Archivio | giugno 8, 2008

Razzisti? Un manuale per provare a smettere

bleahhhBorghezio, indicato dalla freccia

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da Wikipedia:

Mario Borghezio (Torino, 3 dicembre 1947) è un avvocato e uomo politico italiano

Prima di militare nella Lega Nord ha avuto esperienze sia nel movimento monarchico che negli ambienti dell’estrema destra extraparlamentare. Ha affermato di avere militato da giovane nel movimento Giovane Europa (un movimento estremista rivale di Ordine Nuovo, il cui leader era Jean Thiriart e a una cui riunione partecipò Renato Curcio). [1] Ha partecipato in tempi recenti ad alcuni convegni internazionali dell’estrema destra.

Borghezio è membro della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Nel 1993 è stato condannato a pagare una multa di 750.000 lire perché responsabile di aver picchiato un bambino marocchino.

Il 19 ottobre 2005 è stato condannato in via definitiva a due mesi e venti giorni di reclusione[3], commutati poi in una multa 3.040 euro, perché responsabile dell’incendio, aggravato da finalità di discriminazione, appiccato ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte a Torino nel 2000.

Tra le sue “azioni” anche un’incursione su un treno fermo in stazione, durante la quale, con il sostegno di alcuni militanti leghisti, ha spruzzato disinfettante sulle poltrone dove erano sedute delle donne extracomunitarie.

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Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe successo così in fretta. I campi rom incendiati, il reato di immigrazione illegale, le espulsioni per i richiedenti asilo, le ronde. E quest’aria avvelenata che ha prima suscitato allarme dei nostri vicini spagnoli, poi quello di Amnesty International, dell’Onu e, infine, anche del Vaticano. Troppe cose e troppo in fretta per attribuirne la responsabilità al risultato elettorale. Il nuovo clima politico può aver contribuito a far cadere certi pudori, può aver fatto sentire legittimati i vari giustizieri fai-da-te, ma un paese non cambia da un momento all’altro. Il fatto è che, come spesso “glialtrinoi” ha sottolineato, siamo il paese dei “norapperi”, i “non razzisti però…”. La novità è che negli ultimi mesi quel “però” è diventato enorme perché ognuno l’ha nutrito col proprio malessere.

Un libro appena uscito per Laterza, fin dal titolo – “Sono razzista ma sto cercando di smettere” – enuncia il problema e, nel contempo, suggerisce un percorso per uscirne. I due autori, Guido Barbujani e Pietro Cheli, sono rispettivamente un docente di genetica e un giornalista. Hanno messo assieme le loro competenze per svolgere una pacata riflessione sul “però” e hanno raggiunto una conclusione spietata: non basta aver ragione, non bastano i buoni argomenti.

Per esempio, la ragione
(la scienza) ha da tempo escluso la possibilità di dividere l’umanità in razze. Quelli che negli ultimi tre secoli ci hanno provato, da Linneo alla polizia inglese, passando per il nostro Biasutti, hanno proposto una tale varietà di classificazioni (da tre diverse razze fino a più di cinquanta) da aver ottenuto il solo risultato di dimostrare l’impossibilità dell’impresa. Verrebbe da sorridere nel leggere dei “negroidi” e dei “tartari”, dei “caucasici” e degli “australoidi”, dei “melanesiani” e dei “lapponi”, se dopo non si scoprisse che il pregiudizio razzista resiste a dispetto di tutto. E non solo tra le reclute delle ronde anti-immigrati ma anche nel mondo scientifico. E’ di pochi mesi fa l’intervista al “Sunday Times” del premio Nobel James Watson che (salvo poi, come un qualunque politico italiano, sostenere di essere stato frainteso) si è detto pessimista sul futuro dell’Africa per via della “dimostrata” minore intelligenza dei neri.

La ragione non basta.
Perché anche quando si condividono le conclusioni della scienza, anche quando si riconosce che non esistono differenze biologiche profonde tra gli abitanti della terra, si possono comunque trovare dei nuovi motivi per negare che ogni uomo ha gli stessi diritti degli altri uomini. D’altra parte, come dice Malek Boutih (riprendendo un analogo concetto espresso da Primo Levi a proposito del fascismo) il razzismo del Ventunesimo secolo non potrà mai essere lo stesso del secolo precedente.

Quello contemporaneo, alimentato dalla diffusione sistematica della paura, assume forme molteplici. A volte si cela dietro il “buon senso” degli amministratori che negano la residenza agli immigrati indigenti, altre volte invece si manifesta nella violenza verbale. “I bambini delle elementari, i ragazzi delle medie – scrivono gli autori di questo manuale per non diventare peggiori – stanno crescendo in un paese in cui le manifestazioni verbali di razzismo sono diventate comuni”. Il nuovo razzismo si nasconde anche nella proliferazione dei sensatissimi “però” che ognuno di noi, nella vita quotidiana, sente pronunciare, a volte pronuncia, a volte pensa.

Barbujani e Cheli indicano un percorso, non propongono una terapia. Se non quella che già si comincia a praticare con la lettura del loro libro: il ragionare, il distinguere, il porsi il problema. “Noi speriamo – concludono – che questo libro possa essere un po’ di aiuto a chi, moderatamente razzista come noi ma come noi molto scontento di esserlo, sta cercando di smettere”.

