, spinta dal suo dna a produrre senza limiti quantità crescenti di merci, sta distruggendo l’ambiente. Dovremo dunque rassegnarci a produrre di meno o, peggio ancora, a diminuire i nostri consumi? Latouche non lo nasconde, sa che lo slogan della decrescita è anche una provocazione per smuovere le acque – «sarebbe meglio dire a-crescita». Ma ogni modo infrange un tabù: l’accumulo di ricchezza privata non è più il massimo di felicità desiderabile. Latouche mette sotto accusa il consumismo: un imperialismo invisibile che colonizza dall’interno le nostre menti, che ci ossessiona al punto da ritenere indispensabile cambiare telefonino o automobile a ogni pie’ sospinto. Ai nostri occhi le cose diventano vecchie e inservibili in un volgere di tempo sempre più breve. Ma quale automobilista ha quelle elementari cognizioni per decretare l’inutilizzabilità della propria auto? E, intanto, un cumulo di macerie ipertecnologiche si accumula: elettrodomestici, computer obsoleti, lamiere di veicoli. Come se esce? Produrre meno e consumare meno? Bella provocazione, ma un qualsiasi marxista potrebbe obiettare a Latouche che ad abbassare il livello dei consumi si rischia di intaccare lo standard di vita delle classi popolari, già messo a dura prova dal calo di potere d’acquisto dei salari. E anche quell’idea di produrre di meno assomiglia a un velleitario desiderio di far girare all’indietro le lancette della storia, a ritroso verso l’età della pietra. Da queste obiezioni Latouche si difende, dice che sono un fraintendimento della decrescita, che non è affatto sua intenzione mettere fra parentesi le disuglianze di classe nella società capitalistica. E, soprattutto, non negache esiste un gigantesco problema di redistribuzione della ricchezza impossibile a farsi fino a che non si intacca il potere delle multinazionali nel mondo.

La proposta di mettere una moratoria sull’innovazione tecnologica non è stata digerita. L’hanno accusata di essere un nemico della scienza. Sul serio se ne può fare a meno?

Ci mancherebbe altro. Certo che questi oggetti ci sono utili. Quello che contesto è che si debbano sprecare all’infinito tante ricerche scientifiche semplicemente per fare un modello più sofisticato e più alla moda. Qual è la necessità? Un cellulare con qualche funzione in più non fornisce quasi mai un servizio davvero utile.

La prospettiva di consumare meno non è che sia allettante per quelle classi popolari che già hanno visto immiserirsi il potere d’acquisto dei salari. Siamo in tempi di crisi e si profilano tagli alla spesa. Non sarebbe bene tenerne conto?

Vero. Ma non dico “consumiamo di meno”. Questo è un fraintendimento. Io propongo di ridurre l’impatto ecologico del sistema e questo, semmai, inciderebbe sul consumo intermedio non sui consumi finali. L’impatto ecologico dell’Italia dal 1960 ad oggi si è triplicato. Ma questo non significa che ognuno consuma tre volte di più. Quello che è cresciuto è il consumo di tutto il sistema, lo spreco. Dopo sei mesi buttiamo via un elettrodomestico solo perché diventa obsoleto. Si dovrebbero imporre delle norme che garantiscano una durata minima dei prodotti. Ma la cosa grave è soprattutto il consumo che comporta la globalizzazione, lo spreco di energia, di imballaggi, di celle frigorifere, di condizionatori. La carne nei nostri piatti viene da bestiame che non mangia più l’erba dei prati ma mangimi ottenuti dalla soia coltivata in Brasile. Non si tratta di diminuire il consumo o il reddito dei più poveri. Semmai è ora di redistribuire la ricchezza. Sono i ricchi, i grandi predatori di risorse naturali, che distruggono il pianeta.Tocca ai responsabili, ai partiti politici di sinistra far capire questo. E la gente lo capisce abbastanza.

Per fare tutte le cose che lei dice non occorre un intervento forte dello Stato e l’introduzione di un’economia di piano?

No, non penso alla pianificazione. E’ più complicato. Un po’ di pianificazione non farebbe male, certo. Dobbiamo reincastrare l’economia dentro il sociale. E’ più difficile. Non è il mercato in sé ad essere perverso. E’ la logica del mercato quando diventa imperialista. I piccoli mercati nella Siena medievale funzionavano bene perché erano incorporati dentro un sistema sociale del buon governo. Erano subordinati alla felicità pubblica. Il problema è che è stato deciso volontariamente di scatenare la dismisura, la hybris della logica mercantile che dovrebbe invece essere sempre inquadrata. E’ il segno della colonizzazione dell’immaginario, di un cambiamento di mentalità. Penso che una bella crisi potrebbe aiutarci. La mucca pazza in Francia ha cambiato abitudini alimentari. Ora la gente mangia meno carne. Le crisi sono delle opportunità per rompere con lo strapotere di multinazionali e finanza.

Lei pensa a un’economia mista, sotto controllo pubblico per i settori strategici e privata per la produzione di beni secondari?

In un modo o nell’altro dobbiamo distruggere le grandi imprese transnazionali. Sono diventate troppo potenti. Più potenti degli Stati. Dobbiamo sottoporle a limiti di varia natura, ambientali e sociali, perché non continuino a consumare risorse naturali e a sfruttare lavoro umano. Non si deve fissare solo il reddito minimo, dobbiamo fissare anche il reddito massimo. Non ha senso parlare di cittadinanza se qualcuno guadagna un milione di volte in più rispetto a un operaio. La politica deve porsi questi problemi.

“Produrre meno” è uno slogan. Forse è meglio dire “produrre beni di qualità”: cultura, sanità, aria migliore, città vivibili, una vita migliore. O no?

Sì. Non è sovversivismo. Il programma della socialdemocrazia tedesca dell’89 prevedeva di produrre meno in certi settori, a partire da quello automobilistico. Non ha senso produrre beni, anche quelli necessari, sempre di più all’infinito. Perché produrre così tanto cibo per poi distruggerlo? La crescita ha senso solo nella misura in cui soddisfa dei bisogni. Sennò serve solo a far aumentare profitti e rifiuti. Mangiare meno carne farebbe bene alla nostra salute. Pensiamo a mangiare meglio, a produrre cibi freschi di stagione senza sprecare energia per trasportarli da un luogo all’altro del pianeta. Meglio cibi di qualità ottenuti con l’agricoltura biologica.

Cambiare modo di produrre significa anche lavorare meno e lavorare meglio. O no?

Certo. E’ stato calcolato che negli ultimi anni la gente dorme in media un’ora in meno. L’insonnia aumenta. Questa è la crescita del malessere, non del benessere. In Francia Sarkozy ha vinto le elezioni con lo slogan: “lavorare di più per guadagnare di più”. E’ un’assurdità dal punto di vista dell’economia classica. Lavorare di più significa aumentare l’offerta di lavoro. E se aumenta l’offerta, il prezzo del lavoro, cioè il salario, scende. La gente si è accorta che lavora di più e guadagna di meno. Dal punto di vista della decrescita si tratta di lavorare meno non solo per lavorare tutti, ma per vivere meglio. Per ritrovare il senso della vita e avere più tempo per la cura di sé e per le relazioni con gli altri.
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Liberazione, 28 marzo 2008

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fonte:http://www.eddyburg.it/article/articleview/10965/0/286/

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ENRICO BERLINGUER

AUSTERITA’: OCCASIONE PER TRASFORMARE L’ITALIA

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Desidero esprimere, anzitutto, la soddisfazione nostra, della direzione del partito per la rispondenza che l’iniziativa che abbiamo preso ha avuto tra gli intellettuali comunisti e fra intellettuali ed esponenti politici di diverso orientamento, di altre correnti. La partecipazione e l’interesse che questo nostro convegno ha suscitato dimostrano che esso si è rivelato maturo e tempestivo, come già era nei nostri convincimenti quando abbiamo

proposto di « mettersi al lavoro » (ritornerò poi sul significato di questa espressione) per un progetto di rinnovamento della società italiana.

