Archivio | giugno 18, 2008

Guantanamo Spaghetti

Un report accusa l’Italia di aver partecipato agli interrogatori nella prigione degli orrori

”Deposizioni non secretate, rilasciate da detenuti a Guantanamo residenti in Italia, indicano che gruppi di agenti italiani si sono recati a Guantanamo per interrogare prigionieri in almeno tre occasioni diverse. Queste visite hanno avuto luogo nei primi tre mesi dell’attività della prigione, cioè quando la tortura e i trattamenti crudeli, inumani e degradanti erano all’ordine del giorno”.

Il coinvolgimento dell’Italia. Questa l’accusa, supportata da testimonianze e verifiche, che Reprieve, un’organizzazione non governativa con sede a Londra che si occupa di assistenza legale alle persone coinvolte nella ‘guerra al terrorismo’ delle quali siano stati violati i diritti inalienabili, lancia all’Italia. In particolare sono sette i casi in esame, tutti di cittadini tunisini residenti in Italia all’epoca dell’arresto che gli è costata la detenzione a Guantanamo. Lofti bin Alì, Saleh Sassi, Adel Ben Mabrouk, Lofti bin Swei Lagha, Hedi Hamamy, Adel al-Hakeemy e Hisham Sliti.

Le responsabilità italiane nell’odissea di queste persone è diretta. Reprieve, infatti, dimostra come tutti loro sono stati catturati in Pakistan o in Afghanistan su informazioni, rivelatesi infondate, delle forze di polizia o d’intelligence italiane. Tutti e sette, adesso, sono stati scagionati da qualsiasi accusa e sono in sostanza liberi di tornare a casa. Ma qui sta il punto: la Tunisia, per unanime parere delle priincipali organizzazioni internazionali, è un Paese nel quale viene praticata sistematicamente la tortura. Non possono essere rispediti in patria dunque, dove nel frattempo (e sempre partendo dalla responsabilità oggettiva degli italiani) in contumacia sono stati condannati a pene dai dieci ai quaranta anni. Per non aver fatto nulla. Queste sette persone, dunque, si ritrovano in un limbo giuridico. Riconosciuti innocenti, non possono essere rimpatriati in Tunisia. L’unica soluzione sarebbe che l’Italia si facesse carico delle sue responsabilità e permettesse loro di tornare in Italia. Nonostante sia l’esecutivo Berlusconi che quello Prodi, come ricorda il report di Reprieve, si siano dichiarati contrari a Guantanamo, nessuno ha mosso un dito per queste persone, alcune delle quali erano in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Italia, dove hanno ancora la famiglia, quando vennero arrestati.

Assunzione di responsabilità. Una storia assurda, che mostra come nell’inferno di Guantanamo l’Italia è coinvolta. Come detto, grazie a informazioni (infondate) dell’intelligence italiana è stato attribuito a tutti e sette i cittadini tunisini quello status di ‘nemico combattente’, obbrobrio giuridico che permetteva alle autorità statunitensi di rinchiudere i sospetti a Guantanamo senza garantire loro il rispetto degli elementari diritti umani. La responsabilità italiana non finisce qui. Durante la detenzione, in almeno tre occasioni, ufficiali dei Carabinieri, della Polizia e del Sismi (il servizio segreto militare italiano) si sono recati a Guantanamo per interrogare i sette tunisini. Le loro testimonianze concordano nel riferire che a tutti gli agenti italiani venne chiaramente detto quali erano le terribili condizioni di detenzione e quali le torture subite. Inoltre, in tutti e sette i casi (ma Reprieve ne può documentare più di 680 in totale), l’Italia ha concesso il diritto di sorvolo agli aerei statunitensi che dal Pakistan o dall’Afghanistan portavano i detenuti sospetti a Guantanamo. Violando ancora la legge. Esiste già un precedente, peraltro, di come la responsabilità italiana verso quello che è accaduto a cittadini stranieri residenti sul suo territorio sia dimostrata. La Corte Suprema del Canada, nei giorni scorsi, ha accolto il ricorso di un ex detenuto di Guantanamo, che chiedeva di veder riconosciuta la responsabilità del Paese nordamericano nel quale risiedeva per la sua ingiusta detenzione.

Il report di Reprieve, nelle conclusioni, chiede all’Italia di mettere a disposizione degli avvocati difensori dei detenuti tutte le informazioni in suo possesso per preparare un’adeguata difesa dei loro assistiti, di proteggere queste persone che risiedevano in Italia, evitandogli il ritorno in Tunisia dove verrebbero torturati, e di favorire il ricongiungimento con le loro famiglie residenti in Italia.

Il documento non aggiunge che, dopo tutto, è il minimo che l’Italia possa fare per questi sette innocenti.

Christian Elia

fonte: peacereporter

Sospensione processi, allarme Anm “Centomila procedimenti a rischio”

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I vertici dell’Associazione magistrati illustrano le conseguenze della norma voluta dal governo. “Negli uffici giudiziari ci sarà un caos senza precedenti”

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ROMA – Sono più di centomila i processi penali che si paralizzeranno per effetto della norma sulla sospensione dei processi. E’ la “stima prudenziale” dell’Asssociazione nazionale magistrati, che prevede, in conseguenza di questa norma, un “caos senza precedenti” per gli uffici giudiziari.

“Chiediamo alla politica di non imboccare la strada dell’invettiva e degli interventi irrazionali – è il messaggio dell’Anm – la giustizia non ha bisogno di questo, ma di un confronto sereno”. Parole forti, che giungono all’indomani dell‘attacco del presidente del Consiglio ai magistrati del processo Mills e nella stessa giornata in cui il Senato ha approvato in prima lettura l’emendamento sulla sospensione dei processi.

In base ai dati del ministero della Giustizia, illustrati dal segretario del sindacato delle toghe Giuseppe Cascini, a fine 2006 erano 352 mila i procedimenti pendenti davanti al giudice monocratico, e 21 mila quelli di fronte a un tribunale collegiale. “Secondo la nostra stima potenziale – ha rilevato Cascini – anche oggi ci attestiamo su questi numeri e almeno il 30% dei processi riguarda fatti precedenti al giugno 2002 e il 90% riguardano pene inferiore a 10 anni”.

L’emendamento sulla sospensione dei processi, dunque, “mette in ginocchio la giustizia penale”. E “creerà disfunzioni al sistema giustizia”, anche perchè, come sottolineato dal presidente dell’Anm Luca Palamara, “determinerà ulteriore oneri per il personale amministrativo che è già in una situazione drammatica, data la mancanza di soluzioni e di riqualificazione”. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha aggiunto ancora Cascini, “avrebbe il dovere di fornire al Parlamento dati precisi sulle conseguenze di questi provvedimenti normativi”.

Lunga, poi, la lista di reati per i quali sarà obbligatoria la sospensione del procedimento: la tabella redatta dall’associazione magistrati indica, fra gli altri, il sequestro di persona, l’estorsione, la rapina, lo stupro, l’associazione per delinquere, le frodi fiscali, la corruzione, l’abuso d’ufficio, l’immigrazione clandestina, la detenzione di materiale pedopornografico, le molestie e maltrattamenti in famiglia, gli omicidi colposi per colpa medica o a seguito di incidenti stradali, il traffico di rifiuti.

Dura la conclusione di Palamara: “Una singola vicenda giudiziaria non può non tener conto di migliaia di processi che si svolgono in tribunale. Ogni imputato ha diritto di difendersi con tutti i mezzi, anche con la pubblica critica, ma non con la delegittimazione”.

