Archivio | giugno 16, 2008

Morales: «Europa, vergognati della tua legge anti-immigrati»

15 Jun 2008

Il Presidente della Bolivia si rivolge al Parlamento europeo, alla vigilia del voto sulla direttiva contro gli stranieri: Se sarà approvata – dice – saltano i trattati commerciali e cambiano le condizioni di ingresso nei paesi andini

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Evo Morales*

EVO MORALESFino alla prima metà del secolo XX, l’Europa fu un continente di emigranti. Decine di milioni di europei partirono verso le Americhe con l’intento di colonizzare, di sfuggire alla miseria, alle crisi finanziarie, alle guerre, ai totalitarismi ad alle persecuzioni inflitte alle minoranze etniche.
Oggi sto seguendo con inquietudine il processo d’approvazione della cosiddetta “direttiva rimpatrio”. Il testo, approvato lo scorso 5 giugno dai ministri degli interni dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, dovrà essere sottoposto al voto del Parlamento europeo il 18 giugno. Ho l’impressione che questa direttiva indurisca in maniera drastica le condizioni di detenzione e d’espulsione degli emigranti senza documenti, indipendentemente dal loro tempo di permanenza nei paesi europei, dalla loro condizione lavorativa, dai loro legami familiari, dalla loro volontà d’integrazione e dal raggiungimento della stessa. Gli Europei giunsero in massa nei paesi latino americani ed in America settentrionale, senza visto e senza alcuna condizione imposta dalle autorità. Furono sempre i benvenuti, e continuano ad esserlo, all’interno dei nostri paesi che assorbirono la miseria economica dell’Europa e le sue crisi politiche. Vennero nel nostro continente per sfruttare le ricchezze locali e trasferirle in Europa con un altissimo costo per le popolazioni originarie d’America.

Come nel caso del nostro “cerro rico” di Potosí e delle sue favolose miniere d’argento che fornirono massa monetaria al continente europeo per tutto l’arco di tempo dal XVI al XIX secolo. Le persone, i beni ed i diritti degli emigranti europei furono sempre rispettati.

Oggi l’Unione Europea è la destinazione principale degli emigranti di tutto il mondo, per via della sua immagine positiva di spazio di prosperità e di libertà pubbliche. La stragrande maggioranza degli emigranti giunge nell’Unione Europea per contribuire a questa prosperità, non per approfittarsene. Gli emigranti occupano mansioni di manovalanza, d’edilizia, di assistenza alle persone o di servizio negli ospedali, lavori che gli europei non possono o non vogliono occupare. Contribuiscono al dinamismo demografico del continente europeo e a mantenere la stabilità del rapporto tra popolazione attiva ad inattiva rendendo possibili i vostri generosi sistemi di sicurezza sociale. Oltre a ciò dinamizzano il mercato interno e la coesione sociale. Gli emigranti forniscono una soluzione ai problemi demografici e finanziari dell’Europa.

Per noi, i nostri emigranti rappresentano l’aiuto allo sviluppo che gli Europei non ci concedono, dal momento che pochi paesi raggiungono pienamente l’obiettivo di devolvere lo 0,7% del proprio Pil alla cooperazione allo sviluppo. Nel 2006 le rimesse verso il continente latino americano ammontarono a 68.000 milioni di dollari, ovvero più del totale degli investimenti stranieri nei nostri paesi. A livello mondiale le rimesse degli emigrati verso i paesi di origine raggiungono i 300.000 milioni di dollari, una cifra che supera i 104.000 milioni per la cooperazione allo sviluppo. Il mio paese, la Bolivia, riceve rimesse superiori al 10% del proprio Pil (1.100 milioni di dollari) e pari a un terzo delle nostre esportazioni annuali di gas.

Questo significa che i flussi migratori sono benèfici per gli Europei ed in maniera marginale per noi del terzo mondo, dal momento che allo stesso tempo perdiamo contingenti di mano d’opera qualificata formata da milioni di persone nelle quali i nostri Stati, benché poveri, hanno investito in una forma o nell’altra importanti risorse umane e finanziarie.

Purtroppo il progetto della “direttiva rimpatrio” complica terribilmente questa realtà. Se concepiamo il fatto che ogni Stato o gruppo di Stati può definire le propria politica sull’immigrazione in piena sovranità, non possiamo accettare che i diritti fondamentali della persona siano negati ai nostri compatrioti e fratelli latinoamericani. La “direttiva rimpatrio” prevede la possibilità d’incarcerare gli immigrati senza documenti fino a 18 mesi prima della loro espulsione – o “allontanamento”, stando ai termini usati nella direttiva.
18 mesi! Senza sentenza né giustizia! Così come si presenta oggi, il testo del progetto della direttiva viola palesemente gli articoli 2,3,5,6,7,8 e 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.

E, peggio ancora, esiste la possibilità di incarcerare le madri di famiglia ed i minori d’età, senza prendere in considerazione la loro situazione familiare o scolastica, in questi centri d’internamento che come sappiamo sono teatro di depressioni, scioperi della fame e suicidi. Come possiamo accettare che vengano concentrati in centri di internamento dei compatrioti e fratelli latinoamericani senza documenti, la maggior parte dei quali lavora e si è integrata da anni? Da che parte sta oggigiorno il dovere di ingerenza umanitaria? Dove risiede la libertà di circolare e la protezione contro le detenzioni arbitrarie? Allo stesso tempo l’Unione Europea cerca di convincere la Comunità Andina delle nazioni (Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) a firmare un Accordo di Associazione che include nel suo terzo pilastro un Trattato di libero Commercio la cui natura ed il cui contenuto sono uguali a quelli imposti dagli Stati Uniti. Siamo sottoposti ad una grande pressione da parte della Commissione Europea affinché vengano accettate condizioni di profonda liberalizzazione del commercio, dei servizi finanziari, della proprietà intellettuale e dei nostri servizi pubblici. Inoltre, a titolo della “protezione giuridica” siamo sottoposti a continue pressioni a causa del processo di nazionalizzazione dell’acqua, del gas e delle telecomunicazioni realizzato durante la giornata mondiale dei lavoratori. Chiedo, in questo caso: dove risiede la “sicurezza giuridica” per le nostre donne, gli adolescenti, i bambini ed i lavoratoriche cercano orizzonti migliori in Europa? Promuovere la libertà di circolazione di merci e finanze quando vediamo di fronte a noi la detenzione senza la possibilità di un processo per i nostri fratelli che tentarono di circolare liberamente… questo vuol dire negare i fondamenti della libertà e dei diritti democratici.