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glialtrinoi@repubblica.it

(8 giugno 2008)

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fonte: http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/manuale-razzismo/manuale-razzismo.html

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Sono razzista, ma sto cercando di smettere Novita

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Guido Barbujani, Pietro Cheli

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€ 10,00
Editore
Laterza
Collana
Saggi tascabili
Anno
2008
Pagine
133
Lingua
Italiano
EAN
9788842086604
Spedizione in:
1 giorno lavorativo

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razzismo targato Lega

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Test d’Associazione Implicita

Inconsapevolmente razzista? Scoprilo con il test di associazione implicita

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di Giulietta Capacchione

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Da anni gli psicologi sociali dibattono sull’esistenza di preferenze razziali, etniche, sessiste etc. che gli individui non saprebbero di possedere e che sarebbero capaci di negare in totale buona fede.
Per scovarle esiste un test divenuto particolarmente popolare: l’ IAT (Implicit Association Test) introdotto nel 1998 e utilizzato da allora in più di 250 studi scientifici.
I suoi creatori e maggiori fautori sono Anthony G. Greenwald dell’ Università di Washington a Seattle, Mahzarin R. Banaji della Harvard University, e Brian A. Nosek dell’ Università della Virginia a Charlottesville.
L’ IAT misura la facilità/rapidità con cui le persone associano parole o immagini rappresentanti alcuni gruppi sociali ( bianchi vs neri o donne vs uomini) con parole dal significato positivo o negativo. Nella versione “Razza”, ad esempio, i partecipanti hanno a disposizione due tasti su una tastiera uno a destra e uno a sinistra.

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In cima allo schermo appaiono 4 categorie: “Facce di colore” + “Positivo” e “Facce di bianchi” + “Negativo”. Al centro compaiono alternativamente foto di volti (bianchi o neri) o parole il cui significato è dichiaratamente attribuibile alle due categorie di Positivo e Negativo. Il compito consiste nell’attribuire alla categoria appropriata l’elemento stimolo e di farlo il più velocemente possibile. Molti volontari, mentre fanno il test, realizzano che è più facile il collegamento fra facce nere e parole sgradevoli o facce bianche con parole gradevoli piuttosto che il contrario.
Greenwald e i suoi collaboratori supposero nel 1998 che più veloci fossero le associazioni, più marcata era la preferenza inconscia per un determinato gruppo sociale.

Da allora, dei circa 3 milioni di testati nel mondo, più dei tre quarti (appartenenti ad etnie bianche e asiatiche) ha evidenziato un’inconscia tendenza a valutare i bianchi meglio dei neri. La maggiorparte dei tester esibisce implicite inclinazioni per il giovane contro il vecchio e un favore per gli uomini a svantaggio delle donne.
Una review di 61 studi condotta dallo psicologo della Yale University T. Andrew Poehlman ha rilevato che i punteggi al IAT funzionano meglio dei self-report nel prevedere i risultati di test di laboratorio: per esempio i bianchi che descrivono sé stessi come non razzisti, ma che mostrano una forte distorsione implicita contro i neri al IAT, sono particolarmente inclini a mostrare comportamenti non amichevoli o rudi verso una persona di colore in un breve incontro in laboratorio.

Le criticità del test
1) Diverse ricerche hanno suggerito che è inizialmente difficile manipolare il test, ma le persone che hanno fatto l’ IAT molte volte, o che ricevono esplicite istruzioni per imbrogliare, possono falsare i loro punteggi.
2) Nessuno sa se e come i punteggi al IAT si applichino a comportamenti rilevanti nella vita reale. Per esempio i ricercatori considerano un punteggio di 1.3 al IAT razziale un’ indicazione di una forte pregiudiziale inconscia contro i neri. Ma non è chiaro se una persona che totalizza 1.3 abbia più probabilità di assumere nel proprio ristorante più bianchi che neri di una persona che totalizza 1.2 o 0,6. La capacità del test di predire comportamenti legati al pregiudizio razziale è tutto sommato relativamente bassa.
3) Non si sa se il range dei possibili punteggi al IAT comprenda l’intero range delle preferenze implicite. Una persona che mostri una distorsione anti-neri può guardare ai neri negativamente e ai bianchi positivamente, oppure a entrambi i gruppi positivamente ma ai bianchi di più, oppure negativamente a entrambi i gruppi, ma ai neri di più. Un punteggio finale non offre nessun aiuto nel distinguere fra queste possibilità.
4) Le attitudini implicite potrebbero avere origine principalmente dagli atteggiamenti verso un singolo gruppo razziale e non da una preferenza di un gruppo su un altro. I punteggi al IAT potrebbero cioè riflettere una tendenza implicita a vedere negativamente i neri, indipendentemente dall’opinione implicita sui bianchi.
5) Secondo lo psicologo Jan De Houwer della Ghent University in Belgio, il punteggio al IAT intercetta la maggiore facilità di fare associazioni positive quando si ha a che fare con categorie sociali familiari. Nel 2001 somministrò un IAT a cittadini inglesi. Essi associavano più facilmente i cittadini britannici (dalla Regina Madre fino a un noto assassino seriale) con le parole gradevoli, mentre associavano a parole sgradevoli cittadini stranieri (da Adolf Hitler ad Albert Einstein!)
6) L’attenzione del IAT sul collegamento fra gruppi razziali a categorie generali “gradevoli” “sgradevoli” può intercettare la conoscenza culturale che si possiede di quei gruppi, come la consapevolezza che i neri sono spesso ritratti negativamente nella cronaca o nei film.
7) In molti casi i punteggi al IAT riflettono reazioni emotive che non hanno niente a che vedere con sentimenti anti-neri. Molte persone reagiscono alle facce o ai nomi di colore con compassione e senso di colpa, una risposta che potrebbe rallentare la loro velocità nell’associare i neri con parole positive.