Il metodo di lavoro dei comunisti non è quello del centro-sinistra

Ecco quale è stato ed è il tema principale,la ragione e lo scopo del nostro incontro con voi. Non ci eravamo proposti di tornare ad approfondire questioni come quelle del rapporto fra politica e cultura, fra partito e intellettuali (sulle quali, tuttavia, alla conclusione del mio intervento, qualche cosa vorrei ancora dire) ma, piuttosto, di aprire un dibattito su quel tema specifico che, del resto, è dichiarato nell’avviso di convocazione del convegno stesso: quale può essere l’intervento della cultura nell’elaborazione di un progetto di rinnovamento della società italiana.

Questo convegno ha voluto essere, e io credo che sia stato, un momento del lavoro per un tale progetto; e in tal senso il convegno non mi pare possa dare adito a delusioni: né nostre, né vostre. Delusione potrebbe esservi solo per qualcuno che, fraintendendo il senso della nostra proposta, ma anche più in generale non conoscendo bene il metodo con cui noi comunisti lavoriamo, pensava, forse, che il compagno Tortorella, o il compagno

Napolitano o io stesso saremmo venuti qui a presentarvi quasi un piatto bello e confezionato, a cui voi foste chiamati ad aggiungere i condimenti o a dire solo se vi piaceva o no. Noi abbiamo invece voluto convocare questo convegno prima ancora di giungere, come partito, ad un progetto compiuto nelle sue varie parti, e ciò per la semplice ragione che tale progetto deve essere il risultato di una ricerca e di un lavoro comune che vanno al di là di quelli che sta compiendo e compirà il gruppo dirigente del nostro partito. Infatti, anche solo per non ricadere nella negativa esperienza del centro-sinistra, noi dovevamo e dobbiamo guardarci dall’errore di ogni progettazione fatta unicamente a tavolino.

Il compagno Napolitano vi ha informato che la direzione del partito ha costituito una commissione, che sta già lavorando per questo progetto, ma vi ha anche detto che, prima che questa commissione presenti le sue proposte alla direzione e al Comitato centrale del partito, noi vogliamo compiere una verifica di massa delle proposte da fare, vogliamo stimolare l’apporto di tutti coloro che intendono impegnarsi attivamente a cambiare questa società; vogliamo, insomma, fare una cosa che non si è mai fatta in Italia, sia per la sostanza che per il metodo: arrivare, cioè, a un progetto di trasformazione discusso fra la gente, con la gente. E poiché per trasformare la nostra società si tratta, come abbiamo detto più volte, non di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui già esistenti, ma di percorrere vie non ancora esplorate, e cioè di inventare qualcosa di nuovo che stia, però, sotto la pelle della storia, che sia, cioè, maturo, necessario, e quindi possibile, è naturale che il primo momento di questo nostro lavoro sia stato e debba essere l’incontro con le forze che sono o dovrebbero essere creative per definizione, con le forze degli intellettuali, della cultura.

Non può essere che questo, io credo, il modo di procedere del partito più rappresentativo della classe operaia, ossia della formazione politica che tende di continuo a realizzare una sintesi tra spontaneità e riflessione, tra immediatezza e prospettiva, e, quindi, anche tra classe operaia e intellettuali, tra la forza sociale che oggi è la principale motrice della storia e gli strati che sono portatori di pensiero in quanto esprimono l’accumulazione e lo sviluppo della cultura e della civiltà.

Questo convegno costituisce un primo positivo risultato dello sforzo che stiamo avviando, e che dovrà ora continuare ad intensificarsi, tra gli intellettuali e nel mondo della cultura sia attraverso quella disaggregazione del nostro lavoro, di cui parlava il compagno Asor Rosa, da compiersi per materie, per grandi settori, sia attraverso quelle iniziative di cui parlava il compagno Tortorella (particolarmente di quella iniziativa, che egli ha proposto e alla quale dovremo dare la massima attenzione, della promozione di conferenze nelle istituzioni culturali che siano qualcosa di analogo, fatte le debite differenze, delle conferenze di produzione che abbiamo promosso e che dovremo promuovere nelle fabbriche), sia con altre iniziative che sollecitino il contributo degli operai, dei contadini, dei tecnici, dei dirigenti aziendali, delle masse giovanili e delle loro organizzazioni, delle donne e delle loro associazioni.

Dare un senso e uno scopo alla politica di austerità: ma quale austerità?

Da che cosa è nata, da che cosa nasce l’esigenza di metterci a pensare e a lavorare attorno ad un progetto di trasformazione della società che indichi obiettivi e traguardi tali da poter e dover essere perseguiti e raggiunti nei prossimi tre-quattro anni, ma che si traducano in atti, provvedimenti, misure, che ne segnino subito l’avvio?

Questa esigenza nasce dalla consapevolezza che occorre dare un senso e uno scopo a quella politica di austerità che è una scelta obbligata e duratura, e che, al tempo stesso, è una condizione di salvezza per i popoli dell’occidente, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano.

L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è cosi per noi. Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi sì manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.

Ecco, in base a quale giudizio il movimento operaio può far sua la bandiera dell’austerità?

L’austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il dato esistente, contro l’andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. Cosi concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell’ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l’unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a

rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.

Lungi dall’essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, l’austerità può essere una scelta che ha un avanzato, concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, io credo che nelle condizioni di oggi è impensabile lottare realmente ed efficacemente per una società superiore senza muovere dalla necessità imprescindibile dell’austerità.

Ma l’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e solidale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.

Le conseguenze sui paesi capitalistici dell’avanzata del moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo

Abbiamo richiamato in altre occasioni e anche di recente le profonde ragioni storiche, certamente non solo italiane, che rendono obbligata, e non congiunturale, una politica di austerità. Sono ragioni varie, ma occorre ricordare sempre che l’evento più importante i cui effetti non sono più reversibili, è stato e rimarrà l’ingresso sulla scena mondiale di popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell’umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale.

Assai vario e complesso è, certo, questo moto. Grandi sono le differenze storiche, economiche, sociali, culturali, politiche, che esistono tanto all’interno di quel che suole chiamarsi il Terzo mondo, quanto nei suoi rapporti esterni. In particolare, negli ultimi tempi si è venuta precisando una tendenza verso alleanze tra i gruppi dominanti dei paesi capitalisticamente più sviluppati e quelli di certi paesi in via di sviluppo, alleanze che operano a danno di altri paesi più poveri e più deboli, e contro ogni movimento popolare e progressista. Non sono stati e non sono solo i Kissinger, ma anche gli Yamani (avrete visto le recenti dichiarazioni) che hanno perseguito e perseguono una politica di ostilità contro gli Stati e contro le forze politiche che si battono per il rinnovamento del proprio paese, comprese le forze avanzate del movimento operaio dell’occidente.

