Archivio | giugno 10, 2008

Comitato Centrale PdCI, 8 giugno 2008

Le conclusioni del segretario Oliviero Diliberto

Compagne, compagni, in questo mio intervento che chiude il dibattito intendo concentrarmi sul Documento Politico, per cercare di spiegare come io lo interpreto. Dico come lo interpreto, perché anche un testo molto più importante del nostro documento, come i Quattro Vangeli, da 2000 anni viene interpretato in modo diverso, a volte molto diverso. Tanto per semplificare lo stesso testo viene letto in un modo dal Cardinale Ratzinger e in un altro dalla Teologia delle Liberazione. Quindi come tutti i testi anche il nostro si presta a differenti interpretazioni.
Però, prima dell’esegesi testuale, c’è – appunto –  il testo scritto. Un testo che, a mio giudizio, rappresenta un punto di equilibrio. Punto di equilibrio che evidentemente non è piaciuto per niente – ed è del tutto legittimo – ai compagni che presenteranno un documento alternativo, con un’altra linea e che, punto di equilibrio sempre, può piacere in percentuali diverse.
Al compagno Rizzo, così ci ha detto, piace al 70 per cento. Ma ho sentito anche qualcun altro sostenere che lo approva al 95 per cento. A me piace al 100 per cento, ma non perché mi piaccia tutto o perché lo avrei scritto esattamente così se fosse stato il mio documento personale. Mi piace al 100 per cento per una ragione eminentemente politica, perché, per dirla diversamente, tutto si tiene e provare a tirarlo da una parte e dall’altra con emendamenti di merito, di sostanza e di impianto, ebbene questo stravolgerebbe l’equilibrio.
Per quanto mi riguarda ritengo sia utile assumere una serie di sollecitazioni, ve ne sono molte e tutte utilissime, o, ancora, assumere cose ovvie e già nel nostro partito largamente acquisite. Sono invece per non accogliere emendamenti che potrebbero snaturare l’impianto del documento.
Ho l’impressione che noi corriamo due rischi simmetrici; il primo è di continuare come se niente fosse successo e cioè pensare che tutto sommato abbiamo questa nostra piccola creatura che è il Pdci, e che ci possiamo permettere di proseguire serenamente provando a raccattare qualche altro voto. Si tratta di una linea continuista.
Io vorrei che fosse chiaro a tutti che quello che è successo il 13 e il 14 di aprile e che poi è stato bissato quindici giorno dopo nei ballottaggi, è una di quelle cose che i nostri nipoti studieranno nei libri di storia e non può essere derubricato ad un incidente di percorso.
C’era una linea, era giusta, proseguiamo su quella linea? Non è possibile compagni! Perché è successo quello che è successo. Il congresso nasce dalla determinazione di voler modificare la linea. Se noi non assumiamo questo punto e lo interiorizziamo tutti, vuol dire che diamo per scontato che è sì grave, ma non tanto grave. Non è grave? E’ l’inabissamento di Atlantide!
Però noi abbiamo anche un altro pericolo simmetrico e cioè di chi dice e pensa che il Pdci non serve più a niente e che dobbiamo fare un’altra cosa. Questo approccio è di due tipi diversi ed opposti: il Pdci non serve più a niente quindi o facciamo la costituente di sinistra, non più comunista (come vorrebbe Fava e anche una parte rilevante della stessa Rifondazione comunista) o facciamo una cosa ipercomunista “combattente”, chiusa dentro un bunker, una cosa che, secondo me, non serve assolutamente a niente, tanto meno serve alla classe lavoratrice.
Quello che noi, noi commissione che ha lavorato alla stesura del documento, vi proponiamo, è, non soltanto un punto di equilibrio tra sensibilità diverse, è – almeno questa è la mia radicatissima opinione – l’unica linea praticabile. E’ cioè l’unica linea praticabile per i comunisti, che vogliono rimanere tali, ma vogliono essere utili ad un processo più grande.
Cosa è rimasto in campo a sinistra dopo il 13 e 14 di aprile? Bisogna rispondere a questa domanda guardando le cose per quello che sono.
C’è chi continua a vagheggiare l’unità della sinistra. Ho letto i documenti di Rifondazione. Vendola parla di costituente della sinistra. Ma con chi? Badate, il problema non è più Sinistra democratica o i Verdi, il problema di fondo è il rapporto con il Partito democratico, sennò ci prendiamo in giro. Fuori da qui, la gran parte dell’elettorato pensa che la sinistra in Italia sia rappresentata dal Partito democratico. Dirò di più, c’è una sorta di legittimazione reciproca tra Berlusconi e Veltroni. Ancora oggi Berlusconi ha sostenuto che sta “dialogando con la sinistra”, cioè con il Pd.
Guerrini diceva una cosa esatta quando sottolineava che la gran parte dei voti del Pd sono voti di sinistra; quelli che hanno votato Pd si autopercepiscono di sinistra, alcuni si proclamano addirittura comunisti. Nelle regioni rosse – penso all’Emilia – le Case del Popolo ci sono ancora, ci vanno le medesime persone che andavano – un po’ più giovani – a portare il materiale del Pci, poi hanno portato il materiale del Pds, poi quello dei Ds ed oggi il materiale del Pd. Sono militanti ed elettori che dicono “il partito”, come se fosse ancora la prosecuzione di una vecchia storia. Questa è la realtà, il resto – brutalmente – tra i comunisti e il Pd, non c’è.
Aggiungo: costituente di sinistra su quali basi programmatiche? Con quelli che hanno disertato la manifestazione del 20 ottobre? Che hanno plaudito al protocollo welfare fin dal primo momento? Con quelli che l’ultimo giorno d’aula alla Camera hanno votato a favore della missione in Afghanistan? La parola sinistra dobbiamo riempirla di contenuti, perché sennò è una parola vuota.
Noi avanziamo una proposta diversa e cioè vogliamo riaggregare, riunificare le due forze politiche rimaste in campo che ancora si chiamano comuniste, da lì provare ad attrarre tutti gli altri e le altre che si percepiscono ancora comunisti fuori dai due partiti maggiori (uso con cautela, viste le dimensioni, questo termine) e poi da lì muovere per provare a riaggregare tutto quello che è rimasto a sinistra.
Approfitto, tuttavia, per rimediare ad un mio errore, facendo in tal senso sincera autocritica. Nelle conclusioni, allo scorso Comitato Centrale, avevo affermato che la Rete dei comunisti attaccava sul web noi e l’area dell’Ernesto. Non è vero. Semplicemente, ero stato informato male – sapete che io non “navigo” in rete… – e me ne scuso con quei compagni, con i quali vogliamo avere un rapporto serio e costruttivo.