A queste condizioni, nel caso in cui la “direttiva rimpatrio” venga approvata, ci troveremmo nell’impossibilità etica di approfondire le negoziazioni con l’Unione Europea e ci riserviamo il diritto di applicare nei confronti dei cittadini europei le stesse obbligazioni in materia di visti che vengono imposte a noi boliviani dal primo di aprile 2007, sulla base del principio diplomatico della reciprocità. Non lo abbiamo esercitato fino ad ora nell’intento d’attendere giustamente dei segnali positivi da parte dell’Unione Europea.

Il mondo, i suoi continenti, i suoi oceani ed i suoi poli conoscono importanti difficoltà globali: il riscaldamento climatico, l’inquinamento, la sparizione lenta ma sicura delle risorse energetiche e delle biodiversità mentre allo stesso tempo aumentano la fame e la povertà in tutti i paesi, rendendo più fragili le nostre società. Fare degli emigranti, con o senza documenti, i capri espiatori di questi problemi globali non è una soluzione. Non corrisponde a nessuna realtà. I problemi di coesione sociale che soffre l’Europa non sono imputabili agli emigranti ma sono il frutto del modello di sviluppo imposto dal Nord, che distrugge il pianeta e smembra le società umane.

A nome del popolo Boliviano, di tutti i miei fratelli del continente e delle regioni del mondo quali il Maghreb ed i paesi africani, mi appello alla coscienza dei leaders e dei deputati europei, dei popoli, dei cittadini e degli attivisti d’Europa, affinché il testo della “direttiva rimpatrio” non venga approvato. La direttiva, cosí come la conosciamo oggi, è una direttiva della vergogna. Invito anche l’Unione Europea a elaborare nei prossimi mesi una politica sull’immigrazione rispettosa dei diritti umani, che permetta il mantenimento di questo dinamismo vantaggioso per entrambi i continenti e che onori, una volta per tutte, il tremendo debito storico, economico ed ecologico che i paesi europei hanno con la maggior parte del terzo mondo.

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Vogliate ricevere voi tutti saluti fraterni dalla Bolivia ed in particolare la nostra solidarietà per tutti i “clandestini”.

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*Presidente Della Repubblica di Bolivia

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fonte:http://attacfoggia.wordpress.com/2008/06/15/morales-%C2%ABeuropa-vergognati-della-tua-legge-anti-immigrati%C2%BB/

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Intercettazioni, i giornalisti europei contro Alfano

Angelino Alfano di Forza Italia, foto lapresse

Il ministro Alfano
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L’assemblea della Federazione europea dei giornalisti, riunita a Berlino, ha votato all’unanimità un documento di condanna della stretta sulle intercettazioni voluta dal governo italiano e le sanzioni penali previste contro i giornalisti.

«L’assemblea annuale della Federazione europea dei giornalisti – si legge nel testo approvato reso noto dalla Fnsi, presente a Berlino con il presidente Roberto Natale, il segretario Franco Siddi e col direttore Giancarlo Tartaglia – condanna il progetto di legge del governo italiano che, con la scusa della privacy, vuole stabile sanzioni penali – fino a tre anni di carcere – per i giornalisti che pubblichino informazioni o citino notizie di inchieste giudiziarie. È il caso soprattutto delle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura. Questa è un’iniziativa – prosegue il documento – che mette il bavaglio ai giornalisti e impedisce ai cittadini di essere informati su temi d’interesse pubblico compresi nelle inchieste giudiziaria».

«Questo modo di procedere – è scritto ancora – è contrario ai principi universali dei diritti dei media e della loro funzione nelle democrazie moderne. I giornalisti, infatti, non devono nascondere le informazioni d’interesse generale, sia originate da fonti libere sia da fonti confidenziali, che essi hanno il dovere di proteggere. Il progetto di legge del governo italiano è contrario alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. L’assemblea annuale della Fej sostiene il sindacato dei colleghi italiani, la Fnsi, nel suo contrasto, nella sua opposizione contro il disegno di legge e fa appello al Parlamento italiano a non approvarlo o a modificarlo profondamente».

Articolo 21: disegno di legge anticostituzionale «La magistratura potrebbe sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla corte costituzionale perchè il disegno di legge sulle intercettazioni limita la sua autonomia. La norma costituzionale che sarebbe violata è l’art.112 che prevede l’obbligo per il pm di esercitare l’azione penale. Questa norma verrebbe svuotata se il pm non avesse i mezzi per condurre l’azione penale…». È il parere autorevole dell’avvocato Domenico D’Amati, presidente del comitato giuridico di Articolo21 che interviene sul sito dell’associazione sul tema del ddl sulle intercettazioni.

«Non è difficile prevedere che – afferma D’Amati se il disegno di legge sulle intercettazioni sarà approvato dalle Camere e se la legge approvata sarà promulgata dal Presidente della Repubblica, Berlusconi avrà il suo caso Guantanamo davanti alla Corte Costituzionale. Il primo magistrato cui sarà chiesto di condannare alla reclusione un giornalista per aver dato notizia delle malefatte di qualche esponente della casta, emerse da intercettazioni in sede giudiziaria, manderà gli atti alla Consulta perchè annulli la nuova legge. E la Corte Costituzionale non sarà la sola a sancire l’abnormità di questo tentativo di ritorno ai tempi bui, perchè non mancheranno certo di pronunciarsi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte di Giustizia dell’Unione».

Per D’Amati, «un’altra ragione che potrà portare la legge sulle intercettazioni davanti alla Corte Costituzionale è che essa si presenta come attentato all’autonomia della magistratura. Per l’art. 112 della Costituzione, il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Questa norma sarebbe svuotata del suo contenuto, se il Pubblico Ministero fosse privato della possibilità di ricorrere, in caso di necessità, allo strumento delle intercettazioni».

