Archivio | giugno 14, 2008

OGM – Sette punti contro

ogm

Primo: Depauperazione dei complessi pro-vitaminici e vitaminici delle piante.

Depauperazione di complessi vitaminici e pro-vitaminici non più presenti negli alimenti, con conseguente incremento delle malattie degenerative e carenziali come ad esempio il Cancro.

Secondo: le mutazioni genetiche delle piante e conseguentemente l’ alterazione della Biochimica umana a causa dell’introduzione di geni estranei (es. di animali, batteri, virus, retrovirus) nel DNA della pianta.

Possono così comparire nuove sostanze simili alle vitamine naturali, ma in realtà con caratteristiche di reattività enzimatica e biochimica diverse da quelle naturali, con induzione di modifica della loro componente di attività biochimica sul genoma umano, una volta introdotte con l’alimentazione. Di qui la comparsa potenziale di nuove malattie insorte “artificialmente”.

Terzo: la minaccia alla dieta-anticancro.

Come già dimostrato da diversi Autori , solo un’alimentazione basata su frutta e verdura fresca biologica è in grado di indurre risposta immunitaria contro il tumore, la detossificazione degli organi e dei tessuti. Oggi però, tramite l’introduzione in commercio di cereali, legumi e altri vegetali modificati geneticamente (O.G.M.) in molti di questi alimenti sono contenuti tutti gli aminoacidi essenziali, rendendo in tal modo effettivamente non più curabile il Cancro secondo quanto descritto nella terapia ideata da [W:Max Gerson], e da molti altri autori.

Quarto: malattie indotte da virus transgenici.

I virus transgenici con cui oggi si fanno gli Organismi Geneticamente Modificati (O.G.M.) entrano nel DNA della pianta, modificandola in maniera a noi sconosciuta. Questi virus dovrebbero restare latenti, ma nulla può escludere che possano anche riattivarsi e divenire così portatori di malattie nuove o di malattie abbastanza simili a ben note sindromi purtroppo ancora poco comprese nella loro dinamica(AIDS, Mucca Pazza, etc…), e di cui è ancora molto vaga l’origine (forse virus trangenici ).

Quinto: intossicazione da veleni sintetizzati da piante transgeniche.

Intossicazione cronica di cibi a causa di sostanze tossiche insetticide contenute nelle piante per renderle resistenti ai parassiti come il Bacillus touringiensis, con conseguente possibile incremento di cancri, aborti spontanei,mutazioni genetiche sulla discendenza, Sindromi da Immunodeficienze acquisite, malattie degenerative e da sostanze tossiche, etc….

Sesto: modificazione transgenica di piante naturali.

Passaggio a specie “indigene” naturali delle sostanze tossiche artificiali, come ad esempio il “Bacillus thuringiensis” o di altro tipo, tramite impollinazione incrociata, con potenziale minaccia anche per le piante e le erbe mediche oggi impiegate in FitoTerapia poiché queste ultime saranno inquinate dai geni transgenici provenienti dalle zone agricole a coltura transgenica (OGM).

Settimo: scomparsa irreversibile del patrimonio genetico delle piante naturali!

Graduale ed irreversibile scomparsa delle diversità biologiche, cioè della normale flora naturale. Le coltivazioni transgeniche arrecheranno infatti una gravissima minaccia alle zone ricche di bio-diversità (genomi naturali): il flusso transgenico che andrà dalle piante modificate alle piante naturali sarà inevitabile quando il rapporto numerico fra aree coltivate con piante artificiali supererà le superfici delle piante naturali, determinando così la perdita irreversibile di gran parte del patrimonio genetico naturale di tutte le piante esistenti al mondo.