Ma mentre dobbiamo saper cogliere queste differenze all’interno del Terzo mondo, e tenerne conto, non dobbiamo mai perdere di vista il significato generale del moto grandioso di cui sono stati e sono protagonisti quei popoli: un moto che cambia la rotta della storia mondiale, che sconvolge via via tutti gli equilibri esistiti ed esistenti, e non soltanto quelli relativi ai rapporti di forza su scala mondiale, ma anche gli equilibri all’interno dei singoli paesi capitalistici. È questo moto, o almeno è principalmente questo moto, che, operando nel profondo, fa esplodere le contraddizioni di una intera fase dello sviluppo capitalistico post-bellico, e determina in singoli paesi condizioni di crisi di gravità mai raggiunta. E se può accadere, come ci è dato di constatare, che all’interno del mondo capitalistico alcune economie più forti possono trarre profitto dalla crisi e consolidare la propria posizione di dominio, per altri paesi economicamente più deboli, come l’Italia, la crisi diventa ormai un rotolare più o meno lento verso il precipizio.

Sullo sfondo di questa acuita conflittualità tra i paesi e i gruppi capitalistici, mal celata da fragili solidarietà, avanzano processi di disgregazione e di decadenza che, mentre rendono sempre più insopportabili le condizioni di esistenza di grandi masse popolari, minacciano le basi stesse, non solo dell’economia, ma della nostra stessa civiltà e del suo sviluppo.

Non è necessario descrivere i mille segni in cui si manifesta questa tendenza che ferisce e mortifica così profondamente anche la vita della cultura. Quel che deve essere chiaro a chiunque voglia intendere le ragioni ed i fini della nostra politica, sia all’interno del nostro paese, sia nei rapporti con forze progressiste di altri paesi, è che essa si può tutta ricondurre allo sforzo di mobilitazione e di ricerca per bloccare questa tendenza e per rovesciarla.

Due premesse fondamentali per avviare «una trasformazione rivoluzionaria della società»

Viviamo, io credo, in uno di quei momenti nei quali – come afferma il Manifesto dei comunisti – per alcuni paesi, e in ogni caso per il nostro, o si avvia «una trasformazione rivoluzionaria della società» o si può andare incontro «alla rovina comune delle classi in lotta»; e cioè alla decadenza di una civiltà, alla rovina di un paese.

Ma una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.

Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.

Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, ne deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio – quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.

Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo cosi ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.

Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere – dobbiamo ammettere, anzi – che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese.

Non voglio qui esaminare i vari provvedimenti di politica economica attuati o in preparazione da parte del governo, ne ricordare il nostro atteggiamento su di essi. Sono note le posizioni, a volte favorevoli a volte critiche, assunte dal nostro partito sui diversi aspetti della politica economica governativa. Del resto, proprio in questa sala, come sapete, nostri autorevoli compagni qualche giorno fa hanno fatto il punto – in un positivo

confronto con esponenti di altri partiti, con illustri economisti e alla presenza, anche, dei rappresentanti del governo – sul quadro economico complessivo e sugli interventi da compiere da parte del governo e dei partiti.

Carenze di vigore e di coraggio, e angustia di prospettive, nella politica di austerità del governo

Voglio invece ribadire una critica di ordine generale che noi comunisti continuiamo a fare, non possiamo non continuare a fare, all’azione del governo. La politica di austerità è tuttora viziata, infatti, da carenze di vigore, di coraggio e di respiro. Ad esempio: non si è saputo ancora suscitare il necessario movimento di opinione e di massa contro gli sprechi. Contro gli sprechi in senso diretto, che sono ancora enormi (si pensi all’energia o all’organizzazione sanitaria) e contro gli sprechi in senso indiretto e lato, come quelli che derivano dal lassismo nelle aziende, nelle scuole e nella pubblica amministrazione; o come quelli, qui denunciati con particolare rigore dai professori Carapezza, Nebbia, Maldonado e da altri, derivanti da imprevidenze, di cui avvertiamo oggi tutto il peso, e da errori enormi compiuti nella politica del suolo, del territorio, dell’ambiente; o dalla trascuratezza nel campo della ricerca. C’è tutta un’azione amplissima contro gli sprechi e per il risparmio in ogni campo che avrebbe bisogno dello stimolo, della direzione, dell’iniziativa continua di un governo che sapesse davvero esprimere l’autorevolezza politica e morale oggi indispensabile.

Non è un caso, certo, che tutto ciò sia mancato o sia stato carente, giacché un’azione simile non si organizza solo con la propaganda, che pure va fatta, e non la si fa abbastanza, ma richiede che siano individuati e colpiti precisi interessi costituiti, una gran parte dei quali sta alla base del mantenimento del sistema di potere della Democrazia cristiana.

Ma è evidente, soprattutto pesa assai negativamente, l’angustia di prospettive che caratterizza la politica di austerità chiesta e fatta finora dal governo. Sta qui il punto di massima differenziazione tra noi e gli esponenti governativi e i gruppi economici dominanti. In costoro, al fondo, vi è uno stato d’animo di resa, cioè qualcosa che sta agli antipodi di ciò che occorrerebbe per ottenere l’adesione convinta del popolo a certi sacrifici necessari. Il paese avrebbe bisogno, per compiere uno sforzo adeguato, di veder chiaro davanti a sé, o quanto meno di vedere chiari alcuni elementi fondamentali di una prospettiva nuova. E invece gli esponenti delle vecchie classi dominanti e molti uomini del governo, quando arrivano a tanto, non sanno andare più in là dell’obiettivo di riportare l’Italia sugli stessi binari su cui procedeva lo sviluppo economico prima della crisi.

Come se quelle vie e quei modi dello sviluppo possano rappresentare ancor oggi un ideale di società da perseguire, e come se, soprattutto, la crisi di questi anni e di oggi non fosse esattamente la crisi di quel modello di società (crisi in atto non solo in Italia, ma anche, in forme sia pure diverse, in altre nazioni europee). È molto chiara per noi la ragione di queste carenze di vigore, di coraggio, di respiro e di prospettiva nella politica di austerità di cui prima ho parlato. In tali carenze noi vediamo l’evidenza di un processo storico che è segnato dal declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia e dalla conferma che tale funzione dirigente già comincia a passare al movimento operaio, alle forze popolari unite: naturalmente a una classe operaia, a masse popolari, che dimostrino la maturità necessaria per presentarsi a provare al paese intero di essere una forza che democraticamente guida l’intera società alla salvezza e alla rinascita. Ciò richiede che nelle file stesse del movimento operaio, e nelle sue organizzazioni economiche e politiche, si eserciti più ampiamente e più responsabilmente uno spirito autocritico che porti al superamento di quegli atteggiamenti negativi e fuorvianti, o di subalternità o di estremismo, che pesano in misura ancora non trascurabile e che nel concreto, poi, ostacolano la soluzione positiva di problemi di bruciante attualità, quali il risanamento economico, produttivo, finanziario della società e dello Stato.

Non possiamo aspettare di andare prima al governo per presentare un progetto di rinnovamento: bisogna muoversi subito

Per impegnarci in un progetto di rinnovamento della società, e per fare la proposta di mettersi al lavoro per definirlo, non potevamo attendere che, prima, maturassero nei partiti le condizioni per un nostro ingresso nel governo. Questa esigenza, lo ribadiamo, rimane più che mai aperta. Ma intanto e subito noi abbiamo il dovere di prendere le opportune iniziative, che rispondono a non rinviabili necessità di lotta del movimento operaio e a non procrastinabili interessi generali del paese, anche nell’ambito dell’attuale quadro politico, che, pur con tutte le sue insufficienze, è un quadro profondamente influenzato dagli effetti positivi dell’avanzata popolare e comunista di questi anni, in particolare di quella del 20 giugno.

La proposta del progetto nasce anche da una esigenza interna al movimento operaio: quella di evitare che non si comprendano bene le ragioni oggettive, l’obbligo di una politica di austerità, oppure che si corra il rischio di adagiarsi nella quotidianità, di assuefarsi al piatto tran-tran del giorno per giorno. Ma nasce soprattutto da una esigenza generale, di tutta la nazione, di avere finalmente un orizzonte diverso e dei concreti punti di riferimento.