Torniamo a noi. Michelangelo Tripodi ha usato in commissione una espressione efficace: “Uniamo i comunisti, ma non basta”. Sono d’accordo, tuttavia intanto facciamo una cosa. Perché ha ragione il compagno Vacca quando dice “ma se non riusciamo ad unificare i comunisti come facciamo ad unificare tutta la sinistra?”.
Il punto, che secondo me nel documento è scritto egregiamente, è a cosa serve riunificare i comunisti. Serve perché così siamo un po’ più forti? Perché uniamo due debolezze? No, la mia opinione consolidata, e non da oggi, è che i comunisti servono nella misura in cui agiscono come partito organizzato dei lavoratori salariati, ne organizzano le lotte, praticano il conflitto di classe. Questo è il punto. E allora noi vorremmo provare a riunificare le due falci e martello perché sono i simboli del lavoro. Rifondazione non ci starà? La incalzeremo con la nostra proposta politica – naturalmente non dipende da noi, ma dalle dinamiche del loro congresso, chi vincerà, chi non vincerà e dovremmo incalzare tutta Rifondazione – non in una logica di autoconservazione dei comunisti asserragliati nel fortilizio, ma perché dobbiamo praticare quello che diciamo di essere, il partito dei lavoratori per la trasformazione generale della società.
Pochi giorni fa abbiamo distribuito 150 mila volantini nei luoghi di lavoro, davanti agli uffici della pubblica amministrazione. Lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo proprio perché il nostro congresso non sia un parlarsi addosso. La centralità del luogo di lavoro come luogo del conflitto sociale, la centralità del lavoro come iniziativa politica dei comunisti: questa è la base fondamentale per riaggregare i comunisti in Italia.
Alternatività: su questo tema c’è stato un grande dibattito, molto allusivo e, dunque, anche molto elusivo secondo me, ma c’è stato ed io, a mia volta, non lo voglio eludere. Cosa vuol dire alternatività strategica al Pd, che io mi sento di sottoscrivere in pieno? E’ il fatto che il Pd in quanto tale – non solo Veltroni – propugna un modello di americanizzazione della politica e cioè un modello in cui due partiti simili, la destra e il Pd, si alternano al governo ma tengono come bussola, entrambi, due questioni fondamentali: il neoliberismo in economia e il rapporto indissolubile con gli Usa in politica estera.
Due punti fermi di entrambi che non vengono messi in discussione sia che governi l’uno sia che governi l’altro. Certo ci sono delle differenze e saremmo sciocchi a non vederle e a non sfruttarle per far scoppiare le contraddizioni, però questo è il senso dell’espressione “strategicamente alternativi”, perché il nostro modello del fare politica è esattamente l’opposto di quello americano.
Ma questo impedisce di fare alleanze con il Pd? Compagni, saremmo dei pazzi! Le alleanze si fanno, si devono fare e c’è scritto esplicitamente nel documento. Perché non c’è soltanto, come qualcuno giustamente dice, il pericolo della destra eversiva. La faccia di questo paese in 5 anni rischia di cambiare completamente: la presidente degli industriali ha parlato dei contratti individuali di lavoro; c’è poi la politica sull’immigrazione, agghiacciante; c’è il tema della sicurezza, non solo nei confronti degli immigrati; c’è il problema gravissimo del pubblico impiego, c’è una logica precisa, di classe, in qualche caso davvero di destra eversiva, contro la quale si deve fare argine con tutti quelli che ci stanno. Il Pd ci starà? Non lo so, il Pd per ora flirta con Berlusconi, ma noi dobbiamo proporglielo, chiederglielo, incalzarlo e dire che rispetto a questa destra non si possono fare accordi di sorta. O vogliamo lasciare il monopolio dell’opposizione a Di Pietro? Noi dobbiamo disvelare agli occhi dell’elettorato che ha votato Pd (e che noi vogliamo recuperare) che stanno facendo gli accordi con Berlusconi. Chiedere al Pd di fare insieme un’opposizione intransigente a Berlusconi è un modo di incalzarli. E’ una linea di attacco, non di arrendevolezza.
Ma poi c’è un altro livello di politica delle alleanze che è quello non nazionale. Dove il Pd governa, governa insieme a noi. E vorrei ricordare che il Pci, che a livello nazionale era all’opposizione anche per evidenti problemi di ordine internazionale, a livello locale, là dove poteva, faceva le giunte e faceva le giunte dove c’era la possibilità di fare maggioranze di sinistra. E’ in contraddizione con il nostro impianto? Secondo me no, anzi.
L’alternatività sta nel ruolo dei comunisti, che in quanto tali propugnano una alternativa radicale. Ma attenti, questa è la prospettiva dei comunisti, ma non è quella da qui ai prossimi anni. Nei prossimi anni il tema non sarà come ovvio a tutti (spero…) “operare per il superamento del capitalismo”, come recitava un vecchio emendamento nel Pci, il tema sarà quello della sopravvivenza. Per sopravvivere dobbiamo fare una politica che sia credibile, cioè indicare delle cose realistiche, non il programma massimo. Due, tre questioni e su quelle due tre questioni contrattare con il Pd là dove si tratterà di fare politica di alleanze.
Dove non sarà possibile, facciamo come a Massa, ce lo ricordava il compagno Vivoli, dove abbiamo spaccato il Pd. Dove non si riesce a costruire alleanze si va da soli, non c’è da questo punto di vista un orientamento che valga sempre, l’orientamento è di metodo. Confronto, verifica della possibilità di un’alleanza su di un programma avanzato su alcune questioni, dopo di che si sceglie sui territori.
Devo dire che larghissimamente, fino adesso, non è stato fatto così, è stato fatto un accordo a prescindere. Ecco, nel documento si dice che non può essere più così. A me sembra un avanzamento importante, da assumere, da accogliere, da valutare positivamente e cioè: prima ci confrontiamo per valutare se è possibile fare un accordo e non il contrario, facciamo l’accordo poi vediamo il programma. E ciò deve valere ovunque. Né accordi a prescindere, né preclusioni all’accordo a prescindere. E’ la linea che proponiamo nel documento congressuale e che deve valere innanzi tutto per le prossime amministrative del 2009, nelle quali si voterà anche in città simbolo come Bologna.