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fonte: http://www.psichesoma.com/sette-punti-contro-gli-ogm/

MODA – Orrore e orrori per l’uomo che verrà

Sed certe terra est plena serpentibus, calore et siccitate, plena monstris et superstitionibus, cuius gens generaliter est imbellis, vilis et tristis; unde, …

https://i2.wp.com/www.dl.ket.org/latin1/mythology/3fables/heroes/hercules/images/17charon.gif

INCIPIT LIBER SECUNDUS PURGATORII Dantis Aldigherii de Florentia

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Pitti Immagine a Firenze, la moda uomo che verrà

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Dal 18 al 21 giugno il capoluogo toscano ospita Pitti Immagine Uomo. Tra nomi nuovi, eventi e installazioni artististiche, la fiera dedicata al fashion maschile si arrichisce. Con un occhio di riguardo alle pre-collezioni donna. L’articolo di Eleonora Attolico

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13 giugno 2008
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ITALIA – Blackout Giustizia: colloquio con Bruno Tinti

Argomenti pretestuosi. Dati falsi o infondati. Così la politica dà l’assalto alle intercettazioni. Per imbavagliare le indagini. Sottrarsi ai controlli. E coprire i comportamenti illegali. Parola di pm. Colloquio con Bruno Tinti

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di Peter Gomez

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Bruno Tinti
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Era nel suo programma e Silvio Berlusconi lo ha ribadito a Santa Margherita Ligure tra gli applausi scroscianti dei giovani della Confindustria: intercettazioni d’ora in poi consentite solo nelle inchieste di mafia e terrorismo e cinque anni di carcere per i giornalisti che le dovessero pubblicare. La grande contro-riforma del Cavaliere avanza a passi veloci verso il Consiglio dei ministri in cui il Guardasigilli Angelino Alfano la tradurrà in disegno legge.

La
maggioranza però non è compatta.
La Lega vuole che gli ascolti restino anche per altri reati, a partire da quelli di corruzione e concussione. An nicchia. Su un punto però in Parlamento e al Quirinale tutti, o quasi, sono d’accordo: in Italia s’intercetta troppo, si spende troppo e si viola troppo la privacy dei cittadini. Per questo il presidente Giorgio Napolitano invita ad approvare una legge condivisa trovando porte spalancate anche nel Pd.

Ma davvero esiste in Italia un’emergenza intercettazioni?
‘L’espresso’ ne ha discusso con un tecnico, il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, autore tra l’altro del bestseller ‘Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa’, 100 mila copie vendute che illustrano bene le cause del mal funzionamento dei tribunali in Italia. E, dati alla mano, ha scoperto che le cose stanno in maniera molto diversa, rispetto a quanto ripetuto nelle aule parlamentari. Per Tinti, infatti, “questa lotta alle intercettazioni non è altro che la decisione di parte della classe politica e dirigente italiana di sottrarsi al controllo di legalità. Perché tutti gli argomenti utilizzati per giustificarla sono infondati o falsi…”.

Ma come? Il ministro Alfano afferma che da noi s’intercettano ogni anno più di 100 mila persone, è un numero enorme…
“Sì, ma si tratta di un dato non veritiero. Perché si fa confusione tra utenze ed utenti. Un conto sono gli apparecchi messi sotto controllo, che possono benissimo essere 100 mila, e un conto è il numero degli intercettati. A Torino, per esempio, mediamente si mettono sotto, come diciamo in gergo, dieci utenze a persona”.

Cioè controllate anche i familiari e amici? Mi pare grave…
“Ma no! Il fatto è che chi delinque sa benissimo di poter essere intercettato. E allora non utilizza il proprio telefono ufficiale per le attività criminali. Noi quindi andiamo a caccia dell’apparecchio buono. Partiamo da quello che conosciamo, spesso la sua utenza fissa, la ascoltiamo e se nel giro di due o tre giorni capiamo che non è giusto, lo molliamo e passiamo agli altri. Così, di telefono in telefono, arriviamo a trovare quello esatto. Le prime intercettazioni, quelle che gonfiano le statistiche, durano pochissimo. Nel caso degli spacciatori, poi, è prassi che ciascuno di essi utilizzi più schede telefoniche o contemporaneamente o in successione”.