La fase attuale della nostra vita nazionale è certo gravida di rischi, ma essa offre a noi tutti la grande occasione per un rinnovamento. Questa occasione non può essere perduta: essa è la più grande, forse, – sia detto senza retorica, – che si presenti al popolo italiano e alle sue più serie forze politiche da quando è nata la nostra repubblica democratica.

Sta qui una peculiarità italiana, di questo nostro paese dissestato, disordinato, si, ma vivo, carico di energie, forte di un grande spirito democratico; di questa nostra Italia che è forse la nazione nella quale la crisi è più grave che in altre zone del mondo capitalistico (e non soltanto in senso economico, ma anche in quello politico, di minaccia alle istituzioni democratiche), e nella quale, però, sono anche maggiori che in molti altri paesi le possibilità per lavorare dentro la crisi stessa, per farla diventare mezzo per un cambiamento generale della società.

La nostra iniziativa non è dunque un atto di propaganda o di esibizione del nostro partito. Vuole essere un atto di fiducia; vuole essere, ancora una volta, un atto di unità, cioè un contributo che sollecita quello di altri partiti per avviare un lavoro e chiamare ad un impegno comuni, che coinvolgano tutte le forze democratiche e popolari.

Anche per questo suo carattere e intento unitario, il nostro progetto non vuole essere, non deve essere, io credo, un programma di transizione a una società socialista: più modestamente, e concretamente, esso deve proporsi di delineare uno sviluppo dell’economia e della società le cui caratteristiche e modi nuovi di funzionamento possano raccogliere l’adesione e il consenso anche di quegli italiani che, pur non essendo di idee comuniste o socialiste, avvertono acutamente la necessità di liberare se stessi e la nazione dalle ingiustizie, dalle storture, dalle assurdità, dalle lacerazioni a cui ci porta, ormai, l’attuale assetto della società.

Ma chi sente questo assillo e ha questa aspirazione sincera non può non riconoscere che, per uscire sicuramente dalle sabbie mobili in cui rischia di essere inghiottita l’odierna società, è indispensabile introdurre in essa alcuni elementi, valori, criteri propri dell’ideale socialista.

Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell’economia, dello Stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti a una ridistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere, che cos ‘altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?

Uscire dalla logica del capitalismo è una esigenza non della sola classe operaia né dei soli comunisti

E tuttavia questi criteri, questi valori, questi obiettivi, che indubbiamente sono propri del socialismo, riflettono un’aspirazione che non è esclusivamente della classe operaia e dei partiti operai, dei comunisti e dei socialisti, ma esprimono un’esigenza che oggi può venire – e anzi, viene già – anche da cittadini e strati di popolo e lavoratori di altre matrici ideali, di altri orientamenti politici, in primo luogo di matrice e ispirazione cristiana; è un’esigenza che può venire, e che viene in misura crescente, da aree sociali ben più ampie, che vanno ben al di là della classe operaia. La ragione principale per cui consideriamo la crisi come un’occasione, sta nel fatto che obiettivi di trasformazione e di rinnovamento come quelli che ho ricordato possono essere non solo compatibili, ma debbono e possono essere organicamente compresi dentro una politica di austerità, che è la premessa indispensabile per superare la crisi, ma andando avanti, non tornando al passato. Infatti, mi pare sia evidente che quegli obiettivi contribuiscono a configurare un assetto sociale e una politica economica e finanziaria organicamente diretti proprio contro gli sprechi, i privilegi, i parassitismi, la dissipazione delle risorse: realizzano, cioè, quello che dovrebbe costituire l’essenza di ciò che, per natura e definizione è una vera politica di austerità.

Anzi, si potrebbe osservare che come spesso, nelle società decadenti, sono andati, vanno insieme e imperano le ingiustizie e lo scialo, così nelle società in ascesa vanno insieme la giustizia e la parsimonia.

Naturalmente, questa convinzione non ci fa dimenticare, ma anzi ci impegna ad affrontare nella loro concretezza, i problemi immediati, le scelte da compiere, le priorità da imporre in ogni campo della politica economica, finanziaria, fiscale, dell’istruzione, allo scopo di prevenire i rischi di tracolli improvvisi, di bruschi arretramenti e di garantire, invece, che, passo a passo, si avanzi verso traguardi di efficienza e di giustizia, di produttività e di socialità. La ricerca dei nessi che devono legare i provvedimenti immediati all’avvio di questa linea di rinnovamento sarà certamente uno dei cimenti più impegnativi di tutti noi e di quanti vorranno contribuire e partecipare all’elaborazione compiuta di un progetto, che corrisponda alle caratteristiche ed alle esigenze che abbiamo cercato di delineare a grandi tratti.

Il nostro proposito è di arrivare nel giro di pochi mesi all’elaborazione di un testo che rappresenti una prima base di dibattito e di confronto, ma è anche di stimolare, prima e dopo la pubblicazione di tale testo, un vasto e continuo impegno d’iniziativa e di lotta. Anche e proprio perché sentiamo tutta la difficoltà di questa impresa, ma insieme anche la sua necessità e la sua forza di suggestione, ci siamo rivolti a voi, ci rivolgiamo a tutte le forze intellettuali affinché siano protagoniste – come ha detto Tortorella esponendo questo tema in un modo giusto ed efficace – e di proposte ed iniziative volte a ridare vitalità, a rinnovare le istituzioni culturali (a cominciare dalla scuola, dall’università e dai centri di ricerca) e, al tempo stesso, affinché diano il loro apporto alla elaborazione delle scelte complessive, e non solo di quelle di settore, che devono essere alla base del progetto.

Un appello, un invito cosi diretto ed esplicito alla cultura italiana ha oggi una sua ben precisa ragione: infatti, da un lato, come sappiamo, le forze intellettuali hanno oggi in Italia, come del resto hanno in quasi tutti i paesi capitalistici più sviluppati, un peso sociale quale non avevano mai avuto nel passato, e hanno anche, in Italia, in larghissima misura, un orientamento politico democratico e di sinistra; ma accanto a tale dato positivo (Giulio Einaudi ha messo bene in luce questa contraddizione) vi è quello, negativo, della condizione di crisi, di decadimento, di mortificazione in cui sono state precipitate le nostre istituzioni culturali dopo trent’anni di potere democratico-cristiano e di sviluppo sociale distorto e squilibrato. Ed è evidente che nessuna opera di salvezza e di rinnovamento generale del paese può andare avanti senza superare questa crisi, senza sciogliere questa contraddizione: senza, vorrei dire, una crescita del sapere e dell’amore per il sapere, senza un rinnovamento degli strumenti del sapere, affinché la produzione di cultura, e quindi le istituzioni culturali, siano artefici anch’esse del risanamento e del rinnovamento di tutta la società.