Giulietti: proposta Alfano è un bavaglio ai giornalisti «La proposta presentata, dal ministro Alfano in materia di intercettazioni, per quanto riguarda il diritto di cronaca è letteralmente irricevibile». Lo afferma Giuseppe Giulietti, portavoce di articolo 21. «Non è solo e soltanto un tentativo di mettere un bavaglio ai cronisti e agli editori – sostiene – ma è anche e soprattutto il tentativo di mettere una benda sugli occhi e sulle orecchie dei cittadini italiani. Se tali norme dovessero essere mai approvate non favorirebbero il diritto sacrosanto alla privacy delle persone, bensì aumenterebbero i ricatti incrociati e il commercio clandestino dei dossier. Il cronista che entrerà in possesso di notizie di particolare rilevanza sociale non potrà che pubblicarle pena la violazione del codice deontologico e della legge professionale del 1963. Questo principio del resto è stato riconosciuto anche dai giudici di Strasburgo. Agli editori ed ai cronisti non resterebbe che ricorrere alla obiezione di coscienza facendo prevalere i valori contenuti nell’Articolo 21 della Costituzione. Nelle prossime ore – conclude – l’associazione ‘Articolo 21’ costituirà in Europa ed in Italia un comitato di giuristi che avranno il compito di seguire l’iter della legge e di controllarla in tutte le sedi possibili».

Bindi: no ai privilegi per i parroci «Sono assolutamente contraria a una norma che crei privilegi per qualunque esponente di qualsiasi religione». Così Rosy Bindi, intervistata da Lucia Annunziata nel corso di “In mezz’ora”, ha commentato il ddl sulle intercettazioni che prevede che per intercettare un prete si debba avvisare il vescovo. Alla conduttrice, che le fa notare come questa norma fosse presente anche nel disegno di legge preparato da Clemente Mastella, la vicepresidente della Camera ha risposto: «Se questa norma c’era, io non me ne ero accorta e chiedo scusa, perchè sono contraria a questo provvedimento. Posso solo dire: meno male che non è stato approvato».

Bonelli (Verdi): aria di regime Per Angelo Bonelli dei Verdi «anche la stampa europea sente aria di regime in Italia. Per questa ragione oggi da Berlino ha fortemente criticato il disegno di legge sulle intercettazioni varato dal governo Berlusconi che, non solo rischia di imbavagliare il diritto all’informazione dei cittadini, ma che lega le mani su reati gravi alla magistratura, commentando il documento votato all’unanimità dall’assemblea della Federazione europea dei giornalisti.

«La destra – aggiunge l’esponente del Sole che ride – vuole far assomigliare sempre più il nostro Paese ad un regime sud americano minacciando con il carcere i cronisti e mandando l’esercito per le strade per l’ordine pubblico». «Il disegno di legge sulle intercettazioni è un attacco alla libertà d’informazione dei cittadini e mina fortemente la capacità di indagine della magistratura ma, soprattutto, rischia di far diventare l’Italia la zimbella d’Europa – ha concluso Bonelli – Non esiste nulla di simile in nessun altro Paese europeo».
Pubblicato il: 15.06.08
Modificato il: 16.06.08 alle ore 12.33

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76315

Processi, presentato l’emendamento che li congela. L’opposizione: “Un atto per salvare il premier”

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Veltroni minaccia di far saltare il tavolo del dialogo tra maggioranza e opposizione. Di Pietro: “Come volevasi dimostrare, anche questa volta Berlusconi ci riprova con le sue leggi ad personam”

Roma, 16 giugno 2008 – Presentato in commissione Giustizia di Palazzo Madama l’emendamento al decreto legge sulla sicurezza che prevede la sospensione per un anno dei processi penali per fatti commessi fino al 30 giugno 2002 e riguardanti delitti di non rilevante gravità, cioè con pene detentive inferiori ai 10 anni.

L’opposizione l’ha già ribattezzata legge ‘salva-premier’ e Veltroni minaccia di far saltare il tavolo del dialogo tra maggioranza e opposizione. Proseguono le polemiche per il provvedimento annunciato dal ministro La Russa di mettere a disposizione 2500 soldati per la sicurezza nelle grandi città. “Se il Governo e la sua maggioranza continueranno con questo atteggiamento tenuto in queste settimane, cioè una sequenza di incidenti assolutamente eccessivi ed inaccettabili”, ultimo il tentativo di “inserire surrettiziamente il lodo Schifani nel pacchetto sicurezza”, sarà “a rischio il dialogo”. Queste le parole del leader del Pd, Walter Veltroni al quale fa eco il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro: “Come volevasi dimostrare anche questa volta Berlusconi ci riprova con le sue leggi ad personam. Evidentemente non aveva ancora finito di sistemare i suoi affari personali”.

Dalla maggioranza si alza la voce di Gaetano Quagliariello, presidente vicario del gruppo del Pdl al Senato: “Non abbiamo presentato nessun lodo Maccanico o lodo Schifani. Noi diamo la precedenza a quei reati che hanno a che fare con l’allarme sociale. D’altra parte utilizzeremo questo tempo, affinchè, se il Parlamento sarà d’accordo, vi possa essere un provvedimento che consenta alle 5 cariche dello Stato di operare senza avere impunità ma potendo rispondere alla giustizia alla fine del loro mandato”.

Allo stesso tempo continua il dibattito sull’uso dell’esercito nelle città italiane. “Non ci sarà alcuna militarizzazione delle città”. Così il ministro dell’Interno Roberto Maroni, dopo un incontro con il ministro della Difesa La Russa, cerca di stemperare i toni. “Il Consiglio dei Ministri ha approvato un emendamento che prevede la possibilità per il ministro dell’Interno, su richiesta dei prefetti, di utilizzare fino a 2.500 militari, accanto alle forze dell’ordine, in alcune aeree e in alcune situazioni.Quindi non c’è alcuna militarizzazione delle città, ma un potenziamento dell’attività di controllo e di presidio notturno in alcune zone particolarmente a rischio di notte”.

L’opposizione non si arrende e con Silvana Mura, deputata dell’Idv chiede che il governo riferisca immediatamente al Parlamento “quali sono le motivazioni che lo hanno indotto ad adottare tale misura di carattere emergenziale e che produce notevoli costi per lo stato”.