Però l’aumento delle intercettazioni c’è stato: le utenze messe sotto controllo durante il 2003 erano 78 mila. Oggi sono 125 mila…
“Sì, ma è falso che si tratti di una crescita abnorme. Anche in questo caso, come quando si dice che buona parte del Paese è intercettata, si dice una cosa non vera. E per rendersene conto è sufficiente osservare i dati: la curva dei telefoni in uso cresce di anno in anno e così cresce anche quella delle intercettazioni. Ma la seconda curva sale meno della prima. È anzi molto più bassa”.

Per lei le critiche insomma arrivano da chi non conosce la situazione…
“O fa finta di non conoscerla. Basta guardare un’altra curva, quella dei reati. Nel 2007 erano circa tre milioni, con un aumento del 5,15 rispetto l’anno precedente. Ebbene la curva dei reati e quella delle intercettazioni sostanzialmente coincidono, perché se aumentano i reati aumentano gli ascolti. Ma allo stesso modo, non in misura maggiore”.

Quindi non c’è l’abuso denunciato dalla politica?
“Guardi, noi a Torino noi ogni anno apriamo circa 200 mila fascicoli d’indagine, 25 mila dei quali sono contro indagati noti. Ebbene solo in 300 fascicoli vengono richieste intercettazioni”.

Sì, però da più parti si fa notare che vi occupate poco della delinquenza comune, e molto di quella che riguarda le classi dirigenti. In fondo è proprio così che un magistrato finisce sui giornali…
“Quando leggo certe cose, mi arrabbio davvero. Le spiego esattamente cosa accade qui, premettendo che i nostri numeri sono sostanzialmente speculari a quelli nazionali. Ebbene, quei 300 fascicoli nei quali si fa ricorso alle intercettazioni, magari contro più persone, sono suddivisi così. Il 50 per cento riguardano il traffico di droga. Il 15 per cento omicidi consumati o tentati e reati contro la persona. Un altro 15 per cento attiene poi alla criminalità organizzata”.

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E il resto? Tutte intercettazioni di colletti bianchi?
“Macché. Sul 20 per cento che rimane la metà è rappresentata da fascicoli a tutela delle cosiddette fasce deboli: parlo di violenze sessuali o di pedofilia. Solo con le intercettazioni si possono trovare prove che reggano le verifiche dibattimentali. Il disegno di un bimbo che racconta la violenza subita basta per aprire un’inchiesta, non per arrivare a una condanna. I fascicoli riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione e contro l’economia sono pochi: insomma, solo un trentina su quei 300”.

Ma al di là dell’utilità, c’è il problema dei costi. Alfano dice che per le intercettazioni va via il 33 per cento delle spese di giustizia.
“Altra cosa non vera. Nel 2007 lo Stato ha messo a bilancio per la giustizia più di 7 miliardi e mezzo di euro e ne ha spesi 224 milioni per gli ascolti. Si fa confusione tra il budget complessivo del ministero e una delle sue voci, le ‘spese di giustizia’ appunto, che ricomprendono anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte. E poi non si dice che con le intercettazioni lo Stato ci guadagna o va in pari”.

Come ci guadagna?
“Pensi a quello che accade con quel 10 per cento di ascolti dedicati alla criminalità economica e finanziaria. Per scoprire il cosiddetto carosello Iva (le truffe sui rimborsi Iva) e le fatture false non bastano purtroppo le verifiche della Guardia di finanza. La contabilità è infatti sempre perfettamente in ordine. Senza intercettazioni noi come facciamo a dimostrare che quelle fatture, transitate per una società ungherese per poi andare nel Dubai, sono false? E come facciamo a scoprire i ritorni in nero e sequestrare il denaro? A Milano i miei colleghi nell’inchiesta sulle cosiddette scalate bancarie hanno speso 8 milioni di euro. Ma già oggi i 64 indagati, per ottenere di patteggiare, di milioni ne hanno versati 340. E parte di quel denaro è stato messo a bilancio dallo Stato per la costruzione di nuovi asili”.