I comunisti italiani per l’autonoma e libera funzione della cultura: non chiediamo obbedienze a nessuno

II modo in cui poniamo oggi la funzione della cultura per la trasformazione del paese corrisponde a una tradizione, a una peculiarità del Partito comunista italiano, come partito della classe operaia, come partito democratico e nazionale, come grande organismo che è esso stesso produttore di cultura. Noi ci siamo battuti sempre e ci battiamo per il progresso e l’espansione della vita culturale. Ma in questo nostro impegno dobbiamo sempre guardarci da interventi che possano, nella benché minima misura, ledere l’autonomia della ricerca teorica, delle attività culturali, della creazione artistica, giacché queste hanno come condizione vitale di sviluppo non quella di obbedire a un partito, a uno Stato, a un’ideologia, ma quella di poter dispiegarsi in pienezza di libertà e di spirito critico. Tale impostazione, che è parte della più generale visione che noi abbiamo dei rapporti tra democrazia e socialismo, si distingue da quella di alcuni partiti al potere in paesi socialisti; atteggiamenti e comportamenti del potere politico quali quelli di cui si ha notizia (per esempio in Cecoslovacchia dove siamo di fronte addirittura ad atti di tipo repressivo), sono per noi inaccettabili in linea di principio. Interpretando questa posizione generale del partito alcuni nostri compagni intellettuali hanno preso l’iniziativa di una dichiarazione pubblica, che noi consideriamo giusta ed opportuna. Fa parte irrinunciabile del nostro patrimonio una concezione che riconosce l’essere compito del partito comunista, degli altri partiti democratici e dei pubblici poteri, in quanto siano orientati anch’essi in senso democratico, da un lato la creazione del clima politico morale e dall’altro lato, l’attuazione delle condizioni materiali, pratiche, organizzative che consentano il positivo e libero sviluppo della ricerca, della iniziativa e del dibattito culturale. Ma non è compito né dei partiti, né dello Stato esigere obbedienze, far prevalere concezioni del mondo, limitare in qualsiasi modo le libertà intellettuali.

Ed io, cari compagni ed amici – non senza prima ringraziare tutti voi e in modo del tutto particolare il compagno Argan, che è venuto a rappresentare la città di Roma e la nuova amministrazione popolare romana – voglio concludere il mio intervento proprio con la tranquilla conferma di questa nostra impostazione: da essa non dobbiamo discostarci mai.

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Enrico Berlinguer

Conclusioni al convegno degli intellettuali

Roma, Teatro Eliseo, 15-1-1977

Berlusconi ai giovani industriali: “Pagare meno per pagare tutti”

CHE IL BUON SILVIO, ILLUMINATO (IN PRATICA UN.. BENEDETTO IN SEDISCESIMO), INTENDA DIRE ‘PAGARE MENO GLI STIPENDI PER FARLA PAGARE A TUTTI’ ? RICCHI A PARTE, OVVIO..

mauro

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Il premier al convegno di Confindustria a Santa Margherita Ligure. Accolto dai fischi del Partito comunista dei lavoratori e dagli applausi degli imprenditori

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<b>Berlusconi ai giovani industriali<br/>

Silvio Berlusconi

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SANTA MARGHERITA LIGURE – Applausi ma anche fischi per Silvio Berlusconi al suo arrivo a Santa Margherita Ligure, dove è intervenuto al forum dei giovani di Confindustria. Tasse, emergenza rifiuti, Alitalia, nucleare e intercettazioni: il Cavaliere ha affrontato tutte le questioni parlando alla platea di imprenditori.

Applausi e fischi. Appena sceso dalla sua auto blu di fronte all’hotel Miramare, il presidente del Consiglio è stato accolto dai convinti applausi e da cori di sostegno da parte di alcuni giovani imprenditori. Fischi di disappunto, invece, da parte di un piccolo gruppo di militanti del Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, che si sono riuniti all’esterno dell’edificio innalzando bandiere rosse con la falce e il martello.

Preoccupato per il caro-petrolio. A un giovane imprenditore che si è avvicinato per salutarlo e per chiedergli come andassero le cose, il premier ha risposto: “Sto come si può stare con una situazione di caro petrolio così”, non nascondendo quindi una certa preoccupazione per l’aumento del prezzo dell’oro nero. Il presidente del Consiglio è poi entrato nella sala dove si tiene il convegno accolto da un grande applauso e si è seduto di fianco al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, con cui ha scambiato un caloroso saluto.

Siamo in luna di miele. Riferendo del 65% di gradimento del governo tra i cittadini il presidente del Consiglio ha aperto il suo intervento al forum dei giovani di Confindustria. “Non riesco a entrare in un negozio perché tutti vogliono abbracciarmi”, ha aggiunto il premier che si è rivolto ai giovani industriali affermando: “Siamo in luna di miele. Chissà cosa mi succede se non va bene”.

Meno tasse per famiglie, lavoro e imprese. Berlusconi ha ribadito la propria linea in politica economica, ricordando la ormai celebre “equazione del benessere: meno tasse per le famiglie, il lavoro, le imprese vuol dire più consumi, più produzione, più posti di lavoro, più soldi nelle casse dell’erario. Il che consente di investire nelle infrastrutture e anche di ridare qualcosa a quella parte della società più emarginata”.

Pagare meno tasse ma pagarle tutti. “Per pagare tutti meno tasse, bisogna che tutti le paghino e quindi dobbiamo continuare la lotta all’evasione fiscale” ha aggiunto il premier nel corso del suo intervento al convegno dei giovani imprenditori, citando alcuni dati: “Dobbiamo continuare la lotta all’evasione se è vero che ci sono 100 miliardi di euro in meno nelle casse dello Stato”.

Miglioreremo struttura Stato. “Questa volta siamo nella condizione di poter operare subito rispetto alla prima tornata del 1996” ha detto il premier precisando che il governo adesso è “in grado con il secondo mandato di realizzare molte cose positive per migliorare la struttura e l’efficienza dello Stato”. “Naturalmente siamo aperti a tutti i suggerimenti che possono venire dalla trincea del lavoro”, ha sottolineato prendendo “l’impegno” di “creare un canale privilegiato” di comunicazione e di scambio tra governo e imprese.

Deluso dal vertice Fao. Il vertice della Fao a Roma nei giorni scorsi “non ha dato le risposte che mi aspettavo”. Questa l’opinione di Berlusconi sulla “drammatica situazione che si è creata con le materie prime alle stelle. In questo momento non ci sono organizzazioni mondiali che possano intervenire su questo fenomeno, c’è una speculazione che si basa sulla base della domanda, e questo ha creato un grande balzo all’insu dei prezzi del grano e frumento con conseguenze che sono drammatiche”.

Servono nuove centrali nucleari. “Bisogna partire con celerità per fare subito nuove centrali senza aspettare la quarta generazione. Ci stiamo mettendo d’accordo anche con degli Stati amici come la Francia, perché ci aiutino con la loro tecnologia” ha dichiarato Berlusconi confermando la volontà del governo di partire subito con un piano per il nucleare.

Italia non può non avere compagnia di bandiera. “Un Paese come l’Italia, che vuole rimanere una potenza, non può non avere una compagnia di bandiera” ha detto il premier riferendosi alla vicenda Alitalia. “Se Alitalia fosse stata assorbita da Air France – ha proseguito Berlusconi – immaginiamo dove i francesi, che conosciamo bene anche se sono grandi amici, avrebbero portato i turisti interessati alla vecchia Europa”. Berlusconi si è quindi rivolto direttamente ai giovani imprenditori chiedendo di partecipare alla cordata italiana per risolvere la crisi Alitalia. “In campagna elettorale – ha ricordato il premier – ho parlato rivolgendomi all’orgoglio degli imprenditori italiani. E tutti hanno alzato la mano dicendosi pronti a partecipare. Faccio la stessa domanda a voi: chi se la sente di non partecipare?”. Nessuno degli imprenditori in platea ha alzato la mano in segno di rifiuto.

Rifiuti, problema risolto entro luglio. 8) “Ho la certezza che il problema rifiuti sarà risolto. Entro luglio sbarazzeremo le strade di Napoli dai rifiuti” ha annunciato Berlusconi parlando poi dell’emergenza rifiuti in Campania. Ma, insiste, la “soluzione decisiva sarà costruire i termovalorizzatori” che “non sono stati fatti dalla sinistra per colpa della sua componente estrema”.

