Archivio | giugno 9, 2008

COSI’ INCENERIAMO L’ITALIA. E GLI ITALIANI

CI HA SCRITTO, DA LOS ANGELES, IL DOTT. ALDO CARETTI, COMMENTANDO UN NOSTRO POST (QUI). AI PIU’ QUESTO NOME DIRA’ NULLA, MA EGLI E’ UN ESPERTO IN MATERIA DI SMALTIMENTO RIFIUTI. NON SOLO. E’ ANCHE L’INVENTORE DI UN PROCESSO DI SMALTIMENTO PRATICAMENTE NON INQUINANTE E PERFETTAMENTE FUNZIONANTE. TANTO FUNZIONANTE CHE E’ IN GRADO DI PRODURRE ENERGIA PULITA ANCHE PER AUTOTRAZIONE, PURISSIMA, NON NECESSARIA DI RICONVERSIONE..

IL DOTT. CARETTI NON HA SCRITTO SOLO NOI. IN PASSATO, E RECENTEMENTE, SI E’ RIVOLTO A VARI SOGGETTI, POLITICI E NON, PER AVANZARE LA SUA PROPOSTA DI SOLUZIONE AL PROBLEMA ‘MONNEZZA’. IERVOLINO E BASSOLINO COMPRESI, CON RISULTATI ZERO. CHIEDEVA DENARO? NEMMENO PER IDEA. I SUOI IMPIANTI SONO PERFETTAMENTE AUTONOMI ANCHE IN TERMINI DI FINANZIAMENTO E FORSE E’ PER QUESTO CHE NON SONO PIACIUTI. PERCHE’ SERVIVANO PER RISOLVERE IN MODO DEFINITIVO IL PROBLEMA SENZA COSTI AGGIUNTIVI PER LA COMUNITA’, TAGLIANDO, IN DEFINITIVA, GLI ARTIGLI A TUTTI QUEI ‘SOGGETTI’ INTERESSATI ALLA CREAZIONE DI NUOVE ‘DISCARICHE’ E NUOVI (SIC) ‘TERMOVALORIZZATORI. CHE, OVVIAMENTE, ANDAVANO A GUADAGNARCI NULLA.

MA ANCHE IL ‘PECORARO’ NOSTRANO, ALLORA MINISTRO, HA AVUTO NOTIZIA DI TALE PROPOSTA. RISULTATO? SILENZIO DI TOMBA.

VI POSTIAMO DUE PEZZI, IL SECONDO DELLO STESSO CARETTI INVIATO AGLI AMICI DI CAFFE’ NEWS.

E INCAZZATEVI, NE AVETE IL DIRITTO. ANZI, IL DOVERE.

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L’ Italia sotto i rifiuti

Mai titolo di un libro, L’Italia sotto i rifiuti, di Marino Ruzzenenti è stato più profetico
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mercoledì 16 gennaio 2008 di Patrizia Gentilini

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Il libro uscì nel 2004 e dopo 4 anni il nostro povero paese è diventato lo zimbello di tutto il mondo per le note vicende campane. Stiamo assistendo ad un traffico di monnezza senza pace, per terra, per mare e chissà (forse con qualche volo speciale) anche per aria, viaggia in Italia e non solo ed ovunque sia scaricata provoca proteste, disordini, tafferugli.

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Credo che se un economista facesse qualche conto scoprirebbe che tutta questa ”monnezza” ci viene ormai a costare molto di più dei prodotti da cui è stata originata, senza contare i danni alla salute per l’inquinamento proveniente dal suo sversamento illecito, dalla sua combustione, dalle sue contestate trasferte. Come se non bastasse l’esportazione dei nostri prodotti vacilla e forse diventeremo punto di attrazione solo per i turisti masochisti o assetati di horror.

Oltre 14 anni di gestione in regime emergenziale in Campania non hanno risolto assolutamente nulla: la raccolta differenziata a Napoli è calata ( dati APAT) dal quasi 10% nel 2003 al 7% nel 2005 ed anzi, si è aggravato sempre più un problema che non ha assolutamente nulla di “emergenziale” perché in tutti i paesi del mondo si producono rifiuti. Le direttive dell’ UE (Direttive 75/442/CEE e successive modificazioni, 2000/76/CE e 2001/77/CE) hanno fissato una chiara gerarchia dei trattamenti per il loro smaltimento: riduzione, riciclo, riuso, e solo per la quota residua recupero energetico e non solo tramite incenerimento.

E’ ormai ampiamente dimostrato su milioni di cittadini che la semplice adozione del sistema porta a porta ottempera, da solo, ai più importanti obiettivi suddetti: minore produzione di rifiuti pro-capite (mediamente – 20%) in ossequio al primo criterio di prevenzione alla produzione di rifiuti, maggiori rese di raccolta differenziata (fino al +75-80%), in ossequio ai criteri di massimo recupero di materia e di minimo smaltimento; tale metodo si è rivelato inoltre economicamente più vantaggioso, specie per i comuni più popolosi (mediamente – 15%). Lo splendido esempio di Forlimpopoli è sotto gli occhi di tutti. Come trattare poi ciò che residua (20-30%) dalla raccolta differenziata? Quanto andiamo da anni dicendo circa i trattamenti a basse temperature sta scritto negli stessi documenti governativi! Il Rapporto Rifiuti APAT 2006 recita infatti: ”Il trattamento meccanico biologico ha assunto, negli anni, un ruolo sempre più determinante, contribuendo ad una gestione più corretta del rifiuto residuo dalla raccolta differenziata, sia ai fini dello smaltimento finale, sia per la possibilità di impiegare la frazione organica stabilizzata (FOS) prodotta, nella copertura di discariche o in attività paesaggistiche di ripristino ambientale. Una progressiva crescita del settore del trattamento biologico, è, infatti, essenziale ai fini del raggiungimento degli obiettivi della riduzione del conferimento in discarica dei rifiuti biodegradabili [……] Il numero di impianti censiti passa da 116 (di cui in attività 93) a 128 (di cui 109 in esercizio)”. E’ interessante notare che, pur se la quota conferita a tali impianti è in aumento, essi sono ancora ampiamente sottoutilizzati ( per i 2/3 della loro potenzialità a livello nazionale). Altrettanto si può dire anche degli impianti di compostaggio, ovvero degli impianti che prevedono il recupero della frazione organica per fare un compost di qualità; in Italia, sempre secondo i dati APAT 2006, essi sono utilizzati per circa 1/3 della loro potenzialità. Come si spiega tutto questo clamore e questa ennesima vergogna all’ italiana? In questo anche noi ci sentiamo -purtroppo- pò profeti: quando, già diversi anni fa, ci focalizzammo sul problema rifiuti ed individuammo nella anomala, perversa, illegittima equiparazione dei rifiuti a fonte rinnovabile di energia, il movente primo del piano scellerato che si andava attuando in Italia. La campagna mediatica di queste settimane che individua nella carenza di “termovalorizzatori” le ragioni della crisi campana ha chiarito anche ai più sprovveduti che la crisi napoletana è del tutto strumentale per fare passare nel nostro Paese l’incenerimento come metodo prioritario per la soluzione del problema rifiuti, capovolgendo ciò che l’ UE raccomanda, a tutto danno dei cittadini, della salute e dell’ambiente.