Ma i costi si possono comunque ridurre?
“Certo e lo si sta già facendo, anche se si potrebbe fare molto di più”.

Come?
“Una parte significativa delle spese è dovuta ai soldi che lo Stato versa alle società di gestione telefonica per noleggiare le linee. Ma i gestori, parlo di Telecom, Wind, Vodafone e gli altri, sono aziende che operano in regime di concessione e che guadagnano molti soldi. Allora qualcuno mi vuol far capire perché lo Stato non inserisce nei contratti una clausola che preveda assistenza gratuita, o quantomeno a prezzi molto bassi, per le intercettazioni?”.

In ogni caso solo poco più del 20 per cento dei soldi spesi sono imputabili al noleggio linee…
“Sì, e infatti c’è anche un’altra follia. Il ministero noleggia tutti gli impianti, le microspie, i sistemi di localizzazione satellitare. C’è da chiedersi perché non se li compri. O almeno perché le cimici, i Gps e le microcamere non vengano acquistate dal ministero degli Interni che dovrebbe fornire alle forze di polizia tutti gli strumenti utili alle indagini”.

Dicono che l’innovazione tecnologica è tale da rendere impossibile per lo Stato starle al passo…
“E chi se ne importa! Un apparato completo per le intercettazioni come quello che utilizziamo a Torino costa più o meno 2 milioni di euro. Solo che noi lo noleggiamo e così di milioni all’anno ne spendiamo quattro. Insomma l’hardware di questo tipo si ammortizza in sei mesi. E visti i prezzi, una volta acquistato si potrebbe benissimo cambiarlo ogni due anni – cosa che oggi non avviene – continuando a risparmiare. Ma non basta, perché con un apparato simile noi potremmo effettuare intercettazioni per tutte le procure del Piemonte. Ma per farlo bisogna centralizzare i punti d’ascolto”.

Intanto però le indagini diventano intercettazioni-dipendenti. È stato detto che la polizia non sa più fare i pedinamenti.
“Mi pare logico: la criminalità usa i telefoni satellitari e i computer e noi li seguiamo a piedi. Anche negli ospedali oggi si usano le Tac e nessuno si lamenta per il declino dello stetoscopio… Ma come si fa a dire una cosa del genere?”.

Resta la questione della privacy, delle storie personali che finiscono sui giornali anche se non ci sono reati.
“Guardi, se analizziamo quanto è accaduto in questo paese ci rendiamo conto che quello della privacy è un discorso finto, utilizzato da chi nella classe politica e dirigente vuole semplicemente nascondere le proprie malefatte. Pensi che, come esempio di privacy violata, viene spesso citata la pubblicazione di un sms di Anna Falchi. Voglio dire: c’è una signora, che si è tolta le mutande in diretta televisiva, la quale si lamenta perché è stato intercettato un messaggio in cui diceva ‘tanti baci caro, ti amo’. Certo, si poteva benissimo evitare di pubblicarlo, ma siamo seri, non mi pare che questo sia il punto”.

E allora qual è, secondo lei?
“È una questione di costi e benefici. Se vogliamo combattere il crimine bisogna accettare l’intromissione nella sfera privata di pochi cittadini. Per fare la frittata, cioè arrestare un assassino o un corrotto, bisogna rompere le uova”.

Ma la pubblicazione di fatti privati non attinenti alle indagini, è un problema…
“Sì e lo si può risolvere. Ma la verita è che sui giornali non avviene quasi mai una violazione ingiustificata della privacy. Questa si verifica solo quando vengono resi noti fatti privati di persone verso le quali non esiste un interesse pubblico. La storia di corna del salumiere non mi pare che di solito finisca sulla stampa. Sul giornale leggiamo invece i fatti che riguardano le classi dirigenti”.

