Archivio | giugno 18, 2008

Guantanamo Spaghetti

Un report accusa l’Italia di aver partecipato agli interrogatori nella prigione degli orrori

”Deposizioni non secretate, rilasciate da detenuti a Guantanamo residenti in Italia, indicano che gruppi di agenti italiani si sono recati a Guantanamo per interrogare prigionieri in almeno tre occasioni diverse. Queste visite hanno avuto luogo nei primi tre mesi dell’attività della prigione, cioè quando la tortura e i trattamenti crudeli, inumani e degradanti erano all’ordine del giorno”.

Il coinvolgimento dell’Italia. Questa l’accusa, supportata da testimonianze e verifiche, che Reprieve, un’organizzazione non governativa con sede a Londra che si occupa di assistenza legale alle persone coinvolte nella ‘guerra al terrorismo’ delle quali siano stati violati i diritti inalienabili, lancia all’Italia. In particolare sono sette i casi in esame, tutti di cittadini tunisini residenti in Italia all’epoca dell’arresto che gli è costata la detenzione a Guantanamo. Lofti bin Alì, Saleh Sassi, Adel Ben Mabrouk, Lofti bin Swei Lagha, Hedi Hamamy, Adel al-Hakeemy e Hisham Sliti.

Le responsabilità italiane nell’odissea di queste persone è diretta. Reprieve, infatti, dimostra come tutti loro sono stati catturati in Pakistan o in Afghanistan su informazioni, rivelatesi infondate, delle forze di polizia o d’intelligence italiane. Tutti e sette, adesso, sono stati scagionati da qualsiasi accusa e sono in sostanza liberi di tornare a casa. Ma qui sta il punto: la Tunisia, per unanime parere delle priincipali organizzazioni internazionali, è un Paese nel quale viene praticata sistematicamente la tortura. Non possono essere rispediti in patria dunque, dove nel frattempo (e sempre partendo dalla responsabilità oggettiva degli italiani) in contumacia sono stati condannati a pene dai dieci ai quaranta anni. Per non aver fatto nulla. Queste sette persone, dunque, si ritrovano in un limbo giuridico. Riconosciuti innocenti, non possono essere rimpatriati in Tunisia. L’unica soluzione sarebbe che l’Italia si facesse carico delle sue responsabilità e permettesse loro di tornare in Italia. Nonostante sia l’esecutivo Berlusconi che quello Prodi, come ricorda il report di Reprieve, si siano dichiarati contrari a Guantanamo, nessuno ha mosso un dito per queste persone, alcune delle quali erano in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Italia, dove hanno ancora la famiglia, quando vennero arrestati.

Assunzione di responsabilità. Una storia assurda, che mostra come nell’inferno di Guantanamo l’Italia è coinvolta. Come detto, grazie a informazioni (infondate) dell’intelligence italiana è stato attribuito a tutti e sette i cittadini tunisini quello status di ‘nemico combattente’, obbrobrio giuridico che permetteva alle autorità statunitensi di rinchiudere i sospetti a Guantanamo senza garantire loro il rispetto degli elementari diritti umani. La responsabilità italiana non finisce qui. Durante la detenzione, in almeno tre occasioni, ufficiali dei Carabinieri, della Polizia e del Sismi (il servizio segreto militare italiano) si sono recati a Guantanamo per interrogare i sette tunisini. Le loro testimonianze concordano nel riferire che a tutti gli agenti italiani venne chiaramente detto quali erano le terribili condizioni di detenzione e quali le torture subite. Inoltre, in tutti e sette i casi (ma Reprieve ne può documentare più di 680 in totale), l’Italia ha concesso il diritto di sorvolo agli aerei statunitensi che dal Pakistan o dall’Afghanistan portavano i detenuti sospetti a Guantanamo. Violando ancora la legge. Esiste già un precedente, peraltro, di come la responsabilità italiana verso quello che è accaduto a cittadini stranieri residenti sul suo territorio sia dimostrata. La Corte Suprema del Canada, nei giorni scorsi, ha accolto il ricorso di un ex detenuto di Guantanamo, che chiedeva di veder riconosciuta la responsabilità del Paese nordamericano nel quale risiedeva per la sua ingiusta detenzione.

Il report di Reprieve, nelle conclusioni, chiede all’Italia di mettere a disposizione degli avvocati difensori dei detenuti tutte le informazioni in suo possesso per preparare un’adeguata difesa dei loro assistiti, di proteggere queste persone che risiedevano in Italia, evitandogli il ritorno in Tunisia dove verrebbero torturati, e di favorire il ricongiungimento con le loro famiglie residenti in Italia.