A questo proposito è davvero un peccato che accanto al negativo esempio della Campania con gli eccessi di diossine nelle greggi e non solo, non si parli altrettanto di quanto succede a Brescia, sede di un inceneritore da 800.000 ton/anno, di norma additato come modello da seguire. Le cose stanno davvero così? Del tutto recentemente a Brescia nel latte di aziende dei dintorni della città si è scoperta una presenza di diossine fuori norma: danni economici e di immagine nonché, ovviamente, rischi per la salute. A Brescia si nota inoltre un’elevatissima incidenza di tumori al fegato – in inquietante analogia con la Campania- anche se il locale Registro Tumori è sollecito nel rassicurare sostenendo, senza dati verificabili, che ciò è imputabile all’eccesso di epatiti e di consumi di alcool (Giornale di Brescia, 10 novembre 2007). Peccato che l’ing. Renzo Capra, presidente di Asm, faccia parte del Comitato scientifico del Registro Tumori dell’Asl, di cui è anche finanziatore.

Inoltre il megaimpianto di Brescia ( 800.000 tonnellate/anno ) ha una potenza pari ad un decimo di una normale centrale turbogas; il costo impiantistico per MW installato è 5-6 volte quello di una centrale turbogas; la resa è di circa 20% del potere calorifico presente nei rifiuti contro un 55% di una centrale turbogas; la poca energia ricavata è annullata dallo spreco di altri materiali preziosi (5-6 mila tonnellate di ferro; 6 mila tonnellate di alluminio; centinaia di tonnellate di rame, ogni anno nelle ceneri, nel caso di Brescia). Per enfatizzare i risultati Asm dà i numeri in chilowattora (570 milioni), facendo finta di non sapere che l’unità di misura, fuori dal domicilio privato, è il gigawattora (milioni di KWh) o il terawattora (miliardi di KWh).

Si sostiene che vengono risparmiate 470 mila tonnellate l’anno di emissioni di CO2. ma non si dice che il confronto viene fatto con la discarica e non con il riciclaggio, che consente risparmi di emissioni di CO2 tre volte superiori. Ma ancora, a Brescia si “finge” di fare la raccolta differenziata: ma questa viene annullata dal continuo aumento della produzione dei rifiuti; in 10 anni, da quando funziona l’inceneritore, il rifiuto indifferenziato da smaltire è sempre rimasto pari a 1,1 Kg/giorno/pro capite, 5-6 volte superiore a quello indifferenziato dove si fa la RD “porta a porta” con tariffa puntuale (es. Consorzio Priula Treviso). Credo che sia ormai chiaro per tutti che una seria raccolta differenziata col metodo porta a porta è inconciliabile con l’ esistenza di un “termovalorizzatore” che per sua stessa natura deve bruciare di tutto e di più ed anzi, tanto più brucia tanto più fa guadagnare al proprio gestore.

Non sembri una eresia, ma lo smaltimento dei rifiuti, che al momento appare come un problema gigantesco, è, fra tutti i problemi del nostro tempo, il più semplice e rapido da risolvere, nonché quello che immediatamente arrecherebbe vantaggi economici, occupazionali e non da ultimo anche sociali, se solo, finalmente, amministratori e politici si decidessero ad ascoltare i medici, i cittadini, i comitati, chi, senza alcun conflitto di interesse e solo per passione civile, prosegue in questo impegno.

Forse bisogna davvero toccare il fondo come abbiamo toccato per capire che si può uscire dal tunnel, dimostrare che l’ingegno, la fantasia, la volontà degli italiani sono in grado di fare diventare quello che sembra un flagello una grande opportunità di lavoro e di innovazione. Non vorremmo però che l’assordante silenzio delle istituzioni alle nostre proposte consolidasse il dubbio che le soluzioni da noi indicate hanno imperdonabili difetti: sono troppo semplici e soprattutto troppo poco dispendiose. Al punto in cui siamo è davvero una supplica quella che facciamo: per favore ascoltateci!

Riempire l’Italia di inceneritori non risolverà i problemi, ma li aumenterà e, come ha scritto di recente il Prof. Alberto Lucarelli – Ordinario di Diritto Pubblico all’ Università Federico II di Napoli – ci fa guardare all’ indietro, all’età del fuoco, e non avanti.

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fonte: http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article1520&lang=it&debut_articles_rubrique=75

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COSI’ DISTRUGGO LA SPAZZATURA SENZA INQUINARE L’AMBIENTE

Gennaio 21, 2008

DI ALDO CARETTI

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Egregio Dott. Marfella,

In merito al suo articolo publicato su “Caffenews” ( vedi QUI e QUI ) mi permetto farle osservare che: le sue dichiarazioni sono esatte, io ritengo che dovrebbe invece rivedere il concetto di pericolosita’ degli inceneritori in merito alla loro capacita’ produttiva.Gli inceneritori sono nocivi in senso assoluto indipendendemente dal totale rifiuti trattati. Il decantato inceneritore di Brescia e’ inquinante ed ha procurato una sanzione all’Italia, ma su questo si tace, si parla invece di premio messo in palio dal costruttore dell’impianto tramite un prestanome USA(Sic)Come Lei avra’ notato ormai tutti i politici indistintamente dal colore spingono per tecniche superate da decenni e in disuso. Negli USA negli ultimi anni sono state rigettate 300 domande, mentre sono stati chiusi 500 impianti. N.Y.produce 44,500 tn.di rifiuti al giorno ed e’costretta ad inviare in altri stati i suoi rifiuti con una spesa notevole. Le lobby dell’incenerimento vogliono il monopolio assoluto e intendono a tutti i costi imporre gli inceneritori e continuare con le discariche sovraccaricando quelle gia’ sature e spostando i rifiuti da un luogo all’altro senza risolvere il problema, per ora e per il futuro. Il conto fatto da lei per esporre stategie e trucchi va bene, io ho fatto presente a chi di dovere che affrontare il problema come proposto potrebbe offrire garanzie zero in quanto la differenziata e’ un obbiettivo da raggiungere, solo allora la percentuale raggiunta potra’ essere contabilizzata. Al momento anche questa dopo gli investimenti notevoli e’ stata un’altro fallimento eclatante. La Campania produce 10,000 tn al giorno, se non erro, quindi al momento si trova in una situazione ben delineata. Il totale di 3,650,000 di rifiuti anno fa rabbridire per vari motivi. Sono sparpagliati in vari siti provvisori (sic) e alla produzione rifiuti del 2005/2006/2007/e si aggiungera’ comunque quella del 2008 per un totale di ton 14,600,000(appx). Poi c’è il caso Fibe, poi i rifiuti abbandonati per le strade, quelli scaricati legalmente e illegalmente sul territorio, la quantita’ tenuta segreta negi impianti CDR.
Questo e’ il quadro quasi reale della Campania, ma e’ ancora peggiore ed ieri la Tv ha mostrato riprese dall’elicottero raccapricianti. Non dimentichiamo la quantita’ incalcolabile di rifiuti nelle sovraccariche discariche che necessitano di bonifica, in questo secolo, non nei prossimi. Situazione apocalittica. La Campania ha bisogno in breve termine di impianti ecologici, che superino tutti gli standard richiesti per la sicurezza e la salute, di congettura moderna ovviamente sconosciuti alla classe politica italiana (ritengo). Quando si propaganda l’immagine dei migliori inceneritori (soliti) si parla di diossine e fumi. Perche’ nn si parla delle pericolosissime polveri sottili per le quali si aggira l’ostacolo affermando che ci si attiene alle normative? Perche’ le autorita’ non richiedono test che affermino questo, perche’ non esistono gli strumenti di controllo? Si potra’ arrivare a programmare un piano se a questa immane tragedia potranno partecipare anche industriale e non solo i gia’ prescelti dalle classi politiche. I rifiuti della Campania sono una vergogna internazionale. Esistono gia’ i mezzi ecologici da approntare per gli stessi tempi per quanto dovrebbe essere pronto “IL MUSEO DEGLI ERRORI”. Le tecnologie che noi stessi offriamo da oltre cinque anni sono in grado di trattare tutti i rifiuti, di qualsiasi tipologia siano.Trasformiano al 99,9999% di quanto trattato con il risultato di aver eliminato completamente le discariche, non credo sia poco. Ho offerto anche il finanziamento totale per questa iniziativa, ho sempre fatto presente che chiunque disponga di meglio si faccia avanti, silenzio assoluto.Chediamo di essere ascoltati,mentre di risposte non c’e’ alcun segnale. Ho sottoposto anche un’ottima soluzione provvisoria in mancanza delle discariche confezionando sotto vuoto e riducendo almeno di 3/3 il volume dei rifiuti in maniera da potere conservare senza odori o perdite di percolato e altro fino ad un periodo da 5 anni in maniera da poter successivamente ottenere energia elettrica. Assolutamente nulla. Sono pronto ad uleriori informazioni tecniche se potessero essere di aiuto alla causa. Un riscontro sara’ gradito.