Troppi 18 mesi nei cpt. “Forse 18 mesi nei Cpt sono un po’ troppi” ha detto il presidente del Consiglio riferendosi alle norme sull’immigrazione clandestina contenute nel disegno di legge proposto dal governo. Berlusconi ha poi affermato che la settimana prossima il Parlamento europeo discuterà di immigrazione e “si parlerà di norme anche più severe delle nostre”.

Decreto intercettazioni nel prossimo cdm. Berlusconi ha quindi annunciato che nel prossimo consiglio dei ministri “introdurremo il divieto per le intercettazioni tranne che per la criminalità organizzata, la mafia, la camorra e il terrorismo. Cinque anni per chi le fa e anche una forte penalizzazione economica per gli editori che le pubblicano”.

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7 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/berlusconi-santa-margherita/berlusconi-santa-margherita/berlusconi-santa-margherita.html

Emergenze

Raccolgo volentieri l’invito di Elena a scopiazzare questo post dal mio blogghetto (che auto-marchetta! 😀 )

Ska

http://glottorellando.wordpress.com/2008/05/29/emergenze/

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disegno di un bambino di Ponticelli

 

Un dizionario della frequenza d’uso collegato alla bocca dei nostri politici (che almeno vi sia collegato qualcosa!) fornirebbe – credo – risultati interessanti sull’incidenza della parola emergenza. Nei TG essa si accompagna ultimamente a musichette inquietanti e compare in sintagmi con le parole “ROM” e “rifiuti”.

Vale la pena andare ad investigare cosa ci dica il DELI riguardo alla storia della parola e la sua sfera semantica.

emergenza: s.f.  ‘circostanza o eventualità imprevista, spec. pericolosa’ (1667, V. Siri: LN XIX (1958 ) 40)

  • Vc. dotta, lat. emergere, opposto a mergere ‘affondare’ (d’orig. indoeuropea). La voce emergenza è attestata dal XVII sec.: “I vocabolari italiani ne danno esempi fin dal Settecento, con un passo del Salvini registrato anche dalla Crusca: “la congiuntura de’ tempi e delle emergenze“; e cercando bene si troverebbe sicuramente anche qualche esempio anteriore. Dopo, lo troviamo adoperato di tanto in tanto: “La Nazione” del 6 giugno 1889 asseriva che ‘in qualunque grave emergenza, in ogni evento decisivo del paese, Camillo Benso di Cavour vide acutamente…’. In tutti questi casi, tuttavia, il significato è sempre quello di ‘circostanza, per lo più seria, che interviene inaspettatamente’. Il passo ulteriore che la parola ha fatto, è quello di ‘urgente necessità, pericolo’. E non c’è dubbio che su questo significato ha influito l’analogo uso inglese [emergency]: si sa che gli inglesi usano molto la litote eufemistica e si capisce che invece di dire ‘allarme, pericolo’ abbiano adoperato, per velare un po’ le cose, una parola più blanda. Teoricamente, è un emergere anche quello del numero che fa vincere cento milioni alla lotteria; ma ormai ci siamo abituati a chiamare emergenze solo quelle gravi, piene di pericoli, e adesso che la parola si è messa su questa strada, è difficile fermarla, tanto più che la locuzione stato d’emergenza è stata ufficialmente adoperata” (Migliorini, Profili)

 

Aveva ragione da vendere, il buon Migliorini. Infatti la parola, su quella strada, non solo non si è fermata, e suona più grave di “pericolo” (forse anche per l’assonanza con “urgenza”) ma ha addirittura acquisito il magico potere di creare delle emergenze laddove non ci sono, di creare allarmismo. La sola evocazione della parola è in grado di creare l’emergenza stessa. Dove prima c’erano dei problemi, gravi che siano ma gestibili con un po’ di sano buon senso, ora c’è lo stato d’ emergenza.

Allo stesso tempo, però, pare che la parola sia tornata al suo significato etimologico primario, ovvero di “cosa che emerge“. Non proprio inaspettatamente come vuole la definizione, però.

Io ad esempio un po’ me l’aspettavo, e precisamente dalla scorsa legislatura, dall’omicidio Reggiani, da quando il buon Walter Sepoffà (e infatti poi “si fece”), dopo 7 anni da primo cittadino di Roma, si accorse improvvisamente della presenza di campi nomadi a Roma. O dovrei forse dire si accorse di quanto fosse comodo farli “emergere“? Doveva scrollarsi di dosso l’aura di “buonismo” (altra parola molto di moda) di quelle checche arcobaleno, sempre pronte a difendere il “diverso”. E così, un giorno di dicembre, gli zingari sono emersi, come tanti zombie con le mani protese verso il nostro sacrosanto benessere fatto di portoncini blindati, videotelefonini e suv. Prima stavano rintanati nelle catacombe, forse, poi sono emersi.

O che stessero magari sepolti dai cumuli di spazzatura napoletana di locazione, ma italiana ed europea di provenienza? Interra oggi, interra domani, la monnezza emerge, oh! E magari con essa pure questi rifiuti umani, questi reietti, gente senz’anima e senza Dio, che ruba i bambini biondi a quelli col portoncino blindato e col suv.

Per fortuna da quando il Mensch ha scoperto il fuoco, questo ha risolto tanti problemi pratici: un mucchietto di cenere, pure buono per concimare, ed ecco che l’emergenza sparisce. Si può risommergere. Gli amici di Adolfo l’avevano ben capito, ed infatti il fuoco bruciava giorno e notte nei loro campi di lavoro. Quel lavoro che “rende liberi”. E liberi uscivano infatti in ampie volute di fumo, dai comignoli dei forni.

In quei forni bruciavano anche gli zingari e gli omosessuali, non solo gli ebrei. Ma questo non emerge mai. Quel fuoco purificatore ha purificato e reso innocente ed intoccabile per l’eternità solo un popolo, quasi fosse una questione privata e non l’aberrazione per eccellenza, quella di considerare che “Dio è con noi”, e contro gli altri. Non abbiamo imparato nulla dell’uomo e degli orrori che può compiere verso i propri simili, scientemente, senza neanche quella giustificazione dell’istinto che hanno gli altri animali.

Emergenze  ‘quelle gravi, piene di pericoli’, dice il Migliorini.

Certo, come anch’io so bene, non è piacevole constatare che dopo un incontro ravvicinato con lo zingarello ti manca il portafogli, e qualche volta col rodimento di culo che ti ritrovi tendi pure a dimenticare che quel ragazzino dovrebbe stare a scuola, e che non ti è venuto in mente di avvertire la polizia se non quando hai notato che veniva tolto a te il portafogli, mentre a lui veniva rubato il futuro.

Però parlando di sicurezza  mi sento molto più insicura ora a girare per strada nel timore che le mie gonne stile gitano incorrano nel ”sospetto” di quei retti vigilantes della vera italianità, fatta di uomini timorati di Dio che non stuprano le donne, non investono i bambini, non ruberebbero nemmeno una caramella.

Nel giro di pochi giorni, la mia città ha sperimentato un raid ad un negozio gestito da immigrati regolari, un’aggressione ad un giovane dee-jay gay reo di essere tale, infine una spedizione punitiva neo-fascista ai danni di un gruppo di ragazzi che all’Università stavano attacchinando sui manifesti del convegno di Forza Nuova sulle Foibe, che il rettore Frati ha avuto il buon senso di annullare. Senza contare l’episodio di Verona. Mi domando se ce ne sia abbastanza per proclamare lo “stato d’emergenza“, l”emergenza grave, piena di pericoli’.

Ah, no, giusto! Questi sono solo dei delinquenti isolati, dei pazzi senza appigli e senza ideologia, dei ragazzacci viziati.