Il documento non aggiunge che, dopo tutto, è il minimo che l’Italia possa fare per questi sette innocenti.

Christian Elia

fonte: peacereporter

Sospensione processi, allarme Anm “Centomila procedimenti a rischio”

https://i0.wp.com/images3.hiboox.com/images/0508/qvwijt3z.gif

I vertici dell’Associazione magistrati illustrano le conseguenze della norma voluta dal governo. “Negli uffici giudiziari ci sarà un caos senza precedenti”

.

ROMA – Sono più di centomila i processi penali che si paralizzeranno per effetto della norma sulla sospensione dei processi. E’ la “stima prudenziale” dell’Asssociazione nazionale magistrati, che prevede, in conseguenza di questa norma, un “caos senza precedenti” per gli uffici giudiziari.

“Chiediamo alla politica di non imboccare la strada dell’invettiva e degli interventi irrazionali – è il messaggio dell’Anm – la giustizia non ha bisogno di questo, ma di un confronto sereno”. Parole forti, che giungono all’indomani dell‘attacco del presidente del Consiglio ai magistrati del processo Mills e nella stessa giornata in cui il Senato ha approvato in prima lettura l’emendamento sulla sospensione dei processi.

In base ai dati del ministero della Giustizia, illustrati dal segretario del sindacato delle toghe Giuseppe Cascini, a fine 2006 erano 352 mila i procedimenti pendenti davanti al giudice monocratico, e 21 mila quelli di fronte a un tribunale collegiale. “Secondo la nostra stima potenziale – ha rilevato Cascini – anche oggi ci attestiamo su questi numeri e almeno il 30% dei processi riguarda fatti precedenti al giugno 2002 e il 90% riguardano pene inferiore a 10 anni”.

L’emendamento sulla sospensione dei processi, dunque, “mette in ginocchio la giustizia penale”. E “creerà disfunzioni al sistema giustizia”, anche perchè, come sottolineato dal presidente dell’Anm Luca Palamara, “determinerà ulteriore oneri per il personale amministrativo che è già in una situazione drammatica, data la mancanza di soluzioni e di riqualificazione”. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha aggiunto ancora Cascini, “avrebbe il dovere di fornire al Parlamento dati precisi sulle conseguenze di questi provvedimenti normativi”.

Lunga, poi, la lista di reati per i quali sarà obbligatoria la sospensione del procedimento: la tabella redatta dall’associazione magistrati indica, fra gli altri, il sequestro di persona, l’estorsione, la rapina, lo stupro, l’associazione per delinquere, le frodi fiscali, la corruzione, l’abuso d’ufficio, l’immigrazione clandestina, la detenzione di materiale pedopornografico, le molestie e maltrattamenti in famiglia, gli omicidi colposi per colpa medica o a seguito di incidenti stradali, il traffico di rifiuti.

Dura la conclusione di Palamara: “Una singola vicenda giudiziaria non può non tener conto di migliaia di processi che si svolgono in tribunale. Ogni imputato ha diritto di difendersi con tutti i mezzi, anche con la pubblica critica, ma non con la delegittimazione”.

Per il vicepresidente del sindacato delle Toghe, Gioacchino Natoli, “è certa l’inutilità” di questo provvedimento di sospensione: “La sospensione di un anno dei processi e il tempo per la fissazione di un’udienza di quelli che avranno priorità sarà pressochè uguale e noi avremo perso un anno di tempo. Nelle migliori delle ipotesi, l’attività che finirà per sfiancare le nostre cancellerie, in termini di efficienza sarà pari a zero”.

18 giugno 2008

.

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-1/anm-processi/anm-processi.html

fonte immagine: http://vivamarcotravaglio.splinder.com/tag/intercettazioni

Altro che Robin Hood , Tremonti taglia scuola e sanità

Leaders dei sindacati

Li hanno convocati lunedì sera, chiedendo un incontro per martedì, solo quattro ore prima del Consiglio dei ministri chiamato ad approvare la prima manovra economica del governo Berlusconi. Come dire, vi incontriamo perché ci tocca, ma noi abbiamo già deciso. I sindacati escono dal loro primo tavolo ministeriale con dubbi e malcontento, mentre Confindustria si dice soddisfatta delle misure proposte. Basterebbe questo a far capire che le intenzioni di Tremonti sono preoccupanti. Un pacchetto fiscale che si trasformerà in decreto e accompagnerà la Finanziaria 2009/2011.