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fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/06/16/97420-processi_libera_emendamento.shtml

fonte immagine di testa:  http://www.questotrentino.it/2004/06/tosi2.jpg

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I provvedimenti potrebbero essere inseriti nel pacchatto sicurezza. Maroni non vuole

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Patteggiamento allargato e lodo Schifani
La tentazione del Pdl. Ma la Lega dice no

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Si riparla di immunità per le alte cariche per «sterilizzare» il processo Mills che coinvolge anche Berlusconi

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ROMA — Approfittare subito del decreto legge sulla sicurezza, già in avanzata fase di conversione al Senato, per far viaggiare spedita la norma sul patteggiamento allargato (applicabile anche ai processi in corso con una sospensione per due mesi) che, a questo punto, rientrerebbe dalla finestra dopo essere uscita dalla porta. Poi, in futuro, si vedrà se e quando presentare un disegno di legge «ad hoc» che reintroduca — riveduto, corretto e digeribile dalla Consulta — il «Lodo Schifani», la legge bocciata dalla Corte costituzionale nel 2004 che introduceva la sospensione dei processi per le 5 più alte cariche dello Stato.

E’ questa l’ultima tentazione del Pdl — per sterilizzare definitivamente il processo Mills in cui è imputato per corruzione in atti giudiziari anche Silvio Berlusconi — che tuttavia oggi al Senato dovrà faticare ancora per mettere d’accordo tutti i pezzi della maggioranza. La Lega in particolare non vuole pagare prezzi politici per leggi «ad personam» che non la riguardano. Per questo non sarà il governo a marciare in prima fila: infatti il patteggiamento allargato per i reati compiuti fino al 31 dicembre 2001, contenuto al 3˚e al 4˚ comma dell’articolo 2 della prima bozza del decreto sicurezza, è già stato cassato anche perché dal Quirinale non si ravvisava alcuna necessità e urgenza. Invece al Senato, dove ora il decreto viene convertito con le modifiche che ogni parlamentare è libero di apportare, il discorso cambia.

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, conferma al Corriere che lui oggi porterà solo l’«emendamento secco» sulla creazione di una corsia preferenziale per i processi sugli incidenti nei cantieri, il provvedimento anticipato nei giorni scorsi e condiviso oltre i confini della maggioranza. Poi come misura deflattiva complementare — per alleggerire la macchina processuale — uno o più parlamentari del Pdl sarebbero intenzionati a far rivivere, magari con qualche correzione, il patteggiamento allargato espulso dal decreto appena 20 giorni fa. Il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, conferma che di questa ipotesi se ne era parlato un po’ di tempo fa ma che poi era caduta: «Non ci sono iniziative concordate dal gruppo, se poi qualche singolo si farà avanti questo a me non risulta».

Invece il deputato Niccolò Ghedini, che è anche avvocato del premier, è meno vago: «No, il lodo Schifani nel decreto non esiste… il capo dello Stato ci spara. Se ci sarà qualcosa sarà un ddl autonomo… Io so che c’è un emendamento del ministro per la corsia preferenziale per i reati che riguardano la prevenzione degli infortuni ». E il patteggiamento allargato? «Non mi risulta. Tuttavia c’era l’ipotesi, l’ho sentito come indiscrezione, di riproporre il patteggiamento allargato così come prevedeva il ddl Mastella senza possibilità di chiedere i termini: in altre parole sono riaperti i termini per il patteggiamento e chi vuole approfittarne lo deve fare in quell’udienza. Punto». Per Ghedini, dunque, il patteggiamento allargato ci vorrebbe «perché è una misura che alleggerisce la macchina». E poi «ci deve sempre essere qualcuno che lo chiede, un pm che lo concede, un giudice che lo prende in considerazione». Ma in fin dei conti, a Berlusconi interessa o no? «Si figuri se Berlusconi vuol patteggiare. Un’ipotesi di riapertura dei termini di patteggiamento nel processo Mills è impensabile…».

Dino Martirano
16 giugno 2008

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fonte: http://www.corriere.it/politica/08_giugno_16/patteggiamento_lodo_schifani_processo_mills_berlusconi_8bd70918-3b6b-11dd-b4fb-00144f02aabc.shtml

“La ricerca scientifica e la formazione avanzata come attività insostituibili in un’economia promossa dalla conoscenza”

ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI

Cerimonia di chiusura Anno Accademico Lincei

2007-2008

12 giugno 2008

Palazzo Corsini , Via della Lungara 10 – Roma

Discorso del Socio Prof. Carlo Rubbia

Signor Presidente della Repubblica, Autorità Accademiche, Cari Colleghi, Signore e Signori:

La presentazione di questa prolusione alla prestigiosa e antica Accademia dei Lincei è per me un evento importante e un onore del quale mi sento grato e riconoscente.

Vorrei cogliere questa occasione per ricordare brevemente quanto progresso la Scienza abbia fatto negli ultimi decenni e quanto dobbiamo

ritenerci fortunati di poter partecipare oggi a tante e notevoli scoperte in tutti i campi della Scienza. Vorrei innanzitutto ricordare come la Scienza sia e debba continuare ad essere “curiosity driven”, sostenuta dalla curiosità.            Gli straordinari recenti contributi della Scienza al progresso tecnologico, primo fra tutti l’enorme aumento della durata e della qualità della vita, non devono farci dimenticare che il progresso scientifico è nella più larga misura il risultato del libero gioco di intelletti liberi che lavorano su temi di loro scelta, nei modi dettati dalla loro curiosità.

La ricerca scientifica fondamentale è un’attività insostituibile, di immenso significato per il genere umano, per aumentare la nostra capacità di descrizione e comprensione del mondo e migliorare le nostre condizioni materiali, la vita sociale e il benessere. La ricerca può contribuire a risolvere gli immensi problemi che oggi si presentano all’uomo, come ad esempio quelli relativi alla salute, ai danni all’ambiente e alle ingiustizie nella distribuzione delle risorse, prime fra esse l’energia, l’acqua ed il cibo del pianeta.

E’ evidente che la Scienza ed il suo ruolo oggi non possono evitare problemi e considerazioni che escono dal puro ambito della comunità scientifica, ma che riguardano l’insieme della società. Ciò è del tutto naturale, in quanto scopo fondamentale della Scienza è la disseminazione della conoscenza attraverso l’educazione. La verità ci rende liberi: “Veritas liberabit vos”. E ciò diviene particolarmente importante per un mondo crescentemente globalizzato. Vorrei sottolineare l’importanza della conoscenza per l’essere umano in un nuovo contesto che vede accrescere la diversità e l’interdipendenza delle culture, dell’universalità dei valori etici, del ruolo della tecnologia della comunicazione nei processi delle nuove dimensioni migratorie.

