Archivio | giugno 20, 2008

Ditta Marcegaglia, nuovo incidente sul lavoro

Stavolta non è morto, ma poco ci manca. Un’altra volta nello stabilimento del presidente di Confindustria. Nuovo «gravissimo» incidente sul lavoro presso uno stabilimento del gruppo Marcegaglia: un elettricista che stava svolgendo un intervento di manutenzione «è stato inspiegabilmente schiacciato dal magnete di una macchina imballatrice». A renderlo noto un comunicato congiunto di Fiom-Fim-Uilm, nel quale si annuncia che «come prima risposta la fabbrica di Gazoldo rimarrà ferma tutto il giorno» e il 24 giugno si attuerà nel gruppo un’ora di sciopero con assemblee sulla sicurezza da tenere in tutti gli stabilimenti.

«È un altro grave incidente – si legge nella nota – oltre al recente infortunio mortale di Casalmaggiore e i due recenti di Ravenna, che, ancora una volta, mette in evidenza tutta la gravità e la serietà del problema sicurezza nel gruppo Marcegaglia». I sindacati ribadiscono la «convinzione che la sicurezza sui luoghi di lavoro è un problema che va affrontato preventivamente, ascoltando e valorizzando il contributo di tutti a partire dagli Rls e dai lavoratori, per definire le condizioni, individuare le difficoltà, i rischi e gli interventi da adottare».

A Gazoldo era presente il coordinamento sindacale nazionale Marcegaglia, proprio per affrontare anche il tema della sicurezza. «È chiaro – conclude la nota – che l’incidente avvenuto questa mattina ci mette nella condizione di riaggiornare al più presto l’incontro con la proprietà e di assumere un atteggiamento che induca tutti a voltar pagina nel gruppo Marcegaglia ed affrontare in termini diversi il problema sicurezza».

«È inaccettabile, la presidenza della Confindustria si vergogni». Così Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom-Cgil, sul grave incidente di venerdì mattina allo stabilimento di Gazoldo degli Ippoliti. Intanto la fabbrica rimarrà ferma tutto il giorno, con il Coordinamento sindacale nazionale Fim Fiom e Uilm che ha indetto un’ora di sciopero martedì 24 giugno in tutti gli stabilimenti del gruppo. «Il nuovo gravissimo incidente – commenta Cremaschi -, che segue di poco altri infortuni gravi o mortali nel gruppo, dimostra che non c’è finora da parte delle imprese alcuna reale volontà di intervenire sull’organizzazione del lavoro per tutelare la salute dei lavoratori. La Fiom, augurando al lavoratore colpito di superare il gravissimo trauma, si riserva ulteriori iniziative, anche sul piano legale».
Pubblicato il: 20.06.08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76468

Prima Festa nazionale dell’ANPI

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica

Si è aperta a Gattatico, presso il Museo Cervi, la Prima Festa Nazionale dell’ANPI, alla quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha assicurato il suo Alto Patronato Dal 20 al 22 giugno 2008 tre giorni ricchi di appuntamenti, di incontri, di dibattiti, di musica.

Alle 17 di venerdì hanno aperto la Festa gli  interventi del Presidente dell’ANPI, Tino Casali; della Presidente dell’Istituto Cervi, Rossella Cantoni; del Sindaco di Campegine River Tagliavini e di Barbara Cassinari del Coordinamento della Festa.

Domenica pomeriggio, alla manifestazione conclusiva, parteciperanno anche Walter Veltroni, segretario del PD, e Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia.

A seguire il concerto della band “I Gang“.

  • Il blog della Festa

  • Il programma della Festa

  • Informazioni sui 4 laboratori tematici

  • Attori, giornalisti, scrittori, cantanti, scienziati… alcune adesioni

  • I messaggi alla Festa di Carlo Azeglio Ciampi, Guglielmo Epifani, Margherita Hack, Inge Manzù, Piero Marrazzo, Carla Fracci e Beppe Menegatti

  • Dove e come: planimetria della Festa

  • Per i giovani spazio camping gratuito che va prenotato chiamando direttamente il Museo Cervi al numero 0522.678356

  • Come raggiungere il Museo Cervi

fonte: http://www.anpi.it/festa_08/index.htm

Fiat, Marchionne: «Giugno disastroso Con sciopero Tir rischiamo la chiusura»

modellino Fiat 500

ENNESIMO RICATTO SALVA-FIAT?

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L’ad: «Mercato italiano molto debole. Con nuovi blocchi saremmo costretti a chiudere le fabbriche»

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MILANO – Un giugno da incubo per le case automobilistiche, soprattutto sul mercato italiano, «molto depresso», con in più il rischio di chiusura degli impianti se ci saranno nuovi scioperi degli autotrasportatori. E’ questo il fosco quadro delineato a Milano dall’amministratore delegato del gruppo Fiat, Sergio Marchionne, in occasione della presentazione della nuova MiTo, la nuova sportiva dell’Alfa Romeo.

RISCHIO CHIUSURA – Lo sciopero degli autotrasportatori contro il caro gasolio, annunciato per fine giugno, rischia, secondo Marchionne, di indurre il gruppo Fiat «alla chiusura degli stabilimenti». Il manager ha ricordato come i blocchi delle scorse settimane abbiano avuto un impatto «deciso sulle attività» aggiungendo come, in occasione del nuovo sciopero annunciato per la fine di giugno, con nuovi blocchi il gruppo sarebbe costretto a «chiudere gli stabilimenti». In particolare, secondo Marchionne «non possiamo farci niente con le vetture prodotte, perché non abbiamo gli spazi e quindi non abbiamo altra scelta». Scelta che l’ad si è comunque «augurato di evitare».