Tagli, tagli, tagli. A cominciare da scuola e sanità. Insomma, si smantella lo Stato sociale, altro che «Robin Hood». Il ministro dell’Economia che nei giorni scorsi ha recitato la parte del giustiziere che avrebbe punito i petrolieri speculatori, ora getta la maschera. La manovra, infatti, avrà un valore complessivo di 13 miliardi: quattro di questi arriveranno dalle entrate fiscali provenienti da banche, assicurazioni ed energia. Tutto il resto, la bellezza di 9 miliardi di euro, si troverà tagliando.

Epifani ha «dubbi sui tagli alle spese» perché «c’è il rischio di una ricaduta sulla qualità dei servizi essenziali come scuola e sanità». Il segretario della Cgil vorrebbe tornare indietro, ricominciare dai tagli alle imposte su fisco e pensioni, tornare «agli accordi sottoscritti con il precedente esecutivo». Ma l’aria è cambiata. «È una manovra tutta basta su tagli, non c’è nulla a sostegno dei redditi, non mi sembra che sia stata accolta la nostra richiesta per le detrazioni al lavoro dipendente, e non c’è nulla neanche per i pensionati», sbotta Epifani. E aggiunge una nota: «Per quanto riguarda la deregolamentazione proposta dal ministro del Lavoro – spiega – vedo molti casi in cui lo snellimento proposto va a ridurre diritti e tutele. Anche questo non mi troverebbe d’accordo».

Purtroppo però i suoi due “colleghi”
di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, sono più morbidi con il governo. Bonanni è convinto che sia «bene non aprire l’ombrello prima che piova…». Angeletti «tifa» perché al delegificazione di Calderoli vada in porto e spera che il governo faccia «veramente come Robin Hood».

Soddisfatta anche Confindustria:
«Finalmente – dice il vicepresidente Alberto Bombassei – si parla in prevalenza di tagli delle spese, piuttosto che di nuove entrate».

Preoccupate invece le Regioni.
Il presidente della conferenza delle Regioni Vasco Errani è corso a palazzo Chigi perché «è arrivato il momento per avere risposte chiare». Le istituzioni locali sono allarmate dalle ripercussioni che la manovra avrà sulle loro finanze, in particolare in materia di sanità e di trasporto locale.

Pubblicato il: 18.06.08
Modificato il: 18.06.08 alle ore 16.07

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76397

Europa, mano dura sui migranti: sì alla direttiva sui rimpatri

Il parlamento europeo a Strasburgo, foto Epa
.

Detenzione fino a 18 mesi per gli stranieri sprovvisti di documenti, divieto d’ingresso valido fino a cinque anni per gli espulsi, possibilità di detenere ed espellere anche i minori e asssitenza legale da rimborsare. Con 369 sì, 197 no e 106 astenuti il Parlamento europeo sceglie la mano dura sui migranti. È stata approvata a Strasburgo la direttiva sui rimpatri proposta il 5 giugno scorso dai ministri degli Interni dei 27 paesi membri.

Il dibattito nei giorni è stato infuocato e sia nella maggioranza che nell’opposizione c’erano forti spaccature. Nel Pse, il gruppo socialista, infatti, da una parte c’erano italiani, belgi e francesi contrari, dal’altra tedeschi, spagnoli e britannici più favorevoli. «Noi – spiegava nei giorni scorsi il parlamentare europeo Claudio Fava – siamo fortemente contrari a queste norme che violano i principi di legalità elementari scritti nella buona parte delle Costituzioni dei paesi europei: parliamo di carcere per persone che magari vivono nel nostro paese, che qui hanno lavoro e famiglia, e che potrebbero essere illegali perché hanno il permesso in attesa di rinnovo».

Ma a scongiurare l’approvazione, non sono bastate nemmeno le divisioni interne agli altri gruppi: nel Partito Popolare Europeo si erano levate le voci contrarie dei cattolici dell’Assemblea delle conferenze episcopali dell’Ue e della Caritas; nell’Alde, i liberal-democratici, si era invece aperta la “questione italiana”: nelle loro file siedono infatti gli ex della Margherita, mentre i vecchi Ds stanno nel Pse. Jeanine Hennis-Plasschaert, esponente dell’Alde e grande sostenitrice della direttiva aveva invitato gli italiani «a votare in maniera coerente».