Lo scopo della conoscenza e della sua diffusione è quello di preparare specialmente i giovani a convivere tra di loro. In ogni comunità la Scienza e l’educazione che ne consegue è sempre stata profondamente ancorata nella cultura e nella tradizione: da queste origini si sono derivate complesse e profonde organizzazioni. Il problema che si pone implica una risposta alla semplice domanda: cosa possiamo fare per migliorare la vita delle generazioni presenti e future ? Oggigiorno, grazie alla globalizzazione ci rendiamo conto che molti degli aspetti devono cambiare al fine di migliorare il bene di tutti: il clima, la salute, l’economia, la famiglia, l’ambiente sociale, le istituzioni nazionali ed internazionali e la democratizzazione dei “mass media”. Un mondo globalizzato e le sue forze motrici pongono nuove sfide per l’educazione per le famiglie, le scuole, le università, la formazione continuativa tutta la vita durante. Dobbiamo trasmettere la conoscenza, rinforzare la giustizia, preparare il futuro e preservare la diversità tra le culture. Molteplici sono quindi i nuovi compiti in cui le Accademie debbono mantenere un fortissimo ruolo e contribuire a:

  • rinforzare il rispetto e la tolleranza per gli altri, sulle basi della conoscenza;
  • comprendere e preservare la diversità culturale e dei linguaggi;
  • sostenere l’economia dell’educazione, specialmente nel Paesi in via di sviluppo;
  • sostenere il ruolo delle scienze e delle scienze sociali come conoscenza di valori universali;
  • diffondere i nuovi strumenti di comunicazione;
  • operare per la comprensione e la gestione del pianeta, anche nella prospettiva di facilitare la convivenza di popolazioni di culture diverse e contribuire alla mitigazione dei problemi derivanti dai processi di immigrazlone.

Ma va anche ricordato che oggi le frontiere ultime della Scienza si trovano racchiuse tra due limiti rappresentati da libertà da un lato e responsabilità dall’altro. La libertà ha un immenso valore, condiviso da tutti.

Ma la libertà ha come controparte il dovere, il che significa l’accettazione della responsabilità individuale. Ciascuno di noi – scienziato o meno – ha il dovere di proiettare la sua attività in un più vasto contesto sociale ed etico.

Le nuove conoscenze sono generalmente sostenute da scoperte. Ci sono ciononostante molti modi diversi in cui il progresso scientifico si può manifestare, sia attraverso un apporto individuale di singoli scienziati oppure, come avviene oggi ad esempio al CERN grazie a programmi di ricerca internazionali che riuniscono molti ricercatori spesso di discipline anche molto diverse. In realtà le scoperte si sono progressivamente evolute da un’azione separata di un singolo individuo al risultante collettivo di una vasta comunità.

La ricerca, inizialmente dovuta all’impegno isolato di pochi iniziati, è oggi divenuta il motore principale del progresso sociale ed economico della società nel suo insieme. Stiamo assistendo alla trasformazione progressiva verso un’economia “promossa dalla conoscenza”, con la scoperta essendo il motore principale del progresso scientifico.

Le conseguenze per la società di questa profonda rivoluzione non vanno sottostimate. Tuttavia, non tutti potranno approfittare di questo immenso dono all’Umanità rappresentato dal progresso scientifico e tecnologico. Quella che si potrebbe chiamare “ignoranza scientifica e tecnologica” sta diventando un problema persistente per una vasta componente della popolazione mondiale, sopratutto nei Paesi in via di sviluppo, ma non solo. Scienza ed educazione sono intimamente connesse. La necessità di combattere le conseguenze di tali ingiustizie sociali dovute alla mancanza di conoscenza è uno dei compiti più importanti ai quali la comunità scientifica deve contribuire attivamente.

Ma in aggiunta a questi problemi per così dire “tradizionali” sta oggi emergendo una nuova situazione dovuta alla rapida crescita della popolazione mondiale, che oggi ha superato i 6 miliardi e mezzo di esseri viventi con i conseguenti rapidi e devastanti effetti sull’ambiente in cui viviamo.

Ogni secondo, la popolazione del pianeta cresce di tre nuovi esseri umani, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, duecento sessanta mila ogni giorno e 90 milioni ogni anno. Ogni 200 giorni, una nuova popolazione pari a quella della nostra Italia nasce, cresce e utilizza in maniera prorompente le risorse del pianeta. Ogni decennio, la popolazione mondiale cresce di un miliardo di individui.

Ad esempio dalla mia nascita ad oggi, la popolazione mondiale è cresciuta di un fattore quattro, e l’energia primaria, e questo è ancora più impressionante, di un fattore sedici.

In ragione della prorompente crescita esponenziale della popolazione, sono oggi viventi tra il 7 e il 10 percento di tutti gli esseri umani che hanno finora popolato la nostra Terra. Se si aggiunge poi a questo numero la compressione delle distanze e la crescita dei contatti dovuti alla globalizzazione, le potenzialità odierne della diffusione delle conoscenze sono senza precedenti e certamente essenziali in vista degli immensi problemi che dobbiamo risolvere urgentemente. La disponibilità di energia è stata un elemento fondamentale della nostra civilizzazione, la chiave del progresso economico e sociale. Progressivamente, l’energia per produrre il cibo è stata completata con quelle necessarie per il luogo di vita (inizialmente il riscaldamento) l’agricoltura organizzata, l’industria ed il trasporto. Il consumo energetico totale della parte più avanzata della popolazione odierna si è moltiplicata di circa un fattore cento a partire dagli albori della storia, raggiungendo oggi circa 1 GigaJoule/giorno/persona. Ciò equivale a bruciare circa 30 kg di carbone per persona al giorno, o l’equivalente di una potenza media di lO kWatt/persona. Quindi il consumo energetico per la produzione del cibo rappresenta oggi solo un piccolo 1% dell’energia consumata da ciascuno di noi.

La crescita vertiginosa dei consumi individuali, accoppiata alla crescita esponenziale della popolazione, non potrà restare senza conseguenze. Con questi cambiamenti stiamo assistendo all’inizio di un’immensa rivoluzione che influenzerà il comportamento futuro di quasi tutte le specie animali e vegetali viventi su terra, inclusi gli esseri umani, la causa primaria del fenomeno. I cambiamenti progressivi del clima della Terra sono la semplice e diretta conseguenza dell’enorme produzione di energia di origine antropogenica, e cioè di energia generata dall’uomo.