E’ per noi una specie di rivoluzione copernicana. E’ la politica. Dobbiamo evitare che questa idea dell’unione tra comunisti diventi una faccenda tutta ideologica, priva della politica. Se non mettiamo in campo la politica, i programmi, le cose da fare, le risposte ai cittadini, dai territori fino al livello nazionale, i voti non tornano. E se non tornano i voti c’è la consunzione del progetto comunista, altro che tenere viva la questione comunista!
E allora io vi preannuncio che sugli emendamenti chiederò in primo luogo ai proponenti di ritirare alcuni emendamenti che secondo noi stravolgono il senso del documento, altrimenti chiederò al Comitato Centrale di votare contro tali emendamenti. Penso che il Comitato Centrale debba assumere invece quelli che sono degli aggiustamenti o delle integrazioni al documento.
Voglio fare un esempio concreto affinché non ci siano fraintendimenti: il documento rappresenta un equilibrio, se si presenta un emendamento in cui si dice che l’Arcobaleno non era una scelta necessitata e non si doveva fare, ciò stravolge l’impianto, colpisce uno dei punti su cui si è trovata la sintesi. Se viceversa ci sono degli emendamenti  aggiustativi va bene.
Alla fine, comunque, nella migliore delle ipotesi, ci saranno due documenti. Uno sarà il documento che sarà votato, spero, dalla maggioranza del comitato centrale, l’altro sarà il documento di una parte dei compagni del comitato centrale. Ebbene sono documenti che hanno, devono avere, pari dignità.
E’ una anomalia, vorrei segnalarlo, perché in un partito che adotta il centralismo democratico teoricamente il documento è unico, a prescindere.
Però io credo che in un momento di questo genere, di tale eccezionalità, sia del tutto legittimo, giusto e persino utile che ci sia un altro documento con una linea diversa, chiaramente diversa.
Al congresso dovremmo decidere se mantenere o meno la logica del centralismo democratico. Io ho già detto che secondo me esso deve rimanere, perché induce ad un maggiore sforzo verso la sintesi, non cristallizza le posizioni. E dunque se così sarà, se il congresso dirà no alle correnti, tutte le “truppe” devono essere smobilitate perché c’è una cosa sola che non si può fare: permettere ad alcuni quello che non si permette ad altri. Tutti.
La natura di questo partito ci rende – e faceva bene Venier a ricordare il viaggio in America latina – diversi agli occhi dei nostri interlocutori internazionali, che sono tanti e sono importanti per mille ragioni. Siamo diversi ed interessanti sulla scena internazionale. Il giudizio che viene dato dai partiti comunisti e progressisti che governano aree vastissime e decisive del mondo su di noi è lusinghiero.
Noi abbiamo perso le elezioni, non abbiamo più il gruppo parlamentare e nonostante questo per la prima volta il governo cubano ci ha consegnato un messaggio per il governo italiano, per la prima volta sulla prima pagina del Granma c’era l’articolo sulla visita della delegazione del Pdci, la foto mia e di Venier. Ci hanno detto: gli interlocutori in Italia siete voi. E la stessa cosa si è ripetuta in Venezuela dove Chavez sta facendo una cosa gigantesca, la nazionalizzazione del petrolio e delle telecomunicazioni per via democratica. Siamo interlocutori credibili perché ci considerano un partito serio.
Ebbene io non vorrei dismettere questa cifra di serietà che ci fa apprezzare in un contesto internazionale che oggi è vitale, tanto più nella globalizzazione e nella interconnessione mondiale di tutto con tutti. Per continuare a trasmettere questa immagine occorre grande senso di responsabilità da parte di tutti. Serietà, coerenza, dialettica interna, liberissima, ma poi disciplina – nel senso migliore del termine, vorrei dire: autodisciplina – comunista.
Vorrei sommessamente aggiungere a coloro che parlano di frazionismo di maggioranza che io sono contrario al frazionismo di maggioranza e non l’ho mai praticato (era l’accusa che faceva negli ultimi anni Armando Cossutta ai nostri gruppi dirigenti). Non c’era e non c’è frazionismo di maggioranza, c’è la maggioranza. La maggioranza ha il dovere di cercare  una sintesi, ma se la minoranza non lavora per trovare la sintesi, la maggioranza medesima ha il dovere di governare il partito: cercando la sintesi certo, ma ha il dovere di governare il partito. Questo è un principio di elementare democrazia.
L’unica cosa che posso assicurare al mio vecchio, carissimo amico Giovanni Bacciardi è che per quanto mi riguarda farò uno sforzo perché il centralismo sia sempre più democratico. Non credo che sia il tempo delle divisioni tra noi. Mi dispiace molto che ci sia un altro documento, ma non lo contrasterò con argomenti surrettizi. Starò alla politica e basta, con correttezza e con pacatezza, perché non si può trasformare la divisione politica in guerra di religione, in odio teologico.
Lavorerò in questo senso, nella convinzione che si possa svolgere un congresso libero e sereno e non escludo che alla fine – fatti tutti i congressi territoriali – la nostra assise nazionale possa essere unitaria. Vedremo se riusciremo a convincere le compagne ed i compagni che oggi sono su posizioni diverse. Il mio non è un appello finale, sapete che penso che gli appelli non servano a nulla. No, è la politica. Noi ci stiamo giocando l’osso del collo, carissime compagne e  compagni.
In questo Comitato centrale discuteremo gli emendamenti. Discuteremo di un documento politico del quale resterà impresso il messaggio fondamentale: e cioè l’unità delle forze comuniste come premessa per l’unità più grande della sinistra. Questo è il messaggio che passerà. Tutto il resto, le singole parole, la modificazione di questa o quell’altra frase, l’inclusione di questa o quell’altra cosa, le sottili sfumature, interesseranno – e aggiungo pochissimo – solo ad alcuni dei presenti qui. Cerchiamo di guardare il mondo fuori dal bunker, perché se uno guarda il mondo solo dalla feritoia vede pochissimo del mondo esterno. E il mondo esterno è molto più brutto di quanto alcuni di noi – illudendosi – vagheggiano.