«GIUGNO DISASTROSO» – Inoltre, sempre secondo Marchionne, il mercato dell’auto in Italia nel mese di giugno si è rivelato «disastroso» così come nel mese di maggio. In Italia, ha spiegato Marchionne, «il mercato dell’auto è strutturalmente debole» e continua «la tendenza di maggio». Per l’ad il mercato brasiliano, uno dei punti di forza del gruppo, «va bene», al contrario dei dubbi espressi da alcuni analisti. Anche il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, ha detot che «il mercato italiano è un mercato molto depresso, e non solo quello automobilistico, ma anche riguardo ai consumi in generale. Il mercato automobilistico in Europa non sta vivendo dei momenti migliori, a maggior ragione è importante che una casa come la nostra sforni dei modelli nuovi». Montezemolo ha poi espresso soddisfazione, oltre che per la MiTo anche per la nuova Lancia Delta: «Sono molto contento dei primi riscontri che sta avendo sul mercato, è una macchina straordinariamente innovativa».

CROLLO IN BORSA – E le parole di Marchionne sul giugno disastrono si ripercuotono in Borsa dove venerdì pomeriggio il titolo ha subito un crollo, cedendo l’8,51%. Scambi intensi per 45 milioni di pezzi al momento, pari a circa il 4,5% del capitale. Il titolo, spiega un operatore sottolineando comunque tutta la debolezza del comparto, è stato «certamente aggredito al solito dalla speculazione». Aggiungendo di attendersi uno scivolone anche più ampio, «visto il basso livello generale degli scambi e la giornata pre-festiva», evidenzia che «in fondo il boomerang era già in volo dopo le parole di Marchionne che aveva annunciato “candidamente” un giugno disastroso per l’auto». Il dito degli operatori è puntato, per quanto riguarda l’improvvisa flessione di Fiat in Borsa, proprio su Marchionne e Montezemolo che hanno dato il via – a giudizio dei guru del mercato – ai movimenti sul titolo da parte di speculatori, fondi classici ed hedge fund.

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19 giugno 2008(ultima modifica: 20 giugno 2008)

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fonte: http://www.corriere.it/economia/08_giugno_19/marchionne_fiat_4fbb1a8e-3e34-11dd-9c4b-00144f02aabc.shtml

VICENZA / AEROPORTO DAL MOLIN: Il Tar boccia l’ampliamento della base Usa

“La popolazione non è stata consultata”

manifestazione vicenza dal molin

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Vicenza, 20 giugno 2008 – La popolazione non è stata consultata. Per questo motivo il Tar del Veneto ha respinto l’ampliamento dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza che dovrebbe ospitare il raddoppio della base americana della Setaf. Il verdetto del Tar arriva dopo l’esposto presentato dal Codacons, che aveva raccolto il secco no dei cittadini all’espansione della base. Tutti ricordano la pesante protesta che a oggi porta avanti con determinazione il comitato «No dal Molin». Mancherebbero poi documenti in grado di attestare l’ok al raddoppio da parte del Governo italiano.
Il deposito della sentenza è avvenuto stamane.

«Siamo in attesa di leggere le motivazioni della decisione -spiega il presidente del Codacons, Carlo Rienzi- ma ci sembra una sentenza di grande sensibilità giuridica e civile che dà ragione a tutta quella parte di popolazione che lamentava si volesse modificare l’habitat e l’ambiente della città di Vicenza senza nessuna partecipazione dei cittadini».

«Nel motivare la decisione – secondo fonte Codacons, una delle associazioni che ha promosso la causa – il Tar sottolinea che è mancata la consultazione della popolazione interessata nonostante fosse prevista nel memorandum Usa-Italia». L’Avvocatura dello Stato si era opposta alla richiesta di sospendere l’autorizzazione, sostenendo che comunque non si costruirà nulla almeno fino a che non sarà data un’autorizzazione definitiva a seguito della redazione di un nuovo progetto che prevede l’ampliamento ad ovest della pista e non ad est come avviene attualmente.

Secondo il Codacons, «il Tar avrebbe accolto in particolare i dubbi manifestati sulla Vinca (Valutazione di incidenza ambientale) depositata dalla Regione che -appunto- »pur intitolata ‘Progetto ovest’, sembra riferirsi al vecchio progetto e non tenere in alcun conto il progetto alternativo richiesto dal Commissario Costa che prevedeva accesso alla base da nord«. La valutazione è incentrata sul rischio di inquinamento delle falde acquifere superficiali di livello »medio-elevato«, ma prevede anche il divieto di insediamenti al di sotto dei 4 metri di profondità, il che rende impossibile il previsto tunnel di un chilometro che dovrebbe essere realizzato a una profondità tra i 30 e i 50 metri. Il tunnel è quello della futura tangenziale nord, che taglierebbe in due l’area dell’aeroporto.

Insomma la questione è articolata e anche la relativa velocità di decisione del Tar deve avere molto impegnato i giudici. Inoltre sarebbe »illegale anche l’autorizzazione del direttore generale del Ministero della Difesa senza la previa verifica ex ante delle condizioni apposte all’autorizzazione stessa«.

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fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/06/20/98564-popolazione_stata_consultata.shtml

Berlusconi: “Pm sovversivi”. E attacca Veltroni: “E’ un fallito”

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LUI E’ PEGGIO DI ME!

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Il premier attacca i magistrati “che vogliono mettere a rischio la democrazia”
E annuncia: “Non userò la norma salva-processi”. L’Anm: “Basta insulti, faccia i nomi”

Fine della luna di miele: “Il leader Pd ha lasciato Roma in bancarotta, si dimetta”
Sul dibattimento Mills: “Sono innocente, lo giuro sui miei figli”

Il premier Berlusconi

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BRUXELLES – E’ finita la luna di miele con Veltroni e torna il Berlusconi lancia in resta contro i magistrati. Il presidente del consiglio da Bruxelles rompe la tregua e attacca: “Denuncerò la magistratura che vuole sovvertire la democrazia”, e annuncia per la prossima settimana una conferenza stampa nella quale denuncerà “iniziative di pm e giudici che, infiltrandosi nel potere giudiziario, vogliono sovvertire il voto”.
E ancora: “Non esiste una norma salva-premier. Ho indignazione di questo e dirò ai miei legali che io non voglio approfittare di questa norma perchè voglio allontanare qualunque sospetto. Questa è una norma salva-tutti”.
Ma il Cavaliere ha sferrato anche un duro attacco nei confronti del leader Pd: “E’ incredibile che si proponga come leader politico”. “Se sono confermate le notizie sulla bancarotta di Roma, dovrebbe ritirarsi”, si è indignato.