Uno dei più rimarchevoli aspetti del consumo energetico per persona è la differenza determinata dal diverso progresso sociale. Le enormi disparità attuali di consumo di energia elettrica (la Svezia con 15.000 kWh/ persona/anno, la Tanzania con 100 kWh/p/a) dimostrano l’immensa correlazione tra l’energia e la povertà. Non vi è dubbio che il consumo energetico globale continuerà a crescere nel futuro, in quanto miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo si battono per una vita migliore.

Secondo il World’s Energy Outlook dell’Agenzia Internazionale (AIE) per l’Energia, circa 1.6 miliardi di persone sono oggi senza elettricità, il che preclude loro la stragrande maggioranza delle attività industriali e la connessa creazione di posti di lavori . In parole più semplici, ma più dramamatiche: la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa. La maggioranza (4/5) di queste popolazioni vivono in aree rurali in Paesi in via di sviluppo, soprattutto in Asia e Africa. Circa 2.4 miliardi di persone dipendono quasi esclusivamente da bio-masse tradizionali (legna), come sorgente primaria di energia. Incidentalmente, in molti di questi paesi il livello della radiazione solare è tale da divenire potenzialmente una nuova sorgente primaria di energia, purché raccolta con una semplice ed economica tecnologia innovativa.

Come è ben noto, l’energia primaria mondiale è dominata dall’uso di fossili. Ma forse non tutti sanno che ogni goccia di energia prodotta bruciando dei fossili è moltiplicata dal pianeta più di cento volte dalla susseguente cattura di luce solare prodotta dalle emissioni di C02, conseguenti appunto dalla combustione fossile. In altre parole, il prezzo energetico risultante per il nostro Pianeta è ben due ordini di grandezza maggiore del calore iniziale, direttamente prodotto dall’uomo che lo ha generato.

Nel passato, fino agli anni Settanta il ciclo del carbone era in una prima approssimazione “chiuso”, in una situazione di equilibrio in cui le emissioni antropogeniche erano bilanciate dagli aumenti dell’assorbimento naturale delle terre e degli oceani. Ma negli ultimi decenni, gli effetti rapidamente crescenti delle attività umane hanno incominciato ad alterare l’equilibrio della bilancia.

Possiamo predire con un alto livello certezza che l’uso continuato dei combustibili fossili, senza restrizioni modificherà in maniera drammatica il clima della Terra, in modi che impatterebbero in pratica su ogni organismo vivente.

Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, al livello dei consumi attuali le riserve attese per il carbone, petrolio, gas naturale e nucleare di terza generazione di cui oggi si parla nel nostro Paese (Uranio235) corrispondono ad una durata rispettivamente di 230, 45, 63 e 54 anni.

Questi numeri possono essere influenzati positivamente da nuove scoperte e negativamente dagli aumenti dei consumi, che sono oggi globalmente dell’ordine di 2%/anno. La AIE ha tuttavia fallito ripetitivamente nel predire gli incrementi nel prezzo del petrolio, che avrebbero dovuto – secondo queste predizioni – passare dagli attuali 84 milioni di barili/giorno a 130 milioni nel 2030, ma senza apprezzabili effetti sui costi. Si noti che i recenti e straordinari aumenti del prezzo del petrolio si sono estesi anche al prezzo del gas naturale, del carbone e persino del nucleare e fanno pensare che in realtà le risorse veramente utilizzabili siano in realtà molto inferiori alle predizioni degli esperti dell’AIE. Anche se questi fattori sono di difficile predizione, tenendo conto dei lunghi tempi necessari per lo sviluppo di energie alternative, la fine dell’era dei fossili abbondanti e a basso costo è oramai una grave realtà.

Sappiamo che esistono solamente due sorgenti naturali che hanno la capacità di assicurare la sopravvivenza energetica dell’umanità oltre l’era dei fossili, il cui consumo peraltro dovrà essere ridotto sostanzialmente al fine di evitare intollerabili cambiamenti climatici. Esse sono (1) l’energia proveniente dal sole e (2) una nuova forma di energia nucleare. Nessuna altra forma di energia, anche se più remota, avrà sul Pianeta le dimensioni richieste per divenire una alternativa accettabile alla combustione dei fossili. Ad esempio il calore geo-termico prodotto dal centro della Terra rappresenta globalmente, sull’intero pianeta, all’incirca la stessa potenza dell’attuale energia fossile primaria. L’energia delle maree prodotte dal movimento della luna e del sole è solamente una piccola frazione dell’energia fossile attuale. Quindi l’energia fossile di origine antropogenica ha oggi raddoppiato l’insieme delle energie calorifiche prodotte naturalmente all’interno del pianeta Terra.

I! consumo energetico primario del Pianeta è oggi solo 1/10000 dell’energia solare disponibile sulla superficie del pianeta. Varie nuove forme di energia rinnovabile hanno le potenzialità di ottenere un immenso successo, se opportunamente sostenute da un’adeguato impegno di ricerca e sviluppo.

E’ stato dimostrato che la superficie necessaria per generare l’insieme dell’energia elettrica pari a 36.000TWh/anno nel 2050 è pari all’energia solare di un’area di 200×200 km2, e cioè 4×104 km2 delle vaste regioni equatoriali del cosiddetto “sun belt”, Per confronto, l’area oggi dedicata all’agricoltura è cento volte maggiore, pari a 107 km2.

La seconda alternativa è una forma nuova di energia nucleare a partire dall’Uranio, dal Torio (fissione) o dal Litio, di qualche altro elemento leggero (fusione), elementi per i quali esistono immense riserve, tali da rendere la distinzione tra energie rinnovabili e non puramente accademica.

La disponibilità energetica è stata da sempre un elemento determinante della nostra civilizzazione: senza dubbio lo sviluppo futuro dell’umanità sarà impossibile senza un continuato apporto di grandi quantità di energia. il problema dell’energia è oggi al centro degli interessi dei politici, degli industriali, dei tecnici e del semplice cittadino. Le conseguenze di una domanda energetica sempre crescente non possono essere sottostimate, in quanto rappresentano un pericolo crescente per il futuro a lungo termine dell’umanità, sia in termini delle conseguenze ambientali che della disponibilità delle sorgenti. La crescita inevitabile del consumo energetico associato alle evoluzioni sociali e alle aspettative dei più poveri potrebbe lievitare al punto di sfuggire al controllo. Tuttavia, come in passato è stato il caso nel risolvere i problemi legati alla della fame, alle malattie, ecc. dobbiamo contare sul progresso scientifico e tecnologico al fine di affrontare e risolvere anche il problema della mancanza di energia e del riscaldamento globale.