Insomma, è con tutte queste cautele, con tutte queste precisazioni sulle questioni irrisolte relative al IAT e alle sue potenzialità, che vi invito a provarlo. Potrete trovarne di diverse versioni sul sito dell’ Implicit Project . Ciascun trial dura approssimativamente 10 minuti, sono in lingua italiana e possono essere occasione di divertente introspezione. Enjoy!

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fonte: http://psicocafe.blogosfere.it/2006/05/inconsapevolmen.html

BHOPAL: PER NON DIMENTICARE il più grande disastro chimico della storia.


Fotografie di Raghu Rai (uno dei più grandi fotografi indiani membro dell’agenzia Magnum) per Greenpeace, nonché testimonianze e un monito ad un futuro prossimo per Porto Marghera, qui

La notte fra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di una miscela di gas letali fuoriescono dall’impianto di produzione di pesticidi della Union Carbide a Bhopal, in India. 20.000 morti: è il più grande disastro chimico della storia.

A quasi 25 anni di distanza gli effetti negativi sulla popolazione sono notevoli. Le falde acquifere sono fortemente contaminate e tonnellate di rifiuti tossici sono ancora abbandonati sul posto. Greenpeace è impegnata da anni a monitorare l’area, gravemente inquinata, e a chiedere che la Dow Chemicals – dal 1999 proprietaria della Union Carbide – bonifichi a sue spese il sito industriale, assicuri l’assistenza medica e la riabilitazione ai sopravvissuti e fornisca acqua potabile alle comunità residenti.

Protagonisti degli scatti di Raghu Rai sono i sopravvissuti, che possono oggi raccontare le loro tristi e straordinarie storie e fare in modo che la battaglia per la giustizia possa continuare.

Inaugurazione giovedì 12 giugno ore 20.00 presso il Museo Diffuso della
Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà –
Corso Valdocco, 4.

Interviene Vittoria Polidori, Responsabile nazionale
campagna inquinamento di Greenpeace.

GREENPEACE

Gruppo Locale di Torino

su gentile segnalazione di Andrea (grazie!)

Matrimonio civile per paraplegico dopo il no della curia Viterbo

Il vescovo ha negato in consenso seguendo una norma del diritto canonico. Alla cerimonia presente il parroco

fonte: corriere della sera

VITERBO – Si sono sposati con rito civile in un’ospedale romano un giovane paraplegico e la fidanzata cui il vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli, come sostengono i familiari, ha negato il matrimonio religioso per «impotenza copulativa»: un’incapacità a procreare causata da gravi lesioni riportate in un incidente stradale avvenuto circa due mesi fa. Il matrimonio è stato celebrato questa mattina dal deputato e consigliere comunale Ds di Viterbo Ugo Sposetti, delegato dal sindaco della città Giulio Marini. Accanto agli sposi c’era anche il parroco della chiesa in cui i due si sarebbero dovuti sposare con il rito religioso. Il caso è stato segnalato dal quotidiano «Il Messaggero». Dopo le nozze celebrate all’interno del «Cto» di Roma è stata organizzata una festa nuziale cui sono stati invitati anche degenti, medici e infermieri che assistono lo sposo.

foto da: comune.venezia

LA CURIA: «È STATA DECISIONE CONDIVISA» – «I termini della questione non sono quelli raccontati: a chi di dovere sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende nè da discrezionalità nè dall’intenzionalità dei soggetti»: lo si afferma in una nota diffusa oggi dalla curia di Viterbo in merito alla vicenda della giovane coppia alla quale il vescovo ha negato il matrimonio con rito religioso in quanto lo sposo di 26 anni non potrebbe avere rapporti sessuali per i postumi di un incidente stradale che lo ha reso paraplegico. «Tutto è stato fatto nella condivisione sincera della situazione e con ogni attenzione umana e cristiana – si afferma ancora nella nota della curia – Il precetto d’amore di Cristo è per noi, sempre, norma di vita, nell’ordinario e nello straordinario». In pratica la curia non smentisce il diniego ma lo definisce «condiviso» e, soprattutto, imposto dal diritto canonico, quindi «non soggetto a discrezionalità» o «intenzionalità». Il vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli, afferma che non avrebbe potuto comportarsi in modo diverso da quanto ha fatto. «L’amarezza per il modo inadeguato e pretestuoso in cui è stata presentata la vicenda – conclude la nota della Curia – non fa che aumentare la solidarietà affettuosa per chi è in sofferenza e ricordare che “la verità vi farà liberi”».