Alla fine, si è scelta l’astensione. Tra chi non ha votato, infatti, ci sono anche gli europarlamentari del Pd, così come riferito dai due capidelegazione del partito nei gruppi Pse e Alde. Secondo il Pd, che aveva presentato alcuni emendamenti che non sono però stati approvati, la direttiva «rappresenta il primo tentativo di una politica europea contro l’immigrazione clandestina, anche se contiene ancora ambiguità e contraddizioni». Gli europarlamentari hanno scelto l’astensione anche perché nella direttiva ci sarebbero anche alcuni punti positivi come «la dichiarazione congiunta con cui gli Stati membri si impegnano a non adottare al loro interno norme peggiorative rispetto a quelle in vigore negli stessi; l’obbligo per chi non ha limiti alla detenzione di prevederla solo entro il limite, pur ampio, di 18 mesi; la facoltà per ogni Stato membro di adottare posizioni migliorative rispetto alla Direttiva, soprattutto in tema di minori». Contrario alla scelta astensionista del Pd il parlamentare del Pse Claudio Fava che l’ha giudicata «imbarazzante», aggiungendo che con questa direttiva «ha vinto l’Europa delle diffidenza».

Lunedì, contro al direttiva si erano espressi anche un gruppo di artisti e intellettuali tra cui gli attori Penelope Cruz e Javier Bardem, il regista Pedro Almodovar, i cantanti Manu Chao e Toure Kunda, l’astrofisica Margherita Hack e l’economista e scrittrice Susan George. Nei giorni scorsi anche Amnesty International aveva chiesto all’Europa di fare un passo indietro e aveva invitato il Parlamento a bocciare la proposta della Commissione. Amnesty è costretta a prendere atto che il suo appello non è stato ascoltato e ora si dice «profondamente rammaricata» perché «il testo approvato non garantisce il diritto degli immigrati clandestini al rimpatrio in condizioni sicure e dignitose».

La direttiva dovrà ora avere l’ultimo via libera formale dai ministri degli Interni e Giustizia nella loro riunione di luglio ed entrerà in vigore a breve. Gli Stati Ue avranno, quindi, due anni di tempo per recepirla nella loro legislazione nazionale. In Italia, c’è da stare tranquilli, saranno dei fulmini. Il ministro Maroni ha già detto che chiederà «l’immediato recepimento».

Pubblicato il: 18.06.08
Modificato il: 18.06.08 alle ore 15.32

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76391

Il web accoglie il nuovo Firefox 3, browser da Guinness dei primati

Il navigatore della Mozilla foundation vuole battere ogni record
distribuendo 5 milioni di copie solo il primo giorno di rilascio

.

di FRANCESCO CACCAVELLA

.

Il web accoglie il nuovo Firefox 3 browser da Guinness dei primati
.

E’ IL GIORNO di Firefox 3, browser più veloce e più completo. La Mozilla Foundation rilascia oggi, a sera in Italia per via del fuso orario, la nuova versione del navigatore open source nato dalle ceneri di Netscape. Firefox 3, il cui nomignolo di sviluppo è stato dedicato alla montagna italiana Gran Paradiso, è costato due anni e mezzo di sviluppo e diversi mesi di sperimentazione. Si mostra più scattante, più facile da usare e più ricco di funzionalità per la navigazione. Il browser è gratuito è si può scaricare per sistemi Windows, Mac e Linux dalla pagina creata ad hoc per celebrare la nuova nascita.

Browser da Guinness. Dopo aver infranto record di utilizzo, facendo scendere – secondo alcune statistiche – sotto l’80 per cento l’uso di Internet Explorer di Microsoft, con questa nuova versione la Mozilla Foundation punta, letteralmente, al Guinness dei primati. Chiunque scaricherà oggi il programma da uno dei server ufficiali contribuirà a far raggiungere a Firefox il titolo di programma più scaricato di sempre nell’arco di un giorno. I giudici del Guinness certificheranno il numero di volte che il software sarà prelevato da Internet e decideranno se includerlo nell’edizione 2009 del libro dei record. Sebbene sia la prima volta che viene tentato un primato del genere, la Mozilla Foundation è sicura di triplicare la cifra ottenuta con la versione 2 che in 24 ore fu prelevata da circa un milione e mezzo di navigatori.