Durante il suo sfogo il Cavaliere ha ricordato: “Io nel 1994 ho visto sovvertire il voto popolare, non permetterò che succeda ora”. L’attacco giunge proprio nel giorno in cui il giudice Nicoletta Gandus, contro la quale il premier ha presentato istanza di ricusazione, ha annunciato che non verrà sospeso il dibattimento che lo vede imputato con l’accusa di corruzione in atti giudiziari insieme all’avvocato inglese David Mills. E ritornando anche oggi a parlare del processo, il Cavaliere ha affermato: “Sono innocente, lo giuro sui miei figli”.

Il presidente del Consiglio è anche intervenuto sulla fine del dialogo con l’opposizione. “Veramente non c’è mai stata una luna di miele in Parlamento con l’opposizione. Ci sono state anzi forme di contrasto dure e direi anche eccessive”, ha puntualizzato.

Durissimi i giudizi sul leader del Partito democratico, che oggi ha annunciato “un autunno di contestazione”: “E’ incredibile che si proponga come leader politico”, ha sentenziato il Cavaliere. E rincarando la dose: ”Veltroni dovrebbe preoccuparsi piuttosto delle notizie terrificanti sui conti del Comune di Roma”. “Se sono confermate le notizie, si tratterà di una bancarotta – ha continuato – e gli amministratori di Roma saranno dei falliti che non potranno continuare a governare”. Il leader Pdl si dice sbalordito dal “buco” della capitale, una situazione che definisce “drammatica”, “tragica”, “allucinante”: “Non c’è nessuna città d’Europa che ha lasciato un deficit di 16 mila miliardi di vecchie lire. Spero che quello che appare non sia vero. Non sapremmo come riparare”.

Le reazioni. Non si fa attendere la risposta dell’Associazione nazionale magistrati: “Basta con gli insulti alla magistratura che sono un danno per la democrazia e il Paese – ha detto il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini – Il premier parla di pm sovversivi? Faccia i nomi, o si continua con invettive prive di aggancio con le vicende concrete”. “E’ molto grave che venga messa in discussione l’indipendenza della funzione giudiziaria ai più alti livelli istituzionali e per giunta in un contesto internazionale”, ha osservato Cascini. Per il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, “Berlusconi accusa la magistratura di ciò che in realtà sta facendo lui: sovvertire l’ordine democratico”.

20 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-2/berlusconi-gandus/berlusconi-gandus.html

Veltroni all’attacco del governo: “Manifestazione in autunno”

All’assemblea il leader del Pd lancia la protesta dopo lo strappo sul salva-premier
“No a correnti personali nel Partito democratico. Dialogo con sinistra ma anche Udc e Ps”

Ma Parisi sale sul palco e accusa: “A questa assemblea si associa con difficoltà l’aggettivo democratico”. Poi botta e risposta con Franceschini

Veltroni all'attacco del governo Walter Veltroni

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ROMA – “Non ci siamo, onorevole Berlusconi. Oggi siamo noi a dirlo, in autunno sarà una larga parte degli italiani che noi chiameremo a raccolta per un’azione di protesta e di proposta in tutto il Paese e culminerà con una grande manifestazione nazionale”: Walter Veltroni annuncia così la prima azione di protesta contro l’esecutivo, durante l’assemblea nazionale del Partito democratico in cui il leader vuole illustrare la nuova rotta del Pd e la nuova linea di opposizione dopo la rottura del dialogo con la maggioranza. Veltroni parla per un’ora e venti minuti. Il suo intervento viene applaudito una dozzina di volte e addirittura interrotto quando il segretario chiede “non formalmente” a Romano Prodi di restare presidente del partito. Quello di Veltroni vorrebbe essere un inciso ma l’assemblea lo interrompe, si alza in piedi e applaude per oltre un minuto. Rosy Bindi, che ancora oggi chiederà a Prodi di restare, si guarda intorno molto soddisfatta.

Veltroni in realtà parla ad un’assemblea dimezzata. Nel padiglione 8 della Nuova Fiera di Roma siedono sì e no 1.200 delegati (ci sono 1225 seggiole e tante sono occupate da giornalisti e sarebbero solo 800 i delegati accreditati) contro i 2.800 delegati eletti con le primarie. Numeri che parlano di malumori e disagi nel partito. Che esplodono dopo la relazione del segretario quando un furente Arturo Parisi sale sul palco e accusa il partito democratico di essere poco democratico. “Tanto per cominciare” dice “qui non c’è il numero legale e quindi non si può votare…”. L’ordine del giorno dell’assemblea prevede infatti l’elezione della Direzione nazionale, l’organismo dirigente di circa 120 persone che sarà l’anima e il motore del partito e che dovrebbe sostituire l’assemblea costituente che ha terminato il suo mandato.


In autunno la prova dei fatti.
“Il governo – ha affermato Veltroni – è in piena fisiologica luna di miele ma in una democrazia matura la prova dei fatti arriverà più presto del previsto, basta vedere cosa è successo a Sarkozy in Francia”. Prova dei fatti che per il governo Berlusconi “arriverà in autunno, sui temi economici sui quali già noi esprimiamo un giudizio severo per l’assenza nella manovra di un intervento sulla questione salariale e sugli interventi per la riduzione della spesa pubblica”.

Lo strappo sulla sicurezza. “Ci ha preoccupato e indignato ma non sorpreso lo strappo consumato sulla sicurezza. E’ stata un’occasione perduta, forse definitivamente”, continua Veltroni soffermandosi sui rapporti con la maggioranza e sullo ‘strappo’ di Berlusconi con la cosiddetta norma “salva-premier”. Un provvedimento che, secondo il segretario democratico, ha anche il demerito di colpire il ruolo di garanzia del Colle.