Per il vicepresidente del sindacato delle Toghe, Gioacchino Natoli, “è certa l’inutilità” di questo provvedimento di sospensione: “La sospensione di un anno dei processi e il tempo per la fissazione di un’udienza di quelli che avranno priorità sarà pressochè uguale e noi avremo perso un anno di tempo. Nelle migliori delle ipotesi, l’attività che finirà per sfiancare le nostre cancellerie, in termini di efficienza sarà pari a zero”.

18 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-1/anm-processi/anm-processi.html

fonte immagine: http://vivamarcotravaglio.splinder.com/tag/intercettazioni

Altro che Robin Hood , Tremonti taglia scuola e sanità

Leaders dei sindacati

Li hanno convocati lunedì sera, chiedendo un incontro per martedì, solo quattro ore prima del Consiglio dei ministri chiamato ad approvare la prima manovra economica del governo Berlusconi. Come dire, vi incontriamo perché ci tocca, ma noi abbiamo già deciso. I sindacati escono dal loro primo tavolo ministeriale con dubbi e malcontento, mentre Confindustria si dice soddisfatta delle misure proposte. Basterebbe questo a far capire che le intenzioni di Tremonti sono preoccupanti. Un pacchetto fiscale che si trasformerà in decreto e accompagnerà la Finanziaria 2009/2011.

Tagli, tagli, tagli. A cominciare da scuola e sanità. Insomma, si smantella lo Stato sociale, altro che «Robin Hood». Il ministro dell’Economia che nei giorni scorsi ha recitato la parte del giustiziere che avrebbe punito i petrolieri speculatori, ora getta la maschera. La manovra, infatti, avrà un valore complessivo di 13 miliardi: quattro di questi arriveranno dalle entrate fiscali provenienti da banche, assicurazioni ed energia. Tutto il resto, la bellezza di 9 miliardi di euro, si troverà tagliando.

Epifani ha «dubbi sui tagli alle spese» perché «c’è il rischio di una ricaduta sulla qualità dei servizi essenziali come scuola e sanità». Il segretario della Cgil vorrebbe tornare indietro, ricominciare dai tagli alle imposte su fisco e pensioni, tornare «agli accordi sottoscritti con il precedente esecutivo». Ma l’aria è cambiata. «È una manovra tutta basta su tagli, non c’è nulla a sostegno dei redditi, non mi sembra che sia stata accolta la nostra richiesta per le detrazioni al lavoro dipendente, e non c’è nulla neanche per i pensionati», sbotta Epifani. E aggiunge una nota: «Per quanto riguarda la deregolamentazione proposta dal ministro del Lavoro – spiega – vedo molti casi in cui lo snellimento proposto va a ridurre diritti e tutele. Anche questo non mi troverebbe d’accordo».

Purtroppo però i suoi due “colleghi”
di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, sono più morbidi con il governo. Bonanni è convinto che sia «bene non aprire l’ombrello prima che piova…». Angeletti «tifa» perché al delegificazione di Calderoli vada in porto e spera che il governo faccia «veramente come Robin Hood».

Soddisfatta anche Confindustria:
«Finalmente – dice il vicepresidente Alberto Bombassei – si parla in prevalenza di tagli delle spese, piuttosto che di nuove entrate».

Preoccupate invece le Regioni.
Il presidente della conferenza delle Regioni Vasco Errani è corso a palazzo Chigi perché «è arrivato il momento per avere risposte chiare». Le istituzioni locali sono allarmate dalle ripercussioni che la manovra avrà sulle loro finanze, in particolare in materia di sanità e di trasporto locale.

Pubblicato il: 18.06.08
Modificato il: 18.06.08 alle ore 16.07

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76397

Europa, mano dura sui migranti: sì alla direttiva sui rimpatri

Il parlamento europeo a Strasburgo, foto Epa
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Detenzione fino a 18 mesi per gli stranieri sprovvisti di documenti, divieto d’ingresso valido fino a cinque anni per gli espulsi, possibilità di detenere ed espellere anche i minori e asssitenza legale da rimborsare. Con 369 sì, 197 no e 106 astenuti il Parlamento europeo sceglie la mano dura sui migranti. È stata approvata a Strasburgo la direttiva sui rimpatri proposta il 5 giugno scorso dai ministri degli Interni dei 27 paesi membri.

Il dibattito nei giorni è stato infuocato e sia nella maggioranza che nell’opposizione c’erano forti spaccature. Nel Pse, il gruppo socialista, infatti, da una parte c’erano italiani, belgi e francesi contrari, dal’altra tedeschi, spagnoli e britannici più favorevoli. «Noi – spiegava nei giorni scorsi il parlamentare europeo Claudio Fava – siamo fortemente contrari a queste norme che violano i principi di legalità elementari scritti nella buona parte delle Costituzioni dei paesi europei: parliamo di carcere per persone che magari vivono nel nostro paese, che qui hanno lavoro e famiglia, e che potrebbero essere illegali perché hanno il permesso in attesa di rinnovo».

Ma a scongiurare l’approvazione, non sono bastate nemmeno le divisioni interne agli altri gruppi: nel Partito Popolare Europeo si erano levate le voci contrarie dei cattolici dell’Assemblea delle conferenze episcopali dell’Ue e della Caritas; nell’Alde, i liberal-democratici, si era invece aperta la “questione italiana”: nelle loro file siedono infatti gli ex della Margherita, mentre i vecchi Ds stanno nel Pse. Jeanine Hennis-Plasschaert, esponente dell’Alde e grande sostenitrice della direttiva aveva invitato gli italiani «a votare in maniera coerente».

Alla fine, si è scelta l’astensione. Tra chi non ha votato, infatti, ci sono anche gli europarlamentari del Pd, così come riferito dai due capidelegazione del partito nei gruppi Pse e Alde. Secondo il Pd, che aveva presentato alcuni emendamenti che non sono però stati approvati, la direttiva «rappresenta il primo tentativo di una politica europea contro l’immigrazione clandestina, anche se contiene ancora ambiguità e contraddizioni». Gli europarlamentari hanno scelto l’astensione anche perché nella direttiva ci sarebbero anche alcuni punti positivi come «la dichiarazione congiunta con cui gli Stati membri si impegnano a non adottare al loro interno norme peggiorative rispetto a quelle in vigore negli stessi; l’obbligo per chi non ha limiti alla detenzione di prevederla solo entro il limite, pur ampio, di 18 mesi; la facoltà per ogni Stato membro di adottare posizioni migliorative rispetto alla Direttiva, soprattutto in tema di minori». Contrario alla scelta astensionista del Pd il parlamentare del Pse Claudio Fava che l’ha giudicata «imbarazzante», aggiungendo che con questa direttiva «ha vinto l’Europa delle diffidenza».

Lunedì, contro al direttiva si erano espressi anche un gruppo di artisti e intellettuali tra cui gli attori Penelope Cruz e Javier Bardem, il regista Pedro Almodovar, i cantanti Manu Chao e Toure Kunda, l’astrofisica Margherita Hack e l’economista e scrittrice Susan George. Nei giorni scorsi anche Amnesty International aveva chiesto all’Europa di fare un passo indietro e aveva invitato il Parlamento a bocciare la proposta della Commissione. Amnesty è costretta a prendere atto che il suo appello non è stato ascoltato e ora si dice «profondamente rammaricata» perché «il testo approvato non garantisce il diritto degli immigrati clandestini al rimpatrio in condizioni sicure e dignitose».