Aldo Caretti*
The Caretti Family Group Inc.President & Ceo
Provider Clean Electricity Generation
Los Angeles – Rome – Geneva – Hong Kong-Brasil-Mexico-
Tel: (310) 316.7883

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*Un ritratto di Aldo Caretti da un articolo di Patrizia Capua per La Repubblica del 6 Febbraio 2007

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COSI DISTRUGGO LA SPAZZATURA SENZA INQUINARE L’AMBIENTE

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Dal Vomero agli Usa la storia di un imprenditore che propone un nuovo impianto

di Patrizia Capua (da Repubblica del 06/02/2007)

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Aldo Caretti è un imprenditore vomerese settantenne, “emigrato” da 30 anni a Los Angeles. Dagli States dove guida la sua holding non ha mai abbandonato Napoli. Ci torna di continuo, per dedizione e per affari. Prima di De Laurentiis, era stato sul punto di acquistare la squadra di calcio, ma la trattativa a cui avevano preso parte anche amministratori del Comune, è sfumata. Ora prova con lo smaltimento dei rifiuti. Dopo un lavoro di anni, la collaborazioni di autorevoli esperti negli USA, ha ottenuto un brevetto internazionale per quattro tipi di impianti di trattamento della spazzatura. “Tutti quanti quasi a zero emissioni” e, comunque- spiega- molto al di sotto dei limiti fissati dalle norme”. Che propone? “La Campania ha subito danni ecologici che difficilmente si potranno riparare. Ci tengo a fare qualcosa, a lasciare un segno, da nostalgico, non sopporto la mortificazione di vedere sui giornali americani le foto di Napoli ogni volta sommersa dalla spazzatura”. Il suo è un business, in cambio cosa chiede? “Non ho mai chiesto soldi, ho una tecnologia innovativa. Ci tengo a dare un aiuto. Ricorro al project financing. Prova ne sia che ho raggiunto un accordo con il Comune di Casandrino. Sarà il primo impianto in Europa, per ora piccolo, da 25 tonnellate al giorno, ma con pratiche accellerate, può arrivare fino a 100 tonnellate. Un altro siamo pronti a realizzarlo ad Alife, in provincia di Caserta. Altri cinque li ho già realizzati all’estero.

In che cosa consiste questa tecnologia? “Lavoriamo i rifiuti e ne otteniamo energia elettrica, o fertilizzanti, o vapore che viene trasformato in energia, o gas per autotrazione, purissimo, già usato su autovetture a gas senza bisogno di conversione. Per noi è la benzina del futuro”. Perchè Casandrino? “Prima di tutto pensavo a Napoli, un progetto di smaltimento in grande stile. Ho provato a parlare con il sindaco Iervolino, con il governatore Bassolino.Non mi hanno ricevuto. Poi ho saputo che una quarantina di aziende iscritte alla Confapi volevano lasciare per protesta l’area industriale di Casandrino dove erano insediate perchè era un enorme sversatoio.Mi sono fatto avanti e il sindaco e l’amministrazione comunale hanno accettato la sfida”.

Quanto costa l’impianto? “Dai 20 ai 22 milioni di euro, dipende dalle dimensioni. Io suggerisco piccoli impianti indipendenti,per ogni Comune”. Occorre preventivamente che si faccia la raccolta differenziata? “Se arriva il rifiuto indifferenziato, la separazione è compito dell’impianto stesso, non abbiamo alcun residuo da buttare in discarica. Trasforma tutto e nulla va in atmosfera.” E le discariche, allora, diventano inutili? “La ricerca, tra l’altro nei luoghi più improbabili, è soltanto un palliativo. Non servono a niente”. E il termovalorizzatore di Acerra? “Per carità, una tecnologia di dieci anni fa, come ho spiegato, del tutto superata”. Dove costruisce i suoi impianti? “Il cuore negli States, il resto nelle Marche”.

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fonte:http://caffenews.wordpress.com/2008/01/21/da-los-angeles-una-lettera-per-i-lettori-di-caffe-news-cosi-distruggo-la-spazzatura-senza-inquinare-lambiente/

DILIBERTO: GRAVE ATTACCO AL SITO DEL QUOTIDIANO ONLINE

Roma 9 giugno 2008

In queste ore il sito del nostro quotidiano online, larinascita.org, è oggetto di un attacco telematico da parte degli hacker. Nell’esprimere tutta la mia solidarietà alla redazione, denuncio con forza questo grave tentativo di danneggiare uno strumento di informazione libera e democratica come è il nostro quotidiano online. Questo episodio si aggiunge ad uno simile che ha interessato il mese scorso il sito del partito. Non vorremmo che si tentasse con gli strumenti dell’attacco informatico di far tacere la voce dei comunisti ed ostacolarne l’azione: assicuriamo tutti che non sarà così.

fonte: PdCI – ufficio stampa

Aggiornamento del 10 giugno, fonte:

Hanno tentato di distruggere il nostro quotidiano online

Attacco squadrista di hacker per cancellare la nostra voce. Scomparso il sito dalle 14.00 di ieri. Oggi siamo di nuovo in rete

Dal primo pomeriggio di ieri, come certamente avete visto, eravamo scomparsi da internet. Per tutto il pomeriggio e la notte era impossibile collegarsi con il quotidiano

Da questa mattina tutto è di nuovo tornato alla normalità con una complessa operazione telematica che ha ricostruito il sito e la sua funzionalità. Appena ci siamo accorti di essere oggetto di un vero e proprio attacco squadrista abbiamo comunicato alla stampa quanto avveniva e contemporaneamente con i nostri tecnici abbiamo provveduto a salvare la struttura del sito e renderla funzionale nel più breve tempo possibile.

L’attacco che abbiamo subito si inquadra nel clima di stretta autoritaria inaugurata dal nuovo governo  che dà forza e impunità a squadristi che tentano di eliminare la voce di ogni forza di opposizione di sinistra, come la nostra. Il quotidiano online del Pdci è una voce scomoda che va riportata al silenzio. Il direttore del quotidiano online e il Segretario del Pdci ieri in due comunicati stampa hanno denunciato all’opinione pubblica e agli organi di informazione la gravità dell’attacco che abbiamo subito che ha tutti i connotati di un attacco di stampo fascista alla informazione del Pdci e più in generale alla libertà di stampa e di informazione.

Parecchi giornali riportano oggi la notizia dell’attacco dal Manifesto al Corriere della Sera, al Giornale, a tanti altri quotidiani. La redazione di Rinascita online ha ricevuto decine di mail di solidarietà da compagni e semplici cittadini indignati. Noi li ringraziamo tutti per l’affetto che ci hanno mostrato.