Opposizione intransigente. Subito, però, il leader del Pd precisa: “Ma nessuno deve illudersi, noi non torneremo indietro, ai tempi del clima di odio e di contrapposizione ideologica tra maggioranza e opposizione”. Il Pd non si farà “trascinare nel passato” e cioè “al massimalismo e all’antiberlusconismo”, ma sulle leggi ad personam, Veltroni promette una opposizione “intransigente”.

Berlusconi non distingue fra interesse privato e pubblico. Berlusconi, continua Veltroni, “è incapace di distinguere l’interesse privato da quello pubblico”. Il leader del Pd sottolinea ancora una volta l'”anomalia della destra italiana che si affida ad un solo uomo” e che è “il sintomo della debolezza della politica”.

La destra di oggi per Veltroni
“dopo 25 anni è tornata conservatrice” e sembra scommettere “sulla paura che i grandi cambiamenti in atto stanno suscitando in tutti i settori sociali. E sembra voler promettere – conclude – più protezione che innovazione”.

Pd, linea giusta ma servono innovazioni.
Per Veltroni la linea scelta per il Pd è quella giusta, ma “ha bisogno di ulteriori innovazioni e soprattutto di un partito che la esprima in modo efficace”. Sì all’unione di culture diverse, dice il leader del Pd, ma senza riprodurre “le vecchie correnti dei vecchi partiti” e senza “che proliferino le correnti personali”.

Alleanze ma sui programmi. No ad alleanze eterogenee, chiuse in modo definitivo con la crisi dell’Unione, sì invece ad una politica delle alleanze che siano solide “sia perché si basano sul programma di governo sia perché garanzia per realizzare il programma viene solo dalla presenza di una grande forza riformatrice che sia il baricentro dell’alleanza”. Si guarda, quindi, con interesse, dice Veltroni, “sia a ciò che avviene alla nostra sinistra, che deve però lasciarsi alle spalle l’idea di poter essere un partito di lotta e di governo” così come al dialogo Udc e i Socialisti.

Pd ed Europa.
Parlando poi della collocazione europea del Pd, Veltroni sottolinea come quella del Pd sia un’identità nuova che resta autonoma. “Ma autonomia non significa solitudine e tanto meno può significare dividersi tra di noi in gruppi diversi che richiamino le vecchie provenienze”.

“Appello a Prodi: rimani presidente”.
Dopo aver letto una lettera che gli è stata indirizzata da Romano Prodi, Veltroni ha chiesto al Professore di “rimanere presidente del Pd”. Parole a cui la sala dell’assemblea Pd della Fiera di Roma ha tributato un lungo applauso e una standing ovation.

L’attacco di Parisi. Appena conclusa la relazione del segretario, sale sul palco Arturo Parisi, uno dei fondatori dell’Ulivo prima e del Pd, e in questi mesi il più convinto nemico del riproporsi di correnti e cordate all’interno del Pd. La relazione, dice, “è una comprensibile difesa di quello che è stato fatto. Purtroppo, però, l’unico giudizio sul nostro operato e sulla dirigenza resta quello degli elettori a livello nazionale, a Roma e nella Sicilia”. Sul fatto che “il Pd è l’Ulivo che si è fatto partito” come sostiene Veltroni, Parisi taglia corto: “Allora vuol dire che si è fatto male…(il Pd ndr)”. Ma poi arriva al dunque. E il dunque è che “questa assemblea non ha il numero legale” e quindi “non può votare la Direzione nazionale”. Nel padiglione, tra i delegati cala il gelo. Prima che Parisi salisse sul palco, Anna Finocchiaro ha spiegato che nel pomerigigo sarebbe stata votata la direzione, 120 persone di cui venti nominate da Veltroni. E che per questa elezione, “dalle 14 alle 17 sarebbero state accolte liste di nomi e proposte”. Al momento, però, esiste una sola lista, il listone di Veltroni “composto – precisa Finocchiaro – su base proporzionale rispetto ai risultati delle primarie”.

Insomma, una direzione precotta e lontanissima dal dibattito interno come invece chiede Parisi in nome della vera anima del Pd. “La direzione del partito è il suo Dna – attacca l’ex ministro della Difesa – e noi la stiamo facendo nascere da un equilibrio di correnti”. Ecco perchè “si fa fatica a definire democratica questa assemblea”. Parisi scende dal palco. Prende la parola il n.2 Dario Franceschini per calmare le acque e difendere il criterio proporzionale con cui sarà composta la lista unica dei componenti della Direzione. “Non solleviamo questioni formali inutili che nascondono invece altre questioni sostanziali…”. Parisi, che ascolta in piedi a pochi metri, serra la mascella, alza l’indice e va verso il palco, sotto Franceschini: “Non ti permettere di fare queste insinuazioni…”. Mario Barbi, polo e zainetto sulle spalle, resta in platea e organizza la clac. “Qui non c’è il numero legale – grida – la verità è che non ci hanno permesso di presentare una nostra lista…”. Parisi poi spiega che non lascerà il partito. Anche gli interventi dei delegati, a seguire, non raccontano di un clima migliore nella base del Partito democratico.


20 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/partito-democratico-17/veltroni-assembela/veltroni-assembela.html

La merce siamo noi

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Benvenuti nell’era del biocapitalismo

Le nostre emozioni, i nostri sogni, le nostre ambizioni e i nostri comportamenti sono diventati preziosi per l’industria. Che li usa per creare oggetti del desiderio cui non sapremo resistere: perché li abbiamo inventati noi.