La direttiva dovrà ora avere l’ultimo via libera formale dai ministri degli Interni e Giustizia nella loro riunione di luglio ed entrerà in vigore a breve. Gli Stati Ue avranno, quindi, due anni di tempo per recepirla nella loro legislazione nazionale. In Italia, c’è da stare tranquilli, saranno dei fulmini. Il ministro Maroni ha già detto che chiederà «l’immediato recepimento».

Pubblicato il: 18.06.08
Modificato il: 18.06.08 alle ore 15.32

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76391

Il web accoglie il nuovo Firefox 3, browser da Guinness dei primati

Il navigatore della Mozilla foundation vuole battere ogni record
distribuendo 5 milioni di copie solo il primo giorno di rilascio

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di FRANCESCO CACCAVELLA

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Il web accoglie il nuovo Firefox 3 browser da Guinness dei primati
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E’ IL GIORNO di Firefox 3, browser più veloce e più completo. La Mozilla Foundation rilascia oggi, a sera in Italia per via del fuso orario, la nuova versione del navigatore open source nato dalle ceneri di Netscape. Firefox 3, il cui nomignolo di sviluppo è stato dedicato alla montagna italiana Gran Paradiso, è costato due anni e mezzo di sviluppo e diversi mesi di sperimentazione. Si mostra più scattante, più facile da usare e più ricco di funzionalità per la navigazione. Il browser è gratuito è si può scaricare per sistemi Windows, Mac e Linux dalla pagina creata ad hoc per celebrare la nuova nascita.

Browser da Guinness. Dopo aver infranto record di utilizzo, facendo scendere – secondo alcune statistiche – sotto l’80 per cento l’uso di Internet Explorer di Microsoft, con questa nuova versione la Mozilla Foundation punta, letteralmente, al Guinness dei primati. Chiunque scaricherà oggi il programma da uno dei server ufficiali contribuirà a far raggiungere a Firefox il titolo di programma più scaricato di sempre nell’arco di un giorno. I giudici del Guinness certificheranno il numero di volte che il software sarà prelevato da Internet e decideranno se includerlo nell’edizione 2009 del libro dei record. Sebbene sia la prima volta che viene tentato un primato del genere, la Mozilla Foundation è sicura di triplicare la cifra ottenuta con la versione 2 che in 24 ore fu prelevata da circa un milione e mezzo di navigatori.

Più veloce, meno avido di risorse. Record a parte, chi installerà Firefox si troverà comunque tra le mani uno dei migliori navigatori di pagine Web di sempre. La nuova versione conta 15 mila piccoli miglioramenti rispetto alla precedente e si basa su un “cuore” di sviluppo ampiamente rimaneggiato e su un’interfaccia grafica molto più chiara e integrata nei diversi sistemi operativi. Oltre a visualizzare con più velocità le pagine Web – fino al doppio di velocità dicono gli sviluppatori – e a rendere molto meno esigente di risorse il sistema, con il nuovo browser sarà molto più semplice salvare le password dei molti siti ad accesso riservato, installare componenti aggiuntivi per aggiungere funzionalità e gestire i file scaricati dalla rete.

Navigazione più “personale”. Una nuova funzione chiamata Places permette di raggiungere i siti già visitati con maggiore facilità, partendo dalla cronologia, dai siti preferiti o direttamente dalla barra di scrittura degli indirizzi. Digitando un indirizzo Web o il nome di un sito, il nuovo browser suggerirà un elenco di pagine già visitate: è una funzione già presente in quasi tutti i concorrenti, ma in questa versione la ricerca è molto più pertinente e i siti suggeriti molto più facili da identificare.

Obiettivo sicurezza. Molto si è fatto anche in termini di sicurezza. Oltre a potenziare e rendere più comprensibili alcuni filtri già inclusi nella versione precedente, Firefox 3 include anche uno strumenti di protezione contro i siti sospettati di installare automaticamente virus o altri programmi pericolosi: se si viene indirizzati verso uno di questi siti, il browser eviterà di caricare la pagina mostrando un avviso di protezione. Migliorate anche le informazioni per le pagine che fanno uso di connessioni cifrate: facendo clic sull’icona del sito una finestra mostrerà il nome del proprietario delle pagine e se la connessione è protetta o no.

I concorrenti rilanciano. Gli altri browser sul mercato non stanno comunque alla finestra. Con l’esplosione dei servizi 2.0, i software da usare direttamente dal Web, è sempre più realistico uno scenario in cui il browser diventi il vero centro delle attività di un computer. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul riaccendersi della più che decennale guerra dei browser, può dare uno sguardo alle grandi novità che le altre software house preparano per i propri software. La norvegese Opera, da sempre all’avanguardia per scelte e innovazioni tecnologiche, ha rilasciato lo scorso giovedì la versione 9.5 dell’omonimo navigatore. Come in Firefox, è stato incluso un filtro per i siti “spara-virus” e una più facile ricerca per i siti già visitati o salvati tra i preferiti. Tra le novità anche Opera Link, un servizio basato sul Web che permette di sincronizzare i preferiti tra browser usati su diversi computer o su telefoni cellulari.

Anche Apple e Microsoft hanno in serbo novità. La prima ha già da tempo reso disponibile Safari anche per Windows, il browser elegante e molto veloce fino a qualche mese fa disponibile solo per gli utenti Mac. Il software tuttavia non è stato ben accolto a causa dei molti problemi mostrati nelle prime versioni di sviluppo e per la mancanza di alcuni strumenti a protezione della navigazione, come un filtro anti-phishing o il supporto a più evoluti certificati di sicurezza per siti Web. È lecito aspettarsi a breve nuovi aggiornamenti.

Microsoft Explorer 8, la cui versione definitiva dovrebbe arrivare a fine 2008, verrà invece distribuito con due nuove tecnologie nuove di zecca chiamate Activities e Webslice destinate a rendere più interattivi contenuti pubblicati sul Web.

Continua il suo percorso anche Camino, un browser open source specificamente destinato ad utenti Mac che condivide con Mozilla una parte del codice e che poche settimane fa è stato distribuito nella versione 1.6.1. Oltre ad una grafica del tutto integrata nell’ambiente dei sistemi Apple, Camino supporta alcune delle tecnologie presenti in Mac OS X come il servizio di identificazione automatica di risorse Bonjour o il gestore di password (Portachiavi).

17 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/scienza_e_tecnologia/browser/firefox-tre/firefox-tre.html

Mattarello? No grazie!