fonte: la Rinascita

Contratti, tanto vale abolire il sindacato

http://www.studio-bizzarro.it/image/image_gallery?img_id=194

di Luciano Gallino

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10-06-2008
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Al convegno dei Giovani industriali di Santa Margherita Ligure s´è parlato nei giorni scorsi della necessità di individualizzare i contratti di lavoro. A ciascuno il suo contratto, personalizzato in base alle caratteristiche del singolo individuo. Già si possono immaginare gli effetti.
Ecco la laureata in ingegneria finanziaria che, non essendo riuscita ad esporre con efficacia il suo “portafoglio di competenze”, esce dall´ufficio del gestore delle risorse umane con un contratto a termine da 800 euro al mese; mentre poco dopo un bracciante agricolo quarantenne, capace quando occorre di battere i pugni sul tavolo, rimedia un contratto da 2000 euro a tempo indeterminato. Ma a parte gli effetti sui destini personali, si tratta di comprendere dove simili proposte di riforma dei contratti di lavoro, ove fossero attuate, potrebbero condurre l´insieme del sindacato.

L´idea del contratto individuale per tutti non è ovviamente nuova, tra gli imprenditori, i politici ed i giuslavoristi. Di fatto da parecchi lustri la legislazione italiana sul lavoro si muove in tale direzione. Sulla progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro si fonda palesemente il suo ultimo prodotto, la Legge 30 del 2003, come meglio si evince dal decreto attuativo n. 276/2003. Il bersaglio dichiarato, di continuo ripreso nella discussione degli ultimi mesi sulle riforme contrattuali, è il contratto collettivo nazionale. Abolito questo, è dato presumere, le nostre imprese potranno finalmente competere alla pari con le imprese indiane, filippine e messicane ed i loro salari da quattro dollari al giorno.