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di Paolino Accolla

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‘Coca-Cola… Coca-Cola’. Il vecchio Vasco non intendeva certo fare pubblicità. Nella canzone alludeva probabilmente a qualcosa di molto più frizzante della bibita. Ma giocando di doppi sensi con quel nome, ha finito per celebrarlo. Con l’evoluzione dell’economia di libero mercato, che gli esperti cominciano a chiamare biocapitalismo, siamo tutti diventati veicoli pubblicitari, ma anche consulenti industriali e prodotti di consumo: la merce siamo noi. E siamo in vendita giorno e notte.

“Il capitalismo oggi pervade la vita quotidiana”, spiega a ‘L’espresso’ il sociologo dei consumi Vanni Codeluppi: “Superata la fase in cui sfruttava il lavoro dell’uomo e la soddisfazione dei suoi bisogni materiali, ora ingloba nel meccanismo di produzione della ricchezza le nostre emozioni e il tempo libero. Che è diventato un nuovo tipo di lavoro”. Il liceale griffato da capo a piedi è una vetrina ambulante. La sua ragazza, quando passa ore su Internet a caccia di nuovi cosmetici, offre alle aziende preziose indicazioni di marketing.

“L’idea di biocapitalismo poggia su due concetti: quello filosofico-politico di biopotere (per Michel Foucault, la tendenza del sistema a controllare i cittadini per integrarli nella produzione), e quello tecnico-industriale di biocapitale, legato cioè al mercato del corpo, come il commercio di organi e tessuti umani, il copyright di farmaci o Dna e la chirurgia estetica”, chiarisce Codeluppi, che insegna all’Università di Modena e Reggio Emilia ed è autore di ‘Il biocapitalismo’, in uscita a fine mese da Bollati-Boringhieri.

A questa nuova fase gli studiosi hanno dato finora nomi diversi: capitalismo cognitivo, economia del simbolico, accumulazione flessibile, economia immateriale. Che comunque significano una cosa: l’industria utilizza come materie prime anche le nostre conoscenze, esperienze, emozioni, desideri e aspirazioni. Per inondare il mercato di prodotti che valgono non tanto per la loro utilità, ma perché procurano sensazioni, fanno sognare, conferiscono status, comunicano valori sociali. ‘Indossa Chi Ti ama’, strizza l’occhio La Perla; cattura ‘Il Potere Dei Sogni’, incalza Honda; abbraccia il mondo e tutte le sue razze con gli United Colors, invita Benetton.

“L’azienda”, prosegue Codeluppi, “pensa ormai come un grande cervello di cui fa parte anche il consumatore, coinvolto attraverso una retorica della partecipazione che gli è presentata come libera scelta, ma non lo è. La dimensione dell’individuo tende a scomparire per essere sostituita dal rapporto consumatore-azienda. I ruoli delle due parti si confondono, tra produttore e consumatore diventa simbiosi“.

L’individuo può solo decidere cosa consumare, scegliendo i prodotti che sente più suoi. “Con questi si costruisce un’identità, persa quella un tempo determinata dall’appartenenza a gruppi familiari, nazionali, professionali”, dice Codeluppi. Polverizzata da globalizzazione e benessere diffuso.

Sottrarsi non è impossibile,
ma la dinamica dei consumi, che obbliga le aziende a monitorare bisogni individuali e costumi, alla fine permette di correggere strategie di vendita e ideare merci e servizi sempre più mirati. E nuovi bisogni: “Il vero motore della crescita”. I dipendenti di Google sono tenuti, per contratto, a passare il 20 per cento del tempo lavorativo a ‘farsi venire idee’, sfruttando gli input dei consumatori. Ogni reclamo, critica e manifestazione no global, impone a chi vende di modificare contenuti e confezioni della merce, e individuare lo stile più politicamente corretto per vendere. La domanda di equosolidale cresce? Quella di cibi con grassi idrogenati cala? Le imprese si adeguano. Così come aggiustano il tiro dell’offerta attraverso ogni spesa fatta con fidelity card o bancomat, che forniscono un profilo dei gusti di chi compra. Lo stesso vale per le ricerche fatte dai consumatori in Rete: fondamentali per lo sviluppo di nuovi prodotti e pubblicità. Non a caso in questa fase di crisi dell’economia occidentale una delle poche voci in forte crescita è il search advertising, la pubblicità che compare sulle pagine di Internet quando si fa una ricerca. Non a caso Google ritiene di poter contare su una solida posizione di mercato per il 2008 e oltre, secondo l’amministratore delegato Eric Schmidt, “comunque vadano le cose”.


Le analisi sui consumi
che le società di marketing vendono a peso d’oro a produttori e distributori, senza rivelare nomi e cognomi, sono entrate addirittura in politica. I candidati in lizza per la Casa Bianca non nascondono di basare le loro strategie anche sui rilevamenti di mercato, secondo cui i democratici più progressisti amano olio d’oliva e cibi biologici, mentre i repubblicani più conservatori preferiscono burro e prodotti lavorati dall’industria.

La conoscenza è indispensabile per un rapporto di fiducia e, come in politica, si muove in due direzioni anche nel rapporto azienda-consumatore. C’è la conoscenza che va dal produttore al consumatore e quella in senso inverso. Per il nuovo hotel a Port of Spain la multinazionale alberghiera Hyatt ha scelto il nome Global Hyatt Trinidad dopo aver scoperto con ricerche on line che l’isola caraibica è più nota come Trinidad. Nokia ha invece chiesto ai consumatori di partecipare al futuro del suo Sports Tracker, suggerendo via Web nuove funzioni per questo telefonino dotato di posizionamento satellitare.

Le imprese, per gli analisti industriali,
non possono più fare a meno del contributo del cosiddetto ‘giudizio dei più’. Bussola per capire il mercato, il contributo dei consumatori ispira un nuovo tipo di sviluppo, la ‘wikieconomia’ (sul modello di Wikipedia), che cresce di ora in ora con l’apporto di chiunque senta bisogno o voglia di metterci del suo. Il bello è che il sistema funziona nei settori più diversi, informazione compresa, vedi lo spazio dedicato dai siti di giornali e tv al citizen journalism, che consente a chiunque di diventare fornitore di notizie. È grazie alle immagini riprese col telefonino da un passante e inviate ai media che sono stati identificati gli autori della recente spedizione punitiva contro gli extracomunitari del Pigneto a Roma.