Più veloce, meno avido di risorse. Record a parte, chi installerà Firefox si troverà comunque tra le mani uno dei migliori navigatori di pagine Web di sempre. La nuova versione conta 15 mila piccoli miglioramenti rispetto alla precedente e si basa su un “cuore” di sviluppo ampiamente rimaneggiato e su un’interfaccia grafica molto più chiara e integrata nei diversi sistemi operativi. Oltre a visualizzare con più velocità le pagine Web – fino al doppio di velocità dicono gli sviluppatori – e a rendere molto meno esigente di risorse il sistema, con il nuovo browser sarà molto più semplice salvare le password dei molti siti ad accesso riservato, installare componenti aggiuntivi per aggiungere funzionalità e gestire i file scaricati dalla rete.

Navigazione più “personale”. Una nuova funzione chiamata Places permette di raggiungere i siti già visitati con maggiore facilità, partendo dalla cronologia, dai siti preferiti o direttamente dalla barra di scrittura degli indirizzi. Digitando un indirizzo Web o il nome di un sito, il nuovo browser suggerirà un elenco di pagine già visitate: è una funzione già presente in quasi tutti i concorrenti, ma in questa versione la ricerca è molto più pertinente e i siti suggeriti molto più facili da identificare.

Obiettivo sicurezza. Molto si è fatto anche in termini di sicurezza. Oltre a potenziare e rendere più comprensibili alcuni filtri già inclusi nella versione precedente, Firefox 3 include anche uno strumenti di protezione contro i siti sospettati di installare automaticamente virus o altri programmi pericolosi: se si viene indirizzati verso uno di questi siti, il browser eviterà di caricare la pagina mostrando un avviso di protezione. Migliorate anche le informazioni per le pagine che fanno uso di connessioni cifrate: facendo clic sull’icona del sito una finestra mostrerà il nome del proprietario delle pagine e se la connessione è protetta o no.

I concorrenti rilanciano. Gli altri browser sul mercato non stanno comunque alla finestra. Con l’esplosione dei servizi 2.0, i software da usare direttamente dal Web, è sempre più realistico uno scenario in cui il browser diventi il vero centro delle attività di un computer. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul riaccendersi della più che decennale guerra dei browser, può dare uno sguardo alle grandi novità che le altre software house preparano per i propri software. La norvegese Opera, da sempre all’avanguardia per scelte e innovazioni tecnologiche, ha rilasciato lo scorso giovedì la versione 9.5 dell’omonimo navigatore. Come in Firefox, è stato incluso un filtro per i siti “spara-virus” e una più facile ricerca per i siti già visitati o salvati tra i preferiti. Tra le novità anche Opera Link, un servizio basato sul Web che permette di sincronizzare i preferiti tra browser usati su diversi computer o su telefoni cellulari.

Anche Apple e Microsoft hanno in serbo novità. La prima ha già da tempo reso disponibile Safari anche per Windows, il browser elegante e molto veloce fino a qualche mese fa disponibile solo per gli utenti Mac. Il software tuttavia non è stato ben accolto a causa dei molti problemi mostrati nelle prime versioni di sviluppo e per la mancanza di alcuni strumenti a protezione della navigazione, come un filtro anti-phishing o il supporto a più evoluti certificati di sicurezza per siti Web. È lecito aspettarsi a breve nuovi aggiornamenti.

Microsoft Explorer 8, la cui versione definitiva dovrebbe arrivare a fine 2008, verrà invece distribuito con due nuove tecnologie nuove di zecca chiamate Activities e Webslice destinate a rendere più interattivi contenuti pubblicati sul Web.

Continua il suo percorso anche Camino, un browser open source specificamente destinato ad utenti Mac che condivide con Mozilla una parte del codice e che poche settimane fa è stato distribuito nella versione 1.6.1. Oltre ad una grafica del tutto integrata nell’ambiente dei sistemi Apple, Camino supporta alcune delle tecnologie presenti in Mac OS X come il servizio di identificazione automatica di risorse Bonjour o il gestore di password (Portachiavi).

17 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/scienza_e_tecnologia/browser/firefox-tre/firefox-tre.html

Mattarello? No grazie!