Che a volte non sono reato…
“Allora distinguiamo. Ci sono fatti di rilevanza penale che si possono pubblicare una volta che l’indagato ne ha avuto conoscenza. Per farlo non è necessario attendere il processo. Se l’episodio è rilevante l’opinione pubblica non può aspettare dieci anni prima di sapere. Non è forse giusto che i cittadini e gli investitori conoscano i rapporti tenuti dall’ex governatore di Bankitalia con i protagonisti della scalate bancarie del 2005? A me pare di sì”.

E quelli non penalmente rilevanti?
“Se fanno capo a un uomo pubblico interessano l’opinione pubblica. Quel deputato che andava a prostitute e tirava cocaina, probabilmente non ha commesso reati. Ma visto che era un sostenitore della famiglia e un proibizionista, credo che i suoi comportamenti possano essere legittimamente conosciuti dai cittadini. E il discorso vale pure per me. Se io, che sono un magistrato, andassi tutte le settimane a caccia nella tenuta di un mafioso, non commetterei un reato. Ma qualcuno vuole sostenere che chi lo scrive viola la mia privacy? Ma andiamo, la tutela di questa privacy in realtà è solo la tutela dei propri panni sporchi. Non risponde a un’esigenza etica. È la dimostrazione che in Parlamento c’è chi non vuole far conoscere le porcherie di cui si è reso protagonista”.

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12 giugno 2008

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Gli altri intercettano così

A guardare i numeri che circolano c’è da preoccuparsi. L’Italia sembra davvero il regno del Grande fratello giudiziario. Rispetto alle 100 mila e passa intercettazioni eseguite da noi ogni anno, negli Usa se ne fanno 1.750, in Gran Bretagna 5.500 e 20 mila in Francia.
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In realtà le cose sono molto più complicate, perché ogni dato va contestualizzato. Quello americano, per esempio, si riferisce solo ai reati federali e non alle intercettazioni richieste dal prosecuting attorney di ogni Stato. Inoltre in America per perseguire la corruzione e molti altri delitti, si utilizzano abitualmente gli agenti provocatori: cioè investigatori che offrono denaro ai pubblici ufficiali in operazioni di solito filmate da microcamere. Da noi è vietato. Ma non basta. Nel computo delle intercettazioni non entrano nemmeno quelle (molte decine di migliaia) disposte, in virtù di una norma varata dopo l’11 settembre, direttamente dalla presidenza Bush al di fuori dei controlli della magistratura. In Inghilterra, invece, le intercettazioni, almeno fino al febbraio scorso, non avevano mai valore di prova. A richiederle, non a un giudice, ma al ministro dell’Interno erano le polizie, i servizi segreti e circa altri 653 enti che vanno dalle amministrazioni locali alle poste ai servizi fiscali. Il risultato: i servizi che spiano anche un parlamentare laburista, la confusione più totale, mille intercettati al giorno secondo un rapporto del governo, e a volte bobine passate a giornali scandalistici. Simile a quella italiana invece è la situazione francese dove però il giudice le può disporre anche per reati puniti con solo due anni di reclusione (da noi il limite è molto più elevato). Il numero delle intercettazioni francesi è poi analogo a quello italiano, se si tiene conto che il dato nostrano di 100 mila intercettati l’anno non si riferisce ai cittadini ‘spiati’, ma agli apparecchi messi sotto controllo anche per un solo giorno. Forse per questo il rapporto 2007 del think tank britannico Privacy International dice che nel nostro paese il diritto alla privacy è molto più salvaguardato che in Inghilterra, Usa e Francia.