Sono una valanga i contributi volontari offerti da quelli che il futurologo Alvin Toffler ha da tempo battezzato prosumer, ovvero produttori-consumatori. Che dicono la loro con blog e forum, sentendo di svolgere un ruolo importante per un prodotto in cui credono, e per la società.

La simbiosi azienda-consumatore si estende anche ad ambiti commerciali tradizionali. È il caso di Ikea che, abbattuti i prezzi abolendo il concetto di arredamento preconfigurato, ha delegato il compito di montare i mobili a chi compra. Che paga così, con il tempo libero trasformato in lavoro, quanto ha risparmiato in denaro.
La marca è il volto e la voce amica con cui le aziende si rivolgono ai consumatori per stabilire familiarità. Persino ospedali e università si dotano di un logo e presentano un’immagine imperniata sul prestigio del nome più che sul servizio. E le aziende diversificano l’offerta per proporsi come veicolo di stile di vita: nei suoi outlet la Mercedes vende anche biciclette, guanti e accessori. Per Zegna gli accessori rappresentano ormai quasi metà del fatturato.

Il concetto di marca si è perfino imposto su chi è imprenditore di se stesso. Qualche tempo fa Vicky Lee, una sorta di velina inglese, ha raccontato che a 27 anni si è già sottoposta a 41 interventi di chirurgia plastica. Ogni ritocco la fa sentire più sicura, consolida la sua carriera di cover girl, la sua identità. In modo completamente diverso, persino l’ultralternativo Beppe Grillo risponde a questa logica di marca: per promuovere la sua immagine si è affidato alle arti della premiata ditta Casaleggio.

Ma lui è una star. Casalinghe, operai, commesse e impiegati si accontentano dell’immagine acquisita da un marchio: devono solo scegliere se entrare nella tribù di facce pulite che usa il tam-tam di Tim, nel più arcano popolo della notte che carbura a Bacardi, o magari in entrambi i gruppi. Il biocapitalismo incoraggia la pluriappartenenza. Chi Vespa non è condannato a mangiare solo mele: gli basta investire qualche decina di euro per diventare titolare di una maglietta rosso fiamma con cavallino rampante. E rivendicare, a pieno diritto, l’affiliazione all’esclusivo club dei ferraristi.

13 giugno 2008

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L’ineliminabilità dello scarto

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refuso.jpg Di Roberto Terrosi

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Una volta mi capitò di andare a trovare degli amici che avevano una casa in campagna. La villetta si trovava in un’area, in cui ogni terreno confinava con un altro. Vagando per questo podere a un certo punto mi imbattei in un cumulo di pietre. In quella parte, che era la più selvatica, c’era anche qualche masso sparso qua e là, ma il cumulo era notevole. Ne parlai con il padrone della villa e questi mi disse che le pietre erano il risultato del dissodamento di tutto il terreno e che, non potendole scaricare altrove, era stato costretto a “sacrificare” una parte dell’appezzamento per poter rendere produttivo o comunque praticabile il resto del podere. Questa situazione mi è sembrata particolarmente adatta a descrivere la dinamica del sacro o meglio della consacrazione.

Infatti, tentare di definire l’essenza del sacro prendendolo solo come una fantomatica area di positività, allo stesso modo in cui ad esempio ha fatto Rudolph Otto, porta spesso a esiti mistici. Questo è il motivo per cui, nell’antropologia religiosa e nella storia delle religioni, spesso ci si rifiuta di parlare di sacro come concetto fine a sé stesso. Diversamente, partire da un atto, come la consacrazione, significa partire da una situazione ben precisa, che è quella della selezione e separazione di qualcosa per assegnarlo a una funzione improduttiva o addirittura per destinarlo alla distruzione. Quindi, laddove un approccio al sacro come esperienza si sofferma sull’elemento estatico, pensato come momento di positività e pienezza, l’approccio al sacro, inteso come consacrazione, dà risalto invece all’aspetto della differenziazione, del pericolo, del rischio e del danno. Il consacrare non è visto come una pienezza, ma, in primo luogo, come una perdita, e tale carattere trova il suo sviluppo consequenziale nella nozione di sacrificio (sacrum facere). Il problema è che i beni possono essere eliminati, ma le tensioni di cui essi vengono fatti carico restano fondamentalmente ineliminabili. Non esiste una cura definitiva per l’instabilità e il rischio, esiste tutt’al più una terapia di mantenimento. La situazione è simile a quella di malattie croniche, come il diabete, in cui si può vivere seguendo una terapia, ma non si può mai guarire del tutto. La malattia in casi come questi è arginabile, ma allo stesso tempo ineliminabile. Le instabilità che minano la società arcaica sono appunto arginabili, ma non eliminabili in via definitiva. Per questo motivo la costituzione delle istituzioni sacrali può anche essere vista, in questo contesto, come un grande argine che viene costruito per contenere le fluide tensioni che ne minacciano l’esistenza. Tanto più queste ultime vengono concentrate, tanto più il resto della vita culturale risulta «dissodata» e quindi adatta alla produzione. Il problema che sta alla base della concentrazione sacrale è il fatto che la società non è, come invece sostenevano strutturalisti e funzionalisti, un sistema in equilibrio, perfettamente armonizzabile, ma, al contrario, esso si trova in uno stato di fondamentale squilibrio rispetto al quale vengono attivate delle dinamiche per trovare a tutti i costi un equilibrio provvisorio. Supponiamo che per gioco si dia a una persona il compito di costruire una griglia quadrata suddivisa a sua volta in quadrati con un certo numero di stecchini e che egli sia obbligato ad usarli tutti. Se gli si danno ad esempio venticinque stecchini, noi avremo messo questa persona di fronte a un compito insolubile; tuttavia, razionalmente, piuttosto di non fare alcuna griglia, sarà preferibile farla fin dove è possibile. Così invece di avere nove quadrati si avranno otto quadrati e un pentagono. Una figura dovrà essere abnorme, ma il resto avrà una configurazione ordinata. Una dinamica simile è quella del superomeostato descritto da Ross Ashby. Il superomeostato cerca a qualsiasi costo una configurazione stabile e se proprio non è possibile averla per tutti gli effettori, concentra l’eccedenza su uno di essi, riuscendo così a trovare, non l’equilibrio perfetto, ma l’equilibrio migliore.