(immagine tratta da globalproject)

indymedia liguria pubblica:

Lunedì 16 giugno 2008, Mattarello (TN) – Sgomberato violentemente il presidio contro l’inizio dei lavori di costruzione della base militare


30 manifestanti malmenati e portati in questura in stato di fermo
Un giovane è stato fatto cadere da una ruspa dalle forze dell’ordine e si trova all’ospedale

Mercoledì scorso i cittadini di Mattarello avevano dato vita ad un presidio per bloccare l’inizio dei lavori di costruzione delle nuove caserme militari, fermando di fatto la ruspa che stava spianando la strada per far passare i primi camion.
La volontà è quella di mantenere il presidio e i lavori bloccati fino a giovedì, quando verrà presentata al sindaco la richiesta di sospensione e rivalutazione dei lavori, accompagnata da centinaia di firme.
Ma questa mattina il presidio è stato sgomberato dalle forze dell’ordine in modo violento.
Ore 9.30:
anche questa mattina molti attivisti e residenti di Mattarello si sono dati appuntamento per continuare a bloccare l’inizio dei lavori di costruzione della nuova base militare di Mattarello.
Al loro arrivo hanno trovato già le ruspe al lavoro e le forze dell’ordine a presidiare la zona.
In molti sono saliti in cima alle macchine escavatrici per fermarle con i propri corpi, ma non c’è stato nemmeno il tempo di spiegare che si tratta di una questione politica, che si vuole portare avanti il blocco fino a giovedì, giornata in cui si vogliono portare al sindaco di Trento l’istanza con le centinaia di firme raccolte contro la costruzione delle caserme: la polizia infatti ha violentemente allontanato i manifestanti, tanto che un ragazzo, a causa delle spinte dei poliziotti, è caduto da una ruspa ed è stato portato all’opedale.
Altri manifestanti hanno raggiunto il presidio e la volontà è quella di resistere e rimanere seduti per terra e sulle ruspe senza abbandonare il presidio.

Ore 10.00: Tutti i compagni che si sono mobilitati si trovano seduti a terra e sulle ruspe, ed intorno le forze dell’ordine sono schierate in assetto antisommossa.
“In questo momento si sta chiedendo per l’ennesima volta che ci sia una responsabilità politica rispetto a quello che sta succedendo oggi, si sta cercando, attraverso questa presenza, di aprire il canale di dialogo con l’amministrazione comunale”, spiega Federico Zappini.
Tuttavia l’amministrazione continua a negarsi, e la risposta che oggi ci si è trovata davanti dimostra in che modo tali questioni vogliono essere risolte: presenza massiccia di forze dell’ordine per difendere un cantiere e permettere l’inizio dei lavori di costruzione di una base di guerra.

Ore 11.00: i carabinieri e la polizia hanno violentemente sgomberato il presidio degli attivisti: più di 30 sono le persone adesso fermate che vengono trasportate in questura per procedere all’identificazione.
Federico Zappini, dall’interno di una macchina della polizia che lo sta conducendo in questura, spiega che tutti si trovavano seduti in resistenza passiva e la polizia, con calci e pugni, ha sgomberato i manifestanti.
Federico poi chiede la solidarietà attiva di tutti quelli che possono raggiungere la questura di Trento.

Ore 11.30: dall’interno della questura Stefano Rubini spiega che sono stati raccolti i documenti e presto si procederà con l’identificazione di tutti coloro che si trovavano al presidio per bloccare i lavori.
Più di 30 persone si trovano in stato di fermo.

Ore 12.00: all’interno della questura l’ufficio stranieri è stato liberato per far posto ai manifestanti fermati: tutti identificati e in attesa di sapere su quali reati a loro carico la questura procederà, manifestazione non autorizzata, violenza privata, resistenza.
Il compagno che si trova all’ospedale sta bene.
“La procedura di identificazione non ci spaventa – spiega Donatello Baldo – perché l’intenzione di tutti è ritornare a riproporre l’iniziativa di blocco dei lavori, perché non è possibile andare avanti con i lavori quando c’è un’istanza, con più di 500 firme raccolte, che chiede al sindaco di bloccarli per rivalutare l’impatto ambientale, economico, sociale e culturale della costruzione della base militare, un’istanza fatta con tutti i crismi della democrazia: questa è la nostra forza, superiore all’atteggiamento repressivo della polizia che abbiamo visto, incredibile, questa mattina”.

http://www.globalproject.info/art-16335.html

Vedi anche:
Sito militare a Mattarello? No grazie!
http://trentomilitarenograzie.blogspot.com/

La rete28aprile ha pubblicato questo comunicato:

La protesta pacifica in atto di parecchi cittadini contro la costruzione della Base Militare di Mattarello e la denuncia di un progetto che oltre a devastare il territorio pone seri dubbi sull’effettivo utilizzo militare che ne conseguirebbe, ha raggiunto oggi il suo culmine di prepotenza e di violenza da parte dei poteri forti e delle istituzioni, che negando ogni forma diretta di democrazia e di coinvolgimento diretto dei cittadini su una tematica così fondamentale per il nostro futuro, ha pensato di risolvere drasticamente la questione facendo intervenire le forze dell’ordine per smobilitare, picchiare e trasportare in questura giovani, vecchi, uomini e donne che da qualche tempo presidiavano pacificamente la zona dei lavori.

Questi cittadini chiedevano verità su questa Base, ormai vista come una futura dependance a scenari di morte e di guerra mondiali, asservita agli egoismi più violenti dei poteri forti che controllano la nostra vita, che non possono in alcun modo lasciare spazio alla libera espressione delle persone, viste come pericolose ed eversive. Eversive al pensiero unico e alla logica del puro profitto di pochi ai danni di tutti gli altri. E per questo stamattina hanno cercato di punirli.

Esprimiamo solidarietà alle compagne e compagni che sono stati brutalmente trasportati in questura e siamo certi che queste voci ed azioni concrete di protesta non rimarranno isolate ma troveranno ulteriore spazio e consenso. Chiediamo che le istituzioni ristabiliscano democrazia e libertà nella nostra comunità, quindi il fermo definitivo dei lavori di costruzione della Base Militare di Matterello.

Trento, 16 giugno 2008

Ezio Casagranda – Filcams Cgil del Trentino
Roland Caramelle – Rete28Aprile nella Cgil

TFR e fondi: bilancio di un anno

Pensioni: A un anno dalla riforma il bilancio è negativo, storia di una «love story» mai cominciata… L’inflazione spinge il Tfr e manda i fondi al tappeto

Da maggio 2007 le casse di categoria hanno perso l’1,9% mentre la liquidazione ha reso il 3,6%. E le adesioni crescono con il contagocce