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Filosofia della spia

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Volando più in alto, oltre ‘furbetti del quartierino’ e ‘vere porcellone’, si può esaminare la questione delle intercettazioni anche da una prospettiva diversa. E internazionale, a testimoniare che il dibattito non è solo italiano, né recente. È quello che ha realizzato il professore parigino Peter Szendy con il suo ‘Intercettare. Estetica dello spionaggio’, appena pubblicato nel nostro paese da Isbn Edizioni. L’autore, filosofo e musicologo, gioca dottamente con la storia degli ascolti, dalla biblica Gerico alle microspie della Cia: scrive l’archeologia dell’origliare, che spazia poi da Mozart a Hitchcock per entrare nelle polemiche odierne. Da Tony Blair all’Eliseo, da Woodcock al Tiger Team nell’eccesso di ascolti tutto il mondo è paese. Tanto che i francesi usano l’espressione ‘sur écote’, tradotto come ‘sovrascolto’, termine che contiene in sé il concetto di eccesso di sorveglianza. Proprio l’argomento che domina il dibattito italiano. Il saggio invece mette al centro la doppiezza, l’elemento di cui vive ogni spia ma che rischia sempre di trasformare chi intercetta da vittima in carnefice: quello che sta accadendo anche alla magistratura italiana. G. D. F.

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fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Blackout-Giustizia/2029292//2

Intossicati dal telefonino

14/6/2008 (8:35) – DUE DODICENNI CATALANI DA MESI IN OSPEDALE PER CURARE LA DIPENDENZA

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Con 5 ore al giorno a scambiare sms cattivi voti a scuola e disturbi mentali

GIAN ANTONIO ORIGHI
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MADRID
C’è un’altra «droga» che sta rovinando
la salute dei nostri figli adolescenti: l’uso smodato del telefonino (e del Messenger). I sintomi sono proprio quelli di uno stupefacente: sindrome d’astinenza e disturbi mentali. L’allarme è scattato in Spagna perché si è saputo che due ragazzini «telefoninomani» di 12 e 13 anni sono stati ricoverati al Centro di Salute Infantile e Giovanile della città catalana di Lerida. «È la prima volta che usiamo un trattamento specifico per curare la dipendenza da cellulare – commenta preoccupata la direttrice, Maite Utges -. Uno dei due ragazzini è ricoverato da tre mesi, l’altro da sette. E la nostra terapia durerà almeno un anno».

In una Spagna dove, secondo i dati 2007 dell’Ine (l’Istat in salsa iberica), ben il 67 per cento di chicos y chicas possiedono quel gadget ormai alla portata di tutte le tasche, i genitori dei due telefono-dipendenti hanno capito che qualcosa non andava perché la vita dei loro pargoli era cambiata, a cominciare dalla resa scolastica, diventata disastrosa. La ragione? Semplice: erano sempre incollati all’apparecchio, come minimo cinque ore al giorno. Non solo per parlare con i coetanei e per mandare gli ormai classici messaggini con o senza foto, ma anche per distrarsi con i videogame, che ogni fabbricante include in un marchingegno diventato indispensabile anche a chi frequenta appena le scuole inferiori.

I due «drogati», non paghi del telefonino, usavano pure il Messenger, la messaggeria istantanea via Internet. La cellular-mania aveva ormai raggiunto un elevato livello di intossicazione: i due studenti non riuscivano a fare più nulla senza la loro droga, neppure i compiti più semplici, benché usassero lo «stupefacente» da appena un anno e mezzo. L’unico controllo che i genitori potevano esercitare era quello sui fondi: davano ai figli una scheda prepagata, pensando che quello sarebbe stato il limite. Invece, quand’erano in sindrome di astinenza, i due ragazzini ricaricavano le loro «siringhe» di nascosto, con le mance o gli euro che riuscivano a racimolare da nonni e famigliari.

Come qualsiasi tossicodipendente, dagli alcolizzati ai cocainomani, la coppia di giovincelli non riconosce ancora la propria malattia. «Per curarli occorre che ammettano la loro dipendenza, cosa che non fanno. Andiamo avanti pian piano, dopo aver tolto loro, naturalmente, la causa della loro malattia – precisa la dottoressa Utges -. Raccomando ai genitori di non dare questi marchingegni ai figli prima dei 16 anni e di controllare quanto li usano».