07 giugno 2008

Non sono certo la persona più indicata a disquisire sulla faccenda – anche se ovviamente ho le mie idee in merito… – però leggo su pagine cattoliche:

Diritto al matrimonio
Tutti possono contrarre il matrimonio, se non ne hanno la proibizione dal diritto (c. 1058).
Attesa la peculiare rilevanza sociale ed ecclesiale del patto coniugale, esso non è valido senza l’osservanza delle legittime norme sancite dall’autorità civile e, nel caso del matrimonio dei battezzati, dall’autorità religiosa.
Non è sufficiente che a ogni persona, che abbia i requisiti richiesti dal diritto naturale e positivo, sia riconosciuto il diritto teorico a] matrimonio; ma è doveroso per la comunità, sia civile sia ecclesiale, creare le condizioni che consentono l’esercizio del diritto a sposarsi e a formare una famiglia.
E poiché, per esempio, la casa e il lavoro sono condizioni praticamente necessario per sposarsi e formare una famiglia, è grave dovere dei pubblici poteri, di quanti ne hanno la possibilità e della comunità non far mancare quanto condiziona l’esercizio del diritto naturale al matrimonio.
Le restrizioni legali, sia di carattere permanente sia transitorio, possono essere introdotte solamente quando sono richieste da gravi ed oggettive esigenze dello stesso istituto matrimoniale e della sua rilevanza sociale e pubblica (cfr. Carta dei diritti della famiglia, pubblicata dalla Santa Sede, 22 ottobre 1983).
Il matrimonio dei cattolici, anche quando sia cattolica una sola delle parti, è retto non soltanto dal diritto divino, ma anche da quello canonico, salva la competenza dell’autorità civile circa gli effetti puramente civili del medesimo matrimonio (c. 1059).
Il matrimonio dei cattolici, in quanto sacramento e con le relative implicanze e conseguenze, è soggetto alla sola competenza della Chiesa.
Il matrimonio valido tra battezzati si dice soltanto rato, se non è stato consumato; rato e consumato se i coniugi hanno compiuto tra loro, in modo umano, l’atto per sé idoneo alla generazione della prole, e per il quale i coniugi divengono una sola carne (c. 1061, par 1; cfr. Gen 2,24).
Il matrimonio invalido si dice putativo, se fu celebrato in buona fede da almeno una delle parti, fino a tanto che entrambe le parti non divengano consapevoli della sua nullità (c. 1061, par 3).

Sorvoliamo, perché non è questo il punto che mi interessa qui, il discorso, peraltro condivisibile, su casa e lavoro… e torniamo a parlare di matrimonio in senso “stretto”. La fonte è teologia e liberazione

La sacra unione di fatto
di Enzo Mazzi
(da “L’Unità” del 16 aprile 2007)

«Sacra Unione di Fatto», questa è la giusta definizione del modello cristianamente perfetto di ogni famiglia, incarnato da quella che tradizionalmente viene chiamata “Sacra Famiglia”. Potrebbe sembrare una battuta spiritosa e dissacrante. È invece una reale contraddizione teologica irrisolta che il cristianesimo si porta dietro da quando è divenuto religione dell’Impero. Costantino si convertì al cristianesimo ma al tempo stesso il cristianesimo si convertì a Costantino. La nuova religione dovette cioè farsi carico della stabilità dell’Impero accettando di sacralizzarne alcuni capisaldi e fra questi proprio la famiglia. Fu un compromesso fatale.

Il cristianesimo non era nato per difendere la famiglia. Anzi all’inizio fu un movimento di superamento del concetto patriarcale di famiglia. La cultura e la teologia predominanti nella esperienza da cui sono nati i Vangeli è di un “radicalismo etico”, quasi una rivoluzione, che si propone di oltrepassare la cultura e la teologia tradizionali: «Vi è stato detto…, io invece vi dico… » afferma Gesù in contraddittorio con sacerdoti, scribi, farisei. «Si trattò all’inizio di un movimento di contestazione culturale e di abbandono delle strutture della società» (G. Theissen, La religione dei primi cristiani, Claudiana, 2004). Basta pensare alla reazione di Gesù, in un episodio del Vangelo di Matteo: «Ecco là fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “E chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”».

Un orizzonte nuovo di valori universali si apre in realtà nel Vangelo col superamento del concetto patriarcale di famiglia: da tale oltrepassamento nasce la comunità cristiana, la nuova famiglia, “senza padre” o meglio con un solo padre «quello che è nei cieli». «Nessuno sia tra voi né padre né maestro… » dice infatti Gesù.

Se è vero che «la realizzazione pratica dell’etos del diritto naturale non è possibile senza la vita della grazia», come ha sostenuto di recente il teologo della Casa pontificia, Wojciech Giertych al Congresso internazionale sul diritto naturale promosso dall’Università del papa, la Lateranense, se cioè bisogna rivolgersi alle scelte della grazia di Dio per sapere che cos’è la natura, allora bisogna concludere che Dio privilegia “l’unione di fatto” e non la famiglia. Insomma per dirla con parole semplici prima viene l’amore, l’unione, la solidarietà e poi viene il patto, la legge, il codice. Questa sembra l’essenza più profonda della natura umana. Lo dice plasticamente il Vangelo: «Il sabato (cioè la norma) è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».

Il compromesso con l’Impero portò alla attenuazione se non al fatale capovolgimento di un tale etos evangelico.

È questa una intrigante contraddizione per le gerarchie ecclesiastiche del “Non possumus” e della rigida Nota anti-Dico, per i preti, i cattolici e i laici del Family-day.