(immagine da http://www.valeriafaraldi.it/2007/04/)
Un anno dopo il «sì» al Tfr nei fondi pensione la love story tra gli italiani e la previdenza integrativa non è decollata. Forse per far nascere la passione ci vogliono parole più chiare e mercati più tranquilli. Complici la crisi delle Borse, e un destino economico avverso che ha addirittura risvegliato l’inflazione (alleata del Tfr parcheggiato in azienda) il bilancio dell’operazione è piuttosto negativo. Le performance dei fondi sono in rosso e nettamente inferiori a quelle della liquidazione old style , le adesioni aumentano con il contagocce. In un anno i maggiori fondi aziendali o di categoria hanno perso l’1,9%, con punte dell’8/10% per le linee azionarie. Poco rispetto alle Borse mondiali (-18%), ma ben più dei Btp (+2,36%). E soprattutto ben più del Tfr lasciato in azienda che, complice il ritorno di fiamma del costo della vita, si è rivalutato del 3,6%. La liquidazione ha vinto cinque a zero. Un distacco difficile da colmare.
Se poi l’inflazione dovesse restare per un po’ dove si trova oggi (3,6-3,7%) il Tfr parcheggiato in azienda renderebbe più del 4% netto, rendendosi ulteriormente irraggiungibile dai portafogli in rosso. Dati alla mano nel primo anno del Tfr «libero» hanno avuto risultati rassicuranti solo le linee garantite, dove sono andati a finire i soldi di chi non ha scelto. Quelle che, secondo i fautori di una drastica riforma, sono la negazione stessa del concetto di previdenza integrativa perché non consentono l’inseguimento di rendimenti più elevati.
Per ritornare ottimisti bisogna allontanarsi parecchio dal quadro e leggere i numeri degli ultimi cinque anni. Allora sì che i fondi pensione vincono, e mica di poco: 25 a 14 contro il Tfr. E questa, dicono i manuali, è la visione giusta, quella del lungo periodo. Ma vallo a spiegare agli investitori, pieni di incertezze e spesso incapaci di valutare un futuro senza (o quasi) pensione pubblica. E così molti sono rimasti dov’erano, con il Tfr in azienda.
Secondo i dati Covip, alla fine di aprile gli iscritti alla previdenza complementare erano 4,65 milioni, poco più di un quinto su un totale di circa 22 milioni di lavoratori. E fra i 12,2 di dipendenti privati interessati dalla riforma il tasso di adesione è del 25%, lontano dal 40% fissato come obiettivo per fine 2007 dall’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
«Il bilancio è piuttosto deludente, nei primi quattro mesi del 2008 le adesioni sono cresciute del 2,8% a livello complessivo e del 2,2% per i fondi, aziendali o di categoria – spiega Luigi Scimia, presidente della Covip – mentre vanno meglio gli aperti e i Pip con un più 3% e un più 12%».
Non tutti sono d’accordo con un’analisi così grigia. «Se si considera l’anticipo di un anno nell’avvio della riforma, e la mancanza di un’efficace campagna informativa sulle prospettive della previdenza pubblica, il risultato non è poi così male», dice Mauro Marè, presidente della Mefop (la società per lo sviluppo dei fondi pensione che fa capo al ministero dell’Economia).
Ma è lo stesso Marè ad ammettere che le iscrizioni sono andate bene nelle grandi imprese, molto sindacalizzate, mentre il tasso di adesione in quelle sotto i cinquanta dipendenti, dove il Tfr non conferito rimane al datore di lavoro, è bassissimo.
I fondi, poi, non hanno sfondato tra i giovani e i precari. E, ahimè, sono proprio queste le realtà lavorative che saranno più colpite dalla riduzione della pensione di base. Quest’anno i deludenti dati fanno cadere il discorso, ma da qui a trent’anni chi darà a questi lavoratori una minima pensione integrativa?
Il dibattito sulle possibili ricette per risvegliare l’interesse è aperto. Maggiore informazione, smussamento di alcune rigidità e ulteriori incentivi fiscali sono il piatto forte.
«Bisogna eliminare o almeno ridurre al 6% l’aliquota dell’11% sui rendimenti annuali», sottolinea Scimia. Che non escluderebbe, in mancanza di una forte crescita delle adesioni, una norma per sancire l’obbligatorietà di adesione ai fondi pensione, temperata poi dalla possibilità di uscire dopo un certo numero di anni, «come in Gran Bretagna». Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Sergio Corbello (Assoprevidenza) che critica l’irreversibilità della scelta. «L’impossibilità di uscire una volta conferito il Tfr ha spaventato molti lavoratori – dice Corbello -. Mentre andrebbero rispolverati, come accadeva in passato per alcune categorie, i contratti di lavoro con l’obbligatorietà di iscrizione alla previdenza complementare».
Elsa Fornero, direttore del Cerp (Centro ricerche sulle pensioni e le politiche del welfare), vedrebbe di buon occhio la riapertura del meccanismo di silenzio-assenso. Riproporre un semestre dove chi non chiede espressamente di lasciare il Tfr in azienda, viene dirottato automaticamente sui fondi pensione. Ma dopo aver «spiegato chiaramente che la previdenza complementare è fortemente controllata»
Dal lato delle compagnie assicurative si invoca il diritto alla portabilità del contributo aziendale per tutti gli strumenti, «senza limitazioni, in modo da dare maggiore libertà di scelta e creare una vera concorrenza», dice Giampaolo Galli, direttore generale dell’Ania, che insiste sulla necessità di rendere reversibile la scelta.
L’altro tasto dolente è quello della poca o nulla informazione sulle pensioni pubbliche future. Un aiuto potrà venire dal documento che tutte le forme pensionistiche complementari dovranno dare da luglio: una stima della rendita integrativa attesa, ma anche l’indicazione del tasso di sostituzione di quella obbligatoria, cioè il rapporto fra pensione e ultima retribuzione. «Bisogna informare i lavoratori sulla pensione che riceveranno – sottolinea Marè – e per quelli più deboli, con carriere discontinue e redditi bassi si deve pensare a una sorta di meccanismo di solidarietà finanziato con le imposte».
Resta il problema di come raggiungere i lavoratori delle imprese più piccole. «Bisogna puntare sui fondi aperti, che hanno una rete di vendita, attraverso le adesioni collettive che consentono il contributo aziendale», sostiene Marcello Messori, presidente di Assogestioni.
Il rischio, altrimenti, è noto: che i fondi pensione restino un paracadute elitario, aperto per chi è nelle grandi aziende e nelle categorie più sindacalizzate. Ma molto lontano dalle spalle di chi ne ha più bisogno.

fonte: rete28aprile

immagine da http://www.cub.it/article/978/campagna-contro-lo-scippo-del-tfr-nei-fondi-pensione-occhio-il-formaggio-lo-stai-mettendo-tu

Molto interessante questo articolo tratto da Altroconsumo: buona lettura!

Caro libri, Fs, poste, sanità: 20 class action da paura

Associazioni dei consumatori in rivolta: “Non crediamo a un rinvio; la realtà è che vogliono affossare le azioni collettive a tutela dei cittadini”

L’ultima promossa riguarda lo scandalo della clinica milanese Santa Rita

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di CLAUDIA FUSANI

Caro libri, Fs, poste, sanità 20 class action da pauraEmma Marcegaglia. La presidente di Confindustria ha chiesto e ottenuto il rinvio della legge sulla class action

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ROMA – “Altro che rinvio, la vogliono affossare,
hanno vinto ancora una volta le imprese e perdono, ancora una volta, i consumatori” mette in chiaro Paolo Martinello presidente di Altroconsumo. “Non crediamo spetti a Confindustria decidere chi debba difendere i consumatori – attacca Carlo Pileri presidente di Adoc – In questo modo il governo per conto delle lobby imprenditoriali priva i consumatori di uno strumento fondamentale per la tutela dei loro diritti qual è la class action”.

Rabbia, delusione, squilli di tromba e aria di rivolta
tra le associazione dei consumatori che attendevano il 30 giugno per presentare gli incartamenti già pronti delle class action a cui migliaia di cittadini avevano affidato le loro speranze non tanto di essere risarciti ma almeno di essere rispettati. Di riuscir a far sentire la loro voce contro abusi e scorrettezze di multinazionali e grandi aziende che producono beni e servizi, dalle Ferrovie a Telecom, dagli acquedotti all’Enel, dagli editori dei libri scolastici a Poste italiane.