Ognuno deve fare la sua parte. È necessario che politici più influenti non perdano di vista le conoscenze di coloro che hanno la più elevata competenza e la più estesa esperienza specifica in questi campi. Senza questi contributi, senza conoscenza, l’arena politica potrebbe risultare vuota di reali contenuti.

Come ha ben detto da Macchiavelli nel Principe, la vera capacità politica è basata sulla capacità di predire i principali eventi del futuro ben prima che essi siano visibili, in quanto, nel momento in cui essi divengono apparenti a tutti, la loro soluzione potrebbe essere divenuta impossibile.

Grazie ad Andrea per la segnalazione!

La parrucca del Re Sole che governa il Belpaese

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Un altro argomentato grido d’allarme per la fine (neppure tanto morbida) della democrazia in Italia. Da la Repubblica, 15 giugno 2008

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«Berlusconi vuole dimostrare che per governare la crisi italiana è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore: sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie». Così ha scritto ieri Giuseppe D’Avanzo su questo giornale [qui in eddyburg].

Purtroppo questo suo giudizio fotografa esattamente la realtà. Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante “incipit” verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell’opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni.

Questa sempre più evidente deriva democratica, che si è profilata fin dai primi giorni della nuova legislatura ed è ormai completamente dispiegata davanti ai nostri occhi, ha trovato finora il solo argine del capo dello Stato. Giorgio Napolitano sta impersonando al meglio il suo ruolo di custode della Costituzione. L’ha fatto con saggezza e fermezza, dando il suo consenso alle iniziative del governo quando sono state dettate da necessità reali come nella crisi dei rifiuti a Napoli, ma lo ha negato nei casi in cui le emergenze erano fittizie e potevano insidiare la correttezza dei meccanismi costituzionali. Sarebbe tuttavia sbagliato addossare al presidente della Repubblica il peso esclusivo di arginare quella deriva: se la dialettica si riducesse soltanto al rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi la partita non avrebbe più storia e si chiuderebbe in brevissimo tempo. Bisognerà dunque che altre forze e altri poteri entrino in campo.

Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l’esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri di venerdì sulla sicurezza e sulle intercettazioni: due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l’attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane.

E’ la prima volta che l’Esercito viene impegnato con funzioni di pubblica sicurezza. Quando fu assassinato Falcone e poi, a breve distanza di tempo, Borsellino, contingenti militari furono inviati in Sicilia per presidiare edifici pubblici alleviando da quelle mansioni la Polizia e i Carabinieri affinché potessero dedicarsi interamente alla lotta contro una mafia scatenata.

Ma ora il ruolo che si vuole attribuire alle Forze Armate è del tutto diverso: pattugliamento delle città con compiti di pubblica sicurezza e quindi con poteri di repressione, arresto, contrasti a fuoco con la delinquenza.

Che senso ha un provvedimento
di questo genere? Quale utilità ne può derivare alle azioni di contrasto contro la malavita? La Polizia conta ben oltre centomila effettivi, altrettanti ne conta l’Arma dei carabinieri e altrettanti ancora la Guardia di finanza. Affiancare a queste forze imponenti un contingente di 2.500 soldati è privo di qualunque utilità.

Se il governo si è indotto ad una mossa tanto inutile quanto clamorosa ciò è avvenuto appunto per il clamore che avrebbe suscitato. Tanto grave è l’insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell’Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l’eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d’assedio, di pericolo nazionale.

Un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio nei tre giorni successivi al 25 luglio del ‘43 e un’altra volta nel ‘47 subito dopo l’attentato a Togliatti. Da allora non era più avvenuto nulla di simile: la Pubblica sicurezza nelle strade, le Forze Armate nelle caserme, questa è la normalità democratica che si vuole modificare con intenti assai più vasti d’un semplice quanto inutile supporto alla Pubblica sicurezza.

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Il disegno di legge sulle intercettazioni parte dalla ragionevole intenzione di tutelare con maggiore efficacia la privatezza delle persone senza però diminuire la capacità investigativa della magistratura inquirente.
Analoghe intenzioni avevano ispirato il ministro della Giustizia Flick e dopo di lui il ministro Clemente Mastella, senza però che quei provvedimenti riuscissero a diventare leggi per la fine anticipata delle rispettive legislature.
Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma anche in questo caso, come per la sicurezza, il senso politico è un altro rispetto alla «ragionevole intenzione» cui abbiamo prima accennato. Il senso politico, anche qui, è un’altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti.

Le Procure.
Anzitutto un elenco dei reati perseguibili con intercettazioni. Solo quelli, non altri. E’ già stato scritto che lo scandalo di Calciopoli non sarebbe mai venuto a galla senza le intercettazioni. Così pure le scalate bancarie dei “furbetti”. Ma moltissimi altri. Per chiudere sul peggiore di tutti: la clinica milanese di Santa Rita, giustamente ribattezzata la clinica degli orrori.
Le intercettazioni poi non possono durare più di tre mesi. Non c’è scritto se rinnovabili e dunque se ne deduce che rinnovabili non saranno. Cosa Nostra, tanto per fare un esempio, è stata intercettata per anni e forse lo è ancora. Tre mesi passano in un “fiat”, lo sappiamo tutti.

I giornalisti e i giornali. C’è divieto assoluto alla pubblicazione di notizie fin all’inizio del dibattimento. Il deposito degli atti in cancelleria non attenua il divieto. Perché? Se le parti in causa o alcune di esse vogliono pubblicizzare gli atti in loro possesso ne sono impedite. Perché? Non si invochi la presunzione di innocenza poiché se questa fosse la motivazione del divieto bisognerebbe aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Dunque il motivo della secretazione è un altro, ma quale?
In realtà il divieto non è soltanto contro giornali e giornalisti ma contro il formarsi della pubblica opinione, cioè contro un elemento basilare della democrazia. Il caso del Santa Rita ha acceso un dibattito sull’organizzazione della Sanità, sul ruolo delle cliniche convenzionate rispetto al Servizio sanitario nazionale. Dibattito di grande rilievo che potrebbe aver luogo soltanto all’inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati. L’eventuale archiviazione dell’istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell’archiviazione e su una possibile critica della medesima. Così pure su possibili differenze di opinione tra i magistrati inquirenti e l’ufficio del Procuratore capo, sulle avocazioni della Procura generale, su mutamenti dei sostituti assegnatari dell’inchiesta. Su tutti questi passaggi fondamentali la pubblica opinione non potrebbe dire nulla perché sarebbe tenuta all’oscuro di tutto.