Una traccia vistosa e significativa di tale contraddizione si trova ancora oggi nel celibato dei preti, religiosi e religiose. Il dogma cattolico mentre considera biblicamente il matrimonio come «segno sacro dell’Alleanza nuova compiuta dal Figlio di Dio, Gesù Cristo, con la sua sposa, la Chiesa», d’altro lato ha bisogno di un segno opposto e cioè la verginità e il celibato per significare «l’assoluto primato dell’amore di Cristo» (cf. Compendio del Catechismo 340-342). Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 338 pone la domanda: «Per quali fini Dio ha istituito il Matrimonio?». La risposta è questa: «L’unione matrimoniale dell’uomo e della donna, fondata e strutturata con leggi proprie dal Creatore, per sua natura è ordinata alla comunione e al bene dei coniugi e alla generazione ed educazione dei figli». Il fine della “generazione/procreazione” fa parte strutturale della natura del matrimonio. Se esclude il fine della procreazione il patto matrimoniale è nullo. Al n. 344 e 345 lo stesso Catechismo dice: «Che cosa è il consenso matrimoniale? Il consenso matrimoniale è la volontà, espressa da un uomo e da una donna, di donarsi mutuamente e definitivamente, allo scopo di vivere un’alleanza di amore fedele e fecondo… In ogni caso, è essenziale che i coniugi non escludano l’accettazione dei fini e delle proprietà essenziali del Matrimonio». Addirittura al n. 347, il rifiuto della fecondità viene additato come peccato gravemente contrario al Sacramento del matrimonio: «Quali sono i peccati gravemente contrari al Sacramento del Matrimonio? Essi sono: l’adulterio; la poligamia, in quanto contraddice la pari dignità tra l’uomo e la donna, l’unicità e l’esclusività dell’amore coniugale; il rifiuto della fecondità, che priva la vita coniugale del dono dei figli; e il divorzio, che contravviene all’indissolubilità».

La contraddizione si avviluppa su se stessa e si incattivisce: Maria e Giuseppe escludendo dal loro matrimonio la fecondità naturale, per amore della verginità di Maria, secondo il Catechismo cattolico compiono un grave peccato.

Il Diritto Canonico conferma il dogma in modo apodottico in vari canoni. Specialmente il canone 1101 sancisce che è nullo il matrimonio di chi nel contrarlo «esclude con un positivo atto di volontà» la procreazione. È in base a queste enunciazioni dogmatiche e normative che il Tribunale della Sacra Rota emette quasi ogni giorno dichiarazioni di nullità del matrimonio, perché anche uno solo degli sposi può provare di aver escluso per sempre la procreazione al momento del consenso matrimoniale. I cattolici che si battono per la difesa e la valorizzazione della “famiglia naturale” e si preparano addirittura a scendere in piazza per scongiurare il riconoscimento delle unioni di fatto e l’approvazione dei Dico molto probabilmente non hanno mai riflettuto su queste contraddizioni, non le conoscono o le allontanano dalla loro coscienza e dall’orizzonte della loro fede. Esse invece sono invece parte integrante della stessa fede.

Vediamo meglio perché. Il Vangelo di Matteo racconta che «Giuseppe, come gli aveva ordinato l’angelo del Signore, prese in sposa Maria che era incinta ed ella, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù». Il dogma cattolico aggiunge che Maria aveva consacrato in perpetuo la sua verginità al Signore e quindi nello sposare Giuseppe aveva escluso in maniera assoluta la procreazione, essendo Giuseppe pienamente consenziente con tale esclusione. “Maria sempre vergine”, nell’intenzione e nei fatti. Così dice il dogma. Chi lo nega è eretico. Ma con questa esclusione positiva ed assoluta della prole, per lo stesso dogma cattolico e per il Diritto Canonico il matrimonio di Maria con Giuseppe è invalido. Maria e Giuseppe erano una coppia di fatto che oggi il Diritto Canonico non può riconoscere come vero matrimonio. Dio nel momento in cui decide di farsi uomo sceglie di crescere e di essere educato da una coppia, Maria e Giuseppe, che per il dogma e per il Diritto cattolico era unita di fatto in un matrimonio non valido e quindi non era vera famiglia: era appunto una Sacra Unione di fatto.

Dietro una spinta così forte proveniente del Vangelo, da anni ci siamo impegnati, come tanti altri, e con forti conflitti, a immedesimarsi nelle discariche umane prodotte nella “città delle famiglie normali”. E lì abbiamo trovato bambini abbandonati per l’onore del sangue, ragazze madri demonizzate e lasciate nella solitudine più nera, handicappati rifiutati, carcerati privati della parentela, gay senza speranza, coppie prive di dignità perché fuori della norma, minori violentati dai genitori, mogli stuprate dietro il paravento del “debito coniugale”. La “misericordia” del Vangelo ci ha imposto di non demonizzare anzi di accogliere la ricerca di forme di convivenza meno distruttive. Per purificare lo stesso matrimonio, non certo per distruggerlo. Quei bambini abbandonati, quelle ragazze madri, quegli handicappati, quei carcerati, quei gay, quelle vittime di violenze intrafamiliari, hanno avuto bisogno di “unioni di fatto”, magari cosiddette “case famiglia”, che se ne facessero carico. Poi anche le famiglie si sono aperte alle adozioni e agli affidamenti. Ma la breccia è stata aperta da “unioni di fatto”.