E’ vero che la class action in salsa italiana, approvata grazie ad un errore (in Senato passò con un solo voto di scarto, quello del senatore di Fi Roberto Antonione che sbagliò pulsante), non ha nulla a che vedere con quella americana. E che la causa, una volta ammessa, non produce una sentenza esecutiva perché stabilisce un danno ma non lo quantifica. E però era sempre qualcosa, “eravamo l’avanguardia in Europa” dicono a Altrocunsumo. Erano pronti, un esercito di cittadini e un plotone di avvocati. Tutto fermo, invece. Il governo fa slittare di sei mesi l’entrata in vigore della class action in nome di un suo miglioramento. “Le correzioni, sicuramente necessarie, potevano essere fatte in corso d’opera” insiste Martinello. Pochi credono a un vero rinvio. La verità è che “le associazioni di categoria imprenditoriali – sottolinea Pileri – si sono opposte in silenzio e in tutti i modi all’entrata in vigore dell’azione collettiva temendo gli effetti negativi di uno strumento di giustizia così efficace contro abusi e soprusi può provocare nei loro confronti”. Le imprese hanno chiamato. Il governo ha risposto. “Cedendo alle pressioni di Confindustria” insiste Carlo Rienzi del Codacons.

3.500 contro le “bollette gonfiate” di Telecom. Per capire meglio “i timori” di aziende e lobby imprenditoriali e che razza di guai sarebbero potuti arrivare a partire dal 30 giugno, basta dare un’occhiata ai vari tipi di azioni collettive che adesso, col rinvio, restano invece congelate e dal destino molto incerto. Altroconsumo, per esempio, da marzo a oggi ha raccolto 3.500 adesioni di altrettanti cittadini che lamentano un danno economico da parte di Telecom “connivente” con altri operatori che offrono al cliente, soprattutto del web, servizi di cui non è consapevole. “L’utente si vede comparire sullo schermo una finestra con un messaggio ambiguo, non chiaro, a cui dà l’ok e poi si vede arrivare in bolletta Telecom alla voce “altro operatore” addebiti di decine ma anche centinai di euro” spiega Liliana Cantone di Altrocunsumo. Come sarebbe andata a finire per Telecom? Meglio non saperlo, forse. Anche perché un altro grosso guaio da Telecom doveva arrivare da Adoc: 900 cittadini, che possono diventare milioni perché il caso riguarda tutti gli abbonati Telecom, chiedono il rimborso delle spese di spedizione della bolletta, un caso su cui ci sono già sentenze e pronunciamenti del Garante a favore dei cittadini. Sono 30-40 euro l’anno per cinque anni. Moltiplicati per milioni di utenti… un grosso guaio, appunto.

La battaglia contro il caro-libri.
Un’altra patata molto bollente l’aveva messa in piedi Adoc che ha avviato la causa “per i libri di testo scolastici indebitamente maggiorati”. Base della causa collettiva è la decisione dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato che nel settembre 2007 ha contestato all’Associazione italiana editori “un comportamento anticoncorrenziale per aver favorito un’intesa fra le principali case editrici che ha determinato un allineamento dei prezzi di mercato con un aumento del prezzo finale di vendita ai consumatori”. Un giochino che sarebbe costato alle famiglie dagli 80 ai 400 euro. Le case editrici – le nove principali in Italia, da De Agostani a Giunti, da Rcs a Zanichelli – hanno accettato a maggio di non fare più accordi per il futuro. Ma la class action di Adoc punta ad avere un rimborso che potrebbe essere pari a un 10-15 per cento della spesa annua sostenuta dalle famiglie negli ultimi cinque anni. Sono quasi cinquemila le persone che hanno sottoscritto il modulo di Adoc. Solo a Salerno erano state raccolte in questi giorni tremila adesioni.

Contro poste, caro acqua, buche nelle strade, la malasanità, le tasse degli studenti universitari. Class action ovverosia come dare voce al cittadino che sempre di più subisce senza sapere con chi far valere i propri diritti. Basta dare un’occhiata al sito sulla Class Action in Italia per rendersi conto che razza di rivoluzione sarebbe andata in scena dal primo luglio. I piccoli comuni si sono organizzati in un Coordinamento nazionale e hanno nominato come proprio generoso Don Chisciotte Virgilio Caivano. Se il governo non avesse rinviato di sei mesi (per sempre?) l’entrata in vigore della class action, Caivano avrebbe ad esempio creato molto disturbo a Poste italiane per i danni provocati con i mancati e/o ritardati recapiti. La Federcosumatori abruzzese ha già raccolto le firme per la class action contro il caro acqua di cui sarebbe colpevole il consorzio privato Ato Abruzzo. L’Unione degli Universitari sta per promuovere una class action contro l’Università per avere indietro circa 6 milioni di euro pagati in eccesso dagli studenti con le tasse universitarie che per legge non possono superare il 20 per cento dei finanziamenti statali. Si tratterebbe di un rimborso di pochi euro a studente ma, spiega l’avvocato Michele Bonetti, “l’azione collettiva permetterà di stabilire un precedente e di ribadire il principio che le regole non possono essere infrante”.
Carlo Rienzi, presidente di Codacons, ha una schiera di 150 avvocati in tutta Italia che hanno raccolto materiale per cause collettive – 32 solo a Roma.- per danni provocati da buche nelle strade e code negli ospedali. Nell’ultima settimana hanno annunciato l’azione collettiva anche i pazienti della clinica milanese Santa Rita.

Trenitalia piglia-tutto.
Contro le Ferrovie dello Stato si stanno concentrando le migliori energie delle associazioni dei consumatori. Sono ben tre le associazioni che hanno deciso di dichiarare guerra alle ferrovie: Adoc, Federconsumatori e Adusbef. “In meno di una settimana abbiamo raccolto decine e decine di adesioni contro i ritardi dei treni dei pendolari” spiega Pileri (Adoc). Le azioni collettive si concentrano soprattutto sui tagli ai treni dei pendolari e sul rapporto qualità-prezzo del servizio. “Se ci impediscono la class action – annuncia Pileri – andremo comunque avanti con le azioni collettive vecchio stile, più complesse, ancora più lente e però sempre cause…”.


17 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/economia/parmalat/cause-collettive-quante-sono/cause-collettive-quante-sono.html

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Aspettando la Class action

Prime considerazioni e perplessità sull’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori

di Francesco Luongo

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Un gradito regalo ai consumatori italiani

La vigilia del natale 2007 è stata particolarmente felice per i consumatori e le rispettive associazioni, cui il Governo accordato la prima class action del nostro Ordinamento.

Dopo anni di attesa e di polemiche, dal fecondo grembo della Finanziaria 20081 è scaturita la prima azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori.

I tempi ormai erano maturi per l’introduzione nel nostro Paese di una tutela giudiziaria specifica per i cosiddetti illeciti plurioffensivi.

Da un lato gli scandali finanziari degli ultimi anni, con migliaia di risparmiatori truffati rappresentavano una ferita ancora aperta, dall’altro la stessa Unione Europea ha finalmente deciso di dar vita, nell’ambito della programmazione 2007-2013, a meccanismi di ricorso collettivi per la violazione della regolamentazione a tutela dei consumatori2.

Nel perdurare dei trionfalismi eccessivi da parte di alcuni e della vera e propria isteria mediatica creatasi intorno alla class action nostrana, divenuta quasi un tormentone quotidiano, non scevro da aspetti di vera e propria disinformazione3, è opportuna qualche considerazione sulla reale portata del nuovo istituto.

L’assenza di una efficace tutela risarcitoria per il cittadino-consumatore in Italia

Più volte si è denunciata l’assenza nel sistema giuridico italiano di strumenti processuali facilmente fruibili per il cittadino consumatore. Ai tanti principi sanciti dal Codice del consumo (di seguito C.d.C.), non si affiancava una adeguata tutela giudiziaria, spesso rilasciata all’iniziativa dei singoli e di qualche intraprendente avvocato.