Certe emergenze davvero non emergono mai. Stanno lì come un boccone indigesto che ti dà nausea costante, tanto che vorresti ficcarti due dita in gola e farlo emergere davvero, una volta per tutte, e scaricarlo nel cesso per non vederlo mai più.

Avete mai fatto caso a quanto è liberatorio?

disegno di un bambino di Ponticelli

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Foto: disegni di bambini di Ponticelli.

p.s. Rileggendo un pezzo di Coccoina di cui avevo avuto un’anteprima per e-mail, mi accorgo che la stesura del mio ne è stata influenzata. Siccome Coccoina è Coccoina, con le sue immagini nitide e spietate che mettono a nudo la natura umana, così che potreste non piacervi più voi stessi, vi invito vivamente a leggerlo e a riflettere.

Gay Pride, si sfila imbavagliati – Cuba apre ai transex

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Oggi pomeriggio cortei a Roma e Milano. Il Pd manda il ministro-ombra. Protesta stasera in San Giovanni per la piazza negata a causa di un coro sacro

C’è un carro per le nozze omosex

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di RORY CAPPELLI

<b>Gay Pride, si sfila imbavagliati<br/>c'è un carro per le nozze omosex</b>
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ROMA – Alle 20.30 si imbavaglieranno in piazza San Giovanni, all’ingresso della basilica. Una protesta silenziosa contro la decisione di spostare da piazza San Giovanni a piazza Navona l’arrivo del Gay Pride. Decisione giustificata da Prefettura e Questura dalla contemporaneità – ritenuta incompatibile – del Gay Pride con il convegno Allargare gli orizzonti della razionalità, organizzato dalla Pontificia Università Lateranense. Nell’ambito del quale stasera alle 20.30 si terrà, appunto nella basilica, un concerto del Coro Interuniversitario di Roma “Traditio et confessio”. Perciò “nella stessa ora in cui il coro inizierà i suoi canti” si toglieranno la voce i radicali Rita Bernardini, deputata, Sergio Rovasio, segretario dell’Associazione Radicale Diritti, esponenti del movimento Lgbt (lesbo gay bisex transgender), l’esponente di Rifondazione Comunista Elettra Deiana e il segretario romano del Prc Massimiliano Smeriglio.

Si imbavaglieranno anche al Gay Pride di Milano, che partirà oggi alle 16 da via Palestro per raggiungere piazza Castello, passando anche in piazza Duomo. Proprio qui la musica sarà spenta e la manifestazione passerà davanti alla cattedrale completamente muta per protesta “contro la volontà della politica e delle gerarchie cattoliche di farci stare zitti”.

Nicola Zingaretti e Piero Marrazzo hanno patrocinato il Gay Pride di Roma come presidenti della Provincia di Roma e della Regione Lazio. Hanno dato il patrocinio anche al Simposio della Pontificia Università Lateranense. Entrambi sono intervenuti, giovedì, alla cerimonia inaugurale del Simposio, con il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il cardinale Camillo Ruini. Ed entrambi – che non parteciperanno al Gay Pride – preferiscono non commentare quella che ai promotori del Gay Pride è sembrata una contraddizione, sottolineando però che, in loro rappresentanza, interverranno due assessori.

A Roma aprirà il corteo Vittoria Franco, ministra delle Pari Opportunità del governo-ombra del Pd. “Così partiremo – ha detto la presidente del Circolo Mieli Rossana Praitano – con un ministro che non c’è al posto di uno, Mara Carfagna, vero ma inesistente”. Parteciperà anche la Cgil.

In uno dei carri che formeranno il corteo sarà allestita una “Sala civile itinerante” dove Paola Concia, l’unica deputata lesbica (dichiarata) del Parlamento italiano unirà in matrimonio (simbolico) le coppie che lo vorranno e dove saranno distribuiti i confetti Pelino “Gay Bride”(color lilla), ideati dall’amministratore della fabbrica di Sulmona, Mario Pelino, fratello di Paola, onorevole del Pdl. Gli stessi confetti che lei a metà maggio aveva regalato a Berlusconi durante le operazioni di voto sulla fiducia parlamentare del governo. “Gli stessi, sì – precisa – ma non lilla”.


(7 giugno 2008)

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/gay-pride/gay-pride/gay-pride.html

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A Cuba Raul Castro legalizza i transessuali

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Raul Castro - foto Ansa - 190*220 - 19-02-08

Raul Castro continua nel processo di liberalizzazioni avviato con il suo arrivo nella poltrona che per cinquant’anni è stata di suo fratello Fidel. Ma quella più recente non riguarda l’economia e è destinata ad avere ripercussioni sociali e culturali molto vaste: Raul ha infatti legalizzato le operazioni chirurgiche per cambiare sesso. Lo ha annunciato venerdì il Centro nazionale di educazione sessuale (Cenesex) diretto da Mariela Castro, che altri non è se non la figlia del presidente Raul Castro nonché la nipote dell’anziano ex dittatore. Gli interventi per cambiare sesso sono stati autorizzati da un decreto firmato la settimana scorsa dal ministro della Sanità José Ramon Balaguer. Una commissione nazionale per i transessuali controllerà questo tipo di intervento chirurgico che sarà effettuato dal «sistema di sanità pubblica nazionale», ha indicato il Cenesex.

Sessuologa di formazione, Mariela Castro ha lanciato a maggio un’importante campagna contro l’omofobia, con l’appoggio ufficiale del padre e del partito comunista cubano (Pcc).

Più di cento cubani hanno ufficialmente fatto richiesta alle autorità di essere riconosciuti come transessuali dal 1979, ha affermato Mariela recentemente alla rivista Bohemia. Ventisette di loro beneficiano di un «trattamento ormonale» e possono essere sottoposti a un intervento per il cambio del sesso «se le condizioni di salute lo permetteranno e se lo vorranno», ha precisato.

Dagli anni ’60, gli omosessuali sono messi al bando dal regime cubano e alcuni di loro sono reclusi nei campi di lavoro. La politica omofoba adottata finora dal regime ha costretto nell’ombra una fetta della popolazione, censurato artisti, cineasti sono stati costretti a espatriare e turisti omosex hanno finora cercato di evitare l’isola caraibica.

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Pubblicato il: 07.06.08
Modificato il: 07.06.08 alle ore 8.42

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76079

Berlusconi: “Siamo come la vecchia Dc, che non doveva spiegare da che parte stava”

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IL RETROSCENA / Famiglia, procreazione assistita e immigrazione altri punti forti del colloquio. “Legittimati come la vecchia Dc”

Le promesse del Cavaliere: “Soldi alle scuole cattoliche”

E il Vaticano chiede che al vertice ci sia anche Letta

di CLAUDIO TITO

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<b>Le promesse del Cavaliere<br/>Silvio Berlusconi bacia la mano di Benedetto XVI

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ROMA – “Non abbiamo più bisogno di legittimazioni. Sanno cosa possiamo dare. Siamo come la vecchia Dc, che non doveva spiegare da che parte stava”. Quando è tornato a Palazzo Grazioli dopo il colloquio con Benedetto XVI, Silvio Berlusconi sprizzava felicità da tutti i pori. Allo staff riunito a Via del Plebiscito per preparare l’intervento di oggi al convegno dei giovani industriali, ha raccontato come in una “differita televisiva” ogni singolo passaggio dell’incontro in Santa Sede. Si è detto sicuro di aver “convinto” le gerarchie ecclesiastiche. E soprattutto ha paragonato il Pdl alla “Balena bianca” che per quasi 50 anni ha rappresentato il punto di riferimento del Vaticano.