E aggiungiamo che non ci faranno tacere. Già oggi siamo in rete con una forza maggiore di quella di ieri al servizio dei lavoratori, dei deboli, dei senza voce, di quanti si battono contro ogni ingiustizia e per  un’Italia antifascista, democratica, repubblicana.

(10.06.08)

Ad Ichino l’articolo 18 non piace proprio!

«Far cadere il tabù dell’articolo 18». Il senatore critica le proposte dell’esecutivo

ROMA – «Se il sindacato e il centrosinistra non avranno il coraggio di far cadere il tabù dell’articolo 18, qualsiasi opposizione al programma del ministro Sacconi di deregulation e di liberalizzazione dei contratti a termine sarà perdente. Se si vuol combattere davvero il precariato permanente e offrire ai giovani una vera eguaglianza, occorre disegnare un modello di rapporto di lavoro a tempo indeterminato per tutti, ma più flessibile». Pietro Ichino, neosenatore del Pd e giuslavorista riformista, va dritto al cuore del problema.
Però, nemmeno il ministro del Welfare Sacconi, che pure sabato a Santa Margherita Ligure ha picchiato duro sulla necessità di liberalizzare, ha posto la questione dell’articolo 18.
«Certo: perché anche il centrodestra ha interiorizzato il tabù per cui “chi tocca lo Statuto dei lavoratori muore”. Così il governo torna a puntare a un allargamento degli spazi di flessibilità nella zona non protetta, quella del precariato. Il Pd deve stare attento a non ripetere l’esperienza disastrosa della quattordicesima legislatura: un’opposizione di retroguardia, priva di una strategia efficace contro il dualismo e l’apartheid fra lavoratori di serie A e serie B».
E lei quale strategia di opposizione propone?
«Per opporsi al consolidamento del dualismo fra protetti e non protetti, l’unica strategia efficace è puntare, per tutte le nuove assunzioni, su di un nuovo modello di rapporto di lavoro a tempo indeterminato, capace di dare alle imprese la flessibilità di cui hanno bisogno, ma recidendo alla radice il fenomeno del precariato permanente».
Questa è l’idea del «contratto unico di lavoro» di Boeri e Garibaldi; che però non è stata recepita nel programma elettorale del Pd.
«Lì era indicato il modello della “migliore flexicurity europea”; nel manifesto sulle politiche del lavoro si parla di “coniugare il massimo possibile di flessibilità per le strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza per i lavoratori”. Ora l’uscita del ministro Sacconi costringe il Pd ad accelerare i tempi del suo dibattito interno su come concretare questa scelta programmatica; la proposta di Boeri e Garibaldi indica una soluzione, ma ci sono anche altre varianti sul tappeto».
Ma tutto poi finisce alla riforma dell’articolo 18…
«Chiariamo bene: l’articolo 18 dovrebbe continuare ad applicarsi per i licenziamenti disciplinari e contro quelli discriminatori, o per rappresaglia. È sui licenziamenti per motivi economici od organizzativi che occorre introdurre una tecnica protettiva diversa, di tipo nord-europeo».
I critici sostengono che occorrono molti soldi. Che non ci sono.
«Il costo di un sistema integrato di sostegno robusto del reddito e di riqualificazione dei lavoratori, affidato a enti bilaterali, potrebbe benissimo essere accollato interamente alle imprese, come contropartita della maggiore flessibilità che si offre loro».
Quanto costerebbe?
«Per i primi mesi il costo è zero, perché la nuova disciplina si applica solo alle nuove assunzioni. A regime il costo medio si colloca intorno allo 0,5 per cento del monte salari. Ma si può applicare un meccanismo bonus/malus che faccia lievitare il contributo a carico delle imprese che ricorrono di più al licenziamento per motivo economico e lo faccia ridurre per le altre».
Secondo lei è davvero possibile che il Pd faccia propria una scelta di questo genere?
«Non ho la sfera di cristallo. Ma il Pd è nato proprio per voltar pagina rispetto ai tabù della vecchia sinistra. Se vuole evitare il rischio mortale di riproporre battaglie di retroguardia il Pd deve guardare avanti».
Resta il fatto che tutti i sindacati si oppongono a toccare l’articolo 18.
«Dovrebbero chiarire a che titolo si oppongono. Il nuovo regime si applicherebbe soltanto per le assunzioni operate d’ora in avanti; riguarderebbe dunque soggetti che oggi nessun sindacato rappresenta. Per questi, le nuove leve, sarebbe un evidente miglioramento. Per chi già lavora regolarmente non cambierebbe nulla».
Cosa ne pensa della proposta della Guidi sul contratto su misura?
«Nella fascia alta della forza-lavoro quel contratto c’è già. E al “diritto del lavoro maggiorenne” di cui ha parlato Federica Guidi venerdì ho dedicato un libro dodici anni fa, sostenendo che a questo occorre puntare. Nella fascia bassa, però, lo standard collettivo minimo è ancora necessario. E, poiché la condizione dei più deboli sta peggiorando, è urgente una detassazione dei redditi di lavoro più bassi ».
Domani si apre il negoziato tra le parti sociali. Hanno ragione le imprese a voler ridurre il contratto nazionale per far spazio a quello aziendale?
«Il problema è che la contrattazione aziendale oggi copre solo metà della forza-lavoro: smagrire quella nazionale rischia di ridurre lo standard di trattamento per l’altra metà, dove di fatto si applica solo questo. Ridurre lo standard proprio mentre tutti concordano sulla necessità di aumentare le retribuzioni più basse è poco proponibile ».
Lei cosa suggerisce?
«L’ideale sarebbe una soluzione alla tedesca: se si sostituisse il contratto nazionale con dei contratti riferiti a due o tre macro-regioni, al centro- nord ci sarebbero spazi assai più ampi per combinare i due livelli; e al sud si potrebbe adattare lo standard alle esigenze di sviluppo di zone in grave difficoltà. Ma in Italia riforme di questa portata richiedono anni per essere metabolizzate».
Una alternativa più praticabile?
«Un contratto nazionale che preveda un premio di produttività riferito al valore aggiunto realizzato in ciascuna azienda. Un premio che potrebbe essere interamente sostituito mediante la contrattazione aziendale. Un’altra soluzione è che si stabilisca una percentuale – per esempio il 15 o il 20% dello standard nazionale, lasciandola disponibile ai livelli inferiori».
Un suo pronostico sulla trattativa che parte domani?
«È un negoziato molto difficile; anche perché da entrambe le parti c’è un consistente partito che preferirebbe il non-accordo. Lo spazio per l’intesa, se c’è, è molto stretto».