Fortunatamente negli ultimi anni, la giurisprudenza di merito ha cominciato finalmente ad assimilare l’azione inibitoria prevista dall’art. 140 del C.d.C., riservata alle associazioni dei consumatori per inibire gli atti e i comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti.

E’ un dato di fatto, tuttavia, che la mole di illeciti plurioffensivi in termini di violazioni contrattuali, pratiche commerciali scorrette e conseguenti danni, anche extracontrattuali ai cittadini, resta priva di una adeguata tutela risarcitoria.

Le condotte vessatorie ed in alcuni casi palesemente contrarie alla legge hanno ormai superato il livello di guardia in alcuni settori tra cui quello dei servizi a rete quali energia, trasporti, telecomunicazioni4.

A questo stato di cose che gli avvocati giusconsumeristi denunciano da tempo, cerca di rispondere la neonata class action, per alcuni una storica conquista, per molte aziende un incubo, per i più realisti una opzione in più di tutela dei diritti dei cittadini.

Chi e quando potrà agire in giudizio con la class action

Il 30 giugno 2008 entrerà in vigore il nuovo articolo 140 bis del C.d.C. rubricato appunto azione collettiva risarcitoria.

Dal 1° luglio le associazioni dei consumatori rappresentative a livello nazionale (iscritte nell’elenco presso il Ministero dello sviluppo economico), ma anche qualsiasi altra associazione o comitato, allorquando ritengano lesi i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti, potranno agire innanzi il Tribunale del luogo in cui ha la sede legale l’impresa ritenuta responsabile.

La domanda consisterà nell’accertamento del diritto al risarcimento del danno ed alla restituzione delle somme spettanti nell’ambito di rapporti giuridici relativi a contratti stipulati ai sensi dell’articolo 1342 del c.c., ovvero in conseguenza di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali scorrette (elencate all’art. 20 e ss del C.d.C.5) o di comportamenti anticoncorrenziali.

L’azione collettiva risarcitoria non sarà dunque riservata alle sole associazioni di consumatori riconosciute, ma anche da altri soggetti o comitati (anche, perché no, organizzati da studi legali) purchè adeguatamente rappresentativi dell’interesse collettivo fatto valere. Il vaglio della rappresentatività del soggetto sarà effettuato in via preliminare dal Tribunale adito in composizione collegiale.

Il proponente avvierà l’ iniziativa processuale cui i singoli consumatori interessati o altri soggetti rappresentativi potranno aderire, anche in seguito sino al termine perentorio della precisazione delle conclusioni in appello.

L’esercizio dell’azione collettiva o, se successiva, l’adesione alla stessa produrranno gli effetti interruttivi della prescrizione ai sensi dell’art. 2945 del c.c..

L’oggetto della domanda ed il Giudice competente

L’azione collettiva risarcitoria ha quale precipua finalità l’accertamento di un illecito plurioffensivo e del conseguente diritto al risarcimento del danno o alla restituzione delle somme ai consumatori lesi.

Alla base della domanda deve porsi la violazione di una o più norme del C.d.C., di un contratto stipulato ai sensi dell’art 1342 c.c., la messa in opera di condotte anticoncorrenziali che comportino l’aumento dei prezzi di taluni beni o servizi ed ogni altra ipotesi di illeciti, anche estranei a specifici contratti, idonei a produrre danni a più consumatori.

Dalla pluralità dei soggetti coinvolti consegue la competenza territoriale presso il Tribunale, in composizione collegiale, ove ha sede legale l’impresa convenuta. Resta fermo per il consumatore il diritto di agire singolarmente innanzi il proprio giudice naturale per una controversia analoga a quella collettiva cui decida di non aderire.

La prima udienza, il filtro della ammissibilità ed i costi della “adeguata pubblicità” dell’azione

Alla prima udienza il Tribunale, sentite le parti e assunte quando occorre sommarie informazioni, pronuncia sull’ammissibilità della domanda, con ordinanza che pronuncia in camera di consiglio, reclamabile davanti alla Corte di appello.

Spetterà dunque ai Giudici quell’opera di filtro, o se si vuole di sbarramento, che il legislatore ha evitato volutamente di sancire in via amministrativa.

L’azione potrà essere dichiarata inammissibile quando il collegio la ritenga manifestamente infondata, quando sussista un conflitto di interessi, ovvero quando non ravvisi l’esistenza di un interesse collettivo suscettibile di adeguata tutela in sede di azione collettiva.

Il Tribunale potrà differire la pronuncia sull’ammissibilità della domanda quando sul medesimo oggetto sia in corso un’istruttoria di un’autorità indipendente come l’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, l’Autorità per l’energia, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni o il Garante della privacy.

Superato il primo ostacolo con riservate che potrebbero durare anche mesi, o addirittura anni nel caso di indagini delle autorità indipendenti (i cui provvedimenti potrebbero essere anche impugnati al Tar e successivamente al Consiglio di stato), ritenuta ammissibile la domanda il giudice dispone, a cura di chi ha proposto l’azione collettiva, che ne venga data idonea pubblicità e dà i provvedimenti per la prosecuzione del giudizio. La divulgazione dell’azione alla generalità dei consumatori è a carico esclusivo del proponente ed i relativi costi, cui si aggiungono quelli gestione di centinaia o addirittura migliaia di deleghe degli aderenti, rappresentano uno dei fattori che rendono l’azione collettiva risarcitoria particolarmente onerosa per chi la promuove e per i suoi legali, quanto maggiore sarà la pluralità dei soggetti coinvolti.

L’istruttoria e la sentenza

Esaurita l’ istruttoria e fatte precisare le conclusioni il Collegio decide sulla domanda. In caso di rigetto al proponente non resta che l’appello previa informativa agli aderenti e ferma restando l’ipotesi che altri coraggiosi consumatori decidano comunque, in secondo grado, di aderire all’azione sperando in un capovolgimento della decisione di primo grado. Al contrario, in caso di accoglimento, il Collegio in Sentenza determina i criteri in base ai quali liquidare la somma da corrispondere o da restituire ai singoli consumatori o utenti che hanno aderito all’azione collettiva o che sono intervenuti nel giudizio.

Qualora ne sussistano i presupposti processuali il Tribunale potrebbe anche determinare un importo minimo da corrispondere a ciascun consumatore o utente con ciò, ad avviso dello scrivente, mutando la decisione da accertamento in vera e propria condanna.

Ricordiamo che il legislatore italiano non ha previsto l’adozione da parte del Tribunale dei cosiddetti punitive damages in capo all’azienda soccombente, caratteristica dell’azione statunitense finalizzata ad una funzione di temibile deterrente di possibili comportamenti atti a danneggiare i consumatori e quindi il regolare funzionamento dei mercati.

A questo punto il procuratore del proponente la class action notificherà la sentenza all’impresa convenuta, che fa stato anche nei confronti dei consumatori aderenti. Nei sessanta giorni successivi la soccombente proporrà il pagamento di una somma, con atto sottoscritto, comunicato a ciascun avente diritto e depositato in cancelleria. La proposta, in qualsiasi forma accettata dal consumatore o utente costituisce titolo esecutivo.

Tutti i consumatori danneggiati dalla condotta dell’ impresa accertata come illecita, ma che non hanno aderito all’azione collettiva, anche dopo la sentenza collettiva, potranno agire individualmente innanzi al giudice del foro del consumatore a tutela dei propri diritti.