(immagine tratta da globalproject)

indymedia liguria pubblica:

Lunedì 16 giugno 2008, Mattarello (TN) – Sgomberato violentemente il presidio contro l’inizio dei lavori di costruzione della base militare


30 manifestanti malmenati e portati in questura in stato di fermo
Un giovane è stato fatto cadere da una ruspa dalle forze dell’ordine e si trova all’ospedale

Mercoledì scorso i cittadini di Mattarello avevano dato vita ad un presidio per bloccare l’inizio dei lavori di costruzione delle nuove caserme militari, fermando di fatto la ruspa che stava spianando la strada per far passare i primi camion.
La volontà è quella di mantenere il presidio e i lavori bloccati fino a giovedì, quando verrà presentata al sindaco la richiesta di sospensione e rivalutazione dei lavori, accompagnata da centinaia di firme.
Ma questa mattina il presidio è stato sgomberato dalle forze dell’ordine in modo violento.
Ore 9.30:
anche questa mattina molti attivisti e residenti di Mattarello si sono dati appuntamento per continuare a bloccare l’inizio dei lavori di costruzione della nuova base militare di Mattarello.
Al loro arrivo hanno trovato già le ruspe al lavoro e le forze dell’ordine a presidiare la zona.
In molti sono saliti in cima alle macchine escavatrici per fermarle con i propri corpi, ma non c’è stato nemmeno il tempo di spiegare che si tratta di una questione politica, che si vuole portare avanti il blocco fino a giovedì, giornata in cui si vogliono portare al sindaco di Trento l’istanza con le centinaia di firme raccolte contro la costruzione delle caserme: la polizia infatti ha violentemente allontanato i manifestanti, tanto che un ragazzo, a causa delle spinte dei poliziotti, è caduto da una ruspa ed è stato portato all’opedale.
Altri manifestanti hanno raggiunto il presidio e la volontà è quella di resistere e rimanere seduti per terra e sulle ruspe senza abbandonare il presidio.

Ore 10.00: Tutti i compagni che si sono mobilitati si trovano seduti a terra e sulle ruspe, ed intorno le forze dell’ordine sono schierate in assetto antisommossa.
“In questo momento si sta chiedendo per l’ennesima volta che ci sia una responsabilità politica rispetto a quello che sta succedendo oggi, si sta cercando, attraverso questa presenza, di aprire il canale di dialogo con l’amministrazione comunale”, spiega Federico Zappini.
Tuttavia l’amministrazione continua a negarsi, e la risposta che oggi ci si è trovata davanti dimostra in che modo tali questioni vogliono essere risolte: presenza massiccia di forze dell’ordine per difendere un cantiere e permettere l’inizio dei lavori di costruzione di una base di guerra.

Ore 11.00: i carabinieri e la polizia hanno violentemente sgomberato il presidio degli attivisti: più di 30 sono le persone adesso fermate che vengono trasportate in questura per procedere all’identificazione.
Federico Zappini, dall’interno di una macchina della polizia che lo sta conducendo in questura, spiega che tutti si trovavano seduti in resistenza passiva e la polizia, con calci e pugni, ha sgomberato i manifestanti.
Federico poi chiede la solidarietà attiva di tutti quelli che possono raggiungere la questura di Trento.

Ore 11.30: dall’interno della questura Stefano Rubini spiega che sono stati raccolti i documenti e presto si procederà con l’identificazione di tutti coloro che si trovavano al presidio per bloccare i lavori.
Più di 30 persone si trovano in stato di fermo.

Ore 12.00: all’interno della questura l’ufficio stranieri è stato liberato per far posto ai manifestanti fermati: tutti identificati e in attesa di sapere su quali reati a loro carico la questura procederà, manifestazione non autorizzata, violenza privata, resistenza.
Il compagno che si trova all’ospedale sta bene.
“La procedura di identificazione non ci spaventa – spiega Donatello Baldo – perché l’intenzione di tutti è ritornare a riproporre l’iniziativa di blocco dei lavori, perché non è possibile andare avanti con i lavori quando c’è un’istanza, con più di 500 firme raccolte, che chiede al sindaco di bloccarli per rivalutare l’impatto ambientale, economico, sociale e culturale della costruzione della base militare, un’istanza fatta con tutti i crismi della democrazia: questa è la nostra forza, superiore all’atteggiamento repressivo della polizia che abbiamo visto, incredibile, questa mattina”.

http://www.globalproject.info/art-16335.html

Vedi anche:
Sito militare a Mattarello? No grazie!
http://trentomilitarenograzie.blogspot.com/

La rete28aprile ha pubblicato questo comunicato:

La protesta pacifica in atto di parecchi cittadini contro la costruzione della Base Militare di Mattarello e la denuncia di un progetto che oltre a devastare il territorio pone seri dubbi sull’effettivo utilizzo militare che ne conseguirebbe, ha raggiunto oggi il suo culmine di prepotenza e di violenza da parte dei poteri forti e delle istituzioni, che negando ogni forma diretta di democrazia e di coinvolgimento diretto dei cittadini su una tematica così fondamentale per il nostro futuro, ha pensato di risolvere drasticamente la questione facendo intervenire le forze dell’ordine per smobilitare, picchiare e trasportare in questura giovani, vecchi, uomini e donne che da qualche tempo presidiavano pacificamente la zona dei lavori.