Roberto Bagnoli
09 giugno 2008

fonte: corriere-economia

Palermi: Art. 18. Proposta Ichino subalterna alle ragioni delle imprese

Roma 9 giugno 2008

Non condivido la proposta che Ichino formula sul Corriere della Sera. Non mi sfugge che tenti di interrompere, a suo modo, la spirale perversa del precariato. Lo fa proponendo alle imprese uno scambio pericoloso sui nuovi assunti: tu li assumi a tempo indeterminato, io ne peggioro le condizioni di lavoro concedendo la cancellazione dell’art. 18 dello Statuto, ti do cioè la possibilità di licenziarli quando vuoi. Brutta roba. Fra l’altro si creerebbe un doppio mercato del lavoro perché gli attuali lavoratori conserverebbero l’art. 18 mentre i nuovi assunti non lo avrebbero. Quanto reggerebbe? Nel giro di un breve tempo nessun lavoratore avrebbe più la tutela dell’articolo 18. Nella proposta di Ichino c’è una subalternità molto pesante nei confronti delle ragioni e della forza dell’impresa. Non a caso è stata immediatamente applaudita da Emma Bonino.

fonte: ufficio stampa PdCI

Marias: brutta e povera Italia che non sa più essere solidale

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9 giugno 2008

LA REPUBBLICA – Cronache

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ALESSANDRO OPPES, MADRID — «Un paese cupo, antipatico, di cattivo umore, che ha perso il senso della solidarietà, e dove persino, l’espressione può sembrare un po’ forte, emerge qualche sintomo di razzismo». Javier Marías lo dice con rammarico, ma ne è profondamente convinto: la “decadenza” italiana è un dato di fatto secondo l’autore della trilogia Il tuo volto domani . E nasconde una minaccia che lo scrittore non ha timore a sintetizzare in una sola parola: «Fascismo».

In un articolo pubblicato su El País, lei parla di una “brutta e povera Italia”. Che paese è l’Italia che lei ha conosciuto, e che ora rimpiange? «I miei primi viaggi risalgono agli anni Ottanta. Andavo a Venezia, e lì ho trascorso diversi periodi di vari mesi: in tutto un paio d’anni. Ma poi ho continuato a visitare il paese, spesso, fino ad oggi. L’Italia mi piace moltissimo, posso dire che — fuori dalla Spagna — è il paese dove mi sento più a mio agio, insieme alla Gran Bretagna. Per questo ho difficoltà a capire come un paese così squisito, e così dotato di senso dell’umorismo — lo dico come un grande elogio — sia potuto diventare tutto il contrario. Insomma, l’Italia per me era un paese “leggero”, nel senso che vi sembrava prevalere l’allegria. Ora ho la sensazione che sia diventato pesante».

Dove individua i sintomi, e le ragioni, della decadenza? «In Italia è stata ormai chiaramente abbattuta la frontiera tra ciò che si può dire o non dire in pubblico. Il linguaggio da bar, quello che io preferisco chiamare “linguaggio da caverna”, si è trasferito alla politica. È una forma superiore di demagogia, perché non si tratta solo di dire alla gente ciò che vuole sentire: il fatto che i politici adottino in pubblico il linguaggio crudo e brutale che dovrebbe essere confinato nel privato, gli dà legittimità. E ricompare nella bocca dei cittadini, ma con una veemenza molto superiore. Il pericolo è innegabile, perché può sempre accadere che ciò che si è detto si decida di metterlo in pratica, che si passi dalle parole ai fatti».

Crede davvero che esista la seria minaccia di un rigurgito del fascismo? «Spererei di no, però… sì. Esiste, eccome. La parola fascismo è una parola abusata. In Spagna la si utilizza ormai semplicemente come un insulto. Ma quando io l’ho utilizzata, ho ricordato il periodo del fascismo storico. Ci sono una serie di atteggiamenti, dichiarazioni, misure, che mi riportano alla memoria Mussolini, mi dispiace molto. Quello che sorprende è che certe cose possano accadere senza che la gente percepisca il pericolo. Parecchi di noi non hanno vissuto il periodo tra gli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale, però sappiamo come nacquero certi regimi. Qui si annunciano misure contro i rom, si criminalizza un intero gruppo etnico: non dimentichiamo che i gitani furono una delle etnie perseguitate dal nazismo. Immaginiamo che si dicessero degli ebrei le stesse cose che si stanno dicendo in questi giorni dei rom: il mondo intero insorgerebbe ».

Questo che significa, che non abbiamo appreso la lezione del passato? O forse che 60 anni sono sufficienti per dimenticare? «Darei per buona la seconda: la gente dimentica, dimentica molto facilmente. E soprattutto non associa, non stabilisce un collegamento tra gli eventi della storia e i fatti del presente».

Come pensa che si sia potuto imporre, in Italia, il fenomeno Berlusconi? «Immagino che le ragioni vengano da una classe politica che, per quanto abile, è molto instabile. Dopo i lunghi anni di governo democristiano, il crollo del Psi di Craxi, la perdita di prestigio della sinistra seguita al crollo del muro di Berlino, lo scandalo di Mani Pulite, la gente ha cominciato a diffidare dei professionisti della politica. Berlusconi non lo è, o per lo meno non lo era. Lo stesso Bossi ho l’impressione che non lo sia: è più che altro un demagogo. Gente che non capisce neppure che cos’è una democrazia. Possono essere pure arrivati al potere in modo democratico, ma questo non basta: la patente di autentici democratici bisogna guadagnarsela giorno per giorno, con i fatti. Visto come stanno le cose, preferisco di gran lunga che siamo governati da politici professionisti ».

Lei parla di populismo, ma ammette che, di questi tempi, l’Italia non è un caso unico: con tutte le differenze, cita Hugo Chávez, la Polonia dei gemelli Kaczynski e lo stesso presidente francese Sarkozy. «Ricordo un dibattito al quale partecipai, due anni fa, insieme a William Boyd. Riconoscevo, allora, di avere sempre avuto una grande ammirazione per la Francia: ma aggiungevo che il fatto che Sarkozy fosse in quel momento il politico più ammirato (ancora non era stato eletto presidente) mi inquietava profondamente. Temo che il tempo mi stia dando la ragione. Il caso dell’Italia è ancor più plateale, perché tutto sta avvenendo in modo più gridato, più scoperto. Quello che temo di più è che tutte queste cose possano essere contagiose, che possano contagiare altri paesi. Si sa, l’imbecille ha successo nel mondo. Le idee più stupide trionfano».

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fonte: http://www.regione.sardegna.it/j/v/492?s=84957&v=2&c=1489&t=1

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JAVIER MARÍAS LA ZONA FANTASMA

‘Brutta e povera Italia’

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18/05/2008

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Hace mucho que los españoles, por lo menos los que salen en televisión, dejaron de distinguir qué se puede decir en público y qué en privado, y dejar de saber eso es una de las cosas más graves que le pueden ocurrir a una sociedad. Yo he visto a mujeres “normales” contar con una risita, en un programa, que su marido “se empeñaba siempre en metérsela por detrás”, o cómo una señorita desenfadada, en otro de “educación sexual”, manipulaba con desparpajo un vibrador y otros utensilios y enseñaba muy gráficamente la manera mejor de “mamarla” para darle gusto al consumidor. He oído soltar las mayores groserías y basteces a presentadores, tertulianos, periodistas e invitados, ufanos de emplear ante las cámaras un lenguaje de patio de prisión. Y estoy harto de ver series y películas cuyos doblaje o subtítulos no se corresponden con los diálogos originales, no sólo por las ignorantes traducciones, sino porque parece que haya la consigna de que todo el mundo encadene tacos sin parar, aunque no los haya en inglés. Si alguien dice “You are kidding”, que significa “Bromeas” sin más, y que en modo alguno es expresión malsonante, los subtítulos rezan invariablemente “Estás de coña”. Y si alguien dice “Maldito seas”, eso será convertido por los traductores en “Me cago en tu puta madre”, y siempre así. En contra de lo que creen los espectadores españoles, en el cine americano se oyen bastantes menos zafiedades de las que nos tragamos aquí. También he leído a columnistas disertar sobre sus “almorranas” o hablar de lo que leen cuando van al retrete.