Fine della famiglia tribale e delle sue discariche? Macché. Nuove emergenze incombono. La competizione globale, questa guerra di tutti contro tutti, riporta a galla il bisogno di mura. Il mondo del privilegio non accetta la condivisione e non ne conosce le strade se non nella forma antica della elemosina che oggi è confusa impropriamente con la solidarietà; conosce molto bene però l’arte dell’arroccamento. E di questo bisogno di blindatura approfittano i crociati della famiglia. Guardando bene al fondo, in nome di che si ricacciano in mare gli extra-comunitari? Sono estranei alla nostra famiglia e alla nostra famiglia di famiglie. La difesa a oltranza della famiglia canonica oggi è fonte di esclusione verso i dannati della terra. L’opposizione al riconoscimento delle nuove forme di solidarietà è nel profondo radice di violenza verso gli esclusi. La crociata contro le famiglie di fatto oggettivamente è egoista, oltre i bei gesti e le belle parole e oltre le stesse intenzioni, al di là delle apparenze. Non basta difendere la famiglia naturale. Bisogna ancora una volta guarirla.

È necessario riscoprire il primato dell’amore e della solidarietà oltre i confini di razza, etnia, famiglia, quell’amore responsabile e quella solidarietà piena che sono sacre in radice e rendono sacro ogni rapporto in cui si incarnano. Bisogna ritrovare le strade dell’apertura planetaria della famiglia, di una famiglia purificata e guarita, già annunciate dal Vangelo, nelle attuali esperienze delle giovani generazione e dei nuovi soggetti, con prudenza creativa, senza nascondersi limiti e pericoli, ma anche senza distruttive demonizzazioni.

Testa d’ambientalista

Riporto fedelmente dal sito

nocoketarquinia che vi invito a visitare perché continua fonte di contro-informazioni molto utili:

Qualche mese fa la stampa ufficiale sentenziava che da un Paese dove Beppe Grillo fa l’economista e Gino Strada il negoziatore non ci si poteva aspettare nulla di buono.

Ma…

In un Paese in cui un comico è più credibile dei vari Brunetta o Tremonti ed un medico riesce ad ottenere risultati laddove il Ministro degli Esteri D’Alema annaspava come un pulcino nella stoppia, effettivamente c’è qualcosa che non funziona.

Ma c’è di molto peggio.

L’Italia è un Paese strano.

In Italia, ad esempio, Buttiglione e Vattimo sono filosofi, Sgarbi è un intellettuale, Taricone un attore, Veronesi e Giugliano grandi scienziati, Vespa e Mentana sono giornalisti, la Carfagna un ministro, la Carlucci un eurodeputato, Veltroni e la Santanchè dei leader politici, Luciani e Cimoli dei manager, Realacci e Testa due ambientalisti.

Se al posto della repubblica avessimo avuto ancora la monarchia, perfino Emanuele Filiberto di Savoia sarebbe diventato re.

L’Italia è forse l’unico Paese al mondo in cui la notorietà genera spontaneamente autorevolezza: più sei illuminato dai riflettori e più puoi sentirti libero di dire ogni sorta di castroneria nella certezza di essere creduto da milioni di allocchi che, dall’altra parte dello schermo, stanno lì a bocca aperta pronti a bere l’imbevibile.

Scriveva Pasolini che gli italiani hanno, nei confronti della televisione, un atteggiamento di totale sudditanza psicologica: è sufficiente far passare un’informazione, sia essa vera o falsa, attraverso lo schermo per trasformarla in dogma agli occhi delle masse.

Ciò fu abbondantemente dimostrato sul piano pratico da un signore che nel 1993 si inventò un bel partito per il bene del popolo e, reclamizzandolo con un’impressionante raffica di spot, in pochi mesi vinse le elezioni ed iniziò subito ad aggiustare le sue magagne giudiziarie e finanziarie.

L’annullamento di ogni differenza sostanziale fra maggioranza e opposizione, e l’esclusione dalla vita politica del Paese di tutte le forze che si ostinavano a mantenere anche una sola parvenza di impianto ideologico, hanno fatto sì che funamboli del nulla assoluto come Sorgi, Facci, Stella, Testa e via dicendo divenissero i padroni incontrastati del cosiddetto “opinionismo”.

E i danni di questa “deriva del nulla”, dal punto di vista culturale nonché, in ultima analisi, anche sociale, sono già facilmente riscontrabili anche se, ancora, difficilmente quantificabili.

L’ultimo saggio di Chicco Testa, ospite ieri sera da Santoro ad AnnoZero, da una parte ha contribuito ad aggiungere disinformazione alla disinformazione dilagante in quanto seminata dai principali mezzi di comunicazione di massa, dall’altra ha fatto emergere il livello di incompetenza, di gretta ignoranza e di dozzinale pressappochismo che caratterizza questi maldestri giocolieri delle mezze verità.

Dopo aver parlato a sproposito per tutta la puntata dimostrando di non avere la minima padronanza della materia su cui, con performante sicumera, stava dissertando – ovvero la gestione dei materiali post-consumo (impropriamente chiamati “rifiuti”) – il Chicco nazionale è arrivato ad affermare che “le ceneri dei termocombustori sono materiali inerti, quindi non pericolosi”.

Abbiamo buoni motivi per credere che un pur minoritario, ma tuttavia consistente coro di pernacchie si sia sollevato all’unisono da più parti del Paese.

Le ceneri e le scorie degli inceneritori, che per peso ammontano a circa il 30% del quantitativo di rifiuti incenerito (esattamente dal 20 al 25% di scorie e intorno al 5% di ceneri) rientrano nella categoria dei cosiddetti rifiuti speciali tossico-nocivi, per cui debbono essere inviate in Germania, dove vengono stoccate in discariche speciali situate in miniere di salgemma abbandonate.