Il contratto di lavoro individuale si colloca evidentemente all´estremo opposto rispetto al contratto collettivo nazionale. Ma in questa opposizione non sono in gioco soltanto architetture contrattuali. La insistita proposta di tale tipo di contratto rappresenta infatti una negazione autoritaria delle stesse ragioni di esistenza del sindacato dei lavoratori. Tre secoli fa, essi cominciarono ad associarsi in vari modi per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Nessuno poteva sognarsi da solo di ottenere simili progressi. Troppa era la debolezza contrattuale di ciascuno di fronte al potere economico, politico e sociale degli imprenditori, dei mercanti, delle pubbliche autorità. Però l´unione di mille o diecimila debolezze realizzata con qualche forma di associazione poteva dar luogo a un soggetto collettivo in grado di opporsi con efficacia al potere dei padroni e dello stesso governo. Come scrisse una volta per tutte Adam Smith in La ricchezza delle nazioni (1776), gli interessi delle due parti non sono affatto gli stessi, e per entrambe l´associazione è indispensabile al fine di difenderli. «Gli operai – scriveva Smith – desiderano ottenere quanto più è possibile, i padroni di dare quanto meno è possibile. I primi sono inclini ad associarsi per innalzare il prezzo del lavoro, i secondi ad associarsi per abbassarlo». Il livello del salario «dipende dal contratto concluso ordinariamente tra le due parti». Cioè tra le associazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro.

Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile l´associazione sindacale e il contratto collettivo, l´idea pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto della uguaglianza di diritto tra le due parti. Un presuppasto che ignora la abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche, di mezzi di sussistenza, di peso politico, di capacità di resistere senza lavorare e produrre che sussiste tra il singolo lavoratore e la singola impresa, sia pure di piccole dimensioni. Una condizione di fatto da cui discende la necessità d´un sindacato che al tavolo della contrattazione sappia portare la forza costituita dalla combinazione di gran numero di debolezze. Se allo scopo di modernizzare il modello di contrattazione, anziché por mente alla disuguaglianza in essere, la si nega recuperando il citato presupposto, tanto vale tirarne le conclusioni: poiché dove quest´ultimo predomina vengono comunque negate le ragioni sostanziali di esistenza dell´associazione sindacale, si potrebbe proseguire abolendo il sindacato. L´ingegnera finanziaria al pari del bracciante agricolo, il commesso di supermercato come l´addetta al call center non ne hanno più bisogno. Altro che contratto nazionale. Ciascuno saprà, al caso, ritagliarsi il contratto di lavoro che meglio gli conviene.

Allo scopo di abolire il sindacato il nostro legislatore non dovrebbe nemmeno sforzarsi molto. Dopotutto l´art. 39 della Costituzione stabilisce che l´organizzazione sindacale è libera, mica che è obbligatoria. Inoltre – e forse non è un casuale incidente storico – la parte seconda dell´articolo, quella che riguarda la personalità giuridica dei sindacati registrati, è rimasta fino ad oggi inattuata. Perciò si potrebbero semplicemente rispolverare le disposizioni del Combination Act approvato dal Parlamento del Regno Unito nel 1800, una legge antisindacale che ha fatto storia, avendo alle spalle una trentina almeno di editti repressivi susseguitisi fin dal 1720. La nuova legge precisava e generalizzava una legge dell´anno prima, denominata “Legge per impedire associazioni (combinations) illegali di lavoratori”, che però si riferiva soprattutto ai costruttori di mulini. Ora veniva stabilito che tutti i contratti, convenzioni e accordi stipulati tra operai qualsiasi o altre persone al fine di ottenere aumenti salariali, oppure ridurre o cambiare l´orario di lavoro, o diminuire la quantità di lavoro prestato, erano illegali, nulli o vuoti. Prometteva anche fino a tre mesi di prigione comune, ovvero, a discrezione del giudice, fino a due mesi di lavoro forzato, a chiunque violasse la legge. Migliaia di lavoratori ne han fatto le spese negli anni successivi.

Ho ricordato questa famosa legge antisindacale del passato perché al fondo del piano inclinato su cui il sindacato come istituzione pare rapidamente scivolare, a forza di diluire la vocazione originaria di attore che traduce la debolezza economica individuale in una forza collettiva per sua natura conflittuale, potrebbe trovarsi in un futuro non troppo distante davanti a qualcosa di simile. Magari senza la minaccia del carcere: le destre di oggi hanno compassione per chi non le ostacola. Per non sparire del tutto potrebbe trasformarsi in una società segreta, come avvenne durante il venticinquennio di vigenza del Combination Act. Oppure in un sindacato di servizi. Altra sagace idea dei modernizzatori odierni, nata più o meno ai tempi delle ghilde, poi superata dall´avvento delle unioni sindacali che preferivano, le sprovvedute, battersi per aumentare i salari.