Por fortuna, en la política, y salvo excepciones, aún se distingue un poco entre lo que puede decirse en privado y en público, y la prueba es que, cada vez que se ha pillado a un dirigente con un micrófono abierto que él creía cerrado, se le han oído expresiones normales en la vida privada (“Este tío es gilipollas” y cosas por el estilo), pero que se evitan a toda costa en las declaraciones. El disimulo, las formas, la hipocresía si se quiere, parecen aún cosas necesarias –y además son civilizadas–, y no sólo en lo que respecta al léxico, sino también a los contenidos. Ojalá eso nos dure en España, porque lo cierto es que se está abandonando en otros países, y las dejaciones suelen ser contagiosas. No es sólo que el muy patán Hugo Chávez lleve años insultando en público a todo bicho viviente que se le atragante, y que nadie –ni los insultados ni sus electores venezolanos– le dé un toque o le conteste. Es también el gañán Sarkozy quien les suelta cuatro frescas malhabladas a un periodista, a un colaborador o a un ciudadano que rehúsa darle la mano y complacer así su populismo. Pero la palma en esto se la llevan los políticos italianos que acaban de vencer en las recientes elecciones, los muy palurdos Berlusconi y Bossi. De sus dos anteriores etapas al frente del Gobierno –es deprimente que un país exquisito en tantos aspectos haya votado a semejante hortera ¡por tercera vez!–, del primero se conocen ya toda suerte de chascarrillos sin gracia y de mal gusto. El segundo no tiene reparo en hablar de fusiles calientes para combatir, cañonazos para las pateras y recurrir a otras metáforas bélicas –bueno, esperemos que sólo sean metáforas, que no lo sé–. El casi octogenario alcalde de Treviso, Gentilini, no tiene inconveniente en mostrarse orgulloso de lo que aprendió de la “mística fascista” y aplicarlo: el fascismo de Mussolini, aquel aliado de Hitler, aquel dictador que llevó a Italia al hundimiento. Y el nuevo alcalde de Roma, Alemano, no se corta a la hora de manifestar que no soporta a los gitanos y que va a arrasar sus campamentos por las buenas.

Lo que está sucediendo en Italia –o antes en Polonia, con los gemelos Kaczynski– es muy preocupante. Hay allí unos políticos triunfantes que han borrado los límites entre lo que se puede decir o no en público. Han optado por hablar y comportarse como muchos de sus electores, sólo que éstos no tienen ocasión de hacerlo más que en privado. Una forma superior de la demagogia consiste en no limitarse a decirle al pueblo lo que éste desea oír, sino en –además– adoptar en público los mensajes y el vocabulario brutales que en principio sólo son admisibles en ese ámbito privado, y así darles legitimidad. “Lo que tú dices en voz baja lo voy a decir yo en voz alta, delante de cámaras y micrófonos, y así te autorizo y te halago. Yo soy como tú en todo, mira, y además no me escondo. No te escondas tampoco tú. Sal y vótame”. Y la gente va y lo vota, al deslenguado, al desfachatado, al chulo, al matón, al que ha perdido los modales y la cortesía. Esto es muy alarmante y muy grave, porque un político, precisamente, nunca debe ser “como yo en todo”, o, si lo es, debe disimularlo y conducirse como alguien con responsabilidad y mayor saber, como alguien a quien se contrata para que no incurra en nuestras simplezas y exageraciones, ni en nuestras manías y arbitrariedades, y para que hable no como lo hacemos todos en la taberna, sino como requiere el foro. Que los políticos empiecen a expresarse como en las tabernas, sin cortapisas ni hipocresías, suele ser el primer paso hacia un fascismo real. Si quienes deben atemperar y matizar encienden los ánimos y sueltan barbaridades como las que casi todos soltamos en casa, es fácil que a continuación las barbaridades pasen a cometerse, porque entonces se recorrerá muy velozmente el trecho que suele ir del dicho al hecho.

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La noticia en otros webs

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fonte: http://www.elpais.com/articulo/portada/Brutta/povera/Italia/elpepusoceps/20080518elpepspor_9/Tes/

CARO GASOLIO – Colonna di tir blocca il confine fra Francia e Spagna; Agricoltura in ginocchio

Protesta dei camionisti spagnoli: blocchi alle frontiere e mezzi danneggiati

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MADRID (9 giugno) – Il caro gasolio continua a far montare le proteste. Questa volta sono i camionisti spagnoli che da alcune ore hanno iniziato uno sciopero a oltranza: dopo l’appoggio dei trasportatori francesi, si sono uniti alla protesta anche i camionisti portoghesi, ma si registrano anche episodi di violenza, con diversi camion che hanno provato a passare i blocchi e hanno avuto il parabrezza o le luci sfasciati o le gomme tagliate.

Molti camion danneggiati sono stati abbandonati alla frontiera franco-spagnola, dove si sono create file lunghissime. I trasportatori lasciano passare solo i mezzi leggeri. In Francia alcune decine di camionisti di Perpignan hanno bloccato il lato francese del posto di frontiera di Perthus, mentre si segnala anche l’iniziativa di altri 200 autotrasportatori che con i loro mezzi che stanno rallentando il traffico nella città francese di Bordeaux.

Finito lo sciopero dei pescatori francesi. Dopo tre settimane di stop i pescatori hanno ripreso il mare questa mattina dai porti francesi. Ange Natoli, del Comitato di vigilanza dei pescherecci del Mediterraneo, nel confermare all’Afp la fine della protesta, ha comunque sottolineato che i pescatori restano in attesa dell’evolversi della situazione, anche all’esito della riunione ministeriale che si terrà a Bruxelles il 23 giugno. La protesta contro il caro-prezzo dei carburanti era stato già sospeso, alla fine di maggio, dalle flottiglie francesi sulla Manica e sull’Atlantico. Sabato scorso, il commissario europeo alla pesca, Joe Borg, nel corso di una visita al porto di Scheveningen, vicino l’Aja, aveva promesso di aiutare, nel giro di qualche settimana, i pescatori, messi in difficoltà dalla crescita delle spese per il carburante.

Slitta l’incontro con Zaia. Rinviato a giovedì 12 giugno l’incontro con il ministro delle Politice agricole Luca Zaia, la convocazione di tutte le associazioni e le organizzazioni sindacali che doveva esserci mercoledì è stata spostata alle 15.30 di mercoledì al ministero in via XX settembre.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=7527&sez=HOME_ECONOMIA&npl=&desc_sez=

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Caro gasolio, agricoltori ko

Un litro di gasolio costa più di quanto viene pagato un litro di latte e il trasporto incide sul costo dei prodotti in percentuale del 1000%

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Agricoltura in ginocchio per effetto del caro petrolio in tutta la provincia di Imperia: «La situazione – afferma Antonio Fasolo, presidente della Coldiretti – è disastrosa. Un litro di gasolio costa più di quanto viene pagato un litro di latte ed il trasporto incide sul costo dei prodotti in percentuale del mille per cento. Sinora, per le bizzarrie climatiche, non si sono posti problemi di irrigazione, ma appena l’estate riprende il suo corso normale l’aumento del petrolio renderà insostenibili diverse pratiche agricole».

I pozzi di irrigazione, infatti, funzionano tutti a motori e la spesa esploderà quando bisognerà innaffiare le coltivazioni a ritmo sostenuto. Per fortuna ora non ci sono effetti diretti sulle coltivazioni in serra, che però hanno già “pagato” nei mesi scorsi, quando si sono avuti i picchi del gelo. In Riviera alcuni agricoltori avevano piantato delle primizie in serra ed hanno dovuto sostenere spese di produzione sicuramente più alte. In sintesi i dirigenti delle associazioni agricole spiegano l’aumento dei prezzi di alcuni tipi di prodotti, ma c’è dell’altro.