Ma la dipendenza da telefonino avanza sempre più senza che nessuno se ne preoccupi, mentre le imprese telefoniche spendono una fortuna con le loro sempre più martellanti campagne pubblicitarie che puntano alla quota di mercato con più potenziale: gli adolescenti. L’anno scorso un rapporto del Tribunale dei Minori di Madrid rilevava che il 30 per cento della gioventù tra i 13 e i 17 anni ammetteva di «essere estremamente a disagio» senza il suo gadget preferito.

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ITALIA – Nelle strade armati di fucili ai soldati il potere di fermo

Sorveglianza di sera. Incentivo di 500 euro mensili
Lo schema: due-tre militari insieme a un poliziotto

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di ALBERTO CUSTODERO E GIAMPAOLO CADALANU

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Nelle strade armati di fucili ai soldati il potere di fermo
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ROMA – Armati di fucile, in uniforme grigioverde con elmetti, giubbotto antiproiettile e automezzi militari: gireranno così per le grandi città italiane i 2500 fanti dell’Esercito destinati a compiti di sicurezza e ordine pubblico “per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio”. Avranno funzioni di agenti di pubblica sicurezza: in altre parole, potranno identificare e perquisire le persone e gli automezzi, ma eventuali arresti dovranno essere convalidati da Polizia o Carabinieri, perché i militari non hanno ruolo di Polizia giudiziaria. I sospetti saranno accompagnati nelle stazioni di polizia o carabinieri più vicine e i provvedimenti di sequestro dovranno essere convalidati dalla magistratura entro 48 ore.

L’emendamento precisa che il compito non sarà di repressione ma soprattutto di prevenzione, “per impedire comportamenti che possano mettere in pericolo l’incolumità di persone o la sicurezza dei luoghi vigilati”. Questa frase lascia pensare che resti aperta l’ipotesi di un utilizzo dei militari anche in attività antiterrorismo.

Al di là delle reali mansioni
operative, ai contingenti delle Forze armate è affidato soprattutto un effetto di deterrenza, di dissuasione, di “dimostrazione della presenza dello Stato”, con lo scopo di ottenere un risultato psicologico: restituire tranquillità e combattere la percezione di insicurezza diffusa fra la gente.

La prospettiva è quella
delle pattuglie miste: due-tre militari assieme a un poliziotto o un carabiniere. Come già avviene oggi, con i militari schierati nei seggi elettorali, la responsabilità delle diverse operazioni resterà affidata alle forze dell’ordine. I fanti-poliziotto entreranno in azione, con ogni probabilità, nelle ore serali: teatro dell’intervento saranno le grandi città, da Milano a Palermo, e soprattutto le aree di difficile controllo per le forze dell’ordine: ad esempio le piazze napoletane dello spaccio di droga, o quartieri come la Chinatown milanese o Tor Bella Monaca a Roma.

È la prima volta che un contingente delle Forze armate viene messo a disposizione dei prefetti in tutto il Paese, con unica limitazione l’uso in “aree metropolitane o comunque densamente abitate”. In precedenza, robusti contingenti militari erano stati adoperati con compiti simili in ambito regionale: nell’operazione “Vespri siciliani” – dal 1992 al 1998 in Sicilia, poco dopo l’attentato a Borsellino – e prima ancora in Sardegna, nell’operazione “Forza Paris”, nel 1992, seguita al sequestro di Farouk Kassam. Altre missioni del genere erano state la “Riace” e la “Partenope”, lanciate nel sud Italia fra il 1994 e il 1997, oltre la “Testuggine”, operazione di controllo ai valichi della frontiera tra la Slovenia e il Friuli-Venezia Giulia, dal 1993 al 1995.