Così, prima con il Pontefice e poi con il segretario di Stato Tarcisio Bertone, si è speso in prima persona per fornire le massime “garanzie” sulle decisioni del governo su alcuni temi “sensibili”: come la scuola cattolica, la tutela della famiglia, la legge sulla procreazione assistita e anche quella sull’aborto. Ad ogni argomento sollevato dai suoi interlocutori, ha risposto con un “possiamo farlo”. Tanto da mettere sul tavolo dei due colloqui questioni delicate come il “quoziente familiare” e i fondi (buoni-libri) per parificare l’istruzione cattolica e renderla – come già stabiliva la riforma Berlinguer – “scuola pubblica non statale”.

Un clima di entusiasmo, quindi, che non è stato intaccato dalla richiesta vaticana di compiere uno strappo all’etichetta: l’incontro con il Papa non è stato un faccia a faccia, ma ha presenziato attivamente Gianni Letta che Benedetto XVI ha chiamato “il mio giovane vecchio amico”. Un’istanza che gli ambasciatori della Santa Sede hanno fatto pervenire ufficiosamente nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. Del resto, il Cavaliere ha voluto sottolineare soprattutto il trattamento riservatogli dal Vaticano. Non solo diplomatica “cordialità”.

L’incontro, richiesto dal presidente del consiglio,è stato inserito in agenda con estrema rapidità e per la prima volta l’Osservatore Romano ha pubblicato un’intervista al capo del governo italiano. Segnali considerati “importantissimi” dallo staff berlusconiano, anche se il “nuovo corso” del giornale vaticano prevede anche questo tipo di innovazioni. E forse non è nemmeno un caso che l’altro ieri, per mettere a punto l’agenda dei colloqui, il premier si sia fatto aggiornare dal suo sottosegretario alla presidenza del consiglio e dall’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Antonio Zanardi Landi. Anni, proprio con loro due che Berlusconi ha provato quel piccolo colpo a sorpresa compiuto all’inizio della visita: il bacio dell’anello. Un atto che in passato nessuno presidente del consiglio aveva praticato. Solo Francesco Cossiga, ancora non entrato in carica come capo dello Stato, si era inginocchiato.

Una mossa studiata a tavolino e che in qualche modo ha agevolato la cordialità di un incontro. Esaurito il giro d’orizzonte sulla politica estera, quindi, Berlusconi è entrato nel vivo. Ha parlato esplicitamente di finanziamenti “nazionali” per la scuola cattolica. Un intervento complicato dal punto di vista giuridico se dovesse incidere sulle “rette”. E infatti virerà su una sorta di “buono-libri” per l’intera scuola dell’obbligo: da 0 a 16 anni. Un misura che di fatto equiparerebbe gli istituti statali a quelli cattolici e che è stata salutata in Vaticano con un richiamo alla Costituzione.

L’atteggiamento del premier è stato il medesimo in tema di famiglia. L’idea di studiare politiche economiche mirate è stata recepita con un riferimento al “quoziente familiare”. Anche se il titolo del dossier non risponde all’effettività della misura: non si tratterebbe infatti di una riduzione delle aliquote fiscali ma di un complesso di deduzioni in base al numero di figli.

Assicurazioni anche sulla procreazione assistita
(verrà modificata la circolare adottata da Livia Turco), sul reato di immigrazione (che verrà depotenziato se non derubricato) e sulla legge 194. Per la quale Berlusconi ha annunciato ai suoi interlocutori il finanziamento delle parti riguardanti la “prevenzione”.
Tanti elementi che Oltretevere hanno incassato con soddisfazione. Anche in Vaticano – è il ragionamento svolto a Palazzo Chigi – hanno del resto preso atto che questo governo e questa maggioranza durerà almeno per tutta legislatura. Ora, però, la Santa Sede vuole verificare i risultati concreti e non a caso la nota ufficiale è stata molto stringata e sobria. Un modo per dire che a questo punto verrà evitato ogni intervento che possa essere interpretato come un pressing. Lasciando al governo l’esclusiva responsabilità di agire.


7 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/benedettoxvi-21/promesse-cavaliere/promesse-cavaliere.html

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Lo sfogo dell’ex premier per il difficile rapporto con la Conferenza episcopale: “Ho avuto l’impressione di scontrarmi con un’opposizione politica”

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Prodi: “I leader della Cei sempre contro di me”

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di MARCO MAROZZI

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Romano Prodi

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ROMA – “Dissi di essere un cattolico adulto. La frase non mi è stata mai perdonata. Con la presidenza della Conferenza episcopale, ho avuto l’impressione di scontrarmi con un’opposizione politica”. Romano Prodi cerca di organizzare la sua vita da ex, ma rivive ancora con amarezza il rapporto con uno degli interlocutori a cui teneva di più. La Chiesa cattolica. Le sue difficoltà terribili come capo di un governo di centrosinistra le ha raccontate anche a La Croix, il più grande quotidiano cattolico francese. “Mai sono stato intervistato dall’Avvenire, il giornale italiano di ispirazione cattolica, mentre La Croix mi ha dedicato due pagine nel maggio 2007”.

Prodi non è mai stato intervistato non solo dal giornale della Cei, nemmeno – a differenza di Silvio Berlusconi – dall’Osservatore Romano. Organo della Santa Sede.
Le differenze volute bruciano sulla pelle del professore cattolico che il 31 maggio ha festeggiato i 39 anni di matrimonio, padre di due figli, nonno di quattro nipoti. Ha scritto un suo amico dagli anni di Reggio Emilia, Raffaele Crovi, cattolico, intellettuale anche democristiano, in “Nerofumo”, profetico romanzo poco prima della morte: “Perché la Curia Vaticana, ai politici cattolici praticanti e osservanti dei comandamenti, preferisce i politici laici, magari puttanieri, ma osservanti”.

E Crovi, vaticinando la caduta del governo Prodi, fa rispondere a un monsignore: “Perché i cattolici praticanti, ritenendosi parte della Chiesa, mettono bocca nelle scelte delle autorità ecclesiastiche, mentre i laici, senza far domande, mettono mano alla borsa”.

Prodi, che il libro ha ricevuto, scansa i rimandi. Né parla di politica italiana. “Aspettiamo che il polverone si fermi” dice ai pochi fedelissimi superstiti. “Coerenza e discrezione” ripete, sono il suo atteggiamento rispetto alla Chiesa. A La Croix – fra un cenno all’unica udienza da Benedetto XVI e un affettuoso dilungarsi sugli incontri con Giovanni Paolo II – ha raccontato l’amarezza “soprattutto per le critiche delle gerarchie cattoliche quando adottai provvedimenti in favore degli esclusi”. “Telefonai anche per dir loro che prima comunque non c’era niente. Non mi hanno risposto”.

Rapporto di spine con Camillo Ruini,
l’allora presidente della Cei e rimasto potentissimo, anche se da un anno la Conferenza è guidata da Angelo Bagnasco. Il reggiano Ruini fece conoscere e sposò Prodi e Flavia, né fu assistente, ma ruppe per sempre quando, dopo il crollo della Dc, chiese all’allora discepolo di guidare la rinascita di un partito cattolico. Ottenendo un rifiuto da colui che già pensava all’Ulivo. Prodì rivendica quel “cattolico adulto” con cui si definì quando andò a votare nel referendum sulla fecondazione assistita. Non rispettando – pur votando da cattolico osservante – la chiamata di Ruini all’astensione. Richiamandosi piuttosto a De Gasperi che disobbedì a Pio XII che voleva l’alleanza Dc-Msi al Comune di Roma.

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7 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/benedettoxvi-21/leader-cei/leader-cei.html