Il mancato accordo sulla quantificazione del danno e la camera di conciliazione

La procedura prevista dopo la decisione del Tribunale che accoglie la domanda costituisce la vera peculiarità dell’azione risarcitoria collettiva italiana. Dopo gli anni necessari per arrivare ad una sentenza , pur sempre contrastabile in appello (ed eventualmente in Cassazione), se l’impresa non comunica la proposta di pagamento ai consumatori entro 60 giorni dalla notifica o il proponente e/o gli aderenti non accettano quella fatta, la fase esecutiva viene sostituita da quella che è stata polemicamente battezzata da alcuni giuristi come la “camera di transazione”6. La norma prevede infatti che il Presidente del Tribunale costituisca un’unica camera di conciliazione per la determinazione delle somme da corrispondere o da restituire ai consumatori utenti che hanno aderito all’azione collettiva o sono intervenuti e che ne fanno domanda.

La camera di conciliazione è composta da un avvocato scelto dai proponenti l’azione, da un legale indicato dall’impresa convenuta ed è presieduta da un avvocato nominato dal Presidente del Tribunale tra gli iscritti all’albo speciale per le giurisdizioni superiori.

La camera di conciliazione quantifica, con verbale sottoscritto dal presidente, i modi, i termini e l’ammontare da corrispondere ai singoli consumatori o utenti. Il verbale di conciliazione costituisce titolo esecutivo.

In alternativa, su concorde richiesta del promotore dell’azione e dell’impresa convenuta, il Presidente dispone che la composizione non contenziosa abbia luogo presso uno degli organismi di conciliazione riconosciuti ai sensi del D.lgs n. 5/03 in materia di diritto societario.

Non è chiaro chi ed in quale misura sopporterà i costi ulteriori di questo rilevante passaggio procedurale che sarà rimesso alla concorde determinazione delle parti o, più credibilmente, alla decisione del Presidente.

Conclusioni e perplessità

La scelta di introdurre l’azione risarcitoria collettiva in sede di legge finanziaria dimostra che il Governo in carica ne ha inteso privilegiare più l’aspetto “politico” che giuridico. I tempi ristretti e la necessità di aggirare la potenti lobby imprenditoriale che in questi anni si è battuta in sede parlamentare per bloccare (ed attualmente per limitare quanto più possibile) qualsiasi ipotesi di azione collettiva da parte dei consumatori ha quasi imposto questa scelta legislativa. Naturalmente il frutto di questo modus operandi si riflette marcatamente sulla fruibilità e l’efficacia dello strumento giudiziario da parte di chi dovrebbe tutelare. Non mancano a riguardo incertezze sulla procedura, sui costi effettivi che graveranno sul proponente, di per se soggetto debole, sui tempi della decisione che potrebbero essere lunghissimi, incentivando resistenze strumentali in giudizio da parte delle imprese, molte delle quali potrebbero anche fallire in corso di causa, soprattutto nel caso realizzino che la causa si metta male.

Da considerare anche, per converso, i riflessi negativi sul mercato ed il conseguente danno all’immagine commerciale di aziende coinvolte in class action “adeguatamente pubblicizzate” che vengano poi respinte in primo grado o in appello (ma anche in Cassazione). In questo contesto le spese legali della soccombenza sarebbero inevitabilmente pesanti soprattutto per gli attori proponenti ed i consumatori aderenti che, non è chiaro se potrebbero essere esposti al rischio di condanna.

Forse la stipula di una garanzia fideiussoria obbligatoria all’avvio della azione per entrambe le parti, sarebbe stata una misura che avrebbe garantito sia i consumatori che le imprese, pur comportando una ulteriore lievitazione dei costi.

Da registrare l’eliminazione in sede di approvazione della ridicola norma blocca onorari degli avvocati, per cui nel caso di soccombenza dell’impresa la stessa poteva essere condannata al pagamento delle spese legali ma il compenso non doveva superare l’importo del 10% del valore della controversia.

In conclusione è evidente che i veri protagonisti della class action all’italiana, nell’attesa di quella comunitaria, saranno ancora una volta gli avvocati dei proponenti, i Tribunali e le rispettive e già intasate cancellerie, cui spetterà il compito di integrazione giurisprudenziale delle lacune della legge, gestendo responsabilmente e con equità le aspettative di giustizia, speriamo sempre fondate, dei cittadini consumatori nel contrastato rapporto con le imprese del mercato italiano, tutt’altro che etico e liberalizzato.

Appendice Normativa: l’azione inibitoria e l’azione collettiva risarcitoria nel Codice del consumo

Codice del Consumo, D.lgs 6 settembre 2005, n. 206:

PARTE V

ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI E ACCESSO ALLA GIUSTIZIA

TITOLO II

Accesso alla giustizia

Articolo 139 – Legittimazione ad agire

Articolo 140 – Procedura

Articolo 140 bis – Azione collettiva risarcitoria

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1 Legge 24 Dicembre 2007 n. 244, pubblicata sul supp. ord. n. 285 alla Gazzetta Ufficiale del 28 Dicembre 2007 n. 300.

2 Nella Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento Europeo ed al Comitato economico e sociale europeo del 13 marzo 2007 dal titolo Strategia per la politica dei consumatori dell’UE 2007-2013 [COM (2007) 99 def. Non pubblicata in Gazzetta Ufficiale] tra le azioni previste vi è il miglioramento del controllo dell’applicazione e delle vie di ricorso con la creazione di meccanismi di ricorso collettivi in caso di inadempimento della regolamentazione a tutela dei consumatori (http://europa.eu/scadplus/leg/it/1vb/132054.htm).

3 A riprova della superficialità, delle false attese, se non addirittura della disinformazione generatasi intorno al nuovo istituto, la notizia data nel gennaio 2008 da tutti i telegiornali nazionali nel corso dell’emergenza rifiuti in Campania che i commercianti di Napoli avevano avviato la prima class action in Italia. In questo caso i media hanno finito per confondere l’ esposto di un gruppo di negozianti alla Procura della repubblica di Napoli con la nuova azione collettiva risarcitoria, riservata ai soli consumatori ed associazioni.

4 Un esempio eclatante di palese dispregio delle norme a tutela degli utenti lo hanno reso le compagnie telefoniche. In particolare la Wind Telecomunicazioni spa nonostante l’entrata in vigore del Decreto Legge Bersani (poi convertito in L. n. 40/07) che ne prevedeva l’abolizione, ha continuato per alcuni giorni ad applicare il balzello sulle ricariche dei propri telefoni cellulari sino all’intervento sanzionatorio della AGCOM.

5 Le pratiche commerciali scorrette sono state recentemente codificate nel Codice del Consumo in base al D.lgs n. 146/2007 (Gu 6.9.2007 n. 207) che ha dato attuazione alla direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e che modifica le direttive 84/450/CEE, 97/7/CE, 98/27/CE, 2002/65/CE, e il Regolamento (CE) n. 2006/2004.

6 Il Prof. Guido Alpa così commentava su Il Sole 24 ore del 17.11.2007 l’azione collettiva risarcitoria appena approvata dal Senato “La gestione dei rimborsi individuali tramite una camera di conciliazione successiva alla decisione di accertamento e condanna della responsabilità dell’impresa implica il rovesciamento della logica giuridica processuale, perché la conciliazione serve a prevenire le cause, altrimenti trattasi di una “camera di transazione“.

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fonte: http://www.altalex.com/index.php?idnot=40583