Testa non lo sapeva. Non sapeva nemmeno, mesi fa, che il carbone pulito è un’idiozia, una fantatecnologia da Star Trek con cui qualcuno vuole convincere le popolazioni del Polesine e dell’Alto Lazio che impiantare due megamostri a carbone da 2000 MW non comporterà alcun effetto dannoso per la salute dei residenti, per l’agricoltura e per la pesca. Testa diceva che la Cina e l’India inquinano così tanto che, centrale più o centrale meno, di merda ne respiriamo comunque a tonnellate.

E’ vero. Ma, piccolo particolare, l’umanità si trova a dover tentare di salvare il Pianeta dalla catastrofe, e non di finire di spremerlo come un limone, quasi ne avesse un altro su cui andare a vivere. Questo è un concetto che nella testa di Testa non ha trovato asilo.

Tralasciamo tutto il resto, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Sorvoliamo sui retrofront di questo “ambientalista per professione”, che nel 1987 fu tra i promotori del referendum contro il nucleare ed ora va in giro a raccontare che “non è immaginabile un mondo senza il nucleare”. Sorvoliamo sul periodo di presidenza dell’ENEL, sorvoliamo su tutto.

Un capitolo a sé meriterebbe il suo insigne collega Realacci, altro apologeta dell’ “ambientalismo del sì”, che consiste nell’autodefinirsi ambientalisti e dire di sì a tutti gli scempi possibili ed immaginabili, dagli inceneritori al ponte sullo Stretto, dalla perforazione delle rocce amiantifere della Val di Susa al Mose, tutte “grandi opere” guarda caso targate Impregilo

Ma forse non è un caso che gente come Testa e Realacci vengano chiamati a parlare di ambiente nei salotti televisivi: la loro totale ignoranza in materia ambientale, forse mista a malafede e ad una buona dose di faziosità sviluppista, li rende degni rappresentanti di spicco di un sedicente movimento ambientalista autoreferenziale e trasversale in una penisola dove tutto è a rovescio.

Raoul Mantini

Arriva invece da peacelink questo pezzo, un po’ vecchiotto ma sempre attuale…

Chicco Testa e gli ambientalisti nuclearisti

21 aprile 2006 – Sabina Morandi

Chicco Testa

Chissà se a spingere un ambientalista storico a intraprendere la crociata contro “l’Italia che non vuole crescere” (dal titolo di un articolo di qualche mese fa) conta di più l’esperienza alla presidenza dell’Enel o quella meno nota di membro dell’European Advisory Board del Carlyle Group, il mega-fondo di investimento della famiglia Bush. Certo da Chicco Testa, fondatore 20 anni fa di Legambiente, non ci si aspetterebbe una tale entusiastica adesione per qualunque progetto in cantiere – dai futuristici gassificatori off shore alle vecchie centrali della generazione di Chenobyl che l’Enel ha recentemente acquistato in Slovacchia e che si accinge a completare. Però, dall’insalata energetica del suo editoriale pubblicato ieri da Il Giornale, appare abbastanza evidente la preferenza data alle grandi opere rispetto alle “piccole” iniziative di risparmio energetico e fonti rinnovabili che pure, naturalmente, vengono menzionate. Ma, inequivocabilmente, l’accento cade sull’appello alla “responsabilità bipartisan” da dimostrare, appunto, approvando in tutta fretta la costruzione di gassificatori e centrali nucleari, oltre naturalmente al carbone del quale si auspica un “ricorso più esteso”. Del resto, continua Chicco Testa, non è questo il nocciolo dei progetti energetici proposti da Bush e da Blair ai rispettivi paesi? Quel che c’è di diverso è che in Gran Bretagna, così come negli States, gli ambientalisti di vecchia data non si limitano a fare il tifo ma criticano, indagano e, conti alla mano, smontano le nuove svolte energetiche come ha fatto Franck Vervastro, esperto energetico del Center for Strategic and International Studies che, sul Financial Times della settimana scorsa, scriveva: “E’ molto più facile promettere invenzioni fantascientifiche piuttosto che infastidire i produttori di automobili e altre lobby industriali imponendo loro degli standard di efficienza energetica più elevati”.

Insomma, non è certo un bel modo per ricordare Chernobyl riproporre pari pari la vulgata nuclearista che credevamo definitivamente liquidata dal referendum dell’87. Una vulgata che si basa su mirabolanti tecnologie – come i reattori autofertilizzanti dell’epoca di Nixon o i mai testati gassificatori off shore – e sulla solita esternalizzazione dei costi il che, tradotto in parole povere, significa non conteggiare mai, nel costo di una tecnologia, quello che potrebbe venir fatto pagare ai contribuenti – magari a quelli della generazione successiva come avverrà per le conseguenze ambientali e sanitarie dell’incidente in Ucraina dell’86. Ma lasciamo comunque perdere gli incidenti che i nuclearisti mettono sotto la categoria dei rischi più o meno evitabili – anche se la tecnologia non si è affatto evoluta come si vuole far credere – e facciamoci due conti veri.
Il problema è che alla domanda “quanto costa un chilowattora prodotto con l’energia nucleare?” non si può rispondere limitandosi a fornire le tabelle di una centrale già operativa. Se si vuole essere onesti bisogna aggiungere gli elevatissimi costi di costruzione delle centrali e di dismissione delle stesse – vedi il Superphoenix francese – cui bisogna sommare il prezzo dell’annoso problema dello smaltimento delle scorie.