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fonte:  Repubblica di oggi

Allergia agli uomini, le più colpite le under 30

ROMA (10 giugno) – Tra le allerg ie che dilagano ce n’è una che avanza e che non facilita il rapporto tra lui e lei: quella agli uomini. Un’allergia che porta in alcuni casi le mal capitate ad optare addirittura per l’astinenza. Le più colpite le donne under 30 e a dare sintomi locali che vanno da bruciore, gonfiore ma può arrivare anche a orticaria, difficoltà respiratorie, angioedema è il liquido seminale. Un problema che colpisce soprattutto tra i 20 e i 30 anni e che, nel 40% dei casi, si manifesta già dal primo rapporto sessuale. Lo spiegano i dermatologi alla vigilia del Corso di aggiornamento in dermatologia plastica, organizzato da Adoi (Associazione dermatologi ospedalieri italiani) e Isplad (International-Italian Society of Plastic-Aesthetic and Oncologic Dermatology), che si tiene a Maratea (Pz) il 13 e 14 giugno.

«Si tratta di una rara forma di allergia che però, come le altre, sta aumentando nella popolazione – anticipa Patrizio Mulas, presidente Adoi – La difficoltà di determinare il numero delle allergiche con precisione nasce dall’imbarazzo delle donne nel raccontare il problema al medico di famiglia o allo specialista. Secondo una ricerca statunitense, il 12% di quante hanno reazioni allergiche durante un rapporto sessuale soffre di questa “allergia agli uomini”. E il rimedio, erroneo, spesso è l’astinenza». Sul banco degli imputati, dicono gli esperti, ci sono frazioni glicoproteiche del liquido seminale, in particolare l’antigene “Psa” della prostata. «Negli anni gli studi hanno dimostrato una reazione di primo tipo, mediata dalle Ige, e quindi locale – aggiunge Antonino Di Pietro, presidente Isplad – Adesso però si segnalano casi di reazioni generalizzate, anche gravi. Si possono avere infatti dalle semplici rinocongiuntiviti, alle orticarie generalizzate, a sintomi gastrointestinali, agli angioedemi».

La buona notizia è che l’allergia al liquido seminale «permette ugualmente di aver figli – prosegue Di Pietro – ricorrendo alla tecnica del lavaggio dello sperma». La diagnosi avviene con una reazione positiva allo skin-prick test. Mentre per la terapia a lungo termine si può ricorrere alla desensibilizzazione del sistema immunitario. Ma questo problema rischia di minare l’intimità di coppia. «Poichè i partner non associano questa forma di allergia al liquido seminale, ma a problemi diversi anche di natura psicologica, molti smettono di avere rapporti sessuali – sottolinea Federico
Ricciuti, presidente del corso di Maratea – Basterebbe, invece, ricorrere a rapporti protetti, tenendo però conto che esiste anche l’allergia al lattice. Va sottolineato, infatti – conclude Ricciuti – che queste donne soffrono già di altre forme di allergia».

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fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=25777&sez=HOME_SCIENZA

Lavoro, nuova direttiva Ue: deroga al tetto delle 48 ore

CHISSA’ QUANTI LAVORATORI ‘VOLONTARI’ SI OFFRIRANNO..

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Lussemburgo, intesa dei ministri dei 27 sull’orario settimanale: su richiesta del lavoratore si può arrivare fino a 60 ore (65 per contratti a chiamata)

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Soddisfatto il commissario agli Affari Sociali Spidla: “Ora tocca al Parlamento”

<b>Lavoro, nuova direttiva Ue<br/>deroga al tetto delle 48 ore</b>

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LUSSEMBURGO – Se il lavoratore lo vorrà, potrà lavorare più di 48 ore a settimana. Infatti i ministri del Lavoro Ue, riuniti in Lussemburgo, hanno raggiunto un accordo che permette una deroga al tetto delle 48 ore, che rimane comunque il limite massimo. Nel caso in cui il lavoratore decida di optare per l’allungamento dell’orario, non potrà comunque superare le 60 ore settimanali, o le 65 nel caso dei contratti di lavoro a chiamata che prevedono anche un tempo ‘inattivo’.

Il limite delle 48 ore si applica, secondo la nuova direttiva, ai lavoratori impiegati per più di 10 settimane. I ministri dei 27 hanno inoltre stabilito parità di trattamento per i lavoratori temporanei e quelli a tempo indeterminato per quanto riguarda la retribuzione, il congedo e la maternità.

Al momento del voto, cinque paesi – Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria, Grecia e Cipro – si sono astenuti, confidando in modifiche da parte del Parlamento europeo. Soddisfatta invece la Commissione europea. “Abbiamo creato maggiore sicurezza e migliori condizioni per i lavoratori, pur mantenendo la flessibilità di cui l’industria ha bisogno e che i lavoratori vogliono per conciliare vita familiare e lavorativa”, ha detto il commissario Ue agli Affari sociali Vladimir Spidla.

Soddisfatta anche il sottosegretario al Lavoro Francesca Martini: “Abbiamo espresso il nostro decisivo voto favorevole che ha permesso il raggiungimento della maggioranza qualificata”, sottolinea. Adesso la parola passa all’Europarlamento: “Spero sinceramente che questo accordo solido troverà una maggioranza nella plenaria”, auspica Spidla.

10 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/lavoro-orario/lavoro-orario/lavoro-orario.html

Caro-gasolio, morti due camionisti travolti ai picchetti di protesta

Tragedia in Portogallo e in Spagna durante la protesta sul prezzo del carburante
Situazione difficile anche in Francia per l’agitazione dei trasportatori

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Entrambi investiti mentre cercavano di impedire il transito ad alcuni furgoni
In Catalogna autocisterne scortate dalla polizia per rifornire le stazioni di servizio

<b>Caro-gasolio, morti due camionisti<br/>travolti ai picchetti di protesta</b>La protesta dei camionisti in Spagna

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ROMA – La protesta organizzata dai camionisti europei contro il caro-gasolio registra oggi due episodi drammatici, con due vittime, in Spagna e in Portogallo.