Sarà bene ricordare che il maxi-processo contro “Cosa Nostra” fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell’allora presidente di sezione, Carnevale. Tutte queste vicende avvennero sotto il costante controllo della stampa e della pubblica opinione allertata fin dalla fase inquirente. Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l’efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata.
Le gravi penalità previste da questa legge nei confronti degli editori costituiscono un gravame del quale si dovrebbero attentamente valutare gli effetti sulla libertà di stampa. Esso infatti conferisce all’editore un potere enorme sul direttore del giornale: in vista di sanzioni così gravose l’editore chiederà a giusto titolo di essere preventivamente informato delle decisioni che il direttore prenderà in ordine ai processi. Di fatto si tratta di una vera e propria confisca dei poteri del direttore perché la responsabilità si sposta in testa al proprietario del giornale.
Si militarizza dunque il giudice, il giornalista ed anche la pubblica opinione.

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Ha ragione il collega D’Avanzo nel dire che questi provvedimenti stravolgono la Costituzione. Identificano di fatto lo Stato con il governo e il governo con il “premier”. Se poi si aggiunge ad essi il famigerato lodo Schifani, cioè il congelamento di tutti i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, l’identificazione diventa totale.
Qui il nostro discorso arriva ad un punto particolarmente delicato e cioè al tema dell’opposizione parlamentare.

Parlo di tutte le opposizioni politiche. Ma in particolare parlo del Partito democratico.
Negli ultimi giorni il Pd e Veltroni quale leader di quel partito hanno assunto su alcune questioni di merito atteggiamenti di energica critica nei confronti del governo. La luna di miele di Berlusconi è ancora in pieno corso con l’opinione pubblica e con la maggior parte dei giornali ma è già svanita in larga misura con il Partito democratico. Salvo un punto fondamentale, più volte ribadito da Veltroni: il dialogo deve invece continuare sulle riforme istituzionali e costituzionali.
E’ evidente che questa “riserva di dialogo” condiziona inevitabilmente il tono complessivo dell’opposizione. Le riforme istituzionali e costituzionali sono di tale importanza da trasformare in “minimalia” i contrasti di merito su singoli provvedimenti. Tanto più che Tremonti chiede all’opposizione di procedere «sottobraccio» per quanto attiene alla strategia economica; ecco dunque un’ulteriore “riserva di dialogo”. Sembrerebbe, questa, una novità a tutto vantaggio dell’opposizione ma non è così. La politica economica italiana dovrà svolgersi nei prossimi anni sotto l’occhio vigile delle Autorità europee. Che ci piaccia o no, noi siamo di fatto commissariati da Bruxelles.
Tremonti dovrà assumere responsabilità impopolari. Necessarie, ma impopolari e vuole condividere con l’opposizione quell’impopolarità.

Intanto, nel merito delle riforme, Berlusconi procede come si è detto e visto, alla militarizzazione del sistema. “L’Etat c’est moi” diceva il Re Sole e continuarono a dire i suoi successori fin quando scoppiò la rivoluzione dell’Ottantanove.
Voglio qui ricordare che uno dei modi, anzi il più rilevante, con il quale l’identificazione dello Stato con la persona fisica del Re si realizzò fu l’asservimento dei Parlamenti al volere della Corona. Gli editti del Re per entrare in vigore avevano bisogno della registrazione dei Parlamenti e soprattutto di quello di Parigi. Questa era all’epoca la sola separazione di poteri concepita e concepibile. Ma il re aveva uno strumento a sua disposizione: poteva ordinare ai Parlamenti la registrazione dell’editto. Di fronte all’ordine scritto del Sovrano il Parlamento registrava “con riserva” e l’editto entrava in funzione. Di solito quest’ordine veniva dato molto di rado ma col Re Sole e con i suoi successori diventò abituale. Quando i Parlamenti si ribellarono ostinandosi a non obbedire il Re li sciolse. Il corpo del Re prevalse sulla labile democrazia del Gran Secolo.

Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale. Corteggiamento dell’opposizione. Montaggio di paure e di pulsioni. Picconamento quotidiano della Costituzione.
Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il Paese nei settori più sensibili della democrazia? Il Partito democratico ha un solo strumento per impedire questa deriva: decidere che non c’è più possibilità di dialogo sulle riforme per mancanza dell’oggetto. Se lo Stato viene smantellato giorno per giorno e identificato con il corpo del Re, su che cosa deve dialogare il Pd? E’ qui ed ora che il dialogo va fatto, la militarizzazione va bloccata. Le urgenze e le emergenze vanno trasferite sui problemi della società e dell’economia.

«In questo nuovo buon clima si può fare molto e molto bene» declama la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qual è il buon clima, gentile Emma? Quello dei pattuglioni dei granatieri che arrestano gli scippatori e possono sparare sullo zingaro di turno? Quello dell’editore promosso a direttore responsabile? Quello del magistrato isolato da ogni realtà sociale e privato di «libero giudizio»? Quello dei contratti di lavoro individuali? E’ questo il buon clima?

Ricordo che quando furono pubblicati “on line” gli elenchi dei contribuenti ne nacque un putiferio. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, autore di tanto misfatto, fu incriminato e si dimise. Ma ora il ministro Brunetta pubblica i contratti di tutti i dirigenti pubblici e le retribuzioni di tutti i consulenti e viene intensamente applaudito e incoraggiato. Anch’io lo applaudo e lo incoraggio come ho applaudito allora Visco e Romano. Ma perché invece due pesi e due misure? La risposta è semplice: per i pubblici impiegati si può.

E’ questo il buon clima? Attenti al risveglio, può essere durissimo. Può essere il risveglio d’un paese senza democrazia. Dominato dall’antipolitica. Dall’anti-Europa. Dall’anarchia degli indifferenti e dalla dittatura dei furboni.
Io trovo che sia un pessimo clima.

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fonte: http://www.eddyburg.it/article/articleview/11466/0/21/