Nel passaggio tra XVIII e XIX secolo si vanno formando tutta una serie di istituzioni che lasciano intendere che sia nata ormai una nuova concezione della società. Questa nuova società non include più gli elementi di scarto (o di eccesso), o comunque ciò che potremmo definire «le indigeribili scorie sociali», all’interno del sacro. Nella società europea ormai il sacro è appesantito e schiacciato da una potente ed elefantiaca istituzione religiosa. Infatti, non si deve pensare a una semplice coincidenza e a una totale sovrapponibilità tra istituzione religiosa e sacro, né a un’opposizione tra le due cose. L’istituzione religiosa ha dato vita a un qualcosa che solo per una parte riguarda il sacro. Essa, per lo più, è una grande struttura burocratica, con una propria politica, una diplomazia, un potere temporale, una filosofia (la teologia). Le spinte sacrali sono vive tutt’al più a livello delle culture popolari o in correnti mistiche e talora sono combattute dall’istituzione religiosa in quanto definite come eresie. Dunque, il sacro non è più la spugna che assorbe, concentra e amministra le tensioni destabilizzanti e i fenomeni estremi. Così la nascente società moderna è costretta a elaborare delle strategie laiche di «smaltimento» o gestione delle «scorie sociali». Il primo esempio di scoria ineliminabile per la società moderna è costituito dalla follia. La follia nella società arcaica è risucchiata e gestita all’interno delle dinamiche del sacro. Nella modernità invece essa viene completamente laicizzata comportando il problema di eliminarla o di amministrarla (nel caso si dimostrasse ineliminabile). Da questo punto di vista, esistono due politiche, due strade che non si escludono a vicenda, ma che sono comunque sintomatiche del nuovo atteggiamento. Tipico della modernità è il fatto di non volersi rassegnare all’ineliminabilità di un problema. Si ritiene sempre e comunque che, con lo sviluppo della ragione e, conseguentemente, della tecnica, si possano trovare dei modi per risolvere in via definitiva problemi che prima erano sembrati insolubili. Quindi, contrariamente a quanto recita un celebre detto, abbiamo a che fare con un ottimismo della ragione e con un pessimismo della volontà. Infatti, dal punto di vista razionale, non si smette di studiare il modo di poter guarire sempre più scientificamente la follia, dall’altra, però, dal punto di vista di una volontà politica ispirata al realismo, si costruiscono gli istituti manicomiali in modo da poter gestire pragmaticamente il problema.

Nella modernità si fa largo l’idea che tutti gli aspetti della vita sociale debbano essere settorializzati e gestiti da un’istituzione corrispondente. In questo modo si tenta di ottimizzare ulteriormente la produttività sociale. I lavoratori vengono messi negli opifici, gli studenti nei collegi e poi nelle università, i soldati nelle caserme, dopodiché, per quanto riguarda gli aspetti negativi del mondo sociale, si provvede con l’internamento in altre istituzioni: i malati negli ospedali, i criminali nelle carceri, i pazzi nei manicomi, le prostitute nei bordelli, gli anziani negli ospizi, gli ebrei nei ghetti ecc. Michel Foucault racconta alcuni di questi processi di internamento, concepiti come razionalizzazione laica delle scorie sociali ineliminabili. Emarginazione, internamento e controllo, sono i modi laici di gestione dell’ineliminabile. Il compimento di questa aspirazione a separare a internare, e infine a risolvere una volta per tutte il problema tentando di eliminare l’ineliminabile, giunge al parossismo in modo tragico e grottesco con il nazismo. Sotto il nazismo, ad esempio, tutti coloro che erano vittime di deformazioni genetiche venivano prima raccolti, poi internati, e infine soppressi metodicamente. Più noto poi è il caso delle minoranze etniche e delle opposizioni politiche verso il quale era diretta la famosa “soluzione finale”. La “scoria sociale” che aveva ossessionato la modernità sarebbe stata finalmente cancellata d’un sol colpo attraverso metodi drastici. Sappiamo che non vi riuscirono e che l’ineliminabile rimase tale (perché sarebbe rimasto tale comunque dato che non è un problema che si possa risolvere materialmente). La modernità presenta anche un’altra forma di esasperazione che ha costituito un motivo di superamento di sé stessa (anche se tale processo per alcuni versi è ancora in corso). Quest’altra forma è quella dell’ emancipazione. Le varie devianze sociali sono state oggetto negli ultimi quarant’anni di un discorso di emancipazione che condannava l’esclusione e l’internamento e indicava invece la via dell’inserimento dei “diversi” nella comunità. In questo caso la scoria torna a diluirsi nel sociale. Com’è possibile ciò? Ciò è reso possibile oggi, e non nelle società passate, a causa della maggiore potenza produttiva della società attuale sia in termini tecnologici di produzione economica sia in termini istituzionali di produzione di servizi capillarizzati e di benessere diffuso. Il livello di vita della società dei consumi è talmente alto che le persone si possono permettere il lusso di sopportare il disturbo delle diversità. Sia sul livello positivo che su quello negativo le grandi strutture reclusive vengono modificate, alleggerite o addirittura eliminate. Non esistono quasi più i collegi, le caserme si vanno sempre più svuotando grazie al servizio militare professionale. Le grandi fabbriche sono sostituite da strutture più piccole, gli orari sono ridotti e sono diventati in alcuni casi più elastici. Per gli handicappati non c’è più internamento e segregazione ma inserimento nelle scuole e nel lavoro. Quindi le vecchie devianze sono inserite in un processo atto a farle rientrare nel corpo sociale, ma allo stesso tempo ne sono nate di nuove. L’immigrazione clandestina ha prodotto nuove povertà e nuove delinquenze, ma è soprattutto la droga la regina della devianza, solo per essa sono nate in questi stessi ultimi anni delle nuove strutture di internamento quali appunto le cosiddette «comunità di recupero»