Un camionista spagnolo che partecipava a un blocco stradale all’ingresso dei mercato generali di Granada è morto investito da un furgone che cercava di passare. Lo ha annunciato la radio privata Cadena Ser. Qualche ora prima un altro camionista era rimasto ucciso in Portogallo, vicino ad Alcanena. Anche in questo caso l’incidente è avvenuto presso un posto di blocco. Ma le prime ricostruzioni di quest’ultimo episodio sono divergenti.

“Lo ha investito, è stato un omicidio”, ha dichiarato all’agenzia di stampa Lusa un testimone, Manual Agostinho, uno dei capi della protesta. Il camion che ha ucciso il dimostrante viaggiava a circa 50 chilometri l’ora, ha assicurato. L’autista del camion è stato subito arrestato dagli agenti di polizia che presidiavano il posto di blocco di Alcanena, un centinaio di chilometri a nord di Lisbona. Un funzionario della polizia locale ha invece riferito alla radio Tsf che l’uomo si è aggrappato al camion, ma è caduto ed è finito sotto le ruote.

Da ieri il Portogallo è paralizzato da uno sciopero indetto dagli autotrasportatori che protestano per il caro carburanti. Il primo giorno l’adesione è stata quasi totale, ma già oggi diversi camionisti sono tornati al lavoro.

In Spagna, lo sciopero a oltranza messo in atto dalla seconda organizzazione degli autotrasportatori, ha provocato decine di chilometri di fila, in particolare nelle zone intorno alle grandi città. Bloccati anche i rifornimenti alle stazioni di servizio, ai mercati all’ingrosso (praticamente paralizzato il Mercamadrid, il più importante mercato spagnolo insieme a quello di Barcellona) e ad alcune fabbriche del paese come quelle automobilistiche, che funzionano senza magazzino.

In Catalogna, regione del nord-est, dove il 40% delle stazioni di servizio erano ieri senza carburante, sono state prese misure urgenti per evitare la mancanza totale di combustibile. Le stazioni di servizio sono state rifornite da autocisterne, scortate dalla polizia per evitare aggressioni da parte degli scioperanti.

La Spagna soffre particolarmente la mancanza di derrate per il fatto di trovarsi praticamente tra due fuochi: la Francia, dove i camionisti hanno seguito i pescatori nello sciopero contro il caro-gasolio, bloccando la circolazione dei tir proprio verso il paese iberico, e il Portogallo.

I trasportatori sono sul piede di guerra anche in Italia: il governo ha annunciato il via libera alla riduzione dei pedaggi autostradali per i ‘padroncini’, una iniziativa, però, che la categoria giudica ancora non sufficiente per revocare il blocco in programma per il 30 giugno. “Non ci sono le condizioni per rivedere la nostra decisione sul fermo dei servizi di autotrasporto di cose per conto terzi”, ha annunciato il Coordinamento.

10 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/petrolio-prezzo-2/morte-camionisti/morte-camionisti.html

MILANO – Al bar invece che al lavoro: l’Atm licenzia 9 ‘fannulloni’

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Milano, 10 giugno 2008 – Controlli e provvedimenti disciplinari da parte dell’Atm, l’Azienda Trasporti Milanese, nei confronti di alcuni dipendenti, avviando per nove dipendenti ‘fannulloni’ le procedure per il licenziamento (per quattro di loro è stato proposto l’esonero per scarso rendimento, per gli altri cinque la destituzione dal servizio). Alcuni esempi? Un capo turno avrebbe costretto alcuni operai a costruire cucce per cani in un reparto di falegnameria, schermato per l’occasione da vetri oscurati; un dipendente, che aveva chiesto di allontanarsi un momento dal posto di lavoro, è stato recuperato ubriaco in un bar; altri si sono messi in malattia senza presentare certificato medico.

Per quattro dei nove dipendenti per cui l’azienda ha avviato le procedure di licenziamento, è stato proposto, ai sensi dell’articolo 27, “l’esonero per scarso rendimento”. Ai quattro sono stato contestati: il mancato rientro dalla malattia senza la trasmissione del certificato medico e conseguente prognosi; l’allontanamento dal posto di lavoro (il dipendente in questione è stato trovato ubriaco in un bar); un periodo di malattia iniziato lo scorso gennaio senza il relativo ceritficato medico.

Più complesso il caso di un caporeparto che costringeva alcuni operai a fare lavori non contemplati dalle procedure aziendali, tra cui una falegnameria privata realizzata all’interno di un deposito e una cuccia per cani. Per i restanti cinque dipendenti, infine, sono state avviate le procedure per la “destituzione dal servizio”. Assenze ingiustificate, ricorrenti periodi di malattia e addirittura una sparizione per cinque giorni consecutivi senza dare notizia le cause.