Questi cittadini chiedevano verità su questa Base, ormai vista come una futura dependance a scenari di morte e di guerra mondiali, asservita agli egoismi più violenti dei poteri forti che controllano la nostra vita, che non possono in alcun modo lasciare spazio alla libera espressione delle persone, viste come pericolose ed eversive. Eversive al pensiero unico e alla logica del puro profitto di pochi ai danni di tutti gli altri. E per questo stamattina hanno cercato di punirli.

Esprimiamo solidarietà alle compagne e compagni che sono stati brutalmente trasportati in questura e siamo certi che queste voci ed azioni concrete di protesta non rimarranno isolate ma troveranno ulteriore spazio e consenso. Chiediamo che le istituzioni ristabiliscano democrazia e libertà nella nostra comunità, quindi il fermo definitivo dei lavori di costruzione della Base Militare di Matterello.

Trento, 16 giugno 2008

Ezio Casagranda – Filcams Cgil del Trentino
Roland Caramelle – Rete28Aprile nella Cgil

TFR e fondi: bilancio di un anno

Pensioni: A un anno dalla riforma il bilancio è negativo, storia di una «love story» mai cominciata… L’inflazione spinge il Tfr e manda i fondi al tappeto

Da maggio 2007 le casse di categoria hanno perso l’1,9% mentre la liquidazione ha reso il 3,6%. E le adesioni crescono con il contagocce