Tutti i problemi sociali tendono a divenire problemi personali. Se la società arcaica aveva scandito la vita attraverso la gabbia del sacro, della ritualità e della tradizione (ognuno sapeva sempre cosa doveva fare, dato che le situazioni erano sempre le stesse e i ruoli sociali erano fissi); se la società moderna aveva creato un sistema di istituzioni forti che costituivano il tentativo di un’organizzazione razionale di una vita «normale» degli individui, la società attuale invece vede la sparizione delle grandi istituzioni (sostituite da un proliferare di istituzioni leggere e mutevoli, piccole, marginali, depotenziate) per concentrare, per quanto è possibile, tutto sulla dimensione individuale. Qualsiasi cosa, nella società attuale, diviene dunque instabile e provvisoria. Ciò facilita il consumo, la circolazione delle merci, l’ottimizzazione della produttività. Questo è propriamente lo scenario del postumano e della globalizzazione. Qui l’orizzonte dello scarto e della scoria si amplia notevolmente. Chiariamo innanzitutto in che relazione stanno il postumano e la globalizzazione con questa situazione. Partiamo dalla globalizzazione. Il sistema capitalistico internazionale ha l’esigenza di dare il maggior spazio possibile agli automatismi del mercato. L’idea moderna dello stato nazionale con le sue istituzioni rigide e rigorose costituisce dunque un ostacolo alle attuali esigenze economiche. Questo porta alla trasformazione tendenziale di tutti gli stati in province. Ma tali province non sono incluse o comunque non dipendono da uno stato più grande o potente che le governa (che oggi potrebbe essere rappresentato dagli Usa) come accadeva con la tradizionale idea di impero. L’impero attuale, se di impero si vuole parlare, non fa capo a nessuna entità politica, ma a un gruppo di lobbies internazionali. A questo punto nulla impedisce che lo stato politicamente più forte cerchi di legarsi a tali lobbies in un patto di potere in cui però l’istituzione politica (di qualsiasi tendenza sia) è sempre perdente. Il mercato segue uno sviluppo autonomo e incontrollabile in cui non vengono sfruttate e consumate solo le risorse, l’ambiente e i prodotti che ne derivano, ma anche i consumatori e gli stessi operatori economici (siano essi imprenditori o finanzieri). Tutti sono schiavi di un gioco le cui regole non sono decidibili né dal popolo democraticamente, né dal grande monopolista autocraticamente.

Ogni individuo quindi è produttore, prodotto, consumatore e scarto. L’uomo-merce del posthuman vive lo stesso ciclo della merce ed è destinato a divenire rottame, scarto, scoria, immondizia. Come la merce egli può essere riciclato in alcune parti, ma il suo essere immondizia in potenza o in atto fa parte integrante della propria essenza. Utilizzando un linguaggio meno aristotelico, si può dire che la sua «scoriaceità» sia un suo aspetto strutturale. L’industria culturale in particolare produce due tipi di scarti. Il primo è rappresentato dal prodotto consumato che ormai ha esaurito la sua portata innovativa. Il secondo è rappresentato da ciò che non è mai riuscito ad entrare nel grande circuito della distribuzione. Per fare un esempio si può citare il caso dell’editoria. Una casa editrice produce ogni anno un elevato numero di titoli ben sapendo che esso è al di sopra di quanto il mercato ne possa assorbire. Si sa dunque fin dal principio che essi non potranno essere tutti dei best-seller. La reale strategia è quella di proporre al mercato un ventaglio di titoli sperando che almeno uno di essi diventi un best-seller. Questo risponde a un principio ben noto della riproduzione naturale. Una pianta produce migliaia di semi per aumentare la possibilità che ne nasca almeno un’altra, nei mammiferi l’apparato riproduttivo maschile lancia migliaia di spermatozoi affinché almeno uno riesca a fecondare l’ovulo e così via. Questo significa che una grande massa della produzione è condannata strutturalmente all’insuccesso, allo spreco e quindi allo scarto. Questo stesso principio vale anche per l’uomo-merce. Nella «società aperta» si dà luogo a una profusione di individualità diverse anche sotto il punto di vista formativo e professionale, in modo che almeno una parte possa riuscire utile all’espansione del sistema produttivo. All’opposto nella «società chiusa» ognuno nasceva all’interno di categorie ben precise e doveva attenersi ai compiti a cui era stato predestinato. Quindi, se per le società chiuse, da parte delle strutture di potere c’era un problema di contenimento (a cui corrispondeva uno speculare tentativo di superamento degli steccati da parte delle opposizioni), per quelle aperte, oggi, c’è all’opposto il solo problema dell’ingresso e della permanenza nell’area privilegiata. Quindi una gran parte degli uomini-merce sono predestinati strutturalmente all’insuccesso e a divenire quindi uomini-scarto. Tuttavia l’unico punto da cui può ripartire la tensione ricostruttiva del postumano è costituito proprio dal carattere simbolicamente ineliminabile dello scarto. In una società dove economia e istituzioni divengono sempre più frammentarie, molteplici, mobili e fluide, il sordo fondo di ineliminabilità dello scarto e il suo profondo carattere di scoria costituiscono paradossalmente alcuni tra i pochi punti fermi (in un mondo in continua mutazione) e dunque i punti di riferimento per la costruzione di nuove identità. Infatti il rifiuto e non l’ideale costituisce oggi paradossalmente quel «centro di gravità permanente» che prelude alla nuova costruzione identitaria.

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fonte: http://pseudolo.wordpress.com/2007/01/28/lineliminabilita-dello-scartp/