Le informazioni a riguardo sono state raccolte questa mattina nel deposito tramviario di via Messina, dove il presidente della società Elio Catania ha effettuato intorno alle 6.30 un controllo a sorpresa, che è durato poco piu’ di un’ora. Catania si è trattenuto, tra le altre cose, a parlare con i dipendenti, a controllare la puntualità dei mezzi in uscita e a visitare l’officina. Quello di via Messina è il piu’ grosso dei cinque depositi tranviari dell’Atm: sono circa 420 le persone che ci lavorano, di cui 375 autisti che servono dieci linee. La mattina escono dal deposito 106 vetture, la prima alle 3.53 del mattino.

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fonte:http://ilgiorno.quotidiano.net/milano/2008/06/10/95877-invece_lavoro.shtml

Caro-petrolio, proteste in tutta Europa

Per lo sciopero dei tir finisce la benzina - foto Ansa - 220*220 - 11-12-07
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Una giornata di petrolio in frenata, che l’ha riportato sotto i 135 dollari al barile, non tranquillizza nessuno. Le proteste contro il caro-carburanti montano in tutta Europa. Francia, Portogallo, ma soprattutto Spagna rischiano la paralisi, con centinaia di Tir che, in colonne chilometriche, assediano le principali città. E in Italia, il settore dell’autotrasporto ha già annunciato uno sciopero dal 30 giugno al 4 luglio, come deciso dalla Conftrasporto, in assenza di interventi immediati per calmierare il prezzo del gasolio. In un anno, il costo di un pieno di gasolio è aumentato del 30,8%, ovvero di 175 euro. Il governo sta predisponendo un piano da proporre a Tremonti che preveda un blocco delle accise per tutto il 2008, come anticipato dal sottosegretario allo sviluppo economico Ugo Martinat e proposto agli autotrasportatori nell’incontro di ieri con il governo.

Conftrasporto, tra gli interventi possibili, punta alla messa a disposizione delle risorse promesse e a tutt’oggi non rese disponibili, alla clausola per il recupero, attraverso l’introduzione di norme antidumping, delle continue variazioni alle quali la voce gasolio è sottoposta, al ripristino delle risorse per lo sviluppo delle autostrade del mare e all’avvio concreto dei controlli anti-abusivi. Temi sui quali Conftrasporto si ritrova con le altre federazioni del settore con le quali ha già condiviso le richieste presentate al governo.

Sempre a proposito di interventi, è stato fissato per giovedì un incontro tra il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia e gli assessori regionali con delega alla pesca, altro settore fortemente colpito. La flotta peschereccia nel porto di Fiumicino è al dodicesimo giorno di fermo. Rimangono chiuse quindi tutte le attività di pescheria, mentre diversi ristoranti i tutte le coste italiane sono costretti a non servire pesce in tavola o a servirsi solo di quello import, ad esempio via Olanda e Croazia.

Le proposte della Commissione europea
per venire in aiuto al settore della pesca, ormai in ginocchio in tutta Europa, sono invece attese per la prossima settimana. Ieri, intanto, per il prezzo del petrolio si è registrata una battuta d’arresto, considerata «fisiologica», dopo i 139 dollari toccati venerdì scorso. Del resto, il presidente algerino dell’Opec, Chakib Khelil, insiste sul fatto che è la bolla speculativa a spingere al rialzo i prezzi. Senza il dollaro debole e i problemi geopolitici, il greggio non supererebbe i 70 dollari al barile.

Una bolla nera che si alimenta
anche dell’incognita sulle riserve. Che però, secondo la Royal society of chemistry, ovvero l’associazione dei chimici britannici e la più grande organizzazione europea per gli studi del settore, sarebbero tuttaltro che in via di esaurimento: i giacimenti petroliferi mondiali sarebbero grandi il doppio di quello che compagnie estrattive e paesi produttori vanno dicendo. Un accordo non scritto, sottostimando le effettive riserve disponibili, mantiene alti i prezzi dell’oro nero e confonde le previsioni su quando, effettivamente, finirà l’era degli idrocarburi. Comunque, gli esperti lo danno a 150 dollari entro l’estate. Tanto che il governo dell’Arabia Saudita (il paese più influente dell’Opec) ha proposto la convocazione di un vertice tra i paesi produttori e quelli consumatori per discutere le contromisure. E le proteste esplodono ormai da oltre un mese in tutto il mondo. Se i pescatori francesi hanno sciolto lo sciopero che per tre settimane ha bloccato i porti del paese, adesso sono i camionisti (francesi, ma anche spagnoli e portoghesi) a protestare: in mezza Europa i Tir stanno formando code chilometriche, viaggiando lentamente verso le principali città, con l’obiettivo – degli spagnoli in particolare – di bloccare le forniture ai supermercati.

Di almeno 80 arresti e 40 feriti,
infine, il bilancio degli scontri di domenica scorsa a Il Cairo, tra polizia e manifestanti: una protesta esplosa in realtà contro il caro-alimentari, legato a doppio filo al caro-petrolio. Con l’impennata dei costi delle farine registrata a livello mondiale, è diminuita la quantità di pane a basso costo immesso sul mercato: i panettieri hanno trovato molto più conveniente vendere le farine al mercato nero piuttosto che usarle per panificare.

Pubblicato il: 10.06.08
Modificato il: 10.06.08 alle ore 15.17

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