(immagine da http://www.valeriafaraldi.it/2007/04/)
Un anno dopo il «sì» al Tfr nei fondi pensione la love story tra gli italiani e la previdenza integrativa non è decollata. Forse per far nascere la passione ci vogliono parole più chiare e mercati più tranquilli. Complici la crisi delle Borse, e un destino economico avverso che ha addirittura risvegliato l’inflazione (alleata del Tfr parcheggiato in azienda) il bilancio dell’operazione è piuttosto negativo. Le performance dei fondi sono in rosso e nettamente inferiori a quelle della liquidazione old style , le adesioni aumentano con il contagocce. In un anno i maggiori fondi aziendali o di categoria hanno perso l’1,9%, con punte dell’8/10% per le linee azionarie. Poco rispetto alle Borse mondiali (-18%), ma ben più dei Btp (+2,36%). E soprattutto ben più del Tfr lasciato in azienda che, complice il ritorno di fiamma del costo della vita, si è rivalutato del 3,6%. La liquidazione ha vinto cinque a zero. Un distacco difficile da colmare.
Se poi l’inflazione dovesse restare per un po’ dove si trova oggi (3,6-3,7%) il Tfr parcheggiato in azienda renderebbe più del 4% netto, rendendosi ulteriormente irraggiungibile dai portafogli in rosso. Dati alla mano nel primo anno del Tfr «libero» hanno avuto risultati rassicuranti solo le linee garantite, dove sono andati a finire i soldi di chi non ha scelto. Quelle che, secondo i fautori di una drastica riforma, sono la negazione stessa del concetto di previdenza integrativa perché non consentono l’inseguimento di rendimenti più elevati.
Per ritornare ottimisti bisogna allontanarsi parecchio dal quadro e leggere i numeri degli ultimi cinque anni. Allora sì che i fondi pensione vincono, e mica di poco: 25 a 14 contro il Tfr. E questa, dicono i manuali, è la visione giusta, quella del lungo periodo. Ma vallo a spiegare agli investitori, pieni di incertezze e spesso incapaci di valutare un futuro senza (o quasi) pensione pubblica. E così molti sono rimasti dov’erano, con il Tfr in azienda.
Secondo i dati Covip, alla fine di aprile gli iscritti alla previdenza complementare erano 4,65 milioni, poco più di un quinto su un totale di circa 22 milioni di lavoratori. E fra i 12,2 di dipendenti privati interessati dalla riforma il tasso di adesione è del 25%, lontano dal 40% fissato come obiettivo per fine 2007 dall’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
«Il bilancio è piuttosto deludente, nei primi quattro mesi del 2008 le adesioni sono cresciute del 2,8% a livello complessivo e del 2,2% per i fondi, aziendali o di categoria – spiega Luigi Scimia, presidente della Covip – mentre vanno meglio gli aperti e i Pip con un più 3% e un più 12%».
Non tutti sono d’accordo con un’analisi così grigia. «Se si considera l’anticipo di un anno nell’avvio della riforma, e la mancanza di un’efficace campagna informativa sulle prospettive della previdenza pubblica, il risultato non è poi così male», dice Mauro Marè, presidente della Mefop (la società per lo sviluppo dei fondi pensione che fa capo al ministero dell’Economia).
Ma è lo stesso Marè ad ammettere che le iscrizioni sono andate bene nelle grandi imprese, molto sindacalizzate, mentre il tasso di adesione in quelle sotto i cinquanta dipendenti, dove il Tfr non conferito rimane al datore di lavoro, è bassissimo.
I fondi, poi, non hanno sfondato tra i giovani e i precari. E, ahimè, sono proprio queste le realtà lavorative che saranno più colpite dalla riduzione della pensione di base. Quest’anno i deludenti dati fanno cadere il discorso, ma da qui a trent’anni chi darà a questi lavoratori una minima pensione integrativa?
Il dibattito sulle possibili ricette per risvegliare l’interesse è aperto. Maggiore informazione, smussamento di alcune rigidità e ulteriori incentivi fiscali sono il piatto forte.
«Bisogna eliminare o almeno ridurre al 6% l’aliquota dell’11% sui rendimenti annuali», sottolinea Scimia. Che non escluderebbe, in mancanza di una forte crescita delle adesioni, una norma per sancire l’obbligatorietà di adesione ai fondi pensione, temperata poi dalla possibilità di uscire dopo un certo numero di anni, «come in Gran Bretagna». Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Sergio Corbello (Assoprevidenza) che critica l’irreversibilità della scelta. «L’impossibilità di uscire una volta conferito il Tfr ha spaventato molti lavoratori – dice Corbello -. Mentre andrebbero rispolverati, come accadeva in passato per alcune categorie, i contratti di lavoro con l’obbligatorietà di iscrizione alla previdenza complementare».
Elsa Fornero, direttore del Cerp (Centro ricerche sulle pensioni e le politiche del welfare), vedrebbe di buon occhio la riapertura del meccanismo di silenzio-assenso. Riproporre un semestre dove chi non chiede espressamente di lasciare il Tfr in azienda, viene dirottato automaticamente sui fondi pensione. Ma dopo aver «spiegato chiaramente che la previdenza complementare è fortemente controllata»
Dal lato delle compagnie assicurative si invoca il diritto alla portabilità del contributo aziendale per tutti gli strumenti, «senza limitazioni, in modo da dare maggiore libertà di scelta e creare una vera concorrenza», dice Giampaolo Galli, direttore generale dell’Ania, che insiste sulla necessità di rendere reversibile la scelta.
L’altro tasto dolente è quello della poca o nulla informazione sulle pensioni pubbliche future. Un aiuto potrà venire dal documento che tutte le forme pensionistiche complementari dovranno dare da luglio: una stima della rendita integrativa attesa, ma anche l’indicazione del tasso di sostituzione di quella obbligatoria, cioè il rapporto fra pensione e ultima retribuzione. «Bisogna informare i lavoratori sulla pensione che riceveranno – sottolinea Marè – e per quelli più deboli, con carriere discontinue e redditi bassi si deve pensare a una sorta di meccanismo di solidarietà finanziato con le imposte».
Resta il problema di come raggiungere i lavoratori delle imprese più piccole. «Bisogna puntare sui fondi aperti, che hanno una rete di vendita, attraverso le adesioni collettive che consentono il contributo aziendale», sostiene Marcello Messori, presidente di Assogestioni.
Il rischio, altrimenti, è noto: che i fondi pensione restino un paracadute elitario, aperto per chi è nelle grandi aziende e nelle categorie più sindacalizzate. Ma molto lontano dalle spalle di chi ne ha più bisogno.

fonte: rete28aprile

immagine da http://www.cub.it/article/978/campagna-contro-lo-scippo-del-tfr-nei-fondi-pensione-occhio-il-formaggio-lo-stai-mettendo-tu

Molto interessante questo articolo tratto da Altroconsumo: buona lettura!