Perché, diciamocelo, avremo pure “trent’anni di esperienza in più”, come scrive Testa, ma non s’è trovato altro modo per liberarsi delle scorie che seppellirle in qualche cava – Scanzano insegna – oppure esportarle nel Terzo mondo con il solerte aiuto delle mafie internazionali. Le nostre poche scorie, insieme a quelle francesi e tedesche, sono finite fra il Mozambico e la Somalia come Ilaria Alpi qualche anno fa stava per dimostrare. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Su di una sola cosa Chicco Testa ha ragione: il nucleare riduce le emissioni di gas serra – naturalmente escludendo dal conteggio il grande dispiego di energia necessario per la loro costruzione, dismissione e smaltimento scorie… – e il problema del cambiamento climatico, ormai sotto gli occhi di tutti, richiede un intervento tempestivo e globale. Alle preoccupazioni ambientali va aggiunto poi quello del declino della produzione petrolifera – il famoso picco – che rende il prezzo dell’oro nero suscettibile a qualunque evento e soggetto a ogni tipo di speculazione. Si sottovaluta, in questo discorso, che anche l’uranio è destinato ad esaurirsi – di qui a vent’anni secondo quei noti ambientalisti dell’Us Army – e il gas è votato al medesimo destino.

Ci troviamo dunque di fronte a un cambiamento epocale – il superamento dell’età dei combustibili fossili – da affrontare con scarsità di risorse e di strumenti operativi, visto che la furia distruttiva della stagione iper-liberista ha tagliato le unghie a governi e organismi di controllo. Per gestire il passaggio ci saranno insomma pochi soldi e pochi strumenti per monitorarne l’impiego, il che dovrebbe suggerire ai governanti prudenti di spendere poco e bene, possibilmente investendo nelle opere a più alto impiego di manodopera e a più basso impiego di capitale. Ci si aspetterebbe quindi che un ambientalista di razza fornisse una lista delle priorità basata appunto su questi parametri, nella quale dovrebbe svettare al primo posto misure di efficienza energetica come il rifacimento dell’intera rete elettrica nazionale che – Testa lo saprà meglio di chiunque altro – si lascia sfuggire un 15-20 per cento dell’energia che trasporta, ovvero l’equivalente di parecchie centrali. Naturalmente nella lista andrebbero anche le rinnovabili, fermo restando il criterio base che dovrebbe guidare questa sorta di New Deal Ecologico: un chilowatt risparmiato costa sempre meno di un chilowatt prodotto. Utilizzando questi semplici criteri, più economici che ambientalisti, l’energia nucleare non riuscirebbe a piazzarsi nemmeno agli ultimi posti. E’ un ragionamento davvero così disfattista e anti-industriale? A noi sinceramente non sembra proprio. Forse sarebbe però opportuno cominciare a esplicitare di quale sviluppo e quali interessi si stia parlando, se quelli dei grandi gruppi come il Carlyle o quelli dei contribuenti ai quali, finita la stagione del mercato über alles, si chiede nuovamente di aprire il portafoglio.

Rifkin, l’energia fai-da-te così ci salveremo dal nucleare

Le centrali sono una “soluzione di retroguardia” e non risolveranno il problema
Dopo l’incidente di Krsko il guru dell’economia all’idrogeno spiega perché l’Italia sbaglia

di RICCARDO STAGLIANÒ

<b>Rifkin, l'energia fai-da-te<br/>così ci salveremo dal nucleare</b>Jeremy Rifkin
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UNA fatica inutile. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un’inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie a un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. E non c’è neppure bisogno dei campanelli di allarme tipo Krsko per capirlo.

Basta guardare i numeri senza le lenti dell’ideologia. Proprio l’attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell’economia all’idrogeno. Si vedrebbe così che l’uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. “Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?” è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la “terza rivoluzione industriale”.

L’incidente all’impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall’annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa?
“Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell’incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l’amministrazione Jan%u0161a e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana”.

Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?
“Il problema col nucleare è che si tratta di un’energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl”.

Il governo italiano ha confermato l’inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?
“Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell’energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui”.

Un finto argomento quindi quello del nucleare “verde”?
“Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull’ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C’è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia…”.

Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?
“Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all’interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l’area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l’Italia crede di poter far meglio di noi? L’esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili”.

Ecoballe all’uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?
“Stando agli studi dell’agenzia internazionale per l’energia atomica l’uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell’atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani”.

Siamo arrivati così all’ultima considerazione. Qual è?
“Che non c’è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell’acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L’estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l’acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l’erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata”.

Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?
“Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche”.

In che senso? C’è un’energia di destra e una di sinistra?
“Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall’alto in basso, appartiene al XX secolo, all’epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo”.

E il modello democratico, invece?
“È quello che io chiamo la “terza rivoluzione industriale”. Un sistema distribuito, dal basso verso l’alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso “reti intelligenti” come oggi produce e condivide l’informazione, tramite internet.

Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?
“Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c’è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili”.

Ci dica come si affronta questa transizione.
“Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un’opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla”.

Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?
In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni “verdi”. Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia”.

A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un’altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?
“Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l’energia è somministrata da un’entità superiore”.

(7 giugno 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/ambiente/rifkin-idorgeno-italia/rifkin-energia/rifkin-energia.html