Per il momento non è chiaro dove questi contingenti verranno effettivamente schierati: l’iniziativa sarà comunque affidata alle Prefetture, che ne chiederanno l’impiego al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, al capo di Stato maggiore della Difesa, dopo averne informato la presidenza del Consiglio.

Alle pattuglie militari dovranno essere affidate tre funzioni sostanziali: il presidio fisso nei “luoghi sensibili”, il pattugliamento delle zone a rischio, il controllo delle strade attraverso posti di blocco. La copertura finanziaria dell’operazione non prevede nuovi stanziamenti: sarà interamente a carico dei fondi destinati alle emergenze. L’emendamento che introduce il nuovo utilizzo dei militari fa riferimento alle indennità stanziate per l’operazione “Domino”, avviata nel 2001 per rafforzare la sorveglianza attorno a eventuali obiettivi antiterrorismo, subito dopo l’attacco alle Torri gemelle. In particolare, per i soldati che parteciperanno alle operazioni è previsto un aumento medio di circa cinquecento euro.

Fra i militari circola qualche perplessità, soprattutto per l’esiguità delle forze schierate. Il generale Mario Buscemi, a suo tempo responsabile proprio di “Vespri siciliani”, non le nasconde: “È un provvedimento che può avere effetti positivi, ma resta il dubbio che un numero così limitato di militari possa avere risultati che vadano oltre la pregevole iniziativa”. Per il generale, “l’esperienza dei “Vespri siciliani” è stata esaltante: abbiamo visto in maniera diretta la gratitudine della gente. Ma allora i militari schierati erano ventimila”.


14 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-8/soldati-armati/soldati-armati.html

Giappone, perdita d’acqua radioattiva da una centrale nucleare

Giappone, Centrale nucelare
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Una piccola perdita d´acqua con una piccola quantità di radioattiva si è verificata all´interno di una centrale nucleare nel nord del Giappone colpito dal terremoto di magnitudo 7,2 gradi Richter, che ha causato anche la morte di tre persone, sessantacinque feriti e dodici dispersi. La compagnia elettrica giapponese Tokyo Electric Power (Tepco) ha dichiarato che sono fuoriusciti 14,8 litri d´acqua da un serbatoio in cui era depositato materiale radioattivo, vicino al reattore due della centrale nucleare di Fukushima, nell´omonima prefettura settentrionale. «Ma il livello radioattivo dell´acqua è ben lontano dal livello che può potenzialmente danneggiare l´ambiente», ha garantito un portavoce della società, che ha aggiunto che il reattore continua a funzionare.

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Il violento terremoto ha colpito le regioni settentrionali dell´arcipelago giapponese. Il suo epicentro è stato localizzato a sud della prefettura di Iwate vicino a quella di Fukushima. La più potente centrale nucleare del mondo, situata a Kashiwazaki-Kariwa (centro del Giappone), è ferma da luglio 2007 a causa di un violento sisma di magnitudo 6,8. L´agenzia meteorologica giapponese ha corretto in un secondo momento verso l’alto la magnitudo del sisma, passata da 7 a 7,2 sulla scala Richter. Decine di scosse di scosse di assestamento sono state registrate nella zona dell’epicentro, ai confini delle due prefetture di Iwate e Miyagi.

Il portavoce del governo, Nobutaka Machimura, ha annunciato che una persona che stava pescando è stata uccisa da uno smottamento di terreno nella prefettura di Fukushima. La vittima è stata identificata in seguito come un uomo di 55 anni. Machimura ha aggiunto che un uomo di 60 anni è morto a Ichinoseki (prefettura di Iwate) nella regione dell’epicentro. La vittima «è stata schiacciata da un tir mentre scappava dalla sua casa a causa del sisma», ha spiegato. Un responsabile di un ospedale ha annunciato inoltre che un operaio di 48 anni che lavorava nel cantiere di una diga è morto dopo essere stato centrato in testa da alcuni massi nella città di Oshu.

Pubblicato il: 14.06.08
Modificato il: 14.06.08 alle ore 9.42

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76285