«Il costo dei sacchi e degli imballaggi – dice ancora il presidente Fasolo – di cui si fa largo uso in agricoltura è salito del trenta – quaranta per cento ed anche questo ulteriore balzello va a gravare sul reddito dell’agricoltore che per anomalie del mercato in molti casi non riesce neanche a recuperare i soldi investiti per la produzione».

La Coldiretti ha chiesto al Governo l’abbattimento di tutte le accise per contenere la spesa per gli agricoltori in crisi. «A causa dell’aumento del costo del greggio – afferma Antonio Fasolo – c’è stato un lieve aumento di alcuni prodotti, ma per rimediare oramai non c’è più tempo. Per l’immediato futuro, però, occorre organizzarsi per ricavare energia pulita dalle produzioni agricole senza per questo ridurre la quantità di prodotti seminati».

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fonte: http://www.ilsecoloxix.it/imperia/view.php?DIR=/imperia/documenti/2008/06/09/&CODE=c1824c36-3606-11dd-bf3a-0003badbebe4

Precariato, povertà e insicurezza: Al tramonto la società solidaristica

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Il “Rapporto sui diritti globali 2008” segnala il pericolo di involuzione del Paese
a causa delle sempre maggiori difficoltà economiche e del crescere della paura

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L’indebitamento totale delle famiglie ammonta a 490 miliardi, in forte difficoltà 1 su 5
Il lavoro è sempre più precario e rischioso: i morti sul lavoro superiori a quelli delle guerre

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di ROSARIA AMATO

<b>Precariato, povertà e insicurezza<br/>Al tramonto la società solidaristica</b>


ROMA – Un lavoratore sempre più marginale, con un salario sempre più striminzito e lontano dalle medie europee e dai picchi straordinari raggiunti dai compensi dei manager. Un sistema ingiusto, all’interno del quale le famiglie s’impoveriscono, s’indebitano senza che s’intravveda “un vero disegno riformatore” nelle politiche di welfare. E’ l’Italia che emerge dal “Rapporto sui diritti globali 2008”, il rapporto annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo redatto dall’associazione SocietàINformazione e promosso da Cgil, Arci, ActionAid, Antigone, CNCA, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.

“Cresce sempre di più il senso di insicurezza della popolazione, la precarietà del lavoro, la sfiducia nel futuro e la paura di perdere il benessere e la qualità delle proprie condizioni di vita”, osserva nel presentare il rapporto il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, denunciando “il rischio di processi involutivi che, oltre a danneggiare il mondo del lavoro in generale, finirebbero per devastare il tessuto connettivo sui cui si è sviluppata la nostra società, impostato su valori solidaristici e universali”.

Morti sul lavoro, una guerra a bassa intensità. Quella delle morti sul lavoro, denuncia il curatore del rapporto Sergio Segio, direttore dell’associazione SocietàINformazione ed ex militante di Prima Linea è “una piccola guerra a bassa intensità, nascosta dietro le mura delle fabbriche, tra le impalcature o nei campi”. Per quanto riguarda le cifre è però “una grande e infinita guerra, se consideriamo che, nella Seconda guerra mondiale, le perdite militari italiane furono di 135.723 morti e 225.000 feriti, mentre la lunga battaglia nei luoghi di lavoro dal 1951 al 2007 ha prodotto almeno 154.331 morti e ben 66.577.699 feriti”. Analoghi i risultati di un confronto rispetto alla Guerra in Iraq: dal 2003 al 2007 hanno perso la vita 3.520 militari della coalizione contro 5252 morti sul lavoro in Italia nello stesso periodo.

Le morti sul lavoro non sono un caso, sono piuttosto la conseguenza di “una cultura economica e organizzativa” che non ritiene ragionevole una spesa per la sicurezza volta a evitare anche il minimo rischio di incidenti. Si viaggia, ricorda il rapporto, a un ritmo di ben oltre 1000 morti sul lavoro e più di 900.000 infortuni l’anno. E la nuova legge sulla sicurezza (legge n.123/2007 non pone le condizioni per un vero miglioramento, secondo i curatori dell’analisi, dal momento che, “più che sul sistema sicurezza, è intervenuta suo suoi effetti perversi, non modificandone, quindi, le logiche e le strategie di governo”.

La povertà “differita”. “La povertà è sostanzialmente stabile, le politiche di welfare sembrano non scalfirla”, rileva il rapporto, denunciando però un rischio ancora più grave, quello della “povertà prossima ventura”, o della “povertà differita”. “Così può infatti essere definito – spiega Segio – il fenomeno massiccio del credito al consumo e dell’indebitamento delle famiglie, spesso premessa di fallimenti individuali, vale a dire l’impossibilità di fare fronte alle rate del mutuo della casa e dei tanti debiti contratti”. Dal 2001 al 2006 il credito al consumo in Italia è cresciuto dell’85,6%, arrivando ormai a 94 miliardi di euro, mentre l’indebitamento complessivo delle famiglie ammonta a 490 miliardi. Per precipitare nella povertà, ricorda il rapporto, basta poco: nel 2007 secondo uno studio sarebbero 346.069 le famiglie italiane divenute povere a causa delle spese sanitarie sopportate.

Salari sempre più bassi. La principale causa dell’aumento della povertà in Italia è costituita tuttavia dai salari, sempre più bassi e inadeguati rispetto alla crescita dell’inflazione. Le statistiche Ocse, ricorda il rapporto, ci dicono che tra il 2004 e il 2006 le retribuzioni in Italia sono scivolate dal diciannovesimo al ventitreesimo posto, ma nel frattempo “nel 2007 i primi cinque top manager italiani hanno ricevuto compensi per circa 102 milioni di euro, il salario lordo di 5000 operai, peraltro senza alcun vincolo con i risultati dell’impresa e con l’efficacia e produttività del proprio lavoro”. Oltre due milioni e mezzo di famiglie “ufficialmente” povere, sette milioni e mezzo di individui. Mentre con un reddito non superiore al 20% della linea di povertà calcolata dall’Istat cerca di sopravvivere l’8,1% dei nuclei. Vale a dire che le famiglie povere e a rischio povertà sono una su cinque. Anche perché, a fronte di salari praticamente fermi, negli ultimi sei anni ogni famiglia ha perso un potere d’acquisto pari a 7700 euro, secondo alcune associazioni dei consumatori.

La “flexicurity” rimane un miraggio.
A contribuire alla povertà c’è anche il lavoro precario. Nel 2006, ricorda il rapporto, le assunzioni a tempo determinato hanno superato per la prima volta quelle a tempo indeterminato. Sommando tutti i lavoratori impegnati con contratti precari, o se si vuole flessibili, si arriva, secondo il centro studi Ires, a una cifra compresa tra 3.200.000 e 3.900.000 persone; poco meno quelle che lavorano nel sommerso. “La flessibilità è corrosiva nei confronti del lavoratore – osservano i curatori del rapporto – perché gli istilla ansie, paure e insicurezza, ma lo è anche nei confronti del lavoro, che finisce per perdere qualità”. Anche perché la flessibilità italiana è lontanissima dalla flexsecutiry del modello scandinavo: “Il famoso modello danese, il più studiato e forse il più efficace (anche se poi alla prova dei fatti lascia fuori i più fragili) si basa infatti su una serie di variabili necessarie, oltre la semplice formula: investimenti ingenti di risorse pubbliche, ammortizzatori sociali molto estesi, di tipo universalistico, un sistema efficiente di formazione permanente, un uso del lavoro flessibile non ‘al risparmio’ ma mirato a obiettivi di sviluppo”.

Una paura che fa paura. In una situazione di sempre maggiore povertà e insicurezza la paura dilaga, ma è “una paura che fa paura”, osserva Segio: “I dati ci dicono che le paure legate alla sicurezza sono infondate, il tasso di scippi ma anche di omicidi è il più basso degli ultimi trent’anni, eppure l’88% degli italiani pensa che in Italia vi sia più criminalità rispetto a cinque anni fa”. La paura porta alla xenofobia, sentimento che può anche far comodo: “Dietro a ogni campagna securitaria – afferma Segio – ci sono sempre appetiti e progetti immobiliari. Così come la geografia degli sgomberi dei campi rom in molte grandi città, a partire da una incattivita Milano, ricalca esattamente le necessità e le tempistiche dei ‘palazzinari’, proprietari di vastissime aree”.

9 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/rapporto-cgil/rapporto-cgil/rapporto-cgil.html

http://locali.data.kataweb.it/kpm2glocx/field/image/kpmimage/1372018

Rapporto sui diritti globali 2008

Il 21% delle aziende ricorre agli immigrati

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Impiegati nei «lavori più dequalificati, faticosi e manuali». E il loro stato di salute peggiora

ROMA – Il 21% delle aziende italiane fa ricorso al lavoro degli immigrati. Il dato è contenuto nel Rapporto sui diritti globali 2008, promosso da Cgil, Arci, ActionAid, Antigone, Cnca, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Secondo il rapporto la presenza i cittadini stranieri sono impiegati nei «lavori più dequalificati, faticosi e manuali.

SICUREZZA – Le «strutture cardine del sistema sicurezza italiano» hanno mostrato, per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, «tutta la loro interna corrosione: si viaggia a un ritmo di ben oltre mille morti sul lavoro e più di 900 mila infortuni all’anno».


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CRIMINALITÀ – Il Rapporto mette in evidenza il «divario tra percezione della minaccia della criminalità (l’88% pensa che in Italia vi sia più criminalitá rispetto a cinque anni fa) e effettività dei fenomeni criminali». Nel nostro Paese «avvengono certamente molti reati ma a guardarli nel medio-lungo periodo sono in calo e nel contesto europeo non siamo i peggiori: nelle graduatorie statistiche stilate a livello Ue27, l’Italia risulta essere un Paese relativamente sicuro», afferma il rapporto.

09 giugno 2008

fonte: http://www.corriere.it/economia/08_giugno_09/rapporto%20_cgil_globale_b5f0632e-3612-11dd-9226-00144f02aabc.shtml

Contro i pogrom, corteo di rom e non solo a Roma

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di Giovanna Nigi

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corteo di rom contro il razzismo a Roma, foto Omniroma

Sfilano cantando, allegri nonostante il clima di intolleranza (che altro è la tolleranza zero?) e la paura, due motivazioni forti che li hanno convinti a sfilare con un triangolo marrone con impressa una Z incollato sulle magliette. Era quella Z che, come la stella gialla per gli ebrei, segnava il loro destino di deportati nei campi di sterminio nazisti. Ora la appuntano sui vestiti da festa, come una medaglia per un popolo che non ha mai avuto un esercito, né un carcere né uno stato. E ora rivendica la sua possibilità a vivere lo stesso, senza essere cacciato, bruciato, picchiato, ucciso.

“Figli dello stesso padre” è lo striscione di apertura del corteo, a seguire “Ogni popolo è una ricchezza per l’Umanità” “Non si può condannare un popolo” “No all’informazione razzista”. Sfilano davanti al Colosseo, davanti anche al grande manifesto della Fao che chiede il diritto al cibo per tutti.

E ancora: “I Rom non hanno mai fatto la guerra!” Accanto a loro l’Arci, l’Aizo, la Comunità di S.Egidio, tanti amici e gli anarchici, perché, come diceva Fabrizio de Andrè che di Rom e Sinti se ne intendeva: «In fondo sono loro gli anarchici veri, perché non hanno confini da difendere né motivi per fare le guerre».

corteo di rom contro il razzismo a Roma, foto Omniroma

Lo striscione “Basta razzismo contro i rom” ha aperto il corteo di domenica pomeriggio indetto per la prima volta dai Sinti e dai Rom, che, come spiega Santino Spinelli, docente universitario, musicista, presidente dell’Associazione Thèm Romanò, e rom, «non vogliono più essere rappresentati da nessun altro che da loro stessi. Bisogna far capire alle persone che si fidano solo dei luoghi comuni che noi non siamo nomadi per cultura, e che i campi nomadi devono sparire, sono una vergogna per tutti. È terribile ritrovarci in piazza per ribadire quello che è un elementare diritto, quello all’esistenza… Io non sono un politico, non voglio esserlo, e vorrei continuare a fare quello che faccio, ma non posso non gridare la mia indignazione contro un clima di terrore che mette a rischio ogni giorno la nostra sicurezza e la vita dei nostri figli. E un’altra cosa vorrei che gli italiani capissero:non è con i loro sold; che si deve risolvere il problema abitativo dei Rom, ci sono i fondi stanziati per questo dalla Comunità Europea: che non si facciano strumentalizzare da chi ha sempre bisogno di un capro espiatorio, quando le cose vanno male».

corteo di rom contro il razzismo a Roma, foto Omniroma

Sono qualche migliaio – loro dicono 5 mila tra tutti – ma per loro, e per “le persone di buona volontà” che si sono unite alla loro manifestazione, è comunque un grande successo. «Tutto comincia dal basso, con le piccole cose» dice Daniela, rom e italiana come Santino Spinelli, come la maggior parte dei Rom che si sono dati appuntamento al Colosseo per arrivare al Villaggio Globale, che è stato “ripulito” da poco dal campo rom che vi si era istallato. Molti stanno in Italia da 40 anni e più e rivendicano la cittadinanza italiana. E c’è anche chi ce l’ha, essendo uno zingaro italiano, comunità che esistono nel nostro Paese dal XVII secolo. Sono un popolo antico, e le comunità che risiedono in Europa fanno parte della cultura del Vecchio continente e della sua “babele” di genti da cinque secoli. Molti sono i professori e i ricercatori universitari che hanno mandato, su questa base, attestati di solidarietà.

«Vedi?», dice entusiasta, «siamo venuti qui da tutta Italia, e vogliamo vogliamo farci conoscere da voi, comunicare con la nostra musica, la nostra cucina…perché non ci invita mai nessuno a quelle trasmissioni dove si parla di cucina, per esempio…sarebbe un modo per iniziare a capirci meglio». Daniela i suoi bambini li manda a scuola regolarmente: «Certo che li mando a scuola, e se ho dei problemi per andarli a prendere so che posso sempre contare su qualcuno della mia famiglia, ecco, per noi esistono ancora quei legami che voi avevate prima di diventare ricchi e avere le baby sitters…noi ci aiutiamo fra noi, siamo una comunità solidale, e questi nostri valori vorremmo metterli a disposizione di tutti, vorremmo che fossero patrimonio di tutti, perché possono servire anche a voi…».

A chiudere la manifestazione – la prima in Italia fatta insieme da Rom e Sinti – sono le parole di un gitano spagnolo che parla dell’utopia di un mondo tollerante come di «una realtà tardiva». E le parole di sostegno dell’Associazione nazionale partigiani italiani e dell’Associazione ex deportati. Perchè il popolo zingaro, gitano, gypsy, è l’ultimo della Terra per potere e prestigio internazionale. E il primo a essere perseguitato dai regimi dittatoriali.

Pubblicato il: 08.06.08
Modificato il: 08.06.08 alle ore